La giusta distanza (tra tori topologici e cancri astrologici)

Noia divina e reale possibilità di redenzione. Sottotitolo: Dio, mi AMI?

Noia divina e reale possibilità di redenzione.
Sottotitolo: Dio, mi AMI?

Domenica scorsa mi sono regalato il solito rito di cui in passato ho già parlato in questo blog (1): la lettura del quotidiano La Repubblica.

Ho così scoperto quanto linserto domenicale La domenica Cult (2) fosse particolarmente ricco di articoli succosi, capaci di farmi gioire e di fornirmi occasioni per riflettere su alcuni temi che da sempre mi interessano.

In particolare, segnalo l’intervista alla Fabiola Gianotti, prossimo direttore del CERN, dalla quale ho estrapolato brandelli di un articolo a tratti simpatico, ma che durante la lettura mi è sovente apparso il risultato di una strana e lacunosa sbobinatura dell’intervista audio rilascicata a Dario Cresto-Dina.

Inizio col primo frammento. Alla domanda “La felicità porta con sé un’aura di bellezza. Che cos’è la bellezza?”, la scienziata risponde:

“Attingo dalla fisica: la bellezza è la simmetria imperfetta. La fisica ha una sua estetica che si può contemplare nelle leggi della natura fino agli esseri microscopici. Comprenderla è un gioco intellettuale relativamente semplice. Pensi che le equazioni fondamentali del Modello standard delle particelle elementari si possono scrivere su una t-shirt. Sono tre righe appena “.

Il giornalista poi le chiede se al CERN si stia cercando Dio. Trovo la risposta della Gianotti impeccabile:

“No. Non credo che la fisica potrà mai rispondere alla domanda. Scienza e religione sono discipline separate, anche se non antitetiche. Si può essere fisici e avere fede oppure no. È meglio che Dio e la scienza mantengano la giusta distanza”.

Cresto-Dina: (…) “Chi non è aiutato dalla fede può esserlo da qualche grammo di follia?”

Gianotti: “Non follia, ma creatività. Forse le due cose hanno confini che possono sembrare comuni quando si addentrano nello spazio del sogno. Lo scienziato deve essere capace di sognare. Ho sempre pensato che il mestiere del fisico si avvicini a quello dell’artista perché la sua intelligenza deve andare al di là della realtà che ha ogni giorno davanti agli occhi. Credo che la musica e la pittura siano le arti più prossime alla fisica “.

Confesso di aver trovato l’ultima domanda leggermente ruffiana, fatta per compiacere buona parte del pubblico che immagina alcuni scienziati un po’ fuori di testa. Sembra quasi che per un fisico, una lucida follia sia l’unica alternativa possibile al sentimento religioso.

Poi mi sono invitato a smetterla di irritarmi per qualsiasi sciocchezza, concedendomi di scoprire un nuovo punto di vista: posta in quel modo, la domanda è stata un regalo natalizio fatto alla Gianotti alla quale l’intervistatore di sicuro esperto, ha offerto sul vassoio la possibilità di difendere la categoria degli scienziati di fronte a un pubblico che altrimenti lei non avrebbe, dai soliti, taciuti sospetti di follia che le vengono rivolte.

Appena pochi post fa (3), lamentavo una certa diradata presenza di pubblicazioni che sappiano inneggiare alla bellezza della fisica, e proprio oggi mi ritrovo a terminare la lettura di un meraviglioso libro di Rovelli di cui presto vi parlerò. In aggiunta, mi scopro a divertirmi con la lettura di questo articolo che in più punti va a innestarsi con estrema naturalezza proprio nel discorso sul rapporto tra scienza e arte che tanto mi interessa.

E capita a fagiolo il video segnalatomi oggi dalla mia amica Antonella del Rosso, responsabile della rivista CERN Bulletin (4): girato proprio al CERN, in esso si possono vedere vari fisici nel mentre suonano una simpatica composizione ottenuta, così dicono, dalla sonorizzazione dei dati dei vari esperimenti che hanno rivelato la presenza del Bosone di Higgs (5).

Fra i diversi esecutori, in chiusura del video è possibile ascoltare anche la Gianotti al pianoforte mentre cita il Preludio n°20 di Chopin. Né folle, né altro, quindi. Per quanto mi riguarda, è solo molto colta e sensibile.

Che dire… tutto sommato una Domenica gustosa, resa ancora più saporita dall’aver trovato poche pagine più oltre, nello stesso quotidiano, un articolo di Natalia Aspesi col quale la giornalista ci introduce il personaggio Marco Pesatori.

Lo fa affermando in apertura che questo signore nella vita si è trovato di fronte alla difficile scelta di cosa diventare da grande:

poteva essere un critico d’arte, un giornalista di riviste intellettuali, un poeta di massima raffinatezza, un esperto di calcio, un solista jazz, un monaco buddista. (…) Alla fine Marco Pesatori è diventato la star che confabula coi pianeti per dirci chi siamo, chi potremmo essere, quali sogni potremmo realizzare e quali disastri dovremmo evitare: si immerge nel nel cielo sventolando una data di nascita e compone oroscopi simili a poesie segnate da un ritmo jazz, mosse da un vigore calcistico, elevate da una filosofia buddista e basate su una visione molto dada della vita.

Leggendo l’articolo, si è portati a pensare che il punto forte dei suoi oroscopi sia la nebulosità: non chiedono di essere capiti “e infatti in tanti non li capiscono e per questo li adorano, ma interpretarli con il turbinare della fantasia e adattarli ai nostri desideri, per consolarci dei personali casini: con lui (l’autore), si entra in un mondo fatato e possibile, con il permesso di inventarcelo”.

La Aspesi è notoriamente brava e mi ha quasi fatto venir voglia di provare a concedermi, di tanto in tanto, la lettura di un bell’oroscopo nebuloso di questo autore di sicuro particolare. L’idea della professione di astrologo che emerge da questo pezzo, la apparenta a quella di chi si dedica a generi letterari ai quali, chissà, potrei anche rivelarmi sensibile se solo apparisse tutto un bel gioco dichiaratamente senza pretese, oltre quella di intrattenere i lettori annoiati da interviste a fisici folli.

Alla domanda della Aspesi: “E lei, Pesatori, ci crede?”, il nostro si lascia sfuggire: “Io non credo in niente, ma l’astrologia è una scienza molto precisa, il cielo non mente, basta studiarlo”,

facendo così franare all’istante un piccolo edificio costruito poche righe prima in uno spiazzo libero della mia benevola fantasia domenicale.

Il concetto di “scienza” e l’aggettivo “scientifico” usati per reclamizzare tutto, dalla crema idratante alla politica estera, dal tortellino ai funghi, all’oroscopo poetico mi intristisce profondamente.

Il risultato di un uso così poco ricercato di questi termini dalla loro dignità troppo spesso ignorata, è quello di creare una gran confusione – resa ancora più grande dall’accostamento tra “scienza” e “mondo fatato e possibile” – nella testa dei fruitori di simili messaggi. La stessa confusione che, ad esempio, potrebbe generare in chi non conosce la sua musica, l’assurda affermazione “Beethoven non aveva senso del ritmo”.

Se non si sa davvero cosa la scienza sia, se non si ha la benché minima idea di cosa si debba intendere per musica classica, …, se non si hanno i giusti riferimenti per qualsiasi cosa, chi dovesse decidere di confonderci (non è di certo il caso del Pesatori che ha tutta l’aria di essere un intellettuale in buona fede), avrebbe di sicuro gioco facile affermando che si può trovare la risposta a queste domande in banalizzazioni tanto in voga.

Il Pesatori poi cita, come ho già sentito fare ad altri in discussioni analoghe, Galileo, Tolomeo e altri illustri personaggi come testimonial della scientificità della sua attività.

Mentre sull’uso dell’astrologia da parte di Galileo ci sarebbe da ricordare con una certa onestà come il poveretto, senza crederci, se ne servisse per arrotondare entrate all’epoca misere, nel caso di altri tirati in ballo nell’articolo (Sumeri, Tolomeo, Keplero) potrei attaccarmi al dato storico che molti di loro ragionassero di astrologia in un lasso di tempo molto lungo e lontano da noi (3000 a.C. – 1600 d.C.) durante il quale il concetto di scienza e di scienziato non erano ancora stati elaborati.

Non capisco poi perché debba risultare un punto a favore dell’astrologia l’ulteriore dato citato dal Pesatori che Andy Wahrol, Doris Lessing e chissà chi altri ne facessero uso per capire quali scelte attuare nella loro vita. Non trascorro di certo tutto il giorno a palleggiare solo perché Franz Beckenbauer da giovane lo faceva…

Nel suo Dialogo sul metodo, Paul Feyerabend invita con ottimi argomenti noi che lavoriamo in campo scientifico a non pronunciarci negativamente sull’astrologia. Dal momento che, a differenza di quanto afferma l’intellettuale intervistato, gli scienziati difficilmente dicono qualcosa di positivo su di essa (semplicemente non possono farlo. Se, basandosi su delle prove empiriche, potessero, non le negherebbero di certo il loro sostegno), direi che potremmo semplificare il pensiero dell’epistemologo americano suggerendo: in generale, è meglio evitare di pronunciarsi sull’astrologia.

Parimenti sarebbe auspicabile che gli astrologi decidessero di non pronunciarsi sulla scienza. Fintanto che non verranno prodotti argomenti validi e incontrovertibili provanti la  validità empirica della loro disciplina, l’astrologia con la scienza non avrà niente da spartire.

Insomma, ignoriamoci vicendevolmente, evitando di citarci a sproposito. E se Kary Mullis – un premio Nobel per la chimica, anche lui nominato nell’articolo della Aspesi – crede che pianeti e stelle abbiano qualcosa da dire sul nostro destino, buon per lui.

Mi diverte immaginarlo alterato, nel mentre bolla di antiscientificità qualche sostenitore di teorie chimiche strampalate e senza alcun fondamento. Mi sento quindi di bollare a mia volta il suo sostegno a una teoria basata su una presunta influenza di stelle e pianeti su di noi come qualcosa riguardante solo la sua graziosa persona che di gravitazione temo sappia quanto ne so io di filologia romanza.

Proprio per questo mi sento di poter dire, senza tema di sbagliarmi troppo, che una affermazione inerente l’influenza degli astri sul nostro destino pronunciata dal Mullis, nonostante il premio Nobel, abbia la stessa forza di quella di un Wharol, della Lessing o della famosissima massaia di Voghera: quella della confessione di una propria, legittima propensione personale.

In conclusione, non trovo certo sbagliato parlare con Pesatori, del Pesatori. Tutt’altro. Torno alla Gianotti e apprezzo che, chi ha progettato la scaletta degli articoli da pubblicare nell’inserto domenicale, abbia scelto di porre il pezzo su di lei “alla giusta distanza” da quello dell’astrologo.

Fosse dipeso da me, “la giusta distanza” sarebbe stata di sicuro maggiore in quanto avrei stimolato una scelta precisa: pubblichiamo l’articolo sulla futura direttrice del CERN o quello sull’astrologo? Lo so, questa scelta avrebbe dato un carattere forse troppo netto al quotidiano con, temo, disastrose conseguenze sulle vendite di quella edizione della domenica, ma posso divertirmi a giocare nell’immaginarmi direttore per soli cinque minuti, no?

Immagino che all’interno della redazione non si siano nemmeno resi conto di quanto per lettori paranoici come me, possa risultare un po’azzardato quel riferimento alla scienza (6).

O forse, proprio come nel caso della domanda alla Gianotti, simili accostamenti sono consapevoli, voluti e servono a stimolare le mie reazioni come pure quelle di chissà quanti altri (già, quanti altri?). Chi, come la Aspesi, sa fare il proprio mestiere, sa anche come catturare l’attenzione di tanti, quindi anche la mia.

Ma questa considerazione, più che spingermi a fare spallucce e a essere più morbido, mi porta a pensare che il problema si annidi proprio lì: nel fatto che persone coltissime e attentissime non si accorgano o facciano finta di non accorgersi di come alcuni concetti, termini, aggettivi vengano usati un po’ con leggerezza.

Così agendo, mi pare che venga fatto un torto a un ambito già sofferente come quello scientifico, regalando, di contro, valore aggiunto a un altro che di sicuro, dato il grande successo che riscuote l’astrologia pur non avendo ancora dato prove definitive della sua validità, non mi sembra abbia bisogno di ulteriori aiuti.

Diversamente dall’osservarzione del cielo condotta dagli astrologi, la fisica delle particelle elementari conferisce a persone come la Gianotti e i suoi colleghi una capacità predittiva sulle sorti del mondo pari a zero. Semplificando, direi che, dal momento che non usano la sfera del cielo (mi adatto e faccio il tolemaico…), il loro toro (7) non può predire nulla, ma proprio nulla, di cosa accadrà prossimamente a Pesci e Capricorni.

Come futura direttrice, la Gianotti potrebbe allora provvedere a suddividere il grande anello in dodici settori da trenta gradi d’ampiezza ciascuno, dedicando ognuno di essi a un segno zodiacale differente.

Purtroppo mi sa che, se anche decidesse di farlo, arriverebbe solo a confermare quanto affermato in precedenza: forse è vero, “il cielo non mente”.

Invece, aggiungo io, il microcosmo, più furbo, sul futuro tace.

SZ

 

Sottofondo: Ahmad Jamal – Ahmad’s Blues

http://grooveshark.com/#!/album/Ahmad+s+Blues+Live/3946601

1 – L’articolo cui faccio riferimento è Tomino alla Scienza, del primo Agosto scorso:

https://squidzoup.com/2014/08/01/tomino-alla-scienza-la-futura-nuova-alleanza/

2 – É possibile scaricare il pdf dell’intero inserto al seguente indirizzo: http://download.repubblica.it/pdf/domenica/2014/28122014.pdf

3 – https://squidzoup.com/2014/12/11/quando-il-teorema-e-uno-scalpello/

4- http://cds.cern.ch/journal/CERNBulletin/2014/51/News%20Articles/?ln=it

5- https://www.youtube.com/watch?v=gPmQcviT-R4

6 – Per comodità di chi legge, riporto come giustificazione del termine “azzardato” l’indirizzo alla pagina wikipedia in cui si parla di astrologia e del giudizio su di essa espresso dalla comunità scientifica:

http://it.wikipedia.org/wiki/Astrologia#Giudizio_della_comunit.C3.A0_scientifica

7 – In topologia, il toro è una figura ottenuta piegando un settore cilindrico fino a farne combaciare gli estremi. http://it.wikipedia.org/wiki/Toro_%28geometria%29

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Dai diamanti non nasce niente, dagli asteroidi nascono storie

Steroide

Steroide

Ormai è chiaro: ho una certa passione non solo per l’astronomia, ma anche, forse soprattutto, per le commistioni fa questa scienza e altro.

Con altro intendo una marea di ingredienti in buona parte contenuti nel menu di questo Blog consultabili in alto a sinistra in questa stessa pagina.

I tentacoli da calamaro delle mie passioni insaporiscono di continuo la quotidiana zuppa che mi preparo e questo fine settimana ho sperimentato fortunosamente una combinazione abbastanza sapida che vado a proporvi.

Avendo trovato in edicola lo Speciale Nathan Never n°25 intitolato Alla deriva, ho intuito subito, anche se la bellissima copertina non lasciava presagire con chiarezza nulla di ciò, che poteva trattarsi di una storia a sfondo astronomico.
Forse si è trattato davvero di intuito, forse l’ho solo sperato. Altra possibilità: ho vissuto una combinazione lineare di inuito e speranza che mi ha spinto a  sfogliare l’albetto a fumetti, scoprendo così di aver intuito/sperato bene.

Si tratta infatti di una bella storia ambientata su un asteroide della fascia posta tra Marte e Giove che comprende un bel po’ di questi oggetti. Una fascia attorno al Sole già teatro di avventure avvincenti come quella asimoviana oramai datata ma sempre avvincente di Lucky Starr alle prese con i pirati spaziali, giusto per fare un esempio.

Per chi non fosse così informato su Nathan Never, dirò che si tratta di un noto personaggio nato in casa Bonelli, la stessa di Tex, Mister No, Zagor, Dylan Dog e molti altri ancora.
Lo sfondo nel quale vengono ambientate le avventure dell’agente Never dell’agenzia investigativa Alfa è un futuro non così remoto che fa appartenere di diritto lui e il suo entourage al genere fantascientifico.

A disegnarlo sono in tanti, a volte direi troppi. Mi spiego: a differenza dei primi anni di vita di questo personaggio, quando vi era un pool di professionisti ognuno col suo stile originale e ben riconoscibile, negli ultimi anni ho avuto l’impressione che invece lì in casa Bonelli si sia privilegiata una certa uniformità di stile che mi risulta fastidiosa.

Vero è che quella casa editrice si occupa da sempre di pubblicare fumetti seriali e non d’autore, ma questa classificazione mi sembra assolutamente fuori luogo quando un mese ti trovi fra le mani un’opera firmata Casertano, un altro mese una disegnata con lo stile di Roi, di Freghieri o di Dall’Agnol… Non a caso, sto citando autori che lavorano (o lavoravano… non compro più così tanti fumetti come un tempo) a Dylan Dog, un personaggio che non mi ha dato mai l’impressione di piatta uniformità negli stili grafici.

Al tempo, era bellissimo farsi catturare dallo stile e dall’interpretazione di un mondo ben preciso, ma rivisitato, mese dopo mese, dagli occhi di maestri sempre molto diversi tra loro nell’uso di matite e chine.

Probabilmente mi sbaglio, ma gli ultimi artigiani che si occupano di Never mi danno invece l’impressione di appartenere tutti a una scuola ben precisa e riconoscibile. Esibiscono tutti una uguale gestione dei neri; spesso, per fare sfondi e grigi, utilizzano tutti lo stesso tipo di retini, e lo fanno nelle stesse situazioni.

Insomma, di solito arrivo in edicola, apro questi albi, guardo il segno grafico, richiudo l’albo e lo ripongo senza effettuare l’acquisto.

Sabato invece, oltre ad essere stato intrigato dal titolo che mi ha fatto ben sperare in un contenuto astronomico della storia, sono stato piacevolmente colpito dallo stile delle matite di Matteo Resinati, precisato dalle chine di Antonella Vicari, che mi ha convinto a comprare.

Beninteso: non amo nemmeno il tipo di disegno che ho trovato in Alla deriva e che continua a sembrarmi, pur discostandosi da quella media in modo abbastanza originale, un po’ troppo omologato a quello degli altri e che, ne sono quasi certo, deriva da qualche scuola, non so se privata o se interna alla Bonelli. Questo e l’ambientazione astronomica mi sono bastati per decidere di spendere i non pochi 5,50 euro che, nonostante tutto, mi sembrano davvero eccessivi per un albetto da 162 pagine e copertina morbida.

La storia scritta e sceneggiata da Giovanni Eccher oltre che bella, è interessante e, nonostante qui non si inventi nulla da un punto di vista narratologico (e non potrebbe essere diversamente: lo stile Bonelli impone che si stia in un solco abbastanza regolare, continuo e autoreplicantesi nei modi e nelle situazioni), mi ha condotto senza intoppi fino alla fine, regalandomi anche qualche intensa emozione.

In essa, il nostro eroe che si trovava su una astronave in viaggio di piacere nella già citata cintura di asteroidi per tentare di sventare un attentato dinamitardo a opera di uno dei soliti pazzi criminali e bombaroli, non riesce a evitare il peggio: di tutti i camerieri, cuochi, piloti e rappresentanti del jet set radunati lì a trascorrere una vacanza diversa dal solito, gli unici a sopravvivere nel moncone di astronave rimasto dopo l’esplosione, sono lui e la figlia di un ricco magnate del futuro.

Dopo una serie di manovre fortunose, Never riesce a far atterrare il relitto su un asteroide dove, per sopravvivere, entrambi i protagonisti si trasformano in contadini cosmici alle prese col problema di sopravvivere dei mesi così da concedere tempo ai soccorsi di esplorare i vari sassi cosmici alla ricerca di sopravvissuti.

L’espediente narrativo non è certo nuovo in fantascienza. La mia memoria corre a un breve racconto che ho letto da ragazzo, intitolato Naufragio al largo di Vesta – dopo Cerere, con i suoi 530 chilometri di diamotro medio, Vesta è l’asteroide più grande della cintura – e contenuto nel cofanetto Il meglio di Asimov.

In questo racconto giovanile di Asimov, si parla di tre persone sopravvissute in quello che rimane della loro astronave, la Silver Queen, a un impatto… nella fascia degli asteroidi!
Se la caveranno facendo uscire acqua da un foro nel serbatoio che ne conteneva una scorta bastevole per un anno, così da muovere la struttura in direzione opposta e farla approdare in un porto sicuro.

Detto per inciso, se a scuola facessero studiare così il terzo principio della dinamica, credo che tutti i professori otterrebbero una maggiore attenzione da parte dell’uditorio. Nel mio libro Pianeti tra le note ho sfruttato intensamente questo stratagemma, creando continue connessioni tra i classici della letteratura e i concetti scientifici che mi premeva spiegare.

Purtroppo non ho avuto modo di verificare quanto il metodo possa fuzionare perché, nonostante il mio intento fosse anche quello di aiutare gli insegnanti nel loro compito di rendere, tramite l’interdisciplinarietà, più fruibili alcuni concetti scientifici, alla maggior parte delle scuole pare non sia giunta la notizia dell’uscita della mia pubblicazione.

Tornando al fumetto Alla deriva, lì Nathan Never utilizza la pressione della birra fuoriuscita da alcuni fusti trovati nel bar dell’astronave come propulsore per far muovere il relitto in direzione dell’asteroide scelto come approdo.

Per quanto detto, composizione chimica del liquido usato (l’acqua di Asimov vs la birra del racconto di Eccher) e composizione dell’equipaggio (la scelta claustrofobica di tre uomini vs un uomo più una donna, soluzione che apre sapientemente a risvolti erotico-sentimentali) a parte, ho ragione di credere il fumetto bonelliano costituisca una chiara sponsorizzazione (diciamo così…) della storia di Asimov.

Nel caso io abbia visto giusto, come biasimare sceneggiatori e soggettisti?
Qui si tratta di uscire con una storia nuova al mese, dodici storie nuove all’anno…

Di Alla deriva mi è piaciuta moltissimo la componente agronomica.
La storia dell’astronomia è da sempre legata a quella dell’agricoltura. Alcuni legami sono assolutamente legittimi, altri non lo sono affatto, ma da quando mi interesso di astronomia e di storia dell’astronomia, non posso fare altro che trovare affascinante il “legame con la terra”, sia quella con la t maiuscola che quella con la t minuscola.

La mente corre subito al film La seconda Odissea del 2002 (quale migliore anno per continuare la storia di 2001, Odissea nello spazio? Peccato che il film, a mio modesto parere, non meriti più di una semplice citazione…) e a quel periodo felice durante il quale ho lavorato all’Osservatorio di Asiago. Lì tutti noi astronomi avevamo il nostro piccolo appezzamento di terra da coltivare e dava una grande soddisfazione prepararmi un’insalata usando gli ortaggi da me coltivati. Per non parlare del divertimento dato dal zappare facendo lunghe chiacchierate con Ulisse Munari, Alessandro Siviero e il tecnico Michele Roin.

Questo post sembrerebbe finito qui se non fosse che mio suocero, Angelo (ebbene sì, si chiama come me…) dal quale Domenica eravamo tutti a pranzo, ha comprato come sempre fa, il quotidiano La Repubblica.

In un post precedente ho già raccontato di quanto sia grato a questo quotidiano nella versione domenicale. In quella dell’altro ieri, non ho ravvisato particolari motivi per sentire così tanta gratitudine, ma una perla l’ho scovata ugualmente: a pagina quaranta vi era l’articolo Un orto ci salverà scritto da una certa Chiara Panzeri.

L’articolo non era particolarmente eccitante, ma solo perché, come per i fumetti Bonelli, non doveva esserlo. Vi si trattava di un problema che ultimamente va molto di moda e che fa presa sugli apocalittici informati: le previsioni disastrose sulla crescita demografica del futuro da coniugare con vari aspetti della realtà: dalla reperibilità delle materie prime, al lavoro; dalla crisi degli alloggi alla povertà crescente di molti strati della società; dall’inquinamento dell’aria al surriscaldamento globale, la tropicalizzazione di alcune aree geografiche e l’innalzamento del livello dei mari.

Nel pezzo della Panzeri, il focus era posto sul cibo e su come risolvere il problema di sfamare gli 8-9 miliardi di persone che si teme condivideranno presto le terre emerse. Sul finire, l’articolo apriva a una prospettiva capace di riproiettarmi nell’atmosfera che da poco avevo respirato col fumetto di Nathan Never. Infatti li la giornalista si chiedeva:

Dove andremo quindi a procurarci risorse alimentari che bastino per tutti? Magari sulla Luna. Per il momento, lo scenario appare improbabile, ma un primo esperimento la NASA lo sta tentando davvero. E se non per sfamarci dalla fame, piuttosto per amore della scienza. A Dicembre dello scorso anno, l’agenzia spaziale americana ha infatti presentato Lunar Plant Growth Habitat, un dispositivo progettato per contenere semi di basilico, rape e arabetta comune, che dovranno germogliare una volta arrivati a destinazione. Il kit è dotato di una serie di telecamere, per inviare alla base le immagini delle neonate piantine. L’orticello lunare vedrà il suo primo lancio – o almeno così pare – l’anno prossimo, nel 2015, quando si farà dare un passaggio dai concorrenti del Google Lunar XPrize, una competizione indetta dal colosso di Mountain View che promuove viaggi spaziali sulla Luna”

Ricordando che da tempo la fantascienza parla di colture idroponiche da realizzare altrove su pianeti e lune, i piccoli esperimenti sui cibi che la nostra Samantha Cristoferetti sta conducendo a bordo della Stazione Spaziale Internazionale e che quest’anno l’Expo sarà dedicato al tema dell’alimentazione, direi che gli ingredienti per credere che qualcosa di nuovo stia per accadere davvero ci siano tutti.

Mi aspetto una voce che, da un momento all’altro, esclami, terrificante:
“Il cosmo-pranzo è servito!” e mi consolo al pensiero degli ottimi tortellini alla panna, della vera bistecca e del radicchio a chilometri zero cucinati l’altro ieri da Teresa, mia suocera.  Per mia grande fortuna, quando entra in cucina, lei può ancora permettersi di non sapere  nulla di colture e agri-colture spaziali.

SZ

 

Sottofondo: Claude Debussy, Preludes & Image; pianoforte: Arturo Benedetti Michelangeli

http://grooveshark.com/#!/album/Claude+Debussy+Preludes+and+Image/7368767

Video su Vesta: https://www.youtube.com/watch?v=YSlEdE7zsgg

TOMINO ALLA SCIENZA – La futura, nuova alleanza.

In principio era il numero - Dedicato a Tobia Ravà

In principio era il numero – Dedicato a Tobia Ravà

La vita, specie quella di abitudinari come chi scrive, è costellata da tanti riti. Una bella consuetudine è per me fare colazione con un giornale a portata di mano.

Intanto un distinguo: quando sono a Bologna, colazione vuol dire caffè, cornetto alla crema e bicchiere d’acqua. Qui a Catania le cose si complicano piacevolmente e, oltre ad acqua e caffè, ci vuole una granita di mandorle o di gelsi (quelle che amo di più, ma ce ne sono anche di altri gusti) e una brioche calda. Altro distinguo: a Bologna mi piace dare un’occhiata a Il Resto del Carlino nella pagina dedicata alla città mentre qui sull’isola è d’obbligo dare una scorsa alle pagine catanesi de La Sicilia.

La Domenica, poi, l’abitudine si fa lusso, addirittura, e il giornale me lo compro. I motivi per farlo sono vari, ma tra tutti spicca il tentativo di evitare almeno per un giorno di farmi il sangue acido nell’osservare come alcuni incivili, irrispettosi degli altri e convinti che chi gli sta attorno sia solo una fastidiosa proiezione del loro smisurato e fantasiosissimo ego, prendono in ostaggio per mezz’ora o finanche un’ora il giornale del bar – sì, quello che sarebbe solo da consultare velocemente – per leggere ed evidentemente mandare a memoria finanche i necrologi. Dedico tutto il mio disprezzo di oggi a questi imbecilli.

L’ho detto, sono abitudinario e alcune consuetudini vengono spesso tramandate da padre in figlio. Mio padre, che comprava tutti i giorni La Repubblica e il Corriere della Sera con ogni tanto l’aggiunta de Il Manifesto, mi ha involontariamente lasciato in eredità un certo piacere fisico nello sfogliare almeno il primo dei tre. Lo so, concordo con molti di voi: è una testata che alle volte lascia perplessi, ma pare che la nuova politica della sinistra non solo lo ammetta, pretendendolo, addirittura. In ogni caso, l’abitudine ha sempre la meglio su di me e una certa cura nella confezione di quelle pagine mi aiuta a passare sopra certi “difetucci”. In ogni caso, ho scoperto che la mia sindrome da attaccamento compulsivo a quella testata non è neanche tra le più eclatanti. Mi sono infatti imbattuto in un blog tenuto da persone che hanno deciso di commentare con estremo rigore finanche le font usate dalla redazione di quel giornale. Se può interessarvi, ecco l’indirizzo:

http://pazzoperrepubblica.blogspot.it

Nonostante tutto, La Repubblica è per me il giornale (… non quel giornale. Vi prego, non fraintendetemi), anche se poi scopro che, se mi venisse dato il potere di farlo, riassumerei l’intera pubblicazione in poche pagine o, meglio, in poche rubriche. Salverei L’amaca di Michele Serra, le vignette di Bucchi (quando presenti), e le pagine culturali, specie quando non vengono affidate ai soliti personaggioni, tuttologi di professione, che tanto piacciono agli italiani (per forza: glieli propinano in tutte le salse e alla fine… Gutta cavat lapidem).

Alla Domenica, poi, capita che tutti o quasi i quotidiani si arricchiscano oltremodo con inserti di vario tipo e La Repubblica non è da meno. Offre infatti l’inserto La Domenica Cult che contiene un bel po’ di articoli in grado di soddisfare un gran range di palati.

E la scorsa Domenica il mio palato ha festeggiato. Sì, perché a pagina 35 ho trovato l’articolo di Jaime Dalessandro L’immaginazione è finita, non ci resta che la scienza, un bellissimo pezzo incentrato sull’intervista fatta al disegnatore Yoshiyuki Tomino (http://it.wikipedia.org/wiki/Yoshiyuki_Tomino), padre di Gundam il quale afferma: “Ho immaginato il futuro per più di trent’anni. L’ho scritto, l’ho disegnato, l’ho trasformato in intrattenimento”. L’intervista poi si chiude con un’affermazione che di solito non si immagina di ascoltare dalla bocca di un disegnatore di fumetti: “Credo nella ricerca scientifica. Non è molto forse, ma è quello che mi resta”. Beninteso: sono convinto che si possa e si debba credere nella ricerca. A sorprendermi piacevolmente è stato scoprire che per un artista la ricerca scientifica possa arrivare a essere tutto ciò che gli resta da credere.

A pagina 50 invece mi imbatto nell’intervista concessa da Carlo Cellucci (http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Cellucci) ad Antonio Gnoli. Non conoscevo il personaggio e confesso: a farmi fermare su quella pagina è stato il bel ritratto fattogli dal solito Riccardo Mannelli, un altro fumettista abbastanza sui generis, da tempo convertitosi all’illustrazione. Il suo stile non sempre è in grado di colpirmi e ritengo di averlo apprezzato di più quando faceva il dissacratore, cioè quando rappresentava il laido, lo squallore riuscendo a metterlo in evidenza col semplice disegnare le cose (e le persone, alcune persone) così come sono. All’epoca era puntuale nel dimostrare come la realtà, disegnata in stile quasi iperrealista, possa rivelare ciò che l’occhio stanco, uso e abusato, non nota più nemmeno in una foto.

Ma torniamo al Cellucci. Se Mannelli mi ha fatto indugiare su quelle due pagine, il sottotitolo (in realtà, era in alto nella pagina. Era un sopratitolo?) e il titolo mi hanno definitivamente convinto a leggere l’intero l’articolo. Promettevano, rispettivamente: “Dagli studi di filosofia alla grande passione per la matematica e la logica, con in mente sempre il detto di Cartesio: Per costruire qualcosa bisogna prima distruggere ogni certezza”. “Carlo Cellucci – Il vero è solo un fantasma la scienza cerca il plausibile”.

Mi ha divertito seguire la sua narrazione del supramondo nel quale galleggiano vere e proprie icone della cultura del ‘900 (in ordine di apparizione nel testo): Lucio Colletti, Imre Lakatos, Karl Popper, Paul Feyerabend, Thomas Kuhn, Vittorio Somenzi, Ludovico Geymonat, Bertrand Russell, Alfred North Whitehead, Noam Chomsky, Ludwig Wittgenstein, Stephen Hawking, Kurt Goedel, David Hilbert, John von Newmann, Rudolf Carnap, Georg Cantor, Charles Sanders Peirce…

Ciò che più mi ha fatto pensare, oltre a certe sue definizioni e visioni di e sulla scienza, è quella familiarità dell’intervistato nel citare nomi di personaggi (alcuni di loro Cellucci li ha conosciuti sul serio, di persona) e concetti appartenenti al mondo della filosofia della scienza che, pur vivendo in un ambiente di ricerca per molte ore della mia giornata media, non sento mai pronunciare.

Che la filosofia, almeno quella della scienza, proprio non abbia appeal in ambiente scientifico, me lo dice con una certa durezza il saggio del 2009 di Gabriella Fazzi Così vicini, così lontani – visioni di scienza nei ricercatori del CNR (Editore Bonanno, prezzo: 28,00 euro). Un testo che, tra le altre cose, mi fa capire come non sia cambiato nulla da quando, molti anni fa, una volta iscrittomi a Fisica e costretto a presentare un’idea di piano di studi, scelsi tra gli esami complementari Epistemologia, da seguire a Filosofia. Dopo solo un paio di giorni, fui convocato d’urgenza nientepopodimenoché dal direttore del mio corso di Laurea il quale mi chiese spiegazioni per quella mia scelta così “bizzarra”. Gli dissi che, venendo dal liceo classico, avevo imparato a non fare a meno di certe speculazioni che alla scienza non potevano che fare bene. La sua risposta fu: “Sarà, ma tenga presente che io sono arrivato qui dove sono senza sapere queste cose” (esticà…!). Per inciso: per quanti sforzi io faccia, non riesco proprio a ricordare il nome di quello arrivato lì. Insomma, Croce avrà anche perso (per fortuna, aggiungerei… ) nel suo tentativo di demonizzare la scienza, ma, come ho già avuto modo di notare in un altro mio post (https://squidzoup.com/2013/12/30/testa-and-croce/), direi che i vincitori non vadano comunque cercati nel bel paese.

“Chissà”, mi dico, “forse in ambiente filosofico o matematico è più facile sentire parlare dei su citati epistemologi ai quali noi “scienziati”, consapevolmente debitori nei confronti del pensiero di Galileo, di Cartesio, di Newton e Einstein, dobbiamo pure molto (anche se lo dimentichiamo), specie in riferimento alla plausibilità delle modalità di azione tipiche di chi fa ricerca”, ma poi, a convincermi che così non può essere, c’è una certa brutta sensazione, avvalorata da ciò che riferiscono alcuni filosofi di mia conoscenza.

La loro opinione è che la filosofia della scienza nel mondo accademico non abbia poi così tanto spazio, almeno in quello italiano. Me lo conferma anche Aurelia, laureata in filosofia, bravissima e competente libraia di un bookstore catanese molto in vista, mentre mi individua un libello di Lucio Russo dalla costa sottile e bassa (La cultura componibile – Dalla frammentazione alla disgregazione del sapere, Liguori Editore, 2008, prezzo: 12,49 euro) che soccombe e quasi soffoca tra decine di pubblicazioni dalle dimensioni prepotenti.

E mi sembrano confermarmelo anche a) il dato che in libreria non sia possibile trovare così tante pubblicazioni su questi argomenti, b) una rapida ricerca nei siti di alcuni atenei italiani dai quali mi pare di capire che forse sarà anche possibile studiare la filosofia della scienza in qualche corso, ma poi è difficile immaginare un percorso professionale in quella direzione, c) il dato che la filosofia della scienza non riesca ancora a farsi apprezzare in ambiente scientifico. Se ho ragione, tutto ciò rappresenta il triste fallimento dell’idea di Jean-Marc Levy Leblond di cui ho parlato con un certo entusiasmo in un precedente post (https://squidzoup.com/2013/12/10/zibaldon-di-leblond/). Confido in vostri commenti che sconfessino me e i miei referenti. Sarebbe una bellissima, vittoriosa sconfitta.

Parlavo di alcune affermazioni interessanti di Cellucci. Eccole: “Il richiamo alla verità mi fa sorridere. É un fantasma. La sua ricerca esiste nella teologia, forse nella filosofia, magari in qualche frase che due innamorati si scambiano. La scienza non cerca la verità. Ho sostituito il concetto di verità con quello di plausibilità. (…) Se la scienza si occupasse di verità si dovrebbe concludere che la sua storia è la somma di una serie di fallimenti. (…) Non esiste approssimazione alla verità ultima. (…) Non esistono verità ultime. Ciò che costruiamo umanamente serve a conoscere parti del mondo e a sopravvivere in esso. Limito molto il valore della scienza”

Sospendo il giudizio su molte di esse, ma ce n’è una che mi piace in modo particolare ed è: ciò che costruiamo umanamente serve a conoscere parti del mondo e a sopravvivere in esso.

Questo connettere l’intera attività intellettuale alla sopravvivenza di chiunque, includendo in “tutta” non solo le discipline di cui è facile sperimentare la ricaduta nella vita di tutti i giorni, ma anche la logica, la filosofia e qualsiasi altra forma di speculazione teorica… (le costruiamo umanamente) che così diventano strumenti elettivi per superare le prove evolutive, mi fa stare decisamente meglio.

La visione del Cellucci potrebbe far apparire dei praticoni, dei supereroi, dei boy-scout che aiutano la vecchina ad attraversare la strada anche i più teorici dei fisici teorici o i più distratti dei filosofi teoretici.

E se un artista, disegnatore di fumetti ed esperto di animazione il quale a bordo delle sue creazioni grafiche ha condotto intere generazioni verso il futuro lungo la direzione indicata dalla scienza, può scoprirsi fiducioso nella ricerca scientifica, sono felice di poter urlare con Cellucci che filosofi della scienza, matematici, logici, cosmologi… si muovono lungo pensieri complicati e apparentemente astrusi, inutili e lontani dalla quotidianità per tornare dalla speculazione teorica alla società con validi suggerimenti e forse con la soluzione al problema di come meglio sopravvivere in futuro.

Insomma, ci si vede in centro: In medio stat humanitas.

SZ

 

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