Le parole e le cose vive

 

 

crittoDNA

Fa impressione leggere certe notizie in prossimità della santa pasqua. No, non parlo di attentati o altri drammi oramai quotidiani. Pur capaci di fare ancora notizia sui giornali, sono oggetto di statistiche1 che ne ridimensionano l’importanza, ma ovviamente questo ridimensionamento è appannaggio solo di chi a) non cade vittima degli attentati e b) le statistiche le legge e non di chi invece si lascia puntualmente catturare dalla trappola emotiva della notizia che tanto indigna, fa vendere giornali e fa vincere elezioni.

La notizia alla quale mi riferisco è invece la seguente: Craig Venter, lo Steve Jobs o il Bill Gates della biologia (il calzante paragone lo prendo in prestito da Odifreddi2), ha annunciato di aver creato con la sua equipe un batterio che possiede un corredo minimo di geni, circa 500, quelli davvero essenziali per consentire a un organismo, seppur semplicissimo, di espletare tutte le funzioni vitali di base3.

Pur non essendo affatto religioso, nel leggere questa notizia mi è riaffiorato alla mente il famoso passo della Bibbia (Genesi, 2, 18):

Allora il signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati.

In esso troviamo un Adamo appena creato che non posso fare a meno di immaginare un bel po’ intontito per l’essersi ritrovato, senza averlo mai desiderato, unico arbitro di uno strano spettacolo alla X-Factor: orde di animali gli passano davanti in attesa di ricevere da lui un nome. E come biasimarlo per l’intontimento? É entrato in scena al punto 7, quindi poche righe prima del punto 18 cui faccio riferimento, e ancora non ha avuto nemmeno tempo e modo di capire cosa un desiderio sia, né se gli interessi davvero trovare ‘sti nuovi nomi.

In ogni caso, il mio lontanissimo antentato, un novello Linneo, pare possedesse già un linguaggio adeguato e una fervida fantasia che in quell’occasione esercitò in modo creativo. Al passare degli animali sul “palco” di fronte a lui, elaborò nomi sempre originali e condivisibili (ancora li condividiamo).

InfoNascoste-RecoveredTrovo l’idea affascinante: ogni partizione del reale diventa davvero tale solo dopo essere stata dotata di un nome. Guarda caso, l’inizio di tutto è il verbo (anzi, il sostantivo…) e l’unica eccezione a questo discorso poietico è proprio Dio che, indipendentemente dall’avere un nome, “è colui che è” e che riesce a essere se stesso anche senza che qualcuno per comodità lo indichi col semplice nome che gli abbiamo dato. I nomi degli animali inventati da Adamo qui assumono quasi il ruolo di una misura fisica ante litteram e in effetti, qualche millennio dopo, i termini latini usati per indicare gli elementi del reale diverranno vere e proprie formule tra le meno ambigue per identificare con una precisione crescente l’appartenenza di piante/animali/fenomeni a categorie più generali.

Prima dell’intervento di altre categorie ancora, quelle proprie della scienza, l’estensione delle cose, il loro inizio e la loro fine nel tempo e nello spazio, era sancito dal loro nome. Il vocabolario era il catalogo del mondo e i confini dell’esistente erano dati dalla prima e dall’ultima lettera usate per scriverli e dal primo e dall’ultimo suono usati per pronuncialri. I confini degli enti erano quindi sovrapponibili ai confini delle stesse parole usate per chiamarli in causa.

Replicazione-RecoveredLa tassonomia assunse così il ruolo di una complicata geografia dell’esistente che si serviva di descrizioni verbali sintetiche destinate poi a sgretolarsi per lasciare spazio alle strane sigle della chimica e ai numeri della fisica. Un processo mai terminato e colto brillantemente nel suo divenire dall’occhio vigile di Foucault il quale ha rivelato il processo di adattamento del linguaggio alla realtà in tutta la sua potenzialità (episteme), ponendo così le basi per una archeologia del sapere4.

Il concetto di Dio non è però l’unico ad essere sempre sfuggito alla regola dell’ingresso nell’esistenza tramite le etichette da noi elaborate. Pur vedendosene assegnato uno, anche il fenomeno “vita” ha rivestito il ruolo di eccezione: sappiamo cosa definire “vivo”, ma lo facciamo solo servendoci di un educato buon senso e, se ci venisse chiesto cosa davvero sia la vita, scopriremmo che oltre a darne una descrizione generica, non sappiamo fare molto di più.

Il giornalista Bob Holmes condusse nel 1998 un interessante esperimento5: chiamò al telefono diversi biologi chiedendo a tutti di dare una loro definizione di “vita”. Ciò che scoprì è che nessuna delle definizioni proposte coincideva con le altre mettendo così in evidenza quale sia il primo problema col quale si ha a che fare quando, ad esempio, si cerca di capire se siamo soli nel cosmo: non sappiamo davvero cosa cercare, se non copie di noi stessi, in quanto non sappiamo, anzi, non sapevamo cosa sia la vita.

Oggi, finalmente, dopo aver compiuto innumerevoli tentativi (si veda, ad esempio, quello storico, estremamente interessante a opera di E. Schrödinger6) e proprio nel giorno in cui i cristiani festeggiano la resurrezione del loro dio, giunge notizia della creazione in laboratorio di un una nuova cellula artificiale: un organismo minimo, un compresso mp3 biologico; una specie di mini-golem ottenuto plasmando la materia e privo di particolari attributi.

Come l’articolo pubblicato su Science spiega, esso è stato ottenuto in dieci anni di lavoro durante i quali si è provveduto a semplificare sempre più il patrimonio genetico dei prodotti via via creati artificialmente alla ricerca di una essenzialità che ricorda quella già desiderata in campo fisico: particelle elementari per capire su cosa poggia la realtà tutta; organismi elementari per capire cosa è vivo e cosa non lo è.

La notizia immagino costituisca l’inizio di un percorso che in un futuro non molto lontano ci condurrà a creare in laboratorio un vero e proprio organismo vivente. Il Dio della Bibbia era curioso di vedere come Adamo, la sua creazione migliore (?), una sorta di magazziniere o di impiegato del catasto, avrebbe “schedulato” le altre sue creazioni meno interessanti (??). Oggi Adamo si rivela così tanto cresciuto da dimostrarsi addirittura capace di creare nuovi viventi da catalogare.

RNA-Recovered Quello che qui mi interessa sottolineare è che, generandolo da sé a partire da oggetti vitali molto, molto semplici, l’uomo si trova finalmente nella posizione di poter dare una definizione minima, essenziale, sintetica, esaustiva e non ridondante del fenomeno vita.

Certo, il cosmo è così grande da poterci riservare sorprese e forse un giorno potremo scoprire come la vita altrove funzioni in modo alquanto diverso, procedendo lungo vie ancora per noi inimmaginabili. Ma almeno il fenomeno terrestre è compreso. Così tanto compreso da essere riusciti a riprodurlo artificialmente.

E se prima l’esistente era tale per l’aver ricevuto un nome, ora lo è per l’aver meritato una definizione operativa contenuta in una sequenza di azioni che consentono di sintetizzare il vivo. In ogni caso, Venter è un uomo, gli uomini da Adamo in poi danno nomi e se proprio ne volete uno anche per il nuovo prodotto di laboratorio, se oltre a voler sapere cosa è la vita, desiderate ancora sapere come essa si chiami, eccovi servito il suo identificativo datole dal dio-adamo Venter (& Co.): SYn3.

SYn3 è ancora di un essere a livello cellulare, ma un giorno, statene pur certi, lui stesso vi fornirà le sue generalità, nonché il suo numero.

No, non quello di archivio.

Quello del suo cellulare.

SZ

 

Le illustrazioni di questo articolo sono già state pubblicate, in versione colorata, sul trimestrale SissaNews, house-organ della S.I.S.S.A. di Trieste

1) https://www.gam.com/en/insights-content/anti-panic-manual-don-t-be-the-turkey/

You’re More Likely to Die from Brain-Eating Parasites, Alcoholism, Obesity, Medical Errors, Risky Sexual Behavior or Just About Anything OTHER THAN Terrorism

Anti-Terrorism Spending 50,000 Times More Than on Any Other Cause of Death

You’re Much More Likely to Be Killed By Lightning than by a Terrorist

2) Piergiorgio Odifreddi, L’ottavo giorno fu creato il batterio, La Repubblica, Domenica 27/3/2016, pagina 43

3) Ovviamente chiedo scusa per eventuali imprecisioni presenti nel mio linguaggio biologico. Invito chi può apprezzarla a leggere direttamente la notizia dall’articolo originale:

http://science.sciencemag.org/content/351/6280/aad6253.full-text.pdf+html

4) Michel Foucault, Le parole e le cose – Un’archeologia delle scienze umane, BUR

5) https://books.google.it/books?id=Si083LXvYCcC&pg=PA1&lpg=PA1&dq=bob+holmes+what+is+life&source=bl&ots=-AOxDhw739&sig=rOcMw-zDwikIDK3i-LRrdIC3s8w&hl=itsa=Xved=0ahUKEwjgp5n0zeHLAhVFuxQKHeP4BuwQ6AEISzAG#v=onepage&q=bob%20holmes%20what%20is%20life&f=false

6) Erwin Schrödinger, Che cos’è la vita?, Adelphi

 

A quindici anni di distanza da Qui

io-che-guardo-quadri

Come ogni anno, anche stavolta sono riuscito ad andare ad ArteFiera.

É uno di quei classici eventi capace di farti sentire orgoglioso di vivere in una città che prova costantemente ad allinearsi con quanto di bello accade nel resto del mondo.

Farsi una passeggiata dal centro fino al quartiere fieristico, approfittare per prendere un caffé lungo il percorso; arrivare e immergersi in una atmosfera pregna di una certa attesa di bellezza; scoprire che il progetto della bellezza interessa tante persone mentre di solito si è convinti che il progetto più diffuso sia quello della distruzione globale del mondo, dell’imbrattamento e dell'”imbruttamento”, fa bene. Permette di abbassare il diaframma e impone per qualche ora di sotterrare l’ascia di guerra.

Sarà per la crisi, ma anche quest’anno la kermesse risultava ridotta in dimensioni. Nulla a che vedere con le edizioni di tanti anni fa quando, arrivato da poco nella città felsinea, mi perdevo fra padiglioni adiacenti, sovrapposti, connessi, sconnessi e strabordanti proposte artistiche di ogni tipo.

Ma tant’è. Mi rallegro del fatto di aver trovato nei due padiglioni 25 e 26 uno sforzo immutato di dare diversi ritratti non (sempre) banali al periodo storico nel quale viviamo.

Mentre ero lì, compiendo un rapido raffronto mentale con le opere del passato, per un attimo mi sono trovato a valutare non come arte, ma come illustrazioni tecniche le tele, le foto, le sculture, le installazioni che si paravano davanti ai miei occhi nei vari stand. Un giorno, unitamente agli elettrodomestici, alle auto, ai libri, ai film, esse consentiranno a qualcuno di capire tecnicamente cosa stesse succedendo alla gente in quel lontano inizio del XXI secolo.

Il mio giro non è durato molto e dopo poco più di due ore mi sono ritrovato nella luce di una bella Domenica bolognese.

Di solito, il bottino di sensazioni che mi porto a casa è abbastanza ricco.

Confesso che invece quest’anno, se non fosse stato per i soliti Pomodoro, De Chirico, De Pisis, Sironi, Burri, Fontana, Melotti, sarei tornato a casa a mani quasi vuote (in realtà sono stato piacevolmente incuriosito da un lavoro di Spazzoli e da altri di Deodato).

Chissà, forse si tratta di una crisi degli attuali movimenti artistici, orfani di grandi idee da sottoporre al mondo.

Dimenticandomi per un momento quanto nelle edizioni precedenti sia stato piacevolmente suggestionato da diverse nuove proposte, e avendo constatato in questa edizione della Fiera di essere riuscito a vibrare solo di fronte alle opere dei nomi su citati, un dubbio mi sorge: forse dovrei leggere la mia parziale delusione di oggi pensando di essere sì un “uomo del mio tempo”,  ma arrendendomi al contempo di fronte al dato di fatto di essere comunque un figlio del ‘900.

Lo dico con una punta d’orgoglio, ma anche come confessione di una certa inerzia mentale: le mie radici culturali sono in quel tempo, a Quindici anni da Qui.

Vado a letto con questo dubbio.

La notte porterà insonnia.

SZ

Sottofondo: silenzio, se non fosse per il gorgogliare del frigo che, freddo conservatore, custodisce pensieri di pancia

La giusta distanza (tra tori topologici e cancri astrologici)

Noia divina e reale possibilità di redenzione. Sottotitolo: Dio, mi AMI?

Noia divina e reale possibilità di redenzione.
Sottotitolo: Dio, mi AMI?

Domenica scorsa mi sono regalato il solito rito di cui in passato ho già parlato in questo blog (1): la lettura del quotidiano La Repubblica.

Ho così scoperto quanto linserto domenicale La domenica Cult (2) fosse particolarmente ricco di articoli succosi, capaci di farmi gioire e di fornirmi occasioni per riflettere su alcuni temi che da sempre mi interessano.

In particolare, segnalo l’intervista alla Fabiola Gianotti, prossimo direttore del CERN, dalla quale ho estrapolato brandelli di un articolo a tratti simpatico, ma che durante la lettura mi è sovente apparso il risultato di una strana e lacunosa sbobinatura dell’intervista audio rilascicata a Dario Cresto-Dina.

Inizio col primo frammento. Alla domanda “La felicità porta con sé un’aura di bellezza. Che cos’è la bellezza?”, la scienziata risponde:

“Attingo dalla fisica: la bellezza è la simmetria imperfetta. La fisica ha una sua estetica che si può contemplare nelle leggi della natura fino agli esseri microscopici. Comprenderla è un gioco intellettuale relativamente semplice. Pensi che le equazioni fondamentali del Modello standard delle particelle elementari si possono scrivere su una t-shirt. Sono tre righe appena “.

Il giornalista poi le chiede se al CERN si stia cercando Dio. Trovo la risposta della Gianotti impeccabile:

“No. Non credo che la fisica potrà mai rispondere alla domanda. Scienza e religione sono discipline separate, anche se non antitetiche. Si può essere fisici e avere fede oppure no. È meglio che Dio e la scienza mantengano la giusta distanza”.

Cresto-Dina: (…) “Chi non è aiutato dalla fede può esserlo da qualche grammo di follia?”

Gianotti: “Non follia, ma creatività. Forse le due cose hanno confini che possono sembrare comuni quando si addentrano nello spazio del sogno. Lo scienziato deve essere capace di sognare. Ho sempre pensato che il mestiere del fisico si avvicini a quello dell’artista perché la sua intelligenza deve andare al di là della realtà che ha ogni giorno davanti agli occhi. Credo che la musica e la pittura siano le arti più prossime alla fisica “.

Confesso di aver trovato l’ultima domanda leggermente ruffiana, fatta per compiacere buona parte del pubblico che immagina alcuni scienziati un po’ fuori di testa. Sembra quasi che per un fisico, una lucida follia sia l’unica alternativa possibile al sentimento religioso.

Poi mi sono invitato a smetterla di irritarmi per qualsiasi sciocchezza, concedendomi di scoprire un nuovo punto di vista: posta in quel modo, la domanda è stata un regalo natalizio fatto alla Gianotti alla quale l’intervistatore di sicuro esperto, ha offerto sul vassoio la possibilità di difendere la categoria degli scienziati di fronte a un pubblico che altrimenti lei non avrebbe, dai soliti, taciuti sospetti di follia che le vengono rivolte.

Appena pochi post fa (3), lamentavo una certa diradata presenza di pubblicazioni che sappiano inneggiare alla bellezza della fisica, e proprio oggi mi ritrovo a terminare la lettura di un meraviglioso libro di Rovelli di cui presto vi parlerò. In aggiunta, mi scopro a divertirmi con la lettura di questo articolo che in più punti va a innestarsi con estrema naturalezza proprio nel discorso sul rapporto tra scienza e arte che tanto mi interessa.

E capita a fagiolo il video segnalatomi oggi dalla mia amica Antonella del Rosso, responsabile della rivista CERN Bulletin (4): girato proprio al CERN, in esso si possono vedere vari fisici nel mentre suonano una simpatica composizione ottenuta, così dicono, dalla sonorizzazione dei dati dei vari esperimenti che hanno rivelato la presenza del Bosone di Higgs (5).

Fra i diversi esecutori, in chiusura del video è possibile ascoltare anche la Gianotti al pianoforte mentre cita il Preludio n°20 di Chopin. Né folle, né altro, quindi. Per quanto mi riguarda, è solo molto colta e sensibile.

Che dire… tutto sommato una Domenica gustosa, resa ancora più saporita dall’aver trovato poche pagine più oltre, nello stesso quotidiano, un articolo di Natalia Aspesi col quale la giornalista ci introduce il personaggio Marco Pesatori.

Lo fa affermando in apertura che questo signore nella vita si è trovato di fronte alla difficile scelta di cosa diventare da grande:

poteva essere un critico d’arte, un giornalista di riviste intellettuali, un poeta di massima raffinatezza, un esperto di calcio, un solista jazz, un monaco buddista. (…) Alla fine Marco Pesatori è diventato la star che confabula coi pianeti per dirci chi siamo, chi potremmo essere, quali sogni potremmo realizzare e quali disastri dovremmo evitare: si immerge nel nel cielo sventolando una data di nascita e compone oroscopi simili a poesie segnate da un ritmo jazz, mosse da un vigore calcistico, elevate da una filosofia buddista e basate su una visione molto dada della vita.

Leggendo l’articolo, si è portati a pensare che il punto forte dei suoi oroscopi sia la nebulosità: non chiedono di essere capiti “e infatti in tanti non li capiscono e per questo li adorano, ma interpretarli con il turbinare della fantasia e adattarli ai nostri desideri, per consolarci dei personali casini: con lui (l’autore), si entra in un mondo fatato e possibile, con il permesso di inventarcelo”.

La Aspesi è notoriamente brava e mi ha quasi fatto venir voglia di provare a concedermi, di tanto in tanto, la lettura di un bell’oroscopo nebuloso di questo autore di sicuro particolare. L’idea della professione di astrologo che emerge da questo pezzo, la apparenta a quella di chi si dedica a generi letterari ai quali, chissà, potrei anche rivelarmi sensibile se solo apparisse tutto un bel gioco dichiaratamente senza pretese, oltre quella di intrattenere i lettori annoiati da interviste a fisici folli.

Alla domanda della Aspesi: “E lei, Pesatori, ci crede?”, il nostro si lascia sfuggire: “Io non credo in niente, ma l’astrologia è una scienza molto precisa, il cielo non mente, basta studiarlo”,

facendo così franare all’istante un piccolo edificio costruito poche righe prima in uno spiazzo libero della mia benevola fantasia domenicale.

Il concetto di “scienza” e l’aggettivo “scientifico” usati per reclamizzare tutto, dalla crema idratante alla politica estera, dal tortellino ai funghi, all’oroscopo poetico mi intristisce profondamente.

Il risultato di un uso così poco ricercato di questi termini dalla loro dignità troppo spesso ignorata, è quello di creare una gran confusione – resa ancora più grande dall’accostamento tra “scienza” e “mondo fatato e possibile” – nella testa dei fruitori di simili messaggi. La stessa confusione che, ad esempio, potrebbe generare in chi non conosce la sua musica, l’assurda affermazione “Beethoven non aveva senso del ritmo”.

Se non si sa davvero cosa la scienza sia, se non si ha la benché minima idea di cosa si debba intendere per musica classica, …, se non si hanno i giusti riferimenti per qualsiasi cosa, chi dovesse decidere di confonderci (non è di certo il caso del Pesatori che ha tutta l’aria di essere un intellettuale in buona fede), avrebbe di sicuro gioco facile affermando che si può trovare la risposta a queste domande in banalizzazioni tanto in voga.

Il Pesatori poi cita, come ho già sentito fare ad altri in discussioni analoghe, Galileo, Tolomeo e altri illustri personaggi come testimonial della scientificità della sua attività.

Mentre sull’uso dell’astrologia da parte di Galileo ci sarebbe da ricordare con una certa onestà come il poveretto, senza crederci, se ne servisse per arrotondare entrate all’epoca misere, nel caso di altri tirati in ballo nell’articolo (Sumeri, Tolomeo, Keplero) potrei attaccarmi al dato storico che molti di loro ragionassero di astrologia in un lasso di tempo molto lungo e lontano da noi (3000 a.C. – 1600 d.C.) durante il quale il concetto di scienza e di scienziato non erano ancora stati elaborati.

Non capisco poi perché debba risultare un punto a favore dell’astrologia l’ulteriore dato citato dal Pesatori che Andy Wahrol, Doris Lessing e chissà chi altri ne facessero uso per capire quali scelte attuare nella loro vita. Non trascorro di certo tutto il giorno a palleggiare solo perché Franz Beckenbauer da giovane lo faceva…

Nel suo Dialogo sul metodo, Paul Feyerabend invita con ottimi argomenti noi che lavoriamo in campo scientifico a non pronunciarci negativamente sull’astrologia. Dal momento che, a differenza di quanto afferma l’intellettuale intervistato, gli scienziati difficilmente dicono qualcosa di positivo su di essa (semplicemente non possono farlo. Se, basandosi su delle prove empiriche, potessero, non le negherebbero di certo il loro sostegno), direi che potremmo semplificare il pensiero dell’epistemologo americano suggerendo: in generale, è meglio evitare di pronunciarsi sull’astrologia.

Parimenti sarebbe auspicabile che gli astrologi decidessero di non pronunciarsi sulla scienza. Fintanto che non verranno prodotti argomenti validi e incontrovertibili provanti la  validità empirica della loro disciplina, l’astrologia con la scienza non avrà niente da spartire.

Insomma, ignoriamoci vicendevolmente, evitando di citarci a sproposito. E se Kary Mullis – un premio Nobel per la chimica, anche lui nominato nell’articolo della Aspesi – crede che pianeti e stelle abbiano qualcosa da dire sul nostro destino, buon per lui.

Mi diverte immaginarlo alterato, nel mentre bolla di antiscientificità qualche sostenitore di teorie chimiche strampalate e senza alcun fondamento. Mi sento quindi di bollare a mia volta il suo sostegno a una teoria basata su una presunta influenza di stelle e pianeti su di noi come qualcosa riguardante solo la sua graziosa persona che di gravitazione temo sappia quanto ne so io di filologia romanza.

Proprio per questo mi sento di poter dire, senza tema di sbagliarmi troppo, che una affermazione inerente l’influenza degli astri sul nostro destino pronunciata dal Mullis, nonostante il premio Nobel, abbia la stessa forza di quella di un Wharol, della Lessing o della famosissima massaia di Voghera: quella della confessione di una propria, legittima propensione personale.

In conclusione, non trovo certo sbagliato parlare con Pesatori, del Pesatori. Tutt’altro. Torno alla Gianotti e apprezzo che, chi ha progettato la scaletta degli articoli da pubblicare nell’inserto domenicale, abbia scelto di porre il pezzo su di lei “alla giusta distanza” da quello dell’astrologo.

Fosse dipeso da me, “la giusta distanza” sarebbe stata di sicuro maggiore in quanto avrei stimolato una scelta precisa: pubblichiamo l’articolo sulla futura direttrice del CERN o quello sull’astrologo? Lo so, questa scelta avrebbe dato un carattere forse troppo netto al quotidiano con, temo, disastrose conseguenze sulle vendite di quella edizione della domenica, ma posso divertirmi a giocare nell’immaginarmi direttore per soli cinque minuti, no?

Immagino che all’interno della redazione non si siano nemmeno resi conto di quanto per lettori paranoici come me, possa risultare un po’azzardato quel riferimento alla scienza (6).

O forse, proprio come nel caso della domanda alla Gianotti, simili accostamenti sono consapevoli, voluti e servono a stimolare le mie reazioni come pure quelle di chissà quanti altri (già, quanti altri?). Chi, come la Aspesi, sa fare il proprio mestiere, sa anche come catturare l’attenzione di tanti, quindi anche la mia.

Ma questa considerazione, più che spingermi a fare spallucce e a essere più morbido, mi porta a pensare che il problema si annidi proprio lì: nel fatto che persone coltissime e attentissime non si accorgano o facciano finta di non accorgersi di come alcuni concetti, termini, aggettivi vengano usati un po’ con leggerezza.

Così agendo, mi pare che venga fatto un torto a un ambito già sofferente come quello scientifico, regalando, di contro, valore aggiunto a un altro che di sicuro, dato il grande successo che riscuote l’astrologia pur non avendo ancora dato prove definitive della sua validità, non mi sembra abbia bisogno di ulteriori aiuti.

Diversamente dall’osservarzione del cielo condotta dagli astrologi, la fisica delle particelle elementari conferisce a persone come la Gianotti e i suoi colleghi una capacità predittiva sulle sorti del mondo pari a zero. Semplificando, direi che, dal momento che non usano la sfera del cielo (mi adatto e faccio il tolemaico…), il loro toro (7) non può predire nulla, ma proprio nulla, di cosa accadrà prossimamente a Pesci e Capricorni.

Come futura direttrice, la Gianotti potrebbe allora provvedere a suddividere il grande anello in dodici settori da trenta gradi d’ampiezza ciascuno, dedicando ognuno di essi a un segno zodiacale differente.

Purtroppo mi sa che, se anche decidesse di farlo, arriverebbe solo a confermare quanto affermato in precedenza: forse è vero, “il cielo non mente”.

Invece, aggiungo io, il microcosmo, più furbo, sul futuro tace.

SZ

 

Sottofondo: Ahmad Jamal – Ahmad’s Blues

http://grooveshark.com/#!/album/Ahmad+s+Blues+Live/3946601

1 – L’articolo cui faccio riferimento è Tomino alla Scienza, del primo Agosto scorso:

https://squidzoup.com/2014/08/01/tomino-alla-scienza-la-futura-nuova-alleanza/

2 – É possibile scaricare il pdf dell’intero inserto al seguente indirizzo: http://download.repubblica.it/pdf/domenica/2014/28122014.pdf

3 – https://squidzoup.com/2014/12/11/quando-il-teorema-e-uno-scalpello/

4- http://cds.cern.ch/journal/CERNBulletin/2014/51/News%20Articles/?ln=it

5- https://www.youtube.com/watch?v=gPmQcviT-R4

6 – Per comodità di chi legge, riporto come giustificazione del termine “azzardato” l’indirizzo alla pagina wikipedia in cui si parla di astrologia e del giudizio su di essa espresso dalla comunità scientifica:

http://it.wikipedia.org/wiki/Astrologia#Giudizio_della_comunit.C3.A0_scientifica

7 – In topologia, il toro è una figura ottenuta piegando un settore cilindrico fino a farne combaciare gli estremi. http://it.wikipedia.org/wiki/Toro_%28geometria%29

Aforisma 1: Stan Getz Dixit

Solo-o-grande-amor

L’assolo di Stan Getz sugli accordi di O grande amor fa parte di quella lunga serie di idee che hanno condizionato il mio modo di intendere la musica in generale e il jazz in particolare.

Contenuto in un disco storico, lo ascoltavo quando capitava di andare a casa dei miei zii Francesco e Ornella. Lui aveva una collezione invidiabile di LP dalle bellissime copertine e Getz-Gilberto era uno dei suoi, quindi dei miei, dischi preferiti.
Come si evince facilmente dal titolo, in quel vecchio 33 giri suonava il sax del musicista statunitense il quale ricamava incredibili melodie impiegando solo una frazione del fiato da lui insufflato nello strumento. Il resto finiva tutto ai lati dell’imboccatura – almeno questa è l’impressione che ancora mi regala l’ascoltarlo – dando alle note del suo tenore un’”aura d’aria”, un “soffiato” che ne addolciva ulteriormente il suono.
Sulla scorta dell’entusiasmo che quella registrazione mi aveva suscitato, ho ascoltato altri dischi di Getz e uno, quello registrato in duo con Bill Evans dal titolo enigmatico (Stan Getz & Bill Evans), l’ho pure comprato a scatola chiusa: due nomi del genere non potevano che essere garanzia di goduria uditiva!
Ho così scoperto che la magia del suono e delle idee di Getz sono per me contenute solo in quel primo disco con Joao Gilberto alla voce e alla chitarra, Antonio Carlos Jobim al piano e con la voce aggiuntiva di Astrud Gilberto. Negli altri suoi LP, il mondo di Getz non mi piacque affatto e il mio rifiuto per la poetica in essi contenuta mi faceva risultare il suono di quel sax acidulo, addirittura. Mi ricordava quello grezzo e immaturo di un sassofonista classico alle prima armi, quindi non certo meritevole di un ascolto prolungato.
Come si può intuire, il problema stava in me e non certo nel modo di suonare di Getz anche se credo che mai come in quel disco, la grandezza di un musicista si sia rivelata essere il frutto non solo della sua personale genialità, ma soprattutto dell’incontro fortunato con altre menti, con altri pensieri affini al suo quali di sicuro sono stati quelli dei sudamericani su citati (Getz aveva una certa predilezione per le atmosfere bossa nova).
A rendermi difficile accettare altri suoi dischi che non fossero quello, vi era anche l’unicità dell’atmosfera gioiosa di molte domeniche con nonni, zii e cugini (da quegli ascolti sono nate professionalità nella musica per ben tre di noi nipoti…) di cui Getz-Gilberto era spesso colonna sonora. Evidententemente gli altri lavori di Getz presentavano tutti lo stesso problema: non erano presenti in quella particolare discoteca, disponibili per sottolineare grandi abbuffate condite da risate e chiacchiere rilassate. Capitava spesso che i sottofondi musicali di quelle Domeniche fossero brani di musica classica (di alcuni di essi parlerò prossimamente) per i quali, guarda caso, vale lo stesso discorso fatto fin qui a proposito di Getz/Gilberto.
Qualsiasi sia stata l’origine della magia nata attorno a quell’LP che ho ascoltato fino alla noia, ancora oggi risulta per me così tanto importante da voler iniziare una nuova rubrica di aforismi musicali del mio blog proprio con quelle note.
Tempo fa trovai un libro con le trascrizioni di alcuni assoli di Getz e, con mia grande sorpresa, scoprii che molte erano tratte da brani contenuti nell’LP citato. Mi sa che in futuro proporrò altri pensieri getziani prendendoli da lì.
Purtroppo tra i brani di quel disco scelti dal trascrittore, non vi era O grande amor, il mio preferito, ed è per questo che mi sono sentito chiamato in causa: dovevo colmare una lacuna facendo l’esercizio che tutti i didatti dicono essere fondamentale per la formazione del giovane jazzista (chiaramente qui si parla di me…).

Ho anche un altro bellissimo ricordo connesso con O grande amor. Moilti anni fa, giravo con un gruppo di Bari che proponeva un repertorio interamente brasiliano. Paola Arnesano ne era la bravissima cantante e ad accompagnarla, oltre me all’armonica, c’erano Guido di Leone, chitarrista col quale ho registrato My Foolish Harp (RED RECORDS, 2009) e l’ultimo The Night Has A Thousand Eyes (Fo(u)r, 2014); Paolo Romano al basso elettrico, Michele Vurchio alla batteria.

All’epoca proposi di aggiungere anche questo brano di Jobim al già nutritissimo repertorio di Paola e Guido. Accettarono di buon grado e così coronai il sogno di suonarlo e di farlo nel contesto giusto, sperando ogni volta (invano) di essere capace di creare con la mia piccola cromatica una magia degna di quella di Getz.

In O grande amor, il suo tenore sembra quasi suonare un’improvvisazione tematica, andando a costruire una linea melodica che definirei “necessaria”. Mi dà quasi l’impressione di essere in presenza di un brano nel brano: un pensiero musicale così lucido e pulito da riuscire a competere – forse vince, addirittura – con la bellezza del tema propriamente detto.
Nonostante sia una linea molto semplice da suonare, si scopre che rendere con una trascrizione le reali intenzioni del solista sia cosa per nulla banale. Si considerino pertanto le note che ho trascritto soltanto come una traccia utile per provare a suonare a unisono con il grande Stan Getz usando uno strumento in C come la mia armonica cromatica.

L’intero brano è da suonare attuando un lungo legato tra note e frasi. Mentre sul sassofono e su tutti gli altri strumenti a fiato è un effetto abbastanza facile da ottenere in quanto le dita selezionano di seguito le note ponendole su un’unica, lunga emissione d’aria, sull’armonica risulta molto più difficile, a tratti impossibile, a causa dell’alternanza di note soffiate e aspirate che spezza il flusso d’aria. Altra raccomandazione: meglio non provare a suonarlo in presenza di figli piccoli, specie se muniti di trombetta. 🙂

SZ

http://it.wikipedia.org/wiki/Stan_Getz

Album: Getz/Gilberto

http://grooveshark.com/#!/profile/Stan+Getz+and+Jo+o+Gilberto/22192087

THE NIGHT HAS A THOUSAND EYES – Il mio nuovo CD

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É appena uscito per la Four Edition il nuovo CD “The Night Has A Thousand Eyes” a nome mio (armonica cromatica), di Guido di Leone (chitarra) e di Francesco Angiuli (contrabbasso).

Si tratta di una raccolta di standards dedicati al cielo, alle stelle, alla Luna, al Sole e il concerto dal vivo potrà prevedere anche una proiezione di mie immagini originali (alcune sono presenti nel booklet) e, tra un brano e l’altro, spiegazioni divulgative di astronomia.

La puntata di stasera di “ANIMAJAZZ” su PUNTORADIO alle 20, anche in streaming su www.puntoradio.fm ed in immediato podcast su http://animajazz.eu, si aprirà proprio con la versione tratta dal nostro CD di “Look To The Sky”, un brano di Antonio Carlos Jobim.

Spero possa piacervi

SZ

http://animajazz.eu/animajazz-n-626-di-giovedi-9-ottobre/