Velocissime, eventuali agostane

Squid-in-vacanza

Francamente pensavo che avere un blog implicasse dinamiche di tipo diverso. Invece trovarmi pubblicato in alcuni siti che, assieme alla mia, avvertono anche dell’attività (o dell’inattività…) di altri blogger, mi ha fatto capire che alla fine Darwin aveva ragione: il blog è il figlio di un animale (il blogger, appunto) il quale, in quanto tale, deve proteggere la sua prole.

Allora, ancora inesperto di come qui vanno le cose, scopro che il gioco della selezione naturale applicato alla rete impone che, per conquistare quell’ambitissima prima posizione in alto nell’elenco dei blog, io scriva qualcosa anche se a) non ho pensato nulla che valga la pena di essere riferito, b) non ho disegnato nulla di così figo da valere la pena di essere pubblicato, c) nessuno, ma proprio nessuno, mi ha richiesto via mail “quando ci racconti qualcosa di nuovo?”.

Quindi?

Quindi potrei accettare di buon grado di escludere mentalmente l’irrilevante attività degli altri (a me sembra tale se confrontata con quella succosa, dovuta invece a reale emergenza espressiva che caratterizza i loro post più ispirati e che ogni tanto seguo anche io) e starmene in vacanza come sono, al mio posto al sole, quello vero. Altra possibilità:  potrei mettermi a sfornare idee-non idee così da reclamare un mio giusto (?) posto al sole dei pixel di questo monitor.

Proviamo ad adattarci al gioco.

Ecco i miei contenuti di oggi:

Non mi è successo nulla di particolare. Sono in ferie dal 13 sera, a mente leggera grazie alla consapevolezza di aver lavorato bene e sodo fino alla fine e sono finalmente con la famiglia a Cava d’Aliga (RG), a godermi la compagnia di parenti e amici di vecchia data, sole, mare spiaggia, cibo, letture, Elisa e Giovanni.

Pazzesco, vero?

Ci rivediamo presto, molto probabilmente con un altro inutilissimo post dal valore esclusivamente evolutivo, così da sopravvivere in questa nicchia biologica della blogosfera che ha regole molto simili a quelle di un qualunque social network, digitale o analogico che sia. Tra l’altro, ho il computer ma non lo scanner, quindi fino a fine mese di pubblicare disegni nuovi non se ne parla proprio. Se servirà, riciclerò vecchie immagini. Proprio come ho fatto in questo stupidissimo post…

Ciao!

SZ

P.S.: a ben vedere, ho solo da imparare. Guardando le statistiche di questa mia pagina, mi rendo conto di non poter proprio competere con gli altri blogger di cui sopra. Da tutto ciò non posso che dedurre che hanno ragione loro e che devo assolutamente capire, una volta per tutte, come si fa per avere successo qui. Non sono polemico, cerco solo di essere obiettivo, anche al costo elevato di dure constatazioni. Ringrazio Mariantonietta Montone (Relaxing Cooking) la quale mi ha scritto ciò che avevo già notato: non appena si manca di scrivere per un po’, si osserva un calo impressionante delle visite (praticamente l’equivalente del più famoso e accademico publish or perish). Può sembrare banale, o forse no. É la realtà e basta.

Insisto: Darwin aveva ragione anche su cose che non poteva affatto conoscere.

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Panspermia e Spermaceti

Il 6 Agosto scorso, dopo dieci anni di viaggio interplanetario, la sonda Rosetta ha finalmente raggiunto la cometa 67P/Churyumov–Gerasimenko. Per maggiori dettagli, consiglio di consultare la pagina dell’ESA: http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta/Rosetta_arrives_at_comet_destination 1-Prima-pagina-4-pulita-ma-provvisoria 2-Seconda-pagina-la-notte-della-cometa3-Terza-pagina-la-notte-della-cometa

4-quarta-pagina-definitiva-la-notte-della-cometa 5-quinta-pagina-corretta-la-notte-della-cometa

6-sesta-pagina-definitiva-la-notte-della-cometa-corretta 7-pagina-sette-2-la-notte-della-cometa   Sottofondo:

Shostakovich: Concerto per Violoncello e Orchestra n° 2

http://grooveshark.com/#!/album/Cello+Concerto+No+2/4389954

Una LUNA troppo POP

Selfing on the MoonPochi giorni fa, precisamente il 20 Luglio, ricorreva il quarantacinquesimo anniversario dell’allunaggio. Sì, parlo proprio di quel famoso passo compiuto da un uomo e che si è rivelato da subito essere un grande balzo compiuto dall’umanità intera.

O quasi. Immagino che già da quel 21 Luglio del 1969 sia partita la mania di pensare che fosse tutta una balla, che l’uomo sulla Luna non sia mai andato davvero. Pur non sapendo in quale istante esatto sia nata questa fola, possiamo datare con buona approssimazione l’inizio della sua diffusione al 1976, anno in cui venne pubblicato il libro di Bill Kaysing “Non siamo mai andati sulla Luna”.

Questo libro e la teoria in esso descritta ebbero un successo enorme, tant’è che ancora oggi chi fa divulgazione in campo astronomico si ritrova a dover difendere il dato storico dell’allunaggio dalle obiezioni, sempre le stesse, che puntualmente gli vengono opposte dal complottista di turno (ce n’è sempre almeno uno…) in visita a Osservatori e Planetari. Senza voler entrare nel dettaglio della faccenda che di sicuro è intrigante e che viene ben riassunta nella pagina http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_del_complotto_lunare, mi soffermerei su alcuni aspetti a essa connessi che trovo essere decisamente più interessanti.

In primis, mi attira la passione tutta umana per l’intrigo, la dietrologia, l’idea del complotto. Conosco bene questa passione per il semplice fatto, in quanto umano, di esserne affetto anche io e di avere lo stesso sentore, spesso una certezza, che molto della realtà ci sfugga perché artatamente occultato da chi ha interesse nel non farci sapere. Giusto per fare un esempio tra tanti, pochi giorni fa ricorrevano trentaquattro anni dalla strage di Bologna del 2 Agosto 1980 e ancora, a dispetto del lungo tempo trascorso, non si sa chi fossero i mandanti.

Al di là di casi come questo in cui è evidente come vi sia un gioco politico teso a insabbiare responsabilità di personaggi illustri, credo agisca nella maggior parte di noi una “emozionante malafede” capace di farci vibrare ancora di più quando supponiamo che chi sa qualcosa circa limitazioni della nostra libertà, ci tenga all’oscuro per privilegiare se stesso e una accolita di oscuri individui interessati al potere. In pratica, una specie di “nascondino” per adulti, mescolato a un surrogato di “sindrome di Stoccolma”.  Una mescola che ci fa indignare, ma anche appassionare alle storie di mafia, ad esempio.

Va da sé che nell’immaginario collettivo, essere tra quelli che invece sanno tutto di simili intrighi e che nascondono la verità agli altri debba donare emozioni ancora più forti. Con queste premesse, proprio non riesco a capire come mai io mi ritrovi spesso a dover difendere non solo il dato storico circa l’allunaggio, ma anche me stesso da sguardi, allusioni o addirittura accuse esplicite di non dire tutta la verità circa Luna e UFO (con, alle volte, anche il tema aggiuntivo che va sotto il nome di scie chimiche…), quasi io faccia parte di una consorteria cosmica, un “club” scientifico, astronomico, astronautico, astro-non-so-cosa del quale devo difendere i segreti.

Io, un 46-enne precario che va avanti a borse di studio e assegni di ricerca, a volte vengo guardato come depositario di un sapere quasi magico, occulto e occultato dietro dati, foto, video costruiti per non rivelare la verità: sulla Luna non siamo mai andati e gli UFO esistono, sono fra noi. Sì, perché diversi tra coloro i quali vengono in Osservatorio per sentire parlare di Astronomia, sono in realtà interessati a queste faccende e ti intortano con l’espressione facciale di chi vorrebbe dire ad alta voce “con me ti puoi aprire, ho capito tutto. Non sono come gli altri che si bevono le solite fesserie”. Puoi starne certo: prima o poi, durante la serata qualcuno ti chiederà: “Avete mai visto qualcosa di strano qui?”.

Pensando a simili cose, non ho potuto fare a meno di notare come la modernità ha fatto nascere, tra gli altri, un fenomeno che mi sembra abbastanza nuovo. No, non sto parlando del complottismo. Sono sicuro che, pur non avendo ricevuto a suo tempo un nome, o meglio, non avendo ricevuto questo nome, sia comunque qualcosa di molto antico; qualcosa che non aveva bisogno di ricevere l’investitura di un termine apposito per fare breccia nell’animo umano e, in definitiva, qualcosa che non aveva bisogno di un nome per esistere.

Parlo piuttosto di una sorta di dimostrazione tramite argomenti sociali. Mi spiego: la dimostrazione in matematica è un processo che, con una serie di passaggi logici, conduce a trovare un risultato sul quale, date le premesse, non si può fare a meno di essere tutti d’accordo. Leggendo la pagina wiki dedicata alla teoria che sulla Luna non siamo mai andati, si scopre che una delle tante obiezioni contro di essa, una obiezione così forte da costituire una specie di “dimostrazione per assurdo”, non fa leva su argomentazioni logico-matematico-fisiche ma sul fatto che nelle missioni Apollo furono coinvolte circa 400.000 persone. É un nuovo tipo di dimostrazione che nasce dall’esplosione demografica, dal controllo reciproco, dalla politica estera, dalla necessità di una Big Science e di una Big Technology, quasi si viva tutti in una continua ed enorme simulazione Montecarlo. Un modo di dimostrare “teoremi” che non poteva certo essere scoperto da Euclide o altri matematici dell’antichità: a quel tempo, a vivere su questo pianeta c’era una popolazione mondiale composta da poche decine di milioni di individui in tutto e minimamente connessa tramite lunghissimi ed estenuanti viaggi.

Gli anni delle missioni Apollo erano quelli della Guerra Fredda e la NASA non sarebbe mai e poi mai stata capace di costruire una messinscena come quella descritta nel film Capricorne one, senza che la cosa divenisse subito di pubblico dominio.

Un’altra dimostrazione sociale dello stesso tipo è quella che scaturisce dall’assurdità di pretendere, ad esempio, che tutte le persone come me, coinvolte in lavori scientifici e laureate in Fisica o Astrofisica, siano al corrente di alcune verità scomode. Se 400.000 persone che lavoravano alla NASA negli anni del programma Apollo vi sembra un numero molto, troppo grande di intimi tra i quali far girare un segreto, figuriamoci di quale potere di convincimento dovrebbero essere capaci i vari istituti scientifici mondiali per far tacere chi lavora per loro. Avrebbero da indottrinare e controllare non solo i dipendenti, ma anche e soprattutto i contrattisti a tempo determinato che, una volta perso il lavoro, non avrebbero più alcun vincolo e potrebbero raccontare a giornali, radio e televisioni il loro appetibile segreto.

Se fosse poi così facile accedere a simili informazioni, immagino avremmo un boom di iscrizioni a facoltà scientifiche (per inciso: gli studenti dimostrano di avere ben altre vocazioni…). In tantissimi intraprenderebbero questo genere di studi per tentare di conquistare posizioni lavorative che prevedono la conoscenza della verità su questioni alla Kazzenger.

Ed è questo il punto. Se quello di Fisici e Astrofisici (parlo di loro perché conosco meglio i loro ambienti di altri. Ovvio che il discorso possa essere applicato anche ad altre comunità di ricercatori) fosse una specie di club esclusivo, quasi un Bilderberg del complotto scientifico, allora per poter avere l’accesso e comprendere quel modo di vedere le cose, “basterebbe” decidere di fare un serio percorso di studi, universitario o privato, grazie al quale imparare i modi e la lingua di chi certe cose le fa. Come per ogni altra attività, verrebbe richiesto un certo impegno, quello che di solito i complottisti non vogliono profondere, ma poi si verrebbe ampiamente ripagati. Chiunque, anche senza raccomandazioni, famiglie potenti alle spalle e tutti gli addentellati politici di solito necessari  per entrare in logge di vario tipo, potrebbe far parte di questo circuito così poco esclusivo. Inoltre, e la cosa è abbastanza democratica, il capitale da investire per farne parte  sarebbe al massimo quello delle tasse universitarie. Solo quello. Perché non farlo?

In fondo, se dovessi decidere di abbracciare la teoria del complotto per diventare, oltre che un suo sostenitore, anche un suo fervente divulgatore, credo che sceglierei di combattere il sistema da dentro, quindi studierei le “armi” dei miei “avversari” sforzandomi di comprendere davvero cosa affermano per trovarne i punti deboli, se esistono. Omero docet: volendo espugnare Troia, Ulisse intuì cosa fare per farsi “accettare” dai suoi abitanti. Come è noto, si fece portare dagli stessi troiani dentro le mura nascondendosi in un enorme ex voto di legno a forma di  cavallo e, uscitone nottetempo, mise a ferro e fuoco una città che da fuori proprio non poteva essere scalfita.

Se qualcuno che di solito non si occupa di scienza volesse davvero farsi ascoltare da tutti, anche da chi la scienza invece la fa o da chi “la frequenta” assiduamente, avrebbe in un primo momento la fantastica possibilità di allinearsi studiando materie scientifiche (matematica, fisica, chimica, ingegneria aerospaziale, … ) così da riuscire in un secondo momento a disallinearsi con argomenazioni assolutamente pertinenti.

So che mi potrebbe esser rivolta la seguente obiezione: “Allora ci stai dicendo che la scienza è solo di chi la fa?” A dirmi una cosa del genere, è stato proprio di recente un collega musicista il quale ha aggiunto: “É come dire che anche la musica è solo di chi la fa”. Ovvio che mi guardo bene dal sottoscrivere una simile castroneria, anche se poi ci sarebbe da parlare a lungo di una certa deriva dell’offerta musicale generata proprio dal concetto che chiunque può fare musica.

Le decisioni circa ciò che della scienza ha a che fare con la società devono essere prese collegialmente: la gente deve poter scegliere cosa vuole e cosa non le piace. Proprio per questo, più che dei sospetti dei complottisti, c’è bisogno di una maggiore consapevolezza scientifica, quindi di una istruzione migliore, di scuole che sappiano impartirla e di persone che continuino a interessarsi seriamente di scienza anche quando la stagione delle interrogazioni scolastiche è finita.

In un paese che le statistiche danno tragicamente in coda al resto del mondo in fatto di istruzione scientifica, la democraticità dell’accesso al voto su questioni che non si conosce, pur rimanendo un sacrosanto diritto davanti al quale mi inchino, credo diventi una questione sulla quale tornare a meditare più volte.

Sì, perché studiare scientificamente la Natura è, a ben vedere, la cosa più in-Naturale che esista. Non c’entra il buon senso, non c’entra il credo, la fede e tutto ciò che invece entra in gioco in tante altre attività umane. Ciò che, come dicevo, fa della scienza la cosa più innaturale cui un uomo può sottoporsi è la frustrazione data dallo scoprire che proprio il buon senso, il credo, la fede e tutto il resto, è meglio che rimangano fuori dal laboratorio il più a lungo possibile. Sono programmi che girano sullo sfondo, nella testa di chi fa ricerca e che si spera si sia allenato bene a tenere disgiunti questi due piani di pensiero, quello personale e quello oggettivo.

Occupandosi di scienza, si impara a supporre di avere torto e, se non lo si fa, si troverà sempre qualcuno pronto a dircelo, dimostrandoci in poche mosse quanto si sia presa una imbarazzante cantonata. La differenza con il complottismo è evidente: per praticare quest’ultimo, basta imparare a supporre (e non a dimostrare) che sia la scienza stessa, stavolta, ad avere volontariamente torto.

Queste parole, lo giuro, non sono dettate da arroganza e rileggerle sortisce anche l’effetto di farmi sentire un po’ ridicolo: conosco bene i miei limiti e i ristretti confini del mio orizzonte scientifico. In ogni caso, credo che la vera arroganza sia pensare che si possa avere qualcosa di interessante da dire su argomenti che non si conoscono affatto. E questo dovrebbe far sentire ridicoli anche altri. Vuol dire che ci faremo assieme due risate.

Il complottista, forse un po’ annoiato dalla realtà – quella stessa realtà che non annoia mai chi decide di studiarne a fondo alcuni pezzi – ama l’intrigo perché capace di rendere la vita un luogo interessante anche senza avere passioni di qualsiasi tipo o senza l’ausilio di telescopi, microscopi, acceleratori, … Probabilmente è a ragione rancoroso nei confronti del poco tempo libero che non gli permette di approfondire gli argomenti che scopre tardivamente come appassionanti e, proprio per questo, sceglie di intraprendere quella che gli sembra una scorciatoia. Armato di acume, furbizia, buon senso e forse anche un po’ di esibizionismo nel voler essere colui il quale per primo urla “il re è nudo!”, getta nella società la sua idea aspettando di vedere se e come essa attecchirà.

Già poco più di un decennio dopo le prime scoperte astronomiche di Galileo, Francesco Bacone scriveva nel suo Novum Organum: Gli idoli della tribù sono fondati sulla stessa natura umana e sulla stessa tribù o genere degli uomini. É infatti falso affermare che il senso è la misura delle cose; anzi, al contrario, tutte le percezioni, sia del senso che della mente, sono in relazione all’uomo, non in relazione all’universo. L’intelletto umano è come uno specchio che riflette in modo irregolare i raggi provenienti dalle cose e che mescola la propria natura con quella delle cose, deformandole e corrompendole.

Aggiungeva poi: L’intelletto umano, quando abbia adottato una certa concezione (o perché ricevuta da altri e ritenuta vera, o perché soddisfacente), induce anche tutto il resto a convalidarla e ad accordarsi con essa. Anche se la forza e il numero delle istanze contrarie sono maggiori, tuttavia o non le considera o le disprezza o, introducendovi delle distinzioni, le rimuove e le respinge, non senza grave e dannoso pregiudizio, pur di mantenere inviolata l’autorità di quelle prime concezioni.  (…) Il medesimo modo è proprio di tutte le superstizioni, come l’astrologia, i sogni, le divinazioni, le maledizioni, eccetera; in esse gli uomini, compiaciuti di simili frivolezze, prendono in considerazione i casi che venno a buon fine, mentre trascurano e omettono di constare quelli che non vanno a buon fine (anche se sono molto più frequenti).

É ancora così. Infatti chi procede nell’analisi delle teorie complottiste (che, detto per inciso, presentano l’unico pregio di essere davvero falsificabili), pubblica la loro smentita sottoforma di articoli scientifici che però nessuno della corrente di pensiero opposta si prende la briga di leggere. Perché? Forse proprio perché sono articoli scientifici, quindi, oltre che difficili da intendere se non si è capaci di parlare l’idioma giusto, anche passibili di critiche in quanto scritti da persone appartenenti a quel famoso club degli scienziati. In parole povere, appaiono al complottista articoli scritti da persone istruite per coprire il mistero.

Insomma, non se ne esce e riscopro con Bacone che certi idola sono antichi di almeno quattrocento anni. Quasi quasi mi rassegno e faccio contenti gli amanti dell’intrigo.

Sulla Luna non siamo mai andati.

Noi no.

Loro, una dozzina di astronauti, sì.

SZ

Sottofondo: Wolfgang Amadeus Mozart – Clarinet Quintet in A major, K.581

I              Allegro

II              Larghetto

III              Minuetto

IV             Allegretto con variazioni

http://grooveshark.com/#!/search?q=clarinet+quintet+mozart

TOMINO ALLA SCIENZA – La futura, nuova alleanza.

In principio era il numero - Dedicato a Tobia Ravà

In principio era il numero – Dedicato a Tobia Ravà

La vita, specie quella di abitudinari come chi scrive, è costellata da tanti riti. Una bella consuetudine è per me fare colazione con un giornale a portata di mano.

Intanto un distinguo: quando sono a Bologna, colazione vuol dire caffè, cornetto alla crema e bicchiere d’acqua. Qui a Catania le cose si complicano piacevolmente e, oltre ad acqua e caffè, ci vuole una granita di mandorle o di gelsi (quelle che amo di più, ma ce ne sono anche di altri gusti) e una brioche calda. Altro distinguo: a Bologna mi piace dare un’occhiata a Il Resto del Carlino nella pagina dedicata alla città mentre qui sull’isola è d’obbligo dare una scorsa alle pagine catanesi de La Sicilia.

La Domenica, poi, l’abitudine si fa lusso, addirittura, e il giornale me lo compro. I motivi per farlo sono vari, ma tra tutti spicca il tentativo di evitare almeno per un giorno di farmi il sangue acido nell’osservare come alcuni incivili, irrispettosi degli altri e convinti che chi gli sta attorno sia solo una fastidiosa proiezione del loro smisurato e fantasiosissimo ego, prendono in ostaggio per mezz’ora o finanche un’ora il giornale del bar – sì, quello che sarebbe solo da consultare velocemente – per leggere ed evidentemente mandare a memoria finanche i necrologi. Dedico tutto il mio disprezzo di oggi a questi imbecilli.

L’ho detto, sono abitudinario e alcune consuetudini vengono spesso tramandate da padre in figlio. Mio padre, che comprava tutti i giorni La Repubblica e il Corriere della Sera con ogni tanto l’aggiunta de Il Manifesto, mi ha involontariamente lasciato in eredità un certo piacere fisico nello sfogliare almeno il primo dei tre. Lo so, concordo con molti di voi: è una testata che alle volte lascia perplessi, ma pare che la nuova politica della sinistra non solo lo ammetta, pretendendolo, addirittura. In ogni caso, l’abitudine ha sempre la meglio su di me e una certa cura nella confezione di quelle pagine mi aiuta a passare sopra certi “difetucci”. In ogni caso, ho scoperto che la mia sindrome da attaccamento compulsivo a quella testata non è neanche tra le più eclatanti. Mi sono infatti imbattuto in un blog tenuto da persone che hanno deciso di commentare con estremo rigore finanche le font usate dalla redazione di quel giornale. Se può interessarvi, ecco l’indirizzo:

http://pazzoperrepubblica.blogspot.it

Nonostante tutto, La Repubblica è per me il giornale (… non quel giornale. Vi prego, non fraintendetemi), anche se poi scopro che, se mi venisse dato il potere di farlo, riassumerei l’intera pubblicazione in poche pagine o, meglio, in poche rubriche. Salverei L’amaca di Michele Serra, le vignette di Bucchi (quando presenti), e le pagine culturali, specie quando non vengono affidate ai soliti personaggioni, tuttologi di professione, che tanto piacciono agli italiani (per forza: glieli propinano in tutte le salse e alla fine… Gutta cavat lapidem).

Alla Domenica, poi, capita che tutti o quasi i quotidiani si arricchiscano oltremodo con inserti di vario tipo e La Repubblica non è da meno. Offre infatti l’inserto La Domenica Cult che contiene un bel po’ di articoli in grado di soddisfare un gran range di palati.

E la scorsa Domenica il mio palato ha festeggiato. Sì, perché a pagina 35 ho trovato l’articolo di Jaime Dalessandro L’immaginazione è finita, non ci resta che la scienza, un bellissimo pezzo incentrato sull’intervista fatta al disegnatore Yoshiyuki Tomino (http://it.wikipedia.org/wiki/Yoshiyuki_Tomino), padre di Gundam il quale afferma: “Ho immaginato il futuro per più di trent’anni. L’ho scritto, l’ho disegnato, l’ho trasformato in intrattenimento”. L’intervista poi si chiude con un’affermazione che di solito non si immagina di ascoltare dalla bocca di un disegnatore di fumetti: “Credo nella ricerca scientifica. Non è molto forse, ma è quello che mi resta”. Beninteso: sono convinto che si possa e si debba credere nella ricerca. A sorprendermi piacevolmente è stato scoprire che per un artista la ricerca scientifica possa arrivare a essere tutto ciò che gli resta da credere.

A pagina 50 invece mi imbatto nell’intervista concessa da Carlo Cellucci (http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Cellucci) ad Antonio Gnoli. Non conoscevo il personaggio e confesso: a farmi fermare su quella pagina è stato il bel ritratto fattogli dal solito Riccardo Mannelli, un altro fumettista abbastanza sui generis, da tempo convertitosi all’illustrazione. Il suo stile non sempre è in grado di colpirmi e ritengo di averlo apprezzato di più quando faceva il dissacratore, cioè quando rappresentava il laido, lo squallore riuscendo a metterlo in evidenza col semplice disegnare le cose (e le persone, alcune persone) così come sono. All’epoca era puntuale nel dimostrare come la realtà, disegnata in stile quasi iperrealista, possa rivelare ciò che l’occhio stanco, uso e abusato, non nota più nemmeno in una foto.

Ma torniamo al Cellucci. Se Mannelli mi ha fatto indugiare su quelle due pagine, il sottotitolo (in realtà, era in alto nella pagina. Era un sopratitolo?) e il titolo mi hanno definitivamente convinto a leggere l’intero l’articolo. Promettevano, rispettivamente: “Dagli studi di filosofia alla grande passione per la matematica e la logica, con in mente sempre il detto di Cartesio: Per costruire qualcosa bisogna prima distruggere ogni certezza”. “Carlo Cellucci – Il vero è solo un fantasma la scienza cerca il plausibile”.

Mi ha divertito seguire la sua narrazione del supramondo nel quale galleggiano vere e proprie icone della cultura del ‘900 (in ordine di apparizione nel testo): Lucio Colletti, Imre Lakatos, Karl Popper, Paul Feyerabend, Thomas Kuhn, Vittorio Somenzi, Ludovico Geymonat, Bertrand Russell, Alfred North Whitehead, Noam Chomsky, Ludwig Wittgenstein, Stephen Hawking, Kurt Goedel, David Hilbert, John von Newmann, Rudolf Carnap, Georg Cantor, Charles Sanders Peirce…

Ciò che più mi ha fatto pensare, oltre a certe sue definizioni e visioni di e sulla scienza, è quella familiarità dell’intervistato nel citare nomi di personaggi (alcuni di loro Cellucci li ha conosciuti sul serio, di persona) e concetti appartenenti al mondo della filosofia della scienza che, pur vivendo in un ambiente di ricerca per molte ore della mia giornata media, non sento mai pronunciare.

Che la filosofia, almeno quella della scienza, proprio non abbia appeal in ambiente scientifico, me lo dice con una certa durezza il saggio del 2009 di Gabriella Fazzi Così vicini, così lontani – visioni di scienza nei ricercatori del CNR (Editore Bonanno, prezzo: 28,00 euro). Un testo che, tra le altre cose, mi fa capire come non sia cambiato nulla da quando, molti anni fa, una volta iscrittomi a Fisica e costretto a presentare un’idea di piano di studi, scelsi tra gli esami complementari Epistemologia, da seguire a Filosofia. Dopo solo un paio di giorni, fui convocato d’urgenza nientepopodimenoché dal direttore del mio corso di Laurea il quale mi chiese spiegazioni per quella mia scelta così “bizzarra”. Gli dissi che, venendo dal liceo classico, avevo imparato a non fare a meno di certe speculazioni che alla scienza non potevano che fare bene. La sua risposta fu: “Sarà, ma tenga presente che io sono arrivato qui dove sono senza sapere queste cose” (esticà…!). Per inciso: per quanti sforzi io faccia, non riesco proprio a ricordare il nome di quello arrivato lì. Insomma, Croce avrà anche perso (per fortuna, aggiungerei… ) nel suo tentativo di demonizzare la scienza, ma, come ho già avuto modo di notare in un altro mio post (https://squidzoup.com/2013/12/30/testa-and-croce/), direi che i vincitori non vadano comunque cercati nel bel paese.

“Chissà”, mi dico, “forse in ambiente filosofico o matematico è più facile sentire parlare dei su citati epistemologi ai quali noi “scienziati”, consapevolmente debitori nei confronti del pensiero di Galileo, di Cartesio, di Newton e Einstein, dobbiamo pure molto (anche se lo dimentichiamo), specie in riferimento alla plausibilità delle modalità di azione tipiche di chi fa ricerca”, ma poi, a convincermi che così non può essere, c’è una certa brutta sensazione, avvalorata da ciò che riferiscono alcuni filosofi di mia conoscenza.

La loro opinione è che la filosofia della scienza nel mondo accademico non abbia poi così tanto spazio, almeno in quello italiano. Me lo conferma anche Aurelia, laureata in filosofia, bravissima e competente libraia di un bookstore catanese molto in vista, mentre mi individua un libello di Lucio Russo dalla costa sottile e bassa (La cultura componibile – Dalla frammentazione alla disgregazione del sapere, Liguori Editore, 2008, prezzo: 12,49 euro) che soccombe e quasi soffoca tra decine di pubblicazioni dalle dimensioni prepotenti.

E mi sembrano confermarmelo anche a) il dato che in libreria non sia possibile trovare così tante pubblicazioni su questi argomenti, b) una rapida ricerca nei siti di alcuni atenei italiani dai quali mi pare di capire che forse sarà anche possibile studiare la filosofia della scienza in qualche corso, ma poi è difficile immaginare un percorso professionale in quella direzione, c) il dato che la filosofia della scienza non riesca ancora a farsi apprezzare in ambiente scientifico. Se ho ragione, tutto ciò rappresenta il triste fallimento dell’idea di Jean-Marc Levy Leblond di cui ho parlato con un certo entusiasmo in un precedente post (https://squidzoup.com/2013/12/10/zibaldon-di-leblond/). Confido in vostri commenti che sconfessino me e i miei referenti. Sarebbe una bellissima, vittoriosa sconfitta.

Parlavo di alcune affermazioni interessanti di Cellucci. Eccole: “Il richiamo alla verità mi fa sorridere. É un fantasma. La sua ricerca esiste nella teologia, forse nella filosofia, magari in qualche frase che due innamorati si scambiano. La scienza non cerca la verità. Ho sostituito il concetto di verità con quello di plausibilità. (…) Se la scienza si occupasse di verità si dovrebbe concludere che la sua storia è la somma di una serie di fallimenti. (…) Non esiste approssimazione alla verità ultima. (…) Non esistono verità ultime. Ciò che costruiamo umanamente serve a conoscere parti del mondo e a sopravvivere in esso. Limito molto il valore della scienza”

Sospendo il giudizio su molte di esse, ma ce n’è una che mi piace in modo particolare ed è: ciò che costruiamo umanamente serve a conoscere parti del mondo e a sopravvivere in esso.

Questo connettere l’intera attività intellettuale alla sopravvivenza di chiunque, includendo in “tutta” non solo le discipline di cui è facile sperimentare la ricaduta nella vita di tutti i giorni, ma anche la logica, la filosofia e qualsiasi altra forma di speculazione teorica… (le costruiamo umanamente) che così diventano strumenti elettivi per superare le prove evolutive, mi fa stare decisamente meglio.

La visione del Cellucci potrebbe far apparire dei praticoni, dei supereroi, dei boy-scout che aiutano la vecchina ad attraversare la strada anche i più teorici dei fisici teorici o i più distratti dei filosofi teoretici.

E se un artista, disegnatore di fumetti ed esperto di animazione il quale a bordo delle sue creazioni grafiche ha condotto intere generazioni verso il futuro lungo la direzione indicata dalla scienza, può scoprirsi fiducioso nella ricerca scientifica, sono felice di poter urlare con Cellucci che filosofi della scienza, matematici, logici, cosmologi… si muovono lungo pensieri complicati e apparentemente astrusi, inutili e lontani dalla quotidianità per tornare dalla speculazione teorica alla società con validi suggerimenti e forse con la soluzione al problema di come meglio sopravvivere in futuro.

Insomma, ci si vede in centro: In medio stat humanitas.

SZ

 

Sottofondo:

Personal Moutains – ECM

 

Copertina personal Mountains