CRONACA VIRUS – Giorno 31

ADENINA, TIMINA, CITOSINA, GUANINA, CHIOCCIOLINA

 C’è stato un periodo in cui, nonostante i primi vagiti del web e l’assenza totale di social, ho avuto una notevole esposizione mediatica.

All’epoca – parlo del ’98-’99: poco prima della reale esplosione di internet – suonavo spesso al fianco di un noto personaggio dello spettacolo e questo mi ha dato l’opportunità di esibirmi su palchi prestigiosi e sui canali televisivi più seguiti.

Capitava, allora, di venir spesso fermato per strada da sconosciuti interessati addirittura a possedere il mio autografo, a farsi una foto in mia compagnia o per la semplice e gentile voglia di comunicarmi che mi avevano visto in televisione.

Fu per me quindi un periodo di grande ubriacatura mediatica durante il quale venivo additato come uno oramai “arrivato”, dal futuro radioso, da vivere fra le divinità olimpiche dello spettacolo.

Una delle conseguenze di questo successo fu che mi ritrovai non so quante volte invitato a feste molto in nelle quali, a parte l’organizzatore o l’organizzatrice – si trattava spesso di qualcuno presentatomi pochi giorni prima da amicizie comuni – non conoscevo nessuno.

Questo/a lui/lei mi accoglieva con sorrisi e gesti eccessivamente affettati e poi mi conduceva a braccetto o addirittura, se l’ospite era un “lui”, cingendomi le spalle con un braccio così da ostentare un’inesistente confidenza maturata in chissà quali lunghi anni di rapporto d’amicizia, per inscenare, con un sorriso a 70 denti, una passerella gloriosa, da red carpet, quasi: lui/lei elegantissimo/a, io vestito male (“Non ti preoccupare! Tu sei un artista!”). Impossibile non notare un duo così! Impossibile non pensare: “Hai visto con chi è X? Conosce davvero tutti! Anche i più strani!”

Lungo il percorso, venivo presentato a quelli che evidentemente dovevano essere i suoi invitati più importanti, e dopo i primi convenevoli, una volta ottenuta da quelle persone  una certa malsimulata ammirazione alla rivelazione del mio ruolo nel gruppo di quel personaggio famoso, rimanevo da solo, con addosso i miei stracci – lo ribadisco: ero davvero uno zaùrdo. Lo sono ancora, ma per mia fortuna Capitan Santors e i Gerebros hanno deciso che non sia più il caso di lasciarmi da solo a decidere cosa indossare – a girare tra fighetti impomatati e bamboline lignee.

Il mio ruolo, il mio apporto alla buona riuscita della festa era così esaurito. Allora mi prendevo giusto il tempo di ingozzarmi ben bene al buffet e andavo via per la mia strada, nella totale disattenzione di tutti i presenti presi da altri rituali.

Fu così che decisi di non tenere più attaccata alla cintura la fondina di cuoio nella quale sin da quando ero ragazzo alloggiavo la mia armonica. Dovevo verificare se senza quella appendice sulla quale veniva fatto collassare tutto il mio essere, privando così chiunque della possibilità di invitarmi insistentemente a esibirmi per confermare di essere proprio io quello che avevano visto in televisione o sentito alla radio (“Avàà! E mòvati e sòna ‘na cosa! Dai!”), sarei stato chiamato ancora dalle persone.

Da quel momento in poi, la maggior parte dei rapporti secchi si è magicamente auto-sfrondata e a continuare a chiamarmi furono soltanto vecchi, rodati amici e altri nuovi che, molto più autentici degli unti personaggi di prima, scoprendo di avere davvero qualcosa in comune con ciò che di me c’era oltre la musica, dimostravano di accettare la mia persona anche se lontana dalla sua armonica; anche se vestita male dentro e fuori.

Il passato ha tentacoli lunghissimi e ancora di tanto in tanto mi capita che mi presentino qualcuno il quale al mio classico “Piacere, (io sono) Angelo!”, replica “Ah, ma io ti conosco! Tu sei quello che suonava con …” e qui emerge che mi aveva visto in televisione con quel tal personaggio.

Quando capita, mi ritrovo a osservarmi attorno guardingo per cercare di cogliere ciò che io potrei essere l’unico a non sapere: mi aspetto di intravedere uno sguardo strano di qualche sconosciuta/o che ricorda quei miei trascorsi senza che io sappia alcunché di lei/lui. Una senzazione davvero strana e, non lo nego, a volte piacevole, ma che presenta anche risvolti alquanto inquietanti.

Tutto questo cappello iniziale fin qui mi è servito non solo per lasciare libero corso al flusso di ricordi che, almeno loro, possono venire fuori e correre liberi ovunque gli pare, ma anche per cercare di dare un’idea delle sensazioni che mi capita di registrare vivendo a contatto quotidiano, per me una novità: mai scritto così tanto, qui, prima – con questo mio blog.

La mattina, curioso, vado a guardare le statistiche aggiornate degli accessi a questo mio spazio, – un’operazione che si rivela utile anche per ridimensionarmi: scopro che è infatti un’operazione particolarmente utile a scongiurare, scoprendo che sono veramente poche le persone che mi seguono, il pericolo di subire incontrollabili inflazioni ipertrofiche del mio ego.

Dopo questo primo controllo del grezzo numero di accessi, passo all’analisi più fine – in realtà molto poco più fine – di quel dato. WordPress mi permette di sapere da quale nazione si connettono i miei pochi followers e come sono arrivati a quel particolare articolo. Guardando da anni simili dati, alla fine sono stato capace anche io di notare dei trend interessanti, capaci di descrivere un pubblico con gusti alquanto diversi da quelli di chi conosco, o che credo di conoscere, di persona.

Mi spiego. Mentre su Facebook so chi sono i miei interlocutori – avendo accesso a tutti o parte dei loro dati on-line, posso farmi un’idea abbastanza precisa delle loro preferenze, del loro aspetto fisico, di ciò che pensano, … – qui su Squid Zoup mi devo accontentare di sapere che qualcuno si è collegato da questa o quella nazione e che è arrivato seguendo un link trovato in Facebook, Twitter, Linkedin o per altra strada.

Il gioco è quindi completamente diverso da quello dei social: qui ti esponi, decidi tu fino a che livello, e altri guardano, soppesano, giudicano, … ma rimanendo sempre nell’ombra. Qualcuno ogni tanto decide di palesarsi, di metterci la faccia e, a volte, anche il pensiero, interagendo con te tramite un semplice apprezzamento, un like, o addirittura commentando per iscritto un tuo post (capita davvero di rado).

In ogni caso, si rimane isolati nel mentre si inscena uno strano outing, quasi si tratti di un interrogatorio a porte chiuse in cui interpreti anche la parte dell’inquirente cattivo che ti pone le domande.

Ti rispondi marzullianamente da solo, ma sai che i veri inquirenti sono lì a scrutarti da dietro il vetro oscurato della pagina del tuo blog. Li senti, sai che ci sono, ma potrebbero anche essere alieni o unicorni: tu non saprai mai che aspetto hanno davvero.

Lo so: succede anche a chi scrive un libro, recita in un film, registra un disco, … Sono tutte esperienze che, a vari livelli, ho vissuto anche io e proprio per questo mi sembra di poter dire che il blog è differente. Ciò che cambia è l’intimità creata dalla continuità con la quale comunichi. Una continuità che se diventa quotidianeità, mentre sei preso dalle tue abitudini, ti incasella a tua insaputa pure fra le abitudini di qualcuno che non conosci.

Osservando bene quelle statistiche, si ha modo di cogliere aspetti che servono a ridimensionare non solo te, ma anche il pubblico reale col quale pensi di rapportarti sui social.

Mentre, ad esempio, l’aver rimbalzato su Facebook un articolo che hai scritto qui, può fruttarti un successo da centinaia di like e cuoricini, gli accessi veri da quel social ti descrivono una situazione reale del tutto diversa: gli amici che, visto il tuo articolo su faccia-libro, dopo aver messo mi piace, hanno davvero cliccato su quel link sono una frazione decisamente esigua.

Come si interpreta questo dato? Beh, credo sia abbastanza semplice: su Facebook partecipi a una festa nella quale ti vengono fatti sorrisi sia dai soliti, veri amici che da conoscenti cortesi i quali decidono di regalarti una bella sensazione di vicinanza prima di passare oltre nel gran mare di post che lì si incontrano.

I primi non cliccano perché non hanno certo bisogno di leggere cosa scrivi per sapere chi sei e per continuare a volerti bene come hanno sempre fatto. A loro non frega niente di asronomia, sociologia e filosofia della scienza, armonica, jazz, musica classica, fumetto, illustrazione, letteratura, fantascienza, … Sono interessati solo a te perché gli sei simpatico, perché vi legano dei ricordi intensi, e va benissimo così.

I secondi, invece, conoscono bene le regole del bon ton virtual-sociale e sanno che attenersi a esse costa poca fatica. Magari davvero incuriosite da ciò che fai, si accorgono che quella curiosità arriva solo fino a un certo punto e preferiscono alimentare l’idea che di te si sono fatti piuttosto che metterla alla faticosa prova dell’approfondimento da compiere immergendosi nella lettura dei tuoi articoli, nella visione dei tuoi video, ecc.

Ci sta. È il gioco delle parti ed è un gioco al quale partecipi anche tu con atteggiamenti del tutto analoghi.

Bisogna poi considerare che coloro i quali leggono davvero da cima a fondo ciò che scrivi sono una frazione ancora minore di quelli che cliccano sul link. La lunghezza dei miei post di sicuro scoraggia molti avventori i quali si aspetterebbero di trovare in questo spazio articoli della stessa lunghezza di quelli che si trovano nella media degli altri blog.

Lo so, questo è considerato un difetto di Squid Zoup. Ne sono conscio e giuro che è così per una mia scelta consapevole: scrivo per farmi leggere, ma anche, forse soprattutto, per dar sfogo e rintuzzarmi lo stimolo a scrivere: una attività che mi appaga, ma che lo fa solo se a fine articolo mi regala la sensazione di avere detto tutto ciò che intendevo dire.

Se c’è un lettore del mio blog che davvero posso dire di conoscere, quello è di sicuro il suo autore e, sapendo con precisione che gusti ha, mi concentro su di lui tentando di soddisfare almeno la sua curiosità.

Un uno-a-uno che prevale sul comunque fondamentale ma cieco rapporto uno-a-molti che ho con i miei pochi, ignoti lettori.

Altra cosa interessante che emerge è che i post nei quali compaiono disegni hanno un impatto davvero notevole. Specie in questo periodo nel quale sto pian piano riprendendo a pubblicare illustrazioni veloci e vignette – a tal proposito, aspettatevi un’ulteriore impennata: intendo riprendere presto a pubblicare intere storie a fumetti di Squid Zoup! -, vedo schizzare gli accessi verso vette difficilmente raggiungibili dal solo testo di queste CRONACHE, ad esempio.

Forse faccio male a pensare che sia qualcosa di dipendente dalla diversa percezione di un disegno rispetto a un testo. È forse più probabile che, ancora una volta, sia solo ed esclusivamente un problema di lunghezza: in pochi tratti, e con poche battute scritte, una vignetta dice moltissimo.

Se esse sono ben congegnate, è possibile trovarvi tutto ciò che non viene esplicitato da un testo, breve o assente che sia: una caratteristica, questa, che rende il fumetto e l’illustrazione ottimi linguaggi per la rete nella quale è meglio che tutto sia veloce, immediato e poco mediato dall’attenzione che richiede invece un testo, specie se molto lungo.

Qui in Squid Zoup poi scopro che la mia musica non è molto apprezzata: i video musicali che dimostrano (?) di piacere molto altrove, ottengono qui un gradimento davvero basso, se non addirittura nullo. Sembra quasi che, nonostante prima io non pubblicassi molto, con quei radi post io abbia inconsapevolmente selezionato un pubblico molto più visivo e meno propenso all’ascolto, anche se si tratta di ascolti mediati dalla visione di un video.

Un trend, questo, che ha fatto registrare ben poche deviazioni. Una, in particolare, ha costituito a lungo un mistero: parlo del caso di un mio vecchio Aforisma musicale che è stato in vetta alla classifica dei post più (ri)letti per almeno un paio di anni.

Non passava giorno che qualcuno non gli desse un’occhiata, ma anche in questo caso sospetto che l’attenzione fosse più per il testo di commento che non per il video stesso e la musica che in esso producevo con la mia armonica.

Venendo all’oggi e ai misteri di questo periodo, ve ne è uno che invece mi intriga più di altri ed è il seguente: vedo che i miei post più, come dire, … sentimentali, quelli nei quali confesso cose molto personali che, giocoforza, probabilmente mi portano a usare toni e modi più letterari, riscuotono un successo enorme. Di contro, altri più tecnici vengono accolti tiepidamene facendo registrare sempre il solito minimo sindacale di accessi.

Una volta constatata questa verità statistica, la domanda è: “ma come mai avviene tutto ciò, specie tenendo conto che, ad esempio, i titoli di queste cronache ho iniziato a metterli solo pochi giorni fa?” La mia amica Antonella, una delle poche, vere lettrici di Squid Zoup che conosco, anche molto bene nella vita reale, pochi giorni fa mi faceva notare che i miei articoli, partendo sempre da un fatto particolare, poi si allargano come un fascio molto poco collimato (paragone di sicuro stimolatomi dal fatto che lei lavora al CERN) o come pallettoni partiti da un fucile da caccia, per andare a colpire pensieri in direzioni spesso non intuibili né dal titolo, né dalle prime battute.

Dal momento che le statistiche tengono conto di quanti sono gli accessi, ma ovviamente non dicono nulla circa le letture reali, non posso che trovare misterioso osservare che i miei lettori in qualche modo “percepiscono” la durezza tecnica di alcuni post o la morbidezza umanistica di altri, facendosi guidare da questa percezione nello scegliere cosa leggere e cosa no.

Verrebbe quasi da teorizzare l’esistenza di una specie di un improbabile tam-tam, di un passa-parola tra quei pochi followers (“lascia perdere, oggi: ha scritto uno di quei suoi pipponi tecnicistici. Domani ti dirò se è il caso di andare a leggerlo. Certi giorni è davvero pesante e insopportabile…”) che mi leggono spesso, anche se poi torno razionale e mi dico che, non essendo questo un social, il rapporto cieco esistente fra me e ognuno dei miei lettori deve in qualche modo esistere anche fra di loro.

Forse più semplicemente tutti guardano la home e da un’occhiata generica intuiscono il tono che possiede un particolare articolo. Uniche due possibile obiezioni a questa idea sono che 1) da quell’occhiata generica potrebbe non risultare così chiaro se l’articolo avrà un carattere tecnico (raramente pubblico calcoli o formule). Inoltre 2) è molto facile stabilire se si tratta di un articolo lungo o lunghissimo, ma questo non sembra scoraggiare chi ha gusti più umanistici il quale, se l’articolo ha quel carattere lì, lo affronta indipendentemente dal umero di righe che ho prodotto.

In conclusione, l’umanità che qui incontro, è capace con i suoi silenzi di dirmi moltissimo del comportamento del blocco di persone che conosco, moltissimo su come in generale vengo percepito e soprattutto, anche se ancora non sono riuscito a decifrarlo, moltissimo delle persone che incontravo per strada, sull’autobus, in pizzeria, … nel mondo.

L’unica differenza con quanto mi accadeva quando giravo come spalla del personaggio famoso di cui dicevo all’inizio di questo articolo, è che i miei lettori sanno poco del mio aspetto fisico. Ce ne sono tracce nei video che non amano guardare e questo si traduce in una bassa probabilità di sentirmi un giorno rispondere al mio “Piacere, Angelo!”, “Sì, lo so. Ti leggo su Squid Zoup!”.

Come non sospettare che nello stesso istante in cui all’inizio del nuovo secolo internet è diventato uno strumento efficace per intessere rapporti virtuali, siamo diventati gli animali solitari e isolati che solo oggi stiamo dimostrando di essere davvero grazie a questa reclusione strategica?

Forse abbiamo trascorso gli ultimi venti anni affogati nell’illusione di continuare a vivere in un modo che a ben vedere non ci si addiceva più del tutto.

Va a finire che questo ventennio è stata solo una lunga presa di coscienza della nostra vera natura. Una natura definitivamente mutata a partire dal momento stesso in cui abbiamo messo una chiocciolina, la nuova base azotata fondamentale per l’espressione del gene della solitudine, dopo lo username nome.cognome.

 Il suo antidoto, la chiamata alle armi per risvegliarci da torpori solitari e convocare tutti su piazze virtuali, è l’hastag. Qualcosa di molto diverso dal vecchio, oramai datato, proclama urlato al megafono.

 Ora mi produrrò in un ossimoro: buona ♯solitudine a tutti!

 

SZ

La prima delle INVENZIONI A DUE ANCE

Oggi stavo divertendomi tra “me e me” a studiacchiare questa Invenzione a due Ance di Bach (oggi ho inaugurato proprio con questo nome una apposita categoria di brani nel mio canale youtube) e ho deciso di farne un piccolo video che credo rappresenti molto bene cosa non si fa per combattere la solitudine.

Diciamoci la verità: per farla al meglio, bisognerebbe essere non Uno, ma Bino.

Se invece si fosse trattato di un brano a tre ance, avrei dovuto essere trino, in qasi perfetto sincronismo con la festività religiosa in arrivo.

Vi forse vi deluderò: sto in realtà lavorando alla resa in quartetto del brano Lascia ch’io pianga di Handel che spero di pubblicare proprio nei prossimi giorni.

Stay tuned!

 

SX

CRONACA VIRUS – Giorno 30

UOMINI E TOPI

 I giornali che Domenica mi ha portato a domicilio Simone, il mio edicolante di fiducia, sono quelli del fine settimana: perlopiù inserti e patinati che hanno una data di scadenza diversa dalle volatili cronache nere, politiche, economiche, sportive dei quotdiani infrasettimanali.

Sono un tacito invito a riguardare la settimana come un lungo giorno durante il quale leggiucchiare sbadatamente, sicuri del fatto che fino a Venerdì quelle notizie tengono anche fuori dal frigo.

Ieri sera, curiosando tra le pagine di Robinson, Il Venerdì, Il Domenicale, l’Espresso, ho trovato un interessante doppione: nelle due ultime testate vi era una stessa notizia trattata in due modi diversi.

Una grande occasione, quindi, per sentire cosa si dice in un bar frequentato da personaggi di sicuro interessanti, cogliendo i pareri di Tizio, l’economista, e di Caio, il generalista; pareri dai quali io, Sempronio, potrei anche estrapolare qualcosa di più delle loro due personalità.

L’argomento è quello che ho già affrontato alcuni giorni fa in queste Cronache: sotto la lente di quei due giornali è capitata infatti la tendenza di molti epidemiologi improvvisati a fare grafici e modelli previsionali dello sviluppo dell’epidemia.

È di sicuro molto interessante il modo di aggredire il problema nel Domenicale che propone un articolo con il seguente, promettente, inizio:

È il loro momento. Mai prima, di fronte a un fenomeno complesso e mondialmente impanicante come la pandemia, statistici, modellisti e matematici hanno goduto di tanto ascolto e fama. I modelli matematici di fenomeni complessi sono affascinanti, forse eccitanti. Ma sono anche epistemologicamente ingannevoli. I modellisti si sono dimenticati la raccomandazione dello statistico britannico George Box: «Tutti i modelli sono falsi. Ma qualcuno è utile». Se sono tutti falsi quel che conta, diceva, è capire in che senso lo sono: «Non è appropriato preoccuparsi dei topi quando abbiamo a che fare con tigri». Siamo inclini a pensare che quello che sembra funzionare debba essere anche vero. Paul Valéry ammoniva che «Ce qui est simple est toujours faux. Ce qui ne l’est pas est inutilisable». Solo se si è consapevoli di dire cose false si può arrivare alla verità.

Decisamente colpito, sono andato subito a guardare chi fosse il redattore. Il titolo Se mentono pure i numeri aveva avuto il potere di destarmi dal torpore annoiato col quale stavo sfogliando quei giornali e, intuito che finalmente mi era capitato fra le mani qualcosa di per me interessante, avevo saltato a pié pari il suo nome.

So che questo atteggiamento è riprovevole e che avrei dovuto guardare subito quel nome, ma mi autoassolvo: non avendo trovato fino a quel momento niente che mi interessasse davvero, ero un po’ scoraggiato e se ho saltato l’antipasto del nome dell’autore è stato solo perché avevo una gran voglia di mangiare un primo con i fiocchi.

Ciò che faccio faccio al fine settimana è oramai una specie di pesca di frodo. Se di solito pescavo con amo e lenza recandomi di persona in edicola e chiedendo a Simone di farmi dare una sbirciata al contenuto di quei giornali per capire se c’era davvero qualcosa di mio interesse, ora butto una bomba di una decina di euro e poi guardo se, dopo l’esplosione, fra i pesci morti e galleggianti c’è qualcosa di per me commestibile.

Un’operazione decisamente più costosa, anche perché, se Robinson riesco normalmente a prenderlo a parte risparmiando così sul prezzo dell’intero quotidiano che mi interessa poco, ora, con la segregazione, si scopre che tutti lo vogliono, che tutti lo leggono e che, se voglio avere qualche speranza di trovarlo, devo prenotare l’intero pacchetto Quotidiano + Inserto.

Maledetti! Mi immagino orde di lettori che prima non lo degnavano nemmeno di un’occhiata e che ora, per passare il tempo, leggono e declamano a gran voce finanche la lista della spesa e i bugiardini dei medicinali.

Ma non divaghiamo: leggendo il nome dell’autore dell’articolo, ho scoperto che era il famoso epistemologo Gilberto Corbellini: un motivo in più per continuare la lettura. Un motivo in più per sperare anche che quell’articolo fosse una specie di editoriale affidato a una firma di sicuro importante ma, a conferma di quanto già denunciavo in queste Cronache, alla fine dell’articolo ho scoperto che si trattava dell’ennesima recensione.

Inizio a temere di essere l’unico a sbilanciarsi, pur senza blasone e senza che a stimolarmi sia sempre la lettura un libro scritto da qualcun altro, nel parlare di mia iniziativa di argomenti per me interessanti.

Di questo bell’articolo – sarebbe da citare per intero – sottolineo il richiamo dell’epistemologo a prestare attenzione all’ineludibile falsità di una simulazione; al suo essere al più verisimile o forse del tutto dissimile dalla realtà.

Il doppione di cui parlavo in apertura che ho trovato sul L’Espresso è invece una bella intervista ad Andrea Pugliese, ordinario di Analisi Matematica a Trento e “decano dei modellisti italiani”, il quale parte proprio col sottolineare come sia velleitario chiedere previsioni precise a simulazioni che usano vari modi per rappresentare la popolazione.

Il modo più diffuso è quello di partire da alcuni osservabili, come ad esempio la velocità del contagio così come misurata all’inizio dell’emergenza cinese, e modellizzare la popolazione vedendola come un gas composto da particelle che possono impattare tra loro senza particolari limitazioni.

Una simulazione del genere però non tiene conto delle differenze che invece esistono tra le persone come ad esempio le loro diverse vulnerabilità e tendenze a muoversi. Fattori che creano una grande varietà di occasioni di incontrare e magari contagiare altri individui.

I modelli italiani

sono ad agente individuale: rispetto a quelli matematici standard, a equazioni differenziali, che danno un tasso d’attacco finale (il numero dei contagiati) più pesante disconoscendo la varietà dei comportamenti, hanno una struttura più complessa. Si ricrea al computer una specie di replica digital-statistica della popolazione italiana composta di tot famiglie, scuole, luoghi di lavoro, mezzi di trasporto e si fanno inferenze sui possibili comportamenti del campione.

Il matematico continua poi evidenziando il fatto che le varie fette di popolazione esibiscono diverse tendenze all’aggregazione. Un fattore importante di cui bisogna assolutamente tenere conto: gli studenti delle scuole, gli operai delle fabbriche, coloro i quali usano i mezzi pubblici per i loro spostamenti, … impongono l’uso di modelli specifici in relazione alla diffusione del virus e le valutazioni finali, quelle fatte proprie dalla politica, risultano essere dipendenti dal quadro di insieme che emerge sommando tutti i singoli casi ottenuti, tenendo conto dei loro diversi pesi statistici, sotto le ipotesi di chiusura delle scuole, dei luoghi di lavoro, ecc.

Da questa intervista apprendo poi, tra il triste e l’ammirato, che vale davvero il motto che invita a trovare il buono anche nelle situazioni peggiori. Ne scopro il valore quando Pugliese racconta di come una svolta importante sulla via della comprensione della diffusione del COVID 19 sia stato offerto dal recente caso della Diamond Princess: la nave da crociera che, a causa della (o grazie alla) presenza di un paziente ottantenne affetto da Coronavirus, mentre il 4 Febbraio era in acque territoriali giapponesi, è stata posta in quarantena, favorendo così la diffusione dell’infezione all’interno di quell’ambiente “chiuso”.

Dopo soli 22 giorni, ben 705 delle 3711 persone a bordo risultavano contagiate e, considerazioni di altro genere a parte, la situazione ha fornito dati preziosissimi sulla diffusione dell’epidemia che, laddove avremmo dovuto come sempre studiarne gli effetti su un campione di cavie animali all’interno dell’ambiente controllato di un laboratorio di ricerca epidemiologia, ci ha permesso di vederne gli effetti diretti su un nutrito campione umano.

Insomma, fare simulazioni non è e non può ridursi a trovare il miglior fit per i soli dati forniti dalla protezione civile. Questo, al limite, potrà dire qualcosa di importante su altri aspetti come ad esempio l’evoluzione della nostra capacità di curare quelli che già sappiamo essere malati. Capire davvero dove andrà e come si comporterà il virus è ben altra cosa e, ricordando e parafrasando le parole dello statistico Box già citate più su, “tutti i modelli che si basano solo sul fit di questi dati parziali sono sicuramente falsi”.

In chiusura, non posso fare a meno di ringraziare Corbellini per un’ulteriore chicca: all’interno dello stesso articolo, cita Pablo Picasso che pare abbia detto:

«tutti sappiamo che l’arte non contiene verità. L’arte è falsità che ci consente di capire la verità, almeno quella che ci è consentito di conoscere. L’artista deve sapere come convincere gli altri che le sue menzogne sono vere» (1923).

Trovare a poca distanza la citazione di uno statistico e di un pittore, immagino sia un invito (voglio leggerlo così) a riguardare i grafici che trovo ogni giorno sulle pagine di alcuni miei amici di Facebook come forme d’arte matematica: linee eleganti, colorate, tendenziose e ammiccanti delle quali comunque subisco il fascino.

La rete sembra si stia facendo pian piano contagiare da un’ondata di virulenta pittura numerica, quasi un nuovo movimento, una nuova avanguardia epistemica che ha nell’esponenziale il suo punto, il suo strappo, il suo tratto caratteristico.

L’altro giorno Marco, un mio amico musicista, guardando il grafico della funzione esponenziale pubblicato da Sandro, un altro mio amico appassionato di matematica, diceva: “Io colgo un’intrinseca bellezza nella forma del grafico ma, nella mia totale ignoranza, non so perché”.

Stamattina, trentesimo giorno di quarantena (una bella cifra tonda!), ho provato a riosservarlo tentando di dimenticare di saperne (meglio, di averne saputo) di più e forse ho capito il perché di quella bellezza visiva che salta anche agli occhi di chi non ne conosce quella formale: se consideriamo solo una porzione limitata del primo quadrante, quella funzione sembra proprio appropriarsene distribuendo i pesi visivi in modo abbastanza simile a quanto fanno i quadri organizzati seguendo il criterio suggerito dalla sezione aurea*.

Va a finire che questa avanguardia, tanto avanguardia non è.

Limitiamoci allora a dire che è una versione aggiornata, elegante e sintetica del bello classico; una simulazione moderna e, essendo fatta a posteriori, finalmente attendibile di una bellezza antica.

SZ

 

° Non si tratta di una analogia così peregrina: si guardi, a questo proposito, come si comporta la spirale logaritimica:

https://it.wikipedia.org/wiki/Spirale_aurea

CRONACA VIRUS – Giorno 29

                                               PICCOLE E CHIUSE COSE

Cosa significa davvero “capire”?

È un problema inerente la pura comprensione di un periodo composto dalla somma sapiente dei significati dei singoli termini o è qualcosa di più elevato, qualcosa che va oltre il ristretto orizzonte linguistico?

Come al solito, il tutto è più della somma delle singole parti. A modo suo, lo dimostra la recente indagine OCSE-PISA sui risultati della quale tornerò prima o poi in queste cronache.

E lo dimosta anche il fatto di aver creduto, a suo tempo, di avere pienamente compreso il messaggio di Pascoli.

Oggi invece mi accorgo ancora una volta che la cifra del suo messaggio come anche quello di altri autori non poteva che essere l’integrale di decine e decine di sue esperienze che oggi, grazie all’età ma anche e soprattutto alla situazione che stiamo vivendo, mi sembra rivelare il suo vero significato, la sua parte extrasemantica.

Un discorso che di certo non si applica solo alla produzione del poeta romagnolo, anche se nel suo caso ho l’impressione che pur nelle sue note trovate pregrammaticali, abbia sempre e soltanto avuto intenzioni postgrammaticali (intendendo qui impropriamente quel termine come “intenzioni reali da rivelare molto, molto a posteriori”).

A farmi sentire il bisogno di ritornare sul luogo del delitto giovanile per tentare di comprendere cosa accidenti volesse davvero dire con quella sua famosa poetica delle piccole cose è proprio la sommatoria delle mie esperienze, condotta sul periodo pluridecennale, che come credo tutti i miei coetanei mi sento chiamato a calcolare. Inoltre vi è anche l’aggravante dell’anomala attenzione – stavolta ritengo sia cosa che riguardi tutti, coetanei e non – che sono costretto a dedicare alle mie azioni dalla limitatezza imposta ai miei spostamenti fisici,.

Allora, passando in rassegna gli eventi che mi hanno condotto qui e ora, guardando la mia vita di questi giorni come potrebbe fare un drone personale silenzioso e indiscreto che svolazza dalle parti del soffitto, capisco che molti dei suoi versi mi si confanno esattamente come a un adolescente si addicono quelli di una canzone che riassuma le senzazioni tipiche della sua età.

Ancora una volta scopri che valeva la pena arrivare fin qui per comprendere ciò che ti è capitato in altri momenti “non sospetti”: fai tuo adesso ciò che ti hanno fatto ascoltare forse un po’ troppo presto, pretendendo che già allora fosse per te importante. Dittelo pure: solo ora puoi avere la sensazione di apprezzare intimamente la differenza tra tutto e parti, tra territorio e mappa, tra leggere Pascoli o chiunque altro degli autori incontrati da ragazzo e, forse, comprenderli (più) a fondo.

Piccole cose.

Si diventa pascoliani nel ricordare meravigliosi spazi aperti, naturali, che proprio per questo possono però rappresentare la morte tanto evocata da quel poeta, quella che sappiamo annidarsi lì fuori attendendo una tua distrazione.

E lo si diventa anche privilegiando la frugalità dei pasti (altrimenti “inquarto”), la piccola ambizione di compiere ogni giorno quei gesti tra l’utile e il piacevole che costellano la giornata di un abitudinario. Piacevoli perché familiari, conosciuti, appaganti, tuoi.

E se pascoliano non lo eri, in qualche misura, forse senza accorgertene, lo diventi: il tuo sistema fisico, quello composto dalle tue particelle, a furia di muoversi sempre all’interno dello stesso ambiente a 3 + 1 dimensioni, trasforma pian piano quello spazio perlopiù euclideo in uno spazio delle fasi nel quale passa e ripassa dagli stessi punti, ritrovando lì gli stessi valori di almeno 6 delle tue coordinate e dei tuoi limitati gradi di libertà.

La tua casa, quasi fosse descrivibile come un universo-spugna composto da vuoti e pieni di materia barionica, diventa un invisibile sistema di vuoti e di pieni di densità di probabilità delle tue configurazioni.

Scopri così che la parola abitudine potrebbe per te essere definita dalla Crusca come “curva che descrive l’evoluzione della probabilità di trovarti seduto in cucina a mangiare o a letto a leggere, guardare la televisione; scrivere, a volte. In soggiorno, al tavolo, a scrivere, disegnare, suonare o sempre in soggiorno, sul tappeto a fare ginnastica. In bagno a prenderti cura del tuo animale domestico“.

Posizione e azione allora appaiono ciò che davvero sono: un sinolo inscindibile che forse di suo basterebbe a dare una risposta al quesito, ancora in attesa di una risposta univoca, circa cosa sia da considerarsi vivo e cosa no.

E se non si è o se proprio non si vuole essere pascoliani – un appellativo qui banalizzato, compresso, sunto improprio di abitudinario e di perso nella contemplazione della bellezza evocativa, apollinea, quasi, di piccoli gesti, di piccoli oggetti e pensieri – meglio far finta di decidere di diventarlo; se non lo si deciderà, si potrà rimanere delusi dallo scoprirsi più banali, meno fantasiosi e imprevedibili, meno figli dei fiori e più piccoli yuppie dell’azienda domestica di quanto si amava pensare di sé.

La mattina si legge e si scrive. Lo fai tenendo un orecchio alla radio e l’attenzione alla pagina piena o a quella da riempire. Se decidi di leggere e non ti sei già svegliato con le idee chiare, rimani un po’ sospeso, indeciso a quale musa votarti. Una attività che mangia la sua fetta di tempo.

Tra la scelta, la lettura e la scrittura, volano via due o tre ore e sei a ridosso dell’ora di pranzo. Un po’ di ginnastica, un pasto contenuto – non è mica sempre Sabato o Domenica! -, lavi i piatti e sono già le tre del pomeriggio. Al fine settimana, questo è il momento del film, della tavoletta di cioccolato e di un fondo di tazzina da caffé occupato dal tuo torbato preferito da sniffare, prima che da bere. E ti senti un Regolo, un piccolo re.

Intanto la radio continua a tenerti compagnia. A volte la ascolti attento; a volte ribolle in sottofondo mentre pensi ad altro e in questi casi sembra avere la sola funzione di simulare l’interno di un autobus, di una metro, di un bar per inscenare una situazione di normalità sociale.

Ogni tanto, come può capitare di sentire la confessione di una coppia alla fermata dell’autobus o i ragionamenti di due signore in fila al supermarket, capti una frase, un tono, una musica, interessanti e ti fermi. Smetti di scrivere, di suonare, di disegnare; mentre lavi i piatti, interrompi il rumoroso flusso d’acqua. Ascolti, soppesi, e riprendi la la tua corsetta.

Due-tre telefonate: a tua madre, a tuo figlio, a qualche amico/a; e un’ora almeno se ne va così.

In un ambiente piccolo come il mio, è bene che anche gli oggetti siano frugali come i pasti, altrimenti l’ambizione comodamente contenuta da uno molto ingombrante, ucciderebbe altre più contenute, nascoste dentro oggetti minimi che pure hanno diritto ad esistere in questa frazione di mondo.

Ad esempio, le mie armoniche, vere e proprie myricae musicali, di spazio ne chiedono davvero poco e spesso capita di non trovarle, nascoste da altre piccole ambizioni concretizzate in oggetti come libri, fogli, giornali o più prosaicamente investite da frane di vestiti buttati disordinatamente qui e là.

Nel caso del mio strumento preferito, l’ambizione è trovarvi dentro quanta più musica possibile. E se proprio lì non la si trova, si cerca di soffiarcela dentro a forza, violentando il loro spazio tridimensionale per farlo stavolta diventare uno spazio delle fRasi.

Così facendo, ci si gioca qualche altra ora, e non è male, anche se poi ti disperi per non poterle più riafferrare.

Scrivendo, suonando una piccola armonica, organizzando segni su una pagina, ti scopri a non fare altro che tentare di isolare pezzi di mondo nel tentativo di farti, a partire da essi, un’idea sintetica che lo riassuma; un’idea sintetica che ne sveli in negativo quella famosa differenza che manca e che sempre mancherà alla somma delle sue parti tengibili.

Scopri ad esempio, che pur appassionandoti l’avventura della Big Science col suo concertare gli sforzi di centinaia di persone verso uno stesso obiettivo conoscitivo (magari farne parte!), continui a immaginare l’attività di uno scienziato come lo sforzo romantico di una mente da sola di fronte alla Natura.

E allora sospetti che sia proprio questo che ti fa amare la scienza allo stesso modo in cui ami la letteratura, la pittura, la musica: pur essendo anche queste attività interpretabili come avventure collettive, sono più facilmente riconducibili all’impertinenza di un singolo che, ritto in piedi, non arretra e, anzi, urla contro la realtà: un enorme grizzly incazzato, sfidandola ad attaccare.

Ami le scommesse da piccoli, folli Achab che pur sapendo di non poter fare altra fine se non quella di venir risucchiati dall’abisso, sono comunque felici di aver anche solo scalfito la pellaccia spessa del leviatano lasciandogli una cicatrice, una piccola traccia del loro arpione spuntato.

Sulla scorta di simili pensieri, mi trovo a sperare che questa fase storica insegnerà a essere più prudenti nel chiudere le porte ai piccoli progetti scientifici, quelli ai quali basterebbe un’infima frazione del budget sempre prenotato da altri ipertrofici, che però  da casa non possono proprio proseguire.

In un rifugio, antiatomico o antivirus che sia, non puoi portarti una mandria da macellare o una campagna da coltivare. C’è spazio solo per loro comodi, piccoli riassunti: cibo in scatola.

In una emergenza come questa, non puoi lanciare sonde o far collidere particelle. Puoi solo fermarti a pensarle in maniera diversa, cercando nuove inquadrature; sintetizzandone il pensiero in nuovi versi scientifici ancora mai scritti: l’equazione di Dirac è stata scritta da lui solo. A casa sua.

Immagino le immense cattedrali della scienza al momento vuote di persone e mi intristisco, ma al contempo rivaluto la possibilità che qualcuno, nel tentativo puerile ed eroico di giocare a fare dio, possa ancora scoprire qualcosa dal tavolino del tinello, o con un piccolo telescopio sistemato sul suo balcone.

La stessa fame globalizzante, onnivora, spietata che muoveva ogni giorno masse enormi di persone in nome di una ineluttabile economia, rimandava una necessaria fermata per riprendere fiato. Una dinamica che attanagliava tutto, anche la ricerca, l’arte e l’intero spettro delle attività umane, comprese quelle che più si pretendeva fossero pure e lontane da logiche di profitto.

Una fame globalizzante che ha trasformato molti dei migliori scienziati in cupi strateghi, freddi politici, affamati amministratori del denaro pubblico che veniva elargito solo ai loro progetti più ambiziosi; solo a quelli che vestivano meglio di altri il tricolore per il gran galà della scienza.

Ora forse, privati per un po’ dei loro Monòpoli e monopòli, alcuni di loro scopriranno che quel gioco non era poi così necessario e affascinante. Me li voglio immaginare nel mentre – riaprendo un impolveratissimo manuale di Fisica del primo anno e scoprendo che quel tal grafico era davvero lì, in quella posizione che ricordavano e con quelle unità di misura segnate sugli assi – riscoprono perché da ragazzi hanno fatto quella scelta universitaria e non quella di iscriversi a Economia, Scienze Politiche o al Partito.

Piccoli pensieri, piccoli gesti, piccole oggetti che anche oggi tornano a farmi compagnia.

E, al passare delle ore, mi dico che Quasi-quasi cambio -modo, poetica e poeta.

Scopro, allora, che dopo aver scorazzato in un piccolo panorama di oggetti, attività e ambizioni, sempre quelli, sempre uguali, sempre qui, la giornata è pressoché finita.

Ed è subito sera.

SZ

 

CRONACA VIRUS – Giorno 28

Una doccia di fredda realtà

Erano i primi di Marzo quando il fisico Marco Cattaneo, direttore del settimanale Le Scienze, in un a dir poco accorato messaggio su whatsapp invitava i suoi contatti a stare in allerta, seguendo le indicazioni date dagli esperti circa come affrontare l’emergenza sanitaria.

Per fortuna, la diffusione del suo messaggio è stata abbastanza virale e nei giorni successivi praticamente tutte le testate giornalistiche hanno dedicato uno spazio alle sue parole.

Tra i punti fondamentali del suo messaggio, ve ne era uno che non era riconducibile al suo punto di vista. Valeva piuttosto il contrario: ciò che Cattaneo sosteneva era conseguenza dell’aver preso in considerazione ciò che gli esperti virologi sostenevano.

Ci tengo a sottolienarlo ancora una volta: sto parlando di qualcosa elaborato non da Cattaneo, da me o da Ciccio di Misilmeri (cit.), ma diffuso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un organismo sovranazionale che, come spiega il direttore de Le Scienze, considera conclusa un’emergenza epidemica:

dopo DUE PERIODI DI INCUBAZIONE COMPLETI in cui non si registrano nuovi contagi. Sono 42 giorni per Ebola. Potrebbero essere 30 per SARS-CoV-2. Dopo di che, è richiesto a ogni paese di mantenere un’elevata sorveglianza per 90 giorni.

 Nel frattempo, come ho già riportato in un precedente articolo, nel caso del COVID 19 la valutazione precauzionale del suo periodo di incubazione si è assestata sul valore di due settimane: un periodo che porta a 28 il conteggio dei giorni dopo i quali stabilire se sia o meno il caso di abbassare la guardia.

Da qui il titolo di questa Cronaca odierna che già dalla lettura di quel post di Cattaneo, programmavo di dedicare allo stato delle cose così come lo avremmo registrato oggi.

, perché in questo mio spazio on-line, specchio parziale di ciò che avviene nel volume di casa mia, oggi sono proprio 28 giorni dall’inizio della mia incubazione – in realtà, data la base triangolare di questo appartamento, dovrei forse parlare di in-prismizzazione o di in-semicubazione. No, non vivo in una piramide…

Oggi ho quindi atteso fino alle 18:00 che venisse pubblicato il bollettino della Protezione Civile nel quale ogni giorno viene fornita la fotografia dell’emergenza nel nostro paese. Il risultato è il seguente:

Casi totali: 132.547

Persone che risultano positive al virus: 93.187

Le persone guarite: 22.837.

I pazienti ricoverati con sintomi: 28.976

Persone in terapia intensiva: 3.898

Persone in isolamento domiciliare: 60.313

Totale deceduti: 16.523 (potrà essere confermato solo dopo che l’Istituto Superiore di Sanità avrà stabilito la causa effettiva del decesso), circa 600 più di ieri.

Pur non avendo ancora capito come si ottiene quel totale iniziale a partire dagli altri totali parziali, mi sembra comunque emergere una certezza: dopo questa prima fase – e ci tengo a sottolinearlo: PRIMA fase – di segregazione lunga due periodi di incubazione, siamo ancora lontani dall’obiettivo “zero contagiati” per cui direi che non ci rimane da fare altro che metterci l’anima in pace, prendendo sul serio la prospettiva di rimanere confinati in casa almeno fino a dopo l’estate.

In alternativa, se come ci auguriamo l’emergenza dovesse finire in Maggio-Giugno, usciremo sì, ma dovremo curare di stare ancora a una distanza reciproca di sicurezza, dando ascolto alla nostra comprensibile paura e alla diffidenza non tanto nei confronti delle persone, ma per ciò che potrebbero inconsapevolmente e asintomaticamente ospitare.

No, non lo dico con sadico e sadomasochistico piacere: la cosa preoccupa anche me, specie vedendo che dopo nemmeno un mese di stop (all’italiana), un noto filosofo ha oggi pubblicamente riconsiderato al ribasso il valore della sua materia rispetto a quello della politica; una scrittrice affermata se l’è presa con un famoso cantante il quale, elegante, non ha dato prova di essersene accorto; a difenderlo ci hanno pensato, azzuffandosi tra loro sui social, i seguaci delle religioni pop nate attorno ad ognuno di questi moderni messia che nulla hanno a che fare con la famiglia divina, quella vera (?); una famiglia alla quale, sperando in un miracolo della madonna (no, non è una citazione, e sì, lo so: sembra una battuata di Pozzetto), sta guardando proprio chi, pagato anche dalla fetta di popolo laico, sarebbe almeno per questo preferibile si facesse consigliare soltanto dagli esperti.

É evidente che loro non gli bastano.

Tutto questo ribollire di nervi e atteggiamenti spesso inopportuni preoccupa e lascia presagire che dopo l’estate, una volta aperte le gabbie delle nostre case, si riverserà per le strade un fiume di belve inferocite pronte a sfogare mesi e mesi di animalità compressa.

C’è da sperare solo che, per soddisfare le intervenute esigenze di scontro all’arma bianca che la rete sta manifestando ogni giorno di più, Zuckerberg & Co. dotino presto i social da loro controllati di strumenti di offesa utili a colpire a distanza, il meno metaforicamente possibile (sempre nel rispetto della legge, però! Mi raccomando!), il nostro nemico virtuale di turno.

In assenza di curve degli stadi e di file ai semafori dove sfogare l’aggressività e impossibilitati dal frequentare letti non nostri anche solo per il tempo di una strusciata occasionale, c’è e ci sarà sempre più bisogno di uno strumento informatico che consenta di sfidare, ancora una volta metaforicamente, a duello l’odiato avatar di qualcuno incontrato in rete.

Di uno strumento del genere si potrebbe servire vantaggiosamente il governo che, con anche il problema delle prigioni piene da risolvere, avrebbe così la possibilità di regolare a domicilio il nostro livello di stress, di ormoni e di testosterone.

In rete e in tv l’urlo e la pseudo-dialettica stanno crescendo oltre il livello di guardia e dopo bocca, naso e occhi, il virus volante sta iniziando a colpire anche le orecchie.

Offese e minacce, si sa, coprono facilemente distanze ben più lunghe di un metro e andrà a finire che dopo guanti, occhiali e mascherine, al nostro outfit da epidemia dovremo presto aggiungere anche quei tappi che hanno dimostrato di funzionare così bene con il russare dei partner.

Prevedo un futuro alquanto ovattato, con mute e scafandri a proteggere la nostra bolla personale.

Che sia la prova generale di un trasferimento su un altro pianeta?

 

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 27

L’opera d’arte nell’epoca della sua appropriazione tecnica da parte del pubblico

 Tra le innumervoli strategie messe in atto dal popolo di internet per rendere vivibile e interessante questa quarantena, mi ha colpito la #GettyMuseumChallenge: una sfida lanciata dal Getty Museum di Los Angeles che ha invitato il suo pubblico reale e virtuale a ricreare le opere d’arte lì esposte usando i propri corpi o tre oggetti trovati in giro per casa.

Il guanto della sfida è stato raccolto da tantissimi che, come si può vedere dalla simpatica e sintetica collezione offerta dal quotidiano on-line La Repubblica, hanno esposto il risultato sui loro profili social.

Guardando quelle immagini, la mente non può che andare a ciò che, confermando una finissima capacità di analisi e una notevole predisposizione alla predizione del futuro, scriveva nel 1936 Walter Benjamin nel suo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

A stimolare la breve ma intensissima analisi contenuta nel suo saggio, furono evidentemente la fotografia e, soprattutto, l’avvento del cinema che in quegli anni si impose con prepotenza all’attenzione di tutto il mondo della critica per la sua capacità di mutare i pesi nel rapporto tra artista e pubblico, tra creatore e spettatore.

Ripensare oggi alle sue parole e chiedersi quindi cosa scriverebbe oggi dell’arte contempoanea e, in particolare, di questa iniziativa del famoso museo californiano è stato per me tutt’uno. Allora lo faccio, e provo a dare risposta attraverso la citazione di una scelta di passi che ho operato sulla base di ciò che mi ha stimolato la rilettura gettyana che ne ho dato oggi.

Tra l’altro, in quel saggio, viene spesso chiamato in causa il pensiero di Paul Valéry, altro grande visionario suo contemporaneo, il quale, come riportato da Benjamin, appuntava nel suo Scritti sull’arte del 1934:

Come l’acqua, il gas o la corrente elettrica, entrano grazie a uno sforzo quasi nullo, provvedendo da lontano, nelle nostre abitazioni per rispondere ai nostri bisogni, così saremo approvigionati di immagini e di sequenze di suoni, che si mannifestano a un piccolo gesto, quasi un segno, e poi subito ci lasciano.

 Uno streaming che all’epoca poteva sembrare quasi una rivelazione di Fatima e che ora travolge anche queste stesse mie parole, portandole a poter essere potenzialmente lette ovunque sgorgando, senza fatica, dai rubinetti dei vostri terminali.

É convinzione di Benjamin che, una volta persa quella che lui chiama aura di un’opera d’arte, l’unicità dell’hic et nunc posseduta dall’originale che a partire da un certo momento in poi sarà tecnologicamente riprodotto in un numero qualsivoglia alto di copie, si

sottrae il riprodotto all’ambito della tradizione. Moltiplicando la riproduzione, essa pone al posto di un evento unico una serie quantitativa di eventi. E permettendo alla riproduzione di venire incontro a colui che ne fruisce nella sua particolare situazione, attualizza il riprodotto. Entrambi i processi portano a un violento rivolgimento che investe ciò che viene tramandato – a un rivolgimento della tradizione, che è l’altra faccia della crisi attuale e dell’attuale rinnovamente dell’umanità. Essi sono strettamente legati ai movimenti di massa dei nostri giorni. Il loro agente più potente è il cinema. Il suo significato sociale, anche nella sua forma più positiva, e anzi proprio in essa, non è pensabile senza quella distruttiva, catartica: la liquidazione del valore tradizionale dell’eredità culturale.

E ancora, sempre a proposito del concetto di aura applicato a un’opera d’arte come anche alla visione estatica e compiaciuta di un oggetto reale quale potrebbe essere una lontana catena montuosa, sottolina la grande importanza che ha assunto

l’esigenza a impossessarsi dell’oggetto da una distanza il più possibile ravvicinata nell’immagine, o meglio nell’effigie, nella riproduzione. E inequivocabilmente la riproduzione, quale viene proposta dai giornali illustati o dai settimanali, si differenzia dall’immagine diretta, dal quadro. L’unicità e la durata s’intrecciano strettissimamente in quest’ultimo, quanto la labilità e la ripetibilità nella prima. La liberazione dell’oggetto dalla sua guaina, la distruzione dell’aura sono il contassegno di una percezione la cui sensibilità per ciò che nel mondo è dello stesso genere è cresciuta a un punto tale che essa, mediante la riproduzione, attinge l’uguaglianza di genere anche in ciò che è unico. Così, nell’ambito dell’intuizione si annuncia ciò che nell’ambito della teoria si manifesta come un incremento dell’importanza della statistica. L’adeguazione della realtà alle masse e delle masse alla realtà è un problema di portata illimitata sia per il pensiero, sia per l’intuizione.

Nel definire un oggetto come opera d’arte, è cosa nota, interveniva anche la modalità stessa con la quale esso veniva percepito. Qualcosa, quindi, che va oltre l’oggetto e che mira a definirlo in relazione al contesto nel quale veniva collocato:

Un’antica statua di Venere, per esempio presso i Greci, che la rendevano oggetto di culto, stava in un contesto tradizionale completamente diverso da qiello in cui la ponevano i monaci medievali, che vedevano in essa un idolo maledetto. Ma ciò che si faceva incontro sia aiprimi che ai secondi era la sia unicità, in altre parole: la sua aura. Il modo originario di articolazione dell’opera d’arte dentro il contesto della tradizione trovava la sua espressione nel culto. Le opere d’arte più antiche sono nate, com’è noto, al servizio di un rituale, dapprima magico, poi religioso. Ora, riveste un significato decisivo il fatto che questo modo di esistenza, avvolto da un’aura particolare, non possa mai staccarsi dalla sua funzione rituale. In altre parole, il valore unico dell’opera d’arte autentica trova una sua fondazione nel rituale, nell’ambito del quale ha avuto il suo primo e originario valore d’uso. Questo fondarsi, per meditato che sia, è riconoscibile, nella forma di un rituale secolarizzato, anche nelle forme più profane del culto della bellezza.

Il teorema benjaminiano allora si chiude col la constatazione che:

La riproducibilità dell’opera d’arte emancipa per la prima volta nella storia del mondo quest’ultima dalla sua esistenza parassitaria nell’ambito del rituale. L’opera d’arte riprodotta diventa in misura sempre maggiore la riproduzione di un’opera d’arte predisposta alla riproducibilità. Di una pellicola fotografica per esempio è possibile tutta una serie di stampe; la questione della stampa autentica non ha senso. Ma nell’istante in cui il criterio dell’autenticità nella produzione dell’arte viene meno, si trasforma anche l’intera fruizione dell’arte. Al posto della sua fondazione nel rituale s’instaura la fondazione su un’altra prassi: vale a dire il suo fondarsi sulla politica.

E se già all’epoca il filosofo intuiva che “l’attualità cinematografica fornisce a ciascuno la possibilità di trasformarsi da passante in comparsa cinematografica. In certi casi può addirittura vedersi immesso (…) in un’opera d’arte”, la sfida lanciata dal Getty rappresenta davvero uno step fondamentale del processo che, passata attraverso l’edonismo sfrenato del selfie – un fenomeno si spera transitorio e vicino alla sua fine – porta a usare la tecnologia non più per sdoganare l’improbabile tesi che ognuno di noi è sempre e comunque arte che val la pena diffondere, ma per affermare che siamo arte quando davvero com-prendiamo; quando, anche con ironia e leggerezza, dopo averla studiata, soppesata, introiettata, o abbiamo fatta creativamente nostra la sua lezione, o ci immedesimiamo in un’opera d’arte universalmente riconosciuta come tale.

In qualche modo, ancora una volta torna qui la suggestione dell’Orwell di Farhenheit 451 già citato pochi giorni fa, e lo fa stavolta nella sua versione visiva, quella che ha a che fare con l’immedesimazione dell’individuo in opere appartenenti alla storia dell’arte: una materia resa finalmente viva da persone aiutate dagli eventi a riscoprire i memi fondanti la nostra cultura.

Riprendendo a citare passi del saggio che avrebbe potuto anche farmi optare per il titolo Leggere Benjamin nel 2020, il filosofo nota che

Colui che si raccoglie davanti all’opera d’arte vi si sprofonda; penetra nell’opera (…) Inversamente, la massa distratta fa sprofondare nel proprio grembo l’opera d’arte. Ciò avviene nel modo più evidente per gli edifici. L’architettura ha sempre fornito il prototipo di un’opera d’arte la cui ricezione avviene nella distrazione da parte della collettività. Le leggi della sua ricezione sono le più istruttive.

La distrazione architettonica, per dirla alla Benjamin, rispetto a ciò che prende polvere nei nostri musei, si può forse spiegare con la mancata attenzione a ciò che ci hanno chiesto di studiare con metodi che già nel secolo scorso dimostravano una efficacia traballante. In tal senso, l’iniziativa del museo Getty potrebbe essere assunta a paradigma: un teatro dell’arte, inteso come messinscena di quadri famosi, e non solo l’arte del teatro.

Spesso scopriamo di avere abitato il nostro periodo di formazione scolastica con quella stessa disattenzione che ora, invitati a riconsiderare tutto durante un periodo che ci vede particolarmente attenti alle anguste architetture delle nostre case, ci costringe a riconsiderarCi con la dovuta attenzione; ci consente di notare ciò che, volenti o nolenti, da tanto abbiamo in grembo.

Cambia così il rito, cambia la fruizione dell’arte che ora diventa vestito, atteggiamento, posa, luce domestica, rivelandone l’attualità anche nell’apparente stridore generato dalla lettura della data di creazione dell’opera cui ci stiamo ispirando.

E, facendo ancora mie le parole di Benjamin,

sarebbe errato sottovalutare il valore di queste tesi per la lotta di classe. Esse eliminano un certo numero di concetti tradizionali – quali i concetti di creatività e di genialità, di valore eterno e di mistero -, concetti la cui applicazione incontrollata induce a un’elaborazione in senso fascista del materiale concreto.

Una elaborazione che si tenta ancora di scongiurare grazie anche, ad esempio, all’invito dei musei di andare a visitare le esposizioni nei loro siti on-line. Un invito che ci dà la misura di quanto sia cambiata la situazione rispetto a quando Benjamin scriveva

il valore culturale come tale induce a mantenere l’opera d’arte nascosta: certe statue degli déi sono accessibili soltanto al sacerdote nella sua cella. Certe immagini della Madonna rimangono invisibili per quasi tutto l’anno, certe sculture dei duomi medievali non sono visivile per il visitatore che stia in basso. Con l’emancipazione di determinati esercizi artistici dall’ambito del rituale, le occasioni di esposizione dei prodotti aumentano.

Nella postilla con la quale il saggio si chiude, commendando alcuni passi del manifesto marinettiano a favore dell’occupazione coloniale in Etiopia, si evidenzia come per i futuristi l’unico modo di rendere onore alla tecnica e alla meccanica che sbalordiva all’inizio del ‘900 fosse applicare tutto l’armamentario disponibile di acquisizioni scientifiche e gli armamenti accumulati per mettere in scena il grande spettacolo pirotecnico della guerra. Quella stessa guerra che in un manifesto più famoso del precedente definì igiene del mondo.

Oggi la rete ci mostra finalmente un orizzonte molto più alto e igienico di quello coloniale e conflittuale: se per i futuristi il progresso, il dominio sulla Natura non poteva fare altro che assumere il fetore della decomposizione, la consistenza dei metalli, il grigio delle ciminiere, l’ingombro dei rottami, già da un po’ internet propone la leggerezza delle fibre ottiche, il silenzio dei flussi di dati, la compattezza dei server, la mancanza di odore dei bit.

A completare questo quadro di sparizione progressiva della massa con tutti i suoi attrivuti futuristici è ancora lui, il piccolo COVID 19 il quale, costringendoci in casa e limitando traffico e produzioni, sta creando il vuoto, ripulendo l’aria dalle scorie anacronistiche che, cosa assurda!, farebbero sentire a suo agio un qualsiasi futurista di un secolo fa venuto nel 2000 per una visita di piacere.

Non so se ve ne ricordate, ma fino a ieri, stando sempre fuori casa, eravamo perlopiù rumore.

Oggi, da semisegregati, possiamo anche diventare arte.

A voi la scelta se occupare questa Domenica rimpiangendo lo smog o impersonando la Gioconda.

SZ