Il CERN: andare a bottega dai presocratici

Acceleratore-ionico

Acceleratore Ionico

Il 25 Giugno scorso ho coronato un piccolo sogno: sono andato a vedere di persona come è fatto il CERN1.

La mia amica Antonella Del Rosso – fisico delle particelle che lì lavora nell’ufficio comunicazione e che ora, dopo averlo fatto più volte a quattr’occhi, ringrazio qui pubblicamente – mi ha ospitato fornendomi tutti i pass necessari per accedere per una settimana intera alle strutture dei vari esperimenti dislocati lungo “la grande ruota” da 27 km di circonferenza nella quale le particelle vengono fatte collidere tra loro.

Incidentalmente, ringrazio qui anche Luca Malgeri, mio vecchio compagno di studi di Fisica che, dopo trent’anni, ho scoperto rivestire importantissimi incarichi scientifici all’interno dell’esperimento CMS.

Mi ha anche fatto da guida (!) in quella struttura: io lì turista più o meno informato dei fatti, lui lì tra coloro che dirigono uno degli esperimenti di Fisica più importanti al mondo. Differenza di posizione (accademica, lavorativa) e, soprattutto, capacità / Dt. Un differenziale non da poco, direi…

Il periodo per fare del turismo scientifico al CERN è quello giusto: al momento “i lavori sono fermi” per consentire a tecnici e scienziati di eseguire le normali, periodiche operazioni di manutenzione e di preparazione in vista dei nuovi esperimenti che partiranno più o meno tra un anno e mezzo.

Questo significa che, compatibilmente con le operazioni di cui sopra, è possibile accedere alle strutture sotterranee senza tema di diventare, a propria insaputa, target di esperimenti di fisica medica; quelli tesi a misurare la resistenza del proprio DNA se sottoposto all’assalto di fasci di particelle kamikaze.

Dovendo decidere cosa mettere in valigia e sapendo che, per risparmiare (sono al verde), avrei fatto un lungo viaggio in un autobus tutt’altro che comodo, ho scelto di pancia l’oggetto transizionale2 da portare con me: la mia “coperta di Linus” sarebbe stato un particolare libro che ho sentito “risuonare” con quanto stavo andando a vedere.

In realtà, in valigia di libri ne ho messi due: mi sembrava un po’ disonesto non concedere attenzione anche ad un tascabile incentrato sulla storia del CERN che avevo comprato tempo fa senza però averlo mai affrontato. Di questa lettura non parlerò: si è rivelata a tratti interessante ma, in generale, ben al di sotto delle aspettative generate dalla fama degli autori.

L’altro, invece, era proprio quello che istintivamente desideravo: si trattava de I presocratici del Capizzi3: un’antologia di frammenti dei primi filosofi riconosciuti come tali, libretto che ci era stato a suo tempo indicato come necessario corredo del più importante primo volume del manuale di Storia della Filosofia del Liceo: il per me mitico Pensiero e Civiltà del Moravia4.

La lettura di quel tascabile è stata veloce come, del resto, anche la sua rilettura (sì, l’ho riletto: tra ritardi alla frontiera e complicazioni forse dovute al fatto che il viaggio per buona parte si svolge in territorio italiano, ha sforato di un bel po’ gli orari promessi in tabella) e mi è sembrato proprio quello che ci voleva per affrontare con il giusto “piglio” la breve avventura che avrei vissuto di lì a poco, anzi, di lì a poco… più un altro poco.

Immagino di non dire nulla di nuovo affermando di aver infatti avuto la netta impressione di vedere rappresentate, se non addirittura realizzate sottoforma di bulloni, connessioni, collettori, computer,… molte di quelle idee seminali nate almeno duemilacinquecento anni fa su alcune rive del Mediterraneo, nella Ionia (parte dell’odierna Turchia) e nella Magna Grecia (Sicilia, Calabria, Puglia, Campania). A proporle furono pensatori i cui nomi sono dei veri e propri pilastri sui quali poggia la nostra sicumera moderna: Talete, Anassimandro, Anassimene, Pitagora, Eraclito, Senofane, Parmenide, Zenone, Anassagora, Empedocle, Melisso, Leucippo, Democrito5.

Solitamente si pensa che l’esigenza di un certo pensiero metafisico sia nata proprio in quei posti, con quelle persone. Rileggendo i frammenti riportanti il loro pensiero, mi sono però reso conto che si trattava di una metafisica strana, fatta comunque di spazi, occupazione di essi da parte di “enti”, movimenti di questi enti che spostandosi avrebbero lasciato vacanti gli spazi prima occupati, scontri tra enti alcuni dei quali proprio non ne volevano sapere di spostarsi, ecc.

Tutte immagini mentali di un mondo pensato come al li là della reatà, a essa affiancato e parallelo, ma regolamentato da leggi e necessità del tutto simili a quelle del mondo che qui esperiamo quotidianamente e fatto di spazi, occupazione di essi da parte di cose animate e inanimate, movimenti di queste cose che spostandosi lasciano liberi (non vuoti) i posti prima occupati, scontri tra cose, alcune delle quali proprio non ne vogliono sapere di spostarsi, ecc.

Insomma, un mondo metafisico così simile a quello fisico da farmi sospettare che in realtà si trattasse dell’espressione più pura di un bisogno antico: quello di una fisica capace di spiegare il visibile ma anche, anzi, soprattutto, l’invisibile. Una fisica all’epoca appena immaginabile e che oggi invece possediamo (!).

Quindi, una volta giunto a destinazione, ho vissuto in ogni istante la vivida senzazione di captare ancora con la coda dell’occhio, di sorprendere, nascoste tra le strutture di quei laboratori, i movimenti delle ombre fugaci e dispettose – giocano a nascondersi come quella del Peter Pan della Disney6 – di quelle idee antiche che da sempre intravedo dietro la fisica e l’astrofisica studiate all’università.

Parlando di CERN e sapendo anche solo a grandi linee cosa lì si fa, nel tentativo di spiegare meglio la sensazione prepotente di trovarmi al cospetto di ricercatori che altro non erano se non gli epigoni moderni dei primi filosofi prima citati – potremmo dirli eredi di domande e relative risposte già verbalizzate (ovvero non matematizzate, quindi non misurabili) due-tre millenni fa – immagino che il primo nome a venire in mente, oltre quello di Leucippo, sia quello dell’atomista Democrito di Abdera, discepolo del primo e ben più famoso del suo maestro.

Galeno (Gli elementi secondo Ippocrate) riporta così alcuni pensieri dell’atomista:

Apparenza è il colore, apparenza il dolce, apparenza l’amaro, realtà gli atomi e il vuoto. Per lui tutte le qualità sensibili derivano dal diverso aggregarsi degli atomi e dipendono dal nostro modo di sentire: in natura non c’è né bianco né nero, né giallo né rosso, né dolce né amaro. (…) Chiamava “ente” gli atomi, “niente” il vuoto. Ora gli atomi, essendo corpi piccolissimi, non possiedono qualità sensibili; il vuoto, poi, è lo spazio nel quale questi corpuscoli si muovono eternamente o dall’alto in basso, o intrecciandosi tra loro in diversi modi, o urtandosi e respingendosi, fino a che si disgregano o si aggregano nei suddetti composti: è appunto così che si formano gli aggregati, compresi i nostri corpi con le loro impressioni e sensazioni. (…) Così, per esempio, dicono che nessun atomo può scaldarsi o raffreddarsi, e neanche inaridirsi o inumidirsi, e tanto meno imbiancarsi o annerirsi; né, insomma, ricevere qualsiasi altra qualità per mezzo di qualsiasi mutamento.

(…) Ci sono due forme di conoscenza, una autentica e l’altra spuria; a quella spuria appartengono tutte queste cose: vista, udito, odorato, gusto e tatto. L’altra forma, quella autentica, ha per oggetto le cose che non appaiono. Quando gli oggetti sono così piccoli che la conoscenza spuria non riesce più a coglierli né con la vista, né con l’udito, né con l’odorato, né col gusto, né col tatto, e la ricerca deve rivolgersi agli oggetti più sottili, subentra la conoscenza autentica, che possiede uno strumento più fine, adatto allo scopo.

Da questo passo, con le conoscenze di cui oggi disponiamo, possiamo forse far conseguire che l’analogia con quanto oggi si fa nei nostri laboratori e il pensiero di Democrito regga di più se invece della fisica consideriamo la chimica con i suoi atomi e gli aggregati molecolari che essi vanno a formare.

Un primo pensiero che ritengo vada subito corretto valutando che dai tempi del pensatore di Abdera a oggi, il significato stesso della parola “atomo” è notevolmente mutato, per cui forse, per meglio comprendere la sua dottrina, dovremmo tradurre la parola “atomo” che stava per “non ulteriormente suddivisibile”, “non ulteriormente tagliabile” (atomo da a-témno), con il più moderno “elementare” da intendere invece come “non composto da altre parti”: un oggetto, insomma, la cui ricerca, una volta assodato che gli atomi non sono affatto indivisibili, è diventata il sacro Graal della moderne indagini di fisica fondamentale.

Nel frammento su riportato, mi risulta molto interessante il riferimento alla vera conoscenza, quella “autentica”, intesa come qualcosa rivolta proprio a sondare lo strato della realtà che contiene questi atomi-elementari; una ricerca da condurre con strumenti che – all’epoca non era proprio intuibile – oggi hanno preso la forma e le dimensioni del Large Hadron Collider (Lhc)7 e degli altri acceleratori sparsi in giro per il mondo.

Leggendo le seguenti righe prese dal Moravia, ho come l’impressione che si tratti di un concetto già contenuto nel pensiero parmenideo:

gli uomini hanno il vezzo, che in forza dell’abitudine è diventato regola, di accostarsi alle cose mediante l’occhio che non vede o l’udito che risuona soltanto, o la lingua: e ad essi credono.

Invece, non sono questi i mezzi con cui si devono giudicare le cose: “giudica col logos la prova che con molti argomenti è stata da me addotta”.

Qui leggo quasi un suggerimento: quello di servirsi di strumenti dalla necessaria “disumanità”, così da poter garantire di lasciar fuori quanto più possibile il rumore dei nostri sensi limitati e delle nostre azioni troppo imprecise e soggettive.

Per il filosofo eleate, non era ovviamente possibile fare altro che usare strumenti logici, mentali e verbali (logos), mentre oggi tali strumenti hanno assunto l’aspetto di macchine enormi – le più grandi mai realizzate – capaci di lavorare sugli enti grazie al fatto che al loro interno viene realizzato un niente pressoché perfetto.

Quindi, se Parmenide usa lo strumento logos per compiere un esperimento mentale ante litteram che gli consenta di pulire, di svuotare il suo ambiente-pensiero con lo scopo di figurarsi il mondo come apparirebbe se non fosse percepito dai nostri corpi, negli esperimenti collisionali che oggi vengono attuati, grande importanza riveste la pulizia delle camere in cui i fasci di particelle vengono fatti scontrare gli uni con gli altri.

“Pulizia” in questo caso sta ad indicare il tentativo estremo di fare in modo che i protoni dei fasci, ancor prima di scontrarsi con i loro omologhi in arrivo dalla direzione opposta, non incontrino altri enti come le particelle di aria e impurità varie in essa contenute che potrebbero intercettarle, impoverendo i due fasci e compromettendo l’esperimento.

Tutto questo, come già in parte anticipato, ha a che fare col concetto di vuoto: una chimera, un obiettivo asintoticamente raggiungibile che dai tempi degli emisferi di Magdeburgo8 a oggi ha via via assunto una importanza sempre più grande nelle ricerche di fisica fondamentale.

Quello creato all’interno del Large Hadron Collider è pari a circa 10−13 Pa (la qualità del vuoto si valuta misurando la pressione esercitata dalle particelle presenti all’interno di un volume unitario: più è bassa, più quel volume è vuoto nel senso di privo di particelle) è al momento il “miglior vuoto esistente” essendo addirittura più spinto di quello presente nello spazio interstellare dove si misura una pressione pari a 1,3 × 10-8 Pa (!).

Proton-Phishing-1

Una delle illustrazioni realizzate nel periodo in cui ho collaborato con il CERN Bulletin

Il Warren9, autore di un bel trattato che ha per oggetto proprio il pensiero dei presocratici, nota che:

Comparativamente, esso [il vuoto] ha ricevuto minore attenzione dell’atomo, ma per molti aspetti il vuoto è l’elemento più sorprendente della coppia. Certamente, assumendo che ci sia il vuoto, Democrito e Leucippo hanno compiuto un passo radicale. Le cosmologie pluralistiche precedenti, come quelle di Anassagora ed Empedocle, avevano reagito alla sfida eleatica semplicemente affermando che nelle loro rispettive concezioni dell’univero il movimento era possibile. (…) Il vuoto assolverà al duplice scopo di separare gli atomi e al tempo stesso di fornire lo spazio in cui essi si possano muovere; il suo ruolo è perciò assolutamene cruciale. (…) Perché una cosa si possa muovere ci deve essere un luogo in cui possa andare. Questo luogo non deve essere occupato, o altrimenti non ci potrebbe andare. E quando una cosa si muove, deve lasciare dietro di sé del nuovo spazio non occupato. (…)

Questo autore mette bene in evidenza alcune discrepanze fondamentali tra due vere e proprie scuole di pensiero: da un lato abbiamo Parmenide, Zenone e Melisso – i tre più importanti rappresentanti della filosofica eleatica che, come già avevano fatto i loro predecessori milesii, intrecciano in modo assolutamente interessante, e meritevole di un’indagine a parte, la dimensione metafisica e quella politica -. Dall’altro abbiamo i due atomisti che più che una metafisica, alla base della realtà pongono una vera e propria fisica per molti versi estremamente moderna.

Per meglio comprendere questa fondamentale differenza di vedute, continuiamo a leggere ciò che il Warren nota circa il pensiero eleatico:

Per un eleate come Melisso, il movimento può facilmente essere rifiutato. Non c’è vuoto, perché non ci può essere “ciò che non è”. (…) Per spiegare la scelta di una cosmologia atomistica dobbiamo ricordare ancora una volta la sfida eleatica. In particolare, due sono le tesi eleatiche di speciale rilevanza per la concezione atomistica:

-“Ciò che è” è omogeneo e indivisibile.

-Il movimento è possibile solo se accettiamo che ci sia “ciò che non è”.

Qui val la pena ricordare che per Parmenide, che mi pare essere stato più interessato alla dimensione politica del pensiero, l’esigenza di teorizzare alla base di tutta la realtà l’esistenza di un “essere” (in senso ontologico, non animale) “che è”, dalla compattezza e uniformità “sferiche” e che in quanto tale deve essere indivisibile, abbia poi spinto i suoi discepoli – i quali invece mi appaiono più interessati alla natura di quanto non lo fosse il loro maestro – a sondare le conseguenze oserei dire “meccaniche” e “cinematiche” della sua dottrina.

Una delle conseguenze del forzare il modello filosofico del maestro fino a dedurne una visione completa della realtà finanche nelle sue manifestazioni fisiche – una conseguenza che ha un certo peso nel discorso che qui sto cercando di fare – fu che sia Melisso che Zenone arrivarono a negare il movimento: nella loro filosofia esso infatti viene riguardato come una aberrazione dei nostri sensi, ancora una volta ritenuti incapaci di svelarci la vera natura e immobilità dell’essere il quale tutto riempie in modo uniforme, impedendo così il movimento delle sue parti.

A questo proposito, trovo illuminante il frammento DK 30 B7 di Melisso nel quale si afferma:

(…) e non c’è nulla, poi, che sia vuoto: il vuoto è il nulla, e ciò che è nulla è una cosa che non c’è. Né si muove: non ha nessun luogo dove andare, perché [tutto] è pieno; se avesse in sé spazi vuoti, andrebbe a riempirli, ma non avendoli non ha dove andare. Neanche potrebbe essere denso o rado: il rado non può essere pieno allo stesso modo del denso, ma proprio in quanto rado sarebbe più vuoto del denso. Questo infatti è il criterio di distinzione tra pieno e non pieno: se qualcosa lascia spazio e ha posto libero dentro di sé, non è pieno; se non lascia spazio e non ha posto, è pieno. È dunque necessario che sia pieno, dato che non è vuoto; e, se davvero è pieno, non si muove.

Una negazione del movimento alla quale quindi consegue necessariamente un’assenza totale del vuoto visto come “non essere”: esso, in quanto tale, non può esistere. Stessa fine ingloriosa fa di conseguenza il concetto di “moto” che così, legato com’è al concetto di non esistenza, tramonta.

La risposta degli atomisti a questa idea eleatica la sottolinea il solito Warren il quale nota che:

Tuttavia la proposizione ipotetica “se c’è movimento, allora c’è ciò che non è” è un’arma a doppo taglio. Democrito e Leucippo la usano a loro vantaggio come parte di un argomento a favore dell’esistenza del vuoto, aggiungendo semplicemente la premessa che “c’è il vuoto”. (…) Ci viene dunque proposta la tesi volutamente paradossale che esistono sia “ciò che è”, sia “ciò che non è” e, per di più, che “ciò che non è” esiste non meno di “ciò che è”. (…)

In assenza di macchine che potessero dimostrare come si possa sperare di raggiungere la condizione di vuoto (ricordiamoci che ancora non possiamo tecnicamente affermare che esso, pensato come spazio totalmente privo di particelle e campi, esista davvero…), la risposta della scuola atomistica consiste in un certo guizzo retorico alquanto interessante: essi affermano che “il vuoto c’è”, quindi trattandolo come qualcosa che non è negazione dell’essere: esso non è il “niente”, ma piuttosto è qualcosa che, pur non contenendo nulla, esiste e che di consequenza ha la stessa dignità degli atomi di cui è contraltare; a questo punto, la sua esistenza basta a consentire il movimento degli atomi.

Secondo Democrito, il moto che spetta agli atomi è quello vorticoso che per sua stessa natura può spiegare con scontri caotici la nascita per aggregazione spontanea e casuale degli oggetti del reale (e pensare che al CERN i protoni si muovono vorticosamente non per creare gli oggetti della realtà, ma piuttosto per romperli…).

Un moto che invece diventerà rettilineo solo in seguito, con Epicuro: il suo clinamen alla base della caduta deviata degli atomi che così si combinano tra loro per creare gli aggregati, credo possa essere tradotto in un linguaggio moderno invocando proprio gli incidenti frontali programmati dai fisici del CERN, veri e propri “organizzatori di eventi” pirotecnici.

Se il nome di Democrito è forse quello che prima viene in mente in un tentativo come questo di spiegare la connessione tra ciò che si fa al CERN e il pensiero presocratico, non dimentichiamoci che l’atomismo è forse il punto più altamente “fisico” di un processo, avviato dai suoi predecessori, teso a liberare i discorsi sulla realtà da quelli della religione.

A dare il LA alla meditazione sulla natura delle cose e su ciò che va considerato “base” fisica e al contempo concettuale della realtà, pare infatti siano stati altri pensatori che val la pena citare almeno per alcuni degli aspetti delle loro dottrine.

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Una delle vignette fatte al tempo in cui illustravo per il CERN Bulletin

Ad esemprio, i mastodontici magneti superconduttori che assolvono al duplice compito di 1) mantenere ben collimati i fasci di protoni confinandoli nel centro dei “tubi” dell’acceleratore e 2) di fargli cambiare gradualmente traiettoria così da costringerli a muoversi assecondando la forma circolare del collider lungo ben 27 chilometri, e che sono di sicuro l’”anima” di questa struttura, mi fanno andare con la memoria al concetto di anima teorizzato da quel Talete di Mileto.

Come ci ricorda Aristotele, fu proprio lui ad affermare, tra le altre cose, che i magneti possiedono vita perché generano movimento:

E dell’intero tutto affermano che essa [l’anima] si trova mescolata, per cui forse anche Talete credette che tutto quanto è pieno di dèi. A quanto sembra, anche Talete, da quel che ricordano, suppose che l’anima fosse un che di movente, se è vero che della pietra [di Magnesia, calamita] affermava che avesse anima perché muove il ferro10

Nell’acceleratore e, in particolare, nelle cosiddette “cavità risonanti” o “a radiofrequenza”, i protoni, che assumiamo per convenzione carichi positivamente, vengono spinti in avanti dalla repulsione del campo elettrico di carica uguale posto alle loro spalle.

Allo stesso tempo, essi subiscono una forte accelerazione generata dalla contemporanea attrazione del campo elettrico di carica opposta che li attende di fronte a loro nella direzione del moto (effetto che va sotto il nome di push and pull).

L’azione combinata e prolungata di questi due campi elettrici di segno opposto che oscillano senza sosta tra le due polarità sui due fasci di protoni lanciati in direzione opposta lungo percorsi paralleli, fa sì che quelle particelle aumentino la loro velocità fino a raggiungere presto valori confrontabili con c, velocità della luce, per poi aumentare, giro dopo giro, la loro energia.

Quanto sopra descritto ovviamente non è altro che una semplificazione tesa a spiegare “in soldoni” un processo ben più complicato. Nelle cavità risonanti vi è in realtà un campo elettromagnetico che oscilla in sincronia con il passaggio del fascio così da ottenere, in un particolare punto del circuito circolare, la desiderata accelerazione delle particelle.

Una volta raggiunta una densità di energia tale per cui gli urti possono dare l’effetto di “rottura sperato”, azionando uno scambio del tutto simile a quelli delle ferrovie, i due fasci di protoni vengono convogliati su uno stesso “binario” così da provocare un tremendo incidente frontale.

Proton-Fishing-1

Una delle illustrazioni realizzate quando lavoravo per il CERN Bulletin

L’energia liberata in impatti di questo tipo è enorme e confrontabile con quella presente nei primissimi istanti di vita del cosmo, allorché esso era molto più piccolo e caratterizzato da temperature dell’ordine dei 1011 °K. Questo significa che le collisioni cui sottoponiamo i protoni ci consentono di riprodurre, quindi di analizzare, condizioni fisiche altrimenti non accessibili con la semplice osservazione della Natura così come si presenta oggi, ben 13,8 Miliardi di anni di distanza dal Big Bang.

Durante questi “incidenti”, la distruzione delle particelle rivela l’esistenza al loro interno (o, se vogliamo, nel loro passato) di altre più piccole che “sorreggono” la realtà standosene in una posizione ancora più “bassa e “arretrata” rispetto a quella che esperiamo tutti i giorni. Particelle minime poste “ai confini della (nostra) realtà” che, mostrandosi per attimi brevissimi di tempo, si comportano come finestre, piccolissimi oblò, aperte su un cosmo del tutto diverso da quello che oggi vediamo con i nostri occhi.

Il collider del CERN, una specie di macchina del tempo tarata per visite a un passato ancora più remoto di quello osservabile con i telescopi più potenti, ci consente quindi di scoprire quali fossero davvero gli enti che abitavano il cosmo prima che al suo interno comparissero l’acqua, l’aria, il nostro pianeta Terra, …

Ecco perché l’acqua di Talete, l’aria di Anassimene, il fuoco di Eraclito, elementi proposti come origine (arché, spesso tradotto anche con comando a dimostrazione dell’ambivalenza filosofica e politica delle dottrine di questi personaggi) di tutte le cose, ci appaiono ingenue.

Lo sono specie se confrontate con l’àpeiron di Anassimandro – qualcosa di indefinito e infinito al quale oggi potremmo forse affiancare, senza tema di sbagliare troppo, il termine “plasma”: uno stato della materia che offre il vantaggio di poter essere studiato grazie ai numeri tanto cari a Pitagora – contenente i semi (gònima) di tutte le cose: sembra proprio la traduzione verbosa di ciò che intravediamo ogniqualvolta attiviamo l’Lhc.

Nella limitatissima “chimica” presocratica che includeva solo i quattro elementi acqua, aria, fuoco, terra, tra le varie proposte di possibili arché mancava all’appello solo l’ultima che, pare, nessuno ha eletto a origine del tutto. Forse, per ritrovarla con una funzione simile a quella di origine di tutte le cose, dovremmo rivolgere lo sguardo alla Teogonia11 di Esiodo, un’opera di sicuro presocratica, almeno da un punto di vista cronologico, ma anche di molto pre-eleatica e, se mi si passa il termine, pre-filosofica in quanto risalente a un periodo ancora dominato dalla religione e dal mito.

A ben vedere, non trovo strana questa assenza dell’elemento terra associato al concetto di origine e comando della realtà tutta: nel processo di semplificazione delle cose alla ricerca della natura più intima di tutto ciò che esiste, i presocratici agivano idealmente sugli elementi della loro quotidianità operando successivi tagli capaci di svuotare, di diminuire la densità del reale fino a immaginare di trovare qualcosa di a-tomico, appunto; che non poteva essere tagliato, svuotato oltre.

Ad esempio, pur non parlando di densità, Anassimene fa riferimento a fenomeni di rarefazione e condensazione degli elementi del reale nei termini seguenti3:

L’aspetto dell’aria è questo: quando è uniformemente distruibuita, è invisibile; diventa visibile a causa del freddo, del calore, dell’umidità e del movimento. Essa si muove sempre, perché altrimenti nulla potrebbe trasformarsi. Condensata e rarefatta, appare in forme differenti: quando si dilata fino a essere leggera, diventa fuoco; quando si condenza diviene vento; se la condensazione continua, si formano le nuvole, se la condensazione aumenta, l’acqua; se aumenta ancora, la terra; alla massima condensazione, le rocce. Cosicché, tra le coppie di contrari, quella che sta alla base della generazione è la coppia caldo-freddo.

Lo rileva ancora una volta il Warren quando nota che:

Anche in questo caso dobbiamo esaminare lo sfondo eleatico. In particolare, possiamo prendere in considerazione uno dei paradossi di Zenone sulla divisibilità, che potrebbe essere parafrasato nel modo seguente. Si prenda qualcosa che sia dotato di estensione spaziale. Se è spazialmente esteso, allora ha parti (spaziali) che possono essere distinte. Semba perciò possibile dividerlo, separando queste parti spaziali differenti. Ora che cosa dire di queste nuove parti? Sono o non sono anche’esse spazialmente estese? A questo punto ci troviamo di fronte a un dilemma: se non sono spazialmente estese, come possiamo pensare che possano essersi combinate per formare l’estensione originale? É infatti impossibile costruire una linea, per esempio, a prtire da punti geometrici privi di estensione. D’altra parte, se sono estese, possiamo dividerle ulteriormente. A ciascuna nuova divisione dobbiamo domandarci se abbiamo raggiunto il ilmite della divisibilità. Se abbiamo a che fare con parti che hanno un’estensione, per quanto piccola, la divisione può continuare, Se le parti sono senza estensione, allora sembra che abbiamo diviso l’estensine originale fino a ridurla a nulla – il che è assurdo. Gli atomisti considerarono questo paradosso come una sfida a qualcunque teoria fisica che, come la loro, intendesse sostenere che ci sono atomi estesi ma indivisibili. Gli atomi devono essere estesi se devono potersi combinare per dare origine a corpi estesi più grandi. Devono anche essere indivisibili se devono essere componenti fondamentali ed entità dell’universo che persistino attraverso tutti gli altri cambiamenti. (…) Alla fine, sostiene la teoria atomistica, giungeremo a un punto in cui i pezzi, pur dotati ancora di una grandezza, non sono più divisibili neanche in linea di principio. Neanche il macchinario pù potente può spezzarli. Questi sono gli atomi.

In questo processo, quindi, mi sembra evidente come apparisse conveniente partire da qualcosa che è già di suo rarefatto come l’acqua, ma soprattutto l’aria e il fuoco: tutti elementi molto meno densi della dura terra. Questa visione cosi ingenua e al contempo illuminante, per certi versi era già stata colta da qualcuno. Mi riferisco a Teofrasto il quale, nel suo Opinioni di fisica3, parlando di Anassimandro, riferisce:

e dice che il comando non è né l’acqua, né qualcun altro dei cosiddetti elementi, ma una certa altra natura, qualcosa di indeterminato, dalla quale nascono tutti i cieli e gli ordinamenti in essi vigenti. Scrive intatti: “Ciò che dà luogo alla nascita delle cose che esistono produce anche, con la forza, la loro disfatta” e difatti “i contrari si pagano vicendevolmente la pena e l’ammenda del reato secondo un avvicendamento nel tempo”. Non si può dire che non abbia espresso questi concetti con le parole più poetiche.

Una “disfatta dei contrari che si pagano vicendevolmente” mi pare ben rappresentata nei tremendi impatti tra i fasci di protoni – accelerati a velocità spaventose da campi elettrici che, come abbiamo già detto, seguono un certo “avvicendamento nel tempo” – i quali, impattando tra loro, si distruggono rivelando l’esistenza di un intero zoo di altre particelle al loro interno.

In tal senso trovo illuminante ciò che dice il Moravia quando afferma:

L’àpeiron (da peirar, limite, quindi, letteralmente, “che non ha limiti”), non è un elemento, non è attributo di un elemento. Non è materia in senso aristiotelico: è quella physis, nel senso di una natura che diventa tutte le cose rimanendo se stessa.

L’àpeiron primigenio contiene i “germi” (gònima) dei contrari – e contrari sono caldo e freddo, asciutto e umido e così via, ai quali Anassimandro attribuisce un grande rilievo.

E, a proposito di caldo-freddo, contrari sono pure le temperature raggiunte all’interno del collider del CERN dove il termometro fa registrare oscillazioni tra gli 1,9 kelvin (-272 °C)12 e i 1011 °K.

Aristotele ci racconta che Anassimandro ebbe anche una idea alquanto interessante circa la geometria del cosmo nel centro del quale poneva il nostro pianeta (non lo indicava di certo in questo modo) spiegando questa idea nel seguente modo:

la terra si mantiene ferma grazie alla somiglianza. Infatti per qualcosa che si trovi al centro e collocato in modo simile in relazione agli estremi non è maggiormente appropriato muoversi verso l’alto piuttosto che verso il basso, o di lato. Poiché è impossibile che si generi un movimento simultaneo in direzioni opposte, essa rimane necessariamente immobile.

Un’idea traslabile dalla Terra ai fasci di protoni tenuti sospesi al centro dell’acceleratore dai magneti superconduttori che agiscono sul fascio “con somiglianza” da tutte le direzioni, tenendolo così al centro del collider.

Nel merito di questa discussione, trovo si inserisca in modo interessante anche il seguente passo del Warren:

Due cose emergono immediatamente: in qualche modo Eraclito riserva al fuoco un ruolo privilegiato come più importante tra i costituenti del cosmo. Il detto B39 identifica il cosmo con un fuoco eterno e B90 gli assegna la funzione di moneta nei vari scambi tra elementi descritti in B21a e B32h. Questa coppia di detti accenna a un sistema regolare e regolato di scambi tra elementi, in cui ciascun elemento o costituente cosmico (sono qui menzionati: il fuoco, il mare – che forse sta per l’acqua in generale – la terra e il fulmine) parte di una serie di trasformazioni che hanno luogo secondo rapporti o successioni rigorose. Tutto ciò ricorda certamente la descrizione che Anassimandro fa dell’ingiustizia e delle riparazioni tra costitiuenti cosmici, ed Eraclito senza dubbio risponde a queste speculazioni dei milesi. È anche probabile, sebbene il fuoco sia sicuramente la più importante delle varie cose che compongono il cosmo, che Eraclito non si impegni a farne un elemento costituitivo di ogni oggetto del mondo. La similitudine di B90 suggerisce che, proprio come quando compro un pezzo di pane per 70 pence, ha luogo uno scambio e il pane che mi porto via vale ma non è composto da 70 pence, così quando il fuoco diventa, per esempio, mare, quel mare in qualche modo vale o è equivalente a una certa quantità di fuoco, ma non è esso stesso fatto di fuoco. Più importante, certamente, è l’idea che ci sia una quantità fissa e regolare di fuoco che diventa una quantità fissa di mare. Tuttavia, possiamo porre direttamente in relazione questa spiegazione cosmologica con la concisa formula “tutte le cose sono uno”, poiché ci sono ragioni per vedere qui all’opera una concezione monistica materiale molto simile alla precedenti concezioni milesie: tutte le cose sono uno nella misura in cui esse sono costituite da questi elementi, e questi elementi sono unificati dalo scambio ciclico e dal fatto di essere tutti trasformazioni di un solo elemento: il fuoco.

Qui mi pare di intravedere una perfetta similitudine tra il fuoco, la sua equivalenza con altre sostanze e l’equivalenza massa-energia alla base della concezione moderna della fisica. Non solo le particelle, quindi, con il loro valore di enti elementari, ma anche e soprattutto il fatto che gli enti siano riassumibili con il loro contenuto di energia (fuoco) che fa sì che possanno essere comunque ordinati e classificati per come le loro masse si presentano al mondo, traducendo quell’energia in cose visibili e facilmente soppesabili per meglio e più istintivamente distinguerle le une dalle altre.

Questo articolo potrebbe forse indurre a pensare che io ritenga superiore il pensiero

Waiting-for-Higgs-Boson

Una delle vignette che ho realizzato anni fa per il CERN Bulletin: In search of God’s particle

 

fisico rispetto a quello metafisico. Nulla di più distante dal vero.

Pur notando come anche oggi il binomio ricerca fondamentale-politica, quindi “comando” (una delle traduzioni possibili di arché molto cara a quei presocratici attratti dal pensiero politico) goda purtroppo di ottima salute13, non voglio di certo affrontare in questa sede la discussione circa la possibile esistenza di un piano metafisico di qualche tipo.

Mi limiterei piuttosto a far notare come di sicuro il ritenere presente un piano dell’esistente sconosciuto, non visibile e non esperibile, da sempre stimola la ricerca in fisica fondamentale alla quale sembra proprio spettare il compito di “rosicchiare”, di “rubare” gradualmente spazio e temi al mondo delle pure idee.

Diceva Eraclito:

La natura delle cose ama nascondersi.

e anche:

L’armonia nascota è migliore di quella che si vede.

Esiste davvero questa armonia nascosta?

Esiste una realtà ultima, un segmento finalmente non più divisibile posto in fondo, alla base della realtà?

Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai, ma intanto mi premeva far notare come i pensieri dei presocratici potrebbero – forse potremmo addirittura dire ”dovrebbero” – essere inseriti nel primo capitolo dei libri di fisica così da far cogliere la natura molto umana di domande che giacciono nell’intersezione tra quelle che oggi si pongono i fisici e che da sempre assillano i filosofi.

In tal senso, mi ha sorpreso alquanto scoprire pochi giorni dopo il mio ritorno dal CERN che, quasi fosse un’esigenza maturata all’unisono in diverse teste (almeno due), nella rubirca ”scienza e filosofia” del mensile Le Scienze del mese scorso, Elena Castellani abbia deciso di raccontare qualcosa di simile alla mia esperienza parlando di argomenti di sicuro complementari a quelli qui sviluppati.

In quell’articolo diceva proprio di una gita fatta con i suoi studenti di filosofia ai laboratori ginevrini. Non c’è niente da fare: Filosofia e Fisica non possono proprio resistere alla tentazione di frequentarsi; si corteggiano, amoreggiano, alle volte si spingono anche oltre facendo del petting spinto e spero arrivino un domani ad ammettere l’atto completo, fregandosene bellamente del fatto che ogni tanto qualche genitore un po’ all’antica tuoni “questo matrimonio non s’ha da fare”.

Il vuoto credo esista; lo credo necessario, simile all’idea trascendentale di mondo in Kant: ci attira, attira la nostra fisica e risucchia la nostra curiosità impedendoci di immobilizzare il bisogno di assoluto.

Un vuoto, quindi, visto come spazio da colmare con movimenti mentali che ci condurranno a indagare sempre più in là, sempre più in basso, tagliuzzando alla Zenone tutto ciò che via via che ci si parrà davanti laddove al momento vediamo solo un buio profondo, terrificante, disumano.

Quello che Esiodo avrebbe definito l’”orrido” e che giace chiuso ermeticamente in uno scrigno che immagino con lati lunghi come il tempo e la lunghezza di Planck.

 

SZ

 

1 – https://home.cern/

2 – https://it.wikipedia.org/wiki/Oggetti_transizionali

3 – Capizzi, Antonio (a cura di), I presocratici, La Nuova Italia, 1984

4 – Moravia, Sergio, Pensiero e Civiltà, Le Monnier, 1984

5 – Per sapere di molti altri filosofi meno noti appartenenti alla categoria dei presocratici, consiglio di consultare il testo I presocratici a cura di Alessadro Lami (BUR) e una piacevolissima antologia del compianto Luciano de Crescenzo il quale, forte della italianità di alcuni dei suddetti pensatori e della sua corregionalità con l’ulteriore sottoinsieme degli eleati, propose un simpatico libretto nel quale compaiono alcuni autori da lui “scoperti” (per capire ciò che dico, si scorra l’indice di quest’opera: https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_filosofia_greca._I_presocratici).

6 – https://it.wikipedia.org/wiki/Le_avventure_di_Peter_Pan

7 – https://it.wikipedia.org/wiki/Large_Hadron_Collider

8 – https://it.wikipedia.org/wiki/Emisferi_di_Magdeburgo

9 – Warren, James, I presocratici, PBE, Einaudi, 2007

10 – Da I Presocratici, Bur, a cura di Alessandro Lami. Il termine “magnete” deriva dal greco μαγνήτης λίθος (magnétes líthos), cioè “pietra di Magnesia”, dal nome di una località dell’Asia Minore (Lidia), nota sin dall’antichità per gli ingenti depositi di magnetite (fonte: wikipedia).

11 – https://it.wikipedia.org/wiki/Teogonia_(Esiodo)

12 –

13 – Diogene Laerzio (Capizzi):

Tra i grammatici è da ricordare Diodoto, il quale attesta che il libro di Eraclito non trattava della natura, ma del governo dello Stato, e che gli accenni alla natura vi stanno dentro in funzione di modello

 

 

 

 

 

 

 

 

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De REBUS Naturae – Il più bel catalogo del mondo

Crucielementa 3 colore firmato

Orizzontali: 1- Simbolo dell’Idrogeno; 2- Simbolo dell’Elio; 3- Simbolo del Litio; 4- Simbolo del Berillio; 5- Simbolo del Boro; …

Stilare un catalogo quanto più preciso possibile degli enti che compongono il mondo immagino sia un’attività tra le meglio caratterizzanti la specie umana.

Fatta esclusione per tutte quelle azioni strettamente connesse con la sopravvivenza come nutrirsi, riposarsi, socializzare, riprodursi, proteggersi, … che la nostra specie condivide praticamente con tutto il mondo animale cui fa capo, quella di catalogare gli elementi del reale alla ricerca di uno schema o di un indizio da usare per collocare in una sequenza quanto più ordinata possibile oggetti e/o concetti, mi sembra possa essere una capacità appartenente a pochissime specie (1).

Se poi, piuttosto che fermarci a una catalogazione che, con un fare un po’ canzonatorio, si suole indicare come “botanica”, fondata quindi su caratteristiche esteriori come odore, sapore, forma, aspetto, sensazioni tattili, uso, …, ne cerchiamo altre meno istintive, che consentano di dedurre (e di indurre) le caratteristiche di un particolare elemento della realtà basandosi su proprietà sintetiche calcolabili, parametrizzabili, quindi prevedibili sulla base di una regola di qualche tipo, allora non credo ci siano dubbi: in questa zona di universo, gli unici a fare qualcosa del genere siamo noi appartenenti alla razza umana.

Di sicuro la ricerca di una classificazione fine di questo tipo è un approccio alla Natura non banale ma, quando e se riesce, non può che rivelarsi vantaggioso: attua una comoda compressione di una fetta della realtà riconsiderandola come qualcosa di riproducibile a partire da un seme e da un processo che, una volta applicato a quell’elemento zero e ai suoi prodotti successivi, ci mette in condizione di generare gli altri elementi del catalogo senza più doverli ricordare.

Vero quindi che “non fa scienza sanza lo ritener l’aver inteso”. Altrettanto vero è che se riuscissimo a catalogare il mondo usando un criterio basato su un processo di ordinamento che escluda il più possibile caratteristiche esteriori per privilegiare qualcosa che, non visto, ordina da dentro la realtà, il concetto di conoscenza perderebbe buona parte di quel connotato mnemonico che tanto ci limita sia nella dimensione spaziale che in quella temporale, aprendoci le porte a un nuovo approccio conoscitivo.

Nell’attività specifica del classificare, l’animale uomo ha accumulato una grande esperienza: è partito con tentativi alquanto puerili come quello compiuto, pare per la prima volta, dal mio antenato più noto il quale dicono abbia iniziato col dare i nomi agli animali traghettandoli così da un limbo di esistenza potenziale all’esistenza vera e propria.

In seguito abbiamo proceduto attraverso varie tappe, in modo più sistematico e attento, grazie all’operato di tanti personaggi noti e di chissà quanti ignoti. Tra i primi, val la pena qui citare Aristotele, Linneo, Darwin.

Di questa attitudine della nostra specie a classificare possiamo trovare tracce ovunque. Banalmente si pensi, ad esempio, al bisogno di collezionare, ma anche e soprattutto alla propensione a organizzare mostre e “collettive” (alla fine delle quali di soito si pubblica il “catalogo della mostra”), a istituire musei, a scrivere enciclopedie, a gestire biblioteche (2) e nel generare algoritmi di catalogazione che possano aiutarci ad avere contezza della nostra comprensione del mondo.

Proprio quest’anno ricorrono i primi 150 anni tracorsi dalla creazione di una catalogazione che il russo Dmitrij Ivanovič Mendeleev ideò nel 1869.

In essa egli ordinò gli elementi chimici all’epoca conosciuti e le loro caratteristiche in uno schema che, frutto del suo intuito (in seguito si scoprì che l’ordine da lui imposto alla tavola è riconducibile a caratteristiche fisiche degli atomi che all’epoca non erano ancora state comprese, né forse sospettate), presentava il pregio di ordinare la realtà atomica del mondo secondo caratteristiche numeriche progressive e misurabili.

A differenza di altre versioni più o meno coeve della tavola degli elementi elaborate da suoi colleghi, in essa il chimico russo aveva lasciato alcune zone vuote all’interno delle quali nelle sue intenzioni avrebbero dovuto trovare posto altre specie atomiche all’epoca ancora sconosciute e che, prevedeva, avrebbero esibito proprietà intermedie tra quelle note poste sui confini di quelle lacune.

Alla luce di quanto appena detto, proprio per questa possibilità che offre di predire alcune caratteristiche dell’elemento nella casella n+1-esima a partire dai comprotamenti chimici delle precedenti n, la tavola periodica di Mendeleev mi ricorda ben altre tabelline (“tavoline”) che a partire da soli dieci simboli consentono di calcolare la totalità dei prodotti possibili.

A ben vedere, essa quindi possiede una affascinante ambivalenza: è catalogo che contiene tutti gli atomi conosciuti (3) e, indirettamente, anche la totalità delle strutture naturali e artificiali che compongono il nostro mondo e per questo motivo credo meriterebbe la definizione di “catalogo dei cataloghi”.

Ma è anche “tavola”, ovvero “ausilio per il calcolo”: essa, insomma, presenta proprio quelle caratteristiche sintetiche di cui parlavo alcuni capoversi più in alto e consente, qualora non si ricordassero le caratteristiche di alcuni elementi, di calcolarsele a partire da quelle di altri atomi noti, attuando finanche una valutazione approssimativa del loro comportamento chimico.

Nella tavola periodica, infatti, tutte le specie atomiche conosciute sono ordinate secondo il numero atomico Z crescente (numero di protoni) e in base al progressivo riempimento degli orbitali s, p, d, f (riempimento dal quale dipende la loro capacità di legarsi ad altri atomi per formare molecole) in modo tale che possiamo identificare nel suo schema dei trend che la solcano da destra a sinistra, dal margine superiore a quello inferiore, dall’apice destro in alto a quello sinistro in basso, da quello sinistro in alto a quello destro in basso, …

Osservandola in questo modo, essa consente di capire come mutano i comportamenti globali delle varie famiglie atomiche e, di conseguenza, di farsi pure un’idea approssimativa delle caratteristiche delle singole specie atomiche facenti capo a quelle famiglie.

Quasi fosse una regione geografica, lintero schema può essere così esplorato in tutti i sensi, rivelando a sguardi che partono di volta in volta da “punti cardinali” differenti la presenza di “correnti” (seguendo l’approccio dell’Atkins (4), mi verrebbe da dire “del Golfo”), ovvero andamenti chimici che sintetizzano tutto quanto avviene nel grande Tetris della realtà.

Considerando di volta in volta i vari parametri tabulati nelle singole caselle e riferiti a caratteristiche più che microscopiche dei vari atomi, si può così osservare il variare delle caratteristiche macroscopiche delle famiglie atomiche come l’affinità elettronica, la metallicità, la densità, le dimensioni dei singoli atomi, l’energia di ionizzazione,…

Nonostante quindi non si possa dire che nella tavola periodica sia riassunta l’intera ricchezza chimica del cosmo, è bello pensare che, data la regolarità con la quale mutano le proprietà dei vari elementi tra i gruppi (colonne), i periodi (righe) e i vari blocchi in cui si suddivide la tabella, altrove l’universo non dovrebbe riservarci sorprese così tanto… sorprendenti.

La Natura, a partire da Idrogeno ed Elio, “definizioni” (elementi) già presenti nelle fasi iniziali della storia del nostro universo (5) e occupanti la prima e la seconda posizione orizzontale nel mio “crucielementa” mostrato in apertura, in circa tredici miliardi di anni di vita ha creato nelle fornaci stellari tutte le altre “definizioni” che trovano posto a partire dal 3 orizzontale in poi.

In questo lunghissimo lasso di tempo si è inoltre divertita a combinare, a “incrociare” in vari modi queste “definizioni”, sillabe impronunciabili, per creare, grazie alla forza elettrica, composti chimici “pronunciabilissimi”. Addirittura reali.

Una volta creati questi in quantità tali da renderli oggetti macroscopici, la giurisdizione è passata alla forza gravitazionale e, nel caso della materia organica, alle spinte biologiche, ed evolutive che creano e disfano di continuo “parole” nuove e interi componimenti organici.

Tutti questi passaggi successivi durante i quali la complessità del gioco combinatorio è andata crescendo in modo esponenziale, spiegano molto bene la grande difficoltà incontrata da tutti coloro i quali hanno tentato di dare una classificazione precisa della realtà nei termini tipici e imprecisi delle più note tassonomie animali, floreali, minerali, …

La semplicità della tavola periodica degli elementi risulta così essere ordini di grandezza distante dalla complessità (in alcuni casi sembra si tratti piuttosto di “aribitrarietà”) delle catalogazioni degli oggetti reali.

Similmente a quanto si fa nella distinzione tra anodo e catodo, termini che usano i due prefissi greci ana- (trad.: “sopra”) e cata- (“sotto”), sospetto che la parola “catalogo” possa allora derivare da un processo di ordinamento che procede elencando gli item andando dall’alto verso il basso.

Durante questo scorrimento, quando alle volte capita di imbattersi in qualcosa che ricorda uno o più elementi già incontrati in precedenza nello stesso elenco, si torna in su per cercarli: si procede, quindi, in senso contrario alla ricerca dell’ana-logo.

Analogamente, procedendo lungo questa linea di ragionamento, mi diverte pensare che scendendo l’albero cronologico, è proprio grazie alla complessità derivata dai giochi elettrici, gravitazionali, biologico-evolutivi della Natura che siamo in condizione di giocare con le leggi e le forze dell’evoluzione e selezione culturale.

Grazie a esse siamo ritornati ancora una volta alle origini (abbiamo risalito l’albero) creando in lavoratorio nuovi elementi e nuovi modi di combinare quelli già esistenti.

Da un tale gioco nasce buona parte  della zona della tavola periodica occupata dai Lantanidi (58 < Z < 71) e dagli Attinidi (90 < Z < 103), quella che seguendo l’Atkins conviene riguardare come “grande isola dei mari del Sud”:  una “terra” in buona parte emersa dagli studi stimolati dalla ricerca bellica di strumenti di morte che fossero capaci di sfruttare la potenza contenuta nel nucleo atomico. Una ricerca che ci ha svelato la brevissima esistenza di elementi instabili collocati oltre la posizione dell’Uranio e per questo detti “transuranici”.

Insomma, la sintesi di cui festeggiamo il centociquantesimo anniversario è qualcosa di potente, di creativo, di esaustivo, ma soprattutto di unico tra le consapevolezze raggiunte nel mondo animale. Essa è uno splendido riassunto concettuale e visivo di cosa abbiamo compreso e di cosa siamo.

Se la tavola periodica che noi oggi utilizziamo risale al 1869, scopro che il primo cruciverba (in realtà all’inizio si chiamava “parole crociate” e solo in seguito fu battezzato così dall’editore Bompiani), gioco il cui schema da sempre connetto visivamente a quello di Mendeleev – è di pochi anni dopo: l’italiano Giuseppe Airoldi lo ideò nel 1890 anche se poi quel gioco fu associato al nome di Arthur Wymne cui viene erroneamente attribuita l’invenzione (ri)avvenuta nel 1913.

Mi piace pensare che una volta completato lo schema del mio Crucielementa, dall’incrocio di parole inutili, impossibili, senza senso come quelle che si ottengono leggendo il contenuto delle righe e delle colonne (6), vengano fuori tutti i composti esistenti, che possiedono quindi una loro realtà, una loro consistenza, delle loro caratteristiche ben precise.

Allora in principio era il verbo, anzi, erano le “verba” costruite con sillabe strane, le abbreviazioni dei nomi degli elementi chimici, affiancate da numeri che servono a “pesare le parole”.

 

SZ

1- Lo dico sottovoce solo perché sospetto che anche altre specie animali, a qualche livello, cataloghino spontaneamente gli oggetti del loro habitat. Sono molto curioso di saperlo e sarebbe interessante scoprire i limiti di questa affermazione. Spero davvero che possa intervenire un etologo a dirmi come stanno le cose.

2- Mi sembra interessante notare che nel 1841, quindi non molto prima della nascita della Tavola Periodica degli elementi, anche la biblioteconomia accelerava grazie all’introduzione di precise regole di catalogazione a opera di Antonio Panizzi.

3- Una semplice e doverosa precauzione: la storia della scienza mi raccomanda di ricordarmi che viviamo in un distretto infimo di un cosmo immane, laddove l’elemento chiamato “elio” è stato scoperto solo nel 1868, dopo che Janseen e Lockyer ne osservarono la presenza nello spettro del gas che compone la nostra stella Sole. Nulla vieta, quindi, che poco più lontano da qui la “fauna” atomica possa essere molto più variegata e interessante.

4- In questo libro, Atkins invita a considerare la tavola periodica degli elementi alla stregua di un regno da studiare da un punto di vista geografico. Un approccio che trovo estremamente interessante, coinvolgente e vincente da un punto di vista divulgativo

5- Nelle prime fasi di vita del nosro universo vi erano solo Idrogeno e, in misura molto minore, Elio. Due elementi la cui generazione viene di solito indicata come “nucleosintesi primordiale”.

6- Vi sono alcune, poche, eccezioni a quanto detto. Esistono infatti alcune fortunate “definizioni” verticali come il 3 verticale: Li-Na; il 56 verticale: Ba-Ra; il 13 verticale: Al-Ga che, se considerate come semplici parole, un po’ di senso lo possiedono.

 

 

 

 

Overblow e Overdraw per persone Underblowing e Underdrawing

PolmoNeon-low

PolmoNeon (strumento della stessa famiglia del Bandoneon)

Questo articolo è stato già pubblicato il 15 Marzo 2019 nel sito Doctor Harp (www.doctorharp.it), in una mia rubrica dal titolo “HarmoniCa Mundi” che ho inaugurato il 23 Febbraio scorso questo video di presentazione dell’intero progetto:

Ho deciso di iniziare quella mia nuova rubrica parlando di un tema nel quale mi ero imbattuto già qualche anno fa e che all’epoca mi aveva molto colpito: si trattava di uno studio scientifico in cui si sosteneva la validità di una particolare pratica medica pensata per curare problemi polmonari anche molto gravi e basata sull’uso terapeutico del canto, del flauto, del flauto a coulisse, della melodica e… dell’armonica.

Prima di allora, per me l’unica commistione tra argomenti a prima vista così lontani come l’armonica e la salute era tutta contenuta, oltre che nella frase “suonare il mio strumento mi fa sentire bene”, in quella bellissima storia di soldati al fronte salvati dalle loro armoniche che avevano ricevuto il proiettile altrimenti destinato a loro [1]. Insomma, vere e proprie armoniche antiproiettili.
Non cercatele in rete: mi sa che non ne producono più…

Tornando a quello studio scientifico cui facevo riferimento più sopra, esso mi è tornato in mente proprio allorchè mi sono riproposto di tenere questa rubrica: mi sembra infatti un tema avente le caratteristiche giuste per dare un colpo d’ariete alle pareti entro le quali di solito si svolge il dibattito tra noi armonicisti e strumentisti in generale: scoprire che parlare di armonica può significare anche andare a toccare argomenti di medicina, è qualcosa che di sicuro apre l’orizzonte verso lande tutte da esplorare.

Decidendo quindi di parlarvene, ho voluto informarmi sull’argomento leggendo direttamente gli articoli scientifici fino a ora pubblicati e che ho immaginato sarebbe stato facile reperire nel web.

Purtroppo, pur avendone trovato un certo numero, questa letteratura on-line mi ha aperto gli occhi sulla gravità di un problema di cui ho sempre e soltanto sentito parlare senza mai averlo davvero subito: l’impossibilità di avere accesso gratis a ricerche scientifiche che non riguardano argomenti legati alla tua disciplina. Avendo infatti lavorato a lungo in un istituto di ricerca astronomica, non ricordo di avere mai subito limitazioni nell’ottenere l’accesso ai lavori pubblicati dai miei colleghi italiani ed esteri impegnati nel mio stesso ambito.

Muovendomi invece in un campo, quello medico, che evidentemente non è il mio, ho subito compreso quanto sia frustrante non poter prendere visione delle ricerche altrui, una limitazione che a suo tempo ha addirittura stimolato la nascita di un movimento di opposizione all’esistenza di questi vincoli imposti dagli editori alla libera fruizione di tutte le ricerche scientifiche [2].

La maggior parte degli articoli scientifici inerenti l’uso dell’armonica in ambito clinico di cui ho trovato traccia in rete è purtroppo soggetta a embarghi che costringono un privato il quale abbia deciso di informarsi su un certo argomento consultando direttamente i lavori specialistici, a comprarli, a volte a prezzi assolutamente proibitivi, o a rinunciare del tutto alla soddisfazione della sua legittima curiosità.

Per fortuna mi sono imbattuto in una pubblicazione scaricabile liberamente [3] che ho poi integrato con la lettura degli abstract – brevi riassunti di solito posti all’inizio dell’articolo così da consentire a chiunque di farsi un’idea di massima del contenuto delle pagine seguenti – degli altri testi non scaricabili.

Spero quindi di avere sufficientemente compreso quali siano gli obiettivi che questo genere di ricerche si propongono di raggiungere e delle strategie – sono essenzialmente due – con le quali i ricercatori hanno di volta in volta affrontano la problematica in esame.

Iniziamo quindi col dire brevemente cosa si propongono gli autori dell’articolo riportato.

!La loro idea è che, accanto alle classiche terapie farmaceutiche, ottimi risultati nella cura di alcune specifiche problematiche dell’apparato respiratorio possano essere ottenuti adottatando “semplici” strumenti musicali – come si diceva più su, tra essi troviamo anche la nostra armonica! – riguardandoli come nuovi presìdi medici.

Schermata 2019-02-21 alle 14.32.05Quando gli autori dell’articolo si riferiscono a problemi dell’apparato respiratorio – problemi che, come si evince dalle due tabelle che trovate di seguito, affliggono una fetta notevole della popolazione americana e, immagino, mondiale – gli autori intendono tutte quelle malattie riassumibili con l’acronimo COPD che sta per Chronic Obstructive Pulmonary Disease, ovvero Schermata 2019-02-21 alle 14.31.34disfunzioni che limitano le capacità respiratorie di un individuo con conseguenze disastrose sulla qualità della sua vita: non è infrequente, infatti, che in pazienti affetti da queste patologie , oltre a tristezza, pessimismo, depressione, bassa autostima, …, si riscontrino finanche tendenze suicide più o meno marcate.

Lo studio descritto nell’articolo è stato effettuato presso l’ospedale newyorkese “Mount Sinai Beth Israel” [4], ma ho trovato anche diversi lavori che si riferiscono a ricerche analoghe eseguite in altre strutture sparse sul territorio americano. A uno di questi, condotto presso il Senior Friendship Center, in Florida, fa addirittura riferimento il sito della marca Seydel la quale ha provveduto a creare Pulmonica [5], un’armonica che, come assicurano i costruttori tedeschi, è stata appositamente progettata per supportare simili ricerche alle quali danno anche un interessante contributo programmatico dedicando un’intera pagina web a indicazioni sugli esercizi da compiere usando il loro strumento [6].

Nella home page del sito del “Mount Sinai Beth Israel” si legge che è notable for its unique approach to combining medical excellence with clinical innovation.

Una frase con la quale già si prepara l’internauta a scoprire che lì si adotta un atteggiamento improntato a una grande apertura a favore di approcci clinici olistici, quindi che prestano attenzione non solo al corpo del paziente, ma anche alla sua complessità caratteriale ed emozionale.

Facendo una rapida ricerca nel sito usando la parola chiave “harmonica”, ho trovato un solo riferimento: lì vi lavora un certo Richard A. Frieden, esperto di Riabilitazione e Medicina Fisica (non so come tradurre correttamente Physical Medicine…) nel cui profilo si dice esplicitamente che suona armonica, tastiere e chitarra.

Pur non essendo tra i firmatari dell’articolo che ho letto, immagino sia in qualche modo coinvolto nella riabilitazione dei soggetti affetti da COPD…

Per misurare l’efficacia di un approccio integrato, ovvero che affianchi alle normali terapie polmonari anche una cura basata sull’uso clinico della musica e di altre cure non convenzionali, i ricercatori hanno deciso di confrontare i risultati ottenuti lavorando su un campione di pazienti curati con questa strategia multidisciplinare con quelli emersi dall’adozione della sola terapia polmonare standard (con questo aggettivo intendo quella che la medicina clinica di solito suggerisce in casi del genere) somministrata a un secondo campione di pazienti indicato come “gruppo di controllo”.

Ma veniamo finalmente alla ricerca descrita nell’articolo e al metodo adottato dai suoi autori.

Tabella 1 copia.jpgLo studio è durato ben cinque anni, dal 2008 al 2013 e, come si evince dalla tabella di seguito, ha coinvolto inizialmente 88 persone dei due sessi aventi un’età compresa tra i 48 e gli 88 anni, suddivisi con un processo automatico e casuale nei due gruppi: quello impegnato nella terapia integrata (Terapia Musicale, Visualizzazione grafica delle proprie condizioni fisiche – tra poco lo capiremo meglio – sommate alla Terapia Polmonare Standard) e l’altro parallelamente impegnato in quella standard.

AIR: Advances in Respiration - Music therapy in the treatment ofIn seguito il campione si è ridotto a 68 persone in quanto 30 dei soggetti coinvolti, a causa di vari motivi tra i quali anche il complicarsi improvviso delle condizioni fisiche di alcuni di loro, non sono riusciti a completare il numero di incontri previsto.

 

Come è ovvio attendersi, l’esperimento si è poi concluso con il confronto dei risultati ottenuti con i due metodi.

Nel caso della terapia integrata, durante sessioni settimanali di 45 minuti, i pazienti sono stati istruiti da personale specializzato sulle tecniche di respirazione e su come suonare semplici melodie – si è cercato di privilegiare i gusti musicali dei pazienti così da potenziare gli effetti benefici di tutta l’operazione – con gli strumenti messi a loro disposizione.

Prima e dopo le sessioni musicali, ai soggetti in cura sottoposti alla terapia multimodale è stato chiesto di dare una rappresentazione visuale del proprio stato fisico tramite la selezione dell’immagine che, tra tutte quelle sottoposte, meglio rappresentava la loro personale percezione del proprio apparato polmonare e, conseguentemente, della propria dispnea.

Una visualizzazione che credo sia particolarmente importante non tanto per la “scientificità” dell’output, ma per il fatto di stimolare una certa autorappresentazione di sé in pazienti che dimostrano scarsa autostima e consapevolezza del proprio stato fisico e psicologico.

Microsoft Word - Apendix A.docCome si può vedere dalla figura, in essa vi sono rappresentati polmoni liberi e polmoni a vari livelli sofferenti per costrizioni che ne limitano la portata.

Dopo aver introdotto il metodo usato, l’articolo continua mostrando i risultati riferiti a ogni singolo problema clinico che la terapia tenta di curare.

Per quanto concerne la dispnea, gli effetti della terapia ottengono una valutazione comparabile con il MCID, Minimal Clinically Important Differences, un punteggio di riferimento il cui valore viene deciso a priori con metodi statistici e che serve a valutare il migliorare o il peggiorare, rispetto a quel valore limite, delle condizioni del paziente sottoposto a una certa terapia.

Risultati un po’ meno entusiasmanti ma per i ricercatori comunque positivi, si registrano nella cura dell’affaticamento, praticamente il fiato corto, mentre un successo netto emerge dalla valutazione delle funzioni emozionali dei pazienti e, come è logico attendersi da chi, suonando uno strumento, impara a economizzare il fiato, della loro capacità di gestire consapevolmente la respirazione.

Come si è già detto, lo studio tende a porsi in quella corrente di pensiero che guarda alla salute dei pazienti non più come un aspetto dipendente in modo esclusivo da parametri fisici, ma immaginandola piuttosto come il risultato finale della somma di più dimensioni strettamente connesse tra loro e aventi a che fare con una sfera più ampia, centrata sul paziente e inclusiva di altri aspetti come la qualità generale della sua vita.

In tal senso, pur permamendo qualche piccola perplessità circa la validità del metodo nei soli suoi aspetti inerenti l’impatto della terapia sui parametri fisiologici – si tratta di dubbi a mio parare stimolati dagli stessi numeri riportati nello studio – credo sia innegabile e universalmente noto quanto la fruizione consapevole della musica, e soprattutto il suonarla, siano esperienze capaci di dare qualità alla vita di chiunque, quindi anche a quella delle persone affette da COPD la cui autostima viene migliorata tramite l’esercizio della sensibilità artistica e della creatività.

Di sicuro suonare uno strumento musicale aumenta la consapevolezza di sé.

Questo, per quei musicisti che non improvvisano, credo sia vero almeno nella parte della disciplina avente a che fare con il controllo emotivo e muscolare.

Inoltre, nel caso di chi si dedica allo studio di uno strumento a fiato, vi è anche una notevole crescita di consapevolezza del proprio apparato respiratorio con conseguente miglioramento del controllo della nostra ossigenazione (quindi si cade ancora una volta nell’ambito del controllo muscolare in quanto respirare nello strumento e, conseguentemente, emettere un bel suono sono attività che coinvolgono il diaframma, la muscolatura intercostale, quella facciale, quella linguale, …).

Questa ricerca non è certo la prima nel suo genere: nello stesso articolo si fa riferimento ad altri studi condotti con metodi analoghi e, in particolare, a uno, di cui ho potuto leggere solo l’abstract, in cui l’obiettivo era misurare l’efficacia di una strategia per la cura delle COPD che facesse uso anche della musica e interamente basata sull’utilizzo della sola armonica [7].

Un aspetto che potrebbe rendere questo studio più interessante per noi armonicisti di quanto non lo sia l’articolo [3] da me esaminato (nel quale, lo ricordo, si parla invece di una terapia basata sull’uso di diversi strumenti) se non fosse che in questo caso il risultato finale è che non si riscontrano sostanziali differenze tra i benefici ottenuti dall’applicazione del metodo standard e quelli derivanti da una terapia che, oltre alle cure normali, insegni ai pazienti come respirare grazie all’uso dell’armonica.

Nel commentare questo articolo, i ricercatori del Mount Sinai Beth Israel si dicono certi che a determinare l’esito di quella ricerca sia stata la scelta di  non avvalersi del contributo di infermieri, musicoterapisti e fisiologi appartenenti a un albo di professionisti formati proprio con l’obiettivo di guidare i pazienti in una lunga terapia integrata, quindi basata anche sull’uso della musica e dell’armonica.

Queste lacune curriculari avrebbero quindi indebolito la validità di quella prima ricerca in quanto gli operatori forse più importanti, quelli a strettissimo contatto con i pazienti, non erano sufficientemente preparati a prestare la giusta attenzione a “variabili psicoterapeutiche miscelate con conoscenze mediche”.

Basandosi su questo fattore a loro parere determinante, i ricercatori del Mount Sinai Beth Israel liquidano quindi i dubbi emersi dallo studio antagonista affermando che invece la loro ricerca, prima nel suo genere, è stata capace di “combinare un intervento multimodale (comprendente quindi la visualizzazione, il canto terapeutico, …) con la riabilitazione polmonare standard (PR), così da valutare l’impatto della musicoterapia sulla depressione, sulla dispnea percepita e sulla qualità della vita correlata alla salute (HRQL, Health Related Quality of Life) in pazienti affetti da malattia polmonare da moderata ad avanzata”.

Nell’articolo si fa inoltre menzione del fatto non secondario che la depressione colpisce i soggetti affetti da COPD in ragione di più del doppio della percentuale dei soggetti senza questo genere di patologia. Una depressione chiaramente dovuta all’elevato tasso di mortalità e alla bassa qualità della vita che le insufficienze polmonari possono generare.

La ricerca in tal senso fa registrare un netto successo della terapia multimodale già dopo soltanto sei settimane di trattamento, nonché una marcata divergenza dai risultati ottenuti con la sola terapia polmonare standard cui è stata sottoposta l’altra metà dei 66 pazienti raggruppati nel cosiddtto “gruppo di controllo”.

Un punto in particolare, messo in evidenza dagli autori dell’articolo, credo possa essere molto interessante anche per gli appassionati che decidono di avvicinarsi allo studio dell’armonica: alla fine dell’intero percorso terapico, alcuni dei partecipanti hanno commentato l’attività appena conclusa definendola “stancante”.

I ricercatori hanno messo in relazione questo giudizio con i bassi punteggi ottenuti da alcuni dei pazienti in riferimento alla parte di terapia dedicata al problema del “fiato corto” e hanno ipotizzato che quel giudizio sia da imputare all’incapacità di alcuni di loro di riprodurre corretti “pattern respiratori” tendendo piuttosto a iperventilare.

Detto in altri termini, i ricercatori ritengono che chi ha faticato troppo nel tentativo di suonare il suo strumento, abbia sempre fatto transitare nei polmoni troppa aria rispetto alla quantità necessaria per attivare la produzione del suono.

Un problema al quale gli esperti musicoterapeuti ritengono si possa dare una semplice soluzione consistente nel fornire ai pazienti un supporto ritmico col quale dirigere la respirazione.

Che sia un invito, rivolto a tutti, a studiare qualsiasi cosa (brani ed esercizi) col metronomo?

In chiusura d’articolo, viene sottolineato più volte come accanto alla cura di problemi respiratori specifici, l’approccio multimodale comprendente l’autovisualizzazione del proprio stato organico, l’attività musicale, per definizione creativa e culturalmente stimolante, il canto, …, abbia degli innegabili effetti sulla socialità dei pazienti con conseguente miglioramento delle condizioni di vita generali.

L’articolo si conclude con la seguente, condivisibile, affermazione (traduzione mia):

“La musicoterapia somministrata in un contesto di gruppo presenta vantaggi intrinseci attraverso il suonare strumenti a fiato, il canto e – forse l’aspetto più importante dell’intera faccenda – in un ambiente creativo dipendente dallo sforzo collaborativo nel quale l’esperienza di gruppo alleggerisce il peso dell’impotenza che spesso si prova quando la capacità di respirare è compromessa”.

E ora veniamo finalmente a quelli che penso possano essere gli aspetti di maggior interesse per noi armonicisti.

Intanto credo sia importante scoprire che, in quanto esperti dell’unico strumento a fiato da suonare sia soffiando che inspirando, un’azione che secondo molti offre anche il pregio di “ripulire” i polmoni da impurità varie, tutti noi armonicisti possediamo un potenziale appeal per istituzioni mediche eventualmente interessate ad avviare un percorso terapeutico che si serva anche di docenti esperti di strumenti a fiato e, in particolare, dell’armonica.

Scoprire che vi sono studi sulla funzionalità del polmone soggetto allo stress del suonare credo serva a sottolineare l’importanza dello sviluppo del muscolo diaframmatico che, probabilmente più nel nostro caso che in altri, deve essere molto veloce nell’invertire la “rotta”.

Qui mi riferisco soprattutto all’incredibile abilità di tutti quei fantastici armonicisti blues i quali riescono a simulare il tipico sferragliare e sbuffare dei treni a vapore che vitalizzavano le lande sperdute del vecchio west rurale [8]: i mezzi da loro rappresentati in musica partono adagio da stazioni improbabili per poi progressivamente arrivare a velocità vertiginose, sferragliando su rotaie arruginite; un quadro sonoro dipinto con incredibile perizia modulando il fiato con la lingua e tutto il cavo orale, ma soprattutto grazie a una non comune velocità nell’alternare rilassamento e contrazione del muscolo diaframmatico.

In altri generi musicali sappiamo bene come la capacità di far lavorare velocemente quel muscolo favorisca comunque l’esecuzione di brani classici molto difficili come anche di improvvisazioni jazzistiche ardite.

Volendo fare un esempio per aiutare la comprensione di quanto appena affermato, suggerisco l’ascolto del terzo movimento del concerto di Malcolm Arnold per armonica cromatica e orchestra sinfonica [9]: come si può notare dai due passaggi che riporto più in basso, lì il solista è chiamato più volte a correre lungo quasi tutta l’estensione di una armonica cromatica a 48 voci suonando sì una semplice scala diatonica, ma  a velocità decisamente elevata (♩. = 144. Consiglio l’ascolto dell’interpretazione del grande Tommy Reilly [10]):

Primo esempio Arnold

Secondo esempio ArnoldUna velocità che, come qualsiasi altro parametro, può essere allenata fino a incontrare il limite fisico che ognuno di noi ha trascritto nei suoi geni: la qualità delle fibre muscolari e la frazione di quelle veloci e di quelle resistenti allo sforzo prolungato varia da individuo a individuo e – cosa che si evince facilmente osservando una qualsiasi competizione d’atletica leggera – a parità di impegno e preparazione, non tutti possono ottenere uguali prestazioni.

A tal proposito, mi torna in mente una famosa frase di Borzov, ex atleta e grande allenatore degli sprinter nazionali, il quale una volta pare ebbbe a dire: “sono moltissimi i velocisti, pochi i veloci”.

Gli studi medici condotti per migliorare le condizioni di vita dei pazienti affetti da COPD un giorno forse potranno dare indicazioni più precise e generali anche su come allenare e sviluppare meglio le qualità veloci di quel muscolo diaframmatico che c’è, ma non si vede e dal quale – senza aver letto quella ricerca, forse non ne sarei mai stato così consapevole – dipende moltissimo del nostro equilibrio psico-fisico.

Uno studio del genere credo abbia fatto notare anche quanto poco tempo e attenzioni si dedichino allo studio della respirazione tout court. Attenzioni che potrebbe pure aiutarci a migliorare la capacità volumetrica dei polmoni così da non avere grosse difficoltà nell’esecuzione di quei passaggi che impongono di suonare intere frasi composte di sole e molte note aspirate o, equivalentemente, di sole e molte soffiate.

Come già accennato – sarà banale ma ritengo valga la pena sottolinearlo – a mio parere da questo studio emerge pure che lo studio con il metronomo prepara ad affrontare passaggi difficili ma che soprattutto è da considerarsi “allenante” anche per tante altre qualità extramusicali.

A questo punto ritengo ci si debba interrogare su quanto il pensiero di un musicista jazz sia condizionato dalle proprie limitazioni fisiche. Forse, senza accorgercene, privilegiamo frasi di un certo tipo solo perché il nostro corpo sa di non riuscire ad andare oltre, di non poter concedersi e concederci di pensare in modo più ardito.

Accorgersene potrebbe fare di noi dei frustrati, facendoci rientrare alla lontana, almeno spero, nella schiera di coloro i quali soffrono di una forma seppur lieve di COPD con conseguenti piccoli e grandi problemi di autostima.

Abbiamo sempre la pretesa di dominare i nostri gesti con il pensiero, e scoprire che in alcuni casi è il corpo a dominare i nostri “gesti mentali” credo possa costituire una scoperta molto, troppo scomoda da accettare, specie per chi ritiene di essere un intellettuale che secondo il dizionario Treccani, altro non è se non un “individuo che svolge attività lavorativa di tipo culturale o nella quale prevalenti sono la riflessione e l’elaborazione autonoma”.

Stante questa definizione sono portato a pensare, anzi, a temere che, se non si domina il proprio respiro, la nostra riflessione musicale non potrà essere affatto autonoma.

Non voglio certo chiudere questo articolo con un pensiero così difficile da digerire. Preferisco vedere tutto sotto una luce ottimistica notando che tutti noi armonicisti abbiamo ottime probabilità di avere polmoni che funzionano davvero bene.

Così tanto bene da avere una qualità della vita superiore alla media, quindi:

1) respirate a pieni polmoni.
2) Buona musica a tutti!
E
3) ricordatevi di essere felici.

SZ

 

Biblio-Disco-Sitografia

1- Poggi, Fabrizio, L’armonica a bocca: il violino dei poveri, https://www.amazon.it/Larmonica-bocca-violino-dei-poveri-ebook/dp/B07M75J1RM

2- https://it.wikipedia.org/wiki/Open_access

3- Canga, B.; Azoulay R.; Raskin, J.; Loewy, J., AIR: Advances in Respiration e Music therapy in the treatment of chronic pulmonary disease, Respiratory Medicine 109 (2015) 1532e1539

3- https://www.mountsinai.org/locations/beth-israel

4- https://www.mountsinai.org/locations/beth-israel

5- https://www.seydel1847.de/epages/Seydel1847.sf/en_US/?ObjectPath=/Shops/Seydel/Products/PULM_/SubProducts/PULM_2.0_book

6- http://www.pulmonica.com/Program.htm

7- J.L. Alexander, C.L. Wagner, Is harmonica playing an effective adjunct therapy to pulmonary rehabilitation? Rehab Nurse. 37 (4) (July Aug 2012) 207e212

8- Stowers, Freeman, Railroad Blues, https://open.spotify.com/artist/5L4L6VsAxyYi0ENgYrzMqi

9- https://en.wikipedia.org/wiki/Concerto_for_Harmonica_and_Orchestra_(Arnold)

10- Reilly, Tommy, T.R. plays Harmonica Concertos, Chandos, 1993

11- Intervista a Gianandrea Pasquinelli – Prima parte:

12- Intervista a Gianandrea Pasquinelli – Seconda parte:

13- Intervista a Gianandrea Pasquinelli – Terza e ultima parte:

Aforisma 2: Claude Debussy Dixit

Terzo-solo-del-flauto-Debussy

 

Paolo Manetti, nell’introduzione al volumetto Il pomeriggio di un fauno (1) di Stéphane Mallarmé, cita un certo Luigi de Nardis che, in un suo libro (2), afferma:

Il Monologue d’un faune pone per la prima volta Mallarmé di fronte a nuovi problemi, gli stessi che nell’estate del ’65, in curiosa concordanza di date, cominciavano a porsi Monet, Renoir e Bazille drizzando i loro cavalletti nel bel mezzo della foresta di Fontainebleau: la figura immersa nella luce naturale, all’aria aperta, il fogliame, le acque.

Sempre Manetti riiferisce poi che, dopo alterne vicende e revisioni, il libello di Mallarmé venne pubblicato nel maggio del ’76 dall’eitore Derenne, con una edizione di lusso e col titolo di Après-midì d’un faune. Quegli anni dal ’73 al ’76 sono importanti per il movimento impressionista. Essi infatti

Segnano il culmine della stagione impressionista interpretata da Manet con assoluto rigore logico e formale, nella somma aderenza a una visione del reale ma anche all’intelletto creativo. Riflessi quindi e non limiti sensoriali in un raffinato contesto culturale che s’abbandonava coscientemente alle impalpabili vibrazioni del colore e insieme manteneva una sorvegliata cerebralità e un’accurata osservazione psicologica. Sono gli anni in cui Courbet, Renoir, Pissarro, Sisley, Manet vanno in gruppo a studiare i riflessi delle acque, delle foglie, del paesaggio, della luce, e Mallarmé, anch’egli   attirato dall’acqua e affascinato dalle nuove problematiche, affitta nel ’74 una casetta a Valvins, di fronte a Fontainebleau, riprende nel ’75 la trama dell’eroe silvano, e lo conduce finalmente a compimento.

Segue lo spoiler del libro di Mallarmé: di fronte a una palude della mia amata Sicilia, il poeta immagina un fauno mentre, assaporando persistenti sensazioni erotiche provocate dall’essersi ritrovato in compagnia di alcune ninfe nel frattempo andate via, tenta di tradurle in musica con il “nobile congegno di fughe, maligna siringa”. Praticamente uno strumento ottenuto dall’accostamento di tanti flauti, ognuno accordato in modo da emettere una singola nota, ricavati da segmenti di canna di lunghezze diverse.

Questo particolare strumento, molto usato nella musica andina, viene detto anche flauto di Pan, dio che spesso veniva rappresentato con l’immagine di un fauno. In francese, il flauto di Pan o siringa si dice anche Syrinx. Inutile dire che io veda una certa similitudine tra questo aerofono e un altro a me caro: l’armonica

Nel Booklet di un CD che possiedo (3) contenete il Bolero e Daphnis et Chloé di Ravel, La Mer e il Preludio al pomeriggio d’un fauno di Debussy, nel presentarci la figura di quest’ultimo compositore, Costantin Floros ci ricorda come egli non amasse la definizione di impressionista, ritrovandosi suo malgrado a essere l’autore di un’opera che può essere considerata proprio il manifesto di quella corrente musicale.
Continua poi dicendo che

Non si può negare che tra la sua musica e la sua estetica da un lato, e l’impressionismo pittorico dall’altro, esistono molteplici parallelismi, analogie e relazioni reciproche. Così Debussy trovò spessissimo in impressioni esterne uno stimolo per le proprie composizioni. Le sue opere, molte volte, riproducono in musica delle impressioni visive e acustiche. (…) Il “Preludio al pomeriggio d’un fauno” è considerato, non a torto, l’opera fondamentale dell’impressionismo musicale. La composizione fu ispirata dalla poesia simbolica di Mallarmé “L’après midì d’un faune”

E qui il cerchio si chiude. Pittura, poesia, musica alla  fine del secolo XIX “complottavano” per creare un movimento culturale che ancora oggi fa vibrare col suo carico di significati e rappresentazioni.

Cercando in rete, ho trovato un interessante programma di sala scritto da un certo Ennio Melchiorre il quale ci racconta che il Preludio di Debussy

ottenne un successo immediato, tanto da essere replicato come bis. Non mancarono delle critiche a livello di professori di Conservatorio e uno di essi ebbe a pronunciare un giudizio rimasto storico. «C’est une sauce sans lièvre» (è una salsa senza lepre), disse, perché nel preludio debussiano non ci sarebbe un tema e uno sviluppo tematico, ma soltanto una indefinibile modulazione della frase melodica.

Il Melchiorre continua citando un giudizio di Pierre Boulez sul poema sinfonico di Debussy nel quale, oltre a esservi la spiegazine chiara e sintetica di come mai a più di cento anni dalla composizione del brano, esso ancora ci colpisca intensamente, mi sembra vi sia  un’ottima descrizione proprio di cosa debba essere inteso per impressionismo in musica:

Il flauto del Faune instaura una respirazione nuova dell’arte musicale; l’arte dello sviluppo viene sconvolta ma non quanto il concetto stesso della forma, che liberato dalle costrizioni impersonali dello schema, dà libero corso ad una espressività sciolta e mobile, ed esige una tecnica di adeguamento perfetta e istantanea. L’impiego dei timbri appare essenzialmente nuovo, di una delicatezza e sicurezza di tocco eccezionali; l’impiego di certi strumenti, flauto, corno o arpa, riveste le caratteristiche principali della maniera che Debussy userà poi nelle sue opere ulteriori; la scrittura dei legni e degli ottoni di una leggerezza incomparabile, realizza un miracolo di dosaggio, di equilibrio e di trasparenza.

Il Boulez ritorna ancora nel booklet del CD pubblicato dalla rivista Amadeus. Vi si può leggere l’analisi di Ennio Petazzi che mi sembra il caso di riportare per intero:

La melodia del flauto, all’inizio, si profila senza accompagnamento, sospesa, «così carica di voluttà da divenire angosciosa» (Jankélévitch), di incerta definizione tonale. Il «respiro nuovo» che Boulez sottolineò in questa frase è degno davvero della «sonora, vana e monotona linea» creata dal fauno di Mallarmé sul suo strumento: un arabesco che si libra struggente in un vuoto, in una totale assenza di certezze. Iniziando sempre con la stessa nota, che ogni volta fa parte di un’armonia diversa e assume nuovi colori, il flauto ripete la sua melodia in situazioni instabili e mutevoli, proponendone sottili varianti, che si collegano con logica intuitiva e a poco a poco si discostano dall’effetto di libera, indeterminata, sospesa improvvisazione suggerito dalle prime battute. Le idee che si presentano poi nel corso del pezzo si rivelano affini alla melodia iniziale e possono essere considerate sue derivazioni, dai profili sempre più precisi, fino al momento in cui, esattamente a metà del pezzo, viene presentata una lirica idea in re bemolle maggiore (non immemore forse del Notturno op. 27 n. 2 di Chopin) dal gesto intenso ed espansivo. La sezione centrale, preceduta da un primo «sviluppo», rappresenta nel Prélude il momento meno lontano da echi del passato, fra l’altro wagneriani, ed è caratterizzata dalla tensione di grandi archi melodici e da procedimenti armonici concatenati secondo una logica più familiare: poi si ha un nuovo «sviluppo» e una sorta di ripresa sensibilmente variata.
Essa sfocia in una coda che si spegne e dissolve con la massima delicatezza in un’atmosfera sospesa, come se la musica tornasse all’ombra e al silenzio misteriosamente, come ne era uscita: davvero nel Prélude Debussy appare idealmente più vicino a Mallarmé proprio dove trova gli accenti più inconfondibilmente personali.

Questi aforismi musicali saranno spesso connessi a un inevitabile amarcord personale. In questo caso, non posso fare a meno di ricordare che a farmi conoscere quest’opera è stato mio padre.
Non riesco ovviamente a recuperare il dato circa il giorno di quel lontanissimo periodo della mia storia (sarà stato l’ottantotto o l’ottantanove) in cui mi parlò del Prèlude di Debussy, anche se, stranamente, so quale fosse la fascia oraria: stavamo andando a pranzo, quindi eravamo sulla via di casa, a bordo della nostra vecchia Fiat 500 bianca, un modello degli anni ’70 che – già all’epoca suonava comico – si chiamava Nuova 500.

Non abbiamo mai posseduto un’autoradio, né uno stereo. Proprio in quegli anni comprai per l’enorme cifra di quasi cinquecentomila lire, uno dei primi lettori CD, quello della SONY. L’acquisto, unitamente a due casse da un watt ciascuna (!), risultò essere una vera svolta nella mia vita.

Prima di allora avevo sempre ascoltato musica da audiocassette che, con l’uso continuo, perdevano progressivamente l’intonazione. In alternativa, mi abbandonavo spesso ad ascolti serali nello studio di mio padre, un fan di un canale radio RAI (se non sbaglio, all’epoca era il secondo che rivestiva la funzione che ora è del terzo canale). Avendo fatto quell’acquisto, iniziai a collezionare CD che spesso altro non erano se non la traduzione in questo all’epoca rivoluzionario formato di quegli stessi LP che ascoltavo da zio Francesco.

Di ritorno da un viaggio a Londra, mio cugino Gianluca mi portò in regalo il CD Bye Bye Blackbird di John Coltrane; in seguito, comprai il disco della Deutsche Grammophone contenente i brani che elencavo (con l’unica differenza che vi era la Pavane pour une infante défunte al posto del Bolero presente nell’edizione oggi in mio possesso), diretti da Herbert von Karajan e suonati dai Berliner Philarmoniker. E così, sotto ottimi auspici, iniziò la costruzione della mia discoteca personale.

In realtà, il disco con i brani di Ravel e Debussy non è quello che possiedo al momento, che è un acquisto recente.
Il primo purtroppo non lo trovo più. Aveva una bellissima copertina con la foto del mare al tramonto (aprés midì) che si infrange su una spiaggia e, sempre diretto da Karajan, conteneva la famosa versione di La mer nella quale a un certo punto – se non sbaglio, era nel primo movimento De l’aube à midì sur la mer, dalle parti della sezione 10, lì dove l’indicazione di tempo passa dai 6/8 ai 12/8 – il maestro starnutisce.

Per me, che fino a pochi giorni fa non ho posseduto la partitura del poema sinfonico debussiniano, quello starnuto sembrava quasi essere stato previsto dal compositore il quale, nell’atto estremo di rappresentare la distesa oceanica e il concetto stesso di umido, poteva avere scritto qualcosa fra i righi musicali per suggerire al direttore di esibirsi in una coltissima e sonora esternazione di un certo disagio polmonare.

Dirò di più: se anche vi fosse stata la voce della madre del piccolo Herbert a intimargli di uscire dall’acqua perché si stava raffreddando, l’avrei accettata come il testo del brano (Mogol-Debussy), quindi come parte integrante e necessaria dell’opera.

Quando per la prima volta mio padre mi parlò del Preludio al pomeriggio di un fauno, mi disse che Debussy aveva tratto ispirazione da una poesia di Mallarmé (che lui possedeva, ma che non cercai mai nella sua libreria) e che ascoltando quel brano sembrava quasi di vedere il fauno alle prese con un motivo che gli era venuto in mente durante l’ozio pomeridiano, ma che non riusciva a portare avanti così da dargli una forma e un degno finale. Da qui deriverebbero quindi le numerose ripetizioni del tema principale che, a volte trasportate in tonalità differenti, si ritrovano lungo tutto lo sviluppo del poema sinfonico.

Non so se si trattasse della sua interpretazione al brano o se l’avesse letta da qualche parte. Fatto sta che quell’immagine ancora mi accompagna e, del brano, propongo qui solo la terza volta in cui il fauno di Debussy prova a sviluppare quell’idea, quel pigro cromatismo discendente che ogni volta fa fatica a risalire al Do diesis di partenza e che in sole dieci battute riesce a trovare tutto il tempo e lo spazio per diventare uno dei più famosi periodi musicali della storia della grande musica.

Quel primo incrocio fra diverse esigenze di evocare, tramite un fauno, una silvanità che già a fine ‘800 si andava velocemente perdendo, esigenza manifestata da poeti, pittori e musicisti, si riproporrà nei primi anni del secolo successivo anche nella scrittura teatrale: nel 1913 venne rappresentato Psyché, un dramma in tre atti di Gabriel Mourey tratto dal mito di Pan così come narrato ne Le Metamorfosi di Apuleio (4) con la sola eccezione dell’epilogo: se Mallarmé narra di un assopimento del fauno, Plutarco ne narra la morte e Mourey, nel finale di Psyché, fa sua questa seconda opzione.

La composizione della colonna sonora fu affidata a Debussy al quale Mourey chiese di scrivere “l’ultima melodia che Pan suona prima di morire”. Come ho trovato in una edizione del brano (5), il compositore francese, in una delle lettere con le quali comunicava al regista lo sviluppo del suo lavoro, scrive:

Ancora non ho trovato quello che cercavo… in quanto un flauto che  canta sull’orizzonte deve contenere la sua emozione! Cioè, non c’è tempo per ripetizioni, e una esagerata artificiosità avrebbe l’effetto di rendere rozza l’espressione dal momento che la linea o il pattern melodico non può fare affidamento sull’intervento di alcun colore. La pregherei di dirmi, con estrema precisione, dopo quale verso parte la musica? dopo diversi tentativi, sono giunto alla conclusione che bisogna limitarsi a far suonare il flauto di Pan da solo senza accompagnamento alcuno. Il che è molto più difficile ma più nella natura delle cose

É così che a 150 anni dalla composizione dell’ultimo brano per flauto solo, la Sonata in La minore di Carl Philipp Emanuel Bach, nacque Syrinx, in Si bemolle minore.
In seguito, l’idea tutta mentale che avevo del fauno ha dovuto fare i conti con alcune immagini create da altri nelle quali mi sono imbattuto.

Tra tutte, la mia preferita è quella di Bruno Bozzetto (6) che, a cento anni dalla pubblicazione della poesia di Mallarmé, costruì un meraviglioso cartone animato a commento del poema sinfonico di Debussy. In esso, il fauno è oramai avanti negli anni, ma non si è ancora arreso all’idea della virilità perduta e, eterna vittima dell’”acceso rubino dei seni audaci” che fanno “ancora rubefatta l’aria immota” (Mallarmé), dopo aver incassato i rifiuti di tutte le ninfe che avvicina, si avvia con rassegnazione al tramonto, quindi alla morte, similmente a quanto immaginato da Plutarco per il dio Pan.

Nonostante di immagini ne abbia trovate tante anche grazie alla rete che sul finire degli anni novanta iniziava a colmare lacune nell’ignoranza della mia generazione, decisi di dare una mia rappresentazione musicale e visiva del fauno. Come dice il già citato De Nardis, “è “figura che ha in sé la rappresentazione dell’infanzia del mondo, di un’età primitiva dove la realtà fosse costituita dì possibilità aventi in sé i futuri sviluppi delle forme e degli esseri”. L’Ilaria Mazzuco in un suo libro (7) da poco uscito, descrivendo il dipinto “La morte di Procri” di Piero di Cosimo (1461, 1522), fa notare quanto fosse un tempo negletta la figura del fauno, spesso equiparata a quella del satiro e, come il di Cosimo sembra aver suggerito nel suo dipinto, da rivalutare in alcuni suoi aspetti decisamente positivi.

Tra Mallarmé, Debussy, Bozzetto, Di Cosimo, ma anche Bénigne Gagneraux, William-Adolphe Bouguereau, il Correggio e altri numerosissimi esempi di rappresentazioni letterarie, musicali, piittoriche di satiro-fauno rinvenibili in rete e non solo, si completa abbastanza il quadro delle varie interpretazioni date a questa figura.

L‘evoluzione ulteriore della sua immagine selvatica (e per questo fin troppo gaudente, secondo certa cultura da sempre attenta a deprimere spontanei “inni alla gioia” per privilegiare lo svilimento della carne e del nostro essere anche animali), nata in grecia come satiro e proseguita nella cultura latina come fauno, si può cogliere nella traduzione credo medioevale datane dalla cultura cristiano-cattolica. In qualche oscuro momento storico, si è provveduto a sovrapporre alla quasi sempre innocua divinità silvana, l’immagine del diavolo, quindi del male assoluto, sempre dotato di corna, occhi, orecchie, coda e zampe di capra.

copertina-quanta-copiaÉ possibile trovare sia una rappresentazione musicale (il mio brano intitolato proprio Fauno) che una visiva di quel personaggio mitologico anche nel mio primo disco Quanta (8), un CD tutto suonato in solo e che ho registrato nello studio dell’amico Pasquale Morgante per poi pubblicarlo nel 2000 con la casa discografica M.A.P. di Milano. In seguito è stato ripubblicato dall’agenzia modenese Le Muse Group e in esso, tutti gli echi delle raprpesentazioni, fatta esclusione per quelle in connessione col male, sono confluiti come un fiume in piena.

Il libretto di Quanta era essenzialmente un leporello, un termine di cui fino all’anno scorso non conoscevo l’esistenza e che sta a indicare un lungo foglio ripiegato a fisarmonica, che si legge dispiegandolo per intero e non sfogliandolo come un libro. Una volta aperto, su di un lato si trovano le foto che mi furono scattate da un altro amico, il bravissimo Mauro Cionci (http://www.nikonphotographers.it/maurocionci), mentre sull’altro vi è una specie di storia che ho narrato con poche parole e con quattro illustrazioni originali.Fauno-low

Tra queste, vi sono un calamaro gigante (giant SQUID!) che affiora in superficie e il fauno che trovate qui di fianco.

Si tratta di un mio autoritratto col quale intendevo rappresentare un mio profondo desiderio di suonare la Natura e la Fisica che usiamo per colloquiare con essa , idea che sosteneva l’intero disco.

Non mi resta che augurarvi un buon ascolto (chiedo scusa se, come noterete, l’ancia del DO nel terzo spazio a battuta 5 mi abbandona preferendo emettere una nota tendente al SI…) e un buon divertimento nel provare a seguire col vostro strumento in Do le note che ho riportato nello spartito allegato, del tutto simile a quello dell’edizione Dover (9) delle opere orchestrali di Debussy.

SZ

(1) Mallarmé, Stèphane, Il pomeriggio d’un fauno, a cura di Paolo Manetti, Einaudi;

(2) Luigi de Nardis, L’Ironia di Mallarmé, Sciascia, Caltanissetta, 1962;

(3) Ravel, Bolero, Daphnis et Chloé, Debussy, La mer, Prèlude à l’après-midì d’un faune, Berliner Philarmoniker, Herbert von Karajan, Deutshe Grammophone

(4) Apuleio, Le metamorfosi o l’Asino d’oro, Einaudi;

(5) Debussy, Claude, Syrinx (La Flute de Pan), Wiener Urtext Edition, Schott/Universal Edition;

(6) Bozzetto, Bruno, Allegro, non troppo

//www.dailymotion.com/video/x23rx9f_prelude-a-l-apres-midi-d-un-faune_creation

(7) Mazzuco, G.  Ilaria, Il Museo del Mondo, Einaudi

(8) Adamo, Angelo, Quanta, MAP, 2000

Lo si può trovare in vendita alla seguente pagina:

http://www.jazzos.com/products0.php?artist=502134&module=artists&cat=TOP&search_type=artist&search_string=angelo+adamo

(9) Debussy, Claude, Three Great Orchestral Works, Dover

http://www.flaminioonline.it/Guide/Debussy/Debussy-Preludefaune.htmlhttp:

La Treccia del Tempo

Prima pagina la treccia del tempo titolo colore

 

Seconda pagina La treccia del tempo

terza pagina la treccia del tempo

 

SZ

Sottofondo: GYORGY LIGETI: Chamber Concerto, Ramifications, String quartet No.2 (Lasalle Quartet), Aventures, Ensemble Contemporain, Pierre Boulez; Lux Aeterna, Chor des Norddeutschen Rundfunks Hamburg, Helmut Franz, Director; Deutsche Grammophon

Leggi l’articolo scientifico! Lo trovi qui:

http://arxiv.org/abs/1404.4368