Molto in fondo, A dAstra

Out-to-lunch-con-stelleIeri sera ho opposto una strenua resistenza alle lusinghe del letto e, nonostante l’ora (erano le 21:00), tre uova strapazzate, una insalatona, mezzo bicchiere di vino rosso e una mela che hanno tentato per tutto il tempo di riportarmi gravitazionalmente sul divano, ho optato per il cinema.

Andare a vedere film di fantascienza, da astrofisico-divulgatore-ecc, lo considero un dovere che qualche volta si rivela pure un piacere. In ogni caso, io DEVO vedere queste produzioni, altrimenti di cosa parlo alle feste?

Sono andato da solo: il tentativo compiuto alcuni giorni fa di trovare qualcuno interessanto a vedere Ad Astra aveva sortito effetti così deludenti da non voler provare più il sapore della sconfitta, e ho preferito tenermi in bocca quello della cena decidendo così di andare in mia compagnia: ieri sera, almeno, ero abbastanza d’accordo con me stesso (anche se il divano…) e non potevo lasciarmi sfuggire la rara occasione.

Arrivato lì, ho scoperto che molti altri avevano invano invitato gli amici: eravamo davvero in pochi, riuniti in una sala enorme di un cinema dal nome che è esso stesso glorificazione della fantascienza: The space.

È per questo che proprio non capisco come mai le poche persone presenti avevano tutti posti assegnati gli uni vicini-vicini agli altri. C’era un sacco di space libero, ma io sono caduto nel campo gavitazionale di un signore che è venuto a sedersi alla mia destra e che di uova evidentemente ne aveva mangiate molte, ma molte più di me.

Risultato: finché lui non ha deciso, purtoppo solo a film finito, di andarsene a casa, non sono proprio riuscito ad abbandonare il mio posto per andare a colonizzare pionieristicamente una delle tante regioni disabitate di quell’ambiente.

Dopo una infilata di pubblicità così lunga da avermi fatto temere di avere sbagliato sala, finalmente è iniziato il film che, pare, avevo scelto e giuro che, dopo tutto quel tempo e un po’ di oblio – ero chiaramente invecchiato rispetto a quando avevo fatto il mio glorioso ingresso nella sala – è stato bello ricordarmi perché mi trovassi lì.

E qui inizia la vera narrazione, resa interessante dal mio sonnecchiare generato dalle uova, dall’insalatona, dal vino, dalla mela, dal ronfare del corpo autogravitante del mio vicino che deformava lo SPACE-tempo della poltrona adiacente alla mia, dalla pubblicità e dalla comodissima imbottitura della mia poltrona che mi invitava con insistenza a chiudere le palpebre.

Tra i fumi del sonno, negli sprazzi di semicoscienza intermittente prima del buio totale, (sprazzi che oramai caratterizzano tutte le mie serate), ho visto cose che voi rimasti a casa non potrete immaginare.

Ho visto, o almeno credo di avere visto, una struttura attorno alla Terra che inizialmene pensavo fosse la versione futuristica e ipercazzuta della stazione spaziale internazionale e che poi invece si è rivelata una torre così alta da arrivare nello spazio, ad almeno una altezza di un centinaio di chilometri dal suolo.

Ricordo di essermi detto nel dormiverglia che di sicuro dovevo aver visto male. Su un pianeta come il nostro che, con la sua gravità, non consentirebbe mai e poi mai a una struttura, naturale o artificiale che sia, di spingersi oltre più o meno dieci chilometri, una specie di ipertraliccio di quel tipo sarebbe subito crollato frustando una intera regione grande come il Molise (povero: neanche il tempo di iniziare ad esistere che subito si trova a essere sommerso dalla ferraglia…)

Out-to-launch-con-stelle

Su questa torre, i terrestri, anzi, a questo punto, per l’imponenza di quella struttura, li chiamerei i torrestri, si muovevano con la stessa disinvoltura con la quale andreste a comprare un’acqua tonica in spiaggia a Fregene in un qualsiasi giorno di Agosto diverso dal 15 (escludo Ferragosto perché, una volta trovato un po’ di spazio in spiaggia, rinuncereste alla tonica pur di non lasciarlo ad altri e desiderereste trovarvi nello spazio, magari su una torre).

Ho visto (al solito, credo di aver visto) i raggi cosmici balenare nel buio alle porte di Nettuno e arrivare su quella torre sconvolgendola e sconvolgendo pure l’intero nostro pianeta: una salva di protoni e radiazione gamma tale da far pensare che il nostro Sole avesse generato un flare alquanto anomalo o che, non più… solo, avesse finalmente trovato una compagna vicina divenuta una specie di supernova in preda a uno strano climaterio stellare.

Ho visto (ho creduto di avere visto) navi mercantili abitate da incazzatissime scimmie da esperimento al largo dei bastioni di Giove, o giù di lì.

Ho visto anche un brachicardico-tardigrado di dimensioni umane, eroe figlio di eroe, che si trovava a suo agio quasi ovunque: in un profondo lago marziano (!); su un rover lunare lanciato a velocità folle e speronato dai pirati che infestavano il nostro saltellite naturale; nella sala d’aspetto dell’agenzia delle entrate; … Insomma, stava bene ovunque e comunque, ma non a letto con la bella Liv Tyler.

Per inciso, la recitazione del Pitt Brad ricorda qui quelle della bellissima Bellucci impegnata in qualcuna delle sue interpretazioni più intense. Imperdibile.

Ho visto poi un Tommy Lee Jones, nel film padre dell’eroe, truccato così tanto bene da  sembrare una delle scimmie da esperimento di cui sopra.

Credo di aver visto tutto ciò soltanto grazie a interruzioni del mio sonno provocate da scossoni gravitazionali generati dalla precessione dell’ingente massa alla mia destra. A ogni giro, simile a una pulsar,  da una zona vicino al suo polo nord emetteva sibili e rantoli tipici di chi lottava per rimanere sveglio, contrastato nel suo progetto da un quantitativo di cibo molto più impegnativo delle mie tre uova strapazzate.

Non oso pensare cosa sia successo durante la notte dalle parti del suo polo sud.

Durante una di queste brevi veglie, mi è parso anche di capire che la fonte di quei raggi cosmici che investivano la Terra provocando incredibili sbalzi di tensione seguiti da black out, quindi morti, feriti e altri disagi, fosse proprio l’astronave di Tommy Lee Jones. Per un problema tecnico non ricordo più di quale natura, quella specie di camper spaziale ogni tot inondava l’intero sistema solare di emissioni che, pur se spegnessimo tutti i frullatori, i tostapane e le macchinette da caffè del mondo, nemmeno al CERN riuscirebbero a generare.

Si-loca-con-stelle

Ecco, lì confesso che sono stato davvero sul punto di andare a casa a finire il mio sonno in un  sistema di riferimento che, pur essendo qui sulla Terra, lontano dal mio vicino avrei pure potuto definire “inerziale”.

Ma ho scelto di rimanere (in realtà non possedevo una adeguata velocità di fuga per fuggire via dalla massa planetaria vicina che mi teneva avvinto) perché mi piace soffrire e devo dire che ho fatto proprio bene.

Sì, perché in questo pot-pourri di elementi ripresi da classiconi come Solaris, 2001 Odissea nello spazio (alcune scene di lui nell’astronave con i riflessi delle elettroniche sul casco non potevano non richiamare Frank Bowman alle prese con Hal 9000), Space Cowboy*; con musiche che, per genere, tentano di replicare il successo di quelle bellissime di Interstellar, con Pitt che, come il Clooney di Gravity se ne va con gran disinvoltura a spasso tra gli anelli di Nettuno, facendosi scudo con un cofano di Bianchina di fantozziana memoria, … c’è stato spazio per qualcosa di interessante, che val la pena dire qui.

Nei film di fantascienza spaziale ci hanno abituato a vedere gli arredamenti delle astronavi come qualcosa di davvero lontano dalla nostra esperienza terrestre. In questo film, invece, mi ha colpito l’aspetto dell’interno dell’astronave nella quale Tommy Lee Jones da un trentennio scrutava il cosmo alla ricerca di vita extraterrestre.

Mi si conceda una piccola divagazione. Tantissimi anni fa, qui a Bologna mi è capitato di andare dal dentista della mutua che all’epoca era dalle parti di via XXI Aprile. Una volta entrato, abituato all’idea di studio dentistico che mi ero fatto quando a pagare le cure erano i miei genitori, ebbi una sensazione straniante: lo studio appariva fatiscente, con attrezzature vecchie, brutte, da museo dell’odontoiatria.

Si trattava, per questo, di un ambiente molto vero, forse più vero di quelli moderni, e magari il dottore era il più bravo di tutti quelli da me incontrati in precedenza ma, oramai satollo di verità – il mio dente pulsava con la violenza e la schiettezza di un film neorealista – decisi di fuggire via per andare a farmi debiti altrove.

Insomma, anche il dente ogni tanto ascolta l’occhio che pretende la sua parte.

Alcuni interni di quell’astronave parcheggiata da trent’anni nell’orbita di Nettuno mi hanno restituito quell’idea di vecchio, di malandato, di superato. Una inadeguatezza tecnologica che mai nessun regista aveva messo così a nudo nei numerosi film di fantascienza spaziale che ho visto.

Similmente, a un certo punto, anche l’inscalfibile eroe tardigrado brachicardico nel film cede e viene smascherato con tutte le sue umane debolezze che, anche queste, a mio parere non erano mai state messe così bene in evidenza – forse a funzionare è stato proprio il contrasto con la freddezza fino a quel momento ostentata dal personaggio – in altre produzioni cinematografiche. Lo spazio è immenso ma, diversamente da quello che succede nel cinema nel quale mi trovavo, ciò che manca a chi si avventura lontano dalla Terra è il contatto con l’altro.

Ci-siamo-trasferiti-al-civico

Ieri sera l’universo mi è apparso per quello che ora mi sembra ragionevole che sia: contrariamente a quanto sostengono i seguaci del principio antropico, nel film esso si mostrava per nulla fatto su misura per noi o, se preferite, noi umani apparivamo ancora del tutto inadatti a stare stare dentro il cosmo senza i paesaggi terrestri e un bel po’ di nostri simili a rompere le balle.

La sensazione netta è stata che l’unico luogo naturale di aristotelica memoria dove possiamo stare fosse la Terra e che, se davvero c’è un altro posto simile a questo, il tentativo di raggiungerlo al momento è un suicidio: si tratterebbe di un viaggio capace di distruggerci dentro e fuori.

Mentre sulla Terra invecchiamo sullo sfondo di un mondo che si rinnova e di una tecnologia che di giorno in giorno muta, migliorando se stessa e la qualità della nostra vita, nei lunghi anni di viaggio per raggiungere un pianeta lontano capace di ospitarci, invecchieremmo dentro un ambiente che invecchia con noi, assumendo sempre più l’aspetto dello studio del dentista della mutua.

“Ciò che non uccide fortifica”, recita un detto. In realtà, se l’universo ti fa il torto di non ucciderti, vuol dire che ha deciso di indebolirti mentalmente, oltre che fisicamente, e l’aver posto i riflettori su questa dimensione così disumana di ciò che invece i film di fantascienza hanno fino a oggi tenuto a far apparire alla nostra portata, credo sia la vera cifra di questo film perlopiù mediocre (mi riservo comunque di rivederlo a stomaco vuoto o dopo un pasto leggero. Le mie frequenti assenze cognitive di quella sera, per quanto giustificate, non dovrebbero consentirmi di essere così definitivo nel giudizio).

In esso, la ricerca del padre dato per morto e poi ritrovato vivo e vegeto (anche se un po’ defunto dentro) molto lontano da tutto il consesso umano, la voglia di rivederlo, l’enorme difficoltà a lasciarlo andare nonostante, essendo “più di là che di qua”, non appartenesse più al mondo sul quale lo si voleva riportare, mi hanno fatto capire ancora una volta quanto, nonostante i ventidue anni oramai trascorsi dalla sua morte, sia ancora per me irrisolto il problema del distacco da mio padre.

Inoltre sono più di sei anni che questo pensiero si è intrecciato finemente con un altro che pure il film ha evidenziato: sono spesso aggredito dalla consapevolezza che un giorno sarò costretto, per decorrenza dei termini, ad allontanarmi da mio figlio. Si tratta di un incubo normale; un’idea ricorrente che, ne sono sicuro, aggredisce spesso tutti i genitori e le due cose, ovvero la morte dei nostri genitori e la consapevolezza che morendo, toccherà anche a noi lasciare i nostri figli, si mescolano rivelandoci quanto siamo soli. Se poi questi pensieri li si pone non sulla quinta di una piazza popolata e festosa di una domenica mattina, ma sul drappo nero del buio cosmico, la nostra esistenza solitaria diventa incontestabilmente pesante, chiara, definitiva.

É quindi un film di fantascienza, ma che ha per argomenti anche la fragilità umana e il rapporto padre-figlio: un argomento di cui parlo anche io nel mio spettacolo Giovannino e il Cosmo, una favola astronomico-musicale alla Prokofiev nella quale sottolineo l’importanza di un rapporto importantissimo, quello padri-figli, del quale ancora pochi parlano nella maniera adeguata e dandone l’importanza che merita.

In preda a simili pensieri, a un certo punto mi è sembrato addirittura soave ciò che di solito aborro: sono stato grato al crokkiare di patatine, nachos, pop corn e al turbinare rumoroso delle ultime gocce rimaste negli scaldabagni di cartone che impropriamente al bar del cinema chiamano bicchieri di coca: un repertorio di cacofonie che mi ha ricordato la presenza ingombrante, quindi (solo) per una volta gradita, degli altri spettatori nel The Space.

Vendesi-per-cessata-attività-respiratoria

Finanche la geometria perturbata dello SPACE-tempo della mia poltrona, dolcemente digradante verso il mio ingombrante vicino, mi ha donato per un fugacissimo, meraviglioso istante la gioia di vivere in una buca di potenziale popolata da un altro umano dal corpo politropico, evidentemente degenere.

La morale del film, da me seguito tra una ronfata e l’altra, in definitiva credo fosse il recupero di un’umanità inespressa che l’eroe celava dentro, da qualche parte. Una volta tornato a casa, distrutto nel corpo e nella mente, egli ritrova anche la giusta dimensione sentimentale con la sua ex – una dimensione che la sua precedente esperienza familiare non gli aveva permesso di sondare in modo adeguato – riuscendo finalmente ad apprezzare, lui che aveva sempre viaggiato nell’alto dei cieli, la vita terrena.

Credo sia una storia che segna un interessante (non bello. Interessante) ritorno a una dimensione sociale, sentimentale, romantica, un po’alla Bradbury di Cronache Marziane, di fare film di fantascienza in aperto contrasto con lo scientismo di capolavori come Interstellar, una pellicola a mio parere ancora insuperata.

Riprende un modo di interpretare la fantascienza spaziale non tanto come incursione dello spazio nelle faccende umane, ma come proiezione alla Star Trek dei classici topoi narrativi sul drappo buio del cosmo.

E, a causa di tre uova strapazzate, un’insalatona, mezzo bicchiere di vino rosso e una mela, ho rischiato che tutti questi momenti finissero per andare perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.

Poi è stato (finalmente) tempo di dormire.

 

SZ

 

*) il buon Davide Alboresi Lenzi, amico astrofilo che ho incontrato al cinema, mi ha fatto notare che una foto di Tommy Lee Jones mostrata nel film è stata scattata proprio durante le riprese di quella fortunata, simpatica produzione

 

 

 

Annunci

L’armonica di Turing: uno strumento universale

La-lezione-d'anatomia-del-dott.-Knulp-ripulita-e-bassissima-risoluzione

Autopsia di Dio

Ha un nastro lungo, molto lungo; praticamente infinito e monotonamente suddiviso in caselle quadrate, perlo più vuote, tutte uguali. In effetti, pur immaginandolo infinito, a sinistra se ne può vedere il margine. Là c’è una casella, la numero 1, e tutte le altre alla sua destra proseguono senza sosta, dalla 2 a quelle con numeri sempre più alti che via via si perdono all’orizzonte destro: un mondo vergine, da riempire con ciò che vi pare; anzi, no: per farlo potrete usare solo i simboli appartenenti a un alfabeto fatto di pochi, numerabili elementi (per mettere in evidenza il contrasto con l’infinità del numero delle caselle, potremmo dirlo un “alfabeto finito”).

Una testina, il cui funzionamento non è meglio precisato, “annusa” il nastro, lo scansiona; lo legge, pigra, una casella alla volta. La sua consapevolezza, la consapevolezza dell’intera “macchina”, non va oltre quella casella la quale gode di tutta l’attenzione possibile da parte della testina che vuole solo essere sicura di fare le cose per bene, senza prendere decisioni affrettate.

La testina quindi scansiona la casella alla ricerca di un segno, dopodiché confronta la sua lettura con la sua “etica meccanica”, il “codice di comportamento” che le hanno inculcato e che le impone di fare così e cosà se in quell’istante, in quella casella, ha letto quel dato simbolo appartenente al ristretto alfabeto composto dagli elementi ammessi e solo quelli. La sua infallibile etica gli spiega volta per volta cosa dire e cosa non dire, come correggere il già detto e, in alcuni casi, finanche come evitare di fare qualunque azione.

Il codice di cui si serve questa piccola e semplice unità pensante è composto da un elenco di regole di transizione che contemplano tutte le possibili letture (input) prevedendo per ognuna di esse una azione (output) che l’unità pensante dovrà far eseguire alla macchina: se in un certo stato la testina legge un particolare elemento, la macchina prevede che la testina faccia un’azione ben precisa tratta da un campionario limitato e non ambiguo di comportamenti ammessi che le sono stati “spiegati” dal programmatore. Potrebbe quindi scrivere, cancellare, riscrivere, lasciare vuota una casella che non conteneva nulla, spostarsi di una casella a destra, a sinistra o rimanere lì dove già si trova.

Questa a grandi linee è la famosa Macchina di Turing (MdT), un dispositivo ideale virtualmente capace, se solo si ha la pazienza di attendere tutto il tempo che prenderà il processo, che potrebbe essere anche molto lungo, per eseguire qualsiasi azione meccanica codificabile in una serie di azioni precise e finalizzate a fare qualcosa.

L’ideatore di questa macchina universale fu il famoso matematico inglese Alan Turing che ne parlò per la prima volta nel 1937 in un articolo dal titolo On Computable Numbers, with an Application to the Entscheidungsproblem.

In seguito, grazie alla sua decodifica dei codici segreti generati con la macchina Enigma ed usati dai tedeschi per criptare i dispacci contenenti i loro piani segreti di attacco, Turing ci consentì di vincere la seconda guerra mondiale, una circostanza da poco ricordata nel film The imitation game.

Ci sono varie versioni e definizioni di questa semplice macchina, tutte molto simili tra loro e tutte in grado di schematizzare i comportamenti dei moderni computer. Capire il suo funzionamento garantisce di poter comprendere quale sia la logica di base di tutti i dispositivi informatici che usiamo nella nostra quotidianità: quasi una confema di quel motto che affermava “se sai guidare la 500, sai portare anche la Mercedes”…

Per quanto detto fin’ora, una macchina del genere – capace com’è di schematizzare il funzionamento di tutti gli automi più o meno complicati che si stanno progressivamente impadronendo della nostra vita semplificandola, ma anche stimolando domande preoccupate su quello che sarà il futuro del genere umano posto di fronte a suoi simili di silicio – rappresenta il computer più semplice che esista.

Proprio per la sua capacità di rappresentare il comportamento dei moderni computer che proprio da essa derivano, si presta molto bene a esemplificare pure alcuni nostri meccanismi mentali ai quali, si sa, si ispira tutta la ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale. E tra questi meccanismi ci sono anche quelli che generano musica, ovviamente.

Spiegare a un robot come suonare uno strumento è una delle tante scommesse con le quali da tempo ingegneri elettronici e informatici si stanno misurando, ottenendo risultati molto interessanti e dal momento che, se mai riusciremo a crearla, quella basata sul silicio è a tutti gli effetti una forma di vita aliena, questa ricerca rende più pressante e bisognoso di risposte un quesito che da sempre mi assilla e che, temo, rimarrà inevaso: come cambierebbe il nostro concetto di musica, anzi, come cambierebbe la stessa musica (intendendo con questo sostantivo soprattutto la sua composizione e non solo l’esecuzione), se a pensarla fossero esseri dotati non di dieci ma di venti dita? E se ne avessero 30? E se ne avessero… n con n maggiore di un qualsiasi numero grande a piacere?

Non essendoci validi motivi per supporre che il numero di quelle appendici… digitali debba essere per forza 5 per mano (ma nemmeno 10, 15, …), credo convenga prendere in considerazione qualcosa che possa rendere i nostri ragionamenti più universali. Questa esigenza di universalità rende il numero uno di sicuro più probabile, cosmico, necessario di qualsiasi altro: l’uso di diverse dita ovviamente parallelizza un processo che governa il singolo dito e parlare della musica che può essere composta ed eseguita usandone uno solo, fa assumere a queste mie considerazioni un vago carattere di postulato capace di farmi apprezzare certa musica monodica ancor di più di quanto io già non la ami.

In tal senso, mi sento chiamato in causa due volte dai miei stessi pensieri: sì perché, non so se ve ne siete resi conto, io suono uno strumento che, a dispetto del nome “armonica” che richiama alla mente sovrapposizioni di suoni a distanze tali da poter fornire tutte le combinazioni accordali più note della musica occidentale, è principalmente uno strumento solista monodico, appunto.

Ma i motivi di orgoglio monodico-matematico non finiscono certo qui.

A rendermi ancora più tronfio nel mio limite c’è una piccola intuizione, oramai un ricordo, che mi ha stimolato a scrivere questo articolo: doveva essere il 1990 o al più il ’91. All’epoca ero studente di Fisica con indirizzo Astrofisico all’Università di Arcavacata di Rende (di lì a poco avrei deciso di partire per andare a studiare Astronomia a Padova) e avevo deciso di seguire, tra gli altri, due corsi complementari intitolati T.A.C. e T.A.M.C., acronimi che stavano per Teoria degli Algoritmi e della Calcolabilità e Teoria e Applicazione delle Macchine Calcolatrici, entrambi tenuti dal professore Salvatore Di Gregorio1.

Il primo era un corso sui linguaggi formali, le grammatiche generative, le reti neurali, gli automi cellulari, … Il secondo, invece, era un corso di pura programmazione in Pascal. Per sostenere l’esame relativo al primo corso, ricordo che il professore mi affidò il compito di trovare un modo per simulare tramite automi cellulari la viscosità di una colata lavica che scende lungo il fianco accidentato di un vulcano (Di Gregorio si occupava e si occupa tutt’ora di simili studi applicati alla complessa dinamica dell’Etna). Un problema che tentai di risolvere scrivendo un programma (ovviamente in Pascal) nel quale, al procedere della colata, l’automa cambiava progressivamente la dimensione delle celle rimpicciolendole e arrivando quindi in breve tempo a fermarsi a causa di una viscosità per così dire “geometrica”.

Ricordo come mi fossi anche riproposto di fare delle misure dell’evoluzione di una colata di crema (ovviamente con dentro le “scorzette” di limone) che avevo chiesto a mia madre di prepararmi “per puri scopi scientifici”.

L’idea era di misurare, per una data inclinazione di una superficie prima liscia – poteva essere uno specchio da lavare molto bene, dal momento che era mia ferma intenzione mangiare successivamente la crema come premio per la ricerca compiuta – poi accidentata (uno specchio… “incidentato”?), il comportamento della dolce colata per poi confrontarlo con quello del mio automa programmato in modo da simulare quel sistema fisico.

Speravo che questo esperimento con la colata “cremica” potesse darmi un’idea dei tempi entro i quali fare intervenire il cambio di dimensioni dell’automa per rendere più verisimile la mia simulazione. Purtroppo non ci fu il tempo di fare nulla di ciò che desideravo: l’esame arrivò presto a sconvolgermi i piani e mi limitai a mangiare la crema compiendo così uno studio diverso, ma di sicuro appagante.

All’esame, trattandosi di un corso complementare, il professore mi favorì chiedendomi un argomento a piacere. Preso in contropiede dalla sua gentilezza (mi aspettavo di poter descrivere la mia simulazione e non avevo preparato nessun altro argomento in particolare), decisi di parlare, di certo in un modo un po’ diverso da come lui si aspettava, di macchine di Turing.

All’epoca ancora andavo in giro portando con me una Chromonica 270 della Hohner (negli anni Novanta non era per nulla banale trovare armoniche di marche diverse) dentro un fodero di cuoio fatto fare su misura da un artigiano. Aveva un passante che mi consentiva di tenerlo appeso alla cintura, evitando così di distruggere le tasche dei jeans che non resistevano al ripetuto sfregare degli spigoli di quello strumento. Detto per inciso, il fodero aveva anche una tasca supplementare nella quale trovava alloggio un piccolo cacciavite utile per tentare piccole riparazioni.

Allora l’idea mi apparve così, come un atollo che a un tratto si palesa a un naufrago perso in mezzo all’oceano, e subito nuotai per raggiungerne la riva: ricordo di aver estratto l’armonica dal fodero e di aver difeso, con una certa ostentata e inventata sicumera, l’idea che alla fin fine, con tutte le approssimazioni e revisioni del concetto informatico imposte dal caso in oggetto, quella nelle mie mani non era un’armonica, trattandosi piuttosto, a tutti gli effetti (era evidente!), di una Macchina di Turing musicale. Per la cronaca, l’esame andò benissimo (poi parlai anche della simulazione…).

Cercherò qui di riprodurre la mia arringa dell’epoca perché credo possa essere interessante per vari motivi di cui parlerò in coda a questo discorso.

Da un punto di vista un po’ più formale di quello adottato all’inizio di questo articolo, possiamo schematizzare una macchina di Turing nel seguente modo:

MdT = (K, s0, Φ, Σ, β, δ)

In questa descrizione a cinque campi i vari simboli rappresentano:

K il numero di stati possibili della macchina; 

s0 è lo stato iniziale della macchina;

Φ è l’insieme dei possibili stati finali;

 Σ è l’alfabeto della macchina, quindi l’insieme dei simboli che riconoscerà sul nastro (input) e l’insieme di quelli che su di esso eventualmente scriverà (output);

β è lo spazio bianco, ovvero una casella nella quale non vi sono simboli;

δ è la funzione di transizione tra gli stati, quindi il suo codice di comportamento.

Inoltre definiamo operativamente la configurazione della MdT.

Essa si indica nel seguente modo: (q, α), ovvero dallo stato corrente e dal simbolo presente sul nastro.

Un movimento della macchina, quindi una transizione da uno stato a quello successivo sarà di conseguenza descritto da una quintupla del tipo:

δ(qi, x) -> (qi±n, y, m)

con n ≤ i

che si interpreta nel seguente modo: partendo dallo stato qi e leggendo sul nastro il simbolo x appartenente al vocabolario Σ, la macchina decide, servendosi della funzione di transizione δ, che all’istante successivo si troverà nello stato qi±n in corrispondenza del quale scriverà il simbolo y e starà ferma o si sposterà di una casella a destra o a sinistra così come indicato da m, una variabile che può prendere i valori R, destra, “stai” e L, sinistra.

Le differenze tra il caso formalmente corretto e quello concreto costituito dalla Chromonica 270 (continuo a parlare di questo modello dal momento che ha i fori quadrati e non tondi come le Suzuki che ora, da endorser, uso) sono evidenti: innanzitutto il “nastro” che di certo non è cartaceo, né tantomeno infinito.

Il “mondo” musicale iniziato a sinistra con il foro uno termina infatti solo undici fori più in là, verso destra, ma questo di sicuro non va a diminuire le possibili combinazioni espressive ottenibili suonandola. Nutro comunque grande fiducia nel futuro: da tanto oramai uso armoniche con sedici fori e so di un modello da poco messo in commercio che ne conta addirittura venti.

Infinito, trema: noi armonicisti ti stiamo raggiungendo!

All’interno dei fori-caselle del nastro-imboccatura non è certo possibile scrivere alcunché. Numeri stampigliati sopra la cover superiore a parte, dobbiamo immaginare che dentro i fori quadrati vi siano incluse le iniziali con le quali nei paesi anglosassoni si indicano le note, ovvero l’alfabeto dell’Armonica di Turing, AdT: C, C#, D, D#, E, F, F#, G, G#, A, A#, B. Se fosse possibile trattare l’imboccatura (o “bocchiera”) come un vero nastro cartaceo, nei fori troveremmo le seguenti stringhe di simboli:

Schermata 2019-09-09 alle 11.10.15Gli stati differenti della nostra AdT saranno almeno sei:

1) Soffiato;

2) Aspirato;

3) Soffiato con il Registro premuto;

4) Aspirato con il Registro premuto;

5) Soffiato con il Registro a metà corsa;

6) Aspirato con il registro a metà corsa.

Dico “almeno” perché, a voler complicare le cose, potremmo includere le posizioni del corpo e delle mani, le diverse inclinazioni dell’armonica rispetto al piano contenente enrambe le labbra; suggerimenti circa quale tecnica di emissione tra il puckering o il tongue-blocking usare in un determinato passaggio, …

La funzione di transizione è data in questo caso dalla melodia immaginata dal musicista o dallo spartito. In entrambi i casi, è quella melodia scritta o immaginata a imporre di muoversi attraverso lo strumento per andare a selezionare sequenzialmente, nel tempo, le note da suonare.

Ciò che quindi accade sul nastro è che la “testina” (ovviamente questa non vuole essere una offesa rivolta all’armonicista) che, ad esempio, apprende la funzione di transizione leggendola sullo spartito, “acquisisce” la nota “segnata” nel foro sul quale si trova in quel dato istante e la confronta con quella che la funzione gli impone di suonare. Se non è quella, si sposterà di un foro alla volta (anche nei “salti” più lunghi si passa sempre sui singoli fori…) a destra o a sinistra e una volta “acquisita” la nota cercata in una particolare casella-foro, invece di scrivere come farebbe una MdT, la testina suonerà l’AdT in accordo con lo stato indicato.

Come è ovvio che sia, il discorso sin qui sviluppato può essere pensato anche in relazione alle altre tipologie di armoniche come la diatonica che avrebbe dei campi specifici per le note da ottenere con il bending, la tremolo, la accordi, la bassi. Per quest’ultima il discorso sin qui sviluppato è addirittura più valido che per le altre in quanto in questa tipologia di strumento vi è una sola nota per foro.

Oltre a essere stata per me un’occasione per compiere un mio viaggio a ritroso nel tempo, un vero e proprio Amarcord domenicale, il discorso sin qui sviluppato potrebbe consentire davvero di spiegare a un automa come suonare l’armonica ma, al di là di questa applicazione per il momento, ma ancora per poco, definibile fantascientifica, credo che la maggiore utilità, se ve ne è una, di questa matematizzazione del suonare sia un’altra: ne approfitto per proporre qui una mia idea circa una possibile scrittura per armonica – da sempre un problema che, non essedovi una via “canonica”, tutti risolvono in modi diversi – che ritengo possa risultare più precisa di altre.

Parlo dell’uso di un vettore colonna che, posto al di sotto della nota segnata sullo spartito, spieghi nel dettaglio lo stato dell’automa (testina + nastro = armonicista + strumento), ovvero tutto ciò che deve essere fatto per suonare correttamente la nota lì indicata. In effetti, potrebbe trattarsi di un modo di scrivere la musica utile per tutti gli strumenti ma, come già detto, preferisco qui riferirmi all’armonica, strumento che conosco meglio e che strutturalmente credo regga molto bene il confronto con una MdT.

In questo vettore potrebbero esservi vari campi. Più ve ne sono, meglio viene definita l’esecuzione della nota, anche se eccedere con il loro uso potrebbe inficiarne la leggibilità.

I campi essenziali per una cromatica potrebbero essere i seguenti:

Schermata 2019-09-09 alle 11.10.28

Un vettore nel quale:

N indica il numero del foro;

-S/A indica se la nota deve essere soffiata o aspirata;

-In/Out/Half è un’istruzione che dice quale debba essere la posizione del registro;

-R/L suggerisce, nel caso di un passaggio in cui risulta più opportuno usare il Tongue–Shifting se la nota va suonata usando il lato destro (Right) o sinistro (Left) della lingua;

-P/T sta per “puckering” o per “Tongue-blocking”, ecc…

-E sta per “Espressione”, un campo che potrebbe assumere i valori f, ff, fff, p, pp, ppp, …

Ad esempio, con il vettore colonna seguente:

Schermata 2019-09-09 alle 11.10.39

si comanda al musicista di posizionare la bocca sul terzo foro (3) e di soffiare (S) forte (f) senza premere il Registro (O) usando il Tongue-Blocking (T) classico, ovvero con l’aria che transita nello spazio lasciato libero a destra (R) della lingua e a sinistra del margine destro della bocca.

Ovvio che, nel caso in cui il quarto campo dovesse essere una P, parametro che suggerisce di suonare quella particolare nota privilegiando la tecnica del Puckering, non avrà senso usare il quinto campo R/L in quanto il foro ricavato col solo stringere le labbra sarà centrale.

Per coloro i quali proprio non vogliono imparare a leggere la musica, questo modo di annotare l’intero “calcolo” della AdT da sviluppare per suonare un brano, presenterebbe rispetto alla “tablatura” il vantaggio di dare non solo indicazioni circa l’intensità espressiva da usare in un certo passaggio, ma anche la durata della singola nota, della quale non viene più data una descrizione grafica, preferendone una numerica: semibrevi, minime, crome, semicrome, biscrome, semibiscrome, verrebbero usate non più come segni per alcuni difficili da interpretare, ma esplicitandone il valore numerico all’interno del vettore colonna che potrebbe così prendere la forma:

Schermata 2019-09-09 alle 11.10.48

con l’aggiunta del simbolo t che indica la durata temporale della nota e che, come è noto, potrebbe prendere i seguenti valori: 4/4, 2/4, ¼, 1/8, 1/16, 1/32/, 1/64 o quelli puntati come, ad esempio, ¼ + 1/8.

Questa notazione consentirebbe a chiunque di affrontare seriamente lo studio della musica mediante l’uso del metronomo, con l’ulteriore vantaggio che un qualsiasi brano  diverrebbe rappresentabile mediante una matrice m x n con n pari al numero totale di note che compongono la melodia ed m pari al numero di campi scelti per rappresentare la singola nota: campi che, al mutare delle esigenze, non dovrebbero necessariamente essere sempre uguali.

Proprio per questo, così come si fa per le alterazioni in chiave o altre indicazioni che rimarranno pressocché immutate fino alla fine della sua esecuzione, andrebbero dichiarati a inizio brano.

L’uso di tali vettori colonna potrebbe tornare utile anche a chi pur  conoscendo già la conosce e pur sapendo leggere uno spartito, senta la necessità di annotare aspetti interpretativi che normalmente richiedono annotazioni spesso astruse. Il vettore è per sua stessa natura un oggetto flessibile che si presta quindi a tutti gli usi intermedi tra una pura notazione classica e una notazione nella quale si adotti esclusivamente una modalità di scrittura vettoriale come, ad esempio, quella che propongo nell’esempio che segue.

Volendo applicare il metodo che sto proponendo a un tema semplice e noto, ho scelto il motivetto intitolato, almeno credo, Fra’ Martino Campanaro. La tonalità che ho scelto è quella di Fa che mi serve per dare compendiare un po’ di stati possibili (note soffiate, aspirate, aspirate con il registro premuto) pensata per un armonicista che suoni usando il puckering.

I campi che indicherò nella matrice sono i seguenti:

Schermata 2019-09-09 alle 11.30.38

Ed ecco la trascrizione del brano:

Schermata 2019-09-09 alle 11.30.44Data la struttura dell’armonica cromatica e la classica disposizione delle note al suo interno, faccio notare come verrebbe molto facile indicare una “diteggiatura” diversa delle note. Ad esempio, di seguito ecco una alternativa alla seconda matrice:

Schermata 2019-09-09 alle 11.11.12Versioni più povere di campi, se poste al di sotto di una nota scritta sul pentagramma, potrebbero comunque aiutare a compendiare tutte quelle informazioni che, in aggiunta a quelle già espresse dalla forma della nota e dalla sua posizione, servono a capire come prenderla sullo strumento, come intenderne l’interpretazione, quale intensità darle, …

Immagino qualcuno obietterà che la lettura di un vettore del genere non possa essere così veloce come quella offerta da un pentagramma, ma credo si tratti solo di una questione di abitudine. In fondo, dopo aver riconosciuto la posizione di una nota su un particolare rigo o in uno spazio e avere trasformato questa informazione grafica in un nome, quindi in una altezza, il nostro cervello prosegue decodificandone, tramite la forma del segno sullo spartito, la sua durata convertendola da valore grafico a valore numerico.

Una volta identificata la nota e la sua durata, il nostro occhio-testina legge tutta una serie di altre indicazioni poste al di sopra e al di sotto di essa e messe lì per aiutarci a capire le reali intenzioni del compositore o dell’arrangiatore che in quel tal punto richiedono quando lo staccato, quando il legato o chissà cos’altro ancora.

Esplicitare l’altezza e il valore numerico della durata di una nota e parametrizzare quante più informazioni possibili potrebbe tradursi in un risparmio di qualche tipo (tempo, fatica mentale, stress, …) e sospetto che a lungo andare offrirebbe vantaggi superiori in quanto a precisione sia nella scrittura che nell’interpretazione di un brano.

Inoltre ci avvicinerebbero alla stessa logica che – lo dico senza saperlo per certo, ma supponendolo per motivi che hanno a che fare con quanto detto circa i processi descrivibili con la macchina ideale di Turing – usa il computer nel compilare le richieste che gli facciamo pervenire quando scriviamo uno spartito con un qualsiasi editor musicale.

Ricordo fin dai tempi del ginnasio che le favole di Esopo terminavano tutte con la frase O mutos deloi oti …, ovvero la favola insegna che… Volendo a tutti i costi trovare una morale o, meglio, una sintesi, un messaggio da comunicare a valle di queste considerazioni, direi che potrebbe trattarsi del seguente: i paragoni attuati tra il mondo della musica suonata con l’AdT e il mondo dell’automazione sembrano dirci che prima di fare, di essere o di ritenerci “artisti”, dobbiamo dedicare una fase anche molto lunga della nostra esistenza a diventare dei diligentissimi automi alle prese con il problema di rendere puliti, precisi, veloci (praticamente degli… automatismi) determinati gesti e azioni da compiere con lo strumento.

Una volta immagazzinata bene l’informazione tecnica, un obiettivo che richiede anni e anni di studio “da automa”, si può passare a tentare di fare arte, qualsiasi cosa questo voglia dire.

Abbiamo in casa “grandi artisti” e grandi maestri cui ispirarci: il tostapane, il frullatore, la sveglia, …, il computer: strumenti capaci, in assenza di guasti, di fare e rifare la stessa performance con immutato vigore e precisione. Quale migliore esempio cui ispirarsi per raggiungere l’obiettivo di poter dire di conoscere un brano?

Mi ricordo che tanti anni fa, un docente di informatica, parlando di come affidiamo all’elaboratore elettronico il compito di effettuare procedure di calcolo per noi lunghe, tediose, insidiose, difficili, …, definì questa macchina “uno scemo veloce”.

Credo proprio che il lavoro tecnico da compiere sullo strumento ci renda o si vorrebbe che ci rendesse, se non proprio uguali, molto simili a degli “scemi veloci”. Conosco persone che, pur non brillando per particolari doti cognitive, sul loro strumento musicale riescono a riprodurre alla perfezione passaggi difficilissimi estrapolati da esibizioni famose dei loro artisti preferiti.

Probabilmente si tratta di arte. Probabilmente no. Caso strano, spesso capita che uno stupido capace di manifestare simili insospettabili capacità, venga più facilmente di altri indicato come “vero artista”. Sospetto che capiremo quale sia il limite fra arte e certi tipi di “alto artigianato” solo quando sapremo davvero costruire un cervello umano artificiale, un obiettivo ambizioso che non può prescindere dalla comprensione di cosa sia anche quella che chiamiamo intelligenza emotiva.

Qualcuno di sicuro obietterà che però noi umani non siamo dei robot, che i nostri cervelli non sono certo artificiali, che noi abbiamo un’anima, ecc. Tutte obiezioni che un riduzionista sfegatato come chi scrive si sente da sempre ripetere, quasi si tratti di un mantra ritenuto necessario e capace di scongiurare il pericolo di perdere la nostra umanità.

A parte il fatto che la ripetitività di queste pseudo-obiezioni sortisce proprio l’effetto di farmi apparire chi le muove un computer portatile nel quale è stato installato uno dei software più diffusi, quello che va sotto il nome multiforme di “comune buon senso”, personalmente sono convinto che l’animale uomo sia sì una macchina estremamente complessa, interessante, creativa, dotata di una coscienza di sé, … ma pur sempre una macchina.

La meccanica applicata degli ortopedici, l’idraulica dei pneumologi, degli angiologi e dei cardiologi, l’ottica degli oculisti, … sono tutte discipline alle quali ci affidiamo e che, lo sappiamo bene, aspirano a comprendere il funzionamento di singoli settori del nostro corpo supponendo che sia sempre possibile trovare l’incastro con gli altri settori per andare a ricostruire il complesso del nostro corpo intero (la mappa potrebbe essere il territorio, se solo la mappa fosse di dimensioni 1:1…).

Ci affidiamo a loro esattamente come affidiamo la nostra automobile all’elettrauto, al carrozziere, al gommista, … tradendo così la consapevolezza che le cose in fondo stanno proprio così: siamo macchine, circuiti, impianti fatti da pezzi; e, forse, proprio per questo, siamo a pezzi.

Un nuovo punto di vista

Illustrazione già pubblicata in un SISSA News, oramai defunto house-organ della S.I.S.S.A. di Trieste, rivista per la quale ho lavorato per una decina d’anni

Lelettronica di psichiatri e neurologi non credo faccia eccezione, e questo è ciò che più ci terrorizza. La possibilità di essere ridotti a circuiti o di essere pensati da qualcuno, anche solo per un istante, come macchine “senza anima”, credo sia una delle paure che, pur esistendo da sempre, si profila ogni giorno di più come lo spettro del mondo che verrà: un mondo nel quale, è evidente, condivideremo il pianeta con copie silicee di noi stessi. Copie che col passare del tempo diventano progressivamente più capaci di atteggiamenti fino a oggi ritenuti esclusivo appannaggio di noi umani.

Ieri sera ero a un concerto blues. Eravamo in tanti ad assistervi, la musica era decisamente piacevole, i musicisti davvero bravi. Per chi tra noi sapeva suonare, era facile capire quali fossero gli ingredienti fondamentali di quella alchimia instauratasi tra musicisti e pubblico. La scala giusta lì, il cromatismo là, l’accordo un po’ dissonante piazzato al punto giusto, la voce roca, da lametta che raschia, gli atteggiamenti sprezzanti e al contempo dimessi di chi conosce la vita e in parte la subisce, in parte reagisce; un certo tipo di vestiti e movenze, la vera o simulata partecipazione emotiva che traspariva dalle pieghe dei volti, ecc.

Si tratta di cose note, così tanto note che tutti ci affrettiamo a capirle, a impararle, a rifarle, ad applicarle fintanto che non scopriamo di riuscire anche a noi a usarle. A un certo punto, come per magia, dopo aver tanto provato, ecco che tutto funziona: tu sei un musicista che suona bene quel genere, che merita quel posto sul palco. D’altro canto, gli spettatori, non estranei a una analoga, lunga formazione “da pubblico”, ti tributano il loro apprezzamento con esclamazioni, gesti, rantoli, urletti, applausi, retoriche, … nella migliore tradizione di quel genere di spettacoli.

Durante il concerto di ieri, per un attimo mi è capitato di estraniarmi e ho avuto la sensazione – forse complice la mia posizione laterale rispetto alla platea e il fatto di stare in piedi – di riuscire a oggettivizzare me, gli astanti, i musicisti. Inizialmente è stato spiazzante, poi deprimente. Immediatamente dopo mi è sembrato tutto estremamente ridicolo: eravamo tutti lì, convenuti per riprodurre con tutti i suoi cliché un rito antico: uno di quelli (tanti) che ci servono per confermarci di avere un’anima, di essere “veri”, di non essere macchine, noi.

Tecniche. Non stiamo parlando di altro che di tecniche.

Belle, efficaci, capaci di darci emozioni irrinunciabili anche per il sottoscritto che gode indistintamente, come tutti, a stare sia sotto che sopra al palco. Ma se è una tecnica a generare piacere e sensazione di bellezza, mi sembra impossibile che non vi sia un retino, un contenitore sagomato in un certo modo particolare, …, un circuito mentale predisposto ad attivarsi in presenza di quei segnali così precisi da essere riproducibili.

Ovvio che il genio, colui che “ha talento”, si distinguerà dagli altri: sarà quello che, nell’usare le regole del gioco, si distinguerà per la sua abilità nel proporle, magari funanbolicamente, al momento giusto e/o in forme nuove, suggerendo così piccole e grandi variazioni del gioco2.

In ogni caso, anche il suo modo di giocare potrà essere studiato, anzi, viene studiato, per capire in cosa consista la vera magia del suo approccio all’arte. Il tocco sullo strumento, che si tratti di pennello, corda, tasto, ugola, penna, … non sarà facilmente riproducibile, ma la struttura del suo discorso artistico sì, e in molti si adopereranno per studiarlo, sviscerarlo, insegnarlo.

Perché?

Semplice, o almeno a me pare tale: perché ancora una volta si tratta di una tecnica.

Perché tutto è il frutto dell’attivazione di un processo cognitivo e imitativo riconducibile – un giorno sono sicuro che lo dimostreremo – a quello di una MdT.

Per quanto mi riguarda, pur non essendo del tutto immune a queste paure da nuovo millennio, ritengo che l’arte riconosciuta come tale, quella “capace di dare emozioni alla nostra anima”, altro non sia se non una somma incredibile di errori di lettura/trascrizione delle nostre MdT3. Errori che, a differenza di tutti gli altri, che compiamo di continuo e che sono chiaramente, irrimediabilmente errori, per qualche motivo cognitivo sono diventati graditi, riconoscibili, immagazzinabili, “ricordabili”. Se ho ragione, una volta capito il resto, anche questo, soprattutto questo potrà essere riprodotto senza grandi fatiche: le macchine impareranno da noi come sbagliare in modo da creare estasi, godimento, piacere estetico, …

In conclusione, rigardandoci come automi, a furia di “togliere la cera e mettere la cera”, potremo anche arrivare a suonare tutti Giant Steps senza problemi. Facciamolo ora, finché siamo in tempo: approfittiamo di questo momento storico perché la nostra segreteria telefonica ancora non si è accorta di quanto, secondo i nostri stessi canoni di bellezza, potrebbe farlo meglio di noi. Canoni che un giorno, ne sono sicuro, sapremo scrivere sottoforma di matrici numeriche.

Quel giorno finalmente capirò come può essere la musica pensata, composta e infine suonata da esseri che hanno un numero di dita di molto superiore a cinque.

SZ

 

1 – http://www.fis.unical.it/news.php?nid=1798#.XXYeqyVS_OQ

2 – So che viene difficile credere che ciò che dico sia possibile, specie pensando alla musica di Chopin, di Beethoven, … agli affreschi di Michelangelo, ecc. Eppure, se penso alla rappresentazione di un oggetto o a quella di uno nostro stato interiore, non posso che far risalire le loro opere a meravigliose deviazioni da quella che dovrebbe essere la “vera” rappresentazione che, pur se possibile, non sarà mai la nostra rappresentazione. Qualsiasi artista non fa altro che introdurre un proprio “bias” che risulta essere la sua cifra artistica, il suo tratto, il suo tocco particolare che, per quanto detto, credo possa essere fatto risalire solo alla fortunata propagazione di un errore all’interno dei circuiti del nostro elaboratore mentale.

3- Ne ho già parlato in un mio articolo intitolato … e tornammo a riascoltar le stelle, pubblicato nel numero 3 del trimstrale Il Giornale di Astronomia, House-Organ della Società Italiana di Astronomia (SAIt), uscito nel Settembre 2013.

Il MEDIUM È IL RUMORE – piccola apologia delle fake news

NOUS

Illustrazione apparsa per la prima volta sul trimestrale SISSA News, house organo della Sissa di Trieste

Affrontando un articolo scientifico, attraverso varie fasi che immagino, mi accomunino a tutti i miei colleghi alle prese con la stessa attività.

Se non so per altre vie (come, ad esempio, quella offerta dall’efficacissimo passaparola) che quel tal lavoro può interessarmi, mi faccio condurre nella scelta dalle parole chiave che mi facilitano la sua ricerca nei vari motori di ricerca, generalisti o specialistici che siano.

Come è ovvio che sia, anche nel caso di un articolo scientifico il titolo gioca un ruolo fondamentale: può avere un carattere squisitamente informativo o, se gli autori sanno giocare bene con le parole e se il tema lo consente, può esibirne uno più ammiccante e provocatorio che non faccia però rinunciare al primo, fondamentale obiettivo: spiegare il contenuto dell’articolo così da accalappiare un lettore che già di suo non chiede altro se non di essere accalappiato.

Detto così, il compito dovrebbe risultare abbastanza facile, e in effetti lo è.

A differenza, infatti, del caso di articoli pubblicati su testate non specialistiche per i quali il problema è che il lettore è di solito distratto da pensieri suoi, dagli annunci pubblicitari e da chissà quali altri fattori ambientali – una situazione nella quale è di fondamentale importanza usare titoli capaci di catturare l’attenzione su un qualsiasi tema pur sapendo che difficilmente la “cattura” durerà per più di pochi secondi – nel caso delle riviste scientifiche, l’editore sa già che il suo lettore medio 1) desidera/deve leggere quell’articolo; 2) per farlo, deve concedersi un tempo anche molto lungo così da comprenderlo sul serio; 3) non desidera “fronzoli” e abbellimenti stilistici, preferendo piuttosto una scansione dei temi che sia sequenziale e logica, nonché uno stile asciutto, non ambiguo, diretto.

Dopo il titolo, la prima cosa che si legge di un articolo scientifico è l’abstract, ovvero un riassunto del contenuto dell’intero pezzo che consenta al potenziale lettore di comprendere il contesto, gli obiettivi, il metodo della ricerca cui l’articolo si riferisce. Tutto ciò mette il potenziale lettore in condizione di comprendere definitivamene se il sospetto generato dal titolo che lì si parla di cose di suo interesse è confermato o meno.

Se, dopo averlo letto, continuerà a essere convinto che quell’articolo gli serva, andrà avanti affrontando l’introduzione e, di seguito, tutte le sezioni previste da una certa “maniera” necessaria e necessariamente logica di organizzare i contenuti fino alla conclusioni finali.

Spesso mi capita di non capire alcuni passaggi, alcune formule, alcuni rimandi a teorie e risultati che non ricordo o che giacciono in altri articoli ancora da leggere.

Negli anni ho imparato a saltare a pie’ pari questi “fossi” presenti lungo il sentiero, ripropondendomi di tornarci su alle letture successive (la rilettura è d’obbligo) e proseguo oltre aggrappandomi alle cose che so, che comprendo o che, consapevole di essermi lasciato alle spalle delle lacune, penso e spero di avere compreso.

Se, nonostante le lacune che ho lasciato inesplorate, riesco ad arrivare fino in fondo, attuo un confronto tra ciò che penso di aver compreso e quanto prometteva l’abstract.

Le due cose coincidono?

Se la risposta è sì, allora posso dire di aver più o meno compreso l’articolo e la mia autostima prende valori > 0, altrimenti, con una valutazione delle mie capacità e competenze pari o minore a zero, cerco gratificazioni altrove, ripromettendomi di prendermi la rivincita dopo attenta e fantascientifica rivisitazione di tutte le materie universitarie (delle quali, nel frattempo, il mio cervello ha trattenuto solo una frazione piccola e, a quanto pare, inutile).

Ho usato l’esempio di ciò che (mi) accade durante la lettura di un articolo scientifico perché ritengo che si tratti della forma di attenzione più alta che un autore possa attendersi da un suo lettore: un’attenzione lenta, pesata, reiterata e critica nei due sensi: la si esercita nei confronti di ciò che si legge e nei confronti di chi legge.

Inoltre partire da questo genere di resoconti scientifici vuol dire iniziare il discorso andando direttamente alla fonte delle cosiddette fake news: notizie false e spesso tendenziose che diventano tali nei numerosi passaggi e filtraggi alle quali sono sottoposte le ricerche scientifiche non appena vengono comunicate e man mano che passano dal laboratorio ad alcuni tra radio, televisioni, giornali e riviste cartacee e on-line.

Supponendo che la lettura dell’articolo scientifico non abbia dato esiti così negativi, la mia comprensione di quel lavoro sarà “a macchia di leopardo”: una somma di informazioni abbastanza sconnesse, tenute insieme dalla bolla dalle pareti sottilissime dell’abstract e messe in relazione le une con le altre grazie a mie ricostruzioni del tessuto mancante tra le parti dell’articolo in cui mi sono invece dimostrato capace di decifrare il discorso.

La comprensione così raggiunta, se non completata con successivi ritorni e integrazioni dei dati che mi mancavano al momento della prima lettura, farà di me un vettore di informazioni frammentate, quindi non così attendibile se posto di fronte al compito di riferirle ad altri.

Quei “ponti” logici – come, del resto, la mia stessa comprensione, vera o presunta, dei passi dell’articolo che mi risultano più chiari – rifletteranno miei modi di ricucire gli strappi, modi che prevedono l’uso di “fili e spilli” appartenenti a un mio baule di “pezze d’appoggio” che potrebbero avere un’origine e un carattere solo in parte scientifico.

Qualcosa che potrebbe anche risultare interessante, affacinante, illuminante, ma che molto probabilmente avrà l’effetto indesiderabile di generere rumore.

Se, nonostante tutto, deciderò di comunicare ciò che penso di aver capito, la mia propagazione delle informazioni che ho realmente compreso o solo nebulosamente intuito sarà quindi affetta dalla inevitabile e subdola presenza di questo rumore che io stesso ho introdotto nella mia comunicazione.

Nel gioco continuo delle trasmissioni, delle ricezioni e delle nuove trasmissioni a opera di individui che prima costituivano il mio pubblico, la mia trasmissione originale potrebbe quindi, in ultima analisi, risultare essere una emissione del solo rumore.

Infatti, in presenza di persone-recettori che si dimostrano, per loro attitudini personali, sensibili esclusivamente alle frequenze spurie che più o meno consapevolmente un emettitore come me produce, a loro volta, privi come saranno dell’informazione vera e/o della capacità di comprenderla, propagheranno e amplificheranno il rumore puro. Dopo vari step esso potrebbe arrivare ad assumere addirittura il ruolo di vero messaggio.

Fin qui nulla di nuovo.

Il processo ci è noto e assomiglia fin troppo al gioco del “passa-parola” col quale tutti da bambini ci siamo trastullati almeno una volta.

Il riconoscimento di pattern visivi, acustici, verbali, … dipende dall’antenna emittente che seleziona il messaggio e la modalità della sua trasmissione, ma è normale che la sua ricezione da parte di altre antenne umane risentirà di bias analoghi legati alla loro “impedenza”, alla loro capacità di riprodurre il concetto o alla loro capacità di empatia – qualcosa che pretendiamo essere una caratteristica generale di un individuo, ma il cui valore poi si scopre essere funzione anche di chi si ha di fronte.

Questo comporta che sentendo un discorso in autobus, guardando un cartellone pubblicitario, leggendo un articolo – tutti messaggi creati da qualcuno affetto da suoi bias personali stimolati, anche loro, da chissà chi o cosa – il nostro cervello coglierà sì l’”embedding” generale (l’abstract), ma selezionerà alcuni particolari con i quali risuoniamo più facilmente.

Col tempo, che ci piaccia o no, potrà capitare che quel particolare diventerà ogni giorno di più il sunto, il vero significato di quello che all’origine era un messaggio più complesso e articolato.

Se oggi questi concetti non costituiscono una novità, lo erano invece negli anni Cinquanta allorché, a causa della crescita della complessità delle linee telefoniche, ci si pose per la prima volta il problema di compiere una analisi quantitativa della propagazione dell’informazione.

Possiamo rivedere il filmino della nascita di queste domande rileggendo il seguente passo tratto dal libro del 1950 Introduzione alla cibernetica di Norbert Wiener1:

Con l’introduzione dei sistemi delle correnti vettrici, le linee telefoniche sono state impiegate nella trasmissione dei dispacci con un rendimento sempre più alto. È sorto così il problema della quantità di informazioni che può essere inviata attraverso una linea, e, collegato con esso, il problema della misura delloinformazione in generale. Entrambi questi problemi sono diventati più pressanti allorché si è scoperto che la presenza stessa di correnti elettriche su una linea determina quelli che si chiamano disturbi di linea, che confondono i messaggi e ontroducono un limite massimo alla loro capacità di trasmettere informazioni. I primi controbuti alla teoria dell’informazione furno informati dal fatto che essi gnroavano i livelli di disturbo e tuttle le altre qualntità di natura accidentale. Solo quando l’idea della casualità fu perfettamente compresa, e fu quindi possibile applicare i connessi concetti di probabilità, il problema della capacità di trasmissione delle linee telegrafiche e telefoniche poté esere formultao rigorosamente. Fu chiaro allora che il problema della misura della quantitè di informazione s’identificava con il problema connesso della regolarità o della irrefgolarità di un modello. (…) È stato provato che il concetto di informazione è soggetto a una legge analoga, e cioè che un messaggio, nel corso della trasmissione, può perdere spontaneamente il suo ordine, ma non può mai acquistarlo. Per esempio, se in una converssazione telefonica si parla mentre interferiscono fortiu disturbi di linea, così da causare una considerevole perdita di energia nel messaggio principale, la persona che riceve all’altro apparecchio può non intendere alcune delle parole che sono state detto e dovrà quindi ricostruirle sulla base del significato del contesto. Così pure nella trduzione di un libro da una lingua a un’altra non si puà rendere l’esatto significato dell’originale perché fra le due lingue non esiste una precisa equivalenza.

 Wiener poi prosegue e nel passo successivo il suo discorso prende la forma proprio di ciò che sto tentando di raccontare in questo articolo:

 Un’applicazione interessante del concetto di quantità di informazione si può trovare nei complessi dispacci telegrafici trasmessi in occasione del Natale o dei compleanni o in altre circostanze particolari. In questi casi il testo del messaggio può essere anche di una intera pagina, ma ciò che è trasmesso è semplicemente la cifra di un codice, come ad esempio C7, che significa il settimo dispaccio convenzionale da inviarsi in occasione dei compleanni. Questi messaggi speciali sono possibili appunto perché i sentimenti espressi sono meramente generici e convenzionali. Se il mittente volesse manifestare una certa originalità di sentimenti, non potrebbe più usufruire delle tariffe ridotte. Il significato del dispaccio a tariffa ridotta è sproporzionatamente piccolo rispetto alla lunghezza del testo. Ancora una volta, quindi, osserviamo che il messaggio è un modello trasmesso che acquista il suo significato per il fatto di esere stato scelto tra un gran numero di possibili modelli. La quantità di significato può essere misurata. Può darsi infatti che quanto meno un messaggio è probabile, tanto più esso comunichi un significato perfettamente ragionevole dal punto di vista del nostro senso comune.

 Mutatis mutandis, dovremmo quindi dire che “quanto più un messaggio è probabile come può essere una comunicazione scientifica, quindi precisa, scritta dallo scienziato A per il collega B e fatta recapitare a lui e solo a lui, tanto meno esso comunica un significato perfettamente ragionevole dal punto di vista del nostro senso comune”.

Tutto questo panegirico mi serve solo ad arrivare al seguente concetto: molto probabilmente quelle che indichiamo come fake news altro non sono che rumore spesso non voluto, ma inevitabilmente generato dall’intersecarsi caotico dei numerosissimi circuiti sociali che veicolano tutte le variazioni rumorose e meno desiderabili, quindi meno prevedibili, di un messaggio iniziale che viene continuamente tradotto e cristallizzato in memi più facilmente riconoscibili.

Se vogliamo, una fake new è la diva delle notizie e, come a tutte le vere dive, non sempre le si chiede di essere brava, colta, corretta. Basta che sia pop, quindi bella e carismatica.

Con questo non voglio certo scagionare quanti cavalcano consapevolmente e per fini propri e non condivisibili, la comoda propagabilità di notizie false. Essendo una diva, attorno a lei ruoteranno sempre interessi di qualche tipo.

Mi affascina tantissimo l’idea di chi in prima approssimazione associa la società a un sistema fisico che, vista così, risponde agli stimoli esterni con modi vibrazionali propri: essa assorbe in modo molto naturale parti dell’informazione – quelle che incontrano i moltissimi “modi propri” della “massa” – e smorza alcune armoniche (nella metafora, parti fondamentali dell’informazione) che nell’urto con l’informazione dura, che andrebbe invece com-presa, vengono dissipate.

La massa quindi privilegia alcuni input che “risuonano” più facilmente in quanto più compatibili con la sua struttura sociale, con la sua elasticità, con la sua deformabilità e con i suoi “calori specifici”: tutte metafore rese possibili dalla grande quantità di accezioni e usi dei vocaboli della nostra lingua che, fluidissima, prende la forma dei contesti in cui viene usata.

A questo livello di approssimazione, credo che la società con tutte le sue parti, vista come sistema fisico interconnesso, non vada solo giudicata con metri etici, meritando anche una analisi “acustica” o basata sulla teoria dell’informazione, cosa che si fa con tutti i sistemi fisici complessi.

In un sistema fisico come un filo usato per trasmettere musica, alcuni parametri rivestono particolare importanza: la densità, la tensione, la già citata impedenza, …

Analoghi di questi parametri credo siano facilmente reperibili in un sistema sociale e lo sono ancora di più in un momento storico in cui tutti noi, vere e proprie antenne umane o sinapsi di un nous diffuso, siamo in connessione grazie ai vecchi media e soprattutto a una gran quantità di nuovi, potentissimi strumenti ogni giorno più efficaci.

La densità con la quale ci presentiamo al segnale esterno potrebbe essere di tipo culturale, quindi misurabile con vari strumenti forniti ad esempio dall’ISTAT, da OBSERVA e da altre agenzie e istituzioni che si occupano di fotografare la nostra nazione misurandone le varie dimensioni e calcolandone i valori dei parametri fondamentali.

Tali istituzioni si sforzano di osservare la realtà alla vecchia maniera, quindi usando statistiche del tutto differenti da quelle che invece stanno modellando da dentro la nostra società: mi riferisco ai meccanismi della rete che alimentano il problema dei big data.

Un problema che ho cercato di comprendere meglio leggendo Che cosa sognano gli algoritmi2, un libro interessante scritto dalla sociologa Dominique Cardon nel quale, tra le altre cose, si legge:

Al contrario del mondo naturale osservato dalla scienza, la società adatta il proprio comportamento alle informazioni statistiche che vengono fornite si di lei. L’ideale dell’oggettività strumentale delle scienze naturali è essenziale per fissare dei “fatti”. Esso infonde agli oggetti statistici la fiducia di cui hanno bisogno per inquadrare il dibattito pubblico. Tuttavia nella nostra società dei calcoli, è sempre più difficile misurare mantenedosi in una posizione esterna. I principali indicatori della statistica sociale sono accusati di non sapere rappresentare correttamente. Soggetti a sospetti metodologici e a presunte strumentalizzazioni, essi hanno perso credito. Negli anni Settanta, la sociologia aveva contribuito a produrre rappresentazioni di insieme delle categorie socioprofessionali, permettendo così di allestire un quadro della società e di far emergere delle inequaglianze nelle traiettorie della mobilità sociale o nell’accesso alla formazione scolastica o ai beni culturali. Le politiche neiliberai degli anni Ottanta hanno contribuito a far perdere autorevolezza a tali categorie, assegnando nuovi usi agli strumenti statistici: questi, ormai, più che a rappresentare la realtà, servono ad agire su di essa. (…) Le verità statistiche sono diventate strumentali: ciò che importa non è più il valore proprio della cifrà, bensì ‘evoluzione del valore misurato tra due registrazioni- “Non appena una misura diventa un obiettivo, essa cessa d’essere una buona misura”, sottolinea la famosa legge di Goodhart. Ma agli indicatori è stata assegnata anche un’altra finalità: trasformare in calcolatori gli attori stessi, inserendoli in un ambiente che detti loro i mezzi pe automisurarsi e allo stesso tempo lasci loro una certa autonomia. Mal connessi l’uno con l’altro, gli indicatori in gatteria conon costituiscono più un sistema. La competenza dei calcolatori soppianta l’autorità professionale. Il fatto che le misure siano false non è più considerato un problema.

 Queste considerazioni, una volta coniugate con il concetto di entropia e di sua propagazione, credo spieghino bene l’ineludibile esistenza e circolazione di fake news. Esse, similmente alle persone più o meno famose che le partoriscono o le amplificano, che siano essi influencer, youtuber oppure oscuri produttori di contenuti pagati o meno per farlo, nascono in modo spontaneo anche grazie all’intima struttura che abbiamo dato alla rete, la quale agisce cercando di

Impiantare un ciclo riflessivo che porti gli attori a sapersi osservati da un sistema metrico e a orientare le loro azioni secondo gli effetti che esse avranno sulla misura. Le misurazioni servono a fabbricare il futuro. (La realtà) non viene più misurata dall’esterno, bensì dall’interno. (…) Così diventa sempre più frequente che una misura di una attività sia presa per una misura del fenomeno sul quale si esercita tale attività: il numero delle denunce di donne che vengono pucchiate diventa il numero delle donne che vengono picchiate, i ricercatori più citati diventano i migliori, i licei che hanno i migliori risultati agli esami di maturità sono le scuole migliori ecc.

 Stando così le cose, non dovremmo sorprenderci della grande diffusione di notizie sbagliate, almeno di quelle scientifiche, dato che, proprio come spiegato nelle citazioni precedenti, anche la valutazione della qualità della ricerca è stata oramai affidata all’automisurazione del mondo scientifico compiuta mediante l’uso di parametri come l’impact factor o l’h-index3

Per quanti “clic” possa totalizzare un articolo scientifico, per quanti ricercatori possanno leggere un certo lavoro, la sua traduzione divulgativa irrimediabilmente affetta da rumore e messa in circolazione nei siti dei giornali a grande diffusione avrà un impatto di gran lunga più grande nel mondo esterno, rendendo il rumore che ha preso il posto della notizia decisamente più conosciuto, comprensibile, affascinante dello stesso concetto scientifico originale. Parimenti, il giornalista, o colui che millanta di esserlo, responsabile della diffusione della fake new, sarà considerato di gran lunga più autorevole e meritevole dell’ignoto scienziato, rimasto molto indietro, a monte del processo.

Il mondo scientifico mi sembra che stia cercando di organizzarsi per adattarsi a questi nuovi trend, anche se trovo che spesso lo faccia in modi discutibili e alquanto maldestri, rendendosi a sua volta responsabile della generazione di altre notizie false.

Mi riferisco, ad esempio, al tentativo di fare apparire che a compiere una scoperta sia stata una sola persona scelta nel gruppo seguendo alcune mode del momento storico o per presunte qualità estetiche che dovrebbero rendere la ricerca collettiva, il team, l’istituzione di appartenenza più sexy, più telegenica, più facilmente cliccabile dai fruitori generici.

Far collassare il lavoro di intere equipe, spesso numerosissime, sulla faccia e il nome di una o due persone penso sia anch’essa una imperdonabile fake new, stavolta prodotta dal mondo scientifico, che non credo porterà grandi vantaggi, generando piuttosto 1) false aspettative del pubblico, 2) false immagini della scienza moderna sempre più alla ricerca di eroine ed eroi che, col loro volto, facciano dimenticare come nel frattempo la ricerca, avendo perso quel carattere romantico riassumibile con l’idea del singolo scienziato seduto al suo tavolino, sia diventata big science e 3) grandi frustrazioni di tutti gli altri componenti i gruppi di lavoro che si vedono adombrati, ridotti a un cognome e una iniziale nell’intestazione dell’articolo scientifico che in pochissimi leggeranno.

Se per un attimo immaginiamo i due contenitori sociali, quello nel quale vi sono gli scienziati e quello che contiene il pubblico, separati da una porticina, ci siamo messi nelle condizioni di un famoso esperimento mentale. Un diavoletto pensa di poter cambiare le cose selezionando notizie, volti, nomi facendoli transitare da un serbatoio all’altro.

Tra l’altro, questa osmosi tra i due ambienti fa sì che, una volta chiusa la porticina giusto in tempo per far filtrare concetti dal mondo della ricerca all’altro impedendo il percorso opposto, rende il processo irreversibile. Non si può agire più di tanto su quanto avviene nel pubblico che, caotico, procede lungo le vie evolutive che gli sono proprie. Il ritorno sui concetti originari come quello che leggendo un articolo scientifico si compie per capire davvero cosa lì vi è scritto non è ammesso: la fonte dell’informazione è praticamente esclusa dal processo.

L‘unico modo è che essa filtri nel mondo di qua, nel mondo occupato dal pubblico, al seguito del suo prodotto, della sua scoperta, e nel farlo diventa pop. Inutile attendersi che qualcuno vada a stanarla nel mondo dietro la porticina: il diavoletto non lo consente.

Credo che alla fine scopriremo ancora una volta, e per via sociale, la validità del secondo principio: l’entropia globale aumenterà lo stesso e forse lo farà più velocemente del solito. In generale, facciamo divulgazione in modi che assomigliano ancora a quelli in voga quando le categorie sociali di cui parla la Cardon erano reali, statiche e non fluide, continuamente sottoposte, come oggi sono, a ridefinizione dei loro confini.

Il gioco di far passare le notizie scientifiche più capaci di altre di eccitare il pubblico da quella porticina fa aumentare il temperatura sociale: la gente si “accalora” per un tema e l’energia così si disperde in modo caotico e non recuperabile, mentre nell’ambiente di ricerca altri si deprimono e si “raffreddano” per il fatto che gli è stato negato di passare di là, rimanendo nel posto più freddo, meno osservato, più buio.

No, questo non credo sia un calo di entropia. Credo sia morte termica: calo di entusiasmi da una parte, ricerca dei riflettori e di finanziamenti dall’altra, generale diminuzione del livello del dibattito scientifico e sociale.

Infine, poi, se pensiamo che gli stessi specialisti di una certa disciplina sono fruitori generici delle discipline altrui, il quadro caotico credo sia completo.

Non credo ci sia al momento una soluzione.

Tutti noi speriamo che il pubblico premi il nostro sforzo divulgativo prendendo la decisione di approfondire ciò che raccontiamo, ma questo non potrà mai impedire la nascita di inevitabili misunderstandings che ci renderanno certi non tanto della crescita della consapevolezza di dove la scienza stia andando, ma solo della crescita esponenziale delle “eresie scientifiche” che in ogni istante vengono prodotte a causa dell’impossibilità di comunicare un concetto in una forma che rispetti la sua originale correttezza formale: per quanto le locuzioni da noi usate per tradurre dati e formule siano caute e asciutte, non avremo nessun controllo sulla loro traduzione istintiva operata all’altro capo del telefono.

So che di solito le fake news, oltre a molta rabbia, generano reazioni come quella di Barbujani il quale, in un accorato articolo sul Domenicale del Sole 24 Ore di ieri in cui parla del sul suo incontro da genetista con questo problema, scrive:

Su una cosa non ho dubbi: tutto questo non va bene. (…) Per poter leggere Proust bisogna cominciare con la grammatica. Ammetto che ho delle belle pretese: pretendo che i lettori, a letto o sul sofà, si concentrinio, diciamo, su come e perché si formano le ali dei moscerini.

Concordo del tutto con il genetista, ma forse, per ridurre (eliminare credo sia impossibile) il serpeggiare di teorie bislacche sul mondo, più che la scienza, dovremmo insegnare la filosofia della scienza e l’etica dell’agire scientifico, curando però di non coniugare entrambe con la paura della materie cosiddette “dure” (che poi è quello che a volte capita nelle scuole…), ma solo il rispetto e la cautela che certe discipline esigono.

Il pubblico generico – una categoria alla quale, in tutte le situazioni meno quelle poche che ci vedono esperti, tutti, nessun escluso, apparteniamo – non sarà mai capace di affrontare le real news di tutte le discipline apprendendole dagli innumerevoli articoli specialistici che di continuo vengono prodotti (si sa: bisogna pubblicare. Serve a far salire ricercatori e università nei rankig internazionali…).

La conversione, poi, di un linguaggio scientifico preciso, composto da pochi termini, numeri, formule, grafici, dati, … in un altro verboso o di sole immagini, un processo tipico di molta divulgazione (forse tutta), viene di solito paragonato all’operazione del tradurre. A tal proposito, cito di nuovo il Wiener quando afferma:

Così pure nella traduzione di un libro da una lingua a un’altra non si può rendere l’esatto significato dell’originale perché fra le due lingue non esiste una precisa equivalenza, In queste condizioni, il traduttore ha soltanto due soluzioni: o impiegare frasi che sono più generiche, più vaghe di quelle dell’originale e che certamente non conservano tutto il significato emotivo del testo originale, oppure alterare l’originale introducendovi un messaggio che non è precisamente quello del testo e che possiede un significato diverso da quello che l’autore ha voluto attribuire al testo. In entrambi i casi, qualcosa dell’idea dell’autore è andata perduta.

Se nel testo precedente sostituiamo emotivo con scientifico, e calcoliamo la degradazione del messaggio iniziale ottenuta dopo n traduzioni compiute da parte di persone non informate dei fatti, probabilmente otterremo un risultato insperato: che la mole di notizie sbagliate con le quali ci troviamo ad avere a che fare è minore di quella con la quale potremmo trovarci a combattere.

Ma a questo punto sorge una domanda fondamentale, stimolata dalla lunga intervista pubblicata su Robinson di ieri e rilasciata a Enrico Franceschini da Ian Mc Ewan. Parlando del suo ultimo romanzo Macchine come me, l’autore racconta:

In testa al libro ho messo un’epigrafe di Kipling: gli uomini non sono fatti per distinguere la verità dalla menzogna. Ovvero non sempre capiscono se la persona che hanno di fronte racconta balle. Un robot potenzialmente sì. E questo potrebbe sembrare un progresso. Ma come sarebbero le relazioni umane se tutti sapessimo, tutto il tempo, cosa pensa la persona che abbiamo davanti? Credo che non resterebbe in piedi alcun matrimonio. (…) Il mio non è un elogio della menzogna. Ma ci sono menzogne che effettivamente si dicono a fin di bene. (…) E in assoluto non credo che un mondo perfetto, in cui sappiamo tutto, sarebbe più felice di quello attuale, in cui ci accontentiamo di cercare di capire, procedendo nel buio, fra sprazzi di luce

In conclusione, forse le fake news ci danno, più delle statistiche che sfruttano strani parametri e diversi indicatori, una misura in termini di temperatura di quanto la società sia ancora viva e risponda come può (ma almeno risponde…) ai pizzicotti e ai morsi che i beccamorti le infieriscono. Va a finire che per imanere umani, ci serve proprio non sapere fino in fondo la verità su nulla (in particolare, continuiamo a mentire, vi prego, sull’amore).

Quando Wiener nel 1950 scriveva:

La società può essere compresa soltanto attraverso lo studio dei messaggi e dei mezzi di comunicazione relativi ad essi; nello sviluppo futuro di questi messaggie mezzi di comunicazione, i messaggi fra l’uomo e le macchine, fra le macchine e l’uomo, e fra macchine e macchine sono destinati ad avere una parte sempre più importante.

ci invitava a guardare il fenomeno da una certa distanza, oggettivizzandolo, quindi oggettivizzando noi stessi (da notare che dimentica di parlare di messaggi tra persone e persone. Che avesse già intuito come saremmo finiti a usare sempre una interfaccia informatica per palrare con i nostri simili?)

Propongo una ulteriore, possibile lettura del fenomeno fake news: riempire il mondo e la rete di idee strampalate potrebbe finanche salvarci dal collasso previsto da molti i quali vedono nell’avvento di robot e dell’intelligenza artificiale la prossima fine dell’umanità.

In realtà, a differenza di quanto accade nei romanzi di fantascienza dove macchine e uomini vivono fianco a fianco, ma senza mescolarsi, stiamo insegnando alla rete e alle macchine ad assomigliarci in molti nostri aspetti, anche quelli più deteriori (vedi i ranking universitari truccati…).

Insomma, stiamo insegnando alle macchine quanto siamo furbi, quindi, inconsapevolmente, stiamo insegnando ai circuiti elettronici come fare i furbi dicendo, calcolando balle o verità parziali.

La rete è già alleata di molti che la manipolano e sta imparando, in ogni momento, i nostri piccoli trucchetti per sopravvivere.

 

SZ

 

1 – Wiener, Norbert, Introduzione alla Cibernetica – L’uso umano degli esser umani, Bollati Boringhieri, 2012

Un appunto di una certa importanza, almeno credo. Al fine di mettere alla prova la mia reale comprensione del testo che, in alcuni punti tra quelli citati, mi sembrava un po’ ambiguo, ho cercato in rete la versione in inglese. Trovatola, ho scoperto che molti capoverso del primo capitolo di quella versione originale non compaiono nella traduzione italiana e che, parimenti, alcune delle parti cui faccio riferimento trovate in quella italiana, non si trovano in quella inglese. Spero qualcuno sappia darmi lumi su questo strano problema di… traduzione (!)

https://www.bollatiboringhieri.it/libri/norbert-wiener-introduzione-alla-cibernetica-9788833923451/

2 – Cardon, Dominique, Che cosa sognano gli algoritmi – Le nostre vite al tempo dei big data, Mondadori, 2018

CHE COSA SOGNANO GLI ALGORITMI

3 – Suggerisco la lettura della recensione di Lorenzo Tomasin sul Sole 24 Ore di ieri agli interventi di Giuseppe de Nicolao pubblicati su roars.it.

-https://www.roars.it/online/vi-spiego-il-doping-delle-classifiche-degli-atenei-intervista-a-giuseppe-de-nicolao/

-https://www.roars.it/online/giuseppe-de-nicolao-le-politiche-della-ricerca-al-tempo-dei-rankings/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il CERN: andare a bottega dai presocratici

Acceleratore-ionico

Acceleratore Ionico

Il 25 Giugno scorso ho coronato un piccolo sogno: sono andato a vedere di persona come è fatto il CERN1.

La mia amica Antonella Del Rosso – fisico delle particelle che lì lavora nell’ufficio comunicazione e che ora, dopo averlo fatto più volte a quattr’occhi, ringrazio qui pubblicamente – mi ha ospitato fornendomi tutti i pass necessari per accedere per una settimana intera alle strutture dei vari esperimenti dislocati lungo “la grande ruota” da 27 km di circonferenza nella quale le particelle vengono fatte collidere tra loro.

Incidentalmente, ringrazio qui anche Luca Malgeri, mio vecchio compagno di studi di Fisica che, dopo trent’anni, ho scoperto rivestire importantissimi incarichi scientifici all’interno dell’esperimento CMS.

Mi ha anche fatto da guida (!) in quella struttura: io lì turista più o meno informato dei fatti, lui lì tra coloro che dirigono uno degli esperimenti di Fisica più importanti al mondo. Differenza di posizione (accademica, lavorativa) e, soprattutto, capacità / Dt. Un differenziale non da poco, direi…

Il periodo per fare del turismo scientifico al CERN è quello giusto: al momento “i lavori sono fermi” per consentire a tecnici e scienziati di eseguire le normali, periodiche operazioni di manutenzione e di preparazione in vista dei nuovi esperimenti che partiranno più o meno tra un anno e mezzo.

Questo significa che, compatibilmente con le operazioni di cui sopra, è possibile accedere alle strutture sotterranee senza tema di diventare, a propria insaputa, target di esperimenti di fisica medica; quelli tesi a misurare la resistenza del proprio DNA se sottoposto all’assalto di fasci di particelle kamikaze.

Dovendo decidere cosa mettere in valigia e sapendo che, per risparmiare (sono al verde), avrei fatto un lungo viaggio in un autobus tutt’altro che comodo, ho scelto di pancia l’oggetto transizionale2 da portare con me: la mia “coperta di Linus” sarebbe stato un particolare libro che ho sentito “risuonare” con quanto stavo andando a vedere.

In realtà, in valigia di libri ne ho messi due: mi sembrava un po’ disonesto non concedere attenzione anche ad un tascabile incentrato sulla storia del CERN che avevo comprato tempo fa senza però averlo mai affrontato. Di questa lettura non parlerò: si è rivelata a tratti interessante ma, in generale, ben al di sotto delle aspettative generate dalla fama degli autori.

L’altro, invece, era proprio quello che istintivamente desideravo: si trattava de I presocratici del Capizzi3: un’antologia di frammenti dei primi filosofi riconosciuti come tali, libretto che ci era stato a suo tempo indicato come necessario corredo del più importante primo volume del manuale di Storia della Filosofia del Liceo: il per me mitico Pensiero e Civiltà del Moravia4.

La lettura di quel tascabile è stata veloce come, del resto, anche la sua rilettura (sì, l’ho riletto: tra ritardi alla frontiera e complicazioni forse dovute al fatto che il viaggio per buona parte si svolge in territorio italiano, ha sforato di un bel po’ gli orari promessi in tabella) e mi è sembrato proprio quello che ci voleva per affrontare con il giusto “piglio” la breve avventura che avrei vissuto di lì a poco, anzi, di lì a poco… più un altro poco.

Immagino di non dire nulla di nuovo affermando di aver infatti avuto la netta impressione di vedere rappresentate, se non addirittura realizzate sottoforma di bulloni, connessioni, collettori, computer,… molte di quelle idee seminali nate almeno duemilacinquecento anni fa su alcune rive del Mediterraneo, nella Ionia (parte dell’odierna Turchia) e nella Magna Grecia (Sicilia, Calabria, Puglia, Campania). A proporle furono pensatori i cui nomi sono dei veri e propri pilastri sui quali poggia la nostra sicumera moderna: Talete, Anassimandro, Anassimene, Pitagora, Eraclito, Senofane, Parmenide, Zenone, Anassagora, Empedocle, Melisso, Leucippo, Democrito5.

Solitamente si pensa che l’esigenza di un certo pensiero metafisico sia nata proprio in quei posti, con quelle persone. Rileggendo i frammenti riportanti il loro pensiero, mi sono però reso conto che si trattava di una metafisica strana, fatta comunque di spazi, occupazione di essi da parte di “enti”, movimenti di questi enti che spostandosi avrebbero lasciato vacanti gli spazi prima occupati, scontri tra enti alcuni dei quali proprio non ne volevano sapere di spostarsi, ecc.

Tutte immagini mentali di un mondo pensato come al li là della reatà, a essa affiancato e parallelo, ma regolamentato da leggi e necessità del tutto simili a quelle del mondo che qui esperiamo quotidianamente e fatto di spazi, occupazione di essi da parte di cose animate e inanimate, movimenti di queste cose che spostandosi lasciano liberi (non vuoti) i posti prima occupati, scontri tra cose, alcune delle quali proprio non ne vogliono sapere di spostarsi, ecc.

Insomma, un mondo metafisico così simile a quello fisico da farmi sospettare che in realtà si trattasse dell’espressione più pura di un bisogno antico: quello di una fisica capace di spiegare il visibile ma anche, anzi, soprattutto, l’invisibile. Una fisica all’epoca appena immaginabile e che oggi invece possediamo (!).

Quindi, una volta giunto a destinazione, ho vissuto in ogni istante la vivida senzazione di captare ancora con la coda dell’occhio, di sorprendere, nascoste tra le strutture di quei laboratori, i movimenti delle ombre fugaci e dispettose – giocano a nascondersi come quella del Peter Pan della Disney6 – di quelle idee antiche che da sempre intravedo dietro la fisica e l’astrofisica studiate all’università.

Parlando di CERN e sapendo anche solo a grandi linee cosa lì si fa, nel tentativo di spiegare meglio la sensazione prepotente di trovarmi al cospetto di ricercatori che altro non erano se non gli epigoni moderni dei primi filosofi prima citati – potremmo dirli eredi di domande e relative risposte già verbalizzate (ovvero non matematizzate, quindi non misurabili) due-tre millenni fa – immagino che il primo nome a venire in mente, oltre quello di Leucippo, sia quello dell’atomista Democrito di Abdera, discepolo del primo e ben più famoso del suo maestro.

Galeno (Gli elementi secondo Ippocrate) riporta così alcuni pensieri dell’atomista:

Apparenza è il colore, apparenza il dolce, apparenza l’amaro, realtà gli atomi e il vuoto. Per lui tutte le qualità sensibili derivano dal diverso aggregarsi degli atomi e dipendono dal nostro modo di sentire: in natura non c’è né bianco né nero, né giallo né rosso, né dolce né amaro. (…) Chiamava “ente” gli atomi, “niente” il vuoto. Ora gli atomi, essendo corpi piccolissimi, non possiedono qualità sensibili; il vuoto, poi, è lo spazio nel quale questi corpuscoli si muovono eternamente o dall’alto in basso, o intrecciandosi tra loro in diversi modi, o urtandosi e respingendosi, fino a che si disgregano o si aggregano nei suddetti composti: è appunto così che si formano gli aggregati, compresi i nostri corpi con le loro impressioni e sensazioni. (…) Così, per esempio, dicono che nessun atomo può scaldarsi o raffreddarsi, e neanche inaridirsi o inumidirsi, e tanto meno imbiancarsi o annerirsi; né, insomma, ricevere qualsiasi altra qualità per mezzo di qualsiasi mutamento.

(…) Ci sono due forme di conoscenza, una autentica e l’altra spuria; a quella spuria appartengono tutte queste cose: vista, udito, odorato, gusto e tatto. L’altra forma, quella autentica, ha per oggetto le cose che non appaiono. Quando gli oggetti sono così piccoli che la conoscenza spuria non riesce più a coglierli né con la vista, né con l’udito, né con l’odorato, né col gusto, né col tatto, e la ricerca deve rivolgersi agli oggetti più sottili, subentra la conoscenza autentica, che possiede uno strumento più fine, adatto allo scopo.

Da questo passo, con le conoscenze di cui oggi disponiamo, possiamo forse far conseguire che l’analogia con quanto oggi si fa nei nostri laboratori e il pensiero di Democrito regga di più se invece della fisica consideriamo la chimica con i suoi atomi e gli aggregati molecolari che essi vanno a formare.

Un primo pensiero che ritengo vada subito corretto valutando che dai tempi del pensatore di Abdera a oggi, il significato stesso della parola “atomo” è notevolmente mutato, per cui forse, per meglio comprendere la sua dottrina, dovremmo tradurre la parola “atomo” che stava per “non ulteriormente suddivisibile”, “non ulteriormente tagliabile” (atomo da a-témno), con il più moderno “elementare” da intendere invece come “non composto da altre parti”: un oggetto, insomma, la cui ricerca, una volta assodato che gli atomi non sono affatto indivisibili, è diventata il sacro Graal della moderne indagini di fisica fondamentale.

Nel frammento su riportato, mi risulta molto interessante il riferimento alla vera conoscenza, quella “autentica”, intesa come qualcosa rivolta proprio a sondare lo strato della realtà che contiene questi atomi-elementari; una ricerca da condurre con strumenti che – all’epoca non era proprio intuibile – oggi hanno preso la forma e le dimensioni del Large Hadron Collider (Lhc)7 e degli altri acceleratori sparsi in giro per il mondo.

Leggendo le seguenti righe prese dal Moravia, ho come l’impressione che si tratti di un concetto già contenuto nel pensiero parmenideo:

gli uomini hanno il vezzo, che in forza dell’abitudine è diventato regola, di accostarsi alle cose mediante l’occhio che non vede o l’udito che risuona soltanto, o la lingua: e ad essi credono.

Invece, non sono questi i mezzi con cui si devono giudicare le cose: “giudica col logos la prova che con molti argomenti è stata da me addotta”.

Qui leggo quasi un suggerimento: quello di servirsi di strumenti dalla necessaria “disumanità”, così da poter garantire di lasciar fuori quanto più possibile il rumore dei nostri sensi limitati e delle nostre azioni troppo imprecise e soggettive.

Per il filosofo eleate, non era ovviamente possibile fare altro che usare strumenti logici, mentali e verbali (logos), mentre oggi tali strumenti hanno assunto l’aspetto di macchine enormi – le più grandi mai realizzate – capaci di lavorare sugli enti grazie al fatto che al loro interno viene realizzato un niente pressoché perfetto.

Quindi, se Parmenide usa lo strumento logos per compiere un esperimento mentale ante litteram che gli consenta di pulire, di svuotare il suo ambiente-pensiero con lo scopo di figurarsi il mondo come apparirebbe se non fosse percepito dai nostri corpi, negli esperimenti collisionali che oggi vengono attuati, grande importanza riveste la pulizia delle camere in cui i fasci di particelle vengono fatti scontrare gli uni con gli altri.

“Pulizia” in questo caso sta ad indicare il tentativo estremo di fare in modo che i protoni dei fasci, ancor prima di scontrarsi con i loro omologhi in arrivo dalla direzione opposta, non incontrino altri enti come le particelle di aria e impurità varie in essa contenute che potrebbero intercettarle, impoverendo i due fasci e compromettendo l’esperimento.

Tutto questo, come già in parte anticipato, ha a che fare col concetto di vuoto: una chimera, un obiettivo asintoticamente raggiungibile che dai tempi degli emisferi di Magdeburgo8 a oggi ha via via assunto una importanza sempre più grande nelle ricerche di fisica fondamentale.

Quello creato all’interno del Large Hadron Collider è pari a circa 10−13 Pa (la qualità del vuoto si valuta misurando la pressione esercitata dalle particelle presenti all’interno di un volume unitario: più è bassa, più quel volume è vuoto nel senso di privo di particelle) è al momento il “miglior vuoto esistente” essendo addirittura più spinto di quello presente nello spazio interstellare dove si misura una pressione pari a 1,3 × 10-8 Pa (!).

Proton-Phishing-1

Una delle illustrazioni realizzate nel periodo in cui ho collaborato con il CERN Bulletin

Il Warren9, autore di un bel trattato che ha per oggetto proprio il pensiero dei presocratici, nota che:

Comparativamente, esso [il vuoto] ha ricevuto minore attenzione dell’atomo, ma per molti aspetti il vuoto è l’elemento più sorprendente della coppia. Certamente, assumendo che ci sia il vuoto, Democrito e Leucippo hanno compiuto un passo radicale. Le cosmologie pluralistiche precedenti, come quelle di Anassagora ed Empedocle, avevano reagito alla sfida eleatica semplicemente affermando che nelle loro rispettive concezioni dell’univero il movimento era possibile. (…) Il vuoto assolverà al duplice scopo di separare gli atomi e al tempo stesso di fornire lo spazio in cui essi si possano muovere; il suo ruolo è perciò assolutamene cruciale. (…) Perché una cosa si possa muovere ci deve essere un luogo in cui possa andare. Questo luogo non deve essere occupato, o altrimenti non ci potrebbe andare. E quando una cosa si muove, deve lasciare dietro di sé del nuovo spazio non occupato. (…)

Questo autore mette bene in evidenza alcune discrepanze fondamentali tra due vere e proprie scuole di pensiero: da un lato abbiamo Parmenide, Zenone e Melisso – i tre più importanti rappresentanti della filosofica eleatica che, come già avevano fatto i loro predecessori milesii, intrecciano in modo assolutamente interessante, e meritevole di un’indagine a parte, la dimensione metafisica e quella politica -. Dall’altro abbiamo i due atomisti che più che una metafisica, alla base della realtà pongono una vera e propria fisica per molti versi estremamente moderna.

Per meglio comprendere questa fondamentale differenza di vedute, continuiamo a leggere ciò che il Warren nota circa il pensiero eleatico:

Per un eleate come Melisso, il movimento può facilmente essere rifiutato. Non c’è vuoto, perché non ci può essere “ciò che non è”. (…) Per spiegare la scelta di una cosmologia atomistica dobbiamo ricordare ancora una volta la sfida eleatica. In particolare, due sono le tesi eleatiche di speciale rilevanza per la concezione atomistica:

-“Ciò che è” è omogeneo e indivisibile.

-Il movimento è possibile solo se accettiamo che ci sia “ciò che non è”.

Qui val la pena ricordare che per Parmenide, che mi pare essere stato più interessato alla dimensione politica del pensiero, l’esigenza di teorizzare alla base di tutta la realtà l’esistenza di un “essere” (in senso ontologico, non animale) “che è”, dalla compattezza e uniformità “sferiche” e che in quanto tale deve essere indivisibile, abbia poi spinto i suoi discepoli – i quali invece mi appaiono più interessati alla natura di quanto non lo fosse il loro maestro – a sondare le conseguenze oserei dire “meccaniche” e “cinematiche” della sua dottrina.

Una delle conseguenze del forzare il modello filosofico del maestro fino a dedurne una visione completa della realtà finanche nelle sue manifestazioni fisiche – una conseguenza che ha un certo peso nel discorso che qui sto cercando di fare – fu che sia Melisso che Zenone arrivarono a negare il movimento: nella loro filosofia esso infatti viene riguardato come una aberrazione dei nostri sensi, ancora una volta ritenuti incapaci di svelarci la vera natura e immobilità dell’essere il quale tutto riempie in modo uniforme, impedendo così il movimento delle sue parti.

A questo proposito, trovo illuminante il frammento DK 30 B7 di Melisso nel quale si afferma:

(…) e non c’è nulla, poi, che sia vuoto: il vuoto è il nulla, e ciò che è nulla è una cosa che non c’è. Né si muove: non ha nessun luogo dove andare, perché [tutto] è pieno; se avesse in sé spazi vuoti, andrebbe a riempirli, ma non avendoli non ha dove andare. Neanche potrebbe essere denso o rado: il rado non può essere pieno allo stesso modo del denso, ma proprio in quanto rado sarebbe più vuoto del denso. Questo infatti è il criterio di distinzione tra pieno e non pieno: se qualcosa lascia spazio e ha posto libero dentro di sé, non è pieno; se non lascia spazio e non ha posto, è pieno. È dunque necessario che sia pieno, dato che non è vuoto; e, se davvero è pieno, non si muove.

Una negazione del movimento alla quale quindi consegue necessariamente un’assenza totale del vuoto visto come “non essere”: esso, in quanto tale, non può esistere. Stessa fine ingloriosa fa di conseguenza il concetto di “moto” che così, legato com’è al concetto di non esistenza, tramonta.

La risposta degli atomisti a questa idea eleatica la sottolinea il solito Warren il quale nota che:

Tuttavia la proposizione ipotetica “se c’è movimento, allora c’è ciò che non è” è un’arma a doppo taglio. Democrito e Leucippo la usano a loro vantaggio come parte di un argomento a favore dell’esistenza del vuoto, aggiungendo semplicemente la premessa che “c’è il vuoto”. (…) Ci viene dunque proposta la tesi volutamente paradossale che esistono sia “ciò che è”, sia “ciò che non è” e, per di più, che “ciò che non è” esiste non meno di “ciò che è”. (…)

In assenza di macchine che potessero dimostrare come si possa sperare di raggiungere la condizione di vuoto (ricordiamoci che ancora non possiamo tecnicamente affermare che esso, pensato come spazio totalmente privo di particelle e campi, esista davvero…), la risposta della scuola atomistica consiste in un certo guizzo retorico alquanto interessante: essi affermano che “il vuoto c’è”, quindi trattandolo come qualcosa che non è negazione dell’essere: esso non è il “niente”, ma piuttosto è qualcosa che, pur non contenendo nulla, esiste e che di consequenza ha la stessa dignità degli atomi di cui è contraltare; a questo punto, la sua esistenza basta a consentire il movimento degli atomi.

Secondo Democrito, il moto che spetta agli atomi è quello vorticoso che per sua stessa natura può spiegare con scontri caotici la nascita per aggregazione spontanea e casuale degli oggetti del reale (e pensare che al CERN i protoni si muovono vorticosamente non per creare gli oggetti della realtà, ma piuttosto per romperli…).

Un moto che invece diventerà rettilineo solo in seguito, con Epicuro: il suo clinamen alla base della caduta deviata degli atomi che così si combinano tra loro per creare gli aggregati, credo possa essere tradotto in un linguaggio moderno invocando proprio gli incidenti frontali programmati dai fisici del CERN, veri e propri “organizzatori di eventi” pirotecnici.

Se il nome di Democrito è forse quello che prima viene in mente in un tentativo come questo di spiegare la connessione tra ciò che si fa al CERN e il pensiero presocratico, non dimentichiamoci che l’atomismo è forse il punto più altamente “fisico” di un processo, avviato dai suoi predecessori, teso a liberare i discorsi sulla realtà da quelli della religione.

A dare il LA alla meditazione sulla natura delle cose e su ciò che va considerato “base” fisica e al contempo concettuale della realtà, pare infatti siano stati altri pensatori che val la pena citare almeno per alcuni degli aspetti delle loro dottrine.

Leader

Una delle vignette fatte al tempo in cui illustravo per il CERN Bulletin

Ad esemprio, i mastodontici magneti superconduttori che assolvono al duplice compito di 1) mantenere ben collimati i fasci di protoni confinandoli nel centro dei “tubi” dell’acceleratore e 2) di fargli cambiare gradualmente traiettoria così da costringerli a muoversi assecondando la forma circolare del collider lungo ben 27 chilometri, e che sono di sicuro l’”anima” di questa struttura, mi fanno andare con la memoria al concetto di anima teorizzato da quel Talete di Mileto.

Come ci ricorda Aristotele, fu proprio lui ad affermare, tra le altre cose, che i magneti possiedono vita perché generano movimento:

E dell’intero tutto affermano che essa [l’anima] si trova mescolata, per cui forse anche Talete credette che tutto quanto è pieno di dèi. A quanto sembra, anche Talete, da quel che ricordano, suppose che l’anima fosse un che di movente, se è vero che della pietra [di Magnesia, calamita] affermava che avesse anima perché muove il ferro10

Nell’acceleratore e, in particolare, nelle cosiddette “cavità risonanti” o “a radiofrequenza”, i protoni, che assumiamo per convenzione carichi positivamente, vengono spinti in avanti dalla repulsione del campo elettrico di carica uguale posto alle loro spalle.

Allo stesso tempo, essi subiscono una forte accelerazione generata dalla contemporanea attrazione del campo elettrico di carica opposta che li attende di fronte a loro nella direzione del moto (effetto che va sotto il nome di push and pull).

L’azione combinata e prolungata di questi due campi elettrici di segno opposto che oscillano senza sosta tra le due polarità sui due fasci di protoni lanciati in direzione opposta lungo percorsi paralleli, fa sì che quelle particelle aumentino la loro velocità fino a raggiungere presto valori confrontabili con c, velocità della luce, per poi aumentare, giro dopo giro, la loro energia.

Quanto sopra descritto ovviamente non è altro che una semplificazione tesa a spiegare “in soldoni” un processo ben più complicato. Nelle cavità risonanti vi è in realtà un campo elettromagnetico che oscilla in sincronia con il passaggio del fascio così da ottenere, in un particolare punto del circuito circolare, la desiderata accelerazione delle particelle.

Una volta raggiunta una densità di energia tale per cui gli urti possono dare l’effetto di “rottura sperato”, azionando uno scambio del tutto simile a quelli delle ferrovie, i due fasci di protoni vengono convogliati su uno stesso “binario” così da provocare un tremendo incidente frontale.

Proton-Fishing-1

Una delle illustrazioni realizzate quando lavoravo per il CERN Bulletin

L’energia liberata in impatti di questo tipo è enorme e confrontabile con quella presente nei primissimi istanti di vita del cosmo, allorché esso era molto più piccolo e caratterizzato da temperature dell’ordine dei 1011 °K. Questo significa che le collisioni cui sottoponiamo i protoni ci consentono di riprodurre, quindi di analizzare, condizioni fisiche altrimenti non accessibili con la semplice osservazione della Natura così come si presenta oggi, ben 13,8 Miliardi di anni di distanza dal Big Bang.

Durante questi “incidenti”, la distruzione delle particelle rivela l’esistenza al loro interno (o, se vogliamo, nel loro passato) di altre più piccole che “sorreggono” la realtà standosene in una posizione ancora più “bassa e “arretrata” rispetto a quella che esperiamo tutti i giorni. Particelle minime poste “ai confini della (nostra) realtà” che, mostrandosi per attimi brevissimi di tempo, si comportano come finestre, piccolissimi oblò, aperte su un cosmo del tutto diverso da quello che oggi vediamo con i nostri occhi.

Il collider del CERN, una specie di macchina del tempo tarata per visite a un passato ancora più remoto di quello osservabile con i telescopi più potenti, ci consente quindi di scoprire quali fossero davvero gli enti che abitavano il cosmo prima che al suo interno comparissero l’acqua, l’aria, il nostro pianeta Terra, …

Ecco perché l’acqua di Talete, l’aria di Anassimene, il fuoco di Eraclito, elementi proposti come origine (arché, spesso tradotto anche con comando a dimostrazione dell’ambivalenza filosofica e politica delle dottrine di questi personaggi) di tutte le cose, ci appaiono ingenue.

Lo sono specie se confrontate con l’àpeiron di Anassimandro – qualcosa di indefinito e infinito al quale oggi potremmo forse affiancare, senza tema di sbagliare troppo, il termine “plasma”: uno stato della materia che offre il vantaggio di poter essere studiato grazie ai numeri tanto cari a Pitagora – contenente i semi (gònima) di tutte le cose: sembra proprio la traduzione verbosa di ciò che intravediamo ogniqualvolta attiviamo l’Lhc.

Nella limitatissima “chimica” presocratica che includeva solo i quattro elementi acqua, aria, fuoco, terra, tra le varie proposte di possibili arché mancava all’appello solo l’ultima che, pare, nessuno ha eletto a origine del tutto. Forse, per ritrovarla con una funzione simile a quella di origine di tutte le cose, dovremmo rivolgere lo sguardo alla Teogonia11 di Esiodo, un’opera di sicuro presocratica, almeno da un punto di vista cronologico, ma anche di molto pre-eleatica e, se mi si passa il termine, pre-filosofica in quanto risalente a un periodo ancora dominato dalla religione e dal mito.

A ben vedere, non trovo strana questa assenza dell’elemento terra associato al concetto di origine e comando della realtà tutta: nel processo di semplificazione delle cose alla ricerca della natura più intima di tutto ciò che esiste, i presocratici agivano idealmente sugli elementi della loro quotidianità operando successivi tagli capaci di svuotare, di diminuire la densità del reale fino a immaginare di trovare qualcosa di a-tomico, appunto; che non poteva essere tagliato, svuotato oltre.

Ad esempio, pur non parlando di densità, Anassimene fa riferimento a fenomeni di rarefazione e condensazione degli elementi del reale nei termini seguenti3:

L’aspetto dell’aria è questo: quando è uniformemente distruibuita, è invisibile; diventa visibile a causa del freddo, del calore, dell’umidità e del movimento. Essa si muove sempre, perché altrimenti nulla potrebbe trasformarsi. Condensata e rarefatta, appare in forme differenti: quando si dilata fino a essere leggera, diventa fuoco; quando si condenza diviene vento; se la condensazione continua, si formano le nuvole, se la condensazione aumenta, l’acqua; se aumenta ancora, la terra; alla massima condensazione, le rocce. Cosicché, tra le coppie di contrari, quella che sta alla base della generazione è la coppia caldo-freddo.

Lo rileva ancora una volta il Warren quando nota che:

Anche in questo caso dobbiamo esaminare lo sfondo eleatico. In particolare, possiamo prendere in considerazione uno dei paradossi di Zenone sulla divisibilità, che potrebbe essere parafrasato nel modo seguente. Si prenda qualcosa che sia dotato di estensione spaziale. Se è spazialmente esteso, allora ha parti (spaziali) che possono essere distinte. Semba perciò possibile dividerlo, separando queste parti spaziali differenti. Ora che cosa dire di queste nuove parti? Sono o non sono anche’esse spazialmente estese? A questo punto ci troviamo di fronte a un dilemma: se non sono spazialmente estese, come possiamo pensare che possano essersi combinate per formare l’estensione originale? É infatti impossibile costruire una linea, per esempio, a prtire da punti geometrici privi di estensione. D’altra parte, se sono estese, possiamo dividerle ulteriormente. A ciascuna nuova divisione dobbiamo domandarci se abbiamo raggiunto il ilmite della divisibilità. Se abbiamo a che fare con parti che hanno un’estensione, per quanto piccola, la divisione può continuare, Se le parti sono senza estensione, allora sembra che abbiamo diviso l’estensine originale fino a ridurla a nulla – il che è assurdo. Gli atomisti considerarono questo paradosso come una sfida a qualcunque teoria fisica che, come la loro, intendesse sostenere che ci sono atomi estesi ma indivisibili. Gli atomi devono essere estesi se devono potersi combinare per dare origine a corpi estesi più grandi. Devono anche essere indivisibili se devono essere componenti fondamentali ed entità dell’universo che persistino attraverso tutti gli altri cambiamenti. (…) Alla fine, sostiene la teoria atomistica, giungeremo a un punto in cui i pezzi, pur dotati ancora di una grandezza, non sono più divisibili neanche in linea di principio. Neanche il macchinario pù potente può spezzarli. Questi sono gli atomi.

In questo processo, quindi, mi sembra evidente come apparisse conveniente partire da qualcosa che è già di suo rarefatto come l’acqua, ma soprattutto l’aria e il fuoco: tutti elementi molto meno densi della dura terra. Questa visione cosi ingenua e al contempo illuminante, per certi versi era già stata colta da qualcuno. Mi riferisco a Teofrasto il quale, nel suo Opinioni di fisica3, parlando di Anassimandro, riferisce:

e dice che il comando non è né l’acqua, né qualcun altro dei cosiddetti elementi, ma una certa altra natura, qualcosa di indeterminato, dalla quale nascono tutti i cieli e gli ordinamenti in essi vigenti. Scrive intatti: “Ciò che dà luogo alla nascita delle cose che esistono produce anche, con la forza, la loro disfatta” e difatti “i contrari si pagano vicendevolmente la pena e l’ammenda del reato secondo un avvicendamento nel tempo”. Non si può dire che non abbia espresso questi concetti con le parole più poetiche.

Una “disfatta dei contrari che si pagano vicendevolmente” mi pare ben rappresentata nei tremendi impatti tra i fasci di protoni – accelerati a velocità spaventose da campi elettrici che, come abbiamo già detto, seguono un certo “avvicendamento nel tempo” – i quali, impattando tra loro, si distruggono rivelando l’esistenza di un intero zoo di altre particelle al loro interno.

In tal senso trovo illuminante ciò che dice il Moravia quando afferma:

L’àpeiron (da peirar, limite, quindi, letteralmente, “che non ha limiti”), non è un elemento, non è attributo di un elemento. Non è materia in senso aristiotelico: è quella physis, nel senso di una natura che diventa tutte le cose rimanendo se stessa.

L’àpeiron primigenio contiene i “germi” (gònima) dei contrari – e contrari sono caldo e freddo, asciutto e umido e così via, ai quali Anassimandro attribuisce un grande rilievo.

E, a proposito di caldo-freddo, contrari sono pure le temperature raggiunte all’interno del collider del CERN dove il termometro fa registrare oscillazioni tra gli 1,9 kelvin (-272 °C)12 e i 1011 °K.

Aristotele ci racconta che Anassimandro ebbe anche una idea alquanto interessante circa la geometria del cosmo nel centro del quale poneva il nostro pianeta (non lo indicava di certo in questo modo) spiegando questa idea nel seguente modo:

la terra si mantiene ferma grazie alla somiglianza. Infatti per qualcosa che si trovi al centro e collocato in modo simile in relazione agli estremi non è maggiormente appropriato muoversi verso l’alto piuttosto che verso il basso, o di lato. Poiché è impossibile che si generi un movimento simultaneo in direzioni opposte, essa rimane necessariamente immobile.

Un’idea traslabile dalla Terra ai fasci di protoni tenuti sospesi al centro dell’acceleratore dai magneti superconduttori che agiscono sul fascio “con somiglianza” da tutte le direzioni, tenendolo così al centro del collider.

Nel merito di questa discussione, trovo si inserisca in modo interessante anche il seguente passo del Warren:

Due cose emergono immediatamente: in qualche modo Eraclito riserva al fuoco un ruolo privilegiato come più importante tra i costituenti del cosmo. Il detto B39 identifica il cosmo con un fuoco eterno e B90 gli assegna la funzione di moneta nei vari scambi tra elementi descritti in B21a e B32h. Questa coppia di detti accenna a un sistema regolare e regolato di scambi tra elementi, in cui ciascun elemento o costituente cosmico (sono qui menzionati: il fuoco, il mare – che forse sta per l’acqua in generale – la terra e il fulmine) parte di una serie di trasformazioni che hanno luogo secondo rapporti o successioni rigorose. Tutto ciò ricorda certamente la descrizione che Anassimandro fa dell’ingiustizia e delle riparazioni tra costitiuenti cosmici, ed Eraclito senza dubbio risponde a queste speculazioni dei milesi. È anche probabile, sebbene il fuoco sia sicuramente la più importante delle varie cose che compongono il cosmo, che Eraclito non si impegni a farne un elemento costituitivo di ogni oggetto del mondo. La similitudine di B90 suggerisce che, proprio come quando compro un pezzo di pane per 70 pence, ha luogo uno scambio e il pane che mi porto via vale ma non è composto da 70 pence, così quando il fuoco diventa, per esempio, mare, quel mare in qualche modo vale o è equivalente a una certa quantità di fuoco, ma non è esso stesso fatto di fuoco. Più importante, certamente, è l’idea che ci sia una quantità fissa e regolare di fuoco che diventa una quantità fissa di mare. Tuttavia, possiamo porre direttamente in relazione questa spiegazione cosmologica con la concisa formula “tutte le cose sono uno”, poiché ci sono ragioni per vedere qui all’opera una concezione monistica materiale molto simile alla precedenti concezioni milesie: tutte le cose sono uno nella misura in cui esse sono costituite da questi elementi, e questi elementi sono unificati dalo scambio ciclico e dal fatto di essere tutti trasformazioni di un solo elemento: il fuoco.

Qui mi pare di intravedere una perfetta similitudine tra il fuoco, la sua equivalenza con altre sostanze e l’equivalenza massa-energia alla base della concezione moderna della fisica. Non solo le particelle, quindi, con il loro valore di enti elementari, ma anche e soprattutto il fatto che gli enti siano riassumibili con il loro contenuto di energia (fuoco) che fa sì che possanno essere comunque ordinati e classificati per come le loro masse si presentano al mondo, traducendo quell’energia in cose visibili e facilmente soppesabili per meglio e più istintivamente distinguerle le une dalle altre.

Questo articolo potrebbe forse indurre a pensare che io ritenga superiore il pensiero

Waiting-for-Higgs-Boson

Una delle vignette che ho realizzato anni fa per il CERN Bulletin: In search of God’s particle

 

fisico rispetto a quello metafisico. Nulla di più distante dal vero.

Pur notando come anche oggi il binomio ricerca fondamentale-politica, quindi “comando” (una delle traduzioni possibili di arché molto cara a quei presocratici attratti dal pensiero politico) goda purtroppo di ottima salute13, non voglio di certo affrontare in questa sede la discussione circa la possibile esistenza di un piano metafisico di qualche tipo.

Mi limiterei piuttosto a far notare come di sicuro il ritenere presente un piano dell’esistente sconosciuto, non visibile e non esperibile, da sempre stimola la ricerca in fisica fondamentale alla quale sembra proprio spettare il compito di “rosicchiare”, di “rubare” gradualmente spazio e temi al mondo delle pure idee.

Diceva Eraclito:

La natura delle cose ama nascondersi.

e anche:

L’armonia nascota è migliore di quella che si vede.

Esiste davvero questa armonia nascosta?

Esiste una realtà ultima, un segmento finalmente non più divisibile posto in fondo, alla base della realtà?

Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai, ma intanto mi premeva far notare come i pensieri dei presocratici potrebbero – forse potremmo addirittura dire ”dovrebbero” – essere inseriti nel primo capitolo dei libri di fisica così da far cogliere la natura molto umana di domande che giacciono nell’intersezione tra quelle che oggi si pongono i fisici e che da sempre assillano i filosofi.

In tal senso, mi ha sorpreso alquanto scoprire pochi giorni dopo il mio ritorno dal CERN che, quasi fosse un’esigenza maturata all’unisono in diverse teste (almeno due), nella rubirca ”scienza e filosofia” del mensile Le Scienze del mese scorso, Elena Castellani abbia deciso di raccontare qualcosa di simile alla mia esperienza parlando di argomenti di sicuro complementari a quelli qui sviluppati.

In quell’articolo diceva proprio di una gita fatta con i suoi studenti di filosofia ai laboratori ginevrini. Non c’è niente da fare: Filosofia e Fisica non possono proprio resistere alla tentazione di frequentarsi; si corteggiano, amoreggiano, alle volte si spingono anche oltre facendo del petting spinto e spero arrivino un domani ad ammettere l’atto completo, fregandosene bellamente del fatto che ogni tanto qualche genitore un po’ all’antica tuoni “questo matrimonio non s’ha da fare”.

Il vuoto credo esista; lo credo necessario, simile all’idea trascendentale di mondo in Kant: ci attira, attira la nostra fisica e risucchia la nostra curiosità impedendoci di immobilizzare il bisogno di assoluto.

Un vuoto, quindi, visto come spazio da colmare con movimenti mentali che ci condurranno a indagare sempre più in là, sempre più in basso, tagliuzzando alla Zenone tutto ciò che via via che ci si parrà davanti laddove al momento vediamo solo un buio profondo, terrificante, disumano.

Quello che Esiodo avrebbe definito l’”orrido” e che giace chiuso ermeticamente in uno scrigno che immagino con lati lunghi come il tempo e la lunghezza di Planck.

 

SZ

 

1 – https://home.cern/

2 – https://it.wikipedia.org/wiki/Oggetti_transizionali

3 – Capizzi, Antonio (a cura di), I presocratici, La Nuova Italia, 1984

4 – Moravia, Sergio, Pensiero e Civiltà, Le Monnier, 1984

5 – Per sapere di molti altri filosofi meno noti appartenenti alla categoria dei presocratici, consiglio di consultare il testo I presocratici a cura di Alessadro Lami (BUR) e una piacevolissima antologia del compianto Luciano de Crescenzo il quale, forte della italianità di alcuni dei suddetti pensatori e della sua corregionalità con l’ulteriore sottoinsieme degli eleati, propose un simpatico libretto nel quale compaiono alcuni autori da lui “scoperti” (per capire ciò che dico, si scorra l’indice di quest’opera: https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_filosofia_greca._I_presocratici).

6 – https://it.wikipedia.org/wiki/Le_avventure_di_Peter_Pan

7 – https://it.wikipedia.org/wiki/Large_Hadron_Collider

8 – https://it.wikipedia.org/wiki/Emisferi_di_Magdeburgo

9 – Warren, James, I presocratici, PBE, Einaudi, 2007

10 – Da I Presocratici, Bur, a cura di Alessandro Lami. Il termine “magnete” deriva dal greco μαγνήτης λίθος (magnétes líthos), cioè “pietra di Magnesia”, dal nome di una località dell’Asia Minore (Lidia), nota sin dall’antichità per gli ingenti depositi di magnetite (fonte: wikipedia).

11 – https://it.wikipedia.org/wiki/Teogonia_(Esiodo)

12 –

13 – Diogene Laerzio (Capizzi):

Tra i grammatici è da ricordare Diodoto, il quale attesta che il libro di Eraclito non trattava della natura, ma del governo dello Stato, e che gli accenni alla natura vi stanno dentro in funzione di modello

 

 

 

 

 

 

 

 

Quattro minuscoli buchi neri a pochi chilometri dalla Terra

$-buchini-neri-attorno-alla-terra

Quando sono stati scoperti “nella radio”, avevano una dimensione di 3,4 mm ed erano tutti e quattro costretti a condividere uno spazio di appena 34,6 x 9,7 x 12,8 mm.

Nonostante la grande prossimità tra loro (solo 2,4 mm di separazione tra l’uno e l’altro) da farli quasi sembrare un particolare di un tipico “Concetto spaziale”1 di Fontana2, essi non collassarono mai in un unico buco nero più grande, né generarono un’onda gravitazionale: in fondo, la massa di tutto il sistema non era che di 18.1 grammi… Con simili numeri, non era certo il caso di scomodare la relatività generale!

Piccola divagazione: attirare l’attenzione dei lettori, si sa, non è cosa banale.

Il titolo di un articolo, di un libro, di un film, … è di solito lo strumento principe per tentare di farlo: deve colpire il lettore promettendo ciò che probabilmente non verrà mai dato, ottenendo però che nel frattempo il malcapitato si avventuri nella lettura del primo capoverso: nell’epoca di Twitter, già questo costituisce un ottimo risultato…

Ecco perché mi trovo a chiedere scusa a te che, sapendomi astronomo, hai pensato (forse addirittura temuto) di trovare in questo articolo lo scoop circa l’esistenza di ben quattro oggetti stellari collassati e capitati nottetempo, non si sa come e in perfetto stile Interstellar3, 4, nei dintorni del nostro pianeta.

Mi sento di poterti tranquillizzare: la tua settimana non verrà turbata da proclami allarmistici e allarmati. Lo so: alcuni confidano proprio nel brivido fantascientifico che solo certe notizie possono donare, ma a mia discolpa confesserò che non ho mentito del tutto: nelle righe che seguono, parlerò davvero di quattro minuscoli forellini bui che si sono trovati a transitare nello spazio a poca distanza dalle nostre teste!

E non a caso ho deciso di farlo solo ora: questo articolo, oltre a celebrare ciò che presto scoprirete, serve anche a dare un contributo, spero un po’ diverso da tutti gli altri, alla grande narrazione dell’allunaggio di cui sabato prossimo festeggeremo il cinquantesimo anniversario.

Un allunaggio a lungo desiderato, preparato e ottenuto tramite diversi passi e numerose missioni durante le quali le nuove tecnologie che venivano via via messe a punto con quell’obiettivo, venivano sottoposte alla prova del buio oltre la siepe della nostra atmosfera.

Quindi, come si diceva, niente onda gravitazionale ottenuta dal collasso di buchi neri vicini.

Eppure di onde – anche se banalmente si trattava solo di onde sonore – quei quattro buchini neri il 6 Dicembre del 1965 ne hanno generate parecchie, e tutte molto piacevoli.

Infatti alcune delle otto piccole (9 mm di lunghezza) ance di ottone in essi alloggiate il 16 Dicembre del 1965 vibrarono nell’aria della capsula della missione Gemini VI5 per costruire il noto motivo Jingle Bell.

Sì, perché i quattro buchi neri altro non erano se non i fori di una Little Lady6, 7, una 4179AAMTXULpocket harmonica della Hohner che, come mi è stato riferito da Martin Häffner del German Harmonica Museum8, fu lanciata sul mercato nel 1923 e che nel tempo, unitamente all’astuccio che la conteneva, negli anni ha subito diversi cambiamenti estetici9.

Tra l’altro, lo stesso Häffner ha tenuto ad anticiparmi che per festeggiare i cento anni dalla creazione di questo fortunato modello tra i più piccoli mai costruiti10, 11, la Hohner ha intenzione di allestire presto, immagino nella sede di Trossingen, una mostra a esso dedicata.

Tornando ai buchini neri, una Little Lady all’epoca fu portata clandestinamente in orbita dall’astronauta Walter Shirra12, 13 nella missione Gemini VI. Si era in periodo prenatalizio e, accompagnato dai sonaglini14 suonati dall’astronauta Tom Stafford, Schirra, che era notoriamente un mattacchione, fece una serenata alla Terra suonando il celebre motivo natalizio15.

Come lo stesso Shirra riferì una volta rientrato sul nostro pianeta:

I started fooling around with the harmonica as a boy. Just a couple of the people at NASA knew that I planned on taking a harmonica with me. It was pretty close to Christmas, so I played “Jingle Bell”. It came out quite well. People all over the world sent me harmonicas. They put me in the Atlanta musicians’ union.16

Del resto, voce a parte, a causa di problemi di peso e spazio, all’epoca non era proprio consentito portare in orbita strumenti musicali: le norme molto rigide che dai primordi dell’astronautica regolamentano il trasporto dei cosiddetti “effetti personali” a bordo di una navicella spaziale, non erano state certo elaborate per motivi morali o estetici (anche se – Schirra lo sapeva bene – un’ armonica, per quanto piccola, non sarebbe di sicuro passata ai controlli…).

Piuttosto esse avevano e tutt’ora hanno a che fare con la sicurezza a bordo e con il bruto calcolo, non proprio banale17, di quanto peso in più dello stretto necessario è consentito all’equipaggio imbarcare su un razzo con dimensioni e peso dati e dotato di motori di una potenza adeguata ma comunque limitata.

Tornando al Jingle Bell di Schirra, credo valga la pena

sottolineare che, dopo aver udito quel “messaggio extraterrestre”, circa 40 milioni di americani hanno tentato di suonare l’armonica. Oggi forse definiremmo quell’astronauta un “influencer” che, se avesse avuto a disposizione i social, avrebbe diffuso il verbo armonicistico non solo urbi (il territorio statunitense), ma soprattutto orbi.

Quel messaggio da fuori l’atmosfera mi fa andare con la memoria a quell’altro di solito indicato usando l’acronimo LGM (Little Green Man): un segnale pulsato estremamente regolare e per questo capace di far sorgere il sospetto che a emetterlo nel tentativo di comunicare con noi fosse stato un “piccolo omino verde”, ovvero un alieno secondo una certa iconografia in voga negli anni ’60 e mai del tutto tramontata.

Jocelynn Burnell fu l’astrofisica che nel ’67  riconobbe per prima il tracciato radio di quel segnale e che, dopo aver ipotizzato che si trattasse di un tentativo di comunicare con noi terrestri a opera di un nostro coinquilino cosmico, lo interpretò in modo corretto, ovvero come la prima prova dell’esistenza delle radiopulsar18.Jocelyn Bell

La Bell aveva immaginato un omino verde, invece Tom Stafford, collega di missione di Schirra, prima che quest’ultimo si lanciasse nell’esecuzione in tongue blocking19 di Jingle Bells, fece intendere di avere avvistato un UFO, letteralmente un “oggetto volante non identificato”, la cui vera identità fu svelata proprio dall’ascolto del celebre motivetto: nelle loro intenzioni doveva trattarsi addirittura di Babbo Natale a bordo della sua slitta trainata da renne (!). Insomma, non certo un omino verde, bensì un omone vestito di rosso.

Più precisamente, le parole di Stafford furono:

We have an object, looks like a satellite going from north to south, probably in polar orbit….very low, looks like he might be going to re-enter soon….Standby one, you might just let me try to pick up that thing.

MuHa Weltall Münchner Abenzeitung 1965_12_17Val la pena qui ricordare che quel Jingle Bell fu il primo brano di musica suonato ”live” fuori dall’atmosfera del nostro pianeta. Questo implica che la Little Lady detiene il primato assoluto di primo strumento ad essere stato suonato nello spazio. Un primato che, come mi ha segnalato Roger Trobridge, grande armonicista britannico ed esperto di storia del nostro strumento, ha spinto la Hohner a commemorare l’esibizione di Schirra con una edizione speciale della Little Lady20.

Da allora non so quanti altri esperimenti musicali siano stati condotti in orbita. Ricordo che di recente ha avuto un enorme successo mediatico la bella performance dell’astronauta canadese Chris Hadfield che si è fatto riprendere mentre, accompagnandosi con una chitarra, dopo cinque mesi di permanenza nello spazio, diceva addio alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) cantando Space Oddity di David Bowie21. Come giustamente Hadfield fa notare22:

When you’re a long way from home — when you have left the planet — it’s really important not just to take care of all of the technical stuff, but also to take care of the people.

Un’affermazione che fa capire come, rispetto ai tempi pionieristici di Schirra e Stafford (i due, non dimentichiamolo, dovettero tenere nascoste alla NASA le loro intenzioni musicali fino al momento in  cui si esibirono via radio), oggi vi sia una normale inversione di tendenza negli ambienti che si occupano di ricerca aerospaziale.

Le oramai lunghe permanenze degli equipaggi in orbita, nonché un certo bisogno degli enti di ricerca di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica così da rendere più accettabili le ingenti spese che quel genere di ricerche implicano, fanno sì che fare video, foto, musica fuori dall’atmosfera sia attualmente ritenuto una fondamentale forma di rispetto per il morale e la sensibilità degli astronauti e di quanti rimangono qui al suolo tenendo lo sguardo al cielo.

Inoltre, dal confronto dei due casi Schirra-Stafford e Hadfield, si può evincere che la quantità di “effetti personali” imbarcabili su un vettore è nel tempo cambiata in proporzione all’aumento di potenza dei motori e all’aumento di spazio disponibile pro-capite: se il cosiddetto PPK (Personal Preference Kit) per Schirra & Co. si riduceva al contenuto di un sacchetto23, 24, nei decenni esso è cresciuto fino a consentire finanche il trasporto di una chitarra (!)25.

Nel tentativo di scoprire di più circa la storia e la produzione di quel piccolo gioiello di meccanica che è la Little Lady (che ribattezerei come l’ “armonica delle sfere”), quella “singolarità” nel mondo degli strumenti musicali, vera protagonista di questo articolo e minimo comune multiplo fra tutte le vicende qui raccontate, ho consultato molto di ciò che di disponibile vi è in rete e sui libri che sono riuscito a reperire.

2012-08 pmccartneyHo così scoperto che molti divi come ad esempio Paul Mc Cartney e Cate Blanchett si sono divertiti a farsi ritrarre con questa armonichina tra le labbra.

Tra i libri consultati, non è possibile non citare la meritatamente nota Encyclopedia of the harmonica26 di Pete Krampert grazie alla quale sono venuto a sapere che questo strumentino è all’origine della passione per l’armonica finanche del grande Stevie Wonder il quale, ricevutala in regalo, dopo averla suonata per un po’, è rapidamente passato alla cromatica con esiti ben noti a tutti.

In generale, però, ho scoperto che la storia dei singoli modelli spesso rimane sconosciuta anche agli addetti ai lavori. Di sicuro vi saranno archivi nei quali giacciono tutte le informazioni che potrebbero interessare per condurre una ricerca storica degna di questo nome, ma la cosa non sembra essere una priorità nemmeno dei costruttori.

Il già citato Gerhard Müller, Product Manager del settore armoniche della Hohner mi ha comunque assicurato che:

Tutte le parti come il pettine di legno (legno di pero), le piastre porta-ance in ottone, le ance in ottone e le piastre di copertura in acciaio inossidabile vengono prodotte a mano da personale qualificato. Questo significa che nella produzione di questo strumento non vengono utilizzate macchine controllate automaticamente. La Little Lady viene venduta in oltre 80 paesi in tutto il mondo.

Bild 10 Hohner and Hollywood 1923

Bild 10 Hohner and Hollywood 1923. Source: German harmonica and accordion museum

Confesso che, quando ho deciso di iniziare questa piccola ricerca, nutrivo anche la speranza di reperire eventuali disegni originali, notizie sull’ingegnere che l’ha ideata e progettata, nonché altri documenti utili a delineare meglio la storia di questo piccolo strumento, ma pare che nulla di tutto ciò sia di facile reperibilità ad eccezione di due documenti (li trovate qui di fianco) davvero interessanti che mi sono stati forniti da Martin Häffner (anche lui già citato in precedenza).

Da essi si può evincere ciò che è stato già anticipato, ovvero che nel 1923 lo strumento di sicuro esisteva e che nel 1978 ha subito alcune variazioni nell’aspetto esteriore.

1978-10

Source: German harmonica and accordion museum”.

Se da un lato non è stato possibile sapere alcunché sull’oscuro ideatore di questo piccolo modello di armonica, dall’altro è stato davvero facile reperire materiale circa il nostro “collega”, l’astronauta-armonicista Schirra27.

In particolare, leggendo il bel libro La stoffa giusta di Tom Wolfe28, di informazioni su questo personaggio, vero protagonista dell’era pre-allunaggio, ne ho trovate decisamente tante.

Nel libro il nostro eroe ricorre spesso con la sua incredibile capacità di pilotare pericolosissimi prototipi mantenendo sempre una assoluta freddezza e un autocontrollo quasi disumani, per poi, di contro, diventare decisamente umano nella vita di tutti i giorni. Eccone un primo variopinto ritratto che ne delinea l’autore del libro:

 

Shirra, a trentacinque anni, aveva eccezionali precedenti in combattimento ed era il genere di persona che in tutta evidenza stava ottenendo successo in Marina. Si era diplomato all’Accademia navale e sua moglie Jo era la figliastra dell’ammiraglio James Holloway, che fu al comando del teatro bellico del Pacifico durante la Seconda guerra mondiale. Wally Schirra aveva preso parte a novanta missioni di guerra in Corea e abbattuto due Mig. Era stato scelto per il collaudo iniziale del missile aria-aria Sidewinder a China Lake, in Califronia, aveva collaudato l’F-4H per la Marina alla stessa Edwards – tutto ciò prima di aggregarsi al Gruppo 20 per completare il suo addestramento al volo di collaudo. Wally godeva di molte simpatie. Era un tipo tracagnotto con un gran faccione sincero, dedito alle burle, a sonnellini cosmici, alle auto veloci e a tutti gli altri modi per “mantenere una costante tensione”, per usare uno schirraismo. Era un burlone del genere più amabile. Telefonava e diceva: “Ehi, devi venire qui a trovarmi! Non indovineresti mai che cos’ho catturato nei boschi… Una mangusta! Non sto scherzando… una mangusta! La devi vedere!” E ciò suonava talmente incredibile che andavi da lui a dare un’occhiata. Wally posava su un tavolo una scatola che sembrava fungere da gabbia, e diceva: Ecco, apro un poco il coperchio così la puoi vedere. Ma non metterci dentro la mano, perché te la stacca. Questa bimba è dispettosa”. Ti chinavi per dare un’occhiata e – tombola! – il coperchio si splancava con violenza e quella grossa striscia grigia balzava verso la tua faccia – e, bé, mio Dio, veterani dell’aria rinculavano terrorizzati, buttandosi sul pavimento – e solo dopo realizzavi che la striscia grigia era una specie di finta coda di volpe e che tutta quella cosa non era altro che una scatola col pupazzo a molla, stile Schirra. Era uno scherzo rozzo, a dirla tutta, ma la gioia che Wally traeva da cose come questa arrivava come una mareggiata, un’ondata talmente possente da trascinarti in avanti malgrado te stesso. Un sorriso di una trentina di centimetri gli si allargava sul viso e le gote sgorgagano in un paio di pance da angioletto, sul genere natializio, un’incredibile risata da druido barcollante veniva su dalla gabbia toracica scuotendo e rimbombando, e lui diceva: “Te l’ho fatta!”. Erano famosi i “te l’ho fatta!” di Schirra. Wally era una di quelle percsone che non si preoccupano di mostrare le loro emozioni, felicità, rabbia, frustrazione e così via. Ma nei cieli era freddo quanto chi l’aveva concepito. Suo padre era stato un asso nella prima guerra mondiale, aveva abbattuto cinque aerei tedeschi, e dopo la guerra sia il padre che la madre si erano esibiti in acrobazie aeree. Nonnostante tutta la sua voglia di far baldoria, Wally era assolutamente serio riguardo alla carriera. E quello era il suo atteggiamento mentale ora che si trovavano di fronte a quella faccenda dell’”astronauta”.

La storia, come spesso accade, si ripete: se i pionieri, i coloni, i cercatori d’oro, grazie alle sue dimensioni ridotte, al basso costo, alla facilità con la quale si emettono gli accordi fondamentali della musica popolare e al suo suono caldo ed evocativo, trovarono nell’armonica diatonica un’ideale compagna di viaggio per la conquista del Far West, anche i coloni dello spazio, per motivi del tutto simili, hanno scoperto che questo strumento merita un suo piccolo posto nella grande narrazione della conquista del nostro vicinato cosmico.

E se lo chiamassimo il Far Up (o il Far Out?).

SZ

 

Per scrivere questo articolo, ho ricevuto l’apporto fondamentale di diversi amici e professionisti che mi sembra giusto ringraziare pubblicamente: si tratta, in ordine alfabetico, di Martin Häffner, Gerhard Müller, Alessandro Quintino, Leonardo Triassi, Roger Trobridge.

1- https://www.valutazionearte.it/blog/eventi/concetto-spaziale-terra-e-oro-a-galleria-borghese/attachment/concetto-spaziale-1961-lucio-fontana/

2- https://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Fontana

3-https://squidzoup.com/2014/11/20/un-film-fantascientifico-avvincente-e-scientificamente-esatto-fallo-tu/

4- https://squidzoup.com/2014/11/25/lamore-ai-tempi-di-interstellar/

5-https://it.wikipedia.org/wiki/Gemini_6

6-https://www.hohner.de/en/instruments/harmonicas/diatonic/miniatures/little-lady

7- In questa pagina si trova un dato non riportato dalle altre: il peso di questo strumento:

https://www.amazon.co.uk/HOHNER-39-Hohner-Harmonica-Little/dp/B000XEFN1Y

8- Sito del Museo dell’Armonica a Trossingen: https://harmonika-museum.de/en/start_e/

9- In questa pagina si può vedere come apparivano sia la Little Lady che il suo astuccio (sembra di cartone, come quello di altri modelli più grandi) prima che prendesse l’aspetto attuale:

https://www.rubylane.com/item/134693-MS–1176/Miniature-Toy-Harmonica-x93Little-Ladyx94-Hohner?search=1

10- In questa pagina è possibile vedere diversi modelli di mini armoniche che per dimensioni minime e minimo numero di ance, concorrono con la Little Lady e spesso vincono il confronto:

https://riskas513.blogspot.com/2018/12/docs-vintage-harmonica-collectables_31.html

11- Altra pagina con diversi esempi di mini armoniche in commercio e costruite da marche diverse dalla Hohner:

https://thea.com/2/Harmonica-Mini-Harmonica/

12- https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Schirra

13- https://www4.ti.ch/can/oltreconfiniti/dal-1900-al-1990/vite-di-emigranti-e-discendenti/?user_oltreconfiniti_pi1%5BidPersonaggio%5D=683

14- Gli strumenti di Stafford e Schirra esposti allo Smithsonian National Air and Space Museum:

https://airandspace.si.edu/stories/editorial/tom-stafford%E2%80%99s-jingle-bells-and-wally-schirra%E2%80%99s-harmonica

15-La registrazione della trasmissione tra Stafford, Shirra e il centro di controllo durante la quale i due astronauti suonano Jingle Bell:

https://www.youtube.com/watch?v=RmsOmqf7Hso&list=RDRmsOmqf7Hso&start_radio=1&t=68

16- Field, Kim, Harmonicas, Harps, and Heavy Breathers: The Evolution of the People’s Instrument, https://www.amazon.com/Harmonicas-Harps-Heavy-Breathers-Instrument-ebook/dp/B00BZC1UTM

17- Consiglio la lettura della sezione 11.5 intitolata Restricted Staging in Field-Free Space del seguente testo: Curtis, Howard, Orbital Mechanics for Engineering Students, Elsevier Aerospace Engineering Series, http://www.nssc.ac.cn/wxzygx/weixin/201607/P020160718380095698873.pdf

Lì si parla anche del caso specifico del cosiddetto payload della Gemini sulla quale viaggiò Schirra.

Ringrazio  l’ingegnere aerospaziale Alessandro Quintino che me lo ha gentilmente suggerito

18- Una storia affascinante che val la pena di farsi raccontare direttamente dalla protagonista: http://www.bigear.org/vol1no1/burnell.htm

19- All’ascolto, sembra trattarsi della classica tecnica del Tongue-Blocking usato “a martello” per ottenere l’effetto di accompagnamento ritmico e armonico di cui potete trovare una descrizione nell’interessante articolo di Luigi Orrù all’indirizzo: https://www.doctorharp.it/riflessioni-sul-tongue-blocking-blocco-con-la-lingua-o-coprendo-di-luigi-orru/

Può darsi, invece, che sia un sovrapporsi delle frequenze dell’armonica e quelle dei sonaglini suonati da Stafford, il tutto reso ancora meno intellegibile dai rumori tipici dell’ambiente della capsula e dai disturbi tipici delle trasmissioni radio dell’epoca. Per sapere qualcosa di più circa i rumori di quegli ambienti, consiglio di consultare il capitolo 13 del libro di Neil F. Comins Viaggiare nello spazio – Guida per turisti galattici, Kowalski, 2007

https://www.amazon.it/Viaggiare-nello-spazio-turisti-galattici/dp/8874967233

20- https://www.mandoharp.com/Harmonicas/152786-HMIN_Hohner_M91560_LittleLadyAR/index.html

21- https://www.youtube.com/watch?v=lc8BcBZ0tAI

22- http://www.vancouversun.com/technology/astronaut+chris+hadfield+space+station+guitar+built+vancouver/8414940/story.html

23- Contenuto “dichiarato” (manca la voce “harmonica Little Lady”) del Goodie Bag di Schirra: http://www.collectspace.com/resources/flown_gt6_pltppk.html, http://spaceflownartifacts.com/flown_ppks.html

24- Informazioni aggiuntive sui PPK: https://www.forbes.com/sites/quora/2018/06/26/how-many-personal-items-can-astronauts-bring-to-space/#7a8898963a30

25- Le tabelle riportate in questa pagina consentono di apprezzare come al variare dei vettori siano cambiati nel tempo i pesi dei PPK:

http://spaceflownartifacts.com/flown_ppks.html

26- https://www.amazon.com/Encyclopedia-Harmonica-Mr-Peter-Krampert/dp/0786658959

27- https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Schirra

28- https://www.librimondadori.it/libri/la-stoffa-giusta-tom-wolfe/

29- A partire dal 1862 la Hohner iniziò a importare i suoi prodotti anche in territorio americano. Fonte:

http://harmonicatunes.com/harmonica-history/