De REBUS Naturae – Il più bel catalogo del mondo

Crucielementa 3 colore firmato

Orizzontali: 1- Simbolo dell’Idrogeno; 2- Simbolo dell’Elio; 3- Simbolo del Litio; 4- Simbolo del Berillio; 5- Simbolo del Boro; …

Stilare un catalogo quanto più preciso possibile degli enti che compongono il mondo immagino sia un’attività tra le meglio caratterizzanti la specie umana.

Fatta esclusione per tutte quelle azioni strettamente connesse con la sopravvivenza come nutrirsi, riposarsi, socializzare, riprodursi, proteggersi, … che la nostra specie condivide praticamente con tutto il mondo animale cui fa capo, quella di catalogare gli elementi del reale alla ricerca di uno schema o di un indizio da usare per collocare in una sequenza quanto più ordinata possibile oggetti e/o concetti, mi sembra possa essere una capacità appartenente a pochissime specie (1).

Se poi, piuttosto che fermarci a una catalogazione che, con un fare un po’ canzonatorio, si suole indicare come “botanica”, fondata quindi su caratteristiche esteriori come odore, sapore, forma, aspetto, sensazioni tattili, uso, …, ne cerchiamo altre meno istintive, che consentano di dedurre (e di indurre) le caratteristiche di un particolare elemento della realtà basandosi su proprietà sintetiche calcolabili, parametrizzabili, quindi prevedibili sulla base di una regola di qualche tipo, allora non credo ci siano dubbi: in questa zona di universo, gli unici a fare qualcosa del genere siamo noi appartenenti alla razza umana.

Di sicuro la ricerca di una classificazione fine di questo tipo è un approccio alla Natura non banale ma, quando e se riesce, non può che rivelarsi vantaggioso: attua una comoda compressione di una fetta della realtà riconsiderandola come qualcosa di riproducibile a partire da un seme e da un processo che, una volta applicato a quell’elemento zero e ai suoi prodotti successivi, ci mette in condizione di generare gli altri elementi del catalogo senza più doverli ricordare.

Vero quindi che “non fa scienza sanza lo ritener l’aver inteso”. Altrettanto vero è che se riuscissimo a catalogare il mondo usando un criterio basato su un processo di ordinamento che escluda il più possibile caratteristiche esteriori per privilegiare qualcosa che, non visto, ordina da dentro la realtà, il concetto di conoscenza perderebbe buona parte di quel connotato mnemonico che tanto ci limita sia nella dimensione spaziale che in quella temporale, aprendoci le porte a un nuovo approccio conoscitivo.

Nell’attività specifica del classificare, l’animale uomo ha accumulato una grande esperienza: è partito con tentativi alquanto puerili come quello compiuto, pare per la prima volta, dal mio antenato più noto il quale dicono abbia iniziato col dare i nomi agli animali traghettandoli così da un limbo di esistenza potenziale all’esistenza vera e propria.

In seguito abbiamo proceduto attraverso varie tappe, in modo più sistematico e attento, grazie all’operato di tanti personaggi noti e di chissà quanti ignoti. Tra i primi, val la pena qui citare Aristotele, Linneo, Darwin.

Di questa attitudine della nostra specie a classificare possiamo trovare tracce ovunque. Banalmente si pensi, ad esempio, al bisogno di collezionare, ma anche e soprattutto alla propensione a organizzare mostre e “collettive” (alla fine delle quali di soito si pubblica il “catalogo della mostra”), a istituire musei, a scrivere enciclopedie, a gestire biblioteche (2) e nel generare algoritmi di catalogazione che possano aiutarci ad avere contezza della nostra comprensione del mondo.

Proprio quest’anno ricorrono i primi 150 anni tracorsi dalla creazione di una catalogazione che il russo Dmitrij Ivanovič Mendeleev ideò nel 1869.

In essa egli ordinò gli elementi chimici all’epoca conosciuti e le loro caratteristiche in uno schema che, frutto del suo intuito (in seguito si scoprì che l’ordine da lui imposto alla tavola è riconducibile a caratteristiche fisiche degli atomi che all’epoca non erano ancora state comprese, né forse sospettate), presentava il pregio di ordinare la realtà atomica del mondo secondo caratteristiche numeriche progressive e misurabili.

A differenza di altre versioni più o meno coeve della tavola degli elementi elaborate da suoi colleghi, in essa il chimico russo aveva lasciato alcune zone vuote all’interno delle quali nelle sue intenzioni avrebbero dovuto trovare posto altre specie atomiche all’epoca ancora sconosciute e che, prevedeva, avrebbero esibito proprietà intermedie tra quelle note poste sui confini di quelle lacune.

Alla luce di quanto appena detto, proprio per questa possibilità che offre di predire alcune caratteristiche dell’elemento nella casella n+1-esima a partire dai comprotamenti chimici delle precedenti n, la tavola periodica di Mendeleev mi ricorda ben altre tabelline (“tavoline”) che a partire da soli dieci simboli consentono di calcolare la totalità dei prodotti possibili.

A ben vedere, essa quindi possiede una affascinante ambivalenza: è catalogo che contiene tutti gli atomi conosciuti (3) e, indirettamente, anche la totalità delle strutture naturali e artificiali che compongono il nostro mondo e per questo motivo credo meriterebbe la definizione di “catalogo dei cataloghi”.

Ma è anche “tavola”, ovvero “ausilio per il calcolo”: essa, insomma, presenta proprio quelle caratteristiche sintetiche di cui parlavo alcuni capoversi più in alto e consente, qualora non si ricordassero le caratteristiche di alcuni elementi, di calcolarsele a partire da quelle di altri atomi noti, attuando finanche una valutazione approssimativa del loro comportamento chimico.

Nella tavola periodica, infatti, tutte le specie atomiche conosciute sono ordinate secondo il numero atomico Z crescente (numero di protoni) e in base al progressivo riempimento degli orbitali s, p, d, f (riempimento dal quale dipende la loro capacità di legarsi ad altri atomi per formare molecole) in modo tale che possiamo identificare nel suo schema dei trend che la solcano da destra a sinistra, dal margine superiore a quello inferiore, dall’apice destro in alto a quello sinistro in basso, da quello sinistro in alto a quello destro in basso, …

Osservandola in questo modo, essa consente di capire come mutano i comportamenti globali delle varie famiglie atomiche e, di conseguenza, di farsi pure un’idea approssimativa delle caratteristiche delle singole specie atomiche facenti capo a quelle famiglie.

Quasi fosse una regione geografica, lintero schema può essere così esplorato in tutti i sensi, rivelando a sguardi che partono di volta in volta da “punti cardinali” differenti la presenza di “correnti” (seguendo l’approccio dell’Atkins (4), mi verrebbe da dire “del Golfo”), ovvero andamenti chimici che sintetizzano tutto quanto avviene nel grande Tetris della realtà.

Considerando di volta in volta i vari parametri tabulati nelle singole caselle e riferiti a caratteristiche più che microscopiche dei vari atomi, si può così osservare il variare delle caratteristiche macroscopiche delle famiglie atomiche come l’affinità elettronica, la metallicità, la densità, le dimensioni dei singoli atomi, l’energia di ionizzazione,…

Nonostante quindi non si possa dire che nella tavola periodica sia riassunta l’intera ricchezza chimica del cosmo, è bello pensare che, data la regolarità con la quale mutano le proprietà dei vari elementi tra i gruppi (colonne), i periodi (righe) e i vari blocchi in cui si suddivide la tabella, altrove l’universo non dovrebbe riservarci sorprese così tanto… sorprendenti.

La Natura, a partire da Idrogeno ed Elio, “definizioni” (elementi) già presenti nelle fasi iniziali della storia del nostro universo (5) e occupanti la prima e la seconda posizione orizzontale nel mio “crucielementa” mostrato in apertura, in circa tredici miliardi di anni di vita ha creato nelle fornaci stellari tutte le altre “definizioni” che trovano posto a partire dal 3 orizzontale in poi.

In questo lunghissimo lasso di tempo si è inoltre divertita a combinare, a “incrociare” in vari modi queste “definizioni”, sillabe impronunciabili, per creare, grazie alla forza elettrica, composti chimici “pronunciabilissimi”. Addirittura reali.

Una volta creati questi in quantità tali da renderli oggetti macroscopici, la giurisdizione è passata alla forza gravitazionale e, nel caso della materia organica, alle spinte biologiche, ed evolutive che creano e disfano di continuo “parole” nuove e interi componimenti organici.

Tutti questi passaggi successivi durante i quali la complessità del gioco combinatorio è andata crescendo in modo esponenziale, spiegano molto bene la grande difficoltà incontrata da tutti coloro i quali hanno tentato di dare una classificazione precisa della realtà nei termini tipici e imprecisi delle più note tassonomie animali, floreali, minerali, …

La semplicità della tavola periodica degli elementi risulta così essere ordini di grandezza distante dalla complessità (in alcuni casi sembra si tratti piuttosto di “aribitrarietà”) delle catalogazioni degli oggetti reali.

Similmente a quanto si fa nella distinzione tra anodo e catodo, termini che usano i due prefissi greci ana- (trad.: “sopra”) e cata- (“sotto”), sospetto che la parola “catalogo” possa allora derivare da un processo di ordinamento che procede elencando gli item andando dall’alto verso il basso.

Durante questo scorrimento, quando alle volte capita di imbattersi in qualcosa che ricorda uno o più elementi già incontrati in precedenza nello stesso elenco, si torna in su per cercarli: si procede, quindi, in senso contrario alla ricerca dell’ana-logo.

Analogamente, procedendo lungo questa linea di ragionamento, mi diverte pensare che scendendo l’albero cronologico, è proprio grazie alla complessità derivata dai giochi elettrici, gravitazionali, biologico-evolutivi della Natura che siamo in condizione di giocare con le leggi e le forze dell’evoluzione e selezione culturale.

Grazie a esse siamo ritornati ancora una volta alle origini (abbiamo risalito l’albero) creando in lavoratorio nuovi elementi e nuovi modi di combinare quelli già esistenti.

Da un tale gioco nasce buona parte  della zona della tavola periodica occupata dai Lantanidi (58 < Z < 71) e dagli Attinidi (90 < Z < 103), quella che seguendo l’Atkins conviene riguardare come “grande isola dei mari del Sud”:  una “terra” in buona parte emersa dagli studi stimolati dalla ricerca bellica di strumenti di morte che fossero capaci di sfruttare la potenza contenuta nel nucleo atomico. Una ricerca che ci ha svelato la brevissima esistenza di elementi instabili collocati oltre la posizione dell’Uranio e per questo detti “transuranici”.

Insomma, la sintesi di cui festeggiamo il centociquantesimo anniversario è qualcosa di potente, di creativo, di esaustivo, ma soprattutto di unico tra le consapevolezze raggiunte nel mondo animale. Essa è uno splendido riassunto concettuale e visivo di cosa abbiamo compreso e di cosa siamo.

Se la tavola periodica che noi oggi utilizziamo risale al 1869, scopro che il primo cruciverba (in realtà all’inizio si chiamava “parole crociate” e solo in seguito fu battezzato così dall’editore Bompiani), gioco il cui schema da sempre connetto visivamente a quello di Mendeleev – è di pochi anni dopo: l’italiano Giuseppe Airoldi lo ideò nel 1890 anche se poi quel gioco fu associato al nome di Arthur Wymne cui viene erroneamente attribuita l’invenzione (ri)avvenuta nel 1913.

Mi piace pensare che una volta completato lo schema del mio Crucielementa, dall’incrocio di parole inutili, impossibili, senza senso come quelle che si ottengono leggendo il contenuto delle righe e delle colonne (6), vengano fuori tutti i composti esistenti, che possiedono quindi una loro realtà, una loro consistenza, delle loro caratteristiche ben precise.

Allora in principio era il verbo, anzi, erano le “verba” costruite con sillabe strane, le abbreviazioni dei nomi degli elementi chimici, affiancate da numeri che servono a “pesare le parole”.

 

SZ

1- Lo dico sottovoce solo perché sospetto che anche altre specie animali, a qualche livello, cataloghino spontaneamente gli oggetti del loro habitat. Sono molto curioso di saperlo e sarebbe interessante scoprire i limiti di questa affermazione. Spero davvero che possa intervenire un etologo a dirmi come stanno le cose.

2- Mi sembra interessante notare che nel 1841, quindi non molto prima della nascita della Tavola Periodica degli elementi, anche la biblioteconomia accelerava grazie all’introduzione di precise regole di catalogazione a opera di Antonio Panizzi.

3- Una semplice e doverosa precauzione: la storia della scienza mi raccomanda di ricordarmi che viviamo in un distretto infimo di un cosmo immane, laddove l’elemento chiamato “elio” è stato scoperto solo nel 1868, dopo che Janseen e Lockyer ne osservarono la presenza nello spettro del gas che compone la nostra stella Sole. Nulla vieta, quindi, che poco più lontano da qui la “fauna” atomica possa essere molto più variegata e interessante.

4- In questo libro, Atkins invita a considerare la tavola periodica degli elementi alla stregua di un regno da studiare da un punto di vista geografico. Un approccio che trovo estremamente interessante, coinvolgente e vincente da un punto di vista divulgativo

5- Nelle prime fasi di vita del nosro universo vi erano solo Idrogeno e, in misura molto minore, Elio. Due elementi la cui generazione viene di solito indicata come “nucleosintesi primordiale”.

6- Vi sono alcune, poche, eccezioni a quanto detto. Esistono infatti alcune fortunate “definizioni” verticali come il 3 verticale: Li-Na; il 56 verticale: Ba-Ra; il 13 verticale: Al-Ga che, se considerate come semplici parole, un po’ di senso lo possiedono.

 

 

 

 

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Il Venerdì di Marte(dì) – Sfogo di un Naufrago della Domenica

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Message In A USBottle

Su Robinson di oggi, inserto culturale del quotidiano La Repubblica che ogni Domenica, a soli due giorni dall’uscita del patinato Il Venerdì (chiaramente non si tratta di una coincidenza), arricchisce il contenuto di quella testata, Gabriele Romagnoli ricorda che il 25 Aprile del lontano 1719 venne pubblicato il celebre romanzo di Defoe da cui prende il nome lo stesso inserto.

Un inserto che è un vero e proprio giornale nel giornale: infatti, ricco di più di trenta pagine, lo si può estrarre separandolo dal resto del quotidiano.

E io non mi lascio mai sfuggire questa occasione: avendo deciso da tempo di non interessarmi più alla cronaca, ad altre notizie da rotocalco che impazzano su giornali dal carattere oramai ambiguo e a tutto il chiacchiericcio politico in quanto, da cittadino, non mi sembra di avere più alcuna possibilità di incidere sul corso delle cose (1), focalizzo il mio interesse solo sugli articoli di Robinson e letteralmente butto tutto il resto.

Questo non fa di me un disinformato totale: i social e le edizoni on-line dei vari giornali mi consentono (impogono?) un quotidiano, anche se superficiale contatto con quanto accade nel mondo.

Un contatto, uno sfioramento che mi faccio bastare senza pretendere di più dalla mia testa che si rivela essere un contenitore molto limitato.

Ed è proprio per questa limitatezza della mia “capacità ritentiva” che alla Domenica decido di considerare diverse testate alla stregua di frutti da mondare: tolta la buccia cartacea che trovo non più digeribile, stopposa, dal sapore ripetitivo e e in definitiva inutile, “mangio” l’interno estremamente succoso facendo finta che quanto lì contenuto possa essere considerato indipendente dal contenitore.

Nel paginone iniziale dell’inserto di oggi, impreziosito da una illustrazione di Tullio Pericoli, Dario Olivero spiega perché mai lì in redazione abbiano scelto di chiamare quelle pagine centrali con il nome del protagonista del romanzo di Defoe.

Di quella sua spiegazione voglio salvare alcuni passi, come ad esempio il seguente, che sento risuonare forte nelle mie corde:

“Tra il naufragio titanico negli abissi dell’inconscio di Moby Dick e lo sbarco epifanico nei cieli di Utopia di Gulliver, esiste un modo più umano di andar per mare: sopravvivere. Con gli strumenti della ragione, dell’intuito e dell’intelligenza”.

Sopravvivere.

In pratica si tratta proprio di ciò che ogni Domenica, non essendo né religioso, né tifoso, cerco di fare, spesso da solo. Se infatti non sei devoto a una squadra o a una religione rivelata, non avrai mai un circuito fisso di persone per te interessanti da frequentare con la regolarità che dona una omelia mattutina, un vespro, una processione, un derby…

Un problema che vivo da sempre: durante l’adolescenza le mie domeniche erano interminabili e andavano colmate con quelli che da hobby poi sono diventati lavori.

Se infatti il sabato sera avevo la possibilità di stare con gli amici, alla Domenica venivo tagliato del tutto fuori da qualsiasi occasione di socializzazione: io mi alzavo presto, i miei compagni dormivano fino all’ora di pranzo. Qualcuno di loro andava a messa ma tutti, religiosi o meno, nel primo pomeriggio sparivano dall’orizzonte, sincronicamente ingoiati dal gorgo delle partite da vedere allo stadio o da seguire alla radio e/o alla televisione.

Infine, giunta la Domenica sera, c’era il “necessario resoconto critico” (2) di tutti quegli incontri calcistici: un profluvio di concetti a mio parere molto noiosi, di improbabili interviste, di moviole da analizzare armati di strumenti balistici, geometrici, dinamici, … così evoluti e con grafiche così all’avanguardia da rendere onestamente molto difficile comprendere come mai la scienza nel nostro paese non abbia mai goduto l’appoggio di tanti sostenitori quanti sono i tifosi.

Insomma, la mia Domenica era ed è uno scoglio spesso disabitato sul quale organizzarmi, da naufrago, l’esistenza in attesa del Lunedì che da sempre arriva a salvarmi dalla crescente depressione (alla sera della Domenica raggiunge un livello definibile “da ricovero”) traghettandomi in soli cinque giorni sull’altra riva del continente amico chiamato “Venerdì e Sabato”.

Se quindi la dotazione per il raggiungimento della sopravvivenza di Crusoe era costituita da “logori strumenti di lavoro recuperati e pazientemente adattati”, i miei, e immagino lo siano anche di tanti altri, pur se meno concreti, non sono di certo meno salvifici: alla luce di quanto detto, nei fine settimana in cui non sono con mio figlio o con qualche amico in carne e ossa, i miei complici di sopravvivenza sono, libri, musiche, giornali, teatro, radio, cinema, nonché l’inserto Robinson, il Domenicale del Sole 24 Ore e ogni tanto qualche altro inserto di un paio di quotidiani nazionali.

Grazie a essi realizzo ciò che Olivero descrive quando afferma che “restare vivi è una cosa naturale come lo è passare dalla disperazione di un naufragio su un’isola deserta alla felicità di essere riuscito finalmente a costruirsi ciò che più gli mancava per sentirsi intero: una pipa da fumare davanti al mare godendosi la rinascita”.

Non fumo, ma ho comunque una serie di riti domenicali che danno un sapore netto e al contempo discreto alle piccole abitudini la cui esistenza e persistenza è cagionata dall’essere naufrago sull’isola… “domenicana”.

Riti come ad esempio il sacro gesto del lancio dei giornali nel cestino della carta che mi regala quella splendida sensazione di distacco, di libera scelta di non partecipare al solito gioco comunicativo, quello che vuole venderti l’idea di una res publica interessante, importante, fondamentale, imprescindibile nelle sue dinamiche economiche, politiche, religiose, …, a ben vedere sempre molto violente, angoscianti, urlanti.

Una scelta che fino a pochi anni fa avrei ripudiato con tutte le mie forze ritenendola irresponsabile, quasi da lotofago indegno di stare al cospetto del più attento dei naufraghi, e che oggi invece mi sembra una forma necessaria di resistenza.

Con un euro e cinquanta – un prezzo più che onesto, direi – compro un interessante inserto da leggere e la possibilità di compiere un atto di ribellione civile “efferatamente pacifico” da esercitare sulle restanti pagine del quotidiano.

Nell’articolo di Romagnoli si fa riferimento a tanti altri casi di naufràgi in chiave moderna mettendoli a confronto con quello “primigenio” del Crusoe, e se appare impossibile non citare il film Cast Away con Tom Hanks, non capisco come si faccia a non menzionare il più recente The Martian di Ridley Scott, interpretato da un bravissimo Matt Demon rimasto solo, nel film, a cavarsela come può sul suolo del pianeta rosso.

Sarà una deformazione professionale o di qualche altro tipo, ma da uomo del XXI secolo, leggendo di naufragi, ho connesso questo termine anche a tutta una serie di storie con eroi fantascientifici alle prese col problema di capire come sopravvivere su esopianeti inospitali, strani, esotici, difficili.

In qualche modo una simile dimenticanza (e se fosse stata voluta?) del Romagnoli può forse essere spiegata ipotizzando che quella di naufragare su un’isola deserta del nostro pianeta sia ancora una prospettiva persistentemente più vicina di qualunque altra al nostro sentire, al nostro “orizzonte degli eventi possibili”.

Questo nonostante la Terra si sia ridotta, come lo stesso autore dell’articolo fa notare, a “un puntino espandibile con il movimento di pollice e indice, fino a rivelare qualsiasi isola e scovare il fermo immagine di chi vi è approdato” (3).

Insomma, il messaggio di Cast Away sembra suonare come una minaccia, come una promessa o come una stuzzicante ed esotica ipotesi: “attenti tutti: qui sulla Terra può ancora capitare di perdersi”.

Ne deduco che nell’immaginario collettivo il naufrago non è (ancora) un astronauta, né un extracomunitario che si muove su una affollatissima imbarcazione per andare da un posto difficile e popoloso a un altro già occupato da gente non proprio benevola.

No, scorrendo il breve elenco stilato da Romagnoli, mi sembra di poter evincere che il naufrago contemporaneo sia un giovane hikikomori giapponese, un “Soldini della mente” alle prese con le burrasche del suo subconscio, perso nei suoi inestricabili mondi interiori e impossibile da salvare perché rinserrato nel suo “viaggio allucinante”, protetto dalle quattro mura della sua stanzetta asfittica. Mura che sono veri e propri baluardi contro l’irruzione del mondo esterno che, mai pago, spinge da fuori per invadere anche quella piccola sacca di silenzio.

In alternativa, sempre scorrendo l’elenco proposto nell’articolo, si scopre che un naufrago di oggi è ancora una specie di eroe romantico, perso come in Cast Away in luoghi disabitati o che decide scientemente di far perdere le proprie tracce così come fanno tanti manager di alto profilo e personaggi pubblici in cerca di una nuova dimensione del vivere in aperta contraddizione con il carattere della loro esistenza precedente.

Costoro, in preda a una forte crisi di valori o avendo realizzato di avere accumulato abbastanza danaro da essere in grado di coronare un sogno segreto (chissà, magari nato proprio leggendo Defoe…), lasciano metropoli affollatissime per rifugiarsi in isole lontane, ma non del tutto deserte.

Posti sulle mappe dove la cosiddetta civiltà fatica a completare il processo di omogeneizzazione di quei (non) luoghi ai suoi canoni, alle sue forme, alle sue consuetudini.

Nonostante tutto ciò, il fatto stesso che un film come quello di Ridley Scott abbia avuto un enorme successo di pubblico e critica, immagino apra all’ulteriore ipotesi che il perdersi nello spazio, in un posto buio, diverso e lontano da qui, abbia assunto agli occhi del pubblico una dimensione di quasi realtà, capace di spostare quella avventura dal mondo della fantasia pura a quello di una prospettiva prossima, in procinto di divenire reale, effettiva, esperibile.

Di sicuro vedere la storia del marziano Matt Damon fa sentire oggi un brivido diverso da quelli che la fantascienza di uno o due decenni fa regalava ai telespettatori: si ha la netta percezione che quella del film non sia più una remota prospettiva futura da riguardare soltanto come ipotesi lontana e fantascientifica; come mero topos narrativo.

Sarà un effetto dell’aver infarcito il film di notizie scientifiche una volta tanto corrette, sarà un effetto dell’estremo realismo raggiunto nella realizzazione di riprese ed effetti speciali, ma è evidente che, mai come oggi, la storia dell’astronauta naufragato sul quarto pianeta del Sistema Solare si approssima a diventare prospettiva reale, ipotesi di lavoro, futuro possibile.

Sorpreso, allora, del non aver letto The Martian nell’elenco stilato dal giornalista di La Repubblica – una dimenticanza (?) che non considero certo un errore, ma che sento di dover leggere come prezioso indizio sulle tendenze del pubblico così come interpretate da una persona che per mestiere osserva di continuo la società e le sue evoluzioni – non posso fare a meno di chiedermi: come verrà impostato tra dieci o venti anni un articolo simile, se mai verrà scritto dal Romagnoli di turno, allorché la frontiera dello spazio sarà  alla portata di tutti?

Quale forma di naufragio verrà omessa dall’elenco?

Me lo chiedo dalla mia isoletta “Domenica di Pasqua” sperduta in un oceano oggi molto pacifico, disturbato solo da un profluvio di filmatini con uova colorate che si rompono nel mio whatsapp rivelando la presenza all’interno di pulcini la cui unica ragione di esistere pare sia dirmi con vocine stridule “Buona Pasqua!”.

Da qui, nel ruolo di hikikomori italiano forzato a esserlo da una festa che non sento mia, affido la bottiglia contenente questo post alle onde della rete.

Perché lo faccio? Perché decido di inquinare il nostro oceano virtuale?

Perché, rubando un’ultima volta la voce ad Olivero:

“Il sogno di un’isola dove trovare pace per la nostra buona ma spesso frustrata volontà è un sogno comune. (…) Il sogno di un’isola dove radunare tutte le isole che si sentono solitarie, depresse, disperse è la nostra idea di cultura comune”.

Chissà se un giorno le notizie mi sembreranno così tanto degne da farmi apparire ogni giornale all’altezza del suo inserto migliore e da non spingermi a buttarne via la buccia indigeribile.

Così da non farmi desiderare di naufragare nelle sole pagine centrali che, al di là di tutte le considerazioni precedenti, sono uno stagno nel quale è amaro doverlo fare.

Quella sì sarebbe per me una vera resurrezione!

 

SZ

 

1- non parlatemi di voto: non so proprio a chi darlo. No. Non è una richiesta di suggerimenti…

2- spesso reiterato il giorno dopo, sottoforma di “Processo del Lunedì”, usando argomenti del tutto simili ma pronunciati da persone diverse;

3- tra l’altro, si tratta di approdi mappati proprio di recente in un bellissimo libro intitolato Atlante delle isole remote: una pubblicazione moderna dal forte sapore antico, falsamente polveroso e raro, frutto di una sapiente scelta grafica della casa editrice Bompiani.

 

 

Overblow e Overdraw per persone Underblowing e Underdrawing

PolmoNeon-low

PolmoNeon (strumento della stessa famiglia del Bandoneon)

Questo articolo è stato già pubblicato il 15 Marzo 2019 nel sito Doctor Harp (www.doctorharp.it), in una mia rubrica dal titolo “HarmoniCa Mundi” che ho inaugurato il 23 Febbraio scorso questo video di presentazione dell’intero progetto:

Ho deciso di iniziare quella mia nuova rubrica parlando di un tema nel quale mi ero imbattuto già qualche anno fa e che all’epoca mi aveva molto colpito: si trattava di uno studio scientifico in cui si sosteneva la validità di una particolare pratica medica pensata per curare problemi polmonari anche molto gravi e basata sull’uso terapeutico del canto, del flauto, del flauto a coulisse, della melodica e… dell’armonica.

Prima di allora, per me l’unica commistione tra argomenti a prima vista così lontani come l’armonica e la salute era tutta contenuta, oltre che nella frase “suonare il mio strumento mi fa sentire bene”, in quella bellissima storia di soldati al fronte salvati dalle loro armoniche che avevano ricevuto il proiettile altrimenti destinato a loro [1]. Insomma, vere e proprie armoniche antiproiettili.
Non cercatele in rete: mi sa che non ne producono più…

Tornando a quello studio scientifico cui facevo riferimento più sopra, esso mi è tornato in mente proprio allorchè mi sono riproposto di tenere questa rubrica: mi sembra infatti un tema avente le caratteristiche giuste per dare un colpo d’ariete alle pareti entro le quali di solito si svolge il dibattito tra noi armonicisti e strumentisti in generale: scoprire che parlare di armonica può significare anche andare a toccare argomenti di medicina, è qualcosa che di sicuro apre l’orizzonte verso lande tutte da esplorare.

Decidendo quindi di parlarvene, ho voluto informarmi sull’argomento leggendo direttamente gli articoli scientifici fino a ora pubblicati e che ho immaginato sarebbe stato facile reperire nel web.

Purtroppo, pur avendone trovato un certo numero, questa letteratura on-line mi ha aperto gli occhi sulla gravità di un problema di cui ho sempre e soltanto sentito parlare senza mai averlo davvero subito: l’impossibilità di avere accesso gratis a ricerche scientifiche che non riguardano argomenti legati alla tua disciplina. Avendo infatti lavorato a lungo in un istituto di ricerca astronomica, non ricordo di avere mai subito limitazioni nell’ottenere l’accesso ai lavori pubblicati dai miei colleghi italiani ed esteri impegnati nel mio stesso ambito.

Muovendomi invece in un campo, quello medico, che evidentemente non è il mio, ho subito compreso quanto sia frustrante non poter prendere visione delle ricerche altrui, una limitazione che a suo tempo ha addirittura stimolato la nascita di un movimento di opposizione all’esistenza di questi vincoli imposti dagli editori alla libera fruizione di tutte le ricerche scientifiche [2].

La maggior parte degli articoli scientifici inerenti l’uso dell’armonica in ambito clinico di cui ho trovato traccia in rete è purtroppo soggetta a embarghi che costringono un privato il quale abbia deciso di informarsi su un certo argomento consultando direttamente i lavori specialistici, a comprarli, a volte a prezzi assolutamente proibitivi, o a rinunciare del tutto alla soddisfazione della sua legittima curiosità.

Per fortuna mi sono imbattuto in una pubblicazione scaricabile liberamente [3] che ho poi integrato con la lettura degli abstract – brevi riassunti di solito posti all’inizio dell’articolo così da consentire a chiunque di farsi un’idea di massima del contenuto delle pagine seguenti – degli altri testi non scaricabili.

Spero quindi di avere sufficientemente compreso quali siano gli obiettivi che questo genere di ricerche si propongono di raggiungere e delle strategie – sono essenzialmente due – con le quali i ricercatori hanno di volta in volta affrontano la problematica in esame.

Iniziamo quindi col dire brevemente cosa si propongono gli autori dell’articolo riportato.

!La loro idea è che, accanto alle classiche terapie farmaceutiche, ottimi risultati nella cura di alcune specifiche problematiche dell’apparato respiratorio possano essere ottenuti adottatando “semplici” strumenti musicali – come si diceva più su, tra essi troviamo anche la nostra armonica! – riguardandoli come nuovi presìdi medici.

Schermata 2019-02-21 alle 14.32.05Quando gli autori dell’articolo si riferiscono a problemi dell’apparato respiratorio – problemi che, come si evince dalle due tabelle che trovate di seguito, affliggono una fetta notevole della popolazione americana e, immagino, mondiale – gli autori intendono tutte quelle malattie riassumibili con l’acronimo COPD che sta per Chronic Obstructive Pulmonary Disease, ovvero Schermata 2019-02-21 alle 14.31.34disfunzioni che limitano le capacità respiratorie di un individuo con conseguenze disastrose sulla qualità della sua vita: non è infrequente, infatti, che in pazienti affetti da queste patologie , oltre a tristezza, pessimismo, depressione, bassa autostima, …, si riscontrino finanche tendenze suicide più o meno marcate.

Lo studio descritto nell’articolo è stato effettuato presso l’ospedale newyorkese “Mount Sinai Beth Israel” [4], ma ho trovato anche diversi lavori che si riferiscono a ricerche analoghe eseguite in altre strutture sparse sul territorio americano. A uno di questi, condotto presso il Senior Friendship Center, in Florida, fa addirittura riferimento il sito della marca Seydel la quale ha provveduto a creare Pulmonica [5], un’armonica che, come assicurano i costruttori tedeschi, è stata appositamente progettata per supportare simili ricerche alle quali danno anche un interessante contributo programmatico dedicando un’intera pagina web a indicazioni sugli esercizi da compiere usando il loro strumento [6].

Nella home page del sito del “Mount Sinai Beth Israel” si legge che è notable for its unique approach to combining medical excellence with clinical innovation.

Una frase con la quale già si prepara l’internauta a scoprire che lì si adotta un atteggiamento improntato a una grande apertura a favore di approcci clinici olistici, quindi che prestano attenzione non solo al corpo del paziente, ma anche alla sua complessità caratteriale ed emozionale.

Facendo una rapida ricerca nel sito usando la parola chiave “harmonica”, ho trovato un solo riferimento: lì vi lavora un certo Richard A. Frieden, esperto di Riabilitazione e Medicina Fisica (non so come tradurre correttamente Physical Medicine…) nel cui profilo si dice esplicitamente che suona armonica, tastiere e chitarra.

Pur non essendo tra i firmatari dell’articolo che ho letto, immagino sia in qualche modo coinvolto nella riabilitazione dei soggetti affetti da COPD…

Per misurare l’efficacia di un approccio integrato, ovvero che affianchi alle normali terapie polmonari anche una cura basata sull’uso clinico della musica e di altre cure non convenzionali, i ricercatori hanno deciso di confrontare i risultati ottenuti lavorando su un campione di pazienti curati con questa strategia multidisciplinare con quelli emersi dall’adozione della sola terapia polmonare standard (con questo aggettivo intendo quella che la medicina clinica di solito suggerisce in casi del genere) somministrata a un secondo campione di pazienti indicato come “gruppo di controllo”.

Ma veniamo finalmente alla ricerca descrita nell’articolo e al metodo adottato dai suoi autori.

Tabella 1 copia.jpgLo studio è durato ben cinque anni, dal 2008 al 2013 e, come si evince dalla tabella di seguito, ha coinvolto inizialmente 88 persone dei due sessi aventi un’età compresa tra i 48 e gli 88 anni, suddivisi con un processo automatico e casuale nei due gruppi: quello impegnato nella terapia integrata (Terapia Musicale, Visualizzazione grafica delle proprie condizioni fisiche – tra poco lo capiremo meglio – sommate alla Terapia Polmonare Standard) e l’altro parallelamente impegnato in quella standard.

AIR: Advances in Respiration - Music therapy in the treatment ofIn seguito il campione si è ridotto a 68 persone in quanto 30 dei soggetti coinvolti, a causa di vari motivi tra i quali anche il complicarsi improvviso delle condizioni fisiche di alcuni di loro, non sono riusciti a completare il numero di incontri previsto.

 

Come è ovvio attendersi, l’esperimento si è poi concluso con il confronto dei risultati ottenuti con i due metodi.

Nel caso della terapia integrata, durante sessioni settimanali di 45 minuti, i pazienti sono stati istruiti da personale specializzato sulle tecniche di respirazione e su come suonare semplici melodie – si è cercato di privilegiare i gusti musicali dei pazienti così da potenziare gli effetti benefici di tutta l’operazione – con gli strumenti messi a loro disposizione.

Prima e dopo le sessioni musicali, ai soggetti in cura sottoposti alla terapia multimodale è stato chiesto di dare una rappresentazione visuale del proprio stato fisico tramite la selezione dell’immagine che, tra tutte quelle sottoposte, meglio rappresentava la loro personale percezione del proprio apparato polmonare e, conseguentemente, della propria dispnea.

Una visualizzazione che credo sia particolarmente importante non tanto per la “scientificità” dell’output, ma per il fatto di stimolare una certa autorappresentazione di sé in pazienti che dimostrano scarsa autostima e consapevolezza del proprio stato fisico e psicologico.

Microsoft Word - Apendix A.docCome si può vedere dalla figura, in essa vi sono rappresentati polmoni liberi e polmoni a vari livelli sofferenti per costrizioni che ne limitano la portata.

Dopo aver introdotto il metodo usato, l’articolo continua mostrando i risultati riferiti a ogni singolo problema clinico che la terapia tenta di curare.

Per quanto concerne la dispnea, gli effetti della terapia ottengono una valutazione comparabile con il MCID, Minimal Clinically Important Differences, un punteggio di riferimento il cui valore viene deciso a priori con metodi statistici e che serve a valutare il migliorare o il peggiorare, rispetto a quel valore limite, delle condizioni del paziente sottoposto a una certa terapia.

Risultati un po’ meno entusiasmanti ma per i ricercatori comunque positivi, si registrano nella cura dell’affaticamento, praticamente il fiato corto, mentre un successo netto emerge dalla valutazione delle funzioni emozionali dei pazienti e, come è logico attendersi da chi, suonando uno strumento, impara a economizzare il fiato, della loro capacità di gestire consapevolmente la respirazione.

Come si è già detto, lo studio tende a porsi in quella corrente di pensiero che guarda alla salute dei pazienti non più come un aspetto dipendente in modo esclusivo da parametri fisici, ma immaginandola piuttosto come il risultato finale della somma di più dimensioni strettamente connesse tra loro e aventi a che fare con una sfera più ampia, centrata sul paziente e inclusiva di altri aspetti come la qualità generale della sua vita.

In tal senso, pur permamendo qualche piccola perplessità circa la validità del metodo nei soli suoi aspetti inerenti l’impatto della terapia sui parametri fisiologici – si tratta di dubbi a mio parare stimolati dagli stessi numeri riportati nello studio – credo sia innegabile e universalmente noto quanto la fruizione consapevole della musica, e soprattutto il suonarla, siano esperienze capaci di dare qualità alla vita di chiunque, quindi anche a quella delle persone affette da COPD la cui autostima viene migliorata tramite l’esercizio della sensibilità artistica e della creatività.

Di sicuro suonare uno strumento musicale aumenta la consapevolezza di sé.

Questo, per quei musicisti che non improvvisano, credo sia vero almeno nella parte della disciplina avente a che fare con il controllo emotivo e muscolare.

Inoltre, nel caso di chi si dedica allo studio di uno strumento a fiato, vi è anche una notevole crescita di consapevolezza del proprio apparato respiratorio con conseguente miglioramento del controllo della nostra ossigenazione (quindi si cade ancora una volta nell’ambito del controllo muscolare in quanto respirare nello strumento e, conseguentemente, emettere un bel suono sono attività che coinvolgono il diaframma, la muscolatura intercostale, quella facciale, quella linguale, …).

Questa ricerca non è certo la prima nel suo genere: nello stesso articolo si fa riferimento ad altri studi condotti con metodi analoghi e, in particolare, a uno, di cui ho potuto leggere solo l’abstract, in cui l’obiettivo era misurare l’efficacia di una strategia per la cura delle COPD che facesse uso anche della musica e interamente basata sull’utilizzo della sola armonica [7].

Un aspetto che potrebbe rendere questo studio più interessante per noi armonicisti di quanto non lo sia l’articolo [3] da me esaminato (nel quale, lo ricordo, si parla invece di una terapia basata sull’uso di diversi strumenti) se non fosse che in questo caso il risultato finale è che non si riscontrano sostanziali differenze tra i benefici ottenuti dall’applicazione del metodo standard e quelli derivanti da una terapia che, oltre alle cure normali, insegni ai pazienti come respirare grazie all’uso dell’armonica.

Nel commentare questo articolo, i ricercatori del Mount Sinai Beth Israel si dicono certi che a determinare l’esito di quella ricerca sia stata la scelta di  non avvalersi del contributo di infermieri, musicoterapisti e fisiologi appartenenti a un albo di professionisti formati proprio con l’obiettivo di guidare i pazienti in una lunga terapia integrata, quindi basata anche sull’uso della musica e dell’armonica.

Queste lacune curriculari avrebbero quindi indebolito la validità di quella prima ricerca in quanto gli operatori forse più importanti, quelli a strettissimo contatto con i pazienti, non erano sufficientemente preparati a prestare la giusta attenzione a “variabili psicoterapeutiche miscelate con conoscenze mediche”.

Basandosi su questo fattore a loro parere determinante, i ricercatori del Mount Sinai Beth Israel liquidano quindi i dubbi emersi dallo studio antagonista affermando che invece la loro ricerca, prima nel suo genere, è stata capace di “combinare un intervento multimodale (comprendente quindi la visualizzazione, il canto terapeutico, …) con la riabilitazione polmonare standard (PR), così da valutare l’impatto della musicoterapia sulla depressione, sulla dispnea percepita e sulla qualità della vita correlata alla salute (HRQL, Health Related Quality of Life) in pazienti affetti da malattia polmonare da moderata ad avanzata”.

Nell’articolo si fa inoltre menzione del fatto non secondario che la depressione colpisce i soggetti affetti da COPD in ragione di più del doppio della percentuale dei soggetti senza questo genere di patologia. Una depressione chiaramente dovuta all’elevato tasso di mortalità e alla bassa qualità della vita che le insufficienze polmonari possono generare.

La ricerca in tal senso fa registrare un netto successo della terapia multimodale già dopo soltanto sei settimane di trattamento, nonché una marcata divergenza dai risultati ottenuti con la sola terapia polmonare standard cui è stata sottoposta l’altra metà dei 66 pazienti raggruppati nel cosiddtto “gruppo di controllo”.

Un punto in particolare, messo in evidenza dagli autori dell’articolo, credo possa essere molto interessante anche per gli appassionati che decidono di avvicinarsi allo studio dell’armonica: alla fine dell’intero percorso terapico, alcuni dei partecipanti hanno commentato l’attività appena conclusa definendola “stancante”.

I ricercatori hanno messo in relazione questo giudizio con i bassi punteggi ottenuti da alcuni dei pazienti in riferimento alla parte di terapia dedicata al problema del “fiato corto” e hanno ipotizzato che quel giudizio sia da imputare all’incapacità di alcuni di loro di riprodurre corretti “pattern respiratori” tendendo piuttosto a iperventilare.

Detto in altri termini, i ricercatori ritengono che chi ha faticato troppo nel tentativo di suonare il suo strumento, abbia sempre fatto transitare nei polmoni troppa aria rispetto alla quantità necessaria per attivare la produzione del suono.

Un problema al quale gli esperti musicoterapeuti ritengono si possa dare una semplice soluzione consistente nel fornire ai pazienti un supporto ritmico col quale dirigere la respirazione.

Che sia un invito, rivolto a tutti, a studiare qualsiasi cosa (brani ed esercizi) col metronomo?

In chiusura d’articolo, viene sottolineato più volte come accanto alla cura di problemi respiratori specifici, l’approccio multimodale comprendente l’autovisualizzazione del proprio stato organico, l’attività musicale, per definizione creativa e culturalmente stimolante, il canto, …, abbia degli innegabili effetti sulla socialità dei pazienti con conseguente miglioramento delle condizioni di vita generali.

L’articolo si conclude con la seguente, condivisibile, affermazione (traduzione mia):

“La musicoterapia somministrata in un contesto di gruppo presenta vantaggi intrinseci attraverso il suonare strumenti a fiato, il canto e – forse l’aspetto più importante dell’intera faccenda – in un ambiente creativo dipendente dallo sforzo collaborativo nel quale l’esperienza di gruppo alleggerisce il peso dell’impotenza che spesso si prova quando la capacità di respirare è compromessa”.

E ora veniamo finalmente a quelli che penso possano essere gli aspetti di maggior interesse per noi armonicisti.

Intanto credo sia importante scoprire che, in quanto esperti dell’unico strumento a fiato da suonare sia soffiando che inspirando, un’azione che secondo molti offre anche il pregio di “ripulire” i polmoni da impurità varie, tutti noi armonicisti possediamo un potenziale appeal per istituzioni mediche eventualmente interessate ad avviare un percorso terapeutico che si serva anche di docenti esperti di strumenti a fiato e, in particolare, dell’armonica.

Scoprire che vi sono studi sulla funzionalità del polmone soggetto allo stress del suonare credo serva a sottolineare l’importanza dello sviluppo del muscolo diaframmatico che, probabilmente più nel nostro caso che in altri, deve essere molto veloce nell’invertire la “rotta”.

Qui mi riferisco soprattutto all’incredibile abilità di tutti quei fantastici armonicisti blues i quali riescono a simulare il tipico sferragliare e sbuffare dei treni a vapore che vitalizzavano le lande sperdute del vecchio west rurale [8]: i mezzi da loro rappresentati in musica partono adagio da stazioni improbabili per poi progressivamente arrivare a velocità vertiginose, sferragliando su rotaie arruginite; un quadro sonoro dipinto con incredibile perizia modulando il fiato con la lingua e tutto il cavo orale, ma soprattutto grazie a una non comune velocità nell’alternare rilassamento e contrazione del muscolo diaframmatico.

In altri generi musicali sappiamo bene come la capacità di far lavorare velocemente quel muscolo favorisca comunque l’esecuzione di brani classici molto difficili come anche di improvvisazioni jazzistiche ardite.

Volendo fare un esempio per aiutare la comprensione di quanto appena affermato, suggerisco l’ascolto del terzo movimento del concerto di Malcolm Arnold per armonica cromatica e orchestra sinfonica [9]: come si può notare dai due passaggi che riporto più in basso, lì il solista è chiamato più volte a correre lungo quasi tutta l’estensione di una armonica cromatica a 48 voci suonando sì una semplice scala diatonica, ma  a velocità decisamente elevata (♩. = 144. Consiglio l’ascolto dell’interpretazione del grande Tommy Reilly [10]):

Primo esempio Arnold

Secondo esempio ArnoldUna velocità che, come qualsiasi altro parametro, può essere allenata fino a incontrare il limite fisico che ognuno di noi ha trascritto nei suoi geni: la qualità delle fibre muscolari e la frazione di quelle veloci e di quelle resistenti allo sforzo prolungato varia da individuo a individuo e – cosa che si evince facilmente osservando una qualsiasi competizione d’atletica leggera – a parità di impegno e preparazione, non tutti possono ottenere uguali prestazioni.

A tal proposito, mi torna in mente una famosa frase di Borzov, ex atleta e grande allenatore degli sprinter nazionali, il quale una volta pare ebbbe a dire: “sono moltissimi i velocisti, pochi i veloci”.

Gli studi medici condotti per migliorare le condizioni di vita dei pazienti affetti da COPD un giorno forse potranno dare indicazioni più precise e generali anche su come allenare e sviluppare meglio le qualità veloci di quel muscolo diaframmatico che c’è, ma non si vede e dal quale – senza aver letto quella ricerca, forse non ne sarei mai stato così consapevole – dipende moltissimo del nostro equilibrio psico-fisico.

Uno studio del genere credo abbia fatto notare anche quanto poco tempo e attenzioni si dedichino allo studio della respirazione tout court. Attenzioni che potrebbe pure aiutarci a migliorare la capacità volumetrica dei polmoni così da non avere grosse difficoltà nell’esecuzione di quei passaggi che impongono di suonare intere frasi composte di sole e molte note aspirate o, equivalentemente, di sole e molte soffiate.

Come già accennato – sarà banale ma ritengo valga la pena sottolinearlo – a mio parere da questo studio emerge pure che lo studio con il metronomo prepara ad affrontare passaggi difficili ma che soprattutto è da considerarsi “allenante” anche per tante altre qualità extramusicali.

A questo punto ritengo ci si debba interrogare su quanto il pensiero di un musicista jazz sia condizionato dalle proprie limitazioni fisiche. Forse, senza accorgercene, privilegiamo frasi di un certo tipo solo perché il nostro corpo sa di non riuscire ad andare oltre, di non poter concedersi e concederci di pensare in modo più ardito.

Accorgersene potrebbe fare di noi dei frustrati, facendoci rientrare alla lontana, almeno spero, nella schiera di coloro i quali soffrono di una forma seppur lieve di COPD con conseguenti piccoli e grandi problemi di autostima.

Abbiamo sempre la pretesa di dominare i nostri gesti con il pensiero, e scoprire che in alcuni casi è il corpo a dominare i nostri “gesti mentali” credo possa costituire una scoperta molto, troppo scomoda da accettare, specie per chi ritiene di essere un intellettuale che secondo il dizionario Treccani, altro non è se non un “individuo che svolge attività lavorativa di tipo culturale o nella quale prevalenti sono la riflessione e l’elaborazione autonoma”.

Stante questa definizione sono portato a pensare, anzi, a temere che, se non si domina il proprio respiro, la nostra riflessione musicale non potrà essere affatto autonoma.

Non voglio certo chiudere questo articolo con un pensiero così difficile da digerire. Preferisco vedere tutto sotto una luce ottimistica notando che tutti noi armonicisti abbiamo ottime probabilità di avere polmoni che funzionano davvero bene.

Così tanto bene da avere una qualità della vita superiore alla media, quindi:

1) respirate a pieni polmoni.
2) Buona musica a tutti!
E
3) ricordatevi di essere felici.

SZ

 

Biblio-Disco-Sitografia

1- Poggi, Fabrizio, L’armonica a bocca: il violino dei poveri, https://www.amazon.it/Larmonica-bocca-violino-dei-poveri-ebook/dp/B07M75J1RM

2- https://it.wikipedia.org/wiki/Open_access

3- Canga, B.; Azoulay R.; Raskin, J.; Loewy, J., AIR: Advances in Respiration e Music therapy in the treatment of chronic pulmonary disease, Respiratory Medicine 109 (2015) 1532e1539

3- https://www.mountsinai.org/locations/beth-israel

4- https://www.mountsinai.org/locations/beth-israel

5- https://www.seydel1847.de/epages/Seydel1847.sf/en_US/?ObjectPath=/Shops/Seydel/Products/PULM_/SubProducts/PULM_2.0_book

6- http://www.pulmonica.com/Program.htm

7- J.L. Alexander, C.L. Wagner, Is harmonica playing an effective adjunct therapy to pulmonary rehabilitation? Rehab Nurse. 37 (4) (July Aug 2012) 207e212

8- Stowers, Freeman, Railroad Blues, https://open.spotify.com/artist/5L4L6VsAxyYi0ENgYrzMqi

9- https://en.wikipedia.org/wiki/Concerto_for_Harmonica_and_Orchestra_(Arnold)

10- Reilly, Tommy, T.R. plays Harmonica Concertos, Chandos, 1993

11- Intervista a Gianandrea Pasquinelli – Prima parte:

12- Intervista a Gianandrea Pasquinelli – Seconda parte:

13- Intervista a Gianandrea Pasquinelli – Terza e ultima parte: