Aforisma 2: Claude Debussy Dixit

Terzo-solo-del-flauto-Debussy

 

Paolo Manetti, nell’introduzione al volumetto Il pomeriggio di un fauno (*) di Stéphane Mallarmé, cita un certo Luigi de Nardis che, in un suo libro (**), afferma:

Il Monologue d’un faune pone per la prima volta Mallarmé di fronte a nuovi problemi, gli stessi che nell’estate del ’65, in curiosa concordanza di date, cominciavano a porsi Monet, Renoir e Bazille drizzando i loro cavalletti nel bel mezzo della foresta di Fontainebleau: la figura immersa nella luce naturale, all’aria aperta, il fogliame, le acque.

Sempre Manetti riiferisce poi che, dopo alterne vicende e revisioni, il libello di Mallarmé venne pubblicato nel maggio del ’76 dall’eitore Derenne, con una edizione di lusso e col titolo di Après-midì d’un faune. Quegli anni dal ’73 al ’76 sono importanti per il movimento impressionista. Essi infatti

Segnano il culmine della stagione impressionista interpretata da Manet con assoluto rigore logico e formale, nella somma aderenza a una visione del reale ma anche all’intelletto creativo. Riflessi quindi e non limiti sensoriali in un raffinato contesto culturale che s’abbandonava coscientemente alle impalpabili vibrazioni del colore e insieme manteneva una sorvegliata cerebralità e un’accurata osservazione psicologica. Sono gli anni in cui Courbet, Renoir, Pissarro, Sisley, Manet vanno in gruppo a studiare i riflessi delle acque, delle foglie, del paesaggio, della luce, e Mallarmé, anch’egli   attirato dall’acqua e affascinato dalle nuove problematiche, affitta nel ’74 una casetta a Valvins, di fronte a Fontainebleau, riprende nel ’75 la trama dell’eroe silvano, e lo conduce finalmente a compimento.

Segue lo spoiler del libro di Mallarmé: di fronte a una palude della mia amata Sicilia, il poeta immagina un fauno mentre, assaporando persistenti sensazioni erotiche provocate dall’essersi ritrovato in compagnia di alcune ninfe nel frattempo andate via, tenta di tradurle in musica con il “nobile congegno di fughe, maligna siringa”. Praticamente uno strumento ottenuto dall’accostamento di tanti flauti, ognuno accordato in modo da emettere una singola nota, ricavati da segmenti di canna di lunghezze diverse.

Questo particolare strumento, molto usato nella musica andina, viene detto anche flauto di Pan, dio che spesso veniva rappresentato con l’immagine di un fauno. In francese, il flauto di Pan o siringa si dice anche Syrinx. Inutile dire che io veda una certa similitudine tra questo aerofono e un altro a me caro: l’armonica

Nel Booklet di un CD che possiedo (***) contenete il Bolero e Daphnis et Chloé di Ravel, La Mer e il Preludio al pomeriggio d’un fauno di Debussy, nel presentarci la figura di quest’ultimo compositore, Costantin Floros ci ricorda come egli non amasse la definizione di impressionista, ritrovandosi suo malgrado a essere l’autore di un’opera che può essere considerata proprio il manifesto di quella corrente musicale.
Continua poi dicendo che

Non si può negare che tra la sua musica e la sua estetica da un lato, e l’impressionismo pittorico dall’altro, esistono molteplici parallelismi, analogie e relazioni reciproche. Così Debussy trovò spessissimo in impressioni esterne uno stimolo per le proprie composizioni. Le sue opere, molte volte, riproducono in musica delle impressioni visive e acustiche. (…) Il “Preludio al pomeriggio d’un fauno” è considerato, non a torto, l’opera fondamentale dell’impressionismo musicale. La composizione fu ispirata dalla poesia simbolica di Mallarmé “L’après midì d’un faune”

E qui il cerchio si chiude. Pittura, poesia, musica alla  fine del secolo XIX “complottavano” per creare un movimento culturale che ancora oggi fa vibrare col suo carico di significati e rappresentazioni.

Cercando in rete, ho trovato un interessante programma di sala scritto da un certo Ennio Melchiorre il quale ci racconta che il Preludio di Debussy

ottenne un successo immediato, tanto da essere replicato come bis. Non mancarono delle critiche a livello di professori di Conservatorio e uno di essi ebbe a pronunciare un giudizio rimasto storico. «C’est une sauce sans lièvre» (è una salsa senza lepre), disse, perché nel preludio debussiano non ci sarebbe un tema e uno sviluppo tematico, ma soltanto una indefinibile modulazione della frase melodica.

Il Melchiorre continua citando un giudizio di Pierre Boulez sul poema sinfonico di Debussy nel quale, oltre a esservi la spiegazine chiara e sintetica di come mai a più di cento anni dalla composizione del brano, esso ancora ci colpisca intensamente, mi sembra vi sia  un’ottima descrizione proprio di cosa debba essere inteso per impressionismo in musica:

Il flauto del Faune instaura una respirazione nuova dell’arte musicale; l’arte dello sviluppo viene sconvolta ma non quanto il concetto stesso della forma, che liberato dalle costrizioni impersonali dello schema, dà libero corso ad una espressività sciolta e mobile, ed esige una tecnica di adeguamento perfetta e istantanea. L’impiego dei timbri appare essenzialmente nuovo, di una delicatezza e sicurezza di tocco eccezionali; l’impiego di certi strumenti, flauto, corno o arpa, riveste le caratteristiche principali della maniera che Debussy userà poi nelle sue opere ulteriori; la scrittura dei legni e degli ottoni di una leggerezza incomparabile, realizza un miracolo di dosaggio, di equilibrio e di trasparenza.

Il Boulez ritorna ancora nel booklet del CD pubblicato dalla rivista Amadeus. Vi si può leggere l’analisi di Ennio Petazzi che mi sembra il caso di riportare per intero:

La melodia del flauto, all’inizio, si profila senza accompagnamento, sospesa, «così carica di voluttà da divenire angosciosa» (Jankélévitch), di incerta definizione tonale. Il «respiro nuovo» che Boulez sottolineò in questa frase è degno davvero della «sonora, vana e monotona linea» creata dal fauno di Mallarmé sul suo strumento: un arabesco che si libra struggente in un vuoto, in una totale assenza di certezze. Iniziando sempre con la stessa nota, che ogni volta fa parte di un’armonia diversa e assume nuovi colori, il flauto ripete la sua melodia in situazioni instabili e mutevoli, proponendone sottili varianti, che si collegano con logica intuitiva e a poco a poco si discostano dall’effetto di libera, indeterminata, sospesa improvvisazione suggerito dalle prime battute. Le idee che si presentano poi nel corso del pezzo si rivelano affini alla melodia iniziale e possono essere considerate sue derivazioni, dai profili sempre più precisi, fino al momento in cui, esattamente a metà del pezzo, viene presentata una lirica idea in re bemolle maggiore (non immemore forse del Notturno op. 27 n. 2 di Chopin) dal gesto intenso ed espansivo. La sezione centrale, preceduta da un primo «sviluppo», rappresenta nel Prélude il momento meno lontano da echi del passato, fra l’altro wagneriani, ed è caratterizzata dalla tensione di grandi archi melodici e da procedimenti armonici concatenati secondo una logica più familiare: poi si ha un nuovo «sviluppo» e una sorta di ripresa sensibilmente variata.
Essa sfocia in una coda che si spegne e dissolve con la massima delicatezza in un’atmosfera sospesa, come se la musica tornasse all’ombra e al silenzio misteriosamente, come ne era uscita: davvero nel Prélude Debussy appare idealmente più vicino a Mallarmé proprio dove trova gli accenti più inconfondibilmente personali.

Questi aforismi musicali saranno spesso connessi a un inevitabile amarcord personale. In questo caso, non posso fare a meno di ricordare che a farmi conoscere quest’opera è stato mio padre.
Non riesco ovviamente a recuperare il dato circa il giorno di quel lontanissimo periodo della mia storia (sarà stato l’ottantotto o l’ottantanove) in cui mi parlò del Prèlude di Debussy, anche se, stranamente, so quale fosse la fascia oraria: stavamo andando a pranzo, quindi eravamo sulla via di casa, a bordo della nostra vecchia Fiat 500 bianca, un modello degli anni ’70 che – già all’epoca suonava comico – si chiamava Nuova 500.

Non abbiamo mai posseduto un’autoradio, né uno stereo. Proprio in quegli anni comprai per l’enorme cifra di quasi cinquecentomila lire, uno dei primi lettori CD, quello della SONY. L’acquisto, unitamente a due casse da un watt ciascuna (!), risultò essere una vera svolta nella mia vita.
Prima di allora avevo sempre ascoltato musica da audiocassette che, con l’uso continuo, perdevano progressivamente l’intonazione. In alternativa, mi abbandonavo spesso ad ascolti serali nello studio di mio padre, un fan di un canale radio RAI (se non sbaglio, all’epoca era il secondo che rivestiva la funzione che ora è del terzo canale). Avendo fatto quell’acquisto, iniziai a collezionare CD che spesso altro non erano se non la traduzione in questo all’epoca rivoluzionario formato di quegli stessi LP che ascoltavo da zio Francesco.

Di ritorno da un viaggio a Londra, mio cugino Gianluca mi portò in regalo il CD Bye Bye Blackbird di John Coltrane; in seguito, comprai il disco della Deutsche Grammophone contenente i brani che elencavo (con l’unica differenza che vi era la Pavane pour une infante défunte al posto del Bolero presente nell’edizione oggi in mio possesso), diretti da Herbert von Karajan e suonati dai Berliner Philarmoniker. E così, sotto ottimi auspici, iniziò la costruzione della mia discoteca personale.
In realtà, il disco con i brani di Ravel e Debussy non è quello che possiedo al momento, che è un acquisto recente.
Il primo purtroppo non lo trovo più. Aveva una bellissima copertina con la foto del mare al tramonto (aprés midì) che si infrange su una spiaggia e, sempre diretto da Karajan, conteneva la famosa versione di La mer nella quale a un certo punto – se non sbaglio, era nel primo movimento De l’aube à midì sur la mer, dalle parti della sezione 10, lì dove l’indicazione di tempo passa dai 6/8 ai 12/8 – il maestro starnutisce.
Per me, che fino a pochi giorni fa non ho posseduto la partitura del poema sinfonico debussiniano, quello starnuto sembrava quasi essere stato previsto dal compositore il quale, nell’atto estremo di rappresentare la distesa oceanica e il concetto stesso di umido, poteva avere scritto qualcosa fra i righi musicali per suggerire al direttore di esibirsi in una coltissima e sonora esternazione di un certo disagio polmonare.
Dirò di più: se anche vi fosse stata la voce della madre del piccolo Herbert a intimargli di uscire dall’acqua perché si stava raffreddando, l’avrei accettata come il testo del brano (Mogol-Debussy), quindi come parte integrante e necessaria dell’opera.
Quando per la prima volta mio padre mi parlò del Preludio al pomeriggio di un fauno, mi disse che Debussy aveva tratto ispirazione da una poesia di Mallarmé (che lui possedeva, ma che non cercai mai nella sua libreria) e che ascoltando quel brano sembrava quasi di vedere il fauno alle prese con un motivo che gli era venuto in mente durante l’ozio pomeridiano, ma che non riusciva a portare avanti così da dargli una forma e un degno finale. Da qui deriverebbero quindi le numerose ripetizioni del tema principale che, a volte trasportate in tonalità differenti, si ritrovano lungo tutto lo sviluppo del poema sinfonico.

Non so se si trattasse della sua interpretazione al brano o se l’avesse letta da qualche parte. Fatto sta che quell’immagine ancora mi accompagna e, del brano, propongo qui solo la terza volta in cui il fauno di Debussy prova a sviluppare quell’idea, quel pigro cromatismo discendente che ogni volta fa fatica a risalire al Do diesis di partenza e che in sole dieci battute riesce a trovare tutto il tempo e lo spazio per diventare uno dei più famosi periodi musicali della storia della grande musica.
Quel primo incrocio fra diverse esigenze di evocare, tramite un fauno, una silvanità che già a fine ‘800 si andava velocemente perdendo, esigenza manifestata da poeti, pittori e musicisti, si riproporrà nei primi anni del secolo successivo anche nella scrittura teatrale: nel 1913 venne rappresentato Psyché, un dramma in tre atti di Gabriel Mourey tratto dal mito di Pan così come narrato ne Le Metamorfosi di Apuleio (****) con la sola eccezione dell’epilogo: se Mallarmé narra di un assopimento del fauno, Plutarco ne narra la morte e Mourey, nel finale di Psyché, fa sua questa seconda opzione.

La composizione della colonna sonora fu affidata a Debussy al quale Mourey chiese di scrivere “l’ultima melodia che Pan suona prima di morire”. Come ho trovato in una edizione del brano (*****), il compositore francese, in una delle lettere con le quali comunicava al regista lo sviluppo del suo lavoro, scrive:

Ancora non ho trovato quello che cercavo… in quanto un flauto che  canta sull’orizzonte deve contenere la sua emozione! Cioè, non c’è tempo per ripetizioni, e una esagerata artificiosità avrebbe l’effetto di rendere rozza l’espressione dal momento che la linea o il pattern melodico non può fare affidamento sull’intervento di alcun colore. La pregherei di dirmi, con estrema precisione, dopo quale verso parte la musica? dopo diversi tentativi, sono giunto alla conclusione che bisogna limitarsi a far suonare il flauto di Pan da solo senza accompagnamento alcuno. Il che è molto più difficile ma più nella natura delle cose

É così che a 150 anni dalla composizione dell’ultimo brano per flauto solo, la Sonata in La minore di Carl Philipp Emanuel Bach, nacque Syrinx, in Si bemolle minore.
In seguito, l’idea tutta mentale che avevo del fauno ha dovuto fare i conti con alcune immagini create da altri nelle quali mi sono imbattuto.

Tra tutte, la mia preferita è quella di Bruno Bozzetto (******) che, a cento anni dalla pubblicazione della poesia di Mallarmé, costruì un meraviglioso cartone animato a commento del poema sinfonico di Debussy. In esso, il fauno è oramai avanti negli anni, ma non si è ancora arreso all’idea della virilità perduta e, eterna vittima dell’”acceso rubino dei seni audaci” che fanno “ancora rubefatta l’aria immota” (Mallarmé), dopo aver incassato i rifiuti di tutte le ninfe che avvicina, si avvia con rassegnazione al tramonto, quindi alla morte, similmente a quanto immaginato da Plutarco per il dio Pan.

Nonostante di immagini ne abbia trovate tante anche grazie alla rete che sul finire degli anni novanta iniziava a colmare lacune nell’ignoranza della mia generazione, decisi di dare una mia rappresentazione musicale e visiva del fauno. Come dice il già citato De Nardis, “è “figura che ha in sé la rappresentazione dell’infanzia del mondo, di un’età primitiva dove la realtà fosse costituita dì possibilità aventi in sé i futuri sviluppi delle forme e degli esseri”. L’Ilaria Mazzuco in un suo libro (*******) da poco uscito, descrivendo il dipinto “La morte di Procri” di Piero di Cosimo (1461, 1522), fa notare quanto fosse un tempo negletta la figura del fauno, spesso equiparata a quella del satiro e, come il di Cosimo sembra aver suggerito nel suo dipinto, da rivalutare in alcuni suoi aspetti decisamente positivi.

Tra Mallarmé, Debussy, Bozzetto, Di Cosimo, ma anche Bénigne Gagneraux, William-Adolphe Bouguereau, il Correggio e altri numerosissimi esempi di rappresentazioni letterarie, musicali, piittoriche di satiro-fauno rinvenibili in rete e non solo, si completa abbastanza il quadro delle varie interpretazioni date a questa figura.

L‘evoluzione ulteriore della sua immagine selvatica (e per questo fin troppo gaudente, secondo certa cultura da sempre attenta a deprimere spontanei “inni alla gioia” per privilegiare lo svilimento della carne e del nostro essere anche animali), nata in grecia come satiro e proseguita nella cultura latina come fauno, si può cogliere nella traduzione credo medioevale datane dalla cultura cristiano-cattolica. In qualche oscuro momento storico, si è provveduto a sovrapporre alla quasi sempre innocua divinità silvana, l’immagine del diavolo, quindi del male assoluto, sempre dotato di corna, occhi e zampe di capra.

copertina-quanta-copiaÉ possibile trovare sia una rappresentazione musicale (il mio brano intitolato proprio Fauno) che una visiva di quel personaggio mitologico anche nel mio primo disco Quanta (********), un CD tutto suonato in solo e che ho registrato nello studio dell’amico Pasquale Morgante per poi pubblicarlo nel 2000 con la casa discografica M.A.P. di Milano. In seguito è stato ripubblicato dall’agenzia modenese Le Muse Group e in esso, tutti gli echi delle raprpesentazioni, fatta esclusione per quelle in connessione col male, sono confluiti come un fiume in piena.
Il libretto di Quanta era essenzialmente un leporello, un termine di cui fino all’anno scorso non conoscevo l’esistenza e che sta a indicare un lungo foglio ripiegato a fisarmonica, che si legge dispiegandolo per intero e non sfogliandolo come un libro. Una volta aperto, su di un lato si trovano le foto che mi furono scattate da un altro amico, il bravissimo Mauro Cionci (http://www.nikonphotographers.it/maurocionci), mentre sull’altro vi è una specie di storia che ho narrato con poche parole e con quattro illustrazioni originali.Fauno-low

Tra queste, vi sono un calamaro gigante (giant SQUID!) che affiora in superficie e il fauno che trovate qui di fianco.

Si tratta di un mio autoritratto col quale intendevo rappresentare un mio profondo desiderio di suonare la Natura e la Fisica che usiamo per colloquiare con essa , idea che sosteneva l’intero disco.
Non mi resta che augurarvi un buon ascolto e un buon divertimento nel provare a seguire col vostro strumento in Do le note che ho riportato nello spartito allegato, del tutto simile a quello dell’edizione Dover (*********) delle opere orchestrali di Debussy.

SZ

(*) Mallarmé, Stèphane, Il pomeriggio d’un fauno, a cura di Paolo Manetti, Einaudi;

(**) Luigi de Nardis, L’Ironia di Mallarmé, Sciascia, Caltanissetta, 1962;

(***) Ravel, Bolero, Daphnis et Chloé, Debussy, La mer, Prèlude à l’après-midì d’un faune, Berliner Philarmoniker, Herbert von Karajan, Deutshe Grammophone

(****) Apuleio, Le metamorfosi o l’Asino d’oro, Einaudi;

(*****) Debussy, Claude, Syrinx (La Flute de Pan), Wiener Urtext Edition, Schott/Universal Edition;

(******) Bozzetto, Bruno, Allegro, non troppo

//www.dailymotion.com/video/x23rx9f_prelude-a-l-apres-midi-d-un-faune_creation

(*******) Mazzuco, G.  Ilaria, Il Museo del Mondo, Einaudi

(********) Adamo, Angelo, Quanta, MAP, 2000

Lo si può trovare in vendita alla seguente pagina:

http://www.jazzos.com/products0.php?artist=502134&module=artists&cat=TOP&search_type=artist&search_string=angelo+adamo

(*********) Debussy, Claude, Three Great Orchestral Works, Dover

http://www.flaminioonline.it/Guide/Debussy/Debussy-Preludefaune.htmlhttp:

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La Treccia del Tempo

Prima pagina la treccia del tempo titolo colore

 

Seconda pagina La treccia del tempo

terza pagina la treccia del tempo

 

SZ

Sottofondo: GYORGY LIGETI: Chamber Concerto, Ramifications, String quartet No.2 (Lasalle Quartet), Aventures, Ensemble Contemporain, Pierre Boulez; Lux Aeterna, Chor des Norddeutschen Rundfunks Hamburg, Helmut Franz, Director; Deutsche Grammophon

Leggi l’articolo scientifico! Lo trovi qui:

http://arxiv.org/abs/1404.4368