CRONACA VIRUS – Giorno 29

                                               PICCOLE E CHIUSE COSE

Cosa significa davvero “capire”?

È un problema inerente la pura comprensione di un periodo composto dalla somma sapiente dei significati dei singoli termini o è qualcosa di più elevato, qualcosa che va oltre il ristretto orizzonte linguistico?

Come al solito, il tutto è più della somma delle singole parti. A modo suo, lo dimostra la recente indagine OCSE-PISA sui risultati della quale tornerò prima o poi in queste cronache.

E lo dimosta anche il fatto di aver creduto, a suo tempo, di avere pienamente compreso il messaggio di Pascoli.

Oggi invece mi accorgo ancora una volta che la cifra del suo messaggio come anche quello di altri autori non poteva che essere l’integrale di decine e decine di sue esperienze che oggi, grazie all’età ma anche e soprattutto alla situazione che stiamo vivendo, mi sembra rivelare il suo vero significato, la sua parte extrasemantica.

Un discorso che di certo non si applica solo alla produzione del poeta romagnolo, anche se nel suo caso ho l’impressione che pur nelle sue note trovate pregrammaticali, abbia sempre e soltanto avuto intenzioni postgrammaticali (intendendo qui impropriamente quel termine come “intenzioni reali da rivelare molto, molto a posteriori”).

A farmi sentire il bisogno di ritornare sul luogo del delitto giovanile per tentare di comprendere cosa accidenti volesse davvero dire con quella sua famosa poetica delle piccole cose è proprio la sommatoria delle mie esperienze, condotta sul periodo pluridecennale, che come credo tutti i miei coetanei mi sento chiamato a calcolare. Inoltre vi è anche l’aggravante dell’anomala attenzione – stavolta ritengo sia cosa che riguardi tutti, coetanei e non – che sono costretto a dedicare alle mie azioni dalla limitatezza imposta ai miei spostamenti fisici,.

Allora, passando in rassegna gli eventi che mi hanno condotto qui e ora, guardando la mia vita di questi giorni come potrebbe fare un drone personale silenzioso e indiscreto che svolazza dalle parti del soffitto, capisco che molti dei suoi versi mi si confanno esattamente come a un adolescente si addicono quelli di una canzone che riassuma le senzazioni tipiche della sua età.

Ancora una volta scopri che valeva la pena arrivare fin qui per comprendere ciò che ti è capitato in altri momenti “non sospetti”: fai tuo adesso ciò che ti hanno fatto ascoltare forse un po’ troppo presto, pretendendo che già allora fosse per te importante. Dittelo pure: solo ora puoi avere la sensazione di apprezzare intimamente la differenza tra tutto e parti, tra territorio e mappa, tra leggere Pascoli o chiunque altro degli autori incontrati da ragazzo e, forse, comprenderli (più) a fondo.

Piccole cose.

Si diventa pascoliani nel ricordare meravigliosi spazi aperti, naturali, che proprio per questo possono però rappresentare la morte tanto evocata da quel poeta, quella che sappiamo annidarsi lì fuori attendendo una tua distrazione.

E lo si diventa anche privilegiando la frugalità dei pasti (altrimenti “inquarto”), la piccola ambizione di compiere ogni giorno quei gesti tra l’utile e il piacevole che costellano la giornata di un abitudinario. Piacevoli perché familiari, conosciuti, appaganti, tuoi.

E se pascoliano non lo eri, in qualche misura, forse senza accorgertene, lo diventi: il tuo sistema fisico, quello composto dalle tue particelle, a furia di muoversi sempre all’interno dello stesso ambiente a 3 + 1 dimensioni, trasforma pian piano quello spazio perlopiù euclideo in uno spazio delle fasi nel quale passa e ripassa dagli stessi punti, ritrovando lì gli stessi valori di almeno 6 delle tue coordinate e dei tuoi limitati gradi di libertà.

La tua casa, quasi fosse descrivibile come un universo-spugna composto da vuoti e pieni di materia barionica, diventa un invisibile sistema di vuoti e di pieni di densità di probabilità delle tue configurazioni.

Scopri così che la parola abitudine potrebbe per te essere definita dalla Crusca come “curva che descrive l’evoluzione della probabilità di trovarti seduto in cucina a mangiare o a letto a leggere, guardare la televisione; scrivere, a volte. In soggiorno, al tavolo, a scrivere, disegnare, suonare o sempre in soggiorno, sul tappeto a fare ginnastica. In bagno a prenderti cura del tuo animale domestico“.

Posizione e azione allora appaiono ciò che davvero sono: un sinolo inscindibile che forse di suo basterebbe a dare una risposta al quesito, ancora in attesa di una risposta univoca, circa cosa sia da considerarsi vivo e cosa no.

E se non si è o se proprio non si vuole essere pascoliani – un appellativo qui banalizzato, compresso, sunto improprio di abitudinario e di perso nella contemplazione della bellezza evocativa, apollinea, quasi, di piccoli gesti, di piccoli oggetti e pensieri – meglio far finta di decidere di diventarlo; se non lo si deciderà, si potrà rimanere delusi dallo scoprirsi più banali, meno fantasiosi e imprevedibili, meno figli dei fiori e più piccoli yuppie dell’azienda domestica di quanto si amava pensare di sé.

La mattina si legge e si scrive. Lo fai tenendo un orecchio alla radio e l’attenzione alla pagina piena o a quella da riempire. Se decidi di leggere e non ti sei già svegliato con le idee chiare, rimani un po’ sospeso, indeciso a quale musa votarti. Una attività che mangia la sua fetta di tempo.

Tra la scelta, la lettura e la scrittura, volano via due o tre ore e sei a ridosso dell’ora di pranzo. Un po’ di ginnastica, un pasto contenuto – non è mica sempre Sabato o Domenica! -, lavi i piatti e sono già le tre del pomeriggio. Al fine settimana, questo è il momento del film, della tavoletta di cioccolato e di un fondo di tazzina da caffé occupato dal tuo torbato preferito da sniffare, prima che da bere. E ti senti un Regolo, un piccolo re.

Intanto la radio continua a tenerti compagnia. A volte la ascolti attento; a volte ribolle in sottofondo mentre pensi ad altro e in questi casi sembra avere la sola funzione di simulare l’interno di un autobus, di una metro, di un bar per inscenare una situazione di normalità sociale.

Ogni tanto, come può capitare di sentire la confessione di una coppia alla fermata dell’autobus o i ragionamenti di due signore in fila al supermarket, capti una frase, un tono, una musica, interessanti e ti fermi. Smetti di scrivere, di suonare, di disegnare; mentre lavi i piatti, interrompi il rumoroso flusso d’acqua. Ascolti, soppesi, e riprendi la la tua corsetta.

Due-tre telefonate: a tua madre, a tuo figlio, a qualche amico/a; e un’ora almeno se ne va così.

In un ambiente piccolo come il mio, è bene che anche gli oggetti siano frugali come i pasti, altrimenti l’ambizione comodamente contenuta da uno molto ingombrante, ucciderebbe altre più contenute, nascoste dentro oggetti minimi che pure hanno diritto ad esistere in questa frazione di mondo.

Ad esempio, le mie armoniche, vere e proprie myricae musicali, di spazio ne chiedono davvero poco e spesso capita di non trovarle, nascoste da altre piccole ambizioni concretizzate in oggetti come libri, fogli, giornali o più prosaicamente investite da frane di vestiti buttati disordinatamente qui e là.

Nel caso del mio strumento preferito, l’ambizione è trovarvi dentro quanta più musica possibile. E se proprio lì non la si trova, si cerca di soffiarcela dentro a forza, violentando il loro spazio tridimensionale per farlo stavolta diventare uno spazio delle fRasi.

Così facendo, ci si gioca qualche altra ora, e non è male, anche se poi ti disperi per non poterle più riafferrare.

Scrivendo, suonando una piccola armonica, organizzando segni su una pagina, ti scopri a non fare altro che tentare di isolare pezzi di mondo nel tentativo di farti, a partire da essi, un’idea sintetica che lo riassuma; un’idea sintetica che ne sveli in negativo quella famosa differenza che manca e che sempre mancherà alla somma delle sue parti tengibili.

Scopri ad esempio, che pur appassionandoti l’avventura della Big Science col suo concertare gli sforzi di centinaia di persone verso uno stesso obiettivo conoscitivo (magari farne parte!), continui a immaginare l’attività di uno scienziato come lo sforzo romantico di una mente da sola di fronte alla Natura.

E allora sospetti che sia proprio questo che ti fa amare la scienza allo stesso modo in cui ami la letteratura, la pittura, la musica: pur essendo anche queste attività interpretabili come avventure collettive, sono più facilmente riconducibili all’impertinenza di un singolo che, ritto in piedi, non arretra e, anzi, urla contro la realtà: un enorme grizzly incazzato, sfidandola ad attaccare.

Ami le scommesse da piccoli, folli Achab che pur sapendo di non poter fare altra fine se non quella di venir risucchiati dall’abisso, sono comunque felici di aver anche solo scalfito la pellaccia spessa del leviatano lasciandogli una cicatrice, una piccola traccia del loro arpione spuntato.

Sulla scorta di simili pensieri, mi trovo a sperare che questa fase storica insegnerà a essere più prudenti nel chiudere le porte ai piccoli progetti scientifici, quelli ai quali basterebbe un’infima frazione del budget sempre prenotato da altri ipertrofici, che però  da casa non possono proprio proseguire.

In un rifugio, antiatomico o antivirus che sia, non puoi portarti una mandria da macellare o una campagna da coltivare. C’è spazio solo per loro comodi, piccoli riassunti: cibo in scatola.

In una emergenza come questa, non puoi lanciare sonde o far collidere particelle. Puoi solo fermarti a pensarle in maniera diversa, cercando nuove inquadrature; sintetizzandone il pensiero in nuovi versi scientifici ancora mai scritti: l’equazione di Dirac è stata scritta da lui solo. A casa sua.

Immagino le immense cattedrali della scienza al momento vuote di persone e mi intristisco, ma al contempo rivaluto la possibilità che qualcuno, nel tentativo puerile ed eroico di giocare a fare dio, possa ancora scoprire qualcosa dal tavolino del tinello, o con un piccolo telescopio sistemato sul suo balcone.

La stessa fame globalizzante, onnivora, spietata che muoveva ogni giorno masse enormi di persone in nome di una ineluttabile economia, rimandava una necessaria fermata per riprendere fiato. Una dinamica che attanagliava tutto, anche la ricerca, l’arte e l’intero spettro delle attività umane, comprese quelle che più si pretendeva fossero pure e lontane da logiche di profitto.

Una fame globalizzante che ha trasformato molti dei migliori scienziati in cupi strateghi, freddi politici, affamati amministratori del denaro pubblico che veniva elargito solo ai loro progetti più ambiziosi; solo a quelli che vestivano meglio di altri il tricolore per il gran galà della scienza.

Ora forse, privati per un po’ dei loro Monòpoli e monopòli, alcuni di loro scopriranno che quel gioco non era poi così necessario e affascinante. Me li voglio immaginare nel mentre – riaprendo un impolveratissimo manuale di Fisica del primo anno e scoprendo che quel tal grafico era davvero lì, in quella posizione che ricordavano e con quelle unità di misura segnate sugli assi – riscoprono perché da ragazzi hanno fatto quella scelta universitaria e non quella di iscriversi a Economia, Scienze Politiche o al Partito.

Piccoli pensieri, piccoli gesti, piccole oggetti che anche oggi tornano a farmi compagnia.

E, al passare delle ore, mi dico che Quasi-quasi cambio -modo, poetica e poeta.

Scopro, allora, che dopo aver scorazzato in un piccolo panorama di oggetti, attività e ambizioni, sempre quelli, sempre uguali, sempre qui, la giornata è pressoché finita.

Ed è subito sera.

SZ

 

CRONACA VIRUS – Giorno 21

… PERCHÉ DI TANTO INGANNI I FIGLI TUOI?

Ieri sera la mia amica Sara mi ha inviato in posta privata un video in cui si vedono una decina di daini brucare l’erba delle aiuole di un parcheggio, lì tra le macchine ferme da chissà quando.

A girarlo sembra essere stato il papà di una famigliola di San Lazzaro (BO) che, bisbigliando per non far far scappare gli attori di quello spettacolo improvvisato, si sente nel video mentre segnala ai figli piccoli la posizione, sul quel palco inusuale, di protagonisti e comparse.

Tutti, anche io che guardo la scena in differita, trattengono l’applauso che vorrebbe invece scoppiare fragoroso davanti a tanta bellezza.

Volendo essere sempre un po’ malizioso – non certo nei confronti della mia amica, ma delle dinamiche che hanno portato quel video a essere condiviso così tanto da giungere fino a me – non sono del tutto sicuro che esso sia stato davvero girato in questi giorni e valuto la possibilità che si tratti invece di un classico filmato di repertorio.

Mi scopro comunque propenso a credere all’autenticità di chi afferma che sia un prodotto fresco della giornata di ieri per un paio di (per me) buoni motivi. Il primo: mi va di crederlo, mi fa bene crederlo e, credendolo, non ritengo di far male a chichessia.

Il secondo: a Chernobyl (“dopo averla citata nell’articolo di due giorni fa sul papa, parli ancora di quella città? Dai, Angelo, rinnovati!”) come a Fukushima accadde proprio qualcosa di simile: alcuni articoli pubblicati a Giugno 2019 per la cittadina russa e a Gennaio 2020 per quella giapponese, raccontano di come inviati e telecamere fisse rivelarono in quei luoghi una Natura di nuovo padrona: gli animali selvatici, vinta l’oramai atavica paura dell’uomo e dei suoi accessori, si sono avventurati là dove sapere della presenza del nemico radioattivo e invisibile ha tenuto lontani noi.

Di sicuro contaminati, quegli animali raccontano di un adattamento praticamente immediato della flora e della fauna alle nuove condizioni introdotte dalle nostre azioni; fanno registrare vite più brevi di alcune specie minute e una aumentata longevità di quelle di maggiori dimensioni; testimoniano l’esistenza un nuovo equilibrio che dimostra di funzionare benissimo (“e vissero felici e contenti”).

Un equilibrio che mi fa tornare alla mente due testi di sicuro importanti: il primo parla dell’evoluzione umana tra sviluppo delle armi da una parte, e graduale comprensione di come cibarci e curare le malattie che hanno afflitto la storia della nostra specie dall’altro;

Il secondo, invece è una specie di facetime applicato al nostro pianeta e tenta, sulla base di ciò che sappiamo, di fare uno schizzo, quasi un morphing della Terra per fconsentirci di farci un’idea di come potrebbe apparire il mondo senza la pressione antropica che ogni giorno esercitiamo, relegando in territori sempre più striminziti e angusti la Natura selvatica, la Palestina del pianeta.

In qualche modo, posso certificare che anche io ho una specie di video girato da me nel quale, in modo del tutto simile a quello inviatomi da Sara, si vede chiaramente la Natura farsi strada. La scena è stata girata Sabato scorso e, guardandola, mi si può vedere mentre vado a fare la spesa.

Già al mio arrivo al Centro Commerciale dove da anni mi servo – ci vado portandomi una tensione personale che in condizioni normali potrei valutare come di, diciamo…, 5 tacche? Ok, cinque tacche – mi sento diverso. Mi sembra tutto diverso.

La prima volta che due settimane fa sono andato lì dopo l’inizio dell’emergenza, lo stesso “video” faceva vedere un me stesso molto preoccupato e con una tensione da fondo scala valutabile in dieci tacche. Preoccupato sì, ma anche molto curioso di provare come ci si sente a interpretare la parte da protagonista dei film che ho sempre amato vedere.

L’altro ieri, invece, ero un me stesso sì preoccupato, ma con una tensione di sette-otto tacche. Risultavo già più adattato alla pressione psicologica di questo periodo; più pronto alla lunga fila da fare; meno meravigliato del poco traffico, del silenzio, delle saracinesche chiuse.

Una voce interiore mi ha suggerito: “tranquillizzati: pensavi di non poter nemmeno immaginare un mondo diverso da quello che conoscevi, e invece stai già riuscendo a trovare tutto abbastanza normale. L’importante ora è soltanto tentare di rimanere vivo più a lungo possibile per poter assistere all’arrivo del nuovo e apprezzarlo per quello che sarà”.

Proprio nel mentre il corpo degli animali selvatici di Chernobyl (“ancora? BASTA!”) e Fukushima, non vedendo la radioattività come noi non vediamo il virus, torna in Natura quasi a dirle “fa’ di me ciò che vuoi. Io ti assseconderò qualsiasi cosa tu deciderai di fare di me – il mio corpo, la parte di me che stupidamente sono portato a considerare quella meno evoluta, non oppone particolari problemi al consiglio di stare al sicuro dentro casa.

Il mio cervello, invece, quello che identificavo con la mia parte più evoluta (e, a questo punto, più stupida), mi manifesta una notevole prossimità alle dinamiche del mondo fuori e mi rassicura dicendo che “sì, dai. Oramai si può abbassare un po’ la guardia”.

La Primavera, prima che nelle cellule della mia pelle, delle mie gambe, della mia pancia, …, sembra essere in quelle encefaliche dove è arrivata facendomi gemmare le sinapsi e fiorire i neuroni. Un netto rincoglionimento alla luce del Sole.

Ascolto il canto delle sirene fuori che, più che a farmi portare dai comodi flutti di internet come il pavido e pallido epigono degli eroi omerici, mi invitano a navigare il mondo come un impavido Ulisse (ho finalmente trovato una falla nelle impeccabili narrazioni omeriche: non c’è nemmeno un verso che citi un virus qualsiasi! 🙂 ).

Quel canto mi invita a comportarmi come gli animali di Chernobyl (“Bastaaaaa!!!”) e di Fukushima, ma non devo abbassare la guardia: voglio ascoltarlo, ma lo farò con le cuffie tenendo ancora ben legato il mio corpo all’albero maestro di questa piccola imbarcazione domestica. A dire il vero, non ci sarebbe nemmeno bisogno di legarlo. Al momento decisamente più saggio della mia testa, dimostra di sostenere bene la progionia e sono propio curioso di vedere fino a quando resisterà.

Del resto, non dobbiamo dimenticarci che quello umano è il corpo dell’animale domestico per definizione: se gli si dà il comando giusto, lui, docile, si distende davanti al camino e attende fintanto che non (ne) avrà la vescica davvero piena.

Forse, caro Leibnitz, se tu fossi qui, scopriresti che il migliore dei mondi possibili non era né quello di prima, né quello di ora. Prevedo, invece, che lo sarà il suo aggiornamento che in queste notti si sta gradualmente installando sul sasso sul quale scorazzavamo occupando tutto lo spazio disponibile e lasciando ovunque tracce indelebili del nostro passaggio.

Bisogna solo avere un po’ di pazienza: qui dice “Attesa: calcolo del tempo rimanente…” nel mentre la rotellina del download gira senza ancora mostrare il risultato.

Dobbiamo attendere che si scarichi tutto e poi, giusto il tempo di riavviare il sistema, tutte le nostre preferenze finalmente avranno un nuovo valore.

 

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 20

I GRAFICI PRECISI DELL’IMPONDERABILE, LE PREVISIONI DETTAGLIATE DELL’IMPREVEDIBILE

Tra i tanti fenomeni interessanti che in questi giorni stanno verificandosi, ve ne è uno un po’ sottotraccia che però trovo particolarmente adatto per dare il via a un chiacchiericcio sommesso e domenicale, che non disturbi chi ancora sta dormendo.

Lo vedo così perché mi sento chiamato in causa nella veste di potenziale imputato – qui si fa il processo a quelle che erano anche mie intenzioni – e in quella di spettatore ammesso all’aula di tribunale nella quale, con le porte chiuse, si svolge il dibattito processuale.

In reatà, le porte sono rimaste spalancate, ma è come se fossero ben serrate e piantonate da due gendarmi per la solita scelta della rete di ignorare alcuni dibattimenti, almeno fintanto che la discussione mantiene il suo carattere decisamente tecnico.

Si tengono tutti a distanza, in attesa di vedere se da quell’aula uscira un “sì” o un “no”, un 1 o uno 0, un giudizio netto, insomma, e che non richieda troppo impengo interpretativo.

Solo così, infatti, tutti, anche i laureati nei due atenei più importanti, quello della vita e quello della strada, potranno poi precipitarsi a scrivere sui loro profili cose del tipo: “l’ho sempre detto che di quelli lì non c’era da fidarsi!”, “sono tutti stipendiati da Sòros” e altre minkjate di questo tenore di cui la rete pare non essere mai sazia.

Ma veniamo al fenomeno.

Come ho letto in due articoli molto interessanti, qualcuno alla fine ha reagito a quel tentativo non richiesto di “dare una mano” all’interpretazione dei dati offerto da fisici e, soprattutto, astrofisici.

Nell’erba alta delle discussioni sui social circa la diffusione del contagio, negli ultimi giorni si è osservata di tanto in tanto una strana florescenza di grafici smongoli che interpolano i numeri di morti, ricoverati e guariti forniti da regioni e nazioni e pare che in alcune bolle facebookiane il fenomeno sia così intenso da meritare addirittura l’appellativo di Epidemia di epidemiologia da poltrona.

Vestendo la sicumera che regala l’assunzione grautita del valore delle costanti di integrazione, elevandosi più dell’esponente da dare a un numero di Nepero, un’intera gerarchia di ricercatori si sono lanciati nella valutazione delle impennate delle cifre dei contagi o del loro tentennare che disegna un accidentato plateau.

Questo li ha portati a soccombere all’emergenza espressiva e, senza dirlo davvero (in quei post si lascia spesso fare al motto chi ha orecchie per intendere, intenda), hanno espresso cosa secondo loro accadrà.

Piuttosto che essere sempre e soltanto il trastullo innocente e social di fisici e astrofisici cresciuti a pane e dati, in alcuni casi il frutto di simili passatempi ha avuto spazio sulle pagine di giornali a grande diffusione, dimostrando così di riuscire a polarizzare il comportamento di intere fette di popolazione, convincendole quando dell’inesistenza di un pericolo realmente incombente, quando di qualcosa di ancora più tremendo di ciò che stiamo vivendo.

Intanto questa storia pare abbia avuto la capacità di fare emergere un dato di sicuro interessante: la gente sembra ancora farsi influenzare più dai giornali che dal gossip assordante dei social. Non so per quanto durerà ancora questa situazione per cui, finchcé la cosa funziona, direi di godercela, no?

Senza prendermela qui con quanti hanno avuto la possibilità di amplificare la visibilità dei loro sudoku evoluti tramite la loro pubblicazione su canali comunicativi decisamente sproporzionati rispetto alle loro (nostre) competenze in materia di diffusione delle epidemie, qui mi soffermerei sul tentativo di tratteggiare l’identikit del generatore medio da social di quei grafici.

Si tratta, come un altro articolo diceva, di:

fisici abituati, nelle loro attività quotidiane, a pensare razionalmente ai fenomeni. Il loro compito è misurare costanti e parametri senza distorsioni e con la minima incertezza possibile, interpretare i risultati e costruire visioni del mondo che espandano la nostra comprensione dell’universo. In tal modo, sono guidati da principi molto ben consolidati come il metodo scientifico, l’idea di falsificabilità, il rasoio di Occam e in generale il rigore scientifico, in cui le ipotesi non verificate oltre ogni dubbio e in molti modi sono per impostazione predefinita considerate false. E le loro azioni sono modellate dalla certezza implicita che l’autorevolezza della loro parola, parlata o scritta, è il loro unico mezzo per portare il pane sulla loro tavola: quindi sono spaventati oltre ogni misura di rendersi ridicoli sulla carta per sciatteria o errori di valutazione.

Tra l’altro, stiamo parlando di persone molto facilmente identificabili tramite i modelli cui si ispirano e che sono noti finanche a chi vive al di fuori dei loro ambienti lavorativi. Questo è un aspetto che ritengo importante e singolare: qualcosa che accade di sicuro per gli umanisti (avranno tutti almeno un libro di Leopardi o una versione della Divina Commedia) e per alcune categorie di artisti (un pianista classico di sicuro avrà spartiti di Beethoven o di Mozart) ma che, tra tutti scienziati, mi pare di poter dire che sia riservata solo a fisici e astrofisici.

Senza infatti nulla togliere a biologi, chimici, geologi, matematici… è singolare che chiunque possa indovinare, senza tema di sbagliare troppo, quali siano i nomi degli autori di alcuni libri che di sicuro si trovano nelle librerie come la mia.

Questo credo sia uno dei problemi fondamentali (sì, volevo proprio scrivere “problemi”): oltre a crescere intellettualmente nel rispetto di idee fondamentali, esteticamente perfette, rigorose, predittive, …, studiamo subendo il fascino irresistibile di intelligenze fuori dal normale che quelle idee le hanno elaborate.

A elaborarle sono stati personaggi che spesso hanno furbescamente alimentato il loro mito con atteggiamenti a dir poco bislacchi e contingenti, in aperto, apparente contrasto con l’univocità delle loro idee così scarne, essenziali, corrette. Sono stati vere e proprie divinità del pensiero che, pur pretendendo spesso di essere anche simpatici, non possono che risultare estremamente antipatici per come si macchiano del reato di applicazione non meditata di ingiustificata tuttologia.

Molti di loro hanno davvero parlato di tutto, sentendosi autorizzati, nel farlo, dall’avere fornito contributi importanti ad ambiti nei quali è onestamente molto difficile muoversi con la disinvoltura con la quale un danzatore si appropria di un palco o con la quale un pittore riempie di segni non banali una tela bianca.

A tal proposito, giusto per delineare ancora meglio quell’identikit, stamattina mi è tornato in mente un libello che, ahimé, lessi da ragazzo e che oggi mi è costata una certa fatica ritrovare tra i libri di quei famosi scaffali di cui parlavo prima. Si tratta del dialogo tra Primo Levi e Tullio Regge, una lettura che ostenta una realtà dura a digerire: fai incontrare due teste di quel tipo e scoprirai che, specie se vi è Ernesto Ferrero che poi riporterà tutto in una pubblicazione Einaudi, il tenore delle loro chiacchiere più stupide possiede, non solo un’aura, ma anche un livello contenutistico tale da disintegrare il tuo ego, polverizzando la tua persona di fronte al peso di cotanta assennatezza, cultura, leggerezza nel trattare ciò che per altri è grave, pesante.

In particolare, trovo che quel geniaccio di Regge, nella sua ricercata (e forse poco autentica, non so) simpatia, fosse decisamente antipatico, tutto preso com’era dall’ esaltare i suoi hobby così inusuali e nel rimarcare, quando non occupato a parlare velatamente bene di sé, quanto lui fosse interessante per la bellezza intrinseca e il livello culturale delle persone che frequentava. Praticamente non andava mai al bar. Usciva solo per recarsi a congressi e si rilassava analizzando finemente, col suo palato educato, lo spettro di aromi di vini d’annata. Tutto questo ovviamente durante una lettura pomeridiana del Talmud.

Tra l’altro, in un punto del dialogo (praticamente un monolgo con Levi che, stando basso sotto rete, alza la palla per le alte schiacciate di Regge), allo spunto offerto dal chimico-scrittore quando dice:

Spesso la simpatia è un modo per contrabbandare l’incompetenza. L’Italia è piena di gente simpatica che non conosce il suo mestiere. Saper tarare la controparte è un’operazione fondamentale… Pesarla… Immagino che anche tra i fisici ci sono quelli che recitano la parte

il fisico replica:

É facilissimo. Io qualche volta lo faccio per scherzo, mi diverto a posare da competente in campi in cui non assolutamente niente. Ci riesco con una facilità incredibile. Basta iformarsi prima delle parole-chiave. Come fisico sperimenale valgo poco. Una volta mi sono fatto spiegare che cosa bisogna dire a chi costruisce acceleratori. Ci sono un paio di frasi, tune shift, aumentare la corrente di iniezione, la stabilità del campo… Le ho imparate e una volta in una cena le ho tirate fuori, sono andato avanti per venti minuti.

Qui l’autocompiacimento mi sembra talmente tanto intenso da richiedere anche il sacrificio di una autodenuncia e credo vada letto come: “se non so qualcosa, sono così intelligente da poter simulare senza essere scoperto di saperne tantissimo; almeno tanto quanto i più grandi esperti di quel campo” (che, implicitamente, diventa un campo di importanza secondaria rispetto al suo). Per non parlare, poi, della richiesta di essere valutato come persona la quale, nonostante abbia trascorso tutto il suo tempo a ragionare di cose elevatissime, sa anche stare al mondo manifesando la stessa scaltrezza di uno scafatissimo gambler da saloon. Insomma, (per me) insopportabile.

Ho preso questo modello a caso, ma avrei tranquillamente potuto citare altri mille libri dello stesso tenore (con questa frase ho ceduto alla tentazione di farvi sapere che ho letto mille libri, e che la mia biblioteca è molto più ricca della vostra) nei quali viene ostentata la leggerezza di ciò che leggero non è; la facilità di ciò che facile non è.

Il problema non credo stia nell’impossibilità di trovare leggerezza e facilità in cose ritenute definitivamente pesanti e ostiche. Tutt’altro. In quanto vittima anche io di certe letture e certi miti, mi sento investito da tanto del ruolo di eroico paladino del messaggio positivo che vuole qualsiasi argomento affrontabile e godibile da chiunque.

Qui intendo piuttosto denunciare, come ho già pubblicamente fatto in diverse occasioni, l’evidente discrasia nell’atteggiamento usato da alcuni nel dire che una certa cosa dura da digerire è in reatà molto meno dura di quello che sembra, e ciò che con i loro modi esprimono davvero.

Parlo di quel modo di fare tipico di chi, piuttosto che invitarti DAVVERO a scoprirne con lui la relativa facilità di alcuni argomenti, ti sta ancora una volta dicendo che per lui è facile e che se tu, nonostante la sua spiegazione, ancora non riesci a capirli, lui non sa più che fare.” Io, genio, ho fatto di tutto per spiegarteli, ergo, se non ce la fai a seguirmi, è solo un problema della limitatezza del cervello che ti è toccato in sorte”.

Il mestiere di fisico e di astrofisico, oltreché di sicuro interessantissimo, è certamente arduo per la difficoltà stessa dei problemi che ci si prefigge di risolvere. Purtroppo, per quanto ci si sforzi di assomigliare a quei modelli – che, beninteso, è comunque bene che esistano: sono di sicuro portatori di immensa ispirazione – che, nel mentre intuiscono la curvatura dello spaziotempo, si fanno fotografare con la lingua di fuori nel fare boccacce, nella stragrande maggioranza dei casi si scopre di essere degli ottimi professionisti e nulla di più.

Tutto ciò è difficile da digerire, specie sapendo della vecchia previsione di Wharol il quale ha preconizzato che avremmo tutti, anche noi, goduto di un quarto d’ora di notorietà.

Il futuro in cui la previsione del buon Andy doveva avverarsi dovrebbe essere suppergiù il periodo che stiamo vivendo e allora, non avendo ancora (stranamente) ricevuto gli stessi inviti che furono a suo tempo fatti a Regge e Levi, ci si autoinvita sulla rete facendo articoli, post, video (e fin qui la critica è anche per il sottoscritto…) e, purtroppo, grafici di previsione dell’evoluzione dell’epidemia.

Dico purtroppo perché alla fin fine si tratta comunque di un autogoal; della traduzione grafica di un problema dall’evoluzione ancora impredicibile per l’esiguità della documentazione disponibile e per l’impossibilità di demarcare esattamente i confini entro i quali agire.

Una vecchia barzelletta, che fa ridere solo gli addetti ai lavori, metteva di fronte all’evidenza di come per un fisico sia tutto risolvibile se solo si assume che le mucche possano essere approssimate usando delle sfere.

Un esempio che mi permette di scherzare esagerando un po’ nel dire che in questa fase, il problema della diffusione dell’epidemia può forse risultare predicibile mediante un grafico sotto la sola, plausibile assunzione che il malato quadratico medio sia una sfera. Per definizione, mentre rotola nell’ambiente, lui interagisce con i suoi simili toccandoli solo in punto delle loro liscissime superfici: quello è il punto attraverso il quale avverrà il contagio!

In uno dei due articoli, l’autore, pur ammettendo quanto possa essere divertente giocare con i numeri, si chiede se

deve un non epidemiologo attento alla scienza come me cedere all’impulso di pubblicare analisi improvvisate? Se lo facessi, aggiungerei elementi importanti alla discussione o costituirei semplicemente un’altra fonte di disinformazione ammantandomi con un carattere potenzialmente pericoloso di autorità? (traduzione mia)

Gli fa eco l’autore dell’altro articolo il quale esplicitamente invita ad ignorare coloro i quali, resi dai social ancora più autocompiaciuti, mentono nell’apparire esperti capaci di dire, per vie traverse e scorciatoie grafiche, qualcosa di importante circa ciò che non conoscono, offrendo di conseguenza false ipotesi e, nel peggiore dei casi, certezze (…). L’idea avanzata in quell’articolo è che ciò accada perché sui social

ci sentiamo più protetti dalle critiche esterne. O forse la poltrona di casa è troppo comoda rispetto alla sedia della nostra scrivania in ufficio. Inoltre, i social media non sono uno luogo dove avviene la cosiddetta peer review (un processo di revisione delle idee scientifiche operato da colleghi di chi le propone che operano segretamente per conto di riviste specializzate; nota mia), e in una situazione in rapida evoluzione nessuno ci accuserà di analisi dei dati sciatte se ci abbandoniamo a tale attività (Traduzione ancora mia. Sì, modestamente, so anche tradurre).

Quest’ultimo articolo si chiude con il condivisibilissimo e importante invito a salvare il metodo scientifico che dovrebbe valere sempre e comunque, specie per chi lo ha eletto a modo di vivere e di esprimere la propria professionalità.

Non posso che trovarmi d’accordo su queste posizioni le quali fondamentalmente non fanno altro che puntare il dito sulla forte similitudine, non dichiarata, che vi è tra previsioni compiute senza aver mai studiato seriamente, da epidemiologi, cosa davvero sia una epidemia e come si siano manifestate e diffuse quelle del passato, e quelle ottenute maneggiando un mazzo di carte da tarocchi nelle quali si assume essere filtrato, per contatto, il proprio raro talento da streghe chiaramente manifestatosi sin dalla più tenera età in innumerevoli episodi (se non ci credete, chiedete a mia madre/mia zia/la mia vicina/…)

Siamo qui dunque a denunciare astrologi evoluti mascherati da astrofisici? No di sicuro, anche se in questi frangenti assistiamo ad atteggiamenti apparentati con quelli alla lontana. Ci stiamo muovendo in un ambito che con la fisica e l’epidemiologia non ha più nulla a che fare, finendo invece di diritto solo il controllo della sociologia: una disciplina che  condivide con l’epidemiologia il bisogno di avere molti più dati a disposizione.

In conclusione, avanzo un’ipotesi di lavoro. Di fronte al vero e proprio diluvio di pareri squinternati reperibili in rete ed espressi negli idiomi più imrobabili, è anche ovvio che chi nella vita fa lo scienziato si esprima, per deformazione professionale, usando elementi propri del suo linguaggio quotidiano e metodi di analisi tipici del suo modo di approcciare i problemi in generale.

Lo fanno il geometra, il pittore, la massaia, il camionista, l’impiegato, … (se fossi martello, vedrei un mondo di chiodi) e lo fa anche lui, il fisico che prova a parlare in rete risultando ad alcuni occhi impacciato, ad altri saccente. In questo coro di notizie e pareri, ne ho visti davvero di assurdi e leggendo, ad esempio, che secondo la newsletter Al Naba (L’annuncio), organo di informazione interna dell’Isis, il coronavirus

è un tormento che Dio può mandare contro chi vuole, e Lui ne ha fatto una benedizione per i credenti. Chiunque stia sulla terra, aspettando che la piaga colpisca, e sapendo che colpirà solo coloro che Dio ha scelto, per lui sarà come la ricompensa di un martire

trovo un peccato decisamente veniale non solo che i fisici e gli astrofisici pubblichino grafici con la delirante pretesa di dire qualcosa di anche solo lontanamente giusto nel superenalotto di ciò che capiterà davvero, ma anche la notizia – che evidentemente proprio non poteva non essere comunicata – della richiesta ufficiale inoltrata dal Papa a un destinatario non meglio identificato di un intervento miracoloso per la fine della pandemia.

Insomma, rimango agnostico, sorrido e giustifico chi, in maniera colta, ma forse in modo un po’ maldesto, fornisce comunque spunti di riflessione, se non medica, almeno sociologica. Mi compiaccio, poi, del fatto che almeno qui da noi si scelga di affidare chiacchiere evolute (non si può certo dire che non lo siano) ai social senza pretenderne la pericolosa pubblicazione sugli organi di stampa più letti dalla popolazione.

In fondo, è da tempo che auspichiamo una crescita della cultura scientifica della società.

Vedere comparire in un social un grafico che comunque richiede, per chi davvero decida di interpretarlo, l’attivazione di processi mentali altrimenti intorpiditi dal profluvio di giudizi tecnici incentrati solo sull’ultima partita della juve, ritengo possa essere proprio qualcosa che spinge in quella direzione.

Pungoliamo pure la rete con dosi omeopatiche di (quasi) scienza antipatica! Chissà, forse qualcosa succederà. Probabilmente si incazzeranno tutti, ma alla fine vorrà dire che avranno notato come sia possibile parlare anche di altro e che per spararla davvero grossa, per dire un certo genere di cazzate, bisogna comunque avere studiato bene e a lungo negli atenei giusti.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 19

                                                     VOX CLAMANTIS IN DESERTO

Non possedendo il filtro della fede, vedo solo le tinte reali di una foto comunque bellissima.

La guardo e mi convinco di avere colto finalmente ciò che è in quel luogo da molto tempo, ma che proprio non riuscivo a focalizzare per la costante presenza di rumore umano: persone di tutte le razze lì alla ricerca della sensazione di schiacciamento che da sempre pietre e tradizione riescono a donare.

Vedo un immenso stabilimento siderurgico oramai in disuso per mancanza di materia prima.

Vedo un’enorme forma circolare in duro marmo nella quale, dal canale di colata della bellissima via della Conciliazione, alla Domenica mattina effondeva in fossa il magma umano pronto a farsi condensare, solidificare dal fascino imponente di quel modello.

Dentro quelle pareti arcuate, materne e contenitive di anime colonnate, al settimo giorno la massa veniva plasmata facendole assumere per un paio d’ore la forma di un’idea antica e viscosa.

Allora, mistero della fede, la calca si faceva calco e poi, a funzione e fusione finita, si scioglieva in pace e rifluiva via di nuovo liquida da dove era entrata.

Di lì a poco, al passaggio da uno Stato all’altro, mutava ancora in tenue gas di persone-particelle disperse verso casa.

Vedere quell’impianto ora vuoto fa impressione.

Resta la bellezza architettonica, orgoglio dell’industria vaticana, ma al contempo, senza il contenuto umano che lo farebbe funzionare, essa assume il valore di un solido ossimoro: un meraviglioso ecomostro costruito in un delirio di vana gloria.

Mi ricorda quando un’immensa fabbrica dismessa, quando una centrale abbandonata che non produce più energia. Una Chernobyl di noialtri avvolta dal black out, nella quale ieri era possibile scorgere nitida, unico punto caldo in tutta quella caldera vuota e fredda, la singolarità nuda: il piccolo nucleo bianco e incredulo che si fa chiamare Francesco.

Sì, quella foto mi impressiona e lo sguardo oscilla tra la voglia di urlare “Bellissima!” e quella di ritirarsi in un silenzio atterrito.

Eppure, per quanto strano possa essermi sembrato vedere l’ostinazione di un singolo uomo lasciato solo a soccombere davanti alla statica indifferenza di marmi, acciottolato e cielo, una certezza si è fatta strada nella mia testa: sono sicuro di avere già visto quella scena più volte.

Sono addirittura certo di averla già vissuta in prima persona; di essere stato, mio malgrado e nel mio piccolo, papa in mezzo a una piazza analoga; di essere stato puntino bianco con gli occhi sbarrati sul niente; di avere ascoltato il rimbombo sordo del mio tenero tentativo di imporre una visione umana a un paesaggio che, gentile, l’ha contenuta senza minimamente curarsene.

Poi a un tratto capisco e sciolgo il nodo del deja vu intravisto:

lo sgomento estatico e affascinato che si legge in quella foto di ieri è lo stesso che si sperimenta stando in un osservatorio a scrutare un cosmo muto e introverso.

La vertigine che si prova guardandola, lo so per certo, è la stessa che fa vacillare mentre si sta a cavallo di un ciclotrone a frugare particelle nelle paradossali cattedrali nascoste in un nonnulla.

Guardandola e misurandola, da uomini e donne di scienza non facciamo altro che pregare la Natura di anticiparci l’evoluzione dell’epidemia di forze che infettano dal profondo la materia.

La stritolano con la gravità, la contaminano con radiazioni X e gamma, la isterizzano con intensissimi campi magnetici, la sciolgono con temperature estreme o la ammalano col più profondo dei geli.

Sappiamo che tutto sarebbe riassumibile e comprensibile se solo si conoscesse ogni volta l’esponente giusto, la vera pendenza di un tracciato epidemico che è sacro Graal di una religione attiva; un credo che non attende segni divini, ma li cerca.

Allora mi chiedo come mai lo sgomento degli uomini di scienza sia lasciato solo a loro che pregano sgranando rosari di dati tangibili, mentre quello del papa – quello di un altro uomo solo che è solo un uomo – viene condiviso subito dal mondo intero.

Se è di questo timore reverenziale della Natura che finalmente avete voglia, non limitatevi a chiederlo alla fede, ma accomodatevi pure nelle platee vuote della scienza.

Se è di quella bellezza austera e distratta del paesaggio di ieri che avete bisogno, non cercatela esclusivamente nelle piazze vaticane o nelle cupole delle chiese, ma accorgetevi definitivamente dell’enorme e desolata piazza cosmica; accomodatevi pure nelle cupole degli osservatori.

Se è di questo rispetto verso un essere invisibile – a tutti gli effetti un nuovo messia che c’è, eccome se c’è! – che attendevate l’arrivo, allora accorgetevi pure dei laboratori che, per non disturbare i vostri sguardi sensibili, preferite posizionati sul retro degli ospedali e nei loro scantinati.

Il papa è nudo.

Con lui, lo siamo sempre stati tutti e accorgercene ci fa benissimo.

SZ

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimane un miscuglio di tinte non certo programmato, ma davvero perfetto. Portici vanitosi che, illuminati da filari di luci artificiali, occhieggiano solitari verso una piazza distratta: un calco

 

CRONACA VIRUS – Giorno 18

                                                     L’ULTIMO FOTOGRAMMA

Dicono che prima di morire si riveda l’intero film della propria vita compresso in pochi secondi. Forse addirittura in uno, prezioso e ultimo. Prezioso perché ultimo.

Mi immagino, allora, nel mentre trasalirò migliaia di volte pensando “Ecco dove accidenti avevo messo quella tal cosa che ho cercato tanto!” o “Nonostante io stia morendo, il mio comportamento di quella volta continua a imbarazzarmi tremendamente,…”.

Capiterà anche di arrabbiarmi, di gioire e di rinnamorarmi innumerevoli volte per poi subito disperarmi per dieci, cento, mille amori finiti; amori velocissimi, ma non per questo poco intensi, anzi. Infine proverò milioni di volte la nostalgia di alcuni momenti che hanno reso la vita degna di essere vissuta e forse sarà proprio questo il motivo per cui morirò. Non credo che a uccidermi sarà una patologia di qualche tipo. Quella servirà solo a condurmi sull’uscio oscuro e misterioso dell’Ade. A farlo, a darmi la spintarella, sospetto che sarà l’eccesso di informazioni emozionali così compresse nel tempo che consumerà l’ultimo millimetro di stoppino; quello che, tenace, separerà la fiammella dalla cera rimasta della mia candela.

Lo penso perché mi rendo conto che la situazione odierna mi sta stimolando la memoria in modo diverso dal solito: sarà che ho più tempo per farlo, ma passo buona parte del mio tempo a compiere l’involontaria operazione di ricordare eventi lontani.

In fondo, è abbastanza normale: da neonati si  parte (apparentemente) senza ricordi e poi, man mano che nei giorni, nei mesi, negli anni si accumulano le esperienze, il materiale esperienziale impilato fa sorgere per la sua gestione il bisogno di qualcosa come il processo di memorizzazione, conscio o inconscio che sia.

Credo, ma purtroppo non ne serbo un ricordo netto, di avere già parlato, in passato in questo stesso blog, del fatto che l’avere accumulato diversi decenni di esperienza in fatto di vita, mi ha dato spesso la possibilità di comprendere a posteriori il perché di alcuni eventi del passato.

Quelli che – quasi fossi affetto da una specie di prematura e duratura presbiopia della visione interiore che impedisce di focalizzare l’adesso vicino – nel mentre li vivevo, sembravano assolutamente privi di alcun valore.

Aver avuto la pazienza di attendere mi ha consentito, a distanza di uno o più decenni, di capirne il significato, di sentire il sapore vero e sottile di cibi che, giovane e affamato di sapori forti, sembravano sciapi.

Questo genere di esperienze mi porta a immaginare il tempo come strutturato in fili: lenze delle quali non vedo l’amo e che pescano molto, molto lontano da qui; nervature lunghissime, stese a connettere gli stimoli odierni con una mia reazione molto lontana nel futuro.

Simili pensieri mi fanno sorridere ancora una volta scoprendo che, se è vero ciò che si dice sull’istante prima di morire, è probabile che scoprirò quale sia la lezione insita in chissà quali eventi di molto precedenti senza poterne fare tesoro per intervenuta decorrenza dei termini.

Ecco, questa potrebbe essere la scoperta in assoluto più importante: l’inutilità della morte che, in barba alla saggezza finalmente conquistata, mi metterà in condizione di dover rinunciare alla possibilità di aggiustare il tiro.

O forse no. La lezione, dopo un’intera esistenza trascorsa a cercare di scorgere insegnamenti da mandare a memoria, potrebbe proprio venirmi dall’accorgermi che è la vita, e non la morte, ad essere stata inutile col suo carico di sovrastrutture che siamo bravissimi a costruire per combattere l’horror vacui.

Come già il pensiero biologico ci ha suggerito, il vero scopo della nostra presenza qui potrebbe non essere connesso ad altro se non alla necessità di propagare i propri geni – la Natura lo vuole! – per creare un altro essere che non potrà esimersi dallo scoprire la stessa nuda verità.

Nel caso, farò spallucce: tutto il film della mia esistenza collasserà su quell’unica, magica scena di quel pomeriggio del 24 Maggio 2012 in cui qui, nella stessa stanza della casa in cui ora mi trovo, aveva davvero inizio l’avventura di mio figlio Giovanni: un’avventura che invece – perpetrando un’inveterata abitudine storica alla inevitabile mistificazione dei dati cronologici di cui i nostri libri sono pieni – all’anagrafe risulta essere iniziata il 27 Febbraio dell’anno successivo.

In un estremo tentativo di salvare la validità di ciò che ho detto prima, mi aggrappo al dato che vede i figli come memorie solide e organiche della nostra struttura biologica di genitori.

Visto così, il significato al momento valutabile come scarso della mia esistenza, avrà modo di prendersi la sua rivincita rivelando la sua importanza quando, una volta che mi sarò tolto dalle balle, mio figlio realizzerà la sua vita, quindi la mia.

Forse dovrei iniziare a preoccuparmi: lo stare chiuso qui dentro senza poter uscire, senza poterr fare le mie lunghe passeggiate, senza poter stimolare in modo adeguato la produzione di vitamina D e soprattutto senza poter confidare in una previsione credibile di quando tutto ciò avrà termine, sta assumendo sempre più il carattere di un viaggio definitivo. Quello oltre l’orizzonte degli eventi collocato all’inizio di questo mese, a partire dal quale non possiamo più fare a meno di spiraleggiare in avvitamento stretto attorno a una destinazione oscura e compatta.

Questo giustificherebbe la lentezza con la quale mi arrivano i ricordi, ma anche il loro giungere a farmi visita sempre più di frequente laddove, in condizioni normali, mi lascerebbero vivere abbastanza in pace.

Qualcuno potrebbe essere stufo di questi discorsi e chiedermi di non tergiversare oltre rivelando finalmente quali sono stati questi famosi ricordi di ieri. E io, se così è, ve lo dico.

In uno ci sono io ragazzino che gioco col Lego a casa del mio amico Ivan. É una casa enorme, risultato dall’unione di due appartamenti, e noi ci troviamo in un ambiente inondato dalla luce lasciata entrare dalla lunghissima vetrata che abbraccia la metà del perimetro di quella abitazione.

Prima che venisse chiusa per diventare a tutti gli effetti un ambiente vivibile, quella doveva essere solo un’enorme veranda dalla quale dominare tutto il quartiere e godere della vista dell’orizzonte che invece da casa mia, più piccola e meno sopraelevata, oramai non si scorgeva più, occultato com’era dai nuovi palazzi costruiti nel circondario.

Eravamo entrambi molto bravi e creativi nell’usare quei pezzi colorati e avevamo costruito ognuno la sua astronave personale. La sua, un analogo della casa dove viveva, aveva dimensioni decisamente notevoli e poteva ospitare un equipaggio di alcuni astronauti. La mia era invece, molto più modesta e piccola della sua e forse, anche nel mio caso, essa rispecchiava la dimensione di casa dei miei, nonché pure una certa diversità di ceto e di disponibilità economica delle mia famiglia rispetto alla sua.

Potrei definire quella mia astronave una semplice monoposto che sotto il pavimento dell’abitacolo celava un ripostiglio. Ripensandolo, mi viene da metterlo in relazione allo scantinato buio e odoroso di muffa, conserve di pomodori e goccie di vino sfuggite da quei fiaschi avvolti in ceste lignee della casa dei miei nonni materni. Odori e luci soffuse che me lo rendevano estremamente affascinante, forse perché, a causa della poca luce, imponeva di orientarsi con tutti i sensi meno che il gusto.

Al ripostiglio della mia astronave, una specie di “doppio fondo” di una 24 ore, si accedeva tramite una botola nel pavimento ed era diviso dalla sala motori da una paratia spessa che, secondo le mie intenzioni, avrebbe dovuto proteggere l’ambiente dalle radiazioni prodotte dai propulsori a fusione nucleare.

Immaginavamo di viaggiare nel cosmo per andare a vedere da vicino le meraviglie di cui si parlava nei libri e in alcuni programmi televisivi (la trasmissione Quark fu inaugurata quando ero in terza media…) e l’angustia di quell’ambiente non mi preoccupava affatto, anzi.

Grazie alla distanza di una quarantina d’anni dalla quale rivisito quei momenti, ho la possibilità di interpretare quella ed altre per l’epoca strane ed episodiche tendenze all’isolamento come possibili espressioni di un viaggio mentale e professionale che avrei percorso sempre più slegato dagli altri.

Una tendenza che, forse intuendo quale fosse davvero ciò che la mia natura più autentica mi avrebbe riservato in futuro, ho sconfessato fino a pochi anni fa conducendo una vita sociale intensissima, all’aperto, muovendomi veloce e affamato in spazi enormi, così ampi da apparire in stridente contrasto con il piccolo ambiente della mia astronave.

Va a finire che stavo solo costruendo una cantina di ricordi sociali d’annata, utili a costruirmi un vitalizio mnemonico cui attingere, come in questo momento, per ubriacarmi e non sentire il peso di ciò che sono diventato.

La solitudine dei miei sogni da ragazzo ammetteva solo una eccezione, quella protagonista del secondo ricordo:

stavolta mi trovo, di sera, a discutere con mio padre nel suo studio, ultima stanza in fondo a sinistra del corridoio del nostro appartamento. A quell’ora mi capitava spesso di essere lì con il primo Giovanni della mia vita a chiacchierare sul sottofondo di note non banali emesse dal solito canale radio della Rai – non ricordo se all’epoca fosse il secondo o se invece si trattasse sempre del terzo…-, nella calma aromatica generata dalla sua pipa o dai sigari che amava concedersi alla sera.

Una calma che, non avendo mai fumato, di tanto in tanto provo a riprodurre affondando il mio lungo naso in un bicchiere di torbido Laphroig.

Una sera, quella sera del ricordo – all’epoca ero già studente di Fisica al primo o secondo anno -, si parlava della bellezza del cosmo: in simili discussioni a me veniva prematuramente affidato il ruolo di consulente scientifico, mentre lui sondava gli aspetti più estetici e cosmogonici della faccenda. Quelli che, da insegnante di filosofia e intellettuale onnivoro quale era, di sicuro gli spettavano per aver conquistato le stellette sul campo di battaglia.

Guardando dalla finestra chiusa il fazzoletto di cielo da lì visibile, immaginai per un attimo di volare via a bordo di quella stanza tappezzata di libri che, come la mia piccola astronave di Lego, staccatasi dal resto della casa, della famiglia, del palazzo, …, conduceva me e lui in giro nel cosmo per vedere ancora una volta da vicino ciò che stando ancorati al terreno poteva solo essere evocato.

Oggi sono ancora qui a immaginare spesso di partire. Lui non ha atteso: impaziente, ventitré anni fa è andato in avanscoperta e ogni tanto mi chiedo se in un fotogramma del suo ultimo film sia riuscito a notare, anche solo per un attimo velocissimo, la mia commozione di quella sera.

SZ

 

CRONACA VIRUS – Giorno 17

                                                           INVISIBILI SCULTURE

A volte quasi la offendiamo definendola “viziata”, “pesante”, “brutta”. In altre situazioni  ci manca, la cambiamo o la nominiamo per invitare qualcuno ad andare via.

E se ieri parlavo di memorie di ieri e memorie del domani, tra le memorie dell’adesso, quindi tra le cose che diamo per scontate senza focalizzare mai la nostra attenzione del momento su di esse, vi è lei: l’aria che respiriamo.

Essa, da sempre presente alle nosre azioni, oltre a permetterci di vivere, contiene, materna, tutti i nostri gesti: li accoglie, li coccola, li accarezza senza farci sentire troppo il peso della sua presenza e, se fosse personificabile, verrebbe quasi da chiedersi: “ma noi che da essa riceviamo tanto, cosa diamo in cambio all’aria?”

No, questo articolo non intende essere un’ulteriore denuncia dell’inquinamento di origine antropica. Vuole piuttosto soffermarsi su un altro aspetto che da sempre mi colpisce piacevolmente e che uso per tentare di comprendere quale sia l’utilità, la funzione reale di alcuni aspetti della nostra vita psichica che tanto mi interessano.

Sospetto che i pensieri che sto per confessare si siano evoluti a partire dal 22 Settembre del 1995, giorno in cui annotai un semplice pensiero su un piccolissimo block notes verde: uno di quelli che fino a una decina di anni fa, prima che i cellulari divenissero la pietra d’appoggio di tutta la nostra esistenza, portavo sempre con me per appuntare pensieri, idee grafiche e musicali.

La sua rilettura ieri mi ha riempito di sensazioni strane e di nostalgie solo in parte decifrabili; quelle che stamattina, al mio risveglio, erano tutte qui ad attendermi, imponendomi di scriverne. In quelle righe dicevo:

Mi rifugio in stanze di musica, con muri di note che coprono le immagini di fuori; chi le costruisce? Un mio ideale batterista percussore mentale che tenta di inserirsi nel ritmo del battito cosmico, un trombettista dal soffio educato, un sassofonista dall’alito pentagrammato.

Quella che potrebbe sembrare solo una metafora è in realtà anche il modo con cui alle volte mi spiego cosa sia realmente una cosa così impalpabile come la musica. Mi sono da un po’ persuaso che essa altro non sia se non un modo di scolpire l’aria; un modo di dare ordine al moto altrimenti caotico delle particelle che la compongono così da far loro assumere la forma dei nostri pensieri alrimenti non comunicabili; così da renderli finalmente decifrabili da chi possiede quella particolare sensibilità geometrica. Chi la possiede, a sua volta consente l’accesso a geometrie aeree che riorganizzano le geometrie disegnate dall’attivazione di una “scelta” opportuna di neuroni.

In fondo,  anche quando ci muoviamo non facciamo altro che scolpire l’aria. I nostri gesti, le nostre posture, possono essere riguardati come pensieri del corpo (si pensi alla danza), nostro cervello esteso.

Essi, però, in quanto visibili, risultano troppo facilmente decifrabili e il loro negativo acustico quindi geometrico – l’involucro che un Michelangelo dell’aria salverebbe buttando via il corpo che lo modella da dentro, ottenendo così una specie di scultura per ciechi – diventa assolutamente secondario rispetto a ciò che, esibizionista, si impone alla nostra vista.

La facilità della decifrazione visiva ancora una volta ci fa dimenticare l’esistenza dell’atmosfera che tutto pervade e assiste con l’impareggiabile discrezione che è propria di ciò che, pur presente, non può essere visto.

In questo periodo di immensa solitudine mi rendo conto che è lei, l’aria, a farmi maggiormente compagnia: col silenzio – un caotico contenitore di particelle che, non spinte di qua e di là da oggetti in movimento, si spostano più lente del solito – o con la musica che arreda i nostri ambienti anche più delle architetture solide attorno a noi.

Saltando di pensiero in pensiero, facendomi dare un passaggio dalle ali dell’analogia, mi tornano allora alla mente le parole della mia amica Francesca: un tipo particolare, amante sì del bello, ma che lo frequenta ponendo più di un metro di distanza di sicurezza tra lei e la possibilità di farsi toccare così in profondità da perdere la sua libertà di essere una

“donna eternamente cazzeggiante, ancorché inconcludente e ingiustificabile, che però ha la capacità di regalarsi estasi da dettagli che racchiudono mondi che ai più sfuggono, e con consapevolezza se ne appropria”.

Qualche mese fa, durante una discussione circa i nostri ascolti preferiti, mi confidò:

Trovo che la musica di Bach abbia la capacità di mettere in ordine i pensieri”

Un punto di vista che mi trovò assolutamente d’accordo, anche se, per quanto affermato più su, mi sembra di scorgere un ordine, una geometria più o meno precisa (quella delle composizioni bachiane è a dir poco impeccabile) in tutti i pensieri organizzati: essi disegnano sempre una forma che, prima di essere ordine di particelle d’aria o di segni alfanumerici e/o pittorici, è ordine, geometria, forse anche ecologia di connessioni neuronali rispecchiate da ciò che manifestiamo all’esterno del nostro corpo.

Sono portato a pensare che anche la scrittura rientri di diritto in questo discorso: le parole, dette, lette o scritte che siano, sono una sorta di monodica e monòtona musica a progetto che, a differenza delle colonne sonore a ben vedere adattabili a diverse situazioni, crea immagini visive vivide e univoche: sentendo la parola “sedia”, ognuno di noi visualizza quella che per lui è in quel momento l’archetipo di riferimento per quell’oggetto. Un archetipo che condivide con gli archetipi altrui la forma sintetica di una sedia e il suo uso (chissà, forse è proprio in questo aspetto che va cercata la spiegazione del maggiore successo riscosso dalla musica cantata rispetto a quella suonata…)

A questo punto, credo che anche l’arte astratta, quella di più difficile interpretazione, acquisti un valore del tutto decifrabile: le pulsioni, le fantasie, i sogni, gli incubi – quelli che da un ingegnere elettronico potrebbero forse essere messi in connessione con le dark currents o con gli ineliminabili rumori stocastici presenti in tutti i processori microelettronici – forse a causa della loro episodicità, non ci impongono la stessa pressante attenzione dei pensieri organizzati nei quali più facilmente ci imbattiamo stando in Natura o immersi in società.

Se così fosse, per esprimere il manifestarsi di stimoli disordinati di quel tipo non credo avremmo molte altre alternative oltre quelle offerte dalle destrutturazioni, dalle deviazioni, spesso le più improbabili, dalla facile e comodamente interpretabile struttura euclidea dei discorsi, dei suoni, dei segni. Una geometria che, per capirci meglio,  abbiamo reso la più diffusa, quindi stocasticamente più probabile.

Ed è così che, attraverso i livelli intermedi come ad esempio, quelli offerti da Mondrian in pittura o da Hindemith in musica, finiamo nell’ambito non euclideo, nella destrutturazione di Malevič, nella pittura dinamica di Pollock, nei tagli di Fontana, …

Come che sia, oggi mi farò tenere ancora una volta compagnia dalle trasmissioni del terzo canale Rai della radio.

In particolare, affido le geometrie di parte dei miei pensieri alla voce familiare di Eduardo Camurri e alla sua rubrica Pagina 3, alle musiche del Concerto del mattino introdotte dalla voce di Arturo Stalteri, alle strampalate follie della divertentissima Barcaccia e ai concerti serali proposti da Radio 3 suite.

Sono sicuro che, oltre a intrattenermi, mi metteranno a posto casa cambiando l’aria dell’ ambiente quotidianamente viziata da tanta bellezza.

SZ

 

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 16

                                         MEMORIES OF TOMORROW

Continuando a fare il solito, ozioso zapping col quale si chiudono praticamente tutte le mie lunghe giornate di questo periodo, ieri sera mi sono imbattuto per l’ennesima volta nel film Balla coi lupi.

Un certo meccanismo di zipping – incredibile come cambiare una sola volcale possa aprire scenari mentali del tutto diversi… – del mio (nostro?) cervello ha fatto sì che io abbia compresso il ricordo di quando ho visto quella pellicola collocandolo da qualche parte vicino ad altri molto più recenti.

Scoprire, quindi, dopo una breve ricerca in rete che si tratta di un film uscito nel 1990 mi fa vacillare, togliendomi quasi il pavimento da sotto i piedi.

Nel 1990 avevo 22 anni, vivevo ancora al sud con i miei, ero uno studentello con le idee molto poco chiare, erano ancora vive persone per me fondamentali che di lì a poco sarebbero scomparse…

Insomma, a distanza di trent’anni, vedo un me stesso alieno che però mi somiglia alquanto – potrebbe essere mio figlio – alle prese con un’altra vita su altro continente o su un altro pianeta molto distante da qui.

Ricordo che, pur non essendo mai stato un maniaco del genere western, quel film mi piacque moltissimo, ma si vede che, per risparmiare il poco spazio mentale a mio disposizione, ne ho collocato il ricordo in una posizione molto recente (“sembrava ieri!”) e al contempo fluttuante, tralasciando cioè di ancorarlo ad altri ricordi ben più netti, che mi avrebbero potuto aiutare nel datarlo con precisione.

Nonostante non fosse la prima volta che lo rivedevo, forse proprio grazie alla vista laterale, annebbiata dal sonno incipiente, ho realizzato che non è nient’altro se non il modello o, come si dice oggi, il template sul quale hanno plasmato molti altri film, in primis Avatar, anche questo rivisto da poco grazie al mio DVD (se non sono un maniaco del genere western, lo sono di sicuro del genere fantascientifico del quale possiedo una collezione davvero invidiabile).

L‘impianto del film storico Balla coi Lupi è presto riassunto: c’è il militare che, riportando in una azione di guerra un problema a una gamba, in seguito ai vari eventi scatenati da quell’inconveniente si fa volontariamente inviare in un lontanissimo avamposto. É un militare e l’obiettivo di fondo è smpre quello di proteggere e al contempo espandere i confini per biechi scopi economici che tengono in nessun conto l’esistenza di abitanti di quelle terre lontane, dei loro valori, dei loro affetti, della loro libertà, … L’eroe, costretto dagli eventi a rimanere da solo, si imbatte da subito in un lupo che non ne vuole sapere di mantenersi a debita distanza e, costretto da questo incontro e da vari accadimenti a rivedere la propria posizione rispetto al mondo, decide di aprirsi al nuovo stile di vita che l’ambiente stesso gli suggerisce di adottare. Uno stile che lo porterà presto a contatto con gli alieni abitanti di qulle lande lontane: vincerà le iniziali diffidenze e ovvie ostilità di alcuni maschi alfa di quella comunità e, grazie soprattutto all’attenzione di una donna che gli verrà affiancata dai capi con il compito di insegnargli gradualmente la lingua e gli usi indiani, si integrerà perfettamente nella tribù. Tra lui e la sua “tutrice” sboccerà l’amore e lui diverrà addirittura un esponente di spicco di quella comunità, specie durante il conflitto contro le truppe unioniste presso le quali un tempo era un ufficiale.  Verrà catturato e quindi incolpato di avere tradito le sue origini, la sua cultura e tutto ciò su cui aveva fondato la sua vita precedente. Lui comunque deciderà di schierarsi con gli indiani, ma questo film dall’impianto essenzialmente storico non poteva certo permettersi una conclusione con il classico lieto fine: prima dei titoli di coda viene chiaramente riportato che di lì a poco il popolo indiano verrà decimato e poi assorbito dalla barbarie civile arrivata da est.

In Avatar, film del 2009 e ambientato in un’epoca distante ben 300 anni dai fatti narrati nel film precedente, il protagonista è ancora una volta un militare che in guerra ha subito un trauma localizzato ancora una volta sul suo apparato motorio. La lontana frontiera stavolta non è un continente terrestre da esplorare e conquistare, ma un pianeta orbitante attorno ad alfa Centauri, la stella più prossima al nostro Sole e probabile America del nostro futuro coloniale. Anche in questo film, l’eroe deve infiltarsi nella società del popolo indigeno che vive sul pianeta  e che dimostra di avere conservato quel contatto con la Natura che oramai noi terrestri abbiamo completamente rimosso, del tutto dimentichi come siamo di quando vivevamo in totale simbiosi con il nostro pianeta e gli altri suoi abitanti. Il protagonista è quindi ancora una volta un militare e l’obiettivo di fondo è sempre quello di proteggere e al contempo espandere i confini terrestri per biechi scopi economici che tengono in nessun conto l’esistenza di abitanti di quelle terre lontane, dei loro valori, dei loro affetti, della loro libertà, … L’eroe, rimasto solo, si imbatte in quelli che potrebbero essere dei lupi alieni estremamente più aggressivi del lupo della prateria americana. Sta per soccombere, ma viene salvato da una lei del popolo indigeno. Costretto da questo incontro a rivedere la propria posizione rispetto al mondo, decide di aprirsi al nuovo stile di vita che l’ambiente stesso gli suggerisce di adottare. Uno stile che lo porterà presto a contatto con gli alieni, stavolta veri e non solo metaforici, abitanti di qulle lande lontanissime: vincerà le iniziali diffidenze e ovvie ostilità di alcuni maschi alfa di quella comunità e grazie soprattutto all’attenzione dell’aliena che lo ha salvato dall’attacco delle fiere prima incontrate e che gli verrà affiancata dal capo tribù con il compito di insegnargli gradualmente la lingua e gli usi del loro popolo, lui che è sveglio e intelligente si integrerà perfettamente nella tribù. Tra il nostro eroe e la sua “tutrice” sboccerà l’amore e lui diverrà addirittura un esponente di spicco di quella comunità, specie durante il conflitto contro le truppe terrestri. Verrà catturato e quindi incolpato di avere tradito le sue origini, la sua cultura e tutto ciò su cui aveva fondato la sua vita precedente. Nonostante le accuse, il protagonista deciderà di schierarsi con gli alieni e stavolta, in assenza di libri di storia che ci possano togliere ogni illusione circa la realtà, il film si conclude con un bel lieto fine: vissero, anzi, vivranno (l’azione si svolge nel 2154…) tutti felici e contenti.

Ovviamente la mia scelta di usare lo stesso testo per descrivere i due film, cambiando solo gli elementi che proprio non potevano non essere cambiati, è voluta in quanto utile allo scopo di mostrare quanto più possibile l’estrema sovrapponibilità dei due soggetti narrativi.

Nel caso di Balla coi lupi, si tratta di una memoria di ieri ben documentata grazie alla quale il popolo americano fa ammenda nei confronti di quello indiano oramai reso silente e marginale rispetto alla cultura wasp imperante in quel continente. Nel caso di Avatar, il soggetto vichianamente funziona perché, lo sappiamo bene, non possiamo proprio permetterci di non replicare atteggiamenti aggressivi che da sempre caratterizzano la nostra specie e, in particolare, il popolo americano (in entrambi i film, il protagonista è un milite a stelle e strisce) sempre pronto a esportare democrazia ovunque.

Con questo film, sembra quasi che il regista Cameron abbia deciso di basarsi su una memories of tomorrow di jarrettiana… memoria, andando a costruire un quadro che, nonostante il suo essere una narrazione chiaramente distopica, risulta del tutto credibile e attuale (ma anche credibile in quanto rispecchiata dal passato).

Sembra quasi che nella memoria del mondo vi sia lo stesso scollamento di eventi che vi è nella mia testa: il presente, il futuro e il già avvenuto, piuttosto che risultare appesi nelle giuste posizioni lungo il lunghissimo filo da stendere del tempo, risultano fluttuanti e, mutatis mutandis, intercambiabili.

Un rimescolio delle carte dal quale, nell’estremo tentativo di fare ordine tra i ricordi, emerge prepotente solo una cosa da tenere bene a mente: ci siamo sempre comportati allo stesso modo. Una consapevolezza alla quale segue facilmente l’altra: “E faremo sempre così”.

Ecco perché, senza entrare nel merito di un problema delicatissimo del quale in qualche modo mi sono già qui occupato in un recente passato, leggendo ieri le parole della Fornero che si è pronunciata di recente su un tema importantissimo come il pensionamento di chi secondo lo Stato è ancora in grado di lavorare, mi sono tornate in mente altre memorie di domani ben conservate in mente e vissute grazie alla visionarietà di scrittori e registi indovini.

Ma veniamo prima ai fatti. Sembra che l’ex ministra  abbia espresso il seguente concetto per certi versi autoevidente:

“Se si va in pensione prima, quando si è ancora in buona salute, è un costo, perché qualcuno te la deve pagare.”

Il blog dal quale ho preso questa frase la mette credibilmente in relazione con quella da ascrivere alla Christine Lagarde, la presidentessa a capo della BCE, la quale nel 2012 pare abbia involontariamente scritto l’incipit di un altro romanzo distopico che (sottofondo orchestrale incalzante) potrebbe iniziare proprio con la scritta:

La longevità è diventata un nemico, se non da combattere, almeno da rendere inoffensivo: troppe spese per lo stato in pensioni e assistenza sanitaria”

Con la solita memoria del domani, mi sembra di riuscire a vedere in modo chiaro i possibili sviluppo e conclusione delle scene successive di questo film ancora da girare con 7 miliardi di personaggi in cerca di autore: al popolo, sempre più vessato da leggi ingiuste del tutto a beneficio di una oligarchia aristocratica totalmente insensibile ai bisogni dei più (Metropolis), viene imposto un netto, ma decisamente crudele ricambio generazionale della classe operaia. Il vantaggio è grande: piuttosto che attendere che gli automi-umani, una volta invecchiati, possano diventare un peso economico e sociale, raggiunta un’età giudicata adeguata per smettere di rendere i loro servigi alla società, vengono dismessi ed eutanasicamente invitati a sparire dalla circolazione nell’ignavia e nella disattenzione generali (La fuga di Logan).

Forse verremo rimpiazzati da nostri cloni che gli alieni, a nostra insaputa già da tempo qui in mezzo a noi, in oscuri scantinati-laboratori stanno già preparando (L’invazione degli ultracorpi), oppure verremo sostituiti con le nostre copie sintetiche progettate da una società senza scrupoli di cui non sapremo più nemmeno se sia da considerarsi verticizzata o semplicemente se sia governata da processi-macchina avviati da noi stessi e poi sfuggitici di mano (Moon).

A questa narrazione, trattandosi di uno sguardo su un futuro possibile ma non corroborato da dati storici, posso permettermi di donare un lieto fine costituito dalla buona notizia che mi affretto a darvi: sospetto che molti di noi, forse tutti, coroneranno un sogno che non sapevano neppure di avere, divenendo tutti protagonisti di una serie televisiva che ha già ampiamente dimostrato di piacere al pubblico.

Vi pare poco?

Mi raccomando: fate come nulla fosse, non guardate in camera e siate credibili.

Siate voi stessi.

 

SZ

 

 

 

 

 

 

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 15

                                                       QUELLA SPORCA DECINA

Oggi è il mio quindicesimo giorno di segregazione e, dal momento che l’emergenza è iniziata più o meno per tutti nello stesso momento, immagino che lo sia anche per molti fra voi che leggete.

Che possa esserlo me lo conferma una breve ricerca condotta in rete su ciò che accadeva quando ho iniziato queste cronache (in realtà, ho iniziato a parlarne più timidamente già dal 28 Febbraio, accelerando poi con gli articoli del 4 e del 5 Marzo, un periodo in cui si poteva ancora girare a piede e naso liberi) dalla quale emerge che effettivamente quello fu un giorno particolare.

Un sito che pubblica le prime pagine dei giornali mostra infatti che il 10 Marzo scorso, per la prima volta, i giornali hanno intonato tutti un singolare unisono col quale si invitava la popolazione a iniziare questa reclusione forzata.

Proprio mentre scrivo, noto che nella prima riga di questo articolo ho ripetuto quanto già contenuto nel titolo: una ridondanza strana e quantomeno sospetta: sotto sotto, deve esserci qualcosa che mi ha spinto a rimarcare quel semplice computo. Sì, ma cosa? Perché per la prima volta da quando racconto questa emergenza mi viene spontaneo soffermarmi sulla lunghezza del periodo trascorso in questa condizione?

Ovviamente è una domanda retorica, cui segue una risposta che  già da stamattina ho programmato di dare. Ma non è stato certo per retorica se oggi, una volta svegliatomi, mi ha colpito scoprire come già fossero trascorsi quindici giorni da quel fatidico Martedì.

La risposta credo sia solo da ricercare nel fatto che, come il 10 e il 20, 15 sia un numero… maneggevole, ovvero una cifra di cui tenere facilmente il conto grazie all’uso di tutte e cinque le dita presenti in entrambe le nostre mani. In qualche modo, la storia della matematica e l’antropologia lo confermano: contiamo così per il semplice fatto di avere perso, coprendoci di vestiti, la possibilità di farlo usando anche altri segmenti del nostro corpo che invece un tempo, ben visibili, quindi disponibili, venivano subito coinvolti nel computare gli oggetti del reale.

La morale, riconducibile da lontano anche a ragioni biologiche legate, specie ad alcune latitudini, al bisogno di proteggerci dagli effetti indesiderati delle forti escursioni termiche giornaliere, e stagionali, ci ha spinto a coprirci sempre più, convincendoci che fosse sconveniente andare in giro seminudi e lasciando nel tempo disponibili per i nostri calcoli veloci soltanto le mani.

Tra l’altro, il termine sconveniente mi fa suonare un ulteriore campanello di allarme (oggi in testa ho un casino): nei vocabolari, la sua prima accezione serve proprio a rimarcare l’inopportunità etica di un particolare comportamento e solo la sua seconda ne rivela finalmente una più intuitiva derivazione dalla negazione di conveniente, un aggettivo che invece mantiene inalterato il suo carattere legato agli usi pratici di qualcosa.

Tornando all’importanza del numero quindici, noto che lo usiamo spesso come sintesi approssimata per eccesso del periodo di due settimane. Un’approssimazione che usiamo anche, stavolta approssimandola per difetto, nel valutare la lunghezza del mese: un lasso di tempo che, senza entrare nella complicatissima storia del calendario e delle sue riforme, man mano che si conta, si scopre essere lungo in media quanto le dita di sei mani.

Mi scopro spesso portato a pensare che tutto ciò che caratterizza la storia e l’evoluzione culturale della nostra specie – una volta imbracciato il machete per farci largo fra l’erba alta delle innumerevoli sovrastrutture di sicuro importantissime, ma a mio parere non certo definitive nello spiegare chi siamo davvero – possa svelare la sua intima e definitiva connessione con fattori sintetici, a priori, da far risalire piuttosto a motivazioni fisiche, biologiche, chimiche, genetiche.

Un punto di vista indicato col nome di determinismo biologico dalla validità tutta da dimostrare e che, per questo, partecipa dell’indecidibilità caratterizzante tutti i punti di vista “larghi”: quelli che hanno la pretesa di dire qualcosa di definitivo sulla realtà.

Mi aspetto però che, se l’emergenza dovesse protrarsi molto, molto a lungo rivelando, come molti sospettano, la nostra incapacità di eradicare del tutto questa piaga e i suoi effetti su salute, economia, cultura, al nostro sicuro adattamento all’idea di convivere con il virus potrebbe corrispondere l’affermarsi del numero 14.

Perché proprio di quel numero? É presto detto: perché pare sia la lunghezza del periodo di incubazione del Coronavirus. Si tratta di una cifra che evidentemente ancora non ha fatto colpo nel nostro immaginario collettivo: nessuno, nemmeno io, ha fatto notare che noi non ammalati potremmo da ieri considerarci non infettati o quantomeno asintomatici.

Essendo il 14 un numero più scomodo delle “cifre tonde” 10, 15 e 20 facilmente computabili usando tutte le dita delle nostre mani ben aperte, alla sua eventuale ascesa nella gerarchia delle cifre da usare per approssimare periodi di tempo e chissà cos’altro, potrebbe unirsi anche quella del 35, ovvero 5 semiperiodi di incubazione del Coronavirus contati usando 7 volte le dita di una sola mano.

Senza arrivare a temere di diventare tutti mutanti simili a quelli preconizzati dalla fantascienza – un genere letterario che comunque ha già abbondantemente vinto dimostrando di avere pre-visto molto bene lo scenario odierno -, mutanti che un giorno potrebbero addirittura esibire sette dita per mano, siamo senz’altro sicuri di essere dei mutanti culturali del tutto capaci di interiorizzare, di assorbire l’importanza di una cifra particolare come il 35 dimenticando, per meglio sopravvivere, lo spiacevole motivo del perché della sua importanza.

35. Una cifra che andrebbe così ad aggiungersi a quelle comode già in uso per approssimare giorni, settimane, mesi, anni, somme di denaro, … e “calcoli della serva” agevolati, arricchiti da un virus.

Questa sì potrebbe essere una prova a sostegno del determinismo biologico, non trovate?

 

SZ

 

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 13

                                                         COMPRARE TEMPO

Mentre ieri tentavo di registrare il Largo del brano La Primavera tratto dalla famosa suite Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi che trovate nel post prima di questo, mi sono trovato ancora una volta a lavorare sulla mia (in)capacità di dominare i nervi messi a dura prova dal rumore proveniente dall’appartamento sopra il mio.

No, stavolta gli inquilini di sopra non stavano facendo nulla di particolare. Semplicemente vivevano il loro Sabato anche se, sapendo benissimo del problema di questa palazzina che tra gli ambienti contigui oppone divisioni sottilissime e non coibentate, forse potevano curare di non far cadere tutti i numerosissimi oggetti che hanno lasciato periodicamente finire sul pavimento (palline? Viti? Spesso rimbalzavano e a momenti mi è sembrato stessero montando qualcosa come un mobile IKEA) e di non trascinare tutto ciò che hanno deciso di spostare senza alzarlo.

Certo, il problema è tutto mio: a parte quei casi in cui il rumore si prolunga oltre gli orari consentiti come accade in corrispondenze delle loro allegre festicciole settimanali che sotto, qui da me, di allegria non ne generano affatto (lo so, sono giovani, bisogna capirli. Ma andrei capito pure io che giovane non lo sono più), non posso certo chiedere di avere nei miei confronti accortezze che in condizioni normali, con mura normali, non ci sarebbe motivo di desiderare.

Semplicemente, specie da quando ho iniziato a fare i miei video musicali e astronomici, sto per la prima volta nella mia vita avvertendo prepotente il peso della mia povertà: nonostante sia profondamente innamorato di questa casa, ho bisogno di averne una che sia non solo più grande, ma pure a distanza di sicurezza dalle emissioni sonore degli altri.

Praticamente desidero una villetta (ho gusti strani, vero?) che mi eviti di avvertire altri in movimento sopra la mia testa e con intorno un giardinetto-cuscinetto utile ad arginare acusticamente chi si muove rumorosamente al livello del terreno.

, perché qui il problema non sono soltanto quelli che abitano sopra, ma anche e soprattutto quelli che, passando davanti alla mia porta e alle mie finestre, inquinano anche l’aria di casa mia con i loro suoni e rumori che, pur se tappato dentro, mi aggiornano su ciò che fanno, su ciò che (non) pensano, su quante volte portano fuori il cane, su come gli parlano, …

Ho bisogno di allontanarmi da tutto ciò per potere apprezzare di più gli altri, per rispettarli in quanto persone e per non diprezzarli più perché produttori di frequenze inutili e indesiderate; ho bisogno di prendere le distanze dagli altri per potere un giorno ritrovare la voglia di incontrarli, per provare di nuovo il gusto dell’incrocio casuale tra anime.

In fondo, si tratta di qualcosa perfettamente in linea con i propositi sul futuro che ho deciso di mettere in atto qualora dovessi riuscire ad attraversare indenne questo periodo di pandemia.

Oggi, ancora più di quanto non lo desiderassi ieri, necessito di eliminare dalla mia vita la gente per selezionare le persone da frequentare. Le preleverò dall’intersezione tra l’insieme di quelle alle quali voglio bene e l’insieme di quelle delle quali ho stima per ciò che dicono, che fanno e, forse ancora più importante, per ciò che non fanno (ovviamente spero di trovarmi anche io tra i loro “salvati”)

Come è normale che sia, continuerò a volere bene anche a chi non sta in quello spazio angusto condiviso dai due insiemi. Forse, addirittura, riuscirò a volergliene più di prima, aiutato, nel farlo, dalla distanza che mi permetterà di valutarne la bellezza complessiva. In ogni caso, nulla mi impedirà di apprezzarli in contumacia, imponendo un igienico distacco tra loro e il mio tempo che voglio perlopiù silenzioso o pieno delle frequenze che riterrò opportuno ascoltare.

Mai come in questo periodo, il tempo mi è risultato tanto importante: ne sono affamato, ho brama di secondi, sete di preziosissimi minuti e smanio per avere un bonus di ore. Ecco, se avessi tanti soldi, dopo avere comprato la villetta di cui sopra, comprerei tempo; tanto tempo. Una scorta di tempo in scatola da consumare entro la data della mia scadenza biologica e facendo sempre più e, si spera, sempre meglio (anche il cazzeggio è contemplato. Ma se cazzeggio deve essere, che sia di qualità!).

Sono sempre stato così, ma forse è solo una conseguenza dell’invecchiamento se negli ultimi anni questo aspetto del mio carattere si è così esasperato. Il mio appetito temporale aumenta e le mie giornate si rivelano ogni giorno di più contenitori striminziti e inadatti a contenere la mia curiosità e la voglia prepotente di fare cose per me bellissime, le uniche capaci di farmi stare davvero bene.

L‘inquinamento acustico prodotto dalle persone che mi vivono vicino entra in questo problema di brevità della giornata in quanto ha ridotto drasticamente le dimensioni di quel contenitore temporale: quando, ad esempio, inizio a fare un video, so che dovrò ripetere miliardi di volte una stessa ripresa perché nelle registrazioni entreranno sempre tracce più o meno evidenti del passaggio involontario e indesiderato di qualcuno.

Si tratta di chi, vivendomi da presso, non possedendo (o non sapendo di possedere) altri strumenti utili a farlo, per comunicare a se stesso e al mondo la propria esistenza spesso sceglie di lordare il foglio bianco del comune campo acustico con inutili e disarticolati scarabocchi sonori prodotti dal suo corpo e dalle macchine, sue appendici.

Qualcuno, forse nell’estremo tentativo di applicare il motto famoso “se non puoi sconfiggere il tuo nemico, fattelo amico”, ha studiato l’acustica dei vari ambienti naturali e cittadini rendendo oggetto di una analisi artistica assolutamente interessante anche ciò che di solito viene bollato come inquinamento acustico.

Simili studi hanno condotto alla nasciata del concetto di paesaggio sonoro elaborato dal compositore canadese Murray Schafer il quale ad esso ha dedicato diverse pubblicazioni (delle quali, che mi risulti, solo una è stata tradotta in italiano).

Per poter adottare serenamente i concetti di cui Schafer parla, credo sia però necessario poterli oggettivizzare uscendo alla bisogna dalla bolla sonora e riemmergendosi in essa quando si intende studiarla. Diversamente, sarà lei a studiare te, imponendo ai tuoi ritmi, alla tua musica e ai tuoi silenzi interiori la forza dei suoi decibel esterni così pervasivi e capaci di annullare le fantasie acustiche di chiunque.

La segregazione, almeno fintanto che non ci si avvicina a una finestra, mi ha illuminato, anzi, mi ha assordato, circa l’importanza dell’udito: in assenza di orizzonti lontani da scrutare, tutti gli altri sensi ci parlano esclusivamente di ciò che è vicino, di ciò e chi è prossimo, e i ciechi lo sanno bene.

Il tatto lo ha sempre fatto, il gusto (tatto interiore?), richiede addirittura una interiorizzazione degli oggetti mentre l’olfatto riesce da sempre a spingersi un po’ più in là. La vista, limitata dalla porta chiusa, ora sofferente, mortificata e declassata, vaga reclusa nel perimetro catastale. In tutto ciò, l’udito è l’unico capace di parlarci (è proprio il caso di usare questo verbo) di eventi lontani, quelli che, come raccontavo qualche giorno fa, non possono nemmeno entrare in casa sottoforma di ombre in quanto generati da corpi che il loro simulacro lo proiettano molto lontano da qui.

Spero davvero che quel minuscolo virus riesca ad insegnarci il valore e l’efficacia di ciò che riesce a fare tanto senza necessariamente essere ingombrante. Spero che ci spieghi una volta per tutte quanto pregnanti possono essere le azioni condotte dal basso e nel silenzio totale che non solo non possiamo e non sappiamo ascoltare, ma del quale l’uomo moderno dimostra in ogni istante della sua vita di avere terrore, forse perché non lo sa usare.

 

SZ