Quando la Diatonica e la Cromatica differiscono solo per una “D”

Anassimene Armonicista - Illustrazione pubblicata nel booklet del CD "The Night Has A Thousand Eyes", Fo(u)r Edition

Anassimene Armonicista – Illustrazione pubblicata nel booklet del CD “The Night Has A Thousand Eyes”, Fo(u)r Edition

Domani sera suonerò con altri armonicisti e musicisiti vari per il solito appuntamento annuale di commemorazione di un amico, anzi due.

Come sempre da oramai dieci anni, siamo in tanti a ritrovarci alla Sala Estense di Ferrara per ricordare Antonio D’Adamo, Dadà per gli amici, grande armonicista blues, ma soprattutto grande uomo, che ci ha lasciati nel 2005.

Quel giorno me lo ricordo bene. Il primo a svegliarmi con una chiamata al telefono fisso fu il mio amico fraterno Renato Geremicca (1). Nei fumi del sonno – la sera prima avevo suonato non so dove ed ero rientrato molto tardi – mi sentii chiedere: “Compare, stai bene?”

Come è facile immaginare, non mi fu subito chiaro il senso della sua domanda. Non mi fu chiaro nemmeno dopo aver risposto “Sì, perché?”, in quanto lui, sentendomi un po’ “impastato”, terminò la comunicazione dicendo “Niente, niente… a dopo”.

Una volta svegliatomi, immemore della telefonata di qualche ora prima, andai a controllare la mia casella mail e lì trovai un messaggio di una mia vecchia conoscenza, l’armonicista londinese Julian Jackson, il quale chiedeva: “Angelo, is it ok?”

Mi tornò allora in mente la domanda dello stesso tipo rivoltami da Renato, andai a controllare i giornali e scoprii che mi avevano dato per morto.

O per lo meno, avevano dato per morto un certo “Angelo D’Adamo”, armonicista italiano.

Quel giorno ho scoperto che, piuttosto che essere totalmente ignorato dal mondo dello spettacolo come spesso mi capita di lamentare, sono assolutamente noto. Purtroppo godo di quella notorietà che fa un po’ di notizia solo in caso di scomparsa. Lo dico perché vedo come capiti di frequente che i miei concerti, come anche quelli dei musicisti del mio livello di notorietà, vengano ignorati finanche dai giornali locali. Ergo, a differenza della mia scomparsa, la mia comparsa non fa notizia.

Mi ritorna in mente quel passaggio del film Ecce Bombo di Nanni Moretti quando lui si chiede: Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?

Ecco, ho scoperto che mi si nota di più se non vengo. Anzi, se vado; se me ne vado del tutto. E sono pronto a scommettere che per Antonio d’Adamo, per Bruno Corticelli, lo storico, bravissimo bassista del gruppo The bluesman (2) in cui suonava pure Dadà e che ci ha lasciato due anni fa, e per moltissimi di noi che suonano e lavorano a un medio livello, vale la stessa cosa: godiamo di quella notorietà utile solo per riempire qualche centimetro quadro di pagina degli spettacoli, a patto che si faccia qualcosa di artisticamente eclatante come, ad esempio, sparire prematuramente.

In fondo, è normale che sia così: i giornali, le televisioni, le radio, i teatri, i festival, … non possono disporre di tutto lo spazio e del tempo necessari per regalare a tutti, democraticamene, quel quarto d’ora di notorietà di cui parlava Andy Wahrol.

Si potrebbe allora discettare del come vengono compiute le scelte di chi deve arrivare dove, ma immagino che tutti abbiano idee diverse sull’argomento, pericolosamente tendenti ad affermare, in modo velato o esplicito: “i criteri che gli altri usano fanno schifo perché escludono me, e io sono il migliore”.

La democrazia svela presto i suoi limiti: è un’idea umana gestita da uomini. Un sano principio di realtà salva tutto e, per quanto mi riguarda, mi piaccia o meno, scopro ancora una volta che questo è il migliore dei mondi possibili (3).

Il rovescio della medaglia è noto: se si fa parte di quella schiera di personaggi che ci assordano di ridondanze riempiendo l’orizzonte degli altri di pezzi non richiesti delle loro vite, il prezzo da pagare è di dover cercare di dire qualcosa, qualsiasi cosa, banale o intelligente che sia, in ogni momento della nostra esistenza.

Il supplizio di Tantalo in quel caso è che, una volta detta, poi bisogna riportare di nuovo quell’intera, pesante esistenza in cima alla montagna, l’unica che rende ben visibili. Cadranno ancora e ancora, ma almeno cadranno dall’alto. Le cose vanno così e alla fine si scopre che le vite di tutti sono ostaggio di dinamiche non proprio simpatiche generate dalla difficile interazione con gli altri e da ciò che abbiamo desiderato diventare “da grandi”.

Ma torniamo a quel brutto giorno. Per colpa degli errori che di solito commettono i giornali, dell’isolamento di casa mia e del lento carburare dopo una notte difficile, conobbi anche una strana e forte sensazione da non ripetere mai più: quella di muovermi in un mondo di vivi senza appartenervi. Non del tutto, almeno.

Antonio d’Adamo lo conoscevo abbastanza bene. Ci eravamo incontrati per la prima volta tanti anni fa, in un festival nei dintorni di Bologna. Lui suonava con il suo gruppo, io ero lì in duo col pianista Teo Ciavarella.

Quella sera abbiamo parlato a lungo: ci accomunava l’armonica, ma lui suonava la diatonica, io la cromatica. Ci accomunava la musica: lui suonava blues, io il jazz. Infine ci accomunava buona parte del cognome, ma quella, come abbiamo avuto modo di scoprire, era l’intersezione più banale.

Poi ci siamo incontrati altre volte negli anni. Quella che ricordo meglio e più piacevolmente fu quando prendemmo parte assieme a tanti altri a una mega jam session organizzata dall’Enki Studio di Imola. Anche lì trascorremo il resto della serata a discorrere, di una montagna di argomenti e a farci un bel po’ di risate.

10864015_1034208626605368_3503006760264820860_oDomani verrò accompagnato dal suo gruppo capeggiato dall’inossidabile Roberto Formignani, chitarrista e cantante. Con lui ci saranno Massimo Mantovani alle tastiere, Roberto Poltronieri al basso e Roberto Morsiani alla batteria.

Tutti questi ottimi musicisti non accompagneranno solo me, ci mancherebbe! A darci il cambio sul palco saremo in tanti armonicisti, alcuni dei quali con Dadà avevano un rapporto di amicizia profonda e non solo, come nel mio caso, uno di grande stima e grande simpatia reciproche.

Li menziono seguendo l’ordine di apparizione previsto dal programma della serata: Ermanno Costa, Gianadrea Pasquinelli, Paolo Giacomini, Federico Pellegrini, il sottoscritto, Andrea Cocco, Fabrizio Sevà, Gianni Massarutto, Marco Balboni, Guido Poppi, Massimo De Rosa, Gianluca Caselli, Paolo Santini, Federico Benedetti.

Per tutti noi, il 5 di Gennaio significa quindi una possibilità di incontrare di nuovo persone con le quali non ci si vede da almeno un anno; amici persi dietro ai fatti loro che però non dimenticano l’appartenenza a un mondo, quello della musica, fatto di note, di emozioni e anche di persone care.

Inclusa nel prezzo del biglietto, verrà regalata la ristampa del primo disco del gruppo, Intrepido Blues, pubblicato ben 20 anni fa. Come ogni anno, l’intero ricavato della serata andrà interamente devoluto all’ADO, Assistenza Domiciliare Oncologica.

Venite?

SZ

1- https://gerebros.wordpress.com/

2- http://www.thebluesmen.it/#

3- https://squidzoup.com/2014/09/16/il-mondo-che-fanno-gli-altri-il-migliore-tra-quelli-possibili/

La giusta distanza (tra tori topologici e cancri astrologici)

Noia divina e reale possibilità di redenzione. Sottotitolo: Dio, mi AMI?

Noia divina e reale possibilità di redenzione.
Sottotitolo: Dio, mi AMI?

Domenica scorsa mi sono regalato il solito rito di cui in passato ho già parlato in questo blog (1): la lettura del quotidiano La Repubblica.

Ho così scoperto quanto linserto domenicale La domenica Cult (2) fosse particolarmente ricco di articoli succosi, capaci di farmi gioire e di fornirmi occasioni per riflettere su alcuni temi che da sempre mi interessano.

In particolare, segnalo l’intervista alla Fabiola Gianotti, prossimo direttore del CERN, dalla quale ho estrapolato brandelli di un articolo a tratti simpatico, ma che durante la lettura mi è sovente apparso il risultato di una strana e lacunosa sbobinatura dell’intervista audio rilascicata a Dario Cresto-Dina.

Inizio col primo frammento. Alla domanda “La felicità porta con sé un’aura di bellezza. Che cos’è la bellezza?”, la scienziata risponde:

“Attingo dalla fisica: la bellezza è la simmetria imperfetta. La fisica ha una sua estetica che si può contemplare nelle leggi della natura fino agli esseri microscopici. Comprenderla è un gioco intellettuale relativamente semplice. Pensi che le equazioni fondamentali del Modello standard delle particelle elementari si possono scrivere su una t-shirt. Sono tre righe appena “.

Il giornalista poi le chiede se al CERN si stia cercando Dio. Trovo la risposta della Gianotti impeccabile:

“No. Non credo che la fisica potrà mai rispondere alla domanda. Scienza e religione sono discipline separate, anche se non antitetiche. Si può essere fisici e avere fede oppure no. È meglio che Dio e la scienza mantengano la giusta distanza”.

Cresto-Dina: (…) “Chi non è aiutato dalla fede può esserlo da qualche grammo di follia?”

Gianotti: “Non follia, ma creatività. Forse le due cose hanno confini che possono sembrare comuni quando si addentrano nello spazio del sogno. Lo scienziato deve essere capace di sognare. Ho sempre pensato che il mestiere del fisico si avvicini a quello dell’artista perché la sua intelligenza deve andare al di là della realtà che ha ogni giorno davanti agli occhi. Credo che la musica e la pittura siano le arti più prossime alla fisica “.

Confesso di aver trovato l’ultima domanda leggermente ruffiana, fatta per compiacere buona parte del pubblico che immagina alcuni scienziati un po’ fuori di testa. Sembra quasi che per un fisico, una lucida follia sia l’unica alternativa possibile al sentimento religioso.

Poi mi sono invitato a smetterla di irritarmi per qualsiasi sciocchezza, concedendomi di scoprire un nuovo punto di vista: posta in quel modo, la domanda è stata un regalo natalizio fatto alla Gianotti alla quale l’intervistatore di sicuro esperto, ha offerto sul vassoio la possibilità di difendere la categoria degli scienziati di fronte a un pubblico che altrimenti lei non avrebbe, dai soliti, taciuti sospetti di follia che le vengono rivolte.

Appena pochi post fa (3), lamentavo una certa diradata presenza di pubblicazioni che sappiano inneggiare alla bellezza della fisica, e proprio oggi mi ritrovo a terminare la lettura di un meraviglioso libro di Rovelli di cui presto vi parlerò. In aggiunta, mi scopro a divertirmi con la lettura di questo articolo che in più punti va a innestarsi con estrema naturalezza proprio nel discorso sul rapporto tra scienza e arte che tanto mi interessa.

E capita a fagiolo il video segnalatomi oggi dalla mia amica Antonella del Rosso, responsabile della rivista CERN Bulletin (4): girato proprio al CERN, in esso si possono vedere vari fisici nel mentre suonano una simpatica composizione ottenuta, così dicono, dalla sonorizzazione dei dati dei vari esperimenti che hanno rivelato la presenza del Bosone di Higgs (5).

Fra i diversi esecutori, in chiusura del video è possibile ascoltare anche la Gianotti al pianoforte mentre cita il Preludio n°20 di Chopin. Né folle, né altro, quindi. Per quanto mi riguarda, è solo molto colta e sensibile.

Che dire… tutto sommato una Domenica gustosa, resa ancora più saporita dall’aver trovato poche pagine più oltre, nello stesso quotidiano, un articolo di Natalia Aspesi col quale la giornalista ci introduce il personaggio Marco Pesatori.

Lo fa affermando in apertura che questo signore nella vita si è trovato di fronte alla difficile scelta di cosa diventare da grande:

poteva essere un critico d’arte, un giornalista di riviste intellettuali, un poeta di massima raffinatezza, un esperto di calcio, un solista jazz, un monaco buddista. (…) Alla fine Marco Pesatori è diventato la star che confabula coi pianeti per dirci chi siamo, chi potremmo essere, quali sogni potremmo realizzare e quali disastri dovremmo evitare: si immerge nel nel cielo sventolando una data di nascita e compone oroscopi simili a poesie segnate da un ritmo jazz, mosse da un vigore calcistico, elevate da una filosofia buddista e basate su una visione molto dada della vita.

Leggendo l’articolo, si è portati a pensare che il punto forte dei suoi oroscopi sia la nebulosità: non chiedono di essere capiti “e infatti in tanti non li capiscono e per questo li adorano, ma interpretarli con il turbinare della fantasia e adattarli ai nostri desideri, per consolarci dei personali casini: con lui (l’autore), si entra in un mondo fatato e possibile, con il permesso di inventarcelo”.

La Aspesi è notoriamente brava e mi ha quasi fatto venir voglia di provare a concedermi, di tanto in tanto, la lettura di un bell’oroscopo nebuloso di questo autore di sicuro particolare. L’idea della professione di astrologo che emerge da questo pezzo, la apparenta a quella di chi si dedica a generi letterari ai quali, chissà, potrei anche rivelarmi sensibile se solo apparisse tutto un bel gioco dichiaratamente senza pretese, oltre quella di intrattenere i lettori annoiati da interviste a fisici folli.

Alla domanda della Aspesi: “E lei, Pesatori, ci crede?”, il nostro si lascia sfuggire: “Io non credo in niente, ma l’astrologia è una scienza molto precisa, il cielo non mente, basta studiarlo”,

facendo così franare all’istante un piccolo edificio costruito poche righe prima in uno spiazzo libero della mia benevola fantasia domenicale.

Il concetto di “scienza” e l’aggettivo “scientifico” usati per reclamizzare tutto, dalla crema idratante alla politica estera, dal tortellino ai funghi, all’oroscopo poetico mi intristisce profondamente.

Il risultato di un uso così poco ricercato di questi termini dalla loro dignità troppo spesso ignorata, è quello di creare una gran confusione – resa ancora più grande dall’accostamento tra “scienza” e “mondo fatato e possibile” – nella testa dei fruitori di simili messaggi. La stessa confusione che, ad esempio, potrebbe generare in chi non conosce la sua musica, l’assurda affermazione “Beethoven non aveva senso del ritmo”.

Se non si sa davvero cosa la scienza sia, se non si ha la benché minima idea di cosa si debba intendere per musica classica, …, se non si hanno i giusti riferimenti per qualsiasi cosa, chi dovesse decidere di confonderci (non è di certo il caso del Pesatori che ha tutta l’aria di essere un intellettuale in buona fede), avrebbe di sicuro gioco facile affermando che si può trovare la risposta a queste domande in banalizzazioni tanto in voga.

Il Pesatori poi cita, come ho già sentito fare ad altri in discussioni analoghe, Galileo, Tolomeo e altri illustri personaggi come testimonial della scientificità della sua attività.

Mentre sull’uso dell’astrologia da parte di Galileo ci sarebbe da ricordare con una certa onestà come il poveretto, senza crederci, se ne servisse per arrotondare entrate all’epoca misere, nel caso di altri tirati in ballo nell’articolo (Sumeri, Tolomeo, Keplero) potrei attaccarmi al dato storico che molti di loro ragionassero di astrologia in un lasso di tempo molto lungo e lontano da noi (3000 a.C. – 1600 d.C.) durante il quale il concetto di scienza e di scienziato non erano ancora stati elaborati.

Non capisco poi perché debba risultare un punto a favore dell’astrologia l’ulteriore dato citato dal Pesatori che Andy Wahrol, Doris Lessing e chissà chi altri ne facessero uso per capire quali scelte attuare nella loro vita. Non trascorro di certo tutto il giorno a palleggiare solo perché Franz Beckenbauer da giovane lo faceva…

Nel suo Dialogo sul metodo, Paul Feyerabend invita con ottimi argomenti noi che lavoriamo in campo scientifico a non pronunciarci negativamente sull’astrologia. Dal momento che, a differenza di quanto afferma l’intellettuale intervistato, gli scienziati difficilmente dicono qualcosa di positivo su di essa (semplicemente non possono farlo. Se, basandosi su delle prove empiriche, potessero, non le negherebbero di certo il loro sostegno), direi che potremmo semplificare il pensiero dell’epistemologo americano suggerendo: in generale, è meglio evitare di pronunciarsi sull’astrologia.

Parimenti sarebbe auspicabile che gli astrologi decidessero di non pronunciarsi sulla scienza. Fintanto che non verranno prodotti argomenti validi e incontrovertibili provanti la  validità empirica della loro disciplina, l’astrologia con la scienza non avrà niente da spartire.

Insomma, ignoriamoci vicendevolmente, evitando di citarci a sproposito. E se Kary Mullis – un premio Nobel per la chimica, anche lui nominato nell’articolo della Aspesi – crede che pianeti e stelle abbiano qualcosa da dire sul nostro destino, buon per lui.

Mi diverte immaginarlo alterato, nel mentre bolla di antiscientificità qualche sostenitore di teorie chimiche strampalate e senza alcun fondamento. Mi sento quindi di bollare a mia volta il suo sostegno a una teoria basata su una presunta influenza di stelle e pianeti su di noi come qualcosa riguardante solo la sua graziosa persona che di gravitazione temo sappia quanto ne so io di filologia romanza.

Proprio per questo mi sento di poter dire, senza tema di sbagliarmi troppo, che una affermazione inerente l’influenza degli astri sul nostro destino pronunciata dal Mullis, nonostante il premio Nobel, abbia la stessa forza di quella di un Wharol, della Lessing o della famosissima massaia di Voghera: quella della confessione di una propria, legittima propensione personale.

In conclusione, non trovo certo sbagliato parlare con Pesatori, del Pesatori. Tutt’altro. Torno alla Gianotti e apprezzo che, chi ha progettato la scaletta degli articoli da pubblicare nell’inserto domenicale, abbia scelto di porre il pezzo su di lei “alla giusta distanza” da quello dell’astrologo.

Fosse dipeso da me, “la giusta distanza” sarebbe stata di sicuro maggiore in quanto avrei stimolato una scelta precisa: pubblichiamo l’articolo sulla futura direttrice del CERN o quello sull’astrologo? Lo so, questa scelta avrebbe dato un carattere forse troppo netto al quotidiano con, temo, disastrose conseguenze sulle vendite di quella edizione della domenica, ma posso divertirmi a giocare nell’immaginarmi direttore per soli cinque minuti, no?

Immagino che all’interno della redazione non si siano nemmeno resi conto di quanto per lettori paranoici come me, possa risultare un po’azzardato quel riferimento alla scienza (6).

O forse, proprio come nel caso della domanda alla Gianotti, simili accostamenti sono consapevoli, voluti e servono a stimolare le mie reazioni come pure quelle di chissà quanti altri (già, quanti altri?). Chi, come la Aspesi, sa fare il proprio mestiere, sa anche come catturare l’attenzione di tanti, quindi anche la mia.

Ma questa considerazione, più che spingermi a fare spallucce e a essere più morbido, mi porta a pensare che il problema si annidi proprio lì: nel fatto che persone coltissime e attentissime non si accorgano o facciano finta di non accorgersi di come alcuni concetti, termini, aggettivi vengano usati un po’ con leggerezza.

Così agendo, mi pare che venga fatto un torto a un ambito già sofferente come quello scientifico, regalando, di contro, valore aggiunto a un altro che di sicuro, dato il grande successo che riscuote l’astrologia pur non avendo ancora dato prove definitive della sua validità, non mi sembra abbia bisogno di ulteriori aiuti.

Diversamente dall’osservarzione del cielo condotta dagli astrologi, la fisica delle particelle elementari conferisce a persone come la Gianotti e i suoi colleghi una capacità predittiva sulle sorti del mondo pari a zero. Semplificando, direi che, dal momento che non usano la sfera del cielo (mi adatto e faccio il tolemaico…), il loro toro (7) non può predire nulla, ma proprio nulla, di cosa accadrà prossimamente a Pesci e Capricorni.

Come futura direttrice, la Gianotti potrebbe allora provvedere a suddividere il grande anello in dodici settori da trenta gradi d’ampiezza ciascuno, dedicando ognuno di essi a un segno zodiacale differente.

Purtroppo mi sa che, se anche decidesse di farlo, arriverebbe solo a confermare quanto affermato in precedenza: forse è vero, “il cielo non mente”.

Invece, aggiungo io, il microcosmo, più furbo, sul futuro tace.

SZ

 

Sottofondo: Ahmad Jamal – Ahmad’s Blues

http://grooveshark.com/#!/album/Ahmad+s+Blues+Live/3946601

1 – L’articolo cui faccio riferimento è Tomino alla Scienza, del primo Agosto scorso:

TOMINO ALLA SCIENZA – La futura, nuova alleanza.

2 – É possibile scaricare il pdf dell’intero inserto al seguente indirizzo: http://download.repubblica.it/pdf/domenica/2014/28122014.pdf

3 – https://squidzoup.com/2014/12/11/quando-il-teorema-e-uno-scalpello/

4- http://cds.cern.ch/journal/CERNBulletin/2014/51/News%20Articles/?ln=it

5- https://www.youtube.com/watch?v=gPmQcviT-R4

6 – Per comodità di chi legge, riporto come giustificazione del termine “azzardato” l’indirizzo alla pagina wikipedia in cui si parla di astrologia e del giudizio su di essa espresso dalla comunità scientifica:

http://it.wikipedia.org/wiki/Astrologia#Giudizio_della_comunit.C3.A0_scientifica

7 – In topologia, il toro è una figura ottenuta piegando un settore cilindrico fino a farne combaciare gli estremi. http://it.wikipedia.org/wiki/Toro_%28geometria%29

Aforisma 3: Phil Woods Dixit

 

Solo-Just-the-way-you-are-1

Solo-Just-the-way-you-are-2

Forse è triste triste sapere che, nonostante la gran mole di cose interessanti dette o i tanti sforzi fatti per cercare di dirne, si viene ricordati quasi esclusivamente per quelle che riteniamo più banali.

Nel mio piccolo, anche io mi sono trovato in una situazione simile. Quando ci penso, scopro di vivermela in modo altalenante: a volte la cosa mi butta giù, altre mi esalta e ringrazio il caso o chissà cosa per avermi fatto fare quell’azione dal valore per me così controverso.

Mi sa che ogni tanto bisogna “indursi stanchezza”. Intendo con questo dire che, quando se ne presenta l’occasione, bisogna regalarsi la possibilità di sentirsi stanchi di lottare rassegnandosi a ciò che la collettività ci dimostra essere un’evidenza: quando si viene chiamati a dare un contributo al lavoro altrui, può capitare di riuscire meglio di quando si lavora per sé, in piena libertà, senza paletti, compromessi e costrizioni.

Si riesce meglio o forse, semplicemente, si è più semplici, più facili da capire per un pubblico più vasto ed eterogeneo. Può essere un bene, può essere un male. Certo è che se non ci chiamassero mai, se non ci invitassero a mettere il naso fuori dal nostro guscio, si rimarrebbe sempre a marcire dentro noi stessi, incapaci di vedere il mondo da un punto di vista diverso.

Probabilmente anche il grande alto-sassofonista Phil Woods vive qualcosa di simile quando pensa che, pur avendo detto cose eccezionali, da moltissimi verrà ricordato esclusivamente per il suo assolo sul brano Just the way you are di Billy Joel.

In una intervista rilasciata a Marc Myers e pubblicata su JazzWax, Woods racconta che ancora viene fermato per strada da chi lo riconosce come colui che ha suonato con Joel:

People come up to me all the time to ask me about that. My favorite was the young saxophonist who came up to me on some gig I was playing and said, “Are you the guy on the Billy Joel record?” I said, “Yes I am.” He said, “Have you done anything on your own.” [laughs] I said, “A couple of things”.

Pubblicato nel 1977 nell’album The Stranger, a nove anni, completamente rapito, ascoltavo Just the way you are alle feste di mia cugina Felicia di quattro anni più grande di me. Se lo scrivo, non è certo perché voglia far credere che all’epoca fossi così tanto cosciente di ciò che quel brano generasse in me.

Ancora bambino, non mi era chiaro nemmeno che dopo due-tre anni avrei iniziato a suonare. Fatto sta che di quelle feste, oltre al mio perenne innamoramento per le ragazze più grandi che lì incontravo e che avrei tanto voluto invitare a ballare (ma che non ebbi mai il coraggio di avvicinare…), ricordo molto bene i brani dei Bee Gees e questo di Billy Joel.

Detto per inciso, due anni dopo sarebbe toccato a me dare delle feste di compleanno o andare a quelle dei miei coetanei, ma già la musica era cambiata: per fortuna si ballava ancora su canzoni come Do ya think I’m sexy di Rod Stewart, ma poi immancabilmente qualcuno metteva sul piatto anche i dischi di Viola Valentino e Pupo…

Il successo che Just the way you are all’epoca riscosse, fu tale che l’anno successivo anche Barry White decise di farne una sua versione prolungando la vita del brano di Joel e dandomi modo di sentirlo ancora alle feste per diversi anni. Senza nulla togliere alla  versione dance di White, la bellezza dell’originale rimase comunque infissa nella mia memoria e col passare degli anni e col mio progressivo interessarmi alla musica, divenne per me via via più facile dipanare la matassa emozionale che connettevo a quelle note nel tentativo capire come quella magia fosse stata costruita.

Innanzitutto era una canzone americana, e all’epoca tutto ciò che veniva da oltreoceano, esercitava un fascino irresistibile su chiunque. Poi, una volta imparato a mettere le mani sul pianoforte, divenne chiaro cosa apprezzassi di quel brano: oltre alla provenienza “esotica”, il suo ulteriore carattere vincente era di sicuro l’armonia.

Per nulla banale, assomigliava nei movimenti degli accordi e nella modulazione dell’inciso agli standard che si suonano tutt’ora in ambienti jazzistici. Per chi come me muoveva i primi passi nel mondo della musica suonata, scoprire che accanto ai giri armonici classici, vi erano quelli di Stevie Wonder o questo di Billy Joel che iniziava con un accordo di Mi minore settima quinta bemolle con basso Re che urlava vendetta, pretendendo a gran voce una soluzione sul Re maggiore che non si faceva attendere, voleva dire trovarsi di fronte a un universo che chiedeva solo di essere esplorato, promettendo di non finire subito dietro l’angolo.

Infine, come ciliegina su questa torta a stelle e strisce cucinata con una ricetta armonica di prim’ordine, vi era l’arrangiamento estremamente equilibrato costruito con chitarra ritmica, piano Rhodes (d’obbligo in quegli anni), basso, batteria, percussioni, sezione archi e assolo di sassofono contralto.
Il clima jazz del brano era quindi esplicito, ma, qualora ve ne fosse stato bisogno, veniva confermato dal suono e dalle note che Phil Woods aveva scelto per dire, a modo suo, Just the way you are.

Phil Woods è un parkeriano purosangue, e questa sua eredità appare evidente dall’ascolto dei suoi video e dei suoi dischi, stranamente difficili da trovare a Bologna.

Ne possiedo giusto uno, Just Friends, in cui l’alto-sassofonista viene accompagnato da Renato Sellani e Massimo Morriconi, ma purtroppo questo suo lavoro non mi piace per vari motivi. Uno di essi è che i tre mi sembrano non essere perfettamente accordati, e non sto certo parlando di affiatamento, ma proprio di frequenze. Degli altri motivi invece taccio per non inimicarmi la comunità dei jazzisti con considerazioni pericolosamente contro corrente.

Tra le tracce di Just Friends vi è anche una Billie’s Bounce nella quale, quasi a conferma di ciò che si è sempre detto di lui, ripropone intere frasi del solo che Parker ha registrato sullo stesso brano. Detto in altre parole, lì Woods suona aforismi

Nel brano di Joel invece Woods dimostra qualità che raccontano, oltre che la grande dimestichezza con lo strumento (che scoperta…), l’incredibile padronanza del materiale musicale. Una padronanza che non gli viene dall’aver studiato per giorni su quella struttura armonica, ma che possiede per il semplice fatto di avere chiaro in testa cosa sia la musica. Una chiarezza che durante l’intervista lui esprime nel seguente modo:

JW: Did you hear the Billy Joel song before you went into the booth?
PW: Yeah, of course. It was just me and Phil Ramone. He played me the track and showed me the music.
JW: Did you work on the solo concept before recording?
PW: I’m a professional musician. I sight read and play it. That same day I had recorded on Phoebe Snow’s Never Letting Go, also produced by Phil.

La moderata velocità del brano e, anche se declinata in un brano pop, la sua chiara ispirazione jazzistica, fa sì che a mio parere venga fuori il musicista più vero che è in lui. Quello che la lezione di Parker l’ha digerita e che ora, satollo, parla finalmente il suo linguaggio più vero.

Nelle sedici battute che gli sono state affidate dal produttore Phil Ramone, le sue figurazioni si assestano abbastanza omogeneamente sugli ottavi, con i quali Woods riesce a dare l’impressione di aver fatto molto più di quello che ha effettivamente suonato, come si scopre trascrivendo il suo semplice assolo.

Pochissime semiminime, qualche terzina, qualche pausa e una gran quantità di pure, semplici crome, danno l’impressione che egli abbia eseguito chissà quali virtuosismi sia melodici che ritmici. Andando a guardare lo spartito, si scopre invece che si tratta solo di un sapiente porre nei punti “nevralgici” della battuta le note che possono conferire un significato in più a quanto suona, dando l’impressione che si tratti di accenti quando invece sono sempre e solo note dalla intensità e dalla durata uguale, sempre quella: ottavi.

Il discorso cambia sulla coda: lì il demone bopparolo riprende piacevolmente il sopravvento ed è giusto che sia così, ma per me le sedici battute precedenti costituiscono la vera perla che l’ostrica Just the way you are ha generato.

A Phil Woods hanno richiesto più di seicento volte di essere se stesso su dischi di altri. Per tutte e seicento probabilmente è stato molto Phil Woods.

Phil Woods ha chiesto a se stesso di essere… se stesso un’infinità di volte. Ogni volta che lo ha fatto, ha ottenuto di somigliare molto a Charlie Parker.

Il mio studio da ora in poi sarà cercare di capire se trarre o meno un’insegnamento dal suo solo, ma anche da questa semplice storia.

SZ

Dedico questo post al mio carissimo amico Alberto Nagy, musicista col quale in passato, durante i miei anni di studio padovani, ho suonato spesso il brano di Joel

Per leggere l’intera intervista a Woods:

http://www.jazzwax.com/2009/02/interview-phil-woods-part-4.html

Spettroscopia del mio buio

Against payment in information

Per la prima volta dopo chissà quanto tempo, mi sono ritrovato a scrivere una lettera a una persona cara.

Quando dico “una lettera”, intendo dire proprio una lettera.

E quando dico “scrivere”, so che è difficile a credersi, ma intendo proprio quel gesto che fino a qualche tempo fa significava solo una cosa: trovare un foglio bianco o accettabilmente pulito, trovare “una penna che scrive” e prepararsi a combattere con una attività che non ammette correzioni, ripensamenti.

Il prezzo da pagare per essi è l’illegibilità, la bruttezza entropica che si manifesta con cancellature e aggiunte “fra le righe”, frecce che corrono tra parole, numeri a bordo pagina, sopra o sotto il testo; e ancora, testi scritti di sbieco o poggiando su “V” stilizzate che incuneano parole e pensieri tra altri altrimenti ritenuti incompleti.

A un certo punto, la scelta è d’obbligo: considerare ciò che si è scritto come “brutta” e trovare un altro foglio sul quale fare una “bella”. Nella nostra realtà fino a qualche anno fa, non esistevano memorie riscrivibili. Si riscriveva, certo, ma utilizzando fogli diversi che non cancellavano i precedenti orrori. Quelli rimanevano liberi di accumularsi in pile di ripensamenti, lordure, brutture inenarrabili e spesso inconfessabili.

Da un certo punto di vista, sarei tentato di dire che, piuttosto che di errori, si riempiva il mondo di verità. Forse scomode, spessissimo inutili, ma pur sempre verità.

Oggi la mia “brutta”, leggermente più vera della “bella” ha sortito subito l’effetto di fami chiedere: ma quando è iniziato tutto questo? Quando è stato che ho perso confidenza con la mia “brutta copia”? Nel chiedermelo, so anche di essere particolarmente cattivo e irriconoscente verso me stesso. Sì, perché sono sicuro che tanti come me affidano ancora moltissimi loro pensieri a diari, block-notes, agende personali nate per “non essere lette da altri all’infuori di me”.

Questo primo comandamento serve a tutelare proprio la verità inalienabile di molti di noi che non rinunciano alla pagina bianca, meglio se giallina; alla penna nera; al pensiero incasinato ma che, se riletto dopo dieci anni, riesce a far vibrare chi è nato in anni del secolo scorso che gli anno insegnato ad apprezzare ancora, forse troppo, tradizioni millenarie di pensiero affidato alla carta e non a file.

Ora sono terrorizzato all’idea che qualcuno possa rovistare dentro di me attraverso l’account dimenticato aperto sul terminale pubblico di quel foglio. Su di esso, indelebile, giace la mia calligrafia. Su di esso ho spalmato segreti che non conosco.

pochi percentili di informazione sono registrati sottoforma di periodi che, se fossero digitali, come sempre accade ai miei post in questo blog, correggerei migliaia di volte prima e soprattutto dopo la loro pubblicazione.

La maggior parte della mia Dark Mental Matter e della mia Dark Mental Energy è invece racchiusa lì, proprio tra quelle linee che da tanto, da troppo, non chiedono più di essere intellegibili per altri utenti diversi da me.

in quella pagina ci sono io, proprio io!, con ciò che sarei in potenza; con le mie “g” spesso storte e indecise, con le mie “i” sottintese, con le mie “d” che sembrano “l” e con altre lettere alle quali, chissà perché solo a loro, ho affidato il compito in anni antichi di farmi sembrare un tipo anche elegante; capace di apprezzare pure il fronzolo oltre l’ostentata poca attenzione per ciò che il mio conscio ha scelto di considerare suprefluo.

La mia capacità di analizzarmi si ferma qui, ma immagino che, chi sa farlo, potrebbe indagare molto più a fondo nel mio pozzo nero alla ricerca di ciò che accetto che esista senza doverlo per forza censire.

Allora mi avvalgo del diritto ad avere un sommerso e a non volerlo conoscere e curo in due modi il mio timore di essere sorpreso con le mani nella marmellata da un esperto. Il primo è chiedermi: chi vorrebbe mai sapere cosa accidenti io sia nel profondo? Cui prodest?

Il secondo è andare con la memoria a epistolari di personaggi già famosi. La pubblicazione di quei documenti ha fruttato loro un surplus di gradimento da parte del pubblico, piuttosto che un imbarazzo per tutta le sconcertanti verità che il dispositivo carta + inchiostro trattiene così bene.

Di sicuro, orde di grafologi avranno esaminato quelle pagine alla ricerca di chissà quale scoop, ma alla fine si scopre che di quei semidei nessuno vuole realmente conoscere i difetti: essi fanno notizia per un giorno o due, mentre i loro pensieri belli, quelli che li hanno resi famosi, sono notizia per sempre.

Mi rendo conto solo in momenti come questi di tenere sempre un atteggiamento medio tra un me che forse non verrebbe né capito, né apprezzato e un lui, quel lui che gli altri conoscono, leggono e incontrano. Nonostante ciò che mi piace pensare di me, scopro di essere un inquadrato, uno che è sceso a compromessi enormi e che ha imparato a vivere lasciando tonnellate del più autentico in quella casa senza luci che non consente altri inquilini, nemmeno Angelo, oltre il noumeno di Angelo.

Ne deduco che di solito mi faccio misurare dagli altri solo dopo aver automaticamente eliminato il mio rumore (chissà se lo faccio bene! É un’operazione fatta dal sistema non riprogrammabile, in quella scatola strabordante di gatti vivi e morti). Scelgo di farmi misurare solo dopo aver normalizzato – mai termine tecnico è stato più appropriato! – il mio segnale mondandolo del mio io più grezzo, ma anche più vero. Quello che darebbe luogo a emissioni scomposte e indecifrabili.

Ogni giorno, una simile operazione viene attuata da sette miliardi di persone con un risultato netto pari a una enorme perdita di informazione. É di sicuro un bene, anche se non posso fare a meno di pensare che nel processo di pulizia del sistema, molti cookies di bella umanità vadano perduti per sempre.

Fuori da me, specie quando scrivo, arriva un segnale che non presenta particolari righe di assorbimento o di emissione e lo spettro del mio essere è affidato solo ai concetti che esprimo con la scrittura, con l’aggiunta dei miei disegni.

La scrittura a mano chiede, come la nostra faccia, il nostro corpo, i nostri gesti, di essere accettata o rigettata. Va a colpire con forza il gusto di chi potrebbe leggerci e questo, come il nostro aspetto fisico e il nostro comportamento, genera la scelta di frequentarci o meno.

Scrivere col computer equivale a fare la plastica alla nostra cacografia per renderla calligrafia. Equivale a usare il botulino, le diete a zona e il fitness per curare la linea di lettere e numeri.

Immagino che tutti considerino più vere le linee tracciate per rappresentare il mondo piuttosto che per disegnare le lettere dell’alfabeto. Pur esistendo anche per quelle linee pittoriche una serie di regole dette e non dette che, come per le lettere, ne condizionano l’aspetto, le linee disegnate sembrano sempre essere bagnate, intrise di quegli umori che allontanerebbero tutti se venissero espressi a parole.

Se ho ragione, questo distinguo forse ha a che fare col concetto di “arte” che rende tutto più accettabile. Un concetto che, a scuola come nella vita, si impara presto ad associare alla pittura e alla scultura, ma che la stessa scuola fatica a spiegare che può essere cercato anche nella letteratura.

E poi, se praticamente nessuno scrive più a mano, mi viene difficile immaginare qualcuno che ancora tracci “pascarièddi” su un foglio durante una telefonata. Il disegno a mano sopravvive di sicuro negli ambienti degli artisti, ma anche lì va trasformandosi a causa dell’introduzione delle tavolette grafiche.

Per finire, tornando alla scrittura, si scopre che capirsi (sia in senso riflessivo che tra persone diverse) scrivendo, vuol dire rinunciare a tanto di sé. Paradossalmente, capirsi significa in buona parte ignorarsi.

In astronomia, per semplificare alcuni calcoli si usa parlare di “Sole Medio”.

Lui non lo sa, ma illumina un “mondo medio”. Quello che, salvandolo da una divertente follia con un algoritmo di selezione inconsapevole e automatico, tutti quotidianamente costruiamo.

 

SZ (in corsivo per farlo sembrare più vero)

Sottofondo: sono in treno diretto a Como, ergo sto ascoltando lo sferragliare di questo regionale e le banalità urlate al cellulare della signora qui davanti.

Del primo rumore, Cage avrebbe cose interessanti da dire. Del secondo, avrei cose poco interessanti da dire. E poi avrei anche da ridire.

Dai diamanti non nasce niente, dagli asteroidi nascono storie

Steroide

Steroide

Ormai è chiaro: ho una certa passione non solo per l’astronomia, ma anche, forse soprattutto, per le commistioni fa questa scienza e altro.

Con altro intendo una marea di ingredienti in buona parte contenuti nel menu di questo Blog consultabili in alto a sinistra in questa stessa pagina.

I tentacoli da calamaro delle mie passioni insaporiscono di continuo la quotidiana zuppa che mi preparo e questo fine settimana ho sperimentato fortunosamente una combinazione abbastanza sapida che vado a proporvi.

Avendo trovato in edicola lo Speciale Nathan Never n°25 intitolato Alla deriva, ho intuito subito, anche se la bellissima copertina non lasciava presagire con chiarezza nulla di ciò, che poteva trattarsi di una storia a sfondo astronomico.
Forse si è trattato davvero di intuito, forse l’ho solo sperato. Altra possibilità: ho vissuto una combinazione lineare di inuito e speranza che mi ha spinto a  sfogliare l’albetto a fumetti, scoprendo così di aver intuito/sperato bene.

Si tratta infatti di una bella storia ambientata su un asteroide della fascia posta tra Marte e Giove che comprende un bel po’ di questi oggetti. Una fascia attorno al Sole già teatro di avventure avvincenti come quella asimoviana oramai datata ma sempre avvincente di Lucky Starr alle prese con i pirati spaziali, giusto per fare un esempio.

Per chi non fosse così informato su Nathan Never, dirò che si tratta di un noto personaggio nato in casa Bonelli, la stessa di Tex, Mister No, Zagor, Dylan Dog e molti altri ancora.
Lo sfondo nel quale vengono ambientate le avventure dell’agente Never dell’agenzia investigativa Alfa è un futuro non così remoto che fa appartenere di diritto lui e il suo entourage al genere fantascientifico.

A disegnarlo sono in tanti, a volte direi troppi. Mi spiego: a differenza dei primi anni di vita di questo personaggio, quando vi era un pool di professionisti ognuno col suo stile originale e ben riconoscibile, negli ultimi anni ho avuto l’impressione che invece lì in casa Bonelli si sia privilegiata una certa uniformità di stile che mi risulta fastidiosa.

Vero è che quella casa editrice si occupa da sempre di pubblicare fumetti seriali e non d’autore, ma questa classificazione mi sembra assolutamente fuori luogo quando un mese ti trovi fra le mani un’opera firmata Casertano, un altro mese una disegnata con lo stile di Roi, di Freghieri o di Dall’Agnol… Non a caso, sto citando autori che lavorano (o lavoravano… non compro più così tanti fumetti come un tempo) a Dylan Dog, un personaggio che non mi ha dato mai l’impressione di piatta uniformità negli stili grafici.

Al tempo, era bellissimo farsi catturare dallo stile e dall’interpretazione di un mondo ben preciso, ma rivisitato, mese dopo mese, dagli occhi di maestri sempre molto diversi tra loro nell’uso di matite e chine.

Probabilmente mi sbaglio, ma gli ultimi artigiani che si occupano di Never mi danno invece l’impressione di appartenere tutti a una scuola ben precisa e riconoscibile. Esibiscono tutti una uguale gestione dei neri; spesso, per fare sfondi e grigi, utilizzano tutti lo stesso tipo di retini, e lo fanno nelle stesse situazioni.

Insomma, di solito arrivo in edicola, apro questi albi, guardo il segno grafico, richiudo l’albo e lo ripongo senza effettuare l’acquisto.

Sabato invece, oltre ad essere stato intrigato dal titolo che mi ha fatto ben sperare in un contenuto astronomico della storia, sono stato piacevolmente colpito dallo stile delle matite di Matteo Resinati, precisato dalle chine di Antonella Vicari, che mi ha convinto a comprare.

Beninteso: non amo nemmeno il tipo di disegno che ho trovato in Alla deriva e che continua a sembrarmi, pur discostandosi da quella media in modo abbastanza originale, un po’ troppo omologato a quello degli altri e che, ne sono quasi certo, deriva da qualche scuola, non so se privata o se interna alla Bonelli. Questo e l’ambientazione astronomica mi sono bastati per decidere di spendere i non pochi 5,50 euro che, nonostante tutto, mi sembrano davvero eccessivi per un albetto da 162 pagine e copertina morbida.

La storia scritta e sceneggiata da Giovanni Eccher oltre che bella, è interessante e, nonostante qui non si inventi nulla da un punto di vista narratologico (e non potrebbe essere diversamente: lo stile Bonelli impone che si stia in un solco abbastanza regolare, continuo e autoreplicantesi nei modi e nelle situazioni), mi ha condotto senza intoppi fino alla fine, regalandomi anche qualche intensa emozione.

In essa, il nostro eroe che si trovava su una astronave in viaggio di piacere nella già citata cintura di asteroidi per tentare di sventare un attentato dinamitardo a opera di uno dei soliti pazzi criminali e bombaroli, non riesce a evitare il peggio: di tutti i camerieri, cuochi, piloti e rappresentanti del jet set radunati lì a trascorrere una vacanza diversa dal solito, gli unici a sopravvivere nel moncone di astronave rimasto dopo l’esplosione, sono lui e la figlia di un ricco magnate del futuro.

Dopo una serie di manovre fortunose, Never riesce a far atterrare il relitto su un asteroide dove, per sopravvivere, entrambi i protagonisti si trasformano in contadini cosmici alle prese col problema di sopravvivere dei mesi così da concedere tempo ai soccorsi di esplorare i vari sassi cosmici alla ricerca di sopravvissuti.

L’espediente narrativo non è certo nuovo in fantascienza. La mia memoria corre a un breve racconto che ho letto da ragazzo, intitolato Naufragio al largo di Vesta – dopo Cerere, con i suoi 530 chilometri di diamotro medio, Vesta è l’asteroide più grande della cintura – e contenuto nel cofanetto Il meglio di Asimov.

In questo racconto giovanile di Asimov, si parla di tre persone sopravvissute in quello che rimane della loro astronave, la Silver Queen, a un impatto… nella fascia degli asteroidi!
Se la caveranno facendo uscire acqua da un foro nel serbatoio che ne conteneva una scorta bastevole per un anno, così da muovere la struttura in direzione opposta e farla approdare in un porto sicuro.

Detto per inciso, se a scuola facessero studiare così il terzo principio della dinamica, credo che tutti i professori otterrebbero una maggiore attenzione da parte dell’uditorio. Nel mio libro Pianeti tra le note ho sfruttato intensamente questo stratagemma, creando continue connessioni tra i classici della letteratura e i concetti scientifici che mi premeva spiegare.

Purtroppo non ho avuto modo di verificare quanto il metodo possa fuzionare perché, nonostante il mio intento fosse anche quello di aiutare gli insegnanti nel loro compito di rendere, tramite l’interdisciplinarietà, più fruibili alcuni concetti scientifici, alla maggior parte delle scuole pare non sia giunta la notizia dell’uscita della mia pubblicazione.

Tornando al fumetto Alla deriva, lì Nathan Never utilizza la pressione della birra fuoriuscita da alcuni fusti trovati nel bar dell’astronave come propulsore per far muovere il relitto in direzione dell’asteroide scelto come approdo.

Per quanto detto, composizione chimica del liquido usato (l’acqua di Asimov vs la birra del racconto di Eccher) e composizione dell’equipaggio (la scelta claustrofobica di tre uomini vs un uomo più una donna, soluzione che apre sapientemente a risvolti erotico-sentimentali) a parte, ho ragione di credere il fumetto bonelliano costituisca una chiara sponsorizzazione (diciamo così…) della storia di Asimov.

Nel caso io abbia visto giusto, come biasimare sceneggiatori e soggettisti?
Qui si tratta di uscire con una storia nuova al mese, dodici storie nuove all’anno…

Di Alla deriva mi è piaciuta moltissimo la componente agronomica.
La storia dell’astronomia è da sempre legata a quella dell’agricoltura. Alcuni legami sono assolutamente legittimi, altri non lo sono affatto, ma da quando mi interesso di astronomia e di storia dell’astronomia, non posso fare altro che trovare affascinante il “legame con la terra”, sia quella con la t maiuscola che quella con la t minuscola.

La mente corre subito al film La seconda Odissea del 2002 (quale migliore anno per continuare la storia di 2001, Odissea nello spazio? Peccato che il film, a mio modesto parere, non meriti più di una semplice citazione…) e a quel periodo felice durante il quale ho lavorato all’Osservatorio di Asiago. Lì tutti noi astronomi avevamo il nostro piccolo appezzamento di terra da coltivare e dava una grande soddisfazione prepararmi un’insalata usando gli ortaggi da me coltivati. Per non parlare del divertimento dato dal zappare facendo lunghe chiacchierate con Ulisse Munari, Alessandro Siviero e il tecnico Michele Roin.

Questo post sembrerebbe finito qui se non fosse che mio suocero, Angelo (ebbene sì, si chiama come me…) dal quale Domenica eravamo tutti a pranzo, ha comprato come sempre fa, il quotidiano La Repubblica.

In un post precedente ho già raccontato di quanto sia grato a questo quotidiano nella versione domenicale. In quella dell’altro ieri, non ho ravvisato particolari motivi per sentire così tanta gratitudine, ma una perla l’ho scovata ugualmente: a pagina quaranta vi era l’articolo Un orto ci salverà scritto da una certa Chiara Panzeri.

L’articolo non era particolarmente eccitante, ma solo perché, come per i fumetti Bonelli, non doveva esserlo. Vi si trattava di un problema che ultimamente va molto di moda e che fa presa sugli apocalittici informati: le previsioni disastrose sulla crescita demografica del futuro da coniugare con vari aspetti della realtà: dalla reperibilità delle materie prime, al lavoro; dalla crisi degli alloggi alla povertà crescente di molti strati della società; dall’inquinamento dell’aria al surriscaldamento globale, la tropicalizzazione di alcune aree geografiche e l’innalzamento del livello dei mari.

Nel pezzo della Panzeri, il focus era posto sul cibo e su come risolvere il problema di sfamare gli 8-9 miliardi di persone che si teme condivideranno presto le terre emerse. Sul finire, l’articolo apriva a una prospettiva capace di riproiettarmi nell’atmosfera che da poco avevo respirato col fumetto di Nathan Never. Infatti li la giornalista si chiedeva:

Dove andremo quindi a procurarci risorse alimentari che bastino per tutti? Magari sulla Luna. Per il momento, lo scenario appare improbabile, ma un primo esperimento la NASA lo sta tentando davvero. E se non per sfamarci dalla fame, piuttosto per amore della scienza. A Dicembre dello scorso anno, l’agenzia spaziale americana ha infatti presentato Lunar Plant Growth Habitat, un dispositivo progettato per contenere semi di basilico, rape e arabetta comune, che dovranno germogliare una volta arrivati a destinazione. Il kit è dotato di una serie di telecamere, per inviare alla base le immagini delle neonate piantine. L’orticello lunare vedrà il suo primo lancio – o almeno così pare – l’anno prossimo, nel 2015, quando si farà dare un passaggio dai concorrenti del Google Lunar XPrize, una competizione indetta dal colosso di Mountain View che promuove viaggi spaziali sulla Luna”

Ricordando che da tempo la fantascienza parla di colture idroponiche da realizzare altrove su pianeti e lune, i piccoli esperimenti sui cibi che la nostra Samantha Cristoferetti sta conducendo a bordo della Stazione Spaziale Internazionale e che quest’anno l’Expo sarà dedicato al tema dell’alimentazione, direi che gli ingredienti per credere che qualcosa di nuovo stia per accadere davvero ci siano tutti.

Mi aspetto una voce che, da un momento all’altro, esclami, terrificante:
“Il cosmo-pranzo è servito!” e mi consolo al pensiero degli ottimi tortellini alla panna, della vera bistecca e del radicchio a chilometri zero cucinati l’altro ieri da Teresa, mia suocera.  Per mia grande fortuna, quando entra in cucina, lei può ancora permettersi di non sapere  nulla di colture e agri-colture spaziali.

SZ

 

Sottofondo: Claude Debussy, Preludes & Image; pianoforte: Arturo Benedetti Michelangeli

http://grooveshark.com/#!/album/Claude+Debussy+Preludes+and+Image/7368767

Video su Vesta: https://www.youtube.com/watch?v=YSlEdE7zsgg

Quando il teorema è uno scalpello

Nuovo-A-sua-immagine-e-somiglianza

É stato da poco pubblicato un nuovo libro – un altro, nuovo libro – sul concetto di bellezza in matematica. Come sempre mi accade con pubblicazioni del genere, mi sono sentito compulsivamente chiamato a comprarlo e a leggerlo, ritenendo poi mio compito, addirittura, parlarne qui.

A questo punto direi che c’è un problema che non è di certo l’eccesso di pubblicazioni sulla bellezza della matematica o sullo stretto rapporto tra l’estetica e il pensiero matematico. Spero, anzi, che continuino a venir pubblicati simili inviti a riguardare matematica e arte da persone capaci di diluire la sottile linea di confine fra i due ambiti fino a farla sparire del tutto.

Il problema, invece, credo stia nella quasi totale assenza di libri sulla bellezza della scienza in generale e sui rapporti tra estetica e pensiero scientifico ampiamente inteso. Possiedo vari libri con questo carattere, ma purtroppo non sono pubblicazioni recenti. Credo ci si a un gran bisogno di nuove idee, di nuovi punti di vista anche su simili tematiche, quindi auspico l’uscita di testi che esaltino la bellezza di fisica, astrofisica, chimica, … mostrando la stretta parentela tra i modi di affrontare la realtà di scienziati e artisti.

Ma torniamo pure al libro, oggetto di questo post.

Si tratta di La fredda bellezza – dalla metafisica alla matematica, una raccolta minima pubblicata da Castelvecchi nella collana dal nome simpatico “(etcetera)“, interamente incentrata sul pensiero di André Weil e curata da un certo Nicolò Argentieri. La raccolta, dal titolo un po’ ruffiano (ricorda quello dell’ultimo film di Sorrentino “La grande bellezza” che tanto ha fatto parlare) non è del tutto nuova. Come viene specificato nell’introduzione, i testi scelti per questa edizione erano già presenti, ma non in italiano, nel volume contenente le opere complete di André Weil (Euvres Scientifiques, Collected Papers, Vol.1, Springer, New York 1979).

Purtroppo, pur avendo cercato in seconda, terza, quarta di copertina, non ho trovato traccia di informazioni circa il curatore. Una rapida indagine in rete forse mi ha permesso di identificare questo personaggio con un insegnante che si occupa anche di ricerca nel campo dei rapporti tra matematica e filosofia.

Direi che, chiunque egli sia, mi sta simpatico. Specie quando scopro che potrebbe essere quel Nicolò Argentieri che prova, con stile, a opporsi alle posizioni di un noto matematico il quale, non lo sapevo, ha anche un blog (oramai, pare, tutti ne abbiamo uno).

, con la stessa granitica sicurezza che avevo trovato in un libro in cui il personaggio noto parlava di quelli che, secondo lui, sono coloro i quali fanno male alla scienza ostacolandola con azioni e pensieri (alla fine della lettura, gli indizi in mio possesso sembravano indicarmi proprio in lui e in quelli che gli somigliano i nemici principali), tuona contro questo e quello da una prospettiva che non potrà mai essere la mia.

Questa recensione a La fredda bellezza che, come tutte le recensioni, qui considero più un’occasione per parlare di ciò che mi interessa davvero, rischia di essere piuttosto un commento alla prefazione di Argentieri il quale mi ha offerto più di uno spunto di riflessione. Chiunque egli sia, gli sono grato anche per questo. Contestualmente, chiedo scusa a chi si aspetta solo una approfondita analisi del testo di Weil. Se decidessi di farla, ci sarebbe troppo da dire e mi trovo costretto a compiere una scelta. Mi limiterò quindi a parlare di una parte del libro, la prefazione, facendo qualche necessario riferimento agli scritti del grande matematico cui la prefazione fa riferimento. Per la recensione vera e propria, invito a leggere “Il Giornale di Astronomia”, trimestrale della Società Astronomica Italiana (S.A.It) per il quale abitualmente scrivo.

Intanto diciamo che il contenuto di questo agile libretto è davvero minimo: oltre allo scritto introduttivo di Argentieri, contiene solo due testi. Il primo è una lettera di André a sua sorella, Simone Weil, in cui tenta (o fa finta di tentare) di spiegarle – perché, pare, da lei insistemente stimolato a farlo – di cosa lui si occupi.

Nella prefazione viene quindi sintetizzata in poche righe la natura del rapporto controverso tra i due famosi intellettuali, tanto simili (da alcune parole della figlia di lui, riportate nel libro, sembra lo fossero anche da un punto di vista fisico, tanto da poter sembrare gemelli) e dall’evoluzione tanto differente.

Il curatore, a questo proposito, nota “il tono abbastanza sbrigativo di André, una sua forma di durezza e di snobismo intellettuale, un evidente difetto di empatia, tanto da poter ipotizzare che l’interesse di Simone per la matematica fosse connesso anche alla ricerca di un ponte emozionale, di una breccia per scalfire la dura armatura di quel fratello molto ammirato, molto amato, eppure spesso distante e severo”.

Ma entriamo nel vivo dell’argomento annunciato nel titolo. Dice il Weil: La matematica non è altro che un’arte, una specie di scultura in un materiale estremamente duro e resistente. (…) Ma l’opera che si produce è un’opera d’arte e per questo inesplicabile (essa sola è la spiegazione di se stessa). Tuttavia, se la critica d’arte è un genere vano e vuoto, la storia dell’arte è forse possibile: e non si è mai, che io sappia, esaminata la storia della matematica da questo punto di vista”.

Ritengo bellissima la sua definizione di matematica. Assieme ad altre dello stesso tenore in cui mi sono imbattuto qui e là, dovrebbero essere poste nella prima pagina di tutti i manuali scolastici e universitari di aritmetica, algebra, geometria, analisi.

Ma se la domanda di Weil – in realtà, ha tutta l’aria di essere un suo personale assioma camuffato da ipotesi di lavoro – “Se la critica d’arte è un genere vano e vuoto” fosse davvero una domanda, allora risponderei subito no. Non so come si possa affermare o anche solo pensare qualcosa del genere, ponendo addirittura un simile sospetto alla base di una serie di argomentazioni successive sull’arte e bollando secoli di pensiero critico.

Venendo questa considerazione da Weil – che, per il tono di alcune pagine della sua lettera alla sorella, mi ricorda un po’ il piglio vanesio e per me alquanto indigesto dell’Hardy di Apologia di un matematico – posso capire la natura della sua domanda retorica, e adeguarmi, preparandomi al prosieguo della lettura.

Mi sentirei invece di appoggiare la sua proposta di riconsiderare la storia della matematica, ma anche della scienza, come quella di un’arte particolare per la quale l’artista è, alle volte, proprio quell’ordine metafisico tipico del discorso matematico, mentre in altre diventa la Natura stessa nelle sue varie manifestazioni (e se ordine e Natura coincidessero? Forse non esiste migliore definizione di Dio. Un Dio laico, con un seguito di fedeli e clero definitivamente razionali).

A un certo punto, Argentieri parla di azioni necessarie da compiere “se si vuole provare a colmare la distanza che separa la matematica dalla sua immagine pubblica; se si vuole ridurre lo scarto, culturalmente avvilente, tra un ambito essenziale della nostra creatività e la sua inadeguata rappresentazione sociale” e la cosa mi fa un po’ sorridere.

, perché scopro, solo perché ho notato per caso la presenza di ‘sto libretto (a causa delle ridotte dimensioni, sfugge facilmente a uno sguardo distratto degli scaffali delle librerie), che problemi con i quali da astronomo divulgatore combatto quotidianamente, accomunano anche nostri colleghi di altre discipline contigue.

Per carità: potevo intuirlo, ma a volte mi sembra che a lamentarci di poca attenzione siamo solo noi, fisici e astrofisici, mentre gli altri sembrano tutti soddisfatti del livello di attenzione che le loro materie ricevono dal grande pubblico. Ne deduco che il mio punto di vista risente del fatto che misuro tutto dalla mia posizione. Sono un lamentoso tolemaico.

Sarebbe furbo, oltreché bello, trovarsi tutti insieme, fisici, matematici, chimici, … per confessarci reciprocamente, in una sorta di outing accademico, questa incapacità di far breccia nell’immaginario collettivo sempre più distante da quello che nei dipartimenti di scientifici si fa davvero.

E quando Argentieri scopre che “quasi all’opposto, il senso comune – a volte anche quello più finemente informato – tende a confinare i risultati di una attività matematica in un confuso e indefinito territorio, il territorio della tecnica, tollerato con entusiasmo o a malincuore, in quanto esoterico produttore di strumenti e innovazioni indispensabili sul piano pratico (…) attività utili e degne di indiscutibile rispetto, ma che, tuttavia, possono essere serenamente ignorate perché ben poco hanno a che fare con la creatività, l’immaginazione e la produzione di cultura”, forse non si rende conto di dire qualcosa che ha lo stesso valore per tanti altri settori della cultura scientifica.

La matematica ancora attrae il pubblico col suo fascino metafisico (la stretta parentela tra matematica e metafisica è l’argomento del secondo testo di Weil contenuto nel libro) e sono sicuro che ancora vengono comprati molti libri di divulgazione di questa materia. Libri che, nella maggior parte dei casi, immagino traslochino dagli scaffali delle librerie alle mensole nei soggiorni degli acquirenti che quei libri non li leggeranno mai. Me li immagino tutti lì a compiere un acquisto, compulsivo anche il loro, che ha il solo valore di un tentativo estremo di riappacificazione con tristi fantasmi numerici del passato scolastico.

Tristi fantasmi che di solito genera la sola matematica e che non vengono evocati dalle altre materie scientifiche che si affrontano nel percorso di studi obbligatorio.

Numerofobia - Mia illustrazione apparsa per la prima volta nel trimestrale Sisssa News, house organ della SISSA di Trieste

Numerofobia – Mia illustrazione apparsa per la prima volta nel trimestrale Sisssa News, house organ della SISSA di Trieste

Si spiegherebbe così il successo che diversi esponenti famosi di questa materia – forse quella che tra tutte, risulta al pubblico essere la più ostica – riscuotono facilmente presso il grande pubblico: Odifreddi, Cédric Villani, Andrew Wiles… Per non parlare poi di grandi personaggi come John Nash e Alan Turing le cui vite, fuori dal normale come lo erano anche le loro idee, sono diventate di recente film e storie a fumetti.

É per questa consapevolezza, anzi, per questo sospetto (purtroppo non ho dati numerici sui numeri delle vendite di opere di divulgazione matematica da mettere a confronto con quelli di libri di divulgazione di altre materie), che non me la sento di sottoscrivere quanto dice il curatore quando sostiene che divulgare la matematica sia più difficile che per altre materie.

Dice l’Argentieri:

La ragione fondamentale di tale difficoltà è di ordine strettamente tecnico: la complessità concettuale e linguistica della matematica avanzata impedisce, di fatto, l’accesso alle grandi opere della sua storia (…). Queste opere (…) sono precluse ai non matematici. Non è così per altri campi dell’arte o della scienza. La cappella Sistina, le opere di Bach, le poesie di Leopardi sono immediatamene fruibili da tutti”.

E poco più oltre afferma che “in qualche modo è possibile riformulare ciò che la fisica ha scoperto perché possiamo indicare un oggetto del discorso riconoscibile anche mantenendosi all’esterno del linguaggio scientifico specialistico”.

Dissento. E lo faccio per vari motivi che vado a elencare. Il primo è che divulgare la matematica moderna presenta una certa sovrapposizione col problema di divulgare alcuni problemi della fisica moderna, e viceversa.

Non è possibile capire davvero cosa accada nel mondo subatomico senza un adeguato apparato matematico che molto ha da condividere con ciò che i matematici di oggi hanno elaborato.

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Biomatica – Mia illustrazione apparsa per la prima volta sul trimestrale S.I.S.S.A. News, house-organ della SISSA di Trieste

A dimostrazione di ciò, vi è il fatto che un astrofisico che non si occupi specificamente di astrofisica nucleare, difficilmente si godrà la lettura degli articoli scientifici elaborati dai fisici dell’esperimento Atlas, solo per fare un esempio. Probabilmente, deciderà di farsi spiegare cosa viene fatto lì al CERN da un buon articolo divulgativo scritto da un srio giornalista scientifico.

Come già aveva intuito Dirac e come la stessa storia della scienza ci spiega, dietro il più astruso e apparentemente inutile teorema matematico, potenzialmente si celano tante spiegazioni di aspetti della Natura.

Di conseguenza, se vogliamo, il discorso matematico si diverte a muoversi libero in spazi n-dimensionali fino a implodere nello spazio a poche (da 4 a 11) dimensioni della fisica moderna non appena viene applicato a un problema fisico.

Quando poi dice che “possiamo indicare un oggetto del discorso riconoscibile anche mantenendosi all’esterno del linguaggio scientifico specialistico”, va a toccare un nervo scoperto della divulgazione. Parlando di particelle subatomiche, ad esempio, l’unico, vero strumento utile per il divulgatore che voglia far capire a grandi linee cosa accada davvero a quelle scale è la metafora.

Strumento utilissimo, quindi, ma anche estremamente insidioso, se non addirittura infido: la metafora, piuttosto che venir identificata dall’uditorio come una scorciatoia usata consapevolmente dal comunicatore per accompagnare chi ascolta fino al senso di una ricerca, viene spesso confusa con la realtà vera delle cose; con la spiegazione scientifica vera e propria. Da essa nascono tutta una serie di incomprensioni, falsi convincimenti, luoghi comuni e leggende sul mondo della ricerca e degli scienziati. Una serie di convincimenti che, essendo facili, maneggevoli, intriganti, pret-a porter, risultano difficilissimi da sradicare dalla visione pubblica della scienza.

Inoltre, la complessità lingustica di cui parla, è figlia di una equivalente complessità concettuale. La lingua evolve, cercando di accontentare le nuove esigenze rappresentative e non c’è dubbio che questo fenomeno accomuni tutti i campi dello scibile. Pur non sapendo molto di chimica, di genetica, di biochimica, … sono portato a immaginare che qualsiasi esperto di ognuno di quei campi potrebbe confermarmi quanto il lessico delle loro materie si sia complicato, allontanandosi sempre più dal livello di comprensibilità intuitiva che possedeva fino a soli cento anni fa.

Non a caso, per avvalorare ciò che dice, ll’Argentieri compie un raffronto tra le ultime scoperte matematiche e la Cappella Sistina, le opere di Bach e le poesie di Leopardi.

Weil nacque nel 1906 e morì nel 1998. Sarebbe stato più onesto o quantomeno opportuno attuare un raffronto tra le teorie matematiche del ‘900 con alcuni tipi di installazioni artistiche, con i quadri di Pollock, di Fontana, di Burri; con gli affreschi di Rivera, con i brani di Ligeti, di Xenakis o di Hindemith e con le poesie della neoavanguardia, ad esempio. Tutte opere che vivono in un iperuranio di incomprensibilità per la maggior parte dei tax-payers. Un iperuranio che condividono con molta, forse tutta la scienza del ‘900 e di questo primo assaggio di nuovo secolo.

A pensarci bene (o forse dovrei dire “a essere ottimisti”), se non fosse che sappiamo usare un ipad e sappiamo andare in rete, la cultura media di ognuno di noi potrebbe risultare essere adeguata a ciò che si sapeva nell’800. Io sono certo di avere un livello culturale che in alcuni campi è vergognosamente elementare, e non posso proprio farci nulla. La società a volte mi sembra arrancare, caracollando su sentieri aperti da innovatori che, nei loro rispettivi campi di interesse, si trovano a essere avanti di più di un secolo rispetto al mondo nel quale vivono.

Forse se ne rende conto anche lui, l’Argentieri, e nel prosieguo della sua prefazione sembra ravvedersi in corso d’opera quando, dopo qualche pagina, in un bellissimo passo, afferma:

I nuovi, potentissimi strumenti concettuali creati per radicalizzare il carattere formale e astratto del linguaggio matematico spezzano definitivamente il legame tra la matematica e il mondo sensibile. Come l’arte delle avanguardie, la matematica novecentesca (ma l’impulso arriva dall’Ottocento) sembra ricavare l’origine e la necessità delle proprie creazioni dalla rescissione unilaterale del patto mimetico fra parola e cosa”

Ancora una volta (ne ho parlato nell’articolo Zibaldòn de Leblond), scopro utile rifarmi a quanto dice Jean-Marc Levy-Leblond nel suo Scienza e cultura, a proposito della divulgazione. Lì il fisico e filosofo francese invitava i comunicatori della scienza a non tentare di diffondere le ultime, avanguardistiche novità, impiegando piuttosto le energie per soffermarsi un tempo necessario e sufficiente sulle acquisizioni della scienza del passato. Quelle stesse che erroneamente tendiamo a ritenere di pubblico dominio, quindi banali, noiose e scontate.

Per capire quanto sia errata certa divulgazione, attuata da personaggi che tutto dovrebbero fare tranne che divulgare, basta proprio aprire due pagine a caso della lettera di Weil alla sorella riportata nel libro “La fredda bellezza”.

Si scopre facilmente che il grande scienziato, in questo caso, il grande matematico, spesso non possieda affatto gli strumenti per farsi capire. Il primo, il più prezioso e indispensabile di questi strumenti è la reale voglia di essere comprensibile. Un desiderio che possiamo chiamare “emergenza espressiva” per i più creativi e/o egocentrici tra gli scienziati, mentre per gli altri si tratta di reale e puro interesse per la diffusione delle idee.

Il Weil delle prime pagine del libretto qui in esame, e tutti i vari aspiranti Weil che pretendono di fare della divulgazione ritenendosi capaci di default di attuarla, sono quelli che mi sembrano comunicare solo la loro noia nello spiegare, condita a volte con un vacuo egocentrismo, il vero e malcelato desiderio di spiegare senza spiegare, di essere ostici per alimentare un’aura di genialità e di incomprensibilità.

Spero basti, a tal proposito, riportare solo una piccola parte della lettera di Weil alla sorella, per capire cosa significhi far finta di aver voglia di dire senza davvero dir nulla, oltretutto beandosi della propria inentellegibilità. Ad esempio, a pagina 33 di La fredda bellezza possiamo leggere:

Lo studio delle radici n-esime dell’unità e, come si direbbe oggi, la teoria di Galois per i corpi generati da queste radici e i loro sotto-corpi (il tutto senza usare nella scrittura gli immaginari, né altre funzioni a parte le trigonometriche, e giungendo alla condizione necessaria e sufficiente affinché l’n-agono regolare sia costruibile con riga e compasso) cosa che appariva come un’applicazione della definizione data all’inizio, come ipotesi preliminare per la soluzione delle congruenze, del gruppo moltiplicativo deo numeri di modulo m.

Un passo che alterna a fitte nebbie concettuali, frasi che danno a chi legge l’impressione di aver colto qualcosa che si sa, qualcosa che sia facile e intuitvo. “Diamine: sta solo cercando di dirmi come si disegna una figura geometrica col compasso!”. Dopo aver pensato questa frase che regala un attimo di fiducia in se stessi, si ripiomba nel forte sopsetto di non aver capito proprio nulla. A meno che l’interlocutore non sia un matematico di professione, dubito che si possa accrescere la propria conoscenza di una materia grazie a un discorso che trova la sua semplificazione massima proprio nel periodo precedente per voi volare ancora più in alto in altri punti della lettera.

Mi trovo invece del tutto d’accordo con l’Argentieri quando fa notare che negli scritti di Weil, “come in molte altre testimonianze che si potrebbero citare, si è colpiti dalla qualità dei sentimenti descritti e delle immagini evocate. Si parla di fatica, tormento, gioia indicibile. E poi inadeguatezza, sconforto, euforia. Pensare che la fredda andatura del pensiero matematico sia compatibile con questo genere di sensazioni è una circostanza che sorprende e sconcerta. Si tratta di stati d’animo normalmente associati all’attività creativa, alla fatica del dare forma, del portare all’esistenza qualcosa che prima non c’era”.

Ecco, nel tentativo di capire quali siano i legami tra agire scientifico e agire artistico, credo si debba partire proprio da qui: dai processi mentali e dalle sensazioni innescati nell’animo di chi a queste attività si dedica. Si scopre che al centro, tra arte e scienza, c’è sempre lui, l’uomo, comunque capace di trovare qualcosa per cui valga la pena di commuoversi ed emozionarsi.

SZ

http://www.castelvecchieditore.com/la-fredda-bellezza/

Sottofondo: Charlie Parker, Bird of Paradise

http://grooveshark.com/#!/album/Bird+Of+Paradise/2375981

Aforisma 2: Claude Debussy Dixit

Terzo-solo-del-flauto-Debussy

 

Paolo Manetti, nell’introduzione al volumetto Il pomeriggio di un fauno (1) di Stéphane Mallarmé, cita un certo Luigi de Nardis che, in un suo libro (2), afferma:

Il Monologue d’un faune pone per la prima volta Mallarmé di fronte a nuovi problemi, gli stessi che nell’estate del ’65, in curiosa concordanza di date, cominciavano a porsi Monet, Renoir e Bazille drizzando i loro cavalletti nel bel mezzo della foresta di Fontainebleau: la figura immersa nella luce naturale, all’aria aperta, il fogliame, le acque.

Sempre Manetti riiferisce poi che, dopo alterne vicende e revisioni, il libello di Mallarmé venne pubblicato nel maggio del ’76 dall’eitore Derenne, con una edizione di lusso e col titolo di Après-midì d’un faune. Quegli anni dal ’73 al ’76 sono importanti per il movimento impressionista. Essi infatti

Segnano il culmine della stagione impressionista interpretata da Manet con assoluto rigore logico e formale, nella somma aderenza a una visione del reale ma anche all’intelletto creativo. Riflessi quindi e non limiti sensoriali in un raffinato contesto culturale che s’abbandonava coscientemente alle impalpabili vibrazioni del colore e insieme manteneva una sorvegliata cerebralità e un’accurata osservazione psicologica. Sono gli anni in cui Courbet, Renoir, Pissarro, Sisley, Manet vanno in gruppo a studiare i riflessi delle acque, delle foglie, del paesaggio, della luce, e Mallarmé, anch’egli   attirato dall’acqua e affascinato dalle nuove problematiche, affitta nel ’74 una casetta a Valvins, di fronte a Fontainebleau, riprende nel ’75 la trama dell’eroe silvano, e lo conduce finalmente a compimento.

Segue lo spoiler del libro di Mallarmé: di fronte a una palude della mia amata Sicilia, il poeta immagina un fauno mentre, assaporando persistenti sensazioni erotiche provocate dall’essersi ritrovato in compagnia di alcune ninfe nel frattempo andate via, tenta di tradurle in musica con il “nobile congegno di fughe, maligna siringa”. Praticamente uno strumento ottenuto dall’accostamento di tanti flauti, ognuno accordato in modo da emettere una singola nota, ricavati da segmenti di canna di lunghezze diverse.

Questo particolare strumento, molto usato nella musica andina, viene detto anche flauto di Pan, dio che spesso veniva rappresentato con l’immagine di un fauno. In francese, il flauto di Pan o siringa si dice anche Syrinx. Inutile dire che io veda una certa similitudine tra questo aerofono e un altro a me caro: l’armonica

Nel Booklet di un CD che possiedo (3) contenete il Bolero e Daphnis et Chloé di Ravel, La Mer e il Preludio al pomeriggio d’un fauno di Debussy, nel presentarci la figura di quest’ultimo compositore, Costantin Floros ci ricorda come egli non amasse la definizione di impressionista, ritrovandosi suo malgrado a essere l’autore di un’opera che può essere considerata proprio il manifesto di quella corrente musicale.
Continua poi dicendo che

Non si può negare che tra la sua musica e la sua estetica da un lato, e l’impressionismo pittorico dall’altro, esistono molteplici parallelismi, analogie e relazioni reciproche. Così Debussy trovò spessissimo in impressioni esterne uno stimolo per le proprie composizioni. Le sue opere, molte volte, riproducono in musica delle impressioni visive e acustiche. (…) Il “Preludio al pomeriggio d’un fauno” è considerato, non a torto, l’opera fondamentale dell’impressionismo musicale. La composizione fu ispirata dalla poesia simbolica di Mallarmé “L’après midì d’un faune”

E qui il cerchio si chiude. Pittura, poesia, musica alla  fine del secolo XIX “complottavano” per creare un movimento culturale che ancora oggi fa vibrare col suo carico di significati e rappresentazioni.

Cercando in rete, ho trovato un interessante programma di sala scritto da un certo Ennio Melchiorre il quale ci racconta che il Preludio di Debussy

ottenne un successo immediato, tanto da essere replicato come bis. Non mancarono delle critiche a livello di professori di Conservatorio e uno di essi ebbe a pronunciare un giudizio rimasto storico. «C’est une sauce sans lièvre» (è una salsa senza lepre), disse, perché nel preludio debussiano non ci sarebbe un tema e uno sviluppo tematico, ma soltanto una indefinibile modulazione della frase melodica.

Il Melchiorre continua citando un giudizio di Pierre Boulez sul poema sinfonico di Debussy nel quale, oltre a esservi la spiegazine chiara e sintetica di come mai a più di cento anni dalla composizione del brano, esso ancora ci colpisca intensamente, mi sembra vi sia  un’ottima descrizione proprio di cosa debba essere inteso per impressionismo in musica:

Il flauto del Faune instaura una respirazione nuova dell’arte musicale; l’arte dello sviluppo viene sconvolta ma non quanto il concetto stesso della forma, che liberato dalle costrizioni impersonali dello schema, dà libero corso ad una espressività sciolta e mobile, ed esige una tecnica di adeguamento perfetta e istantanea. L’impiego dei timbri appare essenzialmente nuovo, di una delicatezza e sicurezza di tocco eccezionali; l’impiego di certi strumenti, flauto, corno o arpa, riveste le caratteristiche principali della maniera che Debussy userà poi nelle sue opere ulteriori; la scrittura dei legni e degli ottoni di una leggerezza incomparabile, realizza un miracolo di dosaggio, di equilibrio e di trasparenza.

Il Boulez ritorna ancora nel booklet del CD pubblicato dalla rivista Amadeus. Vi si può leggere l’analisi di Ennio Petazzi che mi sembra il caso di riportare per intero:

La melodia del flauto, all’inizio, si profila senza accompagnamento, sospesa, «così carica di voluttà da divenire angosciosa» (Jankélévitch), di incerta definizione tonale. Il «respiro nuovo» che Boulez sottolineò in questa frase è degno davvero della «sonora, vana e monotona linea» creata dal fauno di Mallarmé sul suo strumento: un arabesco che si libra struggente in un vuoto, in una totale assenza di certezze. Iniziando sempre con la stessa nota, che ogni volta fa parte di un’armonia diversa e assume nuovi colori, il flauto ripete la sua melodia in situazioni instabili e mutevoli, proponendone sottili varianti, che si collegano con logica intuitiva e a poco a poco si discostano dall’effetto di libera, indeterminata, sospesa improvvisazione suggerito dalle prime battute. Le idee che si presentano poi nel corso del pezzo si rivelano affini alla melodia iniziale e possono essere considerate sue derivazioni, dai profili sempre più precisi, fino al momento in cui, esattamente a metà del pezzo, viene presentata una lirica idea in re bemolle maggiore (non immemore forse del Notturno op. 27 n. 2 di Chopin) dal gesto intenso ed espansivo. La sezione centrale, preceduta da un primo «sviluppo», rappresenta nel Prélude il momento meno lontano da echi del passato, fra l’altro wagneriani, ed è caratterizzata dalla tensione di grandi archi melodici e da procedimenti armonici concatenati secondo una logica più familiare: poi si ha un nuovo «sviluppo» e una sorta di ripresa sensibilmente variata.
Essa sfocia in una coda che si spegne e dissolve con la massima delicatezza in un’atmosfera sospesa, come se la musica tornasse all’ombra e al silenzio misteriosamente, come ne era uscita: davvero nel Prélude Debussy appare idealmente più vicino a Mallarmé proprio dove trova gli accenti più inconfondibilmente personali.

Questi aforismi musicali saranno spesso connessi a un inevitabile amarcord personale. In questo caso, non posso fare a meno di ricordare che a farmi conoscere quest’opera è stato mio padre.
Non riesco ovviamente a recuperare il dato circa il giorno di quel lontanissimo periodo della mia storia (sarà stato l’ottantotto o l’ottantanove) in cui mi parlò del Prèlude di Debussy, anche se, stranamente, so quale fosse la fascia oraria: stavamo andando a pranzo, quindi eravamo sulla via di casa, a bordo della nostra vecchia Fiat 500 bianca, un modello degli anni ’70 che – già all’epoca suonava comico – si chiamava Nuova 500.

Non abbiamo mai posseduto un’autoradio, né uno stereo. Proprio in quegli anni comprai per l’enorme cifra di quasi cinquecentomila lire, uno dei primi lettori CD, quello della SONY. L’acquisto, unitamente a due casse da un watt ciascuna (!), risultò essere una vera svolta nella mia vita.

Prima di allora avevo sempre ascoltato musica da audiocassette che, con l’uso continuo, perdevano progressivamente l’intonazione. In alternativa, mi abbandonavo spesso ad ascolti serali nello studio di mio padre, un fan di un canale radio RAI (se non sbaglio, all’epoca era il secondo che rivestiva la funzione che ora è del terzo canale). Avendo fatto quell’acquisto, iniziai a collezionare CD che spesso altro non erano se non la traduzione in questo all’epoca rivoluzionario formato di quegli stessi LP che ascoltavo da zio Francesco.

Di ritorno da un viaggio a Londra, mio cugino Gianluca mi portò in regalo il CD Bye Bye Blackbird di John Coltrane; in seguito, comprai il disco della Deutsche Grammophone contenente i brani che elencavo (con l’unica differenza che vi era la Pavane pour une infante défunte al posto del Bolero presente nell’edizione oggi in mio possesso), diretti da Herbert von Karajan e suonati dai Berliner Philarmoniker. E così, sotto ottimi auspici, iniziò la costruzione della mia discoteca personale.

In realtà, il disco con i brani di Ravel e Debussy non è quello che possiedo al momento, che è un acquisto recente.
Il primo purtroppo non lo trovo più. Aveva una bellissima copertina con la foto del mare al tramonto (aprés midì) che si infrange su una spiaggia e, sempre diretto da Karajan, conteneva la famosa versione di La mer nella quale a un certo punto – se non sbaglio, era nel primo movimento De l’aube à midì sur la mer, dalle parti della sezione 10, lì dove l’indicazione di tempo passa dai 6/8 ai 12/8 – il maestro starnutisce.

Per me, che fino a pochi giorni fa non ho posseduto la partitura del poema sinfonico debussiniano, quello starnuto sembrava quasi essere stato previsto dal compositore il quale, nell’atto estremo di rappresentare la distesa oceanica e il concetto stesso di umido, poteva avere scritto qualcosa fra i righi musicali per suggerire al direttore di esibirsi in una coltissima e sonora esternazione di un certo disagio polmonare.

Dirò di più: se anche vi fosse stata la voce della madre del piccolo Herbert a intimargli di uscire dall’acqua perché si stava raffreddando, l’avrei accettata come il testo del brano (Mogol-Debussy), quindi come parte integrante e necessaria dell’opera.

Quando per la prima volta mio padre mi parlò del Preludio al pomeriggio di un fauno, mi disse che Debussy aveva tratto ispirazione da una poesia di Mallarmé (che lui possedeva, ma che non cercai mai nella sua libreria) e che ascoltando quel brano sembrava quasi di vedere il fauno alle prese con un motivo che gli era venuto in mente durante l’ozio pomeridiano, ma che non riusciva a portare avanti così da dargli una forma e un degno finale. Da qui deriverebbero quindi le numerose ripetizioni del tema principale che, a volte trasportate in tonalità differenti, si ritrovano lungo tutto lo sviluppo del poema sinfonico.

Non so se si trattasse della sua interpretazione al brano o se l’avesse letta da qualche parte. Fatto sta che quell’immagine ancora mi accompagna e, del brano, propongo qui solo la terza volta in cui il fauno di Debussy prova a sviluppare quell’idea, quel pigro cromatismo discendente che ogni volta fa fatica a risalire al Do diesis di partenza e che in sole dieci battute riesce a trovare tutto il tempo e lo spazio per diventare uno dei più famosi periodi musicali della storia della grande musica.

Quel primo incrocio fra diverse esigenze di evocare, tramite un fauno, una silvanità che già a fine ‘800 si andava velocemente perdendo, esigenza manifestata da poeti, pittori e musicisti, si riproporrà nei primi anni del secolo successivo anche nella scrittura teatrale: nel 1913 venne rappresentato Psyché, un dramma in tre atti di Gabriel Mourey tratto dal mito di Pan così come narrato ne Le Metamorfosi di Apuleio (4) con la sola eccezione dell’epilogo: se Mallarmé narra di un assopimento del fauno, Plutarco ne narra la morte e Mourey, nel finale di Psyché, fa sua questa seconda opzione.

La composizione della colonna sonora fu affidata a Debussy al quale Mourey chiese di scrivere “l’ultima melodia che Pan suona prima di morire”. Come ho trovato in una edizione del brano (5), il compositore francese, in una delle lettere con le quali comunicava al regista lo sviluppo del suo lavoro, scrive:

Ancora non ho trovato quello che cercavo… in quanto un flauto che  canta sull’orizzonte deve contenere la sua emozione! Cioè, non c’è tempo per ripetizioni, e una esagerata artificiosità avrebbe l’effetto di rendere rozza l’espressione dal momento che la linea o il pattern melodico non può fare affidamento sull’intervento di alcun colore. La pregherei di dirmi, con estrema precisione, dopo quale verso parte la musica? dopo diversi tentativi, sono giunto alla conclusione che bisogna limitarsi a far suonare il flauto di Pan da solo senza accompagnamento alcuno. Il che è molto più difficile ma più nella natura delle cose

É così che a 150 anni dalla composizione dell’ultimo brano per flauto solo, la Sonata in La minore di Carl Philipp Emanuel Bach, nacque Syrinx, in Si bemolle minore.
In seguito, l’idea tutta mentale che avevo del fauno ha dovuto fare i conti con alcune immagini create da altri nelle quali mi sono imbattuto.

Tra tutte, la mia preferita è quella di Bruno Bozzetto (6) che, a cento anni dalla pubblicazione della poesia di Mallarmé, costruì un meraviglioso cartone animato a commento del poema sinfonico di Debussy. In esso, il fauno è oramai avanti negli anni, ma non si è ancora arreso all’idea della virilità perduta e, eterna vittima dell’”acceso rubino dei seni audaci” che fanno “ancora rubefatta l’aria immota” (Mallarmé), dopo aver incassato i rifiuti di tutte le ninfe che avvicina, si avvia con rassegnazione al tramonto, quindi alla morte, similmente a quanto immaginato da Plutarco per il dio Pan.

Nonostante di immagini ne abbia trovate tante anche grazie alla rete che sul finire degli anni novanta iniziava a colmare lacune nell’ignoranza della mia generazione, decisi di dare una mia rappresentazione musicale e visiva del fauno. Come dice il già citato De Nardis, “è “figura che ha in sé la rappresentazione dell’infanzia del mondo, di un’età primitiva dove la realtà fosse costituita dì possibilità aventi in sé i futuri sviluppi delle forme e degli esseri”. L’Ilaria Mazzuco in un suo libro (7) da poco uscito, descrivendo il dipinto “La morte di Procri” di Piero di Cosimo (1461, 1522), fa notare quanto fosse un tempo negletta la figura del fauno, spesso equiparata a quella del satiro e, come il di Cosimo sembra aver suggerito nel suo dipinto, da rivalutare in alcuni suoi aspetti decisamente positivi.

Tra Mallarmé, Debussy, Bozzetto, Di Cosimo, ma anche Bénigne Gagneraux, William-Adolphe Bouguereau, il Correggio e altri numerosissimi esempi di rappresentazioni letterarie, musicali, piittoriche di satiro-fauno rinvenibili in rete e non solo, si completa abbastanza il quadro delle varie interpretazioni date a questa figura.

L‘evoluzione ulteriore della sua immagine selvatica (e per questo fin troppo gaudente, secondo certa cultura da sempre attenta a deprimere spontanei “inni alla gioia” per privilegiare lo svilimento della carne e del nostro essere anche animali), nata in grecia come satiro e proseguita nella cultura latina come fauno, si può cogliere nella traduzione credo medioevale datane dalla cultura cristiano-cattolica. In qualche oscuro momento storico, si è provveduto a sovrapporre alla quasi sempre innocua divinità silvana, l’immagine del diavolo, quindi del male assoluto, sempre dotato di corna, occhi, orecchie, coda e zampe di capra.

copertina-quanta-copiaÉ possibile trovare sia una rappresentazione musicale (il mio brano intitolato proprio Fauno) che una visiva di quel personaggio mitologico anche nel mio primo disco Quanta (8), un CD tutto suonato in solo e che ho registrato nello studio dell’amico Pasquale Morgante per poi pubblicarlo nel 2000 con la casa discografica M.A.P. di Milano. In seguito è stato ripubblicato dall’agenzia modenese Le Muse Group e in esso, tutti gli echi delle raprpesentazioni, fatta esclusione per quelle in connessione col male, sono confluiti come un fiume in piena.

Il libretto di Quanta era essenzialmente un leporello, un termine di cui fino all’anno scorso non conoscevo l’esistenza e che sta a indicare un lungo foglio ripiegato a fisarmonica, che si legge dispiegandolo per intero e non sfogliandolo come un libro. Una volta aperto, su di un lato si trovano le foto che mi furono scattate da un altro amico, il bravissimo Mauro Cionci (http://www.nikonphotographers.it/maurocionci), mentre sull’altro vi è una specie di storia che ho narrato con poche parole e con quattro illustrazioni originali.Fauno-low

Tra queste, vi sono un calamaro gigante (giant SQUID!) che affiora in superficie e il fauno che trovate qui di fianco.

Si tratta di un mio autoritratto col quale intendevo rappresentare un mio profondo desiderio di suonare la Natura e la Fisica che usiamo per colloquiare con essa , idea che sosteneva l’intero disco.

Non mi resta che augurarvi un buon ascolto (chiedo scusa se, come noterete, l’ancia del DO nel terzo spazio a battuta 5 mi abbandona preferendo emettere una nota tendente al SI…) e un buon divertimento nel provare a seguire col vostro strumento in Do le note che ho riportato nello spartito allegato, del tutto simile a quello dell’edizione Dover (9) delle opere orchestrali di Debussy.

SZ

(1) Mallarmé, Stèphane, Il pomeriggio d’un fauno, a cura di Paolo Manetti, Einaudi;

(2) Luigi de Nardis, L’Ironia di Mallarmé, Sciascia, Caltanissetta, 1962;

(3) Ravel, Bolero, Daphnis et Chloé, Debussy, La mer, Prèlude à l’après-midì d’un faune, Berliner Philarmoniker, Herbert von Karajan, Deutshe Grammophone

(4) Apuleio, Le metamorfosi o l’Asino d’oro, Einaudi;

(5) Debussy, Claude, Syrinx (La Flute de Pan), Wiener Urtext Edition, Schott/Universal Edition;

(6) Bozzetto, Bruno, Allegro, non troppo

//www.dailymotion.com/video/x23rx9f_prelude-a-l-apres-midi-d-un-faune_creation

(7) Mazzuco, G.  Ilaria, Il Museo del Mondo, Einaudi

(8) Adamo, Angelo, Quanta, MAP, 2000

Lo si può trovare in vendita alla seguente pagina:

http://www.jazzos.com/products0.php?artist=502134&module=artists&cat=TOP&search_type=artist&search_string=angelo+adamo

(9) Debussy, Claude, Three Great Orchestral Works, Dover

http://www.flaminioonline.it/Guide/Debussy/Debussy-Preludefaune.htmlhttp:

L’amore ai tempi di Interstellar

Lancio sentimentale - mia illustrazione pubblicata per la prima volta sulla rivista SISSA News. house-organ della S.I.S.S.A. di Trieste

Lancio sentimentale – mia illustrazione pubblicata per la prima volta sulla rivista SISSA News. house-organ della S.I.S.S.A. di Trieste

Sono finalmente riuscito ad andare a vedere Interstellar.
Immagino che, dopo aver fatto di recente una polemica con quanti lo denigravano sine ulla spe (https://squidzoup.com/2014/11/20/un-film-fantascientifico-avvincente-e-scientificamente-esatto-fallo-tu/), ci si aspetti che io sia coerente almeno con me stesso affermando di averlo gradito senza se e senza ma.
Ebbene, correrò il rischio di risultare poco propenso a contraddirmi, scrivendo che sì, mi è piaciuto davvero tanto. É sembrato anche a me di notare delle falle nell’impianto narrativo, alcune piccole, altre più grandi. Sulle piccole sorrido (e non rido sarcastico) in quanto mi sembrano, strano a dirsi, semplici sviste registiche. In particolare, ne cito una notata da mio cugino, Gianluca Barbaro: la navicella che necessitava del passaggio offerto dal razzo vettore per arrivare in orbita attorno alla Terra, è la stessa che riesce ad evitare l’arrivo dell’onda sfuggendo addirittura fin oltre l’atmosfera di un pianeta con una gravità superiore del 30% rispetto a quella della Terra.
Sulle incongruenze più grosse, sospetto che qualcosa mi sfugga per il semplice motivo che, non essendo un relativista, ritengo normale non capire ciò che deriva dalla drammatizzazione di un calcolo raffinato eseguito da Thorne.
Insomma, sono più portato a pensare che, se qualcosa non mi torna, non è che non torni in generale. No, piuttosto credo che non mi risulti chiara solo a causa della mia ignoranza.
Lascerei quindi il compito di imbastire circostanziate polemiche a chi se ne intende (ma che se intenda davvero…) di Relatività Generale; a chi se ne intende davvero di cinema e soprattutto a coloro, se ve ne sono – immagino siano un sottoinsieme minuscolo dei tuttologi – che se ne intendono di rapporti tra Relatività e Cinema.
Della storia non ho gradito (o forse non ho capito…) molto la teoria sull’amore come collante cosmologico, ma direi che ci stava. Anzi, direi che, pur essendo un film americano, sono stati bravi nel limitare, se non addirittura a evitare, le solite sequenze melense a base di bandiere a stelle e strisce innalzate, mani sul cuore e frasi come “Dio lo vuole” & affini.
Ho sempre trovato simili scene fastidiosamente gratuite, o meglio, necessarie solo per un pubblico statunitense: un pubblico che alle elezioni vota il candidato con la camicia più bianca di quelle degli altri, quello che si fa riprendere mentre con la famiglia al completo va a messa alla Domenica per poi recarsi alla partita di baseball o a mangiare il tacchino nel giorno del ringraziamento (lo so, lo so: sto parlando di un modello politico che è da tempo anche italiano, se non addirittura europeo).
In questo, Interstellar mi è sembrato più equilibrato di tantissimi altri film e immagino che, per lo stesso motivo, a molti sia risultato carente di una per loro “necessaria” dimensione spirituale. Quella c’è, ma una volta tanto, dimostrando forse una certa furbizia, non è stata rimarcata troppo la matrice protestante o cattolica, lasciando così che tutti i fruitori del film possano intravedere il proprio sfondo religioso dietro le scene più riconducibili all’entusiasmo (*).
Due aspetti, lo confesso, mi hanno davvero colpito in modo speciale.
Il primo è la rappresentazione del buco nero che, non a caso, dicono essere la migliore mai elaborata fino a oggi seguendo i dati scientifici a nostra disposizione. Ancora ora, ripensandoci, trovo quelle scene terrificanti e tremendamente affascinanti (volevo scrivere “attraenti”, ma mi sembrava un po’ pleonastico…). Insomma, roba da far tremare i polsi di paura, regalando al contempo un fortissimo desiderio di essere lì a orbitare  attorno al “mostro” per ammirare la bellezza struggente, ipnotizzante di una manifestazione così estrema della Natura.
Mi immagino per un attimo col cappellino a zuccotto tenuto con la visiera sulla nuca, col cappuccio sulle spalle e i jeans “a cacarella”, mentre mi batto il petto con il pugno proprio come un qualsiasi ridicolo simil-rapper de noantri, urlando Respect! alla volta del buco nero davanti a me.
La seconda è l’insostenibile malinconia, una lacerante disperazione, che mi ha assalito pensando al distacco dagli affetti che comporta un viaggio nel cosmo come quello intrapreso dal protagonista.
Sempre in quel primo articolo che ho scritto pochi giorni fa su Interstellar, parlavo di come la vita mi sia cambiata a partire da d.G., ovvero dopo la nascita di Giovanni. Quando ancora vivevo nell’a.G., una fase durata ben quarantaquattro anni, pensavo e affermavo, ostentando una incrollabile sicurezza, che non avrei mai esitato a partire, a lasciare il pianeta sul quale da sempre vive il genere umano, se mai mi fosse stata offerta l’opportunità di viaggiare nel cosmo.
Sin dalle prime scene del film invece, in un crescendo abbastanza rapido da pp a ff (notazione musicale per pianissimo e fortissimo), ho intuito quanto fosse cambiato nel frattempo il mio stato interiore; ho realizzato quanto tutto sia mutato a partire da quel d.G.. Non voglio rischiare di nuovo di essere frettolosamente spocchioso nell’ipotecare il futuro: temo la possibilità di trovarmi di nuovo al cospetto di simili, imbarazzanti cambi di convinzioni. In ogni caso, oggi credo proprio che tentennerei alla Quinto Fabio Massimo, snervando la NASA o chi per lei, di fronte all’offerta di partire per un viaggio nel cosmo che non mi faccia rivedere più mio figlio o che mi faccia tornare sulla Terra trovando in lui un mio coetaneo; peggio, un irriconoscibile vecchio che porta il suo nome, prossimo alla morte.

Diciamola tutta: oggi come oggi, credo proprio che rinuncerei.

Ecco, questo film, oltre ad avermi confermato più di tanti altri il vero fascino dell’universo, un fascino tutto racchiuso nella sua esagerata incomparabilità con la nostra dimensione microbica, mi ha fatto intenerire pensando a quanto siamo legati a questa scheggia cosmica sulla quale poggiamo.

Dipendiamo da essa per l’aria, l’acqua, la luce, …,  finanche per la nostra storia e le dinamiche interpersonali che solo qui hanno senso. Sì, vero: continuano ad averlo in orbita e basta osservare come molti di noi si sono emozionati e commossi, addirittura, seguendo ieri il viaggio della nostra fantastica Samantha Cristoforetti.

Ma già pensare di andare più lontano della Luna, piuttosto che far sentire la potenza dei sentimenti così come descritti nel film, sentimenti capaci di vincere il cosmo unendo chi è distante, credo metta in evidenza la nostra inadeguatezza a stare da soli, senza i nostri affetti, senza la nostra storia, quella personale come quella di tutta l’umanità.

Esiste una sfera di Dyson, un raggio di Swarschild, quindi un orizzonte degli eventi. Esiste pure una sfera di Marconi-Berlusconi-Murdock, come racconto nel capitolo dedicato alla Terra del mio Pianeti tra le note (**), ma la sfera dei sentimenti mi sembra avere un raggio paragonabile a quella di una sottile membrana abbastanza attillata alla superficie di questo globo terracqueo. Qualcosa di così limitato da non poter certo arrivare fin su un’altra galassia.

Oltre quella sottile membrana, quindi molto prima di arrivare a vedere mondi lontani, sospetto che verremmo smembrati dalla disperazione. All’impossibilità di una comunicazione sentimentale con i nostri cari, temo corrisponda un veloce disfacimento organico, un rapido disentanglement emozionale, quindi biologico. E lo temo nonostante io abbia sempre amato la solitudine, in barba a una certa ostentata capacità di stare in compagnia, qualcosa che mi riesce bene, ma solo per limitati intervalli di tempo.

Le motivazioni evoluzionistiche per una simile dinamica psicosomatica, se fosse reale (sarebbe bello se qualche psicologo o antropologo intervenisse a spiegarmi qualcosa che non so, ma che riesco solo a immaginare), potrebbero essere facilmente spiegabili. Se sono nel giusto, si tratterebbe di un circuito innato utile a garantire protezione dei figli di alcune specie animali: quelle che, rispetto ad altre, tardano a emanciparsi dal controllo e dall’assistenza dei genitori.

Per lo stesso motivo, privarsi o essere privati della possibilità di assistere i propri figli credo metta in moto una serie di meccanismi capaci di “punire” il genitore per spingerlo a ripensarci, a tornare sui propri passi e desistere dall’attuare l’abbandono. Una simile punizione potrebbe arrivare a toccare, dopo la sfera mentale, anche quella biologica, punendo il corpo fino a deprimerlo.

Anche per eremiti incalliti, i cento anni di solitudine vagheggiati dal già citato Marquez sarebbero probabilmente troppi, specie in relazione al differente trascorrere del tempo in diversi sistemi di riferimento. Qualora si riuscisse, come nel film, a tornare a baita (così forse direbbe un Rigoni Stern interspaziale di ritorno da una campagna di guerre stellari), si troverebbe un’umanità del tutto diversa da quella che si è lasciata.

Le distanze cosmiche possono essere così esagerate da rendere ridicolo qualsiasi sentimento umano che qui da noi è forse anche troppo potente ed esaltato (potente perché esaltato?), ma che viene offeso, triturato, spaghettificato, atomizzato, dissolto da paesaggi planetari che non ci appartengono affatto, mettendo in evidenza l’incompatibilità tra quei nuovi contesti e il nostro cervello con tutto ciò che prova.

Di sicuro la nostra dimensione umana è destinata in futuro a cambiare, ma al momento credo che non ci sia data altra possibilità oltre quella di rivestire il ruolo di osservatori attenti della fetta di Universo godibile da un qui esteso poco più di 384.000 cholometri (distanza media della Luna).

Il film sembra quasi dirci che o ce andiamo in tanti (per non dire tutti) come avveniva nei romanzi alla Universo di Heinlein, così da mantenere quella rete (di protezione) di relazioni affettive, o è meglio che non lo faccia nessuno, pena la follia, la disperazione, la solitudine che non può nemmeno essere urlata. Non a caso, la stazione spaziale nella quale si trovano tutti alla fine del film è una classica realizzazione “sintetica” della Terra, un’idea risalente all’epoca aurea dei vari Chesley Bonestell e Stanley Kubrick.

Forse capiremo qualcosa di più quando riusciremo a inviare quei famosi coloni su Marte di cui parlavo in uno dei primi post di questo blog (https://squidzoup.com/2013/04/23/nuoverrimo-mondo/).

Forse no.
Intanto, riassumendo, confermo che Interstellar mi è parso un gran film.
Americano per effetti speciali, ma franco-polacco per alcuni effetti psicologici che ancora perdurano dentro di me.

Vorrà per caso dire che stavolta gli americani hanno dimostrato di essere stati toccati da un certo modo europeo di fare film? Sarebbe simpatico scoprire che al di là dell’oceano Atlantico, Intestellar venga percepito come un'”europeàta”, intendendo questo neologismo alla stregua del nostro negativo “americanata”.

Se ho ragione, non è così peregrina l’ipotesi che sia stato anche questo discostarsi da alcuni cliché del cinema statunitense ad aver contribuito a far nascere certe critiche totalmente negative incassate dai due Nolan & Co.

SZ

(*) Il termine “entusiasmo” deriva dal greco antico enthusiasmòs, formato da en (in) con theos (dio). Letteralmente si potrebbe tradurre con “con Dio dentro di sé”, o “indiamento”, “invasamento divino” – fonte: wikipedia

(**) Pianeti tra le note – appunti di un astronomo divulgatore, Springer, 2006

http://www.springer.com/astronomy/popular+astronomy/book/978-88-470-1184-7

Dialogo sui minimi e medi sistemi del mondo

Seconda pagina La treccia del tempo

Domani, Venerdì 21:00, alle 22:00, subito dopo lo spettacolo teatrale “Appuntamento al limite – Il calcolo sublime” di e con Maria Eugenia Aquino, presso il teatro Oscar, via Lattanzio 58 a Milano, …

(pausa per prendere fiato… Fornire a parole le coordinate esatte di un evento è faticosissimo. Sarebbe bello se esistessero dei comodi e sintetici vettori letterari!)

… mi farò una pubblica chiacchierata con l’amico Stefano Sandrelli, astrofisico (e) divulgatore che lavora all’INAF – Osservatorio di Brera (Mi).

Argomento del Bi-Battito è il seguente:

GLI INFINITI MONDI: IL COSMO COME LABORATORIO SOCIALE

Giordano Bruno l’aveva detto: “non è un sol mondo, una sola terra,
un solo sole; ma tanti son mondi quante veggiamo circa di noi
lampade luminose”. Negli ultimi 19 anni sono stati identificati
1138 sistemi planetari, per un totale di 1760 pianeti.
Con un po’ di fantasia, possiamo immaginare molti mondi abitabili
e molte civiltà diverse, trasformando il cosmo in un laboratorio
sociale: un altro mondo è possibile. Dove, però, non è dato sapere.

Spero si rivelerà interessante anche per il confronto tra l’approccio alla divulgazione scientifica  di Stefano e il mio; due modi che, a volte simili se non addirittua sovrapponibili, più di frequente risultano essere complementari.

É probabile anche un mio contributo musicale alla serata.

A domani!

SZ

 

http://pacta.org/produzioni/in-scena-2014_2015/teatroinmatematica/programma-teatroinmatematica-scienzainscena/

Un film fantascientifico avvincente e scientificamente esatto? Fallo tu.

Una mia illustrazione (Martina la tremenda sfugge al Buco Nero) tratta dal libro Astrokids a cura di Stefano Sandrelli e Luara Daricello e pubblicato dalla casa editrice Scienza Express, 2014

Una mia illustrazione (Martina la tremenda sfugge al Buco Nero) tratta dal libro “Astrokids” di Stefano Sandrelli e Laura Daricello e pubblicato dalla casa editrice Scienza Express, 2014

Quando faccio pausa pranzo, vado a mangiare un panino in un bar adiacente al plesso dove lavoro. Nella stessa struttura vi è anche il dipartimento di Fisica e questo fa sì che sia molto probabile incontrare davanti alla vetrinetta dei cibi preconfezionati e appena sfornati, colleghi che lì lavorano.

Quando si tratta di fisici, me ne accorgo dai discorsi che capto grazie al ridotto spazio nel quale tutti ci muoviamo, bella metafora delle nostre reali condizioni di vita che ridimensionano gli spazi mentali nei quali riteniamo di sguazzare.
E quando un film come Gravity o come Interstellar esce nelle sale, il volume delle discussioni “sale” anche lui: consciamente o inconsciamente, credo possibile che chi studia a fondo quelle materie che da noi si affrontano, ritenga simili circostanze ideali per ritagliarsi un ruolo, per darsi un’importanza.

Mi sembra quasi di sentire le persone pensare – forse perché a volte penso qualcosa di analogo anche io (nihil humani mihi alienum est…) – “noi siamo quelli il cui punto di vista su una questione inerente quel film famoso, infarcito di matematica/fisica/…, è il migliore che ci sia. Come mai nessuno ci interpella?”
Io il film non l’ho ancora visto, ma conto di colmare presto la lacuna.
Da sempre più che appassionato di fantascienza, soprattutto quella spaziale con astronavi e paesaggi cosmici (che strano, vero?), quando un film del genere esce nelle sale, mi precipito a vederlo.

Nella storia umana c’è un punto importante: la data presunta della nascita di Cristo (presunto anche lui). Bene, nella mia c’é la nascita di Giovanni. E c’è un a.G. e un d.G.
Quando vivevo nell’a.G. (che non corrisponde certo all’”agio”), potevo andare a cinema quando mi pareva. Ora purtroppo no. Mi rifarò in futuro.
Dicevo, io il film ancora non l’ho visto, ma ho sentito e letto diversi pareri. La mia non sarà quindi una recensione, né una peer review. Piuttosto sarà una pre-review fatta agli scienziati che parlano di film di fantascienza & affini.
Per quelli un po’ vanesi tra noi astronomi, fisici, astrofisici, alla ricerca di consensi tra amici, conoscenti e persone che si incontrano al bar, appunto, un film come Gravity o, peggio, come Interstellar, è quasi sempre da criticare negativamente.
Il fisico/astrofisico/astronomo vanesio ne sa sempre di più di chiunque altro, di default.
Questo è un nuovo mistero della fede, quindi qualcosa che nella nostra cultura dovremmo essere stati abituati da un bel po’ ad accettare senza discutere.
E scoprire di avere credito davanti a un uditorio (in questo caso quello del bar, quindi non importa se si tratti di un pubblico qualificato o meno) pur sapendo di star sfidando proprio nel suo campo, in contumacia, un riconosciuto esperto mondiale come Kip Thorne, ci fa sentire come Davide che sfida Golia e, perché no?, magari che lo abbatte con un semplice sasso.

Quasi nulla di nuovo: il bar è da sempre il luogo dove si incontrano esperti di politica, di calcio, di medicina legale… L’astrofisico è una novità che può anche attecchire e credo non sarebbe male litigare per derby cosmologici davanti a un caffè e a una Gazzetta dello Sport.
Lui, il fisico da bar, è uno che di solito, a partire dalla fine del liceo non ha studiato altro che la sua materia, ma sa applicare Bernoulli e conosce l’elettromagnetismo e la meccanica quantistica, ergo sa fare tutto. É un Chuck Norris della cultura, non conosce la paura e non conosce la pietà (cit.).
Se lui, il fisico/astrofisico/astronomo vanesio finalmente dice che qualcosa va bene, statene pur certi: va bene.
Se invece il suo pollice è “verso”, nascondetevi. Il suo sguardo critico ha calcolato esattamente il grado di probabilità che, voi che non sapete la fisica, nella vita commettiate errori madornali. E scopre che questa probabilità è pericolosamente alta.
Questa consapevolezza che le cose spesso vanno così, mi fa un po’ vergognare per tutte le situazioni in cui è capitato a me – che proprio perché divulgatore, un po’ vanesio sono e devo esserlo – di avere simili atteggiamenti. Tremo, poi, di fronte alla possibilità di sorprendermi in futuro a comportarmi così anche fuori dal lavoro. Spero che quanto scrivo serva da scuse anticipate per quando risulterò così tanto ridicolo, se non offensivo. C’è però un lato divertente della faccenda, è innegabile, e invito tutti a sorridere bonariamente della categoria degli “scienziati”. A loro discolpa, posso giurare che certi modi di fare nascono anche da una immensa passione per ciò che studiano.
Comuqnue, mentre divoravo il mio panino con speck gorgonzola e rucola, sorridevo tra me e me sentendo i commenti di questi tre colleghi seduti alle mie spalle. Erano più che certi che il film fosse pieno di errori e trovate molto improbabili e pensavo di conseguenza “Quasi quasi risparmio i soldi e non vado a vederlo. ‘sti tre avranno sicuramente ragione: cavolo, sono fisici!”.

Fin qui nulla di nuovo e di grave. Semplice routine che vale una risata col beneficio del dubbio: e se su quel particoalre aspetto del film, avessero ragione loro? Tra l’altro, agli autori di Interstellar non è certo sfuggita la presenza di qualche problema e so per certo che nel libro “The science of Interstellar”, simili questioni vengono affrontate nel dettaglio, mostrando a quale processo di adattamento bisogna sottoporre un’idea scientifica per poterne trarre un film che risulti bello secondo i canoni di bellezza universalmente (= mondailmente…) riconosciuti.
Poi trovo citato su Facebook l’articolo di un tale che scrive su una rivista on-line e scopro che lui non si limita solo a trovare alcuni difetti (al di là di quelli riconosciuti anche dagli autori, immagino che quel film ne abbia tantidi più, come qualsiasi altra cosa a ‘sto mondo) in Interstellar.

Assolutamente no: lui ritiene che, oltre a essere un’opera completamente errata sotto tutti, ma proprio tutti i punti di vista, essa sia addirittura diseducativa.
La sua inscalfibile certezza, data dall’autodefinirsi “scienziato” senza tema di mancare di umiltà, lo porta a discettare di relatività come se ne mangiasse dei chili anche a pranzo, mettendola nei panini proprio lì dove io invece ho chiesto al buon Davide Pancaldi di mettere solo rucola, gorgonzola e speck. “Chissà”, penso, lasciandomi aggredire dai sensi di colpa, “forse rinunciando allo speck, un po’ di spazio per un tensore o per una varietà differenziale ogni tanto lo troverei…”.
Leggo velocemente quell’articolo in un crescendo di nervosismo che mi porta a non notare un passo illuminante; quello che invece nota subito un mio amico e collega, facendo scattare all’istante un’allarme nella sua testa evidentemente più attenta della mia: l’autore a un certo punto denuncia un certo moralismo di stampo darwiniano presente, a suo dire, in un passo del film.

Persona dall’immensa cultura scientifica che di mestiere fa il cosmologo e che trascorre buona parte del suo tempo libero a leggere i classici greci e latini… in greco e latino (lo dico solo per aiutarvi a inquadrare il personaggio), il mio collega connette subito quelle tre paroline a una possibile sponsorizzazione dell’articolista: “mi sa che chi scrive è un cattolico”, mi dice, giustamente contento di essere riuscito a fare un’ipotesi verisimile per l’origine di tanto astio nei confronti di film e autori.
Segue subito una veloce indagine che rivela come l’autore dell’articolo abbia studiato filosofia della scienza, materia che insegna… in una università cattolica.

Al di là di una banale critica al metro cattolico, un metro che considero del tutto inadeguato a misurare scienza e fantascienza, mi sembra di scoprire che quel difettuccio di fabbricazione che spesso noi fisici, astrofisici, astronomi, … abbiamo, può arrivare anche a colpire in modo molto più grave chi vive in ambiente filosofico.

Dopo aver tante volte sostenuto l’importanza di possedere una reale e non millantata conoscenza della filosofia della scienza, una conoscenza che andrebbe a parer mio considerata fondamentale anche e soprattutto negli ambienti scientifici, scopro che forse vi è anche un ulteriore problema: quello di una pericolosa presunzione di conoscenza della scienza negli ambienti filosofici.
Insomma, se ho ragione, nessuno di noi mi pare salvarsi
Tutta la vicenda sembra lasciar trapelare solo tanta, tanta rabbia intellettuale che si esprime attraverso sfide al “pistolero Thorne”, il più veloce del far west, lanciate standosene però molto “far” da lui: è molto improbabile, infatti, che l’articolista incontri l’astrofisico Thorne per chiedere soddisfazione nel suo campo che, detto per inciso, è proprio la fisica dei buchi neri.

Ma come mai parlo ancora di Thorne in questo discorso? Perché sembra che sia colui che ha scritto di recente quel nuovo libro sui buchi neri che ho citato più su, divenuto base di partenza concettuale del film Interstellar.

Il mio collega che sta leggendo anche il suo libro (e che, detto per inciso, ha gradito moltissimo il film), mi racconta che l’astrofisico americano è stato nominato consulente scientifico dalla produzione; che ne è divenuto lui stesso co-produttore e che ha avuto la lungimiranza e l’umiltà, oltre che di interfacciarsi di continuo col regista, di chiamare a raccolta anche esperti di altre discipline per capire, ad esemprio, quanto lo scenario di inizio film, quello che, come ho letto, ha che fare con un’epidemia che distrugge i raccolti sulla Terra, si possa verificare in un futuro non molto lontano (il Darwin che risulta sempre indigesto ai cattolici è tutto contenuto qui, nella parte iniziale del film, casus belli della vicenda)

Mi sembra ovvio che Interstellar, essendo un film, debba discostarsi da un articolo scientifico così da poter parlare di storie umane che si intrecciano con la fisica. Se si vuole che il film possa essere fruito anche dai biologi e da filologi; da autisti e da cuoche, … così da avere molte chances di vincere al botteghino, non c’è alternativa: le regole dello storytelling vanno rispettate.

Vanno benissimo le critiche, avvedute o meno che siano. Criticare è un gioco intrigante tipicamente umano; è importante farlo e se qualcuno si espone producendo qualcosa da esibire in pubblico, sa che potrà riscuotere applausi e fischi. Fa parte del gioco, di un bellissimo quanto antico gioco.
Se c’è qualcosa che non mi torna è che si possa arrivare a stroncare totalmente un film che altri trovano accettabile, altri ancora stupendo. Credo sia alquanto improbabile una critica negativa che vada a toccare con millantata e chirurgica competenza il film in quanto film, i dialoghi in quanto dialoghi, gli attori in quanto attori, la fisica in quanto fisica…
Qui credo si voglia piuttosto sdoganare il concetto che, dalla fisica alla cinematografia, passando dalla sociologia, dalla pedagogia, dall’epidemiologia, dalla musica (chissà se la colonna sonora era  almeno all’altezza del gusto di chi ha scritto quella recensione…), nulla ha segreti per quell’epistemologo. Allora mi vien da dire, sfidandolo, nonostante sia molto probabile che io lo incontri di persona: “Non perdere l’occasione. É il tuo momento: il prossimo film, campione di incassi e di critiche positive, fallo tu che sei bravo e sai esattamente come fare”.

SZ

 

P.S.: Mi è stata segnalata questa pagina:

http://qz.com/299334/shut-up-about-the-inaccuracies-of-interstellar/

Inutile dire che condivido