La Musica di Bach Risuona negli Osservatori INAF

Nella mia oramai lunga frequentazione di ambienti scientifici, ho avuto modo di verificare di persona come molti colleghi privi come me di una fede religiosa, vivano ugualmente il forte sentore di svolgere una attività connotabile anche con l’aggettivo spirituale.

Ciò può forse destare stupore e far credere di essere piuttosto in presenza di una certa incoerenza di chi confessa un simile sentire, ma compiendo alcune ricerche ho scoperto che, oltre a essere molto diffuso, questo atteggiamento ha anche profonde radici nella storia della cultura ampiamente intesa, e non solo quindi nella storia della scienza(*).

Questa predisposizione d’animo che si scopre frequentando letture scientifiche e luoghi deputati allo svolgimento di attività sperimentali, si potrebbe forse indicare come “culto pitagorico del dato”, del numero con la virgola visto come simulacro, come emersione di un ordine ben più profondo e nascosto che tramite quello si rivela; oppure come costante tentativo di entrare in contatto con una realtà noumenica che si suppone improntata a una certa razionalità tutta da scoprire tramite le realizzazioni visibili di uno spirito idealistico.

A causa di spinte da sempre presenti in Europa e che hanno forzato il nostro sviluppo culturale in ben note direzioni, sappiamo molto bene, fin dall’infanzia, che la religione prevede un rito imprescindibile costituito da modi, abbigliamenti, frasi, fasi, odori, luoghi ai quali si viene col tempo ad associare i concetti di necessità e verità come anche quello di esteriorità vista come riflesso di una imperscrutabile profondità.

Per chi è disposto a lasciarsi affascinare dall’idea che possano esistere estetiche dello stesso tipo ma al contempo profondamente diverse, per chi quindi non si lascia fuorviare dall’idea sbagliata che il rito abbia a che fare solo con la fede e che negli altri casi ci si trovi invece a seguire un modo, un metodo, una tecnica, una sequenza di gesti finalizzati esclusivamente al conseguimento di un risultato concreto (in fondo, il rito religioso promette risultati analoghi senza mai dimostrare la propria efficacia), è possibile scoprire durante gli studi universitari che anche il procedere scientifico è costellato da ritualità di vario tipo: modi, parole, frasi, processi, tecniche, misure, riduzioni dati, luoghi, linee di pensiero, …

E quali luoghi meglio degli osservatori astronomici possono fare da contralatare a cattedrali, monasteri, chiese, … classicamente connessi all’idea di rito e di sacro?

Per motivi che hanno a che fare con una necessaria economia di spazi, quelli astronomici sono ambienti perlopiù a volta sferica così da contenere di misura i movimenti del telescopio che ospitano; in alcuni casi più rari sono invece a pianta rettangolare, ma anche così ricordano vagamente chiese con una navata centrale e due laterali (si veda il TNG, Telescopio Nazionale Galileo alle Canarie). All’interno di essi, si svolgono attività che necessariamente sono sempre quelle: si prepara la serata con gesti non gratuiti, ci si predispone all’osservazione, si osservano gli oggetti che si desidera studiare e si chiude la cupola rifacendo a ritroso alcune delle operazioni precedentemente eseguite.

Si tratta quindi, a tutti gli effetti di un rito scientifico nel quale però la sequenza sempre perfettibile di gesti, di parole, di atti è dettata da una necessità metodologica e dall’obiettivo di colloquiare con la Natura senza fare troppe supposizioni contingenti, soprattutto di ordine morale, circa la spiegazione di ciò che di essa si vede e che la dovrebbe giustificare dal basso in quelle sue manifestazioni osservabili.

Partendo da simili considerazioni e dal desiderio di far avvicinare anche altri a questo forte sentimento di “sacralità laica”, ho pensato di girare dei video nei quali eseguo musiche facilmente riconducibili a un ambito religioso. Anche l’associare musica e cosmo ha radici antiche che sfumano sempre in motivazioni di ordine sacro. Si pensi, ad esempio, a tutta la musica cosiddetta mundana (dal latino mundus = mondo, universo), definizione che mi ha spinto ad adottare il titolo “Te Mundum”, parafrasando così il noto inno di ringraziamento “Te Deum”.

Se vogliamo, a una prima analisi superficiale, forse uno dei fattori che più differenzia ambienti sacri e osservatori è proprio l’assenza di suoni che da sempre vengono usati per creare quel tipo di coinvolgimento così forte ben noto ai fedeli.

I brani che ho scelto, tutti o quasi tratti dal repertorio bachiano, sono perlopiù di ispirazione non religiosa. Si tratta di suite, quindi danze, per strumento solo (partita in A minore per flauto solo, suite per violoncello solo, …) scritti da Bach molto probabilmente dopo il cosiddetto “periodo di Weimar” (1708-1717) durante il quale ricoprì il ruolo di Konsermeister. Giunto alla corte calvinista di Köthen, egli si trovò praticamente costretto a comporre musica strumentale abbandonando così per alcuni anni il ruolo di autore di musica dedicata al rito religioso.

Da quanto detto, la scelta di eseguire proprio questi brani nelle cupole astronomiche nel tentativo di sancire finanche questa similitudine acustica tra quelle e le cupole degli edifici dedicati al culto, potrebbe non apparire opportuna. In realtà, oltre a intuibili motivi di ordine economico (non devo trovare il tempo e il luogo per fare prove con altri musicisti; è più economico spostarmi ed eventualmente trovare da dormire da solo riducendo al minimo il prezzo delle missioni; facendo rientrare questa attività fra i miei compiti isituzionali, non devo trovare fondi per pagare gli altri musicisti; …), ciò che mi ha spinto a usare quei brani è proprio la loro origine svincolata da motivazioni derivate dal culto: come è infatti facile immaginare, nonostante non fossero stati composti per accompagnare la liturgia, essi continuano comunque a mantenere i caratteri generali delle composizioni bachiane e tale continuità stilistica dona agli ambienti astronomici, in modo chiaro e definitivo, quel carattere che mi sta a cuore mettere in evidenza con questa attività.

Operando una mia personale rivisitazione di quei repertori che ho adattato alle possibilità dell’armonica cromatica (di questi brani scritti in origine per flauto, violino, violoncello, conto di pubblicare anche un disco e un libro di trascrizioni dei miei adattamenti per il mio strumento), ho operato la seguente suddivisione:

-OABO: prima suite in G per violoncello solo

Cupola del 60 cm (Loiano): Preludio

Sala della Torretta del Museo della Specola: Allemanda

Stanza dello Specchio a Tasselli/Ufficio di G.Horn d’Arturo: Corrente

Sala della Meridiana: Sarabanda

Cupola del 152 cm (Loiano): Minuetti I e II

-OA Arcetri:

 Cupola del Mertz: Giga della prima suite per violoncello solo in G

-OACT: Partita in A minore per flauto traverso solo

 Cupola 91 cm (SLN): Allemanda

Cupola 80 cm (SLN): Corrente

Cupola 40 cm divulgativo (SLN): Sarabanda

Cupola Barra Equatoriale (CT): Bouree Inglese

Ho inoltre registrato “Sirynx” di Debussy, un altro brano decisamente di ispirazione “pagana” scritto per flauto solo, davanti al telescopio Cherenkov ASTRI. La scelta di connettere il suono del flauto alla sede osservativa catanese è stata dettata dal riferimento alla Sicilia presente nella vicenda del Fauno così come cantato dal mito classico e, in tempi più recenti, dal poeta francese Mallarmé.

-OATO: fine terza suite in C

 -Cupola REOSC: Sarabanda

-Cupola storica: Minuetto 1

-Cupola 3: Minuetto 2

-Cupola 4: Giga

-OARoma: alcuni brani della seconda suite in Re minore per violoncello solo

Cupola di Monte Porzio Catone (ora biblioteca dell’Osservatorio): Preludio

Cupola della Torre Solare di Monte Mario: Allemanda

Mi riservo di completare la seconda suite nelle tre cupole dell’OATe e nelle due di Campo Imperatore (ho già preso accordi con i direttori di entrambe le strutture).

Il progetto poi continuerà a Medicina (BO) dove intendo registrare brani di fine ‘800-inizio ‘900. Dopo questa tappa andrò  negli Osservatori di Brera e Merate dove registrerò i primi tre brani Terza suite in C per violoncello solo_

 Cupola del Mertz di Schiaparelli: Preludio

Cupola Zeiss (Merate): Allemanda

Cupola del Ruths (Merate): Corrente

Il progetto oggi parte con i primi due brani della suite in Sol, il Preludio e l’Allemanda, registrati a Loiano e al Museo della Specola. Spero che anche le altre sedi INAF si accorgano della cosa e decidano di aderire all’iniziativa chiamandomi a registrare a Padova, a Trieste, al Toppo di Castelgrande, a Palermo, a Cagliari, alle Canarie, a Noto, al CERN e al Gran Sasso.

Al variare dei punti di vista, questa attività vuole soddisfare diverse esigenze e avere quindi valenze differenti: oltre quella evidente di ordine estetico, vi è chiara l’espressione di un tentativo divulgativo teso a mostrare l’esistenza, ma soprattutto la bellezza, delle cupole astronomiche e dei centri di ricerca fisica e astrofisica presenti sul nostro territorio nazionale, ma non solo. Se la storia della Chiesa è importante anche per persone che non vivono la fede, credo che sia per la grande capacità comunicativa che essa da sempre ha dimostrato.

Tutta la storia dell’arte ci dice come la Chiesa, forte del suo potere temporale, abbia saputo canalizzare le energie di grandi artisti nella direzione di un poderoso impianto propagandistico/pubblicitario che ha reso del tutto impossibile evitare di riferirsi di continuo a essa pur se da posizioni fortemente critiche. Pittura, musica, letteratura, architettura, costume, … sono stati e sono tutt’ora strumenti fondamentali di cui la Chiesa si è servita e ancora si serve magistralmente. Con essi ha da una parte fornito innegabili occasioni di crescita culturale, alimentando dall’altra innegabili oscurantismi al giorno d’oggi senza più ragion d’essere, qualora ne abbiano mai avuto.

Osservando l’operato di quella istituzione, credo di avere colto parte della lezione e di averla fatta mia.

Spero che il progetto possa piacere così da convincere anche gli indecisi ad avvicinarsi al fascino della scienza. Si tratta a tutti gli effetti di proselitismo scientifico che non può certo far male e che chiede solo di lasciarsi toccare, almeno per pochi minuti, dalla bellezza della scienza e dei luoghi nei quali essa viene costruita un po’alla volta, tutti i giorni.

E le notti.

SZ

(*) A tal proposito, consiglio di leggere l’agile libretto L’anima religiosa della scienza, di Federigo Enriquez, da poco pubblicato per i tipi della Castelvecchi.