Omen-Verbum: Sunti a Parole

Il-peso-di-una-vita-letteraria

 

A rischio di essere considerato snob, autocelebrativo, radical-chic, desideroso di apparire intelletuale (magari è vero, ma chi mi conosce, sa bene quali siano i limiti di simili commenti), confesserò che per me il sinonimo di “radio” è Terzo canale della RAI.

Se ascolto la radio, non riesco a sentire altro: mi piace ciò che propone e mi scopro disposto a trovare interessanti anche i palinsesti di trasmissioni che sulla carta non dovrebbero piacermi affatto (anche se, alle volte, Hollywood party…).

I motivi sono tanti, ma siccome non voglio star qui a fare un’apologia precisa di quel canale (chissà, magari un giorno…) che ascolto ogni mattina, specie se sono in macchina, mi limiterò a dire quale opportunità quell’ascolto mi ha regalato oggi: nel programma “Pagina 3” che passa in rassegna le notizie più interessanti delle pagine culturali di testate cartacee o on-line, è stato annunciato che nella rubrica R2 Cultura del quaotidiano La Repubblica avrei trovato un articolo per me interessantissimo di tale Ben Blatt.

Comprato il giornale, trovato l’articolo. Si intitola “Scrittori che usano sempre le stesse parole” e in esso l’autore spiega che, usando un programma di sua invenzione per trovare ricorrenze nel linguaggio degli scrittori che indichiamo come “autori di classici” (quelli, per intenderci, facenti parte di quel solidissimo blocco di autori che viene consigliato a tutti, grandi e piccoli, di leggere per capire cosa significhi la parola “letteratura”), si possono scoprire cose molto interessanti e insospettate del loro stile.

Dando quindi in pasto al suo programma intere bibliografie, si scopre che Ray Bradbury, fenomenale scrittore di fantascienza e autore anche di sceneggiature di film come quella di Moby Dick, a causa di fervidi ricordi connessi con la dispensa di sua nonna, straripante com’era di condimenti per i cibi e di odori anche esotici – usa più di ogni altra (e più di ogni altro autore) la parola “cannella”.

Blatt elegge simpaticamente ad esempio il caso emblematico di Bradbury e nel suo articolo prende a indicare con l’etichetta “parole cannella” quelle che di volta in volta il suo programma scopre ricorrere negli scritti dei vari Nabokov, Austin, London, ….

In un caso del tutto simile a un’ equazione letterale – mai metafora mi è parsa così azzeccata – se dicendo omen-nomen associamo ad alcuni nomi, caratteristiche comportamentali o fisiche di particolari individui, leggendo l’articolo di Blatt si scopre che alcune carriere letterarie possono essere riassunte interamente dalle parole che più di frequente gli autori usano.

Non sarà certo il caso della cannella di Bradbury il quale non credo sia famoso per aver scritto romanzi di fantacucina (confermi, Mariantonietta? 😀 ), ma scoprire che Jane Austin, forse a sua insaputa, amasse al di sopra di tutte le parole “attrazione”, “cortesia”, “imprudenza”; che la Christie, evidentemente per una riflessa deformazione professionale di molti suoi personaggi, privilegiasse i termini “inchiesta”, “alibi”, “spaventoso”; che la penna di Charles Dickens scrivesse spessissimo “accorato”, “angoscia”, “ricongiunto” e che invece Tolkien fosse particolarmente attaccato ad “elfi”, “orchetti”, “stregoni”, mi fa pensare che l’equazione sia valida in molti casi e che il suo grafico presenti poche discontinuità.

Si scopre così che qualche altro scrittore esagera con il colore “malva” in quanto “vedeva i colori delle parole” e che altri ancora usano e abusano di intere parafrasi, di modi di dire, di frasi fatte quasi si tratti di vere e proprie “cadenze musicali” obbligatorie prese da un repertorio “musicale” riconoscibilissimo.

Parlando di “cadenze”, di “repertorio”, di qualcosa metaforicamente definibile “musicale”, non può che tornarmi alla memoria un altro articolo che ho scritto in questo stesso blog. In esso esaminavo la “lingua” di un grande musicista, evidenziando il suo uso continuo di alcune formule – incidentalmente faccio osservare che in musica ci ostiniamo a chiamare queste formule col termine di “frasi” – che caratterizzavano il suo stile.

In fondo, stiamo parlando della stessa cosa e sono banalmente sicuro che un simile approccio darebbe gli stessi frutti se applicato ai dipinti, i disegni, le formule, le forme, i movimenti, … di pittori, fumettisti, scienziati, scultori, ballerini, … se solo fossimo capaci di esaminarli o se, una volta stabilito di essere in grado di farlo, ne avessimo voglia

Un altro ricordo che riaffiora nella mia memoria è quello connesso a un breve racconto scritto da un mio collega napoletano del Master in Comunicazione della Scienza, tale Francesco Scarpa, fisico, col quale eravamo amici ma che poi, una volta finito quel corso di studi, ho perso di vista.

Durante il corso di scrittura creativa, ci venne dato il compito di scrivere un racconto breve e il suo partiva da un’idea che all’epoca mi piacque molto. In esso si parlava di uno scienziato che aveva inventato una bilancia per “pesare le parole”. Un’idea un po’ nerd, da fisico, appunto, ma molto carina. Scaturita da un noto modo di dire usato per invitare  a “moderare i termini” quando si parla di qualcuno o qualcosa o parlando a qualcuno di molto importante e/o temibile, credo che in quella storia l’inventore arrivasse a misurare davvero il peso in grammi di unità di linguaggio.

Lo confesso: all’epoca ho invidiato molto Francesco per questa sua idea. In qualche modo, pur rimanendo sempre sua, la sto facendo mia parlandone qui.

Dall’unione dell’idea del mio collega e da quella alla base dell’articolo di Blatt, nasce l’illustrazione di questo articolo. Ovunque tu sia, non volermene, Francé!

Tornando all’articolo di Blatt, più che riguardare certe ricorrenze come un difetto, mi unisco al critico inglese nel suggerire di provare a ritenerle elementi fondamentali alla base di uno stile, quasi siano un abbigliamento linguistico che contraddistingue l’eleganza di quell’autore, la praticità di quell’altro, la velocità, la volgarità, l’acume, la sintesi, … di altri autori ancora la cui “cifra stilistica” la si ritrovava “in quel non so che” che ora sappiamo, almeno in parte, cosa è: si tratta dell’uso reiterato di alcune parole cannella e, più in generale, di formule linguistiche capaci di creare un colore, un ambiente, un atmosfera, una firma.

L’articolo su Repubblica possiede un ulteriore pregio, chiudendosi in un modo che non può che trovarmi lì a risuonare giocondo per l’affermazione:

“Alcune persone sono diffidenti all’idea di combinare arte e scienza, o parole e numeri, ma io penso che se fatta nel modo giusto sia un’unione meravigliosa. Scorrere una lista di parole preferite non è la stessa cosa di leggere una storia ben costruita, ma se vista alla luce dell’intera carriera di un romanziere, anche tre semplici parole possono offrire una finestra illuminante su uno stile e raccontare una loro storia.”

Tempo ben speso, quello ad ascoltare il mio canale preferito.

E soldi ben spesi nell’aver comprato un intero giornale scoprendo ancora una volta quanto in generale non mi piaccia e quanto spesso, nonostante tutto, lì si trovino perle nascoste in pagine dedicate ad argomenti a ben vedere sempre uguali (cosa fa Renzi, cosa pensa Salvini, quanto vince la Juve, …) che oramai da tempo non mi catturano più.

Va a finire che sono davvero snob.

SZ

 

Mandare in Fumetto la Scienza

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Il 9 Aprile scorso, era una Domenica, ho preso parte a uno stimolante dibattito su “Scienza e Fumetto” svoltosi a Trieste per la manifestazione “Scienza e Virgola” organizzata dal Master in comunicazione della Scienza della SISSA.

Lì, assieme a Francesca Riccioni, autrice di Enigma disegnato da Tuono Pettinato e di Il segreto di Majorana realizzato graficamente da Silvia Rocchi, sono stato intervistato dal giornalista scientifico Michele Bellone.

Giocavamo tutti in casa: sia io che Michele e Francesca siamo ex “sissini” e dalla SISSA, tra studenti e docenti, arrivavano anche molti altri convenuti.

Durante la discussione, condotta magistalmente da Michele e di sicuro agevolata dall’ambiente accogliente dello storico Caffè Libreria San Marco, tra specchi e arredi dal sapore vagamente Art Decò, libri e sorrisi, sono emersi spunti molto interessanti.

Interessante dal mio punto di vista è stata soprattutto la benevola contrapposizione, a dir poco netta e ben esemplificata dalle posizioni mia e di Francesca seduti come eravamo in posizione simmetrica ai due lati dell’”asse” Bellone, su come debba essere interpretato il ruolo del fumetto nell’ambito della narrativa scientifica.

Lei, ad esempio, si diceva del tutto disinteressata a fumetti didattici e divulgativi che affrontassero da vicino i temi scientifici, preferendo invece sondare le vicende umane dei personaggi che la scienza l’hanno fatta. I suoi due lavori, entrambi molto belli, parlano bene di questa sua preferenza, incentrati come sono sulle peculiari vicende personali di Alan Turing e di Ettore Majorana.

A farle da contraltare c’ero io che, nel mio approcciare al fumetto scientifico, mi sento attratto da tutti i possibili spunti narrativi – e questo significa che vi è anche una certa sovrapposizione con l’interesse di Francesca per l’aspetto storico-biografico della scienza – dai quali non escludo quelli che, umoristicamente o seriamente, si propongono di spiegare qualcosa arrivando persino a inserire le formule nelle vignette.

Come lì ho avuto modo di dire, stimolato dalle domande di Michele, per me la scienza è narrazione: una descrizione particolare dei fatti scritta con un linguaggio che consente di porre domande non ambigue alla Natura e di ricevere da essa risposte dello stesso tenore.

Questo aspetto è complementare a quello, di sicuro narrativo, comprendente le vite e le vicende di chi la scienza la fa, ma riconoscendo anche un aspetto narrativo in tutto ciò che è scritto in matematichese, in fisichese, in chimichese, …, ritengo che l’esclusione a priori della parte più tecnica dal mondo del fumetto possa delinearsi solo come una perdita enorme e difficile da giustificare.

Dopo aver espresso questa mia visione e aver riassunto velocemente quanto già raccontato in un articolo pubblicato qui sul blog, nell’intervista che mi ha fatto Alfredo Sessa e nell’introduzione del mio libro Pianeti tra le Note, ho raccontato come circa un anno fa ho scoperto di disegnare non fumetti, bensì “concept comics”.

Si tratta di fumetti usati per la didattica e la divulgazione di diverse materie – dalle scienze cosiddette “dure” a materie lettararie, artistiche, economiche, … – e gestiti in vari modi così da coadiuvare le più banali esigenze informative come anche le più sofisticate tecniche pedagogiche.

Sorprendentemente, non solo non sapevo nulla di questo nuovo ambito di studi, ma ho scoperto anche che vi è già una nutrita letteratura al riguardo e che, caso strano, vede soprattuto attivi specialisti dell’europa dell’est. Ad esempio, secondo il biologo croato Mico Tatalovic:

“They can be used by teachers as a lesson starter, to determine students’ prior knowledge (such as existing scientific vocabulary, preconceptions and misconceptions), to motivate students to ask questions, and to help gauge students’ understanding of science topics by allowing them to produce their own comics and punchlines. With older groups, the comics could be set as preparatory homework for subsequent classroom discussion of the story’s scientific merit and credibility.”

Possono essere fumetti concepiti al solito modo, ovvero come storie senza nessuna particolarità se non quella di trattare temi particolari dopo averli incastonati, a volte mimetizzati, quasi, in una vicenda che faccia da cornice al fine di non farli sembrare solo complesse infografiche. In alternativa, possono adottare alcune semplici ma efficaci strategie così da saggiare l’attenzione e la comprensione del pubblico al quale vengono sottoposti.

Come? I modi possono essere tanti. Ad esempio, si possono inserire qua e là nel corso della storia dei baloon vuoti che il lettore viene chiamato a riempire con un testo di raccordo tra ciò che precede e ciò che segue, dimostrando(si) così di aver capito quanto si sta raccontando e consentendo anche al docente di valutare se vi sono o meno buchi logici nella narrazione adottata.

In alcuni casi, si può anche arrivare a chiedere agli studenti di disegnare un’intera vignetta mancante, corredandola anche di un testo adeguato così da dare un quadro più completo della comprensione del tema e del grado di coinvolgimento raggiunto durante la lezione.

Oltre ai vantaggi didattici appena rivelati, ve ne sono molti altri che avrebbero il potere di espandere la discussione fino a renderla non contenibile in un semplice articolo di blog, ma di alcuni di essi mi piace dire qualcosa perché sono quelli che più mi hanno colpito.

É il caso, ad esempio, di ciò che segue: quando e se spieghiamo ai ragazzi che la scienza è anche narrazione – e da questo punto di vista, recitano la parte del leone le vicende umane degli scienziati capaci di dare quella profondità storica che da sempre manca all’insegnamento delle materie scientifiche  e che invece è preponderante nella didattica delle materie umanistiche -, corriamo il rischio di dar loro ancora una volta uno spunto che sortirà, come spesso accade, un atteggiamento di passiva e acritica accettazione.

“La scienza è narrazione. Lo ha detto il professore, quindi, se me lo chiedono, devo rispondere di sì”.

Chiedere ai ragazzi di completare il testo o addirittura le vignette di una storia a fumetti, che si tratti o meno di una storia biografica, fa convogliare la loro attenzione nella direzione della comprensione di quanto narrato, rendendo il materiale didattico vivo in quanto storicizzato e inquadrandolo in uno schema logico, ma anche cronologico, di cose che vengono prima e di cose che seguono.

In questo caso, l’informazione che la scienza è cosa viva in quanto fatta da uomini e che, come nel caso della storia della letteratura o in quello della storia dell’arte, la componente umana (conquiste, errori, ripensamenti, opposizioni, …) è fondamentale, scaturisce non da una affermazione apodittica dell’insegnante, ma da un personale prendere atto che le cose vanno davvero così: lo studente sperimenta la storia della scienza, prendendo su di sé la responsabilità di connettersi con quel flusso di eventi, di entrarci dentro, farlo proprio e dare il proprio contributo personale.

A questo punto, che si tratti di completare la vignetta con idee scientifiche o che si tratti di continuare la vicenda umana dei personaggi, il lettore si trova egli stesso coinvolto:  farà parte della storia, la sentirà e si troverà a viverla sulla propria pelle. A modo suo, e a un livello variabile, ma sempre superiore per coinvolgimento a quello adottato da chi supinamente ascolta una lezione senza davvero interagire con quanto ascoltato, il lettore “farà scienza”.

In fondo, non tutti coloro i quali si occupano di ricerca poi si troveranno ad essere degli Einstein, dei Darwin o a vincere un Nobel. Tutt’altro. Orde di scienziati –  veri e propri “manovali” o “braccianti del pensiero” – ogni giorno macinano quantità enormi di dati grezzi alla ricerca di poche perle alle volte del tutto assenti. Lo fanno lavorando nell’anonimato, stando al chiuso di contenitori chiamati “istituti di ricerca” nei quali compiono azioni grosso modo ripetitive, senza la minima certezza che questo comporterà un giorno fama e ricchezza.

Il contributo dello studente che agisce di suo pugno in una storia a fumetti sulla scienza diventa quindi uno strumento perfetto per introdurlo al concetto di lavorare per un obiettivo scientifico, in una cornice di onesta e disinteressata collaborazione sociale tra pari.

Un altro aspetto non da meno, che rende i concept comics molto interessanti, è a mio parere quello che ha a che fare invece con storie che non implicano questo coinvolgimento diretto e che chiedono solo di essere lette, senza che il lettore possa apportare un contributo concreto come nei casi descritti prima.

In diversi articoli che ho trovato sull’argomento concept comics, le avventure che classicamente narrano le vicende di un protagonista nel quale sia facile identificarsi vengono molto apprezzate in quanto rendono particolarmente facile un importante e desiderabile processo di identificazione tra il lettore e il suo eroe.

Quando questo transfert effettivamente si verifica, lo studente non vive più il suo solito imbarazzo nel fare domande che possano suscitare l’ilarità della classe o la reazione antipatica del professore. A vivere tutto questo in sua vece è il protagonista del fumetto che consente al lettore di vivere per interposta persona l’esperienza a volte molto difficile dello studente alle prese con temi e docenti/compagni difficili.

A questo punto, il lettore può decidere, cosciamente  o incosciamente, di immedesimarsi nel docente, nello studente, nel compagno di classe che rispettivamente spiega, tace, prende in giro, … trovandosi così a poter oggettivizzare il ruolo che lui stesso gioca in classe e scoprendo quali siano i limiti del suo agire e del suo modo di pensare come anche dell’agire e del pensare altrui.

In chiusura di questa puntata di un trend che oramai si è venuto a creare in Squid Zoup, annuncio che presto tornerò a parlare in questo spazio virtuale di fumetto, descrivendo le strategie che sto adottando nella costruzione di alcune storie di divulgazione astrofisica che sto ideando e disegnando per l’istituto cileno di ricerca astrofisica MAS.

Prima di chiudere, mi prendo ancora poche righe per sottolineare l’importanza di  manifestazioni come quella triestina e di altre ricavate all’interno di spazi dedicati in festival della scienza come anche del fumetto, capaci di intercettare una tendenza che forse non è saltata sufficientemente all’occhio dei più, ma che può essere apprezzata notando come varie case editrici si siano impegnate in operazioni di questo tenore.

Si veda, ad esempio, la Scienza Papera della Disney, I Manga della Scienza promossi da Le Scienze, più altre puntate singole ispirate ad argomenti scientifici vari e pubblicate negli albi della Bonelli e di altre case editrici da sempre dedicate all'”arte sequenziale”.

SZ

Lettere Divulgative a un Figlio Lontano – Un terzo bonus di 24 ORE di visibilità

Mammouth-Zoup

Nel Domenicale di domani, Domenica 17 Aprile 2017, dovrebbe esserci (a volte l’editoria riserva sorprese dell’ultim’ora…) di nuovo un mio fumetto intitolato “Un orologio… a tempo”. É la terza volta che capita, dopo il 29 Gennaio e il 26 Febbraio, e la cosa ovviamente mi gratifica, rimpinguando energie mentali che spesso mi vedono “in riserva”.

Quale occasione migliore, allora, per raccontare quale sia il mio modo di pormi davanti a questa opportunità? Quale momento migliore per capirmi meglio, descrivendo(mi), spiegando(mi) quale sia la strategia che ho deciso, più o meno consciamente, di adottare nel costruire queste brevissime storie domenicali?

In un primo momento, ho pensato al testo che segue come a qualcosa che potesse trovare spazio nel sito del SOLE 24 ORE, ma poi Alfredo Sessa, responsabile della pagina, mi ha fatto notare che, eccezion fatta per alcuni spunti di interesse più generale, il testo fosse così personale da risultare molto più adatto a questo mio spazio.

Se state leggendo qui queste parole è proprio perché non ho potuto fare a meno di scoprire, rileggendomi, che aveva perfettamente ragione.

Senza quindi indugiare ulteriormente in introduzioni varie, prefazioni, preamboli, fronzoli, ecco quanto scrivevo in preparazione dell’uscita di, si spera, domani.

Buona lettura, sempre che vi vada di leggerlo.

Prima di iniziare a disegnare le mie brevi storie per il Domenicale, ho dato un’occhiata preventiva a quanto fatto dai colleghi che mi hanno preceduto su quella pagina. Questa breve indagine ha fatto emergere un carattere ondivago, come è normale che sia, degli approcci comunicativi: quello è chiaramente uno spazio dedicato ai più piccoli, ma nel quale la volontà di coinvolgerli viene coniugata quando in modo “classico”, ovvero con disegni dal tratto ampio, dai colori distesi e dai testi diradati, quando con un tratto un po’ più adulto caratterizzato da una maggiore densità e spigolosità dei segni e testi più ambiziosi.

Tutto ciò mi è sembrato normale, anzi, è del tutto normale: a parte prevedibili e necessarie variazioni di approccio da parte dei diversi autori, l’obiettivo stesso del comunicare ai più piccoli, in assenza di una precisa indicazione su cosa “più piccoli” esattamente significhi, implica il parlare a un range di età abbastanza ampio nel quale anche solo una differenza di un anno comporta enormi variazioni nelle capacità cognitive dei bambini.

Conoscendomi e sapendo che, almeno fino a oggi, mi è stata e mi è più consona la comunicazione con un pubblico adulto, ho pensato di interpretare il compito di parlare ai minori facendolo in un modo indiretto: ovvero passando dalla comunicazione intermedia con i genitori ai quali suggerisco possibili argomenti da raccontare, oggi o tra qualche anno, con l’aiuto dei miei fumetti o meno, ai propri figli.

La tensione divulgativa mi è propria, ma dopo aver pubblicato la prima storia “Se solo i grandi guardassero il cielo” – che, tra le due fin qui pubblicate, è quella che definirei più “emozionale”, da contrapporre ad altre di carattere più divulgativo (es.: “Un preciso caccolo astronomico”, Il Sole 24 Ore, 26 Febbraio), “storico” (es.: fumetto per l’European VLBI Network) o “di ricerca” (es.: quella oggi presente nel Domenicale. Per una discussione più approfindita su queste categorie, cliccare qui), e nella quale, come precisavo nell’intervista fattami da Alfredo Sessa lo scorso 29 Gennaio, un concetto da passare c’è ma è più nascosto, da intravedere in filigrana – ricordo di essere stato invitato dall’allora responsabile dell’inserto a esplicitare nei miei fumetti qualche contenuto astronomico in più: era proprio questo che ci si aspettava da un fumettista che, come me, facesse capo all’INAF, Istituto Nazionale di Astrofisica.

Ovvio che, dopo questo invito esplicito, l’idea di pubblicare sul SOLE 24 Ore ha preso ad intrigarmi ancora di più, con l’effetto però di stabilire in modo definitivo, o quasi, quale fosse il livello minimo di complessità grafica e testuale sul quale io, col mio tratto e col mio modo di raccontare, potevo attestarmi: non è assolutamente impossibile spiegare contenuti astronomici ai più piccoli, anzi; ma potendo farlo, preferisco dire qualcosa di più, quindi parlare a bimbi più grandi e ai loro accompagnatori.

Il coinvolgimento dei genitori in questo processo mi diventa quindi fondamentale in quanto è soprattutto a loro che mi rivolgo, privilegiando i papà per il semplice motivo che lo sono anche io e che quindi sento di vibrare in consonanza con molti nella mia stessa situazione.

I temi che ho scelto di trattare sono decisamente soft e, mentre con L’istituto cileno Milenio de Astrofisica sto conducendo, sempre a fumetti, un’operazione di divulgazione di temi di Astrofisica più dura non disdegnando di inserire qui e là anche qualche semplice formula, nel Domenicale propongo temi di Astronomia osservativa condotta a occhio nudo, quindi qualcosa di più facilmente trasmissibile da padre in figlio anche se il padre (o la madre) in questione non è un astronomo.

Rendere Giovanni protagonista di queste brevi storie assume qui molte valenze: intanto mi coinvolge in modo tale da farmi “stare sul pezzo” in modo diverso, senza farmi avvertire la stanchezza per le innumerevoli correzioni che apporto in corso d’opera a testo e disegni, ma che poi, a lavoro finito e solo allora, arriva puntuale a devastarmi.

Oltre a questo c’è anche un altro aspetto.

È ormai dal Novembre 2016 che lavoro all’INAF-OAPA/GAL-Hassin, Centro Internazionale per le scienze astronomiche di Isnello, paesino madonita della provincia di Palermo, e questo significa che vedo mio figlio solo per quindici giorni al mese, allorché torno a Bologna dove ho studiato, lavorato e vissuto negli ultimi anni.

Disegnare mio figlio cercando tra i tanti video che gli faccio quando sono a casa la posa giusta da riprodurre nel fumetto, mi fa sentire come quel cavernicolo che a Lascaux disegnava il bisonte sulla parete della sua grotta. Così facendo se lo propiziava, conquistava la sua preda, la “ipotecava”, quasi, creando un mondo possibile e parallelo in cui lui catturava il bisonte perché era ciò che già stava capitando lì, su quel mondo-parete, grazie ai suoi rudimentali strumenti da disegno e a una sorprendente maturità artistica. Disegnando il bisonte, il nostro lontano antentato lo aveva già fatto suo, lo aveva già catturato.

Bene.

Disegnando mio figlio standomene lontano da lui, sembrerà retorico, ma mi permette di conquistarlo, di farlo mio, di parlargli tenendolo vicino nonostante i circa mille e duecento chilometri che ci dividono (e trasformandomi così, da Squid Zoup, a Mammouth-Zoup, titolo dell’illustrazione d’apertura di questo articolo). Inoltre parlargli, nonostante in quei fumetti io gli stia raccontando qualcosa che lui a quattro anni non può proprio comprendere, mi consente di curare un’altra mia vecchia frustrazione: faccio divulgazione da tanto, oramai, e mi sono trovato spesso a raccontare l’astronomia a tanti bambini di tutte le età.

A un certo punto, tempo fa, mi sono detto che sarebbe stato bello spiegarla anche a un bimbo mio e non solo a bimbi altrui. Non è detto che Giovanni un giorno accetterà le mie narrazioni. Magari preferirà altro all’astronomia e alla scienza in generale e, nel caso, da padre a me starà di accettare senza drammi il suo disinteresse per le mie passioni.

In ogni caso, ora esiste un piccolo universo cartaceo e parallelo nel quale le cose stanno andando come desideravo: mio figlio si interessa a ciò che posso dargli, lo accetta di buon grado e si dimostra felice di trascorrere con me il breve tempo che prende raccontargli queste storielle epistemiche.

Forse un giorno tutto ciò mi dovrà bastare.

SZ

Sfondo musicale:

CARONTE spegne una candelina (ma all’inferno non se n’è accorto nessuno)!

Copertina-Caronte-Low

Oggi Facebook mi ricorda che è già trascorso un anno da quando è uscito il mio CD 1931281_10207313078679202_6061761984519781438_n(1).jpgCARONTE – Tra Calabria e Sicilia.

La cosa non mi sorprende poi così tanto: prima o poi doveva accadere…

Ciò che invece mi sorprende è scoprire come io abbia esercitato, con cadenza quotidiana e per ben 365 giorni, la grossolana arte del rimando (“non fare oggi ciò che puoi benissimo fare domani”).

É da così tanto, infatti, che programmavo di scrivere un post di presentazione di quel CD che, detto per inciso, più che un cofanetto musicale, mi viene spontaneo considerarlo come una breve raccolta di racconti, quasi si tratti della continuazione di Storie di Soli e di Lune – racconti di sogni, racconti di scienza.

Volevo farlo per descrivere la genesi e le motivazioni che mi hanno condotto a compiere alcune scelte nella composizione/registrazione di quei tredici brani, ma pare che io abbia trovato sempre un buon motivo per rimandare il momento in cui avrei poggiato il sedere sulla sedia per mettermi a digitare queste stesse parole.

, proprio queste.

Schermata 2017-03-07 alle 15.19.41Il motivo di tale ritardo potrebbe essere che mi sono lasciato cullare dall’avere ricevuto ottime recensioni come quella fattami da Paolo Santini sul sito bluestime e quella di Libero farné su Musica Jazz.

O forse si è trattato di pudore: come molti, forse troppi, post di quest’ultimo periodo, anche quello che state leggendo rischiava di avere quel sapore di roba personale, troppo personale, che non frega niente a nessuno, da farmi desistere.

Ora, scrivendolo, ne sono certo: è troppo personale, non frega una beata a nessuno e forse lo sto creando solo per quando sarò un mio lettore. Per regalarmi in futuro qualche malinconia pilotata. Essendo questo un periodo in cui ho voglia di raccontare qualcosa pur senza avere molte nuove idee da riferire (lavoro decisamente troppo), ho deciso di scriverlo comunque ‘sto post, ecchissenefréga.

Non volendo quindi correre il rischio di rimandare ulteriormente – sarebbe oltremodo MJ febbraio 2017-1diabolico – ho deciso di riciclare il testo, rimaneggiandolo qui e là, che ho buttato giù per la presentazione di CARONTE (e di Brother Buster, CD fatto con Marco Dalpane, pianista e compositore di tutti i brani del CD) fatta proprio il 6 Marzo dell’anno scorso al Museo della Musica di Bologna e inserita in quella bellissima manifestazione intitolata Music Talk: Una carrellata di incontri nei quali i musicisti prodotti dall’etichetta a simple lunch hanno avuto l’opportunità di raccontarsi e di descrivere la propria musica.

Ecco di seguito ciò che ho detto in quella occasione:

Mi piace l’idea di parlare della mia musica

Scopro che ogni tanto fa bene che qualcuno ti chieda di raccontarla piuttosto che di suonarla.

In fondo, per sentirla c’è anche il disco, mentre per capire da dove quello che suono sia nato, ci sono solo io. E non mi avrete sullo scaffale dei CD pronto a rispondere alle vostre domande per soli 12 euro.

Per 20 euro però… possiamo parlarne.

Chissà, se fosse stato qui a parlare della sua musica, avremmo forse potuto scoprire che la nona di Beethoven è la “n” e che Vivaldi è stato il vero inventore della pizza che porta il nome della sua opera più famosa.

Che Bach in chiesa si trastullava sull’organo e che poi fu costretto a darsi alla FUGA, attività che fatta da lui diveniva arte, per non incorrere nelle ire dei fedeli.

Domenica scorsa sono stato qui a sentire e vedere la presentazione del disco di Paolo Nori e Carlo Boccadoro.

Nori ha letto magistralmente un suo lunghissimo testo, un flusso di coscienza. Ho trovato tutto affascinante e ho deciso di mettermi alla prova facendo qualcosa di analogo. Lo so, non sono Paolo Nori, ma credo che sia per me che per lui questo costituisca un enorme vantaggio. Qualcuno starà pensando: ecco, ora lo copia. Perché no?

Se vedo qualcosa che mi piace, cerco di appropriarmene, ma facendolo sempre a modo mio. Del resto, è quello che ha fatto anche Nori.

Non l’ha inventato certo lui il reading che già dal nome dovrebbe farvi capire come questa forma di comunicazione non sia nata in Italia. Almeno credo di interpretare nel modo corretto il fatto che usiamo tutti il termine inglese.

Insomma, il reading è stato inventato all’estero.

A Gallarate.

Quindi farò anche io qualcosa del tipo reading, ma giuro che, per il sollievo di tutti, sarò molto, molto più breve di Nori: quando ho scritto questo testo, il mio flusso di coscienza è durato meno, essendosi esaurito nel giro di un’oretta di qualche sera fa, dopo aver messo a letto mio figlio e aver atteso che si addormentasse.

Alla fine dell’attesa, dormivo pure io e scrivere mi è costato tanta, tanta fatica.

Questa vuole essere una captatio benevolentiae: non vogliatemene se quanto udirete non vi piacerà: la colpa dei miei insuccessi è CHIARAMENTE di mio figlio.

Tutto questo sproloquio nasce dal fatto che, essendo CARONTE un disco finito di registrare nel 2005, non ricordo più come si suona.

Bugia!

Qui e là vi farò sentire che così non è.

Il problema è piuttosto che, essendo un disco costruito in sala sovrapponendo strati di suoni, frasi, idee, … mi viene difficile riproporvelo fedelmente qui.

Per suonarlo come si deve, dovrei attendere che la clonazione faccia passi da gigante.

In realtà, ci sarebbe un aggeggio che permette, una volta studiato bene, molto bene, di attuare qualcosa del genere: si tratta di un cosiddetto looper… da cinquecento euro.

Ed è proprio per questo che stasera non suonerò, o suonerò poco, e parlerò molto del disco: non posso certo spendere queste cifre per presentare un mio prodotto che non mi farà mai rientrare delle spese.

Intanto una premessa: in quanto armonicista, sono un frustrato.

Sono cresciuto ascoltando tanta musica, soprattutto classica e jazz.

Sono passato quindi dai vari Parker, Coltrane, … monumenti ai quali si ritorna per tutta la vita.

A un certo punto però ho conosciuto un’etichetta, l’ECM, che proponeva cose molto particolari: pubblicava dischi di personaggi come Jarrett, Garbareck, Surman, Vasconcelos, … che hanno fatto dischi stranissimi, fuori dai canoni usuali.

Molti dischi pubblicati dall’ECM sono stati fatti come CARONTE: con sovraincisioni attuate da un solo musicisita e di questi progetti in solitaria sono diventato un vero collezionista.

Mi piace davvero molto questo approccio alla musica che definirei “alla Soldini”, da solo fra le onde della musica.

A volte trovo che sia più sincero: lì il musicista non cerca più l’accordo con uno o più colleghi ma si connette con se stesso per produrre qualcosa di molto speciale (che piaccia o no, lo è davvero…).

Bene, non solo non esisteva un’etichetta del genere per noi poveri musicisti mortali italiani, ma non esisteva certo la possibilità per un’armonicista di fare qualcosa di questo tipo.

L’armonica in Italia per molti è ancora quella suonata da De gregori (madonna quanto è bravo! Lui sì che la sa suonare!), da Bob Dylan (Waw!) e così via.

Insomma, quando finii di registrare CARONTE, lo inviai a un po’ di etichette che producono musica jazz.

Con mio grande stupore, molti mi dissero che era bellissimo (oggi dubito della loro sincerità) ma che non l’avrebbero pubblicato perché non avevano un catalogo dove inserire un disco così particolare.

Mi ricordo che nel 2007, durante una telefonata con un noto produttore di cui non faccio il nome, approfittando del fatto che lui si fosse assentato dal telefono per andare a cercare non mi ricordo più cosa, di nascosto prese la cornetta la moglie per dirmi: “Volevo farle i complimenti per il titolo del suo disco: è stupendo!”

Almeno una cosa l’avevo fatta bene: il titolo.

Perse le speranze, abbandonai CARONTE alla polvere dei cassetti e mi misi a scrivere titoli per i giornali, ma ogniqualvolta il pensiero mi andava a questo disco, mi intristivo alquanto: i figli sono figli e ogni scarrafone…

Nel frattempo l’ECM… non si è accorta di me, ma per fortuna oggi c’è l’etichetta A simple lunch.

Mi ha prodotto e mi ritengo molto, molto fortunato.

Parlare di CARONTE è quindi per me fare un viaggio nel tempo, anzi, due.

Il primo viaggio ho già spiegato in cosa consiste: nel raccontarvi la genesi di questo disco, vado con la mente al 2005, alle sedute di registrazione nello studio di Pasquale Morgante, studio che non è più dove ho registrato. E nemmeno Pasquale è più quello del 2005. E io invece pure.

Sentire questo disco, mi fa andare con la memoria a ciò che ero e a ciò che vivevo, che provavo.

Era un periodo della mia vita molto, molto diverso. Io ero molto diverso, border line in una società che faticavo a capire e che mi rifiutava.

O, almeno, a me così sembrava.

La mia musica fatta così, da solo, era una coralità composta da tanti me stesso che si facevano compagnia. Ero una pluralità contenuta, alla Pessoa, costretta in un corpo solo. E tutte queste dimensioni personali lottavano per avere il loro spazio.

Non riuscendo a prevalere le une sulle altre, ogni tanto si accordavano e facevano nascere progetti come Quanta.

E come Caronte.

Oggi che non sono più single, che ho anche un figlio e che non vivo più da solo con la mia cagnetta Lulamae in quella casetta divenuta nel frattempo il mio studio e il mio rifugio occasionale, se facessi un disco da solo probabilmente, anzi, sicuramente lo farei senza servirmi di sovraincisioni e altri strumenti.

Lo registrerei con la sola armonica, o con il pianoforte.

Senza reti di protezione come le sovraincisioni che diano quel senso di pieno.

Ecco, avendo conosciuto la vita in famiglia e quella in un posto di lavoro, … non ho più l’horror vacui che a volte mi prendeva.

Il secondo motivo per il quale ascoltare questo disco costituisce per me un viaggio nel passato è che ogni singolo brano in un modo o nell’altro affonda in ricordi lontani, nel tempo come nello spazio.

Qui si parla di sensazioni antiche, risalenti a quando vivevo a sud e il brano Visto da qui è in qualche modo l’equivalente della CMB per il mio universo personale, ovvero la radiazione di fondo che mi parla chiaramente di quel Big Bang, di quel momento lontano in cui tutto ha preso una forma provvisoria, ma al contempo definitiva.

Senza saperlo, lì sono diventato la persona che poi sarei stato e ogni cambiamento che ho subito o che mi sono nel frattempo dato, non è nient’altro che qualcosa già all’epoca presente in nuce.

Mi osservo da qui, da Bologna, così com’ero e mi vedo con il mio telescopio mentale, da lontano.

Di solito, quando parlo di come osservando lontano nel cosmo si scopre che in realtà si sta osservando lontano nel tempo, vien fuori sempre il tipo che dice, facendo finta di fare una domanda che in realtà è un’affermazione tesa a farmi sapere che lui sa, che “osservando così il cosmo, non sappiamo se quella stella, o quella galassia che vediamo ancora esiste. Potrebbe nel frattempo essere morta, essere sparita”.

Vero.

Osservando molto, molto lontano questo può capitare.

Ed è per questo che almeno una volta l’anno decido di scendere a sud: per assicurarmi che ancora esista.

Faccio questo viaggio interstellare con la mia Clio (prima del 2010, lo facevo con una Fiat 600!) e scopro che addirittura lì c’è luce, c’è acqua allo stato liquido.

Che c’è vita.

Aliena.

Ma veniamo alla descrizione degli altri brani.

Antica favola attuale prende le mosse da uno dei racconti di mio padre: quello che aveva per oggetto Scicli, il suo paese d’origine.

Da bambino mi figuravo questo posto come collocato fuori dal tempo e dallo spazio, sospeso come lo sono i castelli delle favole, anche se la favola di mio padre non era così tanto edulcorata, anzi.

Per diversi anni ho pensato a quel posto come a un luogo che, pur dovendo appartenere al mondo reale, fosse più un’invenzione narrativa e non vi nascondo che sono rimasto sorpreso dallo scoprire che lì vi abita gente reale che proprio non può sospettare di aver fatto parte per anni di una favola bellissima raccontata a un bimbo.

Vespro ha invece a che fare con la vita di Ettore Majorana. Tra le tante ipotesi che sono state fatte sulla sua misteriosa scomparsa, ve ne è una che lo vuole oramai morto in un convento di clausura calabrese, la Certosa di Serra San Bruno.

Ho letto molto sulla sua storia e l’idea di quest’uomo che ha deciso di obliterarsi dalla società per contemplare il mondo da un non luogo per dirla all’Augé, nonostante io non sia affatto credente, mi piace molto e mi ha permesso di immedesimarmi per un attimo nello scienziato scomparso che all’imbrunire, contempla dalla sua cella il calare delle tenebre serali su quel mondo che vuole dimenticare.

Come dicevo, non sono affatto credente, ma stando una sera a casa di amici al Corvo, una frazione di Cava d’Aliga, una località dove vado a villeggiare, guardando il mare ho pensato a quante culture diverse hanno fatto nei millenni lo stesso mio gesto.

Il Mediterraneo è un immenso contenitore di tante cose, soprattutto di culture, e contiene anche le innumerevoli preghiere cattoliche, ortodosse, musulmane e di chissà quali altre declinazioni di questi credi, pronunciate con occhi che tentavano come i miei di abracciarlo tutto in uno sguardo solo.

Se c’è un Dio – io non ci credo, ma faccio per assurdo l’ipotesi che ci sia – sarà uno e sarà necessariamente il Dio di tutti, di chi ci crede e di chi non ha fede.

Bene, allora metto le mani avanti e propongo il brano Inno al Dio di tutti: ecco il mio modo di rendergli omaggio.

Dopo tanta spiritualità, Country dance è il ricordo della festosità delle ricorrenze a sud.

Molta confusione, cibo, corpi, umori, odori, colori, quindi sovrapposizioni di voci a volume altissimo che vanno in direzioni diverse e che convergono solo su un concetto fondamentale: LA FESTA!

Entropia totale.

Lost things, sottotitolato come Paranze, mi è venuto mentre ero sulla terrazza della casa fiorentina di Salvatore Arcuri, un mio amico cosentino all’epoca studente di ingegneria.

Era il 25 di Maggio del 1997 e stavo tornando a Bologna dopo essere stato giù per il funerale di mio padre morto pochi giorni prima, il 18.

Si tratta di un lento blues in mi minore il cui titolo, una volta detto cosa era capitato, credo si spieghi da sé.

Il sottotitolo “Paranze” invece abbisogna di una ulteriore descrizione. Quelle note e l’arrangiamento che gli ho costruito attorno, riproducono anche una immagine estiva, sempre la stessa: quella di fresche mattine, ancora buie (si tratta di un ricordo davvero lontano nel tempo) in cui con mio padre andavamo a prendere il pesce fresco dai pescatori che lo vendevano direttamente sulla battigia dove erano appena arrivati con quei loro grandi barconi – le paranze, appunto – dipinti di bianco, rosso e celeste.

Ad Astor è chiaramente un omaggio al grande Piazzolla. Da sempre il mio strumento principale, l’armonica cromatica, viene dai più indicata come “fisarmonica a bocca” e si sa: meglio assecondare i troppi che vanno in una certa direzione: contrastandoli, si corre il rischio di farsi schiacciare. Dedicargli un brano, oltre che essere un modo per omaggiare uno dei grandi geni del ‘900, è stato come dire: “avete vinto voi, mi arrendo. Sì, suono la fisarmonica a bocca” (inutile dire che il bandoneon è oltre l’orizzonte culturale dei più, e condivide quel limbo proprio con l’armonica cromatica e qualche altro nobilissimo strumento). Una curiosità: il brano risale a moltissimi anni fa. La traccia di piccole percussioni che accompagna l’armonica è diventata a sua volta un brano a sé stante e compare nel mio primo disco Quanta pubblicato dalla M.A.P., da cui il titolo di quel CD. Per quei pochi che possiedono quella mia pubblicazione del 2000: se ascoltarete attentamente, sentirete in lontananza le note del brano Ad Astor che trovate in Caronte (che poi non è altro che la logica continuazione di quel primo lavoro del 2000…)

Melancolie l’ho composto a Bologna in un non raro momento di nostalgia del sud. La cosa forse interessante è che molti anni fa è stato usato come colonna sonora per Settimo love, un cortometraggio di Rosa Sferrazza, una mia amica attrice e regista fiorentina, ma con padre siculo e madre calabra che molti di voi conoscono come volto noto della televisione: faceva Zia Santina in “Fiore Calabro”: un must della cinematografia internazionale.

Il brano Luna Piena è nato invece mentre ero a Trieste dove ero per studiare comunicazione della Scienza alla S.I.S.S.A.

L‘ho scritto immaginando una scena notturna dominata ovviamente dalla Luna piena: una campagna e delle colline azzurrine per la luce lunare, un paesaggio della Magna grecia di tanto tempo fa che può tranquillamente essere calabro o siculo. Apparentemente solitario, si scopre che è invece popolato da menadi invasate e affannate, armate di tirso che vagano, ebbre di vino, seminando il terrore fra gli animali e gli uomini.

Mi sa che tutto ciò ha a che fare con una certa idea della donna che abbiamo al profondo sud: tutt’altro che sottomessa come nei film anni ‘50, è colei che tiene i fili del gioco.

Una burattinaia in un teatro matriarcale in cui all’uomo viene lasciato fare l’eroe virile, una macchietta, che arretra e soccombe, come il povero Orfeo, davanti alla possibilità di incorrere nella lucida follia di una terrona incazzata.

Urlo, strano a dirsi, nasce da un urlo.

Scaturiva dall’ostinarmi a vivere in un certo modo pur constatando quotidianamente come non fosse raccordabile con il mondo che mi circondava.

Le parole, del tutto improvvisate durante la seduta di registrazione (non avevo previsto proprio che vi fosse un testo), dicono: May day! May day! Non so se voglio uscire di casa- mi integro-non mi integro- mi integro- non mi integro- quasi quasi urlo-urlo! La seconda volta il testo è simile. Dice: May day! May Day! Ancora voi! Io non ho ancora deciso se voglio uscire di casa- la cravatta no- quasi quasi urlo- Urlo!

E Urlo.

Insomma, c’è qui e là in tutto ciò un po’ di disagio diffuso…

Alcuni brani sono autoevidenti e non credo abbiano bisogno di essere presentati.

Uno fra questi è Marranzano, italianizzazione r’o Marranzanu, strumento tipico della tradizione sicula il cui suono in parte riproduco con la mia armonica.

Un suono capace di evocare molto bene quelle atmosfere e quei paesaggi, anche se affacciandoti dall’unica finestra di casa tua magari vedi le due torri e non la chiesa di San Bartolomeo a Scicli.

Questo è CARONTE. Ha preso poco tempo raccontarvelo.

Ora mi sa che, per evitare che me le suoniate, mi convenga suonare un po’.

 

SZ