CRONACA VIRUS – Giorno 55

 VIAGGIO AL TERMINE DELLA QUARANTENA

 Doveva succedere.

Lo sapevo, lo sapevamo tutti, e per certi versi lo attendevo (lo attendevamo): il lockdown è oramai finito.

Da domani sarà una specie di apertura delle gabbie, anche se con limitazioni, preludio di una apertura ancora più radicale che credo non tarderà ad arrivare e che non farà altro che assecondare le libertà che tutti, spontaneamente e contravvenendo alle non sempre chiare disposizioni, si prenderanno.

Quando ho iniziato a scrivere mi ero posto proprio l’obiettivo di smettere con la fine della quarantena, tramutatasi poi in cinquantacinquena. Ho tenuto fede all’impegno di scrivere e terrò fede all’impegno di smettere di farlo.

O meglio, continuerò a scrivere, è ovvio che lo farò, ma terrò un ritmo più consono alla vita di chi non fa certo il blogger di professione (non sarebbe male, ma i numeri di visualizzazioni che totalizzo non mi permettono di farmi illusioni: non è la mia strada).

Tornerò quindi agli argomenti a me cari, quelli che trovate elencati nella ricetta sotto il nome di questo spazio, tralasciando altri più personali cui spesso, in questi giorni di clausura, mi sono abbandonato in un outing forse più da social che da blog.

Smetterò con queste cronache anche perché so già che dovrò dedicarmi ad altro: da domani inizierò ufficialmente a lavorare alle illustrazioni del mio nuovo libro su mito e costellazioni che uscirà a breve con la casa editrice Carta Bianca Publishing e poi dal 15 ricomincerà la mia avventura in INAF bruscamente interrotta il 6 Novembre del 2018.

Ho infatti vinto un altro Assegno di Ricerca all’Osservatorio Astrofisico di Catania dove però, per ovvi motivi, non potrò andare, che mi porterà a lavorare in smart working qui da Bologna: in qualche modo sarà una attività simile a quanto ho fatto fin qui; un prolungamento della clausura lavorativa cui oramai sono avvezzo.

Non avrò certo di che annoiarmi: nel frattempo, infatti, continuerò a girare i miei video di divulgazione astronomica, studierò nuovi brani musicali, riprenderò a fare i miei fumetti e lavorerò a un altro libro ancora che uscirà nel 2021 e di cui presto vi dirò.

Mi spiace solo che la fine della quarantena sia arrivata così presto perché, come ho già abbondantemente spiegato in questi 55 giorni, confidavo che, se fosse durata di più, avrebbe potuto apportare cambiamenti epocali al nostro modo di vivere e pensare.

Mi consolo, quindi, dicendomi che l’ho vissuta al meglio anche se un interessante articolo letto proprio oggi sul Domenicale del Sole 24 Ore (Una bella confusione di idee) mi spinge a rimettere tutto in discussione, spiegandomi che forse ho preso una gran cantonata.

In esso l’autore, il filosofo Roberto Casati, elogia proprio quella cacofonia di punti di vista che ho spesso condannato da questo mio spazio virtuale, spiegandoci come da un punto di vista epistemologico sia da ritenersi “una ricchezza da non disperdere”.

Auspica, poi, l’emersione di un “livello istituzionale nuovo” e non posso che essere d’accordo, sempre che io abbia capito davvero a cosa si stia riferendo.

Insomma, pare proprio che sia il caso di lasciare il campo per avere modo di osservare come le idee si riorganizzeranno dentro e fuori la mia testa.

E spero davvero che almeno quelle fuori si riveleranno essere vere idee e non supreme idiozie. In questo secondo caso, infatti, potremmo ritrovarci tutti a vivere una situazione simile a quella che stiamo lasciando (forse prematuramente): una eventualità che mi suggerirebbe di riprendere di scrivere queste amate/odiate Cronache Virus.

Vi ringrazio per aver letto fin qui e vi invito a continuare a farlo anche se smetterò di essere così regolare e frequente nelle mie esternazioni: pubblicherò con la mia solita, forse fastidiosa, intermittenza, scegliendo oculatamente cosa (non) dire e se (non) dirlo.

A presto e in bocca al lupo a tutti!

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 52

NON TI CONOSCO, MASCHERINA!

Alle volte mi sembra di essere una antenna impegnata a lanciare tutto intorno, senza averne coscienza, segnali che prima o poi dimostreranno di essere stati ricevuti da qualcuno lontano da qui.

Basta stare in orecchio per avere l’impressione che un tuo pensiero, anche se elaborato in un momento di silenzio, vissuto durante la quarantena, rinserrato nel tuo appartamento, sia stato accolto da qualcuno che proprio non conosci e che non puoi mai avere avuto modo di incrociare.

E così capita di avere la possibilità di sentire pronunciare dalla bocca di una faccia incontrata alla fermata dell’autobus che suono ha qualcosa che tu hai solo immaginato senza parole; oppure può capitare di vedere che aspetto ha un tuo pensiero puro se realizzato come disegno o foto in un manifesto pubblicitario; o puoi scoprire di che lettere avresti avuto bisogno se solo avessi deciso di renderlo articolo di giornale.

Ed è proprio in una di queste situazioni che mi sono trovato a vivere stamane leggendo un po’ dell’ultimo Domenicale: nella pagina dedicata a Scienza e Filosofia, in un bell’articolo – ancora una volta non si tratta di una recensione (in realtà, poi si scopre che lo è, ma in forma velata): va a finire che mi ascoltano davvero! – di Giorgio Vallortigiara, ho visto prendere forma di parole stampate alcune domande che mi ero posto pochi giorni prima.

Forse sbaglio a pensare di essere stato una antenna emittente: magari ho avuto solo il ruolo di antenna ricevente anche se, mi dico, se non da me, quell’idea che si è fatta strada nella mia testa da qualche parte deve essere pur partita. Ergo, se non sono stato io il pensante 0, qualcun altro deve esserlo stato.

E se quel qualcuno non è stato lo stesso Vallortigiara, nel leggere quell’articolo o magari nell’imbattersi in questo mio post, il vero pensante originario sospetterà proprio quanto ho pensato io: di avere lanciato nell’etere, senza volerlo,  un suo pensiero (e così il cerchio si chiuderà): siamo tutti antenne che. pur solo immaginando, anche senza volerlo, anche se in silenzio, anche se al chiuso, emettono e ricevono segnali (?).

No, non sto proponendo un teorema. Si tratta solo di fantasie in libertà che non hanno nessuna pretesa di essere scienza. Sono solo sospetti, ipotesi; e null’altro.

Se invece è la scienza che volete, allora la trovate proprio nell’argomento di quel mio pensiero che forse ha viaggiato per finire nell’articolo del Domenicale, o che invece ha fatto il percorso inverso, dalla redazione di quel giornale fino a casa mia.

Un argomento il cui nome nell’articolo non viene mai esplicitato e che è conosciuto fra gli specialisti come pareidolia: processo del nostro cervello – allo studio del quale anche io, nel mio piccolo, ho provato a dare un minimo contributo scientifico – che si attiva allorché tentiamo di riconoscere forme note, come le facce dei conoscenti, in mezzo al gran caos di altre meno familiari o del tutto ignote.

Con quell’articolo, Vallortigiara aveva solo intenzione di dirci che, pur senza rendercene conto, da quando abbiamo iniziato a usare le mascherine vi è in atto un cambiamento importante nel modo di percepire il prossimo. Un cambiamento che dipende dalla riduzione al silenzio dei neuroni del nostro cervello deputati alla decodifica delle espressioni facciali e che ora non potranno lavorare sugli elementi delle nostre facce coperti da quei presidi medici divenuti tutto a un tratto tanto popolari.

Come l’autore in chiusura del suo pezzo scrive

(…) penso alla gente che guarda i volti coperti dalle mascherine, e a tutti quei neuroni siolenziosi, nella corteccia temporale inferiore. Certo aiuterebbe disegnare sulle mascherine l’elemento strutturale mancante, un simulacro di bocca, così da rendere festosi i neuroni delle facce.

La strana coincidenza di cui parlavo in apertura di questo post è stata che proprio una decina di giorni fa avevo appuntato su un file word un’idea analoga: avevo infatti intenzione di parlare in queste cronache di come sarebbe cambiata la percezione del prossimo in dipendenza del fatto che, dopo avere già in parte occultato il volto con occhiali da sole, con le mascherine esso non sarebbe stato più disponibile a farsi sottoporre agli sguardi altrui.

Immaginavo che, col tempo, avremmo quindi iniziato tutti, senza dichiararlo, a ritenere più importanti elementi del nostro aspetto fisico sui quali fino a due mesi fa nella maggior parte dei casi il nostro occhio si soffermava solo in-coscientemente: sopracciglia, orecchie, collo, capelli.

Ipotizzavo, quindi, che vi sarebbe stato molto più spazio per valutazioni del corpo nel suo insieme, del modo di muoversi, della voce, dell’odore;

che le divise avrebbero goduto di una nuova stagione di popolarità per il loro offrire facili e chiari appigli all’identificazione, se non della persona, almeno del suo ruolo sociale;

che, oltre alle mascherine personalizzate, avremmo iniziato a usare vecchi elementi di abbigliamento in modo del tutto nuovo, alla ricerca di una caratterizzazione, di una possibilità di distinguerci in una folla di indistinguibili tutti simili;

che in molti casi avremmo iniziato a esporre i nostri nomi stampigliati sul petto;

che i già popolarissimi tatuaggi, da puro elemento estetico, avrebbero assunto un’importanza capitale rendendo di contro, e per motivi del tutto analoghi, pure importantissimo il non averne.

A questo punto, lo dichiaro, e voglio proprio vedere se poi sbuca fuori da qualche altra parte: data l’importanza che altri sensi come l’olfatto e l’udito inizieranno ad avere rispetto alla vista che ora risulta essere meno capace difornirci appigli nel riconoscere le persone, ho immaginato che qualcuno avrebbe iniziato a fare mascherine capaci di donare una voce più bella di quella reale o che, addirittura, avrebbe preso piede la moda di fare la plastica alle corde vocali (si può?).

In conclusione, non posso che gioire nel notare come alcuni difetti potrebbero addirittura diventare vantaggi evolitivi: il mio lunghissimo naso collodiano risulterà riconoscibilissimo anche sotto una mascherina (che nel tentare di coprirlo assumerà la forma di una canadese)!

SZ

Musica e illustrazione 2: un sodalizio armonico

Oggi è il compleanno di un amico: un grande artista di cui già intendevo (ri)parlare qui.

Volevo farlo per continuità con l’articolo pubblicato poco tempo fa nel quale affrontavo il tema dei rapporti tra armonica, quindi musica, e arti grafiche.

In realtà. si trattava della seconda puntata di un percorso iniziato proprio con lui, con Andreino Cocco.

E allora ecco per lui il mio regalo di oggi: ripubblico le tre puntate dell’intervista che mi ha gentilmente concesso pochi mesi fa, a suo tempo uscite nella mia rubrica HarmonicA Mundi del sito Doctor Harp.

Buona visione!

SZ

 

Prima parte: https://www.doctorharp.it/harmonica-mundi-intervista-a-andreino-cocco-1-parte/

Seconda parte: https://www.doctorharp.it/harmonica-mundi-intervista-a-andreino-cocco-2-parte/

Terza parte: https://www.doctorharp.it/harmonica-mundi-intervista-a-andreino-cocco-3-parte/

SOLO, DUO, TRIO – Senza un Piano di Riferimento

Copertina-Solo-DUO-TRIO

É finalmente uscito il mio nuovo CD SOLO, DUO, TRIO.

Dico “finalmente” in quanto l’ho registrato ben otto anni fa.

Per pubblicarlo ho atteso il momento giusto e, soprattutto, l’etichetta giusta e, una volta trovata nella label bolognese a simple lunch, ad essa ho affidato il precedente CARONTE, questo nuovo CD e anche il prossimo, PAIDEIA, che uscirà entro l’anno.

In SOLO; DUO, TRIO esploro diverse soluzioni di impiego del mio strumento, l’armonica cromatica. L’idea di SOLO non poteva che partire da Bach il quale, forse per primo, ha evidenziato le enormi capacità tecniche ed espressive di strumenti prima trattati più come elementi comprimari di una formazione che come unici protagonisti della scena.

I brani in TRIO tentano di riprodurre la bellezza essenziale, pulita e necessaria di quella formazione così come interpretata da Joe Henderson, Chet Baker, Bill Evans, Keith Jarrett, Brad Meldhau, …

In essi, come anche in quelli in DUO, uso quindi la mia armonica cromatica come strumento… armonico, chiedendole non solo di assolvere al ruolo di strumento solista, che le è proprio, ma anche a quello di strumento che accompagna con pezzi, brani, sunti di accordi (e il ritmo del mio dito indice sinistro) uno sferzante flauto dolce basso, una caldissima voce femminile e l’azione sonora di contrabbasso e batteria.

Un grazie di cuore a Paolo, Giancarlo, Lara e Gianluca per il loro indispensabile e prezioso apporto.

01 Da Solo                                          (Angelo Adamo)

02 Prelude From Cello Suite N° 1 in G BWV 1007 / All Blues / Second Minuet From Cello Suite N° 1 in G BWV 1007       (J.S.Bach/Miles Davis)

03 A Child Is Born1                             (Thad Jones)

04 Pre Baby Blues2                             (Angelo Adamo)

05 Homework Song1                           (Angelo Adamo)

06 Footprints                                      (Wayne Shorter)

07 Song For My Father3                     (Horace Silver)

08 Goodbye Porky Pie Hat                 (Charlie Mingus)

09 Sunday Walk Blues4                       (Angelo Adamo)

10 Prelude from Cello Suite n° 2 in D minor BWV 1008 / So What (J.S.Bach / Miles Davis)

11 Get Lost                                         (Gianluca Barbaro)

12 Freddie Freeloader                       (Miles Davis)

13 My Romance                                  (R.Rodgers, L.Hart)

14 Sunday Walk Blues 2nd take          (Angelo Adamo)

15 Rifiorirai In Quel Prato3                (Angelo Adamo)

 

  • Dedicato a Giovanni Adamo, mio figlio.
  • Dedicato a Elisa Manelli
  • Dedicato a Giovanni Adamo, mio padre.
  • Dedicato a Elena Codogno

Angelo Adamo: Chromatic Harmonica

Paolo Ghetti: Double Bass

Giancarlo Bianchetti: Drums

Guests:

Lara Luppi: Voice on 7, 13

Gianluca Barbaro: Bass Recorder on 5, 11

Angelo Adamo plays Suzuki Harmonicas

Photo: Elisa Manelli

Recorded on 4 June 2012 at

MODULAB RECORDING STUDIO

Via Del Lavoro 9 – 40033 Casalecchio Di Reno (BO)

http://www.modulab.it/

Mixed By Marco BiscariniProva 3 copertina

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 39

SACCHETTI DANZANTI

 La mia nuova amica di Facebook Silvia preferisce non rispondere al mio messaggio privato nel quale la ringrazio per la sua richiesta di collegamento, ma in qualche modo, senza volerlo, lo fa lo stesso.

Scorrendo giusto un po’ la sua bacheca per capire cosa pensa, cosa le piace, chi è, mi imbatto in un video che vale mille messaggi o anche una telefonata, se solo si usasse chiamarsi dopo aver stabilito un contatto virtuale.

Un video che mi sembra dire molto di lei anche se poi, si sa, certe cose dicono cose attendibili solo di te che le guardi scoprendo che per te sono così belle da ritenerle erroneamente degli universali, capaci di parlare a tutti allo stesso modo.

Abbiamo sempre una gran voglia di trovare punti in comune, raccordi fra binari persi nell’universo di possibili percorsi, corridoi nei quali camminare insieme almeno per un breve tratto, ma poi si scoprie che chissà cosa accidenti ci ha visto lei, in quel video; chissà cosa davvero l’ha spinta a pubblicarlo…

In esso, un giovane sceso in strada a buttare la spazzatura, si ritrova tutto a un tratto a calcare una scena che fino a un mese fa non poteva essere altro se non una traversa asfaltata, incorniciata da macchine parcheggiate.

Opera inconsapevole di automobilisti scenografi che, obbedendo al bisogno di lasciare da qualche parte la loro auto, da marionette in mano a un Mangiafuoco del caso che ama nascondersi, hanno contribuito come sempre ad arredare uno spazio: una scena che pedissequa ripete se stessa e ciò che è sempre stata.

Solo se vissuto con questa uguale monotonia qualcosa può, per contrasto, diventare altro e questo video sembra quasi ribaltare il famoso motto “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” rendendolo “se vogliamo che tutto cambi, bisogna che tutto rimanga com’è”-;

Sullo sfondo, il pezzo d’arte consapevole di un graffitaro che, protestando, non poteva certo immaginare di vedere la sua opera inglobata in un altra più grande e non prevista, per la quale c’è anche la possibilità che di protesta non si tratti.

Magari godrà nel sapere che le sue idee gireranno il mondo grazie a un video, e poi forse gli monterà la rabbia, pure, per aver contribuito al bello nel bello; un bello che ha neutralizzato il suo tentativo di rovinare col bello (?) il brutto (?).

Il tipo, dicevo, scende a buttare l’immondizia rigorosamente in mascherina. Sa che a osservarlo vi è un folto pubblico assiepato su una serie di palchi di primo, secondo e terz’ordine: i balconi e le finestre contemporaneamente abitati, come non mai, da segregati curiosi. Forse vi è anche il loggione dei piani più alti, quelli che vedranno meno ed è forse a loro beneficio che ciò che farà di lì a poco prevederà gesti ampi, ben discernibili anche da una grande altezza.

Parte la musica per piano solo che inonda la strada da chissà quale finestra. Una musica struggente che trasforma di colpo un tipo con una busta dell’immondizia in mano in una statua in movimento che in ciò che andrà buttato trova un prezioso partner, un necessario contrappeso/contraltare quasi da salvare.

Il suo costume di scena è quello tipico del look urbano che siamo da tempo abituati a vedere: un abbigliamento essenziale, quasi da guerriglia urbana improntato a una semplicità e praticità che di questi tempi spesso si rivela necessaria. Vestendolo lì, il giovane lascia finalmente spazio alla possibilità che diventi anche un bel vestire: lo è sempre stato, ma forse non è mai stato detto abbastanza.

Intanto al solo pianoforte si aggiungono altri strumenti: una sezione d’archi, percussioni, forse dei wood-block, un Udu Drum; una coralità latina e struggente prosegue parallela al crescere della coreografia flamenca che difficilmente può essere stata provata: per studiarla così, senza lasciare un bel po’ di spazio alla pura improvvisazione, credo sarebbe stato necessario disporre di una palestra di asfalto e saracinesche, di macchine parcheggiate e di padroni di cani che proprio non so come facciano a rimanere impassibili e a tirare oltre senza rendersi conto di essere diventati, anche solo per un attimo, parte di un’opera d’arte irripetibile, estemporanea e, grazie al video, duratura.

Nella scena musicale entra anche un coro di bambini, un elemento che d’un tratto rende una suggestione musicale da grandi qualcosa di più universale. Immagino una assurda etichetta pubblicitaria del disco preparata da un furbo venditore sulla quale si legge: adatta per un pubblico da 0 a 99 anni, e lo stesso vale anche per il video: non allude a niente di più di ciò che si vede: un’arte dal basso che fa fatica a farsi trattenere dal budello nel quale ci siamo infilati; esattamente come la Natura che in assenza di auto e persone sta pian piano, sempre più temeraria, irrompendo negli ambienti umani, l’arte si appropria, pulita, degli spazi ora disponibili, eleggendoli a teatro, atelier, tela, sala da concerto, …

Nel frattempo il danzatore continua imperterrito, dimostrando di poter anche guadagnare un rapporto diverso con l’asfalto: fino a ieri uno degli ambienti più immondi della nostra realtà, lordato da pneumatici e piscio, da cartuzze e mozziconi di sigarette, e ora palco che non scricchiola e che si accorda perfettamente con una maglietta nera; con un pantalone verde militare; con scarponi pesanti ma ora aggraziati, quasi, nati per sferrare calci o per camminare nel fango e non certo per accompagnare le evoluzioni della danza urbana.

Intanto nemmeno una macchina passa a disturbare l’esibizione. La paura e le disposizioni che hanno bloccato la frenesia autrice dello scenario, ora cooperano per far sì che il frutto dello stress possa finalmente emergere: cosa avremmo prodotto se avessimo sempre tutelato la bellezza della Natura? Forse cose meravigliose, o forse ci saremmo ripetuti all’infinito e, stanchi, avremmo iniziato a chiederci se non fosse arrivato il momento di inizare ad apprezzare il brutto.

Ovviamente non lo so, nessuno lo sa; ma so per certo che abbiamo scelto da subito di percorrere un’altra strada e ora il mondo sembra quasi dire: “ bene, è arrivato il momento di vedere quanto brutto è ‘sto brutto. Vediamo se abbiamo fatto bene ad abbandonare l’arte del bel paesaggio, della sola rappresentazione del bello in Natura. Vediamo se è valsa la pena di rovinare buona parte del mondo con strade insulse tutte uguali, contornate da auto e palazzi, tutti uguali; palazzi da adornare, imbrattandoli, con brutti graffiti che, nel tentativo di lordare col brutto ciò che i palazzinari hanno imposto come bello e desiderabile, diventano bello nel bello, bello stimolato dal bello insospettato”.

Finisce il brano, finisce l’esibizione perfetta, necessaria, pulita. Albert Garcia Sauri, questo il nome del danzatore, riprende tra le urla compiaciute e gli applausi dei loggionisti il sacchetto casus belli di questa arte povera e, immagino, si avvia a compierne il destino sapendo che ne ha comunque eternato il valore; che lo ha eletto a eroe vendicatore di tutta i sacchetti di spazzatura fin qui riempiti, chiusi e buttati via senza che nessuno o quasi si sia mai reso conto di quanto fossero belli e pregni di sintesi di realtà (sì, però continuiamo a buttarli, ok?).

Finisce tutto, ringrazio e applaudo anche io, un bel po’ commosso, dalla finestra spalancata del pc delle mie brame che mi fa vedere tutto il reame e non posso evitare che una paura torni a farmi visita: quella generata dal crescente refrain che vuole tutti in attesa di tornare alla vita di prima.

Ma davvero avete così tanta fretta? Davvero non vogliamo attendere ancora un po’ per vedere se, tenendo duro, strade, palazzi, schifo, folla, piscio, traffico, immondizia, cicche, segregazione, virus, paura, … non saranno capaci di darci ancora altro? Non abbiamo voglia di vedere quanti altri palchi nuovi e insospettati vi sono nel mondo che abbiamo creato? Non abbiamo voglia di sentire la voce di altre teste che, prima che non abbassissimo il volume di chi urla di continuo, non potevano essere ascoltate?

Vedo anche miei amici da sempre scontenti del mondo che abitavamo, non chiedere altro che un presto ritorno, e mi sorge il sospetto che le loro proteste altro non fossero che bisogno estremo di avere un nemico, e non, come professavano, sincero desiderio di vivere in un mondo diverso.

E dire che un mondo come quello nel quale danza il giovane del video di nemici ne avrebbe comunque tanti: tutti coloro i quali hanno guadagnato dalla costruzione di libere e aperte prigioni di mattoni veri e metaforici e unici, veri beneficiari di una economia drogata, continuerebbero a essere lì sullo sfondo, pronti a tornare a valle per riprendersi i loro privilegi. Ma no: molti dei vecchi nemici del regime precedente, chiamando in causa un realismo mai dimostrato prima, evidentemente amavano il mondo di prima di un amore inconfessabile, vittime incurabili di una sindrome di Stoccolma oramai conclamata.

Qualcuno potrebbe obiettare che già l’arte era entrata nelle strade; che non c’è niente di mai visto nel video. Non sono d’accordo: l’arte nelle strade è entrata da tempo, ma lo ha fatto sempre con il benestare del traffico, del rumore, della disattenzione delle strutture. Stavolta invece i rapporti di forza si sono invertiti: è il traffico che si ferma a guardare; è la gente che finalmente tace, almeno fino all’acclamazione finale; e le strutture non sono disattente: seguono piuttosto un copione.

Nel suo nuovo flash mob da solitario, Albert Garcia Sauri – questo pare sia il nome del danzatore – ci ha mostrato che, come in un blocco di marmo qualcuno vedeva una statua, dentro una persona che va a buttare l’immondizia potrebbe nascondersi una sensibilità e una varietà di movimenti altrimenti non sospettabile.

Il suo sacchetto ha poi suggerito di poter essere quando partner, quando ispirazione, quando interlocutore muto mentre la strada ha esibito virtù da palcoscenico, i palazzi di Valencia quelle di teatro; la gente ha scoperto di poter essere interessata alla danza, e io sono proprio curioso di vedere dove potrebbe portarci tutto ciò una volta spinto alle estreme conseguenze.

, perché ora credo sia giunto il momento di estremizzare l’autoanalisi fredda e spietata del processo che ci ha dominato e non credo sia il caso di assolverlo anzitempo come farebbe un genitore troppo morbido dopo solo un mese di mea culpa del figlio ribelle.

Al diavolo l’economia, anzi, al diavolo la macroeconomia, almeno quella di ieri, prodotto di un processo malato che a cascata ne genera altri evidentemente insani. Pensare solo alle tasche nel modo in cui si è sempre fatto temo ci farebbe dimenticare ancora una volta di cosa davvero sia una persona.

Una persona è quella che creerebbe straordinaria e commovente bellezza danzando anche con un sacchetto di immondizia, se solo il mondo le insegnasse a farlo e ad apprezzarlo sempre; se solo gli concedesse di farlo senza prenderlo per matto e senza schiacciarlo con la stupida fretta vestita da automobile.

 

SZ

 

 

La prima delle INVENZIONI A DUE ANCE

Oggi stavo divertendomi tra “me e me” a studiacchiare questa Invenzione a due Ance di Bach (oggi ho inaugurato proprio con questo nome una apposita categoria di brani nel mio canale youtube) e ho deciso di farne un piccolo video che credo rappresenti molto bene cosa non si fa per combattere la solitudine.

Diciamoci la verità: per farla al meglio, bisognerebbe essere non Uno, ma Bino.

Se invece si fosse trattato di un brano a tre ance, avrei dovuto essere trino, in qasi perfetto sincronismo con la festività religiosa in arrivo.

Vi forse vi deluderò: sto in realtà lavorando alla resa in quartetto del brano Lascia ch’io pianga di Handel che spero di pubblicare proprio nei prossimi giorni.

Stay tuned!

 

SX

CRONACA VIRUS – Giorno 30

UOMINI E TOPI

 I giornali che Domenica mi ha portato a domicilio Simone, il mio edicolante di fiducia, sono quelli del fine settimana: perlopiù inserti e patinati che hanno una data di scadenza diversa dalle volatili cronache nere, politiche, economiche, sportive dei quotdiani infrasettimanali.

Sono un tacito invito a riguardare la settimana come un lungo giorno durante il quale leggiucchiare sbadatamente, sicuri del fatto che fino a Venerdì quelle notizie tengono anche fuori dal frigo.

Ieri sera, curiosando tra le pagine di Robinson, Il Venerdì, Il Domenicale, l’Espresso, ho trovato un interessante doppione: nelle due ultime testate vi era una stessa notizia trattata in due modi diversi.

Una grande occasione, quindi, per sentire cosa si dice in un bar frequentato da personaggi di sicuro interessanti, cogliendo i pareri di Tizio, l’economista, e di Caio, il generalista; pareri dai quali io, Sempronio, potrei anche estrapolare qualcosa di più delle loro due personalità.

L’argomento è quello che ho già affrontato alcuni giorni fa in queste Cronache: sotto la lente di quei due giornali è capitata infatti la tendenza di molti epidemiologi improvvisati a fare grafici e modelli previsionali dello sviluppo dell’epidemia.

È di sicuro molto interessante il modo di aggredire il problema nel Domenicale che propone un articolo con il seguente, promettente, inizio:

È il loro momento. Mai prima, di fronte a un fenomeno complesso e mondialmente impanicante come la pandemia, statistici, modellisti e matematici hanno goduto di tanto ascolto e fama. I modelli matematici di fenomeni complessi sono affascinanti, forse eccitanti. Ma sono anche epistemologicamente ingannevoli. I modellisti si sono dimenticati la raccomandazione dello statistico britannico George Box: «Tutti i modelli sono falsi. Ma qualcuno è utile». Se sono tutti falsi quel che conta, diceva, è capire in che senso lo sono: «Non è appropriato preoccuparsi dei topi quando abbiamo a che fare con tigri». Siamo inclini a pensare che quello che sembra funzionare debba essere anche vero. Paul Valéry ammoniva che «Ce qui est simple est toujours faux. Ce qui ne l’est pas est inutilisable». Solo se si è consapevoli di dire cose false si può arrivare alla verità.

Decisamente colpito, sono andato subito a guardare chi fosse il redattore. Il titolo Se mentono pure i numeri aveva avuto il potere di destarmi dal torpore annoiato col quale stavo sfogliando quei giornali e, intuito che finalmente mi era capitato fra le mani qualcosa di per me interessante, avevo saltato a pié pari il suo nome.

So che questo atteggiamento è riprovevole e che avrei dovuto guardare subito quel nome, ma mi autoassolvo: non avendo trovato fino a quel momento niente che mi interessasse davvero, ero un po’ scoraggiato e se ho saltato l’antipasto del nome dell’autore è stato solo perché avevo una gran voglia di mangiare un primo con i fiocchi.

Ciò che faccio faccio al fine settimana è oramai una specie di pesca di frodo. Se di solito pescavo con amo e lenza recandomi di persona in edicola e chiedendo a Simone di farmi dare una sbirciata al contenuto di quei giornali per capire se c’era davvero qualcosa di mio interesse, ora butto una bomba di una decina di euro e poi guardo se, dopo l’esplosione, fra i pesci morti e galleggianti c’è qualcosa di per me commestibile.

Un’operazione decisamente più costosa, anche perché, se Robinson riesco normalmente a prenderlo a parte risparmiando così sul prezzo dell’intero quotidiano che mi interessa poco, ora, con la segregazione, si scopre che tutti lo vogliono, che tutti lo leggono e che, se voglio avere qualche speranza di trovarlo, devo prenotare l’intero pacchetto Quotidiano + Inserto.

Maledetti! Mi immagino orde di lettori che prima non lo degnavano nemmeno di un’occhiata e che ora, per passare il tempo, leggono e declamano a gran voce finanche la lista della spesa e i bugiardini dei medicinali.

Ma non divaghiamo: leggendo il nome dell’autore dell’articolo, ho scoperto che era il famoso epistemologo Gilberto Corbellini: un motivo in più per continuare la lettura. Un motivo in più per sperare anche che quell’articolo fosse una specie di editoriale affidato a una firma di sicuro importante ma, a conferma di quanto già denunciavo in queste Cronache, alla fine dell’articolo ho scoperto che si trattava dell’ennesima recensione.

Inizio a temere di essere l’unico a sbilanciarsi, pur senza blasone e senza che a stimolarmi sia sempre la lettura un libro scritto da qualcun altro, nel parlare di mia iniziativa di argomenti per me interessanti.

Di questo bell’articolo – sarebbe da citare per intero – sottolineo il richiamo dell’epistemologo a prestare attenzione all’ineludibile falsità di una simulazione; al suo essere al più verisimile o forse del tutto dissimile dalla realtà.

Il doppione di cui parlavo in apertura che ho trovato sul L’Espresso è invece una bella intervista ad Andrea Pugliese, ordinario di Analisi Matematica a Trento e “decano dei modellisti italiani”, il quale parte proprio col sottolineare come sia velleitario chiedere previsioni precise a simulazioni che usano vari modi per rappresentare la popolazione.

Il modo più diffuso è quello di partire da alcuni osservabili, come ad esempio la velocità del contagio così come misurata all’inizio dell’emergenza cinese, e modellizzare la popolazione vedendola come un gas composto da particelle che possono impattare tra loro senza particolari limitazioni.

Una simulazione del genere però non tiene conto delle differenze che invece esistono tra le persone come ad esempio le loro diverse vulnerabilità e tendenze a muoversi. Fattori che creano una grande varietà di occasioni di incontrare e magari contagiare altri individui.

I modelli italiani

sono ad agente individuale: rispetto a quelli matematici standard, a equazioni differenziali, che danno un tasso d’attacco finale (il numero dei contagiati) più pesante disconoscendo la varietà dei comportamenti, hanno una struttura più complessa. Si ricrea al computer una specie di replica digital-statistica della popolazione italiana composta di tot famiglie, scuole, luoghi di lavoro, mezzi di trasporto e si fanno inferenze sui possibili comportamenti del campione.

Il matematico continua poi evidenziando il fatto che le varie fette di popolazione esibiscono diverse tendenze all’aggregazione. Un fattore importante di cui bisogna assolutamente tenere conto: gli studenti delle scuole, gli operai delle fabbriche, coloro i quali usano i mezzi pubblici per i loro spostamenti, … impongono l’uso di modelli specifici in relazione alla diffusione del virus e le valutazioni finali, quelle fatte proprie dalla politica, risultano essere dipendenti dal quadro di insieme che emerge sommando tutti i singoli casi ottenuti, tenendo conto dei loro diversi pesi statistici, sotto le ipotesi di chiusura delle scuole, dei luoghi di lavoro, ecc.

Da questa intervista apprendo poi, tra il triste e l’ammirato, che vale davvero il motto che invita a trovare il buono anche nelle situazioni peggiori. Ne scopro il valore quando Pugliese racconta di come una svolta importante sulla via della comprensione della diffusione del COVID 19 sia stato offerto dal recente caso della Diamond Princess: la nave da crociera che, a causa della (o grazie alla) presenza di un paziente ottantenne affetto da Coronavirus, mentre il 4 Febbraio era in acque territoriali giapponesi, è stata posta in quarantena, favorendo così la diffusione dell’infezione all’interno di quell’ambiente “chiuso”.

Dopo soli 22 giorni, ben 705 delle 3711 persone a bordo risultavano contagiate e, considerazioni di altro genere a parte, la situazione ha fornito dati preziosissimi sulla diffusione dell’epidemia che, laddove avremmo dovuto come sempre studiarne gli effetti su un campione di cavie animali all’interno dell’ambiente controllato di un laboratorio di ricerca epidemiologia, ci ha permesso di vederne gli effetti diretti su un nutrito campione umano.

Insomma, fare simulazioni non è e non può ridursi a trovare il miglior fit per i soli dati forniti dalla protezione civile. Questo, al limite, potrà dire qualcosa di importante su altri aspetti come ad esempio l’evoluzione della nostra capacità di curare quelli che già sappiamo essere malati. Capire davvero dove andrà e come si comporterà il virus è ben altra cosa e, ricordando e parafrasando le parole dello statistico Box già citate più su, “tutti i modelli che si basano solo sul fit di questi dati parziali sono sicuramente falsi”.

In chiusura, non posso fare a meno di ringraziare Corbellini per un’ulteriore chicca: all’interno dello stesso articolo, cita Pablo Picasso che pare abbia detto:

«tutti sappiamo che l’arte non contiene verità. L’arte è falsità che ci consente di capire la verità, almeno quella che ci è consentito di conoscere. L’artista deve sapere come convincere gli altri che le sue menzogne sono vere» (1923).

Trovare a poca distanza la citazione di uno statistico e di un pittore, immagino sia un invito (voglio leggerlo così) a riguardare i grafici che trovo ogni giorno sulle pagine di alcuni miei amici di Facebook come forme d’arte matematica: linee eleganti, colorate, tendenziose e ammiccanti delle quali comunque subisco il fascino.

La rete sembra si stia facendo pian piano contagiare da un’ondata di virulenta pittura numerica, quasi un nuovo movimento, una nuova avanguardia epistemica che ha nell’esponenziale il suo punto, il suo strappo, il suo tratto caratteristico.

L’altro giorno Marco, un mio amico musicista, guardando il grafico della funzione esponenziale pubblicato da Sandro, un altro mio amico appassionato di matematica, diceva: “Io colgo un’intrinseca bellezza nella forma del grafico ma, nella mia totale ignoranza, non so perché”.

Stamattina, trentesimo giorno di quarantena (una bella cifra tonda!), ho provato a riosservarlo tentando di dimenticare di saperne (meglio, di averne saputo) di più e forse ho capito il perché di quella bellezza visiva che salta anche agli occhi di chi non ne conosce quella formale: se consideriamo solo una porzione limitata del primo quadrante, quella funzione sembra proprio appropriarsene distribuendo i pesi visivi in modo abbastanza simile a quanto fanno i quadri organizzati seguendo il criterio suggerito dalla sezione aurea*.

Va a finire che questa avanguardia, tanto avanguardia non è.

Limitiamoci allora a dire che è una versione aggiornata, elegante e sintetica del bello classico; una simulazione moderna e, essendo fatta a posteriori, finalmente attendibile di una bellezza antica.

SZ

 

° Non si tratta di una analogia così peregrina: si guardi, a questo proposito, come si comporta la spirale logaritimica:

https://it.wikipedia.org/wiki/Spirale_aurea