Essere entangled con i propri fumetti – Una nuova frontiera per il cosplay?

Domenica 7 Aprile, quindi esattamente un mese fa, stavo sfogliando il mensile “Le Scienze” fresco di stampa.

La mia attenzione fu subito catturata dall’articolo Azione inquietante di Hanson e Shalm. In introduzione i due autori annunciavano mirabilia: promettevano di chiarire come si è giunti alla conclusione che le presunte “variabili nascoste” teorizzate da Einstein (1) per spiegare l’altrimenti inspiegabile correlazione (entanglement) tra gli stati di particelle atomiche “gemelle” portate a grande distanza tra loro, non esistono (2).

Come raccontano i due autori, diversi gruppi di ricerca sono riusciti a compiere alcuni esperimenti progettati proprio per aggirare la possibile influenza di ignoti fattori locali che, non visti, potrebbero “rinnovare” la correlazione tra particelle inizialmente vicine, quindi reciprocamente “entangled”, che vengono poi allontanate a distanze tali da non permettere alcuna comunicazione tra loro.

Tali esperimenti hanno dimostrato che la correlazione tra stati entangled (es.: lo spin degli elettroni) continua a persistere anche a grande distanza, mantenendosi pure allorché, durante la fase di allontanamento reciproco delle due particelle, si agisce su una delle due apportando una variazione casuale al suo stato.

57180205_10216088661263282_7064396851667009536_oAnche in questo caso, quindi, la seconda particella, oramai troppo distante dalla prima per poter essere raggiunta in breve tempo da un segnale luminoso che l’avverta della variazione avvenuta nello stato della sua gemella, dimostra di “accorgersi” subito che qualcosa è mutato, riadattando la propria configurazione così da farla risultare nuovamente correlata con quella della prima.

Insomma, la meccanica quantistica esibisce ancora una volta il suo carattere decisamente controintuitivo, dimostrando di farsi beffe della nostra idea di realtà e ravvivando l’alone di mistero che la circonda mediante la persistenza di questo paradosso che ricorda un altro ben più famoso: quello cosiddetto “dei due gemelli” della teoria della relatività.

Una similitudine che mi spinge ad “appuntarmi mentalmente” questo riguardante non più persone, ma elementi dell’atomo come “il paradosso delle due particelle gemelle”.

Senza entrare nei particolari della teoria (3) che a grandi, grandissime linee mi era già nota, tra i vari aspetti per me rilevanti dell’articolo citato vi era il fatto che dopo le prime due pagine, il sunto di quanto raccontato nel testo fosse affidato a due facciate occupate da un ibrido: un interessante incrocio tra un fumetto autoconclusivo e una infografica creato da Matthew Twomby su testo di Michel Van Ball.

A mio parere, si tratta di un’opera dal grande valore comunicativo, capace di fornire un  aiuto fondamentale alla comprensione dell’articolo dal quale è tratto.

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E ora passiamo a dire di un altro entanglement: il 3 Aprile scorso, in un suo articolo pubblicato su Media INAF, la collega Francesca Aloisio citò la presenza di due mie tavole (4) tra le opere che a partire dall’8 Aprile sarebbero state esposte nella mostra “La scienza tra le nuvole”.

L’ esposizione, inserita nel cartellone del festival della Scienza capitolino, sarebbe stata visitabile presso il Parco della Musica e Davide Coero Borga, il suo curatore, il 5 pubblicò sempre su Media INAF un pezzo nel quale ancora una volta venivo menzionato come raro caso di scienziato-artista lì presente con le sue opere (pare ce ne fosse anche un altro, tale Stefano Bortolotti dell’Istituto Italiano di Tecnologia).

Sapevo già da mesi del progetto di allestire questa mostra in quanto Stefano Sandrelli, coordinatore nazionale delle attività 56696890_10216088655303133_4103841045169569792_odivulgative dell’INAF, mi aveva invitato con un certo anticipo a proporre alcune mie tavole in vista di quell’occasione. I numerosi eventi intercorsi tra quella prima convocazione e il festival mi avevano però fatto dimenticare del tutto la cosa e la sorpresa di scoprire che effettivamente due tavole di Squid Zoup fossero lì esposte è stata tanta e, inutile dirlo, decisamente piacevole.

Il presunto entanglement, a parte la circostanza fortuita ma decisamente simpatica di trovare proprio in quei giorni un articolo su “Le Scienze” a spiegare quell’argomento di fisica, è stato quindi sentirsi “finalmente” misurato, a quasi quattrocento chilometri di distanza dalla mia posizione, da tutti coloro i quali vedendo le mie tavole, potete starne certi: hanno misurato i miei stati interiori ancora altamente entangled con quanto quelle due tavole raccontano di me.

Come tutti, anche io “vesto i miei panni” tutti i giorni, e il mio personaggio Squid Zoup fa lo stesso, cristallizando alcuni momenti della mia vita o alcuni miei sogni a occhi aperti.

Per dirla in altro modo, vesto i miei panni, ma anche quelli del mio alter ego in bianco e nero col quale mi identifico sempre. Questo – chissà? – mio malgrado, fa di me un cosplayer davvero convincente…

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Squid Zoup e me

Ovviamente quello cui faccio riferimento è un entanglement blando, praticamente inesistente se non come metafora usata per sottolineare una banale verità: le nostre azioni hanno una grande influenza a distanza, sia di spazio che di tempo, con il risultato di far sapere ad altri  come siamo o come eravamo “mentalmente polarizzati” al momento in cui abbiamo prodotto, detto, fatto qualcosa.

E più le nostre azioni sono precise, più lo sono le “cose” che facciamo e più la decodifica di chi siamo o di chi eravamo al momento dell’emissione del nostro stato mentale concretizzatosi con il nostro prodotto, non lascia spazio a pericolose interpretazioni e revisionismi.

Chissà se gli sviluppi della ricerca in meccanica quantistica riusciranno un giorno a regalare un nuovo significato al concetto di “Storia”…

In questa vicenda entra prepotente un  ricordo: quello che ha a che fare proprio con il problema delle particelle entangled e con il cosiddetto “Teorema di Bell” enunciato nel 1964 dal fisico john Stewart Bell dal quale prende il nome. Un teorema di cui venni a sapere grazie a una pubblicazione del lontanissimo 1991.

51PQ4gareEL._SX378_BO1,204,203,200_Si trattava, appunto, de “Il teorema di Bell“, un bellissimo cartonato della casa editrice Comic Art (numero 72) a opera del fumettista Matthias Schulteiss. Purtroppo in Italia uscì solo il primo numero (pubblicato senza numerazione, quindi fatto passare come episodio autoconclusivo) che ebbe l’effetto di farmi incuriosire moltissimo alle vicende del protagonista Shalby, ma che, in assenza della rete (parlo di un’era pre-internet), non potevo nemmeno sospettare fosse incompleto.

Oggi scopro che vi sono disponibili on-line le altre due puntate, non tradotte, nelle quali immagino che l’importanza del problema fisico citato nel titolo venga finalmente svelata.

Invece all’epoca, dopo averlo letto, mi rimase quel senso di stupore che già connettevo col mondo della meccanica quantistica. Uno stupore che pensavo fosse tutto autocontenuto in quel primo numero.

Oggi, avendo scoperto l’esistenza dello sviluppo ulteriore della storia, il mio stupore è più che altro suscitato dalle scelte editoriali di chi, sapendo che una storia si snoda su tre episodi, decide di pubblicarne solo uno.

L’occasione offerta dall’avere ben due lavori grafici dedicati allo stesso problema fisico ma affrontati con piglio del tutto differente potrebbe essere quella ideale per attuare un raffronto tra il fumetto-infografica comparso su Le Scienze e il cartonato della Comic Art, ma non so se, non conoscendo il contenuto degli altri due episodi, io stia agendo correttamente.

Da un punto di vista divulgativo, la diversa lunghezza delle due pubblicazioni dovrebbe avvantaggiare Il teorema di Bell di Shulteiss: a parte il caso in cui un autore dimostra di saper lavorare meglio in spazi ristretti, esibendo così una grande capacità di sintesi (o una certa incapacità di lavorare a lungo su uno stesso soggetto…), un maggiore spazio per “spiegare” un certo argomento immagino fornisca innegabili vantaggi.

In ogni caso, si tratta di due prodotti diversi, creati in periodi diversi con intenti diversi e dedicati a lettori diversi. Questo già basta a distruggere l’ipotesi di un possibile confronto tra le due opere che ora appare come una operazione impossibile, oltreché illogica.

Da un lato abbiamo un maestro del fumetto che, spinto dalla fascinazione subita per un problema fisico, ha agito in totale solitudine, creando quindi sia la parte testuale che quella grafica. Dall’altro abbiamo un ottimo professionista nel campo dell’illustrazione al quale è stato chiesto di creare una gabbia grafica per il testo elaborato dal fisico Michel Van Ball.

A questo punto un primo aspetto che credo valga la pena sottolineare viene a essere la grande versatilità dello strumento grafico che, similmente a quanto accade per la scrittura o per il cinema suoi parenti stretti, dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, di poter raccontare, descrivere, istruire servendosi di una incredibile varietà di stili, approcci, strategie.

Ciò che qui più mi preme mettere in evidenza, forte della presenza di queste due opere che usano approcci completamente differenti nell’uso del fumetto, è però il seguente aspetto: la “nona arte” può sì essere utilizzata in modo molto vago, abbandonando del tutto l’intento di spiegare alcunché e concentrando gli sforzi sulla resa di una certa carica emotiva (“Il teorema di Bell”. Per quanto vago, gli devo l’essere entrato in contatto da ragazzo con quel teorema…), ma può anche – ed è questo per me il punto davvero importante – essere usata in modo estremamente sintetico e scientificamente corretto così da soddisfare palati molto esigenti in fatto di aderenza a un certo modo di spiegare le cose (il fumetto-infografica di Le Scienze). E lo fa così tanto bene da poter comparire addirittura come sunto di un articolo scientifico.

Il che mi porta a riallacciarmi a quanto ho già raccontato in un altro articolo pubblicato in passato sempre in questo blog.

Insomma, mi trovo ancora una volta entangled come me stesso e con ciò che pensavo: anche se a grande distanza di tempo, scopro di aver mantenuto la stessa “polarizzazione mentale” su un certo argomento. Forse non è il caso di dirlo forte. Mi sa che tutta questa coerenza, questa mancata variazione del valore delle mie variabili non più nascoste, bensì manifeste, non deponga del tutto a mio vantaggio…

SZ

 

1- Si veda l’articolo del 1935 “La descrizione quantistica della realtà fisica può ritenersi completa?” firmato da Einstein, Podolsky, Rosen (EPR): https://pdfs.semanticscholar.org/7861/a9c8b30bcc5fbd32e23b12f980f4a35c1537.pdf

2- O, se esistono, quantomeno, non agiscono.

3- Confesso che la prima lettura di quell’articolo di Le Scienze mi lasciò felice, enstusiasta, affascinato. La seconda mi sembrò rivelare alcuni limiti del testo e la terza restrinse il dominio della mia contentezza alla sola notizia del risultato sperimentale, lasciandomi alquanto tiepido circa il modo in cui l’esperimento veniva descritto. Il paragone con una qualsiasi conferenza di un qualsiasi grande luminare invitato a dire la sua su un argomento X è stato immediato. Un certo “principio di autorità”, complice il fascino del tema trattato, fa sì che spesso non ci si renda conto di ciò che davvero sta avvenendo davanti ai nostri occhi. Alla fine del suo intervento saremo tutti convinti di aver visto/sentito la migliore spiegazione possibile, ma se riuscissimo a rivedere la registrazione di quell’intervento, potremmo forse scoprire quanto alle volte, nel caso di persone reputate come “coloro i quali sanno” o “coloro i quali sanno fare”, la loro fama ci spinga a sopravvalutare il loro operato. Spesso, diciamocelo pure, “compriamo” solo la marca o il contenitore senza capire del tutto se davvero gradiamo il contenuto. Sarà forse un problema di traduzione (ne dubito) dall’inglese all’italiano, sarà forse un problema dovuto al fatto che l’aver studiato meccanica quantistica all’università non fa certo di me un esperto della materia e, soprattutto, dei suoi sviluppi più di frontiera (lo temo), ma l’articolo ora mi risulta carente in alcuni aspetti comunicativi, oltreché in altri più tecnici e mi riservo di parlarne con qualcuno che possiede maggiori conoscenze del sottoscritto così da comprendere dove si nasconde ciò che da qualche parte, in me o in quel testo, manca. Quale che sia il reale motivo della mia perpessità, per una spiegazione esaustiva del problema fisico rimando ovviamente alla lettura di testi tecnici, ma soprattutto consiglio di affrontarne altri capaci di mettere in risalto, in modo chiaro e circostanziato, l’entità della questione senza affrontare troppi tecnicisimi che possono “distrarre” chi non ha dimistichezza con il formalismo fisico. Ad esempio, trovo molto bello il secondo capitolo del Zeilinger Il velo di Einstein pubblicato tra i saggi Einaudi. Se poi l’articolo di Le scienze lascia anche voi un po’ insoddisfatti, vi consiglio di dare un’occhiata all’articolo di ricerca vero e proprio che trovate qui.

4- Si tratta di due pagine tratte da due differenti fumetti di Squid Zoup pubblicati in questo blog: la prima è tratta da Signal / Noise, l’altra da How deep is your world?

 

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De REBUS Naturae – Il più bel catalogo del mondo

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Orizzontali: 1- Simbolo dell’Idrogeno; 2- Simbolo dell’Elio; 3- Simbolo del Litio; 4- Simbolo del Berillio; 5- Simbolo del Boro; …

Stilare un catalogo quanto più preciso possibile degli enti che compongono il mondo immagino sia un’attività tra le meglio caratterizzanti la specie umana.

Fatta esclusione per tutte quelle azioni strettamente connesse con la sopravvivenza come nutrirsi, riposarsi, socializzare, riprodursi, proteggersi, … che la nostra specie condivide praticamente con tutto il mondo animale cui fa capo, quella di catalogare gli elementi del reale alla ricerca di uno schema o di un indizio da usare per collocare in una sequenza quanto più ordinata possibile oggetti e/o concetti, mi sembra possa essere una capacità appartenente a pochissime specie (1).

Se poi, piuttosto che fermarci a una catalogazione che, con un fare un po’ canzonatorio, si suole indicare come “botanica”, fondata quindi su caratteristiche esteriori come odore, sapore, forma, aspetto, sensazioni tattili, uso, …, ne cerchiamo altre meno istintive, che consentano di dedurre (e di indurre) le caratteristiche di un particolare elemento della realtà basandosi su proprietà sintetiche calcolabili, parametrizzabili, quindi prevedibili sulla base di una regola di qualche tipo, allora non credo ci siano dubbi: in questa zona di universo, gli unici a fare qualcosa del genere siamo noi appartenenti alla razza umana.

Di sicuro la ricerca di una classificazione fine di questo tipo è un approccio alla Natura non banale ma, quando e se riesce, non può che rivelarsi vantaggioso: attua una comoda compressione di una fetta della realtà riconsiderandola come qualcosa di riproducibile a partire da un seme e da un processo che, una volta applicato a quell’elemento zero e ai suoi prodotti successivi, ci mette in condizione di generare gli altri elementi del catalogo senza più doverli ricordare.

Vero quindi che “non fa scienza sanza lo ritener l’aver inteso”. Altrettanto vero è che se riuscissimo a catalogare il mondo usando un criterio basato su un processo di ordinamento che escluda il più possibile caratteristiche esteriori per privilegiare qualcosa che, non visto, ordina da dentro la realtà, il concetto di conoscenza perderebbe buona parte di quel connotato mnemonico che tanto ci limita sia nella dimensione spaziale che in quella temporale, aprendoci le porte a un nuovo approccio conoscitivo.

Nell’attività specifica del classificare, l’animale uomo ha accumulato una grande esperienza: è partito con tentativi alquanto puerili come quello compiuto, pare per la prima volta, dal mio antenato più noto il quale dicono abbia iniziato col dare i nomi agli animali traghettandoli così da un limbo di esistenza potenziale all’esistenza vera e propria.

In seguito abbiamo proceduto attraverso varie tappe, in modo più sistematico e attento, grazie all’operato di tanti personaggi noti e di chissà quanti ignoti. Tra i primi, val la pena qui citare Aristotele, Linneo, Darwin.

Di questa attitudine della nostra specie a classificare possiamo trovare tracce ovunque. Banalmente si pensi, ad esempio, al bisogno di collezionare, ma anche e soprattutto alla propensione a organizzare mostre e “collettive” (alla fine delle quali di soito si pubblica il “catalogo della mostra”), a istituire musei, a scrivere enciclopedie, a gestire biblioteche (2) e nel generare algoritmi di catalogazione che possano aiutarci ad avere contezza della nostra comprensione del mondo.

Proprio quest’anno ricorrono i primi 150 anni tracorsi dalla creazione di una catalogazione che il russo Dmitrij Ivanovič Mendeleev ideò nel 1869.

In essa egli ordinò gli elementi chimici all’epoca conosciuti e le loro caratteristiche in uno schema che, frutto del suo intuito (in seguito si scoprì che l’ordine da lui imposto alla tavola è riconducibile a caratteristiche fisiche degli atomi che all’epoca non erano ancora state comprese, né forse sospettate), presentava il pregio di ordinare la realtà atomica del mondo secondo caratteristiche numeriche progressive e misurabili.

A differenza di altre versioni più o meno coeve della tavola degli elementi elaborate da suoi colleghi, in essa il chimico russo aveva lasciato alcune zone vuote all’interno delle quali nelle sue intenzioni avrebbero dovuto trovare posto altre specie atomiche all’epoca ancora sconosciute e che, prevedeva, avrebbero esibito proprietà intermedie tra quelle note poste sui confini di quelle lacune.

Alla luce di quanto appena detto, proprio per questa possibilità che offre di predire alcune caratteristiche dell’elemento nella casella n+1-esima a partire dai comprotamenti chimici delle precedenti n, la tavola periodica di Mendeleev mi ricorda ben altre tabelline (“tavoline”) che a partire da soli dieci simboli consentono di calcolare la totalità dei prodotti possibili.

A ben vedere, essa quindi possiede una affascinante ambivalenza: è catalogo che contiene tutti gli atomi conosciuti (3) e, indirettamente, anche la totalità delle strutture naturali e artificiali che compongono il nostro mondo e per questo motivo credo meriterebbe la definizione di “catalogo dei cataloghi”.

Ma è anche “tavola”, ovvero “ausilio per il calcolo”: essa, insomma, presenta proprio quelle caratteristiche sintetiche di cui parlavo alcuni capoversi più in alto e consente, qualora non si ricordassero le caratteristiche di alcuni elementi, di calcolarsele a partire da quelle di altri atomi noti, attuando finanche una valutazione approssimativa del loro comportamento chimico.

Nella tavola periodica, infatti, tutte le specie atomiche conosciute sono ordinate secondo il numero atomico Z crescente (numero di protoni) e in base al progressivo riempimento degli orbitali s, p, d, f (riempimento dal quale dipende la loro capacità di legarsi ad altri atomi per formare molecole) in modo tale che possiamo identificare nel suo schema dei trend che la solcano da destra a sinistra, dal margine superiore a quello inferiore, dall’apice destro in alto a quello sinistro in basso, da quello sinistro in alto a quello destro in basso, …

Osservandola in questo modo, essa consente di capire come mutano i comportamenti globali delle varie famiglie atomiche e, di conseguenza, di farsi pure un’idea approssimativa delle caratteristiche delle singole specie atomiche facenti capo a quelle famiglie.

Quasi fosse una regione geografica, lintero schema può essere così esplorato in tutti i sensi, rivelando a sguardi che partono di volta in volta da “punti cardinali” differenti la presenza di “correnti” (seguendo l’approccio dell’Atkins (4), mi verrebbe da dire “del Golfo”), ovvero andamenti chimici che sintetizzano tutto quanto avviene nel grande Tetris della realtà.

Considerando di volta in volta i vari parametri tabulati nelle singole caselle e riferiti a caratteristiche più che microscopiche dei vari atomi, si può così osservare il variare delle caratteristiche macroscopiche delle famiglie atomiche come l’affinità elettronica, la metallicità, la densità, le dimensioni dei singoli atomi, l’energia di ionizzazione,…

Nonostante quindi non si possa dire che nella tavola periodica sia riassunta l’intera ricchezza chimica del cosmo, è bello pensare che, data la regolarità con la quale mutano le proprietà dei vari elementi tra i gruppi (colonne), i periodi (righe) e i vari blocchi in cui si suddivide la tabella, altrove l’universo non dovrebbe riservarci sorprese così tanto… sorprendenti.

La Natura, a partire da Idrogeno ed Elio, “definizioni” (elementi) già presenti nelle fasi iniziali della storia del nostro universo (5) e occupanti la prima e la seconda posizione orizzontale nel mio “crucielementa” mostrato in apertura, in circa tredici miliardi di anni di vita ha creato nelle fornaci stellari tutte le altre “definizioni” che trovano posto a partire dal 3 orizzontale in poi.

In questo lunghissimo lasso di tempo si è inoltre divertita a combinare, a “incrociare” in vari modi queste “definizioni”, sillabe impronunciabili, per creare, grazie alla forza elettrica, composti chimici “pronunciabilissimi”. Addirittura reali.

Una volta creati questi in quantità tali da renderli oggetti macroscopici, la giurisdizione è passata alla forza gravitazionale e, nel caso della materia organica, alle spinte biologiche, ed evolutive che creano e disfano di continuo “parole” nuove e interi componimenti organici.

Tutti questi passaggi successivi durante i quali la complessità del gioco combinatorio è andata crescendo in modo esponenziale, spiegano molto bene la grande difficoltà incontrata da tutti coloro i quali hanno tentato di dare una classificazione precisa della realtà nei termini tipici e imprecisi delle più note tassonomie animali, floreali, minerali, …

La semplicità della tavola periodica degli elementi risulta così essere ordini di grandezza distante dalla complessità (in alcuni casi sembra si tratti piuttosto di “aribitrarietà”) delle catalogazioni degli oggetti reali.

Similmente a quanto si fa nella distinzione tra anodo e catodo, termini che usano i due prefissi greci ana- (trad.: “sopra”) e cata- (“sotto”), sospetto che la parola “catalogo” possa allora derivare da un processo di ordinamento che procede elencando gli item andando dall’alto verso il basso.

Durante questo scorrimento, quando alle volte capita di imbattersi in qualcosa che ricorda uno o più elementi già incontrati in precedenza nello stesso elenco, si torna in su per cercarli: si procede, quindi, in senso contrario alla ricerca dell’ana-logo.

Analogamente, procedendo lungo questa linea di ragionamento, mi diverte pensare che scendendo l’albero cronologico, è proprio grazie alla complessità derivata dai giochi elettrici, gravitazionali, biologico-evolutivi della Natura che siamo in condizione di giocare con le leggi e le forze dell’evoluzione e selezione culturale.

Grazie a esse siamo ritornati ancora una volta alle origini (abbiamo risalito l’albero) creando in lavoratorio nuovi elementi e nuovi modi di combinare quelli già esistenti.

Da un tale gioco nasce buona parte  della zona della tavola periodica occupata dai Lantanidi (58 < Z < 71) e dagli Attinidi (90 < Z < 103), quella che seguendo l’Atkins conviene riguardare come “grande isola dei mari del Sud”:  una “terra” in buona parte emersa dagli studi stimolati dalla ricerca bellica di strumenti di morte che fossero capaci di sfruttare la potenza contenuta nel nucleo atomico. Una ricerca che ci ha svelato la brevissima esistenza di elementi instabili collocati oltre la posizione dell’Uranio e per questo detti “transuranici”.

Insomma, la sintesi di cui festeggiamo il centociquantesimo anniversario è qualcosa di potente, di creativo, di esaustivo, ma soprattutto di unico tra le consapevolezze raggiunte nel mondo animale. Essa è uno splendido riassunto concettuale e visivo di cosa abbiamo compreso e di cosa siamo.

Se la tavola periodica che noi oggi utilizziamo risale al 1869, scopro che il primo cruciverba (in realtà all’inizio si chiamava “parole crociate” e solo in seguito fu battezzato così dall’editore Bompiani), gioco il cui schema da sempre connetto visivamente a quello di Mendeleev – è di pochi anni dopo: l’italiano Giuseppe Airoldi lo ideò nel 1890 anche se poi quel gioco fu associato al nome di Arthur Wymne cui viene erroneamente attribuita l’invenzione (ri)avvenuta nel 1913.

Mi piace pensare che una volta completato lo schema del mio Crucielementa, dall’incrocio di parole inutili, impossibili, senza senso come quelle che si ottengono leggendo il contenuto delle righe e delle colonne (6), vengano fuori tutti i composti esistenti, che possiedono quindi una loro realtà, una loro consistenza, delle loro caratteristiche ben precise.

Allora in principio era il verbo, anzi, erano le “verba” costruite con sillabe strane, le abbreviazioni dei nomi degli elementi chimici, affiancate da numeri che servono a “pesare le parole”.

 

SZ

1- Lo dico sottovoce solo perché sospetto che anche altre specie animali, a qualche livello, cataloghino spontaneamente gli oggetti del loro habitat. Sono molto curioso di saperlo e sarebbe interessante scoprire i limiti di questa affermazione. Spero davvero che possa intervenire un etologo a dirmi come stanno le cose.

2- Mi sembra interessante notare che nel 1841, quindi non molto prima della nascita della Tavola Periodica degli elementi, anche la biblioteconomia accelerava grazie all’introduzione di precise regole di catalogazione a opera di Antonio Panizzi.

3- Una semplice e doverosa precauzione: la storia della scienza mi raccomanda di ricordarmi che viviamo in un distretto infimo di un cosmo immane, laddove l’elemento chiamato “elio” è stato scoperto solo nel 1868, dopo che Janseen e Lockyer ne osservarono la presenza nello spettro del gas che compone la nostra stella Sole. Nulla vieta, quindi, che poco più lontano da qui la “fauna” atomica possa essere molto più variegata e interessante.

4- In questo libro, Atkins invita a considerare la tavola periodica degli elementi alla stregua di un regno da studiare da un punto di vista geografico. Un approccio che trovo estremamente interessante, coinvolgente e vincente da un punto di vista divulgativo

5- Nelle prime fasi di vita del nosro universo vi erano solo Idrogeno e, in misura molto minore, Elio. Due elementi la cui generazione viene di solito indicata come “nucleosintesi primordiale”.

6- Vi sono alcune, poche, eccezioni a quanto detto. Esistono infatti alcune fortunate “definizioni” verticali come il 3 verticale: Li-Na; il 56 verticale: Ba-Ra; il 13 verticale: Al-Ga che, se considerate come semplici parole, un po’ di senso lo possiedono.

 

 

 

 

Aforisma 7: Stevie Wonder Dixit

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Correva l’anno 1984, ma da allora gli anni hanno preso a correre ancora più veloci.

Forse più di altri, l’assolo di oggi rientra nella categoria degli aforismi: brevissimo, incisivo, perfetto nel suo genere. Parte dichiarandosi con pacata ma decisa autorevolezza e dopo una sapiente pausa, esplode in un acuto che è una lama affilata conficcata in un chakra. Dopo aver inferto questo colpo, l’armonica ricama baloccandosi e – mi si passi il termine –  “baroccandosi” con le note per poi accompagnare l’ascolto verso la ripresa del canto.

Tra tutti i musicisti, Stevie Wonder forse è quello che ha la maggiore capacità di suonare così come canta. Dire che suona come canta significa affermare che è un grande, immenso armonicista, ma la sua forza non sta certo nella tecnica, se per essa si intende ciò che Jean “Toots” Thielemans e i suoi epigoni sanno fare con quello strumentino.

In sua difesa, c’è da dire che Stevie Wonder non è un jazzista, né credo gli sia mai interessato esserlo. Tra le due, sono i jazzisti a non poter fare a meno di sapere cosa ha detto lui in musica, e non l’inverso. Inoltre, da un punto di vista strettamente strumentale, lui sa fare cose che mi sembra nessun altro sappia ottenere dalla cromatica. Mi riferisco allo staccato che se eseguito da lui, raggiunge la brillantezza di un pizzicato di violino.

Insomma, suona il suo mondo e lo suona così bene da far venir voglia di viverci o di trasferirsi lì, di tanto in tanto.

Cercando di ricostruire i miei ricordi circa i primi incontri con la sua musica, arrivo fino a quando per radio sentii la famosissima Isn’t she lovely (1). Il lunghissimo assolo finale fu per me un regalo fin troppo generoso ricevuto da una radio che molto di rado mandava brani suonati con l’armonica. Di solito, quando lo faceva, proponeva lunghissime filastrocche tanto care agli italiani, inframezzate da accordacci random tirati fuori da diatoniche suonate male.

Tra i miei ascolti, random pure quelli, compiuti tra la radio dei miei, lo stereo di mia cugina Felicia e quello di mio zio Francesco, ricordo di essermi imbattuto in uno spelndido That girl (2) con un assolo di armonica che un giorno potrebbe meritare un aforisma tutto suo. Infine, in questo bricoladge sonoro, in una di quelle domeniche a casa del solito zio ho incontrato l’assolo oggetto dell’aforisma di oggi.

Sapendo della tendenza di Wonder a usare l’armonica in almeno un brano per disco, mi  sottoposi all’ascolto dell’intero LP The Woman in Red (3), all’epoca una new entry della discoteca del mio parente, nell’attesa del suono del mio strumento preferito. Fui premiato durante l’ascolto del terzo brano, It’s you, nel bel mezzo del quale stanai l’assolo che trovate trascritto più in alto.

Si trattava di una vera e propria perla rara: spesso, lo strumento al quale viene affidato l’assolo nella parte centrale di un brano, viene annunciato con brevi interventi a commento del cantato. Invece, ascoltando la prima parte di It’s you, non vi era traccia del suono di armonica e non era quindi possibile intuire la presenza dell’assolo. Questo può forse far immaginare la sopresa e la mia immensa felicità nello scoprire che anche quel disco contenteva un regalo per me.

Se la maggior parte delle persone erano interessate a I just called to say I love you, la canzone più famosa di quel disco, io avevo trovato otto misure che da sole valevano l’intero LP. Dopo l’assolo, l’armonica tornava a tacere e purtroppo non la si udiva nemmeno nella coda del brano, laddove un a mio parere bel costume, molto diffuso tra gli arrangiatori, l’avrebbe fatta suonare consentendole frasi di respiro molto più ampio. Una piccola consolazione venne dallo scoprire che Wonder aveva deciso di suonare il tema dell’ultimo brano del disco, It’s more than you, interamente con la sua cromatica.

L‘ ’84 era anche l’anno in cui Chaka Khan fece la sua versione di I feel for you (4), una canzone scritta da Prince. In televisione passarono il videoclip e grazie a quello riuscii ad ascoltare il bruciante assolo di armonica di Wonder. E credo sia anche l’anno in cui conobbi Mario Falcone e Luigi Negroni, due musicisti della mia città ai quali sono legato da ricordi particolari: il primo, chitarrista e poi batterista, aveva un’incredibile discoteca dalla quale io e mio cugino, il pianista e flautista Gianluca Barbaro (5) col quale negli anni ’80 mi stavo avvicinando a quel genere, abbiamo “rubato” moltissimo. L’altro era un prodigio: riusciva a cantare alla Stevie riproducendone alla perfezione il timbro. Suonava anche l’armonica, stavolta con il suono e il fraseggio di Wonder.

La cosa che mi dà da pensare è che i miei ascolti erano così: fortuiti, casuali, non ripetibili a comando: infatti, come ho già raccontato in altre occasioni, a casa non avevamo uno stereo. Di sicuro ho perso molte occasioni, ma credo (o forse voglio solo sperare che sia così) che questo mi abbia regalato la capacità di assaporare le cose in modo diverso, facendomi imparare come mantenere inalterato il ricordo di un sapore, di un odore, di una sensazione per lunghissimi periodi. Ho imparato così bene che nel 2015 li riscopro del tutto inalterati.

É davvero strano poter oggi digitare un titolo in un qualsiasi motore di ricerca e trovare con estrema facilità brani, suoni, frasi. La domanda sorge spontanea: se all’epoca avessi avuto accesso a questo mare di informazione, sarei diventato migliore? Mi piacerebbe dirmi di no, ma temo che le cose stiano in modo diverso. Per fortuna, non mi viene data la possibilità di sperimentare una vita diversa e sono costretto ad accontentarmi di quello che sono, ben sperando per mio figlio, un nativo digitale che avrà il mondo a disposizione.

Intanto sono qui che digito, clicco, ascolto. Seduto su di un divano grigio, guardo di fronte a me le mie gambe, il mio corpo. La musica  nelle cuffie è la stessa di trentuno anni fa. Le sensazioni pure.

Le note di It’s you mi fanno ricordare nitidamente un Angelo sedicenne  seduto nella stessa posizione su un divano color panna. Il corpo che ho in mente è però diverso da quello che vedo. É più piccolo, più acerbo. Questo nitore del mio ricordo mi uccide.

Sorrido.

Ma vorrei piangere.

SZ

1 – https://www.youtube.com/watch?v=YOs7DYwG0Go

2 – https://www.youtube.com/watch?v=eagQKwVendA

3 – colonna sonora dell’omonimo film, campione di incassi, di e con Gene Wilder e la bellissima Kelly LeBrock: http://en.wikipedia.org/wiki/The_Woman_in_Red_%281984_film%29

4 – https://www.youtube.com/watch?v=04yCea2HOhY 5 – http://www.barbaro.it/

Densità di Tempo – Per quando sarò un mio lettore

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Tra coloro che leggono i miei post, ce n’è uno che ritorna spesso e che conosco molto bene. Si tratta dello stesso autore che ogni tanto sorprendo mentre a distanza di mesi dalla pubblicazione di un articolo, classicamente torna “sul sito del delitto”.

Quando mi sorprendo con le mani nella mia marmellata, specie quella di mesi e mesi prima, scopro che ricordo poco di ciò che ho scritto e di come l’ho espresso e per un attimo vivo l’illusione di star leggendo i pensieri di uno sconosciuto a me molto, molto affine.

Insomma, scrivere vuol dire anche leggere e leggersi e in quest’ottica tutto ciò che si posta in un blog può essere riguardato come una sorta di diario, di pro-memoria che  servirà allo stesso blogger per ricostruire la storia di qualche suo periodo passato.

Sapendolo, non posso certo perdonarmi lunghe assenze da questo spazio virtuale. Assenze che, oltre a deludere chi ha deciso di seguirmi, sfilacciano la trama della mia narrazione costellata di voragini temporali che un giorno mi risulteranno incolmabili.

Ecco perché devo assolutamente riassumere quanto ho fatto nelle ultime due settimane: forse molti lo troveranno molto poco rilevante, ma non intendendo avere oltre il blog, anche un diario personale, devo necessariamente riassumere tutto qui. Sarebbe stato bello poter annunciare volta per volta, nella sezione “Prossimi E20”, quanto sto per scrivere, ma non ne ho avuto proprio il tempo e le energie.

In fondo (excusatio non petita), l’assenza da questa pagina è stata proprio determinata dai troppi impegni presi nel mondo reale al di fuori di qui, e per quanto mi riguarda questo è già di per sé interessante.

Dal 7 al 10 Aprile ho seguito all’Osservatorio di Merate un bel corso tenuto da Marco Landoni sulla riduzione di spettri con il programma IRAF. Un argomento al quale mi sa che prima o poi dedicherò un articolo a parte.

Valigia del Nomade Nostalgico

Valigia del Nomade Nostalgico

In quei giorni ho dormito nella foresteria di quell’Osservatorio scoprendo che – vuoi per l’età, vuoi per il fatto di avere una famiglia – mi costa sempre più allontanarmi da casa. Continuo a sentire intensamente il fascino delle strutture scientifiche come osservatori e centri di ricerca, nonché di un certo nomadismo legato alle mie attività, quello che un tempo permeava tutta la mia vita, ma poi arriva la sera e ogniqualvolta mi ritrovo lontano dalle mura domestiche, immancabile si impadronisce di me una sensazione di spaesamento; di strana e malinconica inadeguatezza.

Tornato a Bologna, sono ripartito il giorno dopo alla volta di Torino per prendere parte al congresso PLANIt (1), l’associazione dei planetaristi italiani. Sono andato in rappresentanza dell’Osservatorio di Bologna, invitato dagli organizzatori del congresso per riassumere in un intervento quanto è emerso nel workshop “Raccontare e insegnare il cielo e le stelle” (2) che noi dell’O.A.B.O. abbiamo organizzato l’anno scorso alla Fiera del Libro per Ragazzi felsinea.

Ne ho quindi approfittato per rivedere la splendida struttura del Planetario INFINI-TO (3) e per visitare le cupole del vicino Osservatorio di Pino Torinese (4). É stata anche una belissima occasione per rivedere un po’ di colleghi e amici che non vedevo da un po’: Pierluigi Catizone, Andrea Maggiora, Carlo Italo Zanotti, Alberto Cora, Simona Romaniello e Marco Brusa. Erano tanti anni che non incontravo Simona e abbiamo subito quantificato il tempo trascorso in termini di figli: ci eravamo persi di vista quando proprio non era nemmeno immaginabile averne e ci siamo ritrovati entrambi genitori di eredi due-enni. Sì, decisamente un intervallo lungo…

Per non sentire la tristezza che mi donano posti falsamente accoglienti come alberghi & affini, ho dormito la prima sera a casa di Alberto Varaldo, amico di vecchia data, collega musicista e autore di un bellissimo metodo per armonica cromatica (5), e la seconda a casa di Maurizio Scervino, altro amico conterròneo perso di vista addirittura una trentina d’anni fa e recuperato in circostanze fortuite solo due settimane prima di andare a Torino. Con lui l’amarcord è durato fino alle quattro del mattino. Devastante.

Una volta tornato a Bologna, ad attendermi c’era La settimana dell’Astronomia con gli impegni che questa iniziativa ministeriale comporta per noi che lavoriamo nel campo della divulgazione e didattica di quella materia. Il mercoledì 15 sono quindi tornato nella scuola dove ero già stato in Marzo in occasione dell’eclissi e lì ho raccontato a 175 bambini scatenati in quanti modi può ucciderci un buco nero. Al pomeriggio sono stato nel liceo Alberto Magno con il grande Flavio Fusi Pecci per commentare con musica e immagini una sua conferenza sulle distanze cosmiche. Il giorno dopo, Giovedì 16, Flavio, Roberto Bedogni ed io abbiamo intrattenuto il pubblico in Osservatorio con una “chiacchierata” sulla luce e la sua velocità. Il mio intervento è consistito nel commentare i miei fumetti “Guardare Avanti” (6), “La Treccia del Tempo” (7) e “Signal/Noise” (8) già pubblicati in questo blog.

I giorni successivi sono stati occupati a raccogliere le idee e ad analizzare i numerosissimi dati ottenuti con questionari vari che abbiamo distribuito nelle scuole per saggiare, non solo cosa i ragazzi sanno di astronomia (questionario di entrata), ma anche quanto bravi siamo noi a spiegare i nostri argomenti preferiti (questionario di uscita). I risultati di questa ricerca diventeranno presto un articolo che speriamo venga pubblicato da qualche rivista di sociologia della scienza o di pedagogia scientifica, ma nel frattempo, tornato da Torino,  ho inviato a “Il Giornale di Astronomia” (9) un mio articolo contenente una ricerca che ho compiuto sulla percezione del cielo e delle costellazioni.

Se verrà accettato, lo annuncerò su queste pagine.

Il 23 Aprile, ovvero giovedì scorso, ero alle Murate di Firenze dove sono stato invitato da Beth Vermeer a raccontare nella manifestazione da lei ideata “Il profumo della luce” quale possa essere “l’odore del cosmo”. Presentatami solo un mesetto fa dal comune amico Pierluigi Catizone, direttore del Planetario Sky-Scan di Bari, Beth è un personaggio davvero peculiare: architetto paesaggista, vedova di un docente universitario di fisica col quale ha condiviso anche molte avventure intellettuali che l’hanno progressivamente avvicinata al nostro mondo, organizza da anni eventi di vario tipo trovando sempre un modo elegante di far dialogare scienza e l’arte.

Parlandole, ho scoperto che collabora da tempo con l’INAF e che conosce diverse persone con le quali anche io lavoro, in testa Stefano Sandrelli del POE di Brera, mio relatore di dottorato in Astrofisica. Esplosiva, sempre in viaggio alla ricerca di un’onnipresenza che le consenta di curare icome una chiocica i suoi progetti, ha fondato il sito Design of the Universe (10), un sito nel quale propone con forza l’esigenza di un dialogo sinestesico tra scienza e arte. A Firenze mi ha dato l’opportunità di parlare di molecole nello spazio, della loro origine, del loro possibile odore e di introdurre al pubblico lì convenuto e intrattenuto con musica, profumi, immagini, video, danza e discorsi di chimici, agronomi, artisti, astronomi (!), gli argomenti che ho esposto nell’ultimo fumetto di Squid Zoup (11) e che Beth mi ha chiesto giustamente di pubblicare solo ad evento finito.

Mentre il 22 sera preparavo quei disegni che trovate nel post precedente a questo, ho ricevuto una richiesta di amicizia su Facebook da parte di un grande musicista molto noto nell’ambiente: il bassista Marcello Sutera. Ovviamente ho accettato e la richiesta, da semplice contatto che poteva essere, con somma sorpresa si è rivelata una offerta di lavoro: mi chiedeva di registrare la mia armonica sul suo nuovo singolo Memory (12). Il brano verrà pubblicato il 4 Maggio e, dato il poco tempo, abbiamo deciso che sarei andato a registrare da lui a Godo di Russi (Ravenna) la sera del 24.

Il 24 mattina, dopo una notte quasi interamente insonne per il mio non trovarmi a mio agio negli alberghi, ho quasi perso il treno, sono arrivato a Bologna, ho portato il pupo al nido, sono andato al lavoro e al pomeriggio, tornato a casa con GIovanni che imperversava, ho studiato il brano di Marcello e i brani che il giorno dopo avrei dovuto suonare nello spettacolo della compagnia Archivio Zeta (13).

Registrazione fatta, tornato a casa felice come una pasqua per come le cose erano andate, dopo qualche ora di sonno ristoratore, mi attendeva lo spettacolo per il quale mi sono alzato prestissimo nonostante fosse il 25 Aprile, giorno di “vacanza”: Eumenidi/Montagne.

Su testo di Pasolini, la compagnia Archivio Zeta che ha il suo nucleo nella coppia Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, ha costruito una splendida sequenza di due scene lungo un percorso che da un prato conduce nel luogo del famoso eccidio compiuto dai tedeschi nel ’44. Mio compito era suonare l’armonica nel tragitto fungendo da pifferaio che attira con la musica la fiumana di gente accorsa per l’occasione, per poi unirmi a un duo di violoncelli col quale proporre una interessante rilettura di due brani incredibilmente belli, scelti da Patrizio Barontini: l’Actus Tragicus (14) di J.S.Bach e Lascia che io pianga (15) di G.F. Handel.

Oggi, Mercoledì 29, ho affrontato altri 25 scalmanati di quinta elementare ai quali ho raccontato come è fatto il Sistema Solare e domani andrò a Como per un seminario scientifico.

L‘estate mi sembra terribilmente/fantasticamente lontana.

SZ

1 – http://www.planetari.org/it/

2 – http://www.bo.astro.it/universo/fieralibro.html

3 – http://www.planetarioditorino.it/infinito/

4 – http://www.oato.inaf.it/index.php?lang=it

5 – http://www.kimwilliamsbooks.com/titles/monographs/120-blow-suonare-l-armonica-cromatica.html

6 – https://squidzoup.com/2014/11/14/visioni-del-futuro-vs-immagini-del-passato/

7 – https://squidzoup.com/2014/06/02/la-treccia-del-tempo/

8 – https://squidzoup.com/2014/10/10/signal-noise/comment-page-1/

9 – http://sait.interlandia.net/giornalediastronomia.html

10 – http://www.design-of-the-universe.it

11 – https://squidzoup.com/2015/04/27/il-senso-dei-sensi/

12 – https://www.youtube.com/watch?v=wrsS2rK3Yr8

13 – http://www.archiviozeta.eu/

14 – https://www.youtube.com/watch?v=TjicmINYRo8

15 – https://www.youtube.com/watch?v=MnBT84764ds

Le dieci fatiche di Squid Zoup

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É da poco più di un mese che non scrivevo qualcosa in questo blog, ma ritengo di poter essere considerato un assente giustificato.

É stato un periodo particolarmente intenso e interessante durante il quale, oltre ai quotidiani impegni, ho fatto sei concerti, tenuto due conferenze, ho fatto da guida scientifica per un gruppo di appassionati di trekking, ho parlato a un meeting internazionale riassumendo il contenuto di due poster nei quali raccontavo due progetti, uno di ricerca, l’altro di comunicazione; ho disegnato, scritto, viaggiato e recitato in un corto prodotto dal Laboratorio Creativo Gerebros.

Insomma, un gran bel periodo dal quale sono emerso più o meno integro; stanchissimo, ma felice di avercela fatta a fare tutto, divertendomi davvero tanto.

É stato un periodo così intenso da non essere riuscito ad annunciare nella sezione “prossimi E20” il concerto del 20 Febbraio al teatro San Salvatore di Bologna con il cantautore Vincenzo Scruci. Grande animale da palcoscenico, mi ha chiamato a suonare i suoi bellissimi brani, vere e proprie narrazioni trasudanti italianità, anzi, meridionalità, con lui alla voce e al pianoforte e Giannicola Spezzigu al contrabbasso.

Non ho nemmeno avuto il tempo di annunciare il concerto del 21 Febbraio al teatro di Castello d’Argile (BO) con il pianista e compositore Marco Dalpane. In quell’occasione, con i suoi brani contenuti nel nostro disco Brother Buster, io e Marco abbiamo commentato tutto il film The General di Buster Keaton. Se nel disco ho suonato solo la mia solita armonica cromatica, nell’ultimo concerto ho ricoperto (e riScoperto) anche il ruolo di rumorista: per l’occasione, ho infatti rispolverato tutto l’armamentario di piccole percussioni ed effetti che usavo tempo fa nei concerti con Lara Luppi e Stefano Cappa o con Joyce Yullie, Barbara Evans, Giampiero Briozzo e un bel po’ di altri artisti con i quali giravo il mondo prima che crollassero le due torri.

Il 21 Febbraio, prima di andare a suonare con Marco, lungo un percorso cittadino che connette la chiesa di San Petronio a quella di San Michele in Bosco, ho raccontato la storia e l’uso delle meridiane e degli orologi solari bolognesi più famosi a un gruppo di appassionati di social trekking. L’occasione fornitami da Giuseppe Misurelli era ghiotta: con la scusa di doverlo spiegare a un gruppo di curiosissimi appassionati di passeggiate naturalistiche e culturali, ho studiato sui libri di Giovanni Paltrinieri un argomento al quale prima o poi varrà la pena dedicare almeno un articolo.

Non sono riuscito nemmeno ad annunciare le due conferenze del 27 Febbraio, una al liceo Einstein di Molfetta (BA) e l’altra al Planetario di Bari dove mi hanno invitato a parlare due grandi amici: Fabio Caruso, insegnante di lettere in quella scuola e Pierluigi Catizone, responsabile delle attività divulgative della bellissima cupola ospitata nella Fiera del Levante.

Dopo tanta negligenza, per una sorta di par condicio, non potevo certo comunicare l’arrivo, sempre a fine Febbraio, di ben quattro concerti: tre a Bari (Kabuki, Ladisa) e Trani (Comfort) di presentazione del disco The night has a thousand eyes con gli amici di sempre Guido di Leone, Francesco Angiuli e Mimmo Campanale e l’altro ad Acquaviva delle Fonti con Fabio Caruso e Pasquale Mina.

Intanto ho lavorato a un cartone animato che spero di pubblicare presto qui sul blog, ho lavorato a due progetti astronomici e a un paio di articoli scientifici. Conto di parlare presto di alcune di queste cose, ma nel frattempo mi premeva dire che le ho fatte: pare sia un effetto collaterale generato dall’avere un blog, ma non aver raccontato nulla per un mesetto mi ha fatto sentire davvero in colpa verso quei pochi che mi seguono assiduamente.

Pur non essendo un Ercole, nell’illustrazione jn alto mi sono rappresentato al posto dell’eroe mitologico immortalato nell’omonima costellazione mentre, invece che con l’Idra di Lerna, lotto con un calamaro gigante, il mio alter ego in questo blog. Allora non dodici fatiche, ma dieci tentacoli: i miei interessi che mi hanno tenuto avvinghiato fino a pochi giorni fa in una stretta avviluppante con la quale solo noi stessi possiamo soffocarci.

Con questo post, annuncio quindi una normale ripresa delle trasmissioni sul canale di questa pagina.

A prestissimo

SZ

 

Sull’ispirazione fornita dai fenomeni astrofisici

Yin-e-Yang-

Qualche anno fa fui invitato a scrivere su una rivista on-line all’epoca neonata, fondata su iniziativa di Pietro Greco, uno dei più importanti giornalisti scientifici del nostro paese e autore di moltissimi libri di divulgazione. Conosco Pietro dal 2001, anno in cui iniziai a studiare al Master in Comunicazione della Scienza della S.I.S.S.A. di Trieste dove lui insegnava e un simile invito non poteva non trovarmi sostenitore entusiasta dell’iniziativa.

La rivista andò abbastanza bene per un paio d’anni, poi prese a dimostrare segni di cedimento dovuti, credo, al diradarsi dei contributi che noi redattori esterni fornivamo alla redazione. Decelerando progressivamente, arrivò poi a fermarsi del tutto consentendo comunque di leggere i contributi pubblicati in quei primi due primi di vita.

Oggi, con mio grande rammarico, ho scoperto che a quell’indirizzo non esiste più alcuna rivista. Lasciando da parte considerazioni banali, ma non per questo meno vere, sul perché intristisca la fine di qualcosa e su come questo però rappresenti l’inizio di qualcosa d’altro e bla, bla, bla, mi trovo a non aver più in rete una traccia, quella traccia, di quello che facevo in quel periodo.

Poi mi ricordo di avere un blog dove forse quegli articoli, regalandogli una nuova coordinata, possono tornare a vivere offrendomi una maniglia alla quale tenermi per sopportare gli scossoni di un viaggio spesso difficile: quello a ritroso nel mio tempo passato. E allora che faccio? Li ripubblico.

Non so se lo farò con tutti, ma uno almeno lo pubblico di sicuro. Lo scrissi nel Giugno 2010, quindi l’anno dopo essere stato all’INSAP VI, edizione veneziana del 2009 di un congresso sull’ispirazione fornita dai fenomeni astrofisici. Lì presentai nella sezione Poster i miei due libri usciti proprio quell’anno: Pianeti tra le note (Springer) e Storie di Soli e di Lune (Giraldi, Bologna). L’occasione per la ripubblicazione di quell’articolo mi arriva dal fatto che l’altro ieri scadeva il termine ultimo per la presentazione di possibili temi di cui parlare alla prossima edizione che si terrà ad Agosto a Londra.

Ho inviato ben tre abstract e spero davvero ne accettino almeno uno…

Case study: L’INSAP VI

Applicazione di un possibile metodo astrofisico-sociologico a una iniziativa culturale tra arte e scienza

Questa illustrazione è stata pubblicata per la prima volta sulla rivista "Le Stelle" nell'anno 2012

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Da diversi anni, esattamente dal 1994, anno della prima edizione che ha avuto luogo in due sedi vicine, Roma e stato del Vaticano, alcuni studiosi “trasversali”, si incontrano al congresso denominato INSAP, acronimo che sta per INspiration from Astronomical Phenomena.

Come già si può evincere dal nome, con questo appuntamento gli ideatori si proponevano di fare il punto su quelli che sono stati, che sono e che potrebbero in futuro essere i rapporti tra il mondo umanistico – mondo che ospita quello storico, quello religioso, nonché tutti quelli relativi alle arti – e il mondo dell’astrofisica e della cosmologia. Questo per capire in che misura lo studio scientifico dell’universo – con le suggestioni tipiche che scaturiscono dal confronto tra la scala umana e quella di oggetti, tempi e dimensioni cosmiche – può andare ad incidere sul nostro agire qui ed ora, quando usiamo altre modalità espressive altrettanto importanti di quella scientifica.

Di rimando, diventa interessante anche studiare il moto di ritorno, quasi un rigurgito culturale, che fa sì che le nostre elaborazioni di solito riguardate come più genuinamente umane, abbiano una certa incidenza nella direzione che alcune ricerche scientifiche prendono.

Fin qui tutto interessante e, a mio parere, assolutamente necessario.

Dopo tanti anni durante i quali ho sognato di prendervi parte, nello scorso Novembre si è finalmente realizzato il mio vecchio proposito di presentare in questo contesto il frutto delle mie personali indagini. Si sa: da cosa nasce cosa, e la mia partecipazione al congresso, oltre a divertirmi molto, mi ha fornito anche l’occasione di studiare da dentro, e di resocontarlo con questo articolo, lo strano oggetto INSAP che proprio a Venezia ha conosciuto un incremento inflazionario del numero di partecipanti rispetto quelli intervenuti alle cinque edizioni precedenti.

Un successo tale da convincere gli organizzatori a inaugurare con il 2010 una nuova stagione annuale del congresso, interrompendo così la cadenza triennale che l’aveva caratterizzato fin dalla sua nascita avvenuta a Tucson, durante una chiacchierata informale tra Ray White dell’Università dell’Arizona, padre George Coyne, oggi ex direttore della Specola Vaticana, e Rolf Sinclair, della National Science Foundation americana, all’epoca riunitisi per una quantomai proficua colazione mattutina. Inutile dire quanto fossero interessanti molti degli interventi che ho potuto seguire dal vivo a Venezia. Per chi fosse interessato, è possibile farsene un’idea leggendo titoli e relativi abstract all’indirizzo: http://www.insap.org/.

In vista del prossimo appuntamento di Ottobre che, dopo Roma-Vaticano, Malta, Palermo, Oxford, Chicago, Venezia, vede il congresso tornare in terra inglese, a Bath, mi preme invece raccontare una particolare impressione che ho tratto dall’osservazione di insieme del gruppo di studiosi e di curiosi riunitosi all’interno del meraviglioso palazzo veneziano sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.

Oltre a un certo numero, direi non troppo elevato, di avventori occasionali, lo zoccolo duro costituito dalle persone che a vario titolo hanno preso parte fattivamente all’operazione con interventi orali ed esposizione di poster, sarà stato composto da più o meno un centinaio di persone. Denunciando da subito una (spero) perdonabile deformazione professionale, ho riguardato da astronomo questo gruppo, quasi fosse un cluster compatto, cromaticamente abbastanza omogeneo. La distesa di teste bianche era notevole, direi la quasi totalità, e molte di esse, come c’era da aspettarsi per una banale questione di convenienza chilometrica, erano teste italiane.

Esse provenivano per la maggior parte da atenei che, quando non osteggiano apertamente questo genere di commistioni culturali tra ambito scientifico e ambito umanistico-artistico, si limitano a non promuoverle affatto e/o a relegarle in piccole iniziative minori, laterali rispetto al corso degli studi “seri”. La comunicazione subliminale che scaturisce spontanea, come effetto secondario e forse non previsto, da un simile atteggiamento, è che viene suggerita la sola pratica dilettantistica di simili studi a meno che ad occuparsene non sia un professorone blasonato al quale, raggiunto un elevato livello di credibilità nella materia x, è consentito honoris causa di essere altrettanto autorevole in y, z, r, v, …

Tornando alla mia esperienza veneziana, osservando un ammasso così compatto di personaggi-stelle anziane che emettono teorie di così ampio respiro, mi è venuto spontaneo cercare attorno a esse studenti-pianeti nelle cui teste, simili teorie potevano avere preso a vivere e a nutrirsi di nuovi elementi per andare a costruire il futuro dell’INSAP e di questo degnissimoo filone di ricerche, in generale. Gli astrofisici lo sanno bene: dove vi sono stelle vecchie e stabili, è molto probabile che nel loro intorno si sia potuto formare qualcosa che abbia a che fare col fenomeno della vita così come noi la conosciamo, perché proprio noi, abitanti del pianeta Terra, legato a una stella di lungo corso come il Sole, ne siamo la prova.

Bene, l’osservazione da me condotta non ha portato a risultati incoraggianti: attorno a queste teste-stelle bianche dalla posizione accademica stabile e inattaccabile, non c’è molta vita, anzi, se ne trova pochissima. Sarà un problema di fondi, sarà un problema dovuto all’epocale, presunto dissidio tra ragione (scienza) e sentimento (tutto il resto), fatto sta che i giovani erano un insieme povero di elementi e, tra quei pochi, pochissimi (ricordo solo una ragazza inglese) seguiti dai loro docenti per lavorare su queste tematiche. Tra i giovani, anche due italiani, Enrico Maria Corsini ed Elena dalla Bontà, due ricercatori dell’Università di Padova che, pur non avendo presentato ricerche in stile INSAP, hanno almeno dato prova di grande apertura mentale e di grandi capacità organizzative: a loro infatti va il riconoscimento per avere organizzato l’opportunità veneziana della scorsa edizione.

Gli interventi che ho potuto ascoltare – tutti, per motivi diversi, estremamente interessanti – e le metodologie seguite nel raccogliere i “dati” esposti, non sempre ma spesso avevano, a mio parere, molto poco di scientifico e, al solito, presentavano un carattere che definirei umanistico, quando non romantico, addirittura. In questi casi mi è parso che a mancare fosse quindi una cosa fondamentale quale un appropriato, largamente condiviso – perché dimostratosi funzionale – ed usato, metodo di indagine che tenesse conto, ad esempio, di quanto viene fatto in ambiti simili come la sociologia, l’antropologia e tutte le scienze morbide le quali stanno dando tanto a quel modo di gettare sguardi sul mondo che ancora non riesce a passare da quantificazioni esatte come quelle offerte dalle scienze cosiddette dure.

Per elaborare questo metodo ritengo che sia innanzitutto necessario, come è ovvio, possedere una grande conoscenza di quelli che sono il mondo scientifico (nel caso dell’INSAP, almeno della parte fisico-astrofisica) e il mondo umanistico e dell’arte intesa in senso lato. Ma sono altresì sicuro che questo possa comunque non essere abbastanza. Per affilare davvero le armi e affrontare come si deve queste come tutte le altre problematiche, ci vogliono corsi universitari, studenti che pretendano attenzione da docenti preparati a seguirli su queste vie impervie, crescendo anche loro in conseguenza del dover rispondere a nuove domande; ci vogliono possibilità per questi studenti del futuro di affrontare tesi di laurea su simili tematiche; ci vogliono appropriati dottorati e master; è necessario che vi siano riviste di settore che adottino una qualche forma nuova e adatta di peer-reviewing; ci vogliono competenza, responsabilità, militanze artistico-scientifiche, possibilità e volontà dei presidi di facoltà di assumere artist in residence. Infine, last but not least, ci vogliono fondi.

Essendo l’INSAP, per sua stessa vocazione, un contenitore sospeso tra scienza e arte, nel denunciare la mia difficoltà nel discernere un metodo condiviso e condivisibile di indagine usato nella maggioranza delle teorie in esso esposte, e riscontrando invece un’ampia gamma di strategie a mio parere spesso contingenti, anche se di sicuro molto interessanti, ne ho proposto uno da applicare proprio all’analisi del contenitore stesso, mutuandolo da una pratica scientifica, quella astrofisica, che invece si muove lungo le linee di un paradigma che finora ha dimostrato di funzionare bene.

Forse, anzi, ne sono sicuro, il mio non è quello migliore, ma sono sicuro che usare come metodo almeno quello che passa dall’istituzionalizzazione di questi studi, possa contribuire a trovarne diversi altri, stimolando una discussione epistemologica a mio parere oramai necessaria. Prova ne sia il fatto che, tra tutti gli altri, gli interventi di tipo storico presentati al congresso, spiccavano tra tutti per l’elevato grado di analiticità usato, forse conferitogli dalla oramai antica e affinata pratica storiografica che non è affatto estranea all’uso di metodi socio-antropologici, se non addirittura matematici, quando disponibili.

Il mio sospetto è che questo livello superiore di incisività analitica, al di là di tutto, possa essere fatto risalire anche al fatto che l’insegnamento della storia dell’astronomia è entrato di diritto a far parte delle materie di studio universitario e prevede la possibilità di dare tesi, vincere dottorati, borse e assegni a chi decide di proseguire su questa strada. Una strada, quindi, da percorrere se si desidera svecchiare velocemente concezioni divenute stantie.

Questo perché l’INSAP non diventi solo l’occasione per il ritrovarsi di vecchi professori che, dopo una lunghissima militanza costellata da pubblicazioni giustamente soggette al rigoroso vaglio della comunità scientifica, continuino a parlare dei nuovi argomenti usando, alle volte abusando, modalità inevitabili in una fase pionieristica che – i tempi sono maturi per farlo – sarebbe bello lasciarci alle spalle.

Questo perché attorno alle teste-stelle bianche che emettono teorie scientifico-artistiche ancora trattate con un forte e, per il momento, ineludibile “metodo” umanistico, si possa trovare la vita: piccole teste nere, bionde, rosse abitate da nuove idee su come affrontare anche scientificamente – qualsiasi cosa questo vorrà dire – i rapporti tra astronomia e il resto, tra scienza e arte.

SZ

Sottofondo: Miles Davis and John Coltrane: the Complete Columbia Recordings

http://grooveshark.com/#!/album/Miles+Davis+And+John+Coltrane+The+Complete+Columbia+Recordings+1955+1961/3375781