CRONACA VIRUS – Giorno 20

I GRAFICI PRECISI DELL’IMPONDERABILE, LE PREVISIONI DETTAGLIATE DELL’IMPREVEDIBILE

Tra i tanti fenomeni interessanti che in questi giorni stanno verificandosi, ve ne è uno un po’ sottotraccia che però trovo particolarmente adatto per dare il via a un chiacchiericcio sommesso e domenicale, che non disturbi chi ancora sta dormendo.

Lo vedo così perché mi sento chiamato in causa nella veste di potenziale imputato – qui si fa il processo a quelle che erano anche mie intenzioni – e in quella di spettatore ammesso all’aula di tribunale nella quale, con le porte chiuse, si svolge il dibattito processuale.

In reatà, le porte sono rimaste spalancate, ma è come se fossero ben serrate e piantonate da due gendarmi per la solita scelta della rete di ignorare alcuni dibattimenti, almeno fintanto che la discussione mantiene il suo carattere decisamente tecnico.

Si tengono tutti a distanza, in attesa di vedere se da quell’aula uscira un “sì” o un “no”, un 1 o uno 0, un giudizio netto, insomma, e che non richieda troppo impengo interpretativo.

Solo così, infatti, tutti, anche i laureati nei due atenei più importanti, quello della vita e quello della strada, potranno poi precipitarsi a scrivere sui loro profili cose del tipo: “l’ho sempre detto che di quelli lì non c’era da fidarsi!”, “sono tutti stipendiati da Sòros” e altre minkjate di questo tenore di cui la rete pare non essere mai sazia.

Ma veniamo al fenomeno.

Come ho letto in due articoli molto interessanti, qualcuno alla fine ha reagito a quel tentativo non richiesto di “dare una mano” all’interpretazione dei dati offerto da fisici e, soprattutto, astrofisici.

Nell’erba alta delle discussioni sui social circa la diffusione del contagio, negli ultimi giorni si è osservata di tanto in tanto una strana florescenza di grafici smongoli che interpolano i numeri di morti, ricoverati e guariti forniti da regioni e nazioni e pare che in alcune bolle facebookiane il fenomeno sia così intenso da meritare addirittura l’appellativo di Epidemia di epidemiologia da poltrona.

Vestendo la sicumera che regala l’assunzione grautita del valore delle costanti di integrazione, elevandosi più dell’esponente da dare a un numero di Nepero, un’intera gerarchia di ricercatori si sono lanciati nella valutazione delle impennate delle cifre dei contagi o del loro tentennare che disegna un accidentato plateau.

Questo li ha portati a soccombere all’emergenza espressiva e, senza dirlo davvero (in quei post si lascia spesso fare al motto chi ha orecchie per intendere, intenda), hanno espresso cosa secondo loro accadrà.

Piuttosto che essere sempre e soltanto il trastullo innocente e social di fisici e astrofisici cresciuti a pane e dati, in alcuni casi il frutto di simili passatempi ha avuto spazio sulle pagine di giornali a grande diffusione, dimostrando così di riuscire a polarizzare il comportamento di intere fette di popolazione, convincendole quando dell’inesistenza di un pericolo realmente incombente, quando di qualcosa di ancora più tremendo di ciò che stiamo vivendo.

Intanto questa storia pare abbia avuto la capacità di fare emergere un dato di sicuro interessante: la gente sembra ancora farsi influenzare più dai giornali che dal gossip assordante dei social. Non so per quanto durerà ancora questa situazione per cui, finchcé la cosa funziona, direi di godercela, no?

Senza prendermela qui con quanti hanno avuto la possibilità di amplificare la visibilità dei loro sudoku evoluti tramite la loro pubblicazione su canali comunicativi decisamente sproporzionati rispetto alle loro (nostre) competenze in materia di diffusione delle epidemie, qui mi soffermerei sul tentativo di tratteggiare l’identikit del generatore medio da social di quei grafici.

Si tratta, come un altro articolo diceva, di:

fisici abituati, nelle loro attività quotidiane, a pensare razionalmente ai fenomeni. Il loro compito è misurare costanti e parametri senza distorsioni e con la minima incertezza possibile, interpretare i risultati e costruire visioni del mondo che espandano la nostra comprensione dell’universo. In tal modo, sono guidati da principi molto ben consolidati come il metodo scientifico, l’idea di falsificabilità, il rasoio di Occam e in generale il rigore scientifico, in cui le ipotesi non verificate oltre ogni dubbio e in molti modi sono per impostazione predefinita considerate false. E le loro azioni sono modellate dalla certezza implicita che l’autorevolezza della loro parola, parlata o scritta, è il loro unico mezzo per portare il pane sulla loro tavola: quindi sono spaventati oltre ogni misura di rendersi ridicoli sulla carta per sciatteria o errori di valutazione.

Tra l’altro, stiamo parlando di persone molto facilmente identificabili tramite i modelli cui si ispirano e che sono noti finanche a chi vive al di fuori dei loro ambienti lavorativi. Questo è un aspetto che ritengo importante e singolare: qualcosa che accade di sicuro per gli umanisti (avranno tutti almeno un libro di Leopardi o una versione della Divina Commedia) e per alcune categorie di artisti (un pianista classico di sicuro avrà spartiti di Beethoven o di Mozart) ma che, tra tutti scienziati, mi pare di poter dire che sia riservata solo a fisici e astrofisici.

Senza infatti nulla togliere a biologi, chimici, geologi, matematici… è singolare che chiunque possa indovinare, senza tema di sbagliare troppo, quali siano i nomi degli autori di alcuni libri che di sicuro si trovano nelle librerie come la mia.

Questo credo sia uno dei problemi fondamentali (sì, volevo proprio scrivere “problemi”): oltre a crescere intellettualmente nel rispetto di idee fondamentali, esteticamente perfette, rigorose, predittive, …, studiamo subendo il fascino irresistibile di intelligenze fuori dal normale che quelle idee le hanno elaborate.

A elaborarle sono stati personaggi che spesso hanno furbescamente alimentato il loro mito con atteggiamenti a dir poco bislacchi e contingenti, in aperto, apparente contrasto con l’univocità delle loro idee così scarne, essenziali, corrette. Sono stati vere e proprie divinità del pensiero che, pur pretendendo spesso di essere anche simpatici, non possono che risultare estremamente antipatici per come si macchiano del reato di applicazione non meditata di ingiustificata tuttologia.

Molti di loro hanno davvero parlato di tutto, sentendosi autorizzati, nel farlo, dall’avere fornito contributi importanti ad ambiti nei quali è onestamente molto difficile muoversi con la disinvoltura con la quale un danzatore si appropria di un palco o con la quale un pittore riempie di segni non banali una tela bianca.

A tal proposito, giusto per delineare ancora meglio quell’identikit, stamattina mi è tornato in mente un libello che, ahimé, lessi da ragazzo e che oggi mi è costata una certa fatica ritrovare tra i libri di quei famosi scaffali di cui parlavo prima. Si tratta del dialogo tra Primo Levi e Tullio Regge, una lettura che ostenta una realtà dura a digerire: fai incontrare due teste di quel tipo e scoprirai che, specie se vi è Ernesto Ferrero che poi riporterà tutto in una pubblicazione Einaudi, il tenore delle loro chiacchiere più stupide possiede, non solo un’aura, ma anche un livello contenutistico tale da disintegrare il tuo ego, polverizzando la tua persona di fronte al peso di cotanta assennatezza, cultura, leggerezza nel trattare ciò che per altri è grave, pesante.

In particolare, trovo che quel geniaccio di Regge, nella sua ricercata (e forse poco autentica, non so) simpatia, fosse decisamente antipatico, tutto preso com’era dall’ esaltare i suoi hobby così inusuali e nel rimarcare, quando non occupato a parlare velatamente bene di sé, quanto lui fosse interessante per la bellezza intrinseca e il livello culturale delle persone che frequentava. Praticamente non andava mai al bar. Usciva solo per recarsi a congressi e si rilassava analizzando finemente, col suo palato educato, lo spettro di aromi di vini d’annata. Tutto questo ovviamente durante una lettura pomeridiana del Talmud.

Tra l’altro, in un punto del dialogo (praticamente un monolgo con Levi che, stando basso sotto rete, alza la palla per le alte schiacciate di Regge), allo spunto offerto dal chimico-scrittore quando dice:

Spesso la simpatia è un modo per contrabbandare l’incompetenza. L’Italia è piena di gente simpatica che non conosce il suo mestiere. Saper tarare la controparte è un’operazione fondamentale… Pesarla… Immagino che anche tra i fisici ci sono quelli che recitano la parte

il fisico replica:

É facilissimo. Io qualche volta lo faccio per scherzo, mi diverto a posare da competente in campi in cui non assolutamente niente. Ci riesco con una facilità incredibile. Basta iformarsi prima delle parole-chiave. Come fisico sperimenale valgo poco. Una volta mi sono fatto spiegare che cosa bisogna dire a chi costruisce acceleratori. Ci sono un paio di frasi, tune shift, aumentare la corrente di iniezione, la stabilità del campo… Le ho imparate e una volta in una cena le ho tirate fuori, sono andato avanti per venti minuti.

Qui l’autocompiacimento mi sembra talmente tanto intenso da richiedere anche il sacrificio di una autodenuncia e credo vada letto come: “se non so qualcosa, sono così intelligente da poter simulare senza essere scoperto di saperne tantissimo; almeno tanto quanto i più grandi esperti di quel campo” (che, implicitamente, diventa un campo di importanza secondaria rispetto al suo). Per non parlare, poi, della richiesta di essere valutato come persona la quale, nonostante abbia trascorso tutto il suo tempo a ragionare di cose elevatissime, sa anche stare al mondo manifesando la stessa scaltrezza di uno scafatissimo gambler da saloon. Insomma, (per me) insopportabile.

Ho preso questo modello a caso, ma avrei tranquillamente potuto citare altri mille libri dello stesso tenore (con questa frase ho ceduto alla tentazione di farvi sapere che ho letto mille libri, e che la mia biblioteca è molto più ricca della vostra) nei quali viene ostentata la leggerezza di ciò che leggero non è; la facilità di ciò che facile non è.

Il problema non credo stia nell’impossibilità di trovare leggerezza e facilità in cose ritenute definitivamente pesanti e ostiche. Tutt’altro. In quanto vittima anche io di certe letture e certi miti, mi sento investito da tanto del ruolo di eroico paladino del messaggio positivo che vuole qualsiasi argomento affrontabile e godibile da chiunque.

Qui intendo piuttosto denunciare, come ho già pubblicamente fatto in diverse occasioni, l’evidente discrasia nell’atteggiamento usato da alcuni nel dire che una certa cosa dura da digerire è in reatà molto meno dura di quello che sembra, e ciò che con i loro modi esprimono davvero.

Parlo di quel modo di fare tipico di chi, piuttosto che invitarti DAVVERO a scoprirne con lui la relativa facilità di alcuni argomenti, ti sta ancora una volta dicendo che per lui è facile e che se tu, nonostante la sua spiegazione, ancora non riesci a capirli, lui non sa più che fare.” Io, genio, ho fatto di tutto per spiegarteli, ergo, se non ce la fai a seguirmi, è solo un problema della limitatezza del cervello che ti è toccato in sorte”.

Il mestiere di fisico e di astrofisico, oltreché di sicuro interessantissimo, è certamente arduo per la difficoltà stessa dei problemi che ci si prefigge di risolvere. Purtroppo, per quanto ci si sforzi di assomigliare a quei modelli – che, beninteso, è comunque bene che esistano: sono di sicuro portatori di immensa ispirazione – che, nel mentre intuiscono la curvatura dello spaziotempo, si fanno fotografare con la lingua di fuori nel fare boccacce, nella stragrande maggioranza dei casi si scopre di essere degli ottimi professionisti e nulla di più.

Tutto ciò è difficile da digerire, specie sapendo della vecchia previsione di Wharol il quale ha preconizzato che avremmo tutti, anche noi, goduto di un quarto d’ora di notorietà.

Il futuro in cui la previsione del buon Andy doveva avverarsi dovrebbe essere suppergiù il periodo che stiamo vivendo e allora, non avendo ancora (stranamente) ricevuto gli stessi inviti che furono a suo tempo fatti a Regge e Levi, ci si autoinvita sulla rete facendo articoli, post, video (e fin qui la critica è anche per il sottoscritto…) e, purtroppo, grafici di previsione dell’evoluzione dell’epidemia.

Dico purtroppo perché alla fin fine si tratta comunque di un autogoal; della traduzione grafica di un problema dall’evoluzione ancora impredicibile per l’esiguità della documentazione disponibile e per l’impossibilità di demarcare esattamente i confini entro i quali agire.

Una vecchia barzelletta, che fa ridere solo gli addetti ai lavori, metteva di fronte all’evidenza di come per un fisico sia tutto risolvibile se solo si assume che le mucche possano essere approssimate usando delle sfere.

Un esempio che mi permette di scherzare esagerando un po’ nel dire che in questa fase, il problema della diffusione dell’epidemia può forse risultare predicibile mediante un grafico sotto la sola, plausibile assunzione che il malato quadratico medio sia una sfera. Per definizione, mentre rotola nell’ambiente, lui interagisce con i suoi simili toccandoli solo in punto delle loro liscissime superfici: quello è il punto attraverso il quale avverrà il contagio!

In uno dei due articoli, l’autore, pur ammettendo quanto possa essere divertente giocare con i numeri, si chiede se

deve un non epidemiologo attento alla scienza come me cedere all’impulso di pubblicare analisi improvvisate? Se lo facessi, aggiungerei elementi importanti alla discussione o costituirei semplicemente un’altra fonte di disinformazione ammantandomi con un carattere potenzialmente pericoloso di autorità? (traduzione mia)

Gli fa eco l’autore dell’altro articolo il quale esplicitamente invita ad ignorare coloro i quali, resi dai social ancora più autocompiaciuti, mentono nell’apparire esperti capaci di dire, per vie traverse e scorciatoie grafiche, qualcosa di importante circa ciò che non conoscono, offrendo di conseguenza false ipotesi e, nel peggiore dei casi, certezze (…). L’idea avanzata in quell’articolo è che ciò accada perché sui social

ci sentiamo più protetti dalle critiche esterne. O forse la poltrona di casa è troppo comoda rispetto alla sedia della nostra scrivania in ufficio. Inoltre, i social media non sono uno luogo dove avviene la cosiddetta peer review (un processo di revisione delle idee scientifiche operato da colleghi di chi le propone che operano segretamente per conto di riviste specializzate; nota mia), e in una situazione in rapida evoluzione nessuno ci accuserà di analisi dei dati sciatte se ci abbandoniamo a tale attività (Traduzione ancora mia. Sì, modestamente, so anche tradurre).

Quest’ultimo articolo si chiude con il condivisibilissimo e importante invito a salvare il metodo scientifico che dovrebbe valere sempre e comunque, specie per chi lo ha eletto a modo di vivere e di esprimere la propria professionalità.

Non posso che trovarmi d’accordo su queste posizioni le quali fondamentalmente non fanno altro che puntare il dito sulla forte similitudine, non dichiarata, che vi è tra previsioni compiute senza aver mai studiato seriamente, da epidemiologi, cosa davvero sia una epidemia e come si siano manifestate e diffuse quelle del passato, e quelle ottenute maneggiando un mazzo di carte da tarocchi nelle quali si assume essere filtrato, per contatto, il proprio raro talento da streghe chiaramente manifestatosi sin dalla più tenera età in innumerevoli episodi (se non ci credete, chiedete a mia madre/mia zia/la mia vicina/…)

Siamo qui dunque a denunciare astrologi evoluti mascherati da astrofisici? No di sicuro, anche se in questi frangenti assistiamo ad atteggiamenti apparentati con quelli alla lontana. Ci stiamo muovendo in un ambito che con la fisica e l’epidemiologia non ha più nulla a che fare, finendo invece di diritto solo il controllo della sociologia: una disciplina che  condivide con l’epidemiologia il bisogno di avere molti più dati a disposizione.

In conclusione, avanzo un’ipotesi di lavoro. Di fronte al vero e proprio diluvio di pareri squinternati reperibili in rete ed espressi negli idiomi più imrobabili, è anche ovvio che chi nella vita fa lo scienziato si esprima, per deformazione professionale, usando elementi propri del suo linguaggio quotidiano e metodi di analisi tipici del suo modo di approcciare i problemi in generale.

Lo fanno il geometra, il pittore, la massaia, il camionista, l’impiegato, … (se fossi martello, vedrei un mondo di chiodi) e lo fa anche lui, il fisico che prova a parlare in rete risultando ad alcuni occhi impacciato, ad altri saccente. In questo coro di notizie e pareri, ne ho visti davvero di assurdi e leggendo, ad esempio, che secondo la newsletter Al Naba (L’annuncio), organo di informazione interna dell’Isis, il coronavirus

è un tormento che Dio può mandare contro chi vuole, e Lui ne ha fatto una benedizione per i credenti. Chiunque stia sulla terra, aspettando che la piaga colpisca, e sapendo che colpirà solo coloro che Dio ha scelto, per lui sarà come la ricompensa di un martire

trovo un peccato decisamente veniale non solo che i fisici e gli astrofisici pubblichino grafici con la delirante pretesa di dire qualcosa di anche solo lontanamente giusto nel superenalotto di ciò che capiterà davvero, ma anche la notizia – che evidentemente proprio non poteva non essere comunicata – della richiesta ufficiale inoltrata dal Papa a un destinatario non meglio identificato di un intervento miracoloso per la fine della pandemia.

Insomma, rimango agnostico, sorrido e giustifico chi, in maniera colta, ma forse in modo un po’ maldesto, fornisce comunque spunti di riflessione, se non medica, almeno sociologica. Mi compiaccio, poi, del fatto che almeno qui da noi si scelga di affidare chiacchiere evolute (non si può certo dire che non lo siano) ai social senza pretenderne la pericolosa pubblicazione sugli organi di stampa più letti dalla popolazione.

In fondo, è da tempo che auspichiamo una crescita della cultura scientifica della società.

Vedere comparire in un social un grafico che comunque richiede, per chi davvero decida di interpretarlo, l’attivazione di processi mentali altrimenti intorpiditi dal profluvio di giudizi tecnici incentrati solo sull’ultima partita della juve, ritengo possa essere proprio qualcosa che spinge in quella direzione.

Pungoliamo pure la rete con dosi omeopatiche di (quasi) scienza antipatica! Chissà, forse qualcosa succederà. Probabilmente si incazzeranno tutti, ma alla fine vorrà dire che avranno notato come sia possibile parlare anche di altro e che per spararla davvero grossa, per dire un certo genere di cazzate, bisogna comunque avere studiato bene e a lungo negli atenei giusti.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 14

                                     LA CULTURA É UN RESOCONTO?

Uno dei vantaggi offerti dall’abitare da tempo in uno stesso posto è che alla fine si conosce tutti, e tutti ti conoscono. C’è chi, proprio per questo, deciderai di scansare, di ignorare; e c’è chi, proprio per questo, deciderà, forse a tua insaputa, di scansarti, di ignorarti.

Se si riesce ad essere in buoni rapporti con chi nella zona davvero conta, sarai da considerare integrato: uno che, per le frequentazioni e per i dribbling che sa mettere in atto, merita di essere classificato fra coloro che (lì) sanno vivere.

É per questo che mi vanto di avere intessuto qui in zona diverse frequentazioni con quelli che qui hanno un ruolo fondamentale e tra questi c’è Simone, l’edicolante che lavora a duecento metri in linea d’aria da casa mia.

Fino a una quindicina di giorni fa lo incontravo nei fine settimana, quando sia di Sabato che di Domenica partivo da casa mia per andare a piedi a fare colazione lontano da qui, per poi passare da lui nel percorso a ritroso che prevedeva un’ultima tappa nel parco, dovrei buttavo dentro la testa la droga che lui mi passava.

Il Sabato da lui compravo il settimanale Robinson, la Mitologia per bambini che leggo con mio figlio ed eventualmente Le Scienze e Focus Junior: una rivista di divulgazione scientifica dedicata ai piccoli lettori nella quale da un annetto a questa parte viene puntualmente pubblicata una mia piccola illustrazione.

La domenica, invece, era dedicata al Sole 24 ore: un giornale che “sbucciavo” togliendogli la parte esterna di immangiabile economia per gustare il dolcissimo inserto il Domenicale protetto al suo interno

Il rapporto con Simone è negli anni diventato sempre più limpido, sempre più cristallino. La sabbia in sospensione che non ci fa sapere nulla delle vite di chi incontriamo casualmente, nel tempo si è poggiata e ora, guardando attraverso la fluidità della consuetudine, è possibile vedere senza possibilità di sbagliarsi su cosa poggiano i piedi della nostra frequentazione intermittente.

Essa si svolge stando sempre a due metri di distanza, con lui seduto dentro l’edicola ed io in piedi al suo esterno. Nei nostri incontri c’è spazio per l’ironia, lo scherzo, la lamentela o anche – perché no? – il breve discorso vacuo, quello utile a sancire che è festa e che possiamo permetterci di essere lievi e scanzonati.

Lui non si può certo dire che mi conosca, né io conosco così bene lui, ma la sua posizione gli dona un vantaggio su di me e su tutti i suoi clienti in quanto gli abbiamo tutti svelato la conoscenza dei nostri gusti in fatto di riviste e quotidiani: un elemento che nel mio caso credo mi definisca abbastanza bene e che sono felice sia diventato un tratto caratteristico della mia persona. Quello che immagino sia stato speso quando e se Simone ha mai affrontato con altri qualche straccio di discussione nella quale è venuto fuori il mio nome o la mia descrizione fisica.

Bene, da quando è iniziata l’emergenza, dovendo lui passare per andare al lavoro da questa strada dove abito, Simone mi porta a casa le mie riviste. Bussa alla porta, io apro, gli allungo i soldi e lui mette nella mia mano il malloppo cartaceo, la mia dose di letture fresche da consumare inframezzandole ai surgelati che ho nel freezer della mia libreria: in verità una ghiacciaia davvero capiente nella quale ho una scorta di carta stampata che mi potrebbe fare affrontare un intero inverno nucleare senza dover mai mettere il naso fuori.

La continuità di quelle letture, di quei “tranci freschi” – a suo tempo ho dato questo titolo alla categoria di articoli di questo blog con i quali intendevo recensire libri, articoli, spettacoli, dischi – mi ha così permesso di notare qualcosa che forse ad altri era già chiara da tempo, ma della quale non mi ero ancora coscientemente accorto.

Tutti gli inserti culturali dei giornali (dico tutti perché ogni tanto in alcuni bar ho potuto sfogliare anche quelli proposti dagli altri quotidiani) si sono trasformati in pagine di recensioni, appunto.

Non so quando tutto ciò sia accaduto; non so quale sia stato il momento esatto, se di un momento particolare si è trattato, in cui la trasformazione è avvenuta; l’istante esatto in cui è stato attivato lo scambio tra i binari lungo i quali correva veloce il treno del dibattio culturale. Probabilmente si è trattato di un processo graduale, soffice, dai tempi scala evolutivi che ricordano quelli biologici. Comunque sia andata, oramai mi sembra di poter affermare che la realtà sia questa.

Pare quasi che non si possa dire, pensare, litigare su qualcosa se prima qualcuno non ha deciso di rendere quel qualcosa libro, disco, opera, mostra, spettacolo.

Beninteso: la mia non è una lamentela, o perlomeno non lo è del tutto: essendo anche io parte di quella filiera di produzione, non posso certo dolermi di un sistema importantissimo, utile a diffondere la notizia della nascita di un coagulo concreto di idee che abbisogna dell’attenzione del pubblico.

Non posso però fare a meno di denunciare l’assenza di qualcosa per me fondamentale: il pensiero per il pensiero e slegato da logiche aventi a che fare sempre e comunque col prodotto, con l’oggetto, con qualcosa dal valore economico e magari dal peso materiale ben definiti.

Le pagine della cultura che ricordo nei giornali che portava a casa mio padre parlavano di concetti tout court. In quegli articoli, un esperto o qualcuno ritenuto tale si interrogava su un tema importante per il dibattito all’epoca contemporaneo (a volte diventava importante proprio a partire dalla pubblicazione di quell’articolo) e, pur essendoci in essi spazio per citazioni precise di opere già pubblicate e disponibili per la vendita, ad esse veniva affidata una funzione del tutto diversa: bisognava intenderle come indirizzi lungo la strada che avrebbe condotto alla comprensione definitiva dell’articolo e non, come sempre si fa oggi, come indicazioni di un GPS che ti accompagnano fino alla libreria, al negozio di dischi o al botteghino dove poter acquistare il libro, il CD, il biglietto.

Poter pensare slegando ogni tanto la mente dall’oggetto e dal già detto prima da qualcuno, facendo così credere che si possa parlare di idee solo a posteriori, solo quando grazie a un autore e a un editore esse sono diventate solide, credo fosse il polso di una grande libertà intellettuale. Un polso che nessuno prendeva perché non ce n’era bisogno, ma che oggi mi sembra allarmarci con qualche linea di febbre oltre oltre la temperatura normale.

In questa fase storica appena iniziata, le novità culturali in uscita hanno temporaneamente perso la loro appetibilità materiale. L’impossibilità oggettiva di recarsi a vederle appena nate nella loro culla d’ospedale dove alle volte complimentarsi con i genitori durante le presentazioni live organizzate in librerie, locali e centri culturali comporta che si pensi più all’idea del libro che non alla sua forma, al suo peso, al suo umero di pagine.

Forse, allora, proprio a causa dell’emergenza sanitaria, il concetto puro conoscerà una nuova stagione in cui rivendicherà il ruolo di protagonista assoluto della scena che gli spetta anche se, immagino, sarà qualcosa che, sempre che si verifichi, prenderà giusto il tempo necessario per consentire al mondo del mercato culturale on-line di riorganizzarsi.

Nel frattempo è probabile che ci sia spazio per un revival delle idee pure e della ragion pura che le genera. Quella che ogni tanto può e deve necessariamente trascendere dalle altre della ragion pratica, della vendita di prodotti che sono bellissime ma pallide approssimazione della prima.

Ed è così che, grazie alla consegna a domicilio del Domenicale di ieri ho avuto il privilegio di aggiungere un nuovo punto nel mio grafico dell’evoluzione della specie inserto culturale. Ho così modo di rivelarvi che l’osservazione del nuovo campione si è rivelata fruttuosissima in quanto mi ha consentito di assistere in tempo reale alla nascita di una prima gemma primaverile che fa ben sperare per questa timida stagione, per questo cambio biologico dell’editoria.

Il taglio basso di pagina IX, dedicata insieme alla VIII a “Scienza e Filosofia” (pagine che più di altre mi interessano e che quindi ho monitorato con maggiore attenzione negli ultimi anni), è occupato dal timido ma garbato articoletto di tale Nunzio Galantino intitolato “C’è buio, ma sorgerà la luce”.

L’ho letto, scoprendo così che non si riferisce a niente che non sia la semplice e pura analisi del concetto di buio e di tenebra. Sì, lo so: potrebbe essere considerata la metafora della recensione del tempo che viviamo (e in effetti lo è), ma è proprio quello che mi aspetto da un articolo di un inserto dedicato all’analisi del presente e non alla sua cronaca pedissequa.

Ho deciso di non proporvi qui il suo riassunto perché temo che se lo facessi, mi troverei a buttare giù un numero di battute confrontabile con quello di quel breve scritto, ma sono qui, gaudium magnum!, a dirvi… recensendolo, che esiste! Che è nato!

L’analisi del buio diventa forse scaturigine di nuove possibilità e rimanda veloci all’Erebo, al Tartaro di esiodea memoria dal quale si spera riemergerà una nuova, Gaia, entusiasmante stagione di pensieri in libertà: pensieri figli di Crono, figli del tempo che stiamo vivendo e che si opporrano all’opprimente onnipresenza del paterno (per noi autori) mercato con le sue regole invasive e Uraniche.

 

SZ

 

 

 

 

Odore primaverile, umore autunnale

Questo è un video da considerasi a tutti gli effetti astronomico, quindi facente parte della mia serie “La -logìa degli Astri”, in quanto precede di poco quello che sto per pubblicare sull’equinozio, quel momento dell’anno che segna proprio l’inizio di questa stagione.

Precede di poco anche quelli che farò sulla costellazione dei Pesci nella quale si trova il cosiddetto “punto gamma”, incrocio tra eclittica e piano equatoriale in corrispondenza del quale si ha l’equinozio, appunto.

In realtà, si tratta di un video che potrebbe benissimo appartenere anche alle Cronache Virus che giornalmente sto pubblicando in  quanto chiaramente ispirato dalla malinconia di una stagione che quest’anno, sotto il suo classico, fragoroso e fuorvianete trionfo di colori e odori, cela un pericolo mortale.

Di solito si suol dire che “la bellezza ci salverà”.

In generale sono anche io portato a crederlo, ma stavolta temo che più che guardare il bello della Natura, sia meglio guardarsene.

Buon ascolto.

E in bocca al lupo.

 

SZ

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 11

                            PANACEE MODERNE IN UNA MILOCCA DEL NORD

L‘atroieri sera, a letto, tra i fumi del sonno, ho colto di sfuggita in un TG la voce di qualcuno che paventava una possibile, ulteriore stretta del governo sulle uscite di casa.

Come era del resto facile immaginare, si annunciava il possibile arrivo di una disposizione che avrebbe regolamentato finanche le uscite per andare a fare la spesa o per andare in farmacia.

Comprensibilmente intimorito da questa prospettiva, la mattina dopo, di buon ora, mi sono precipitato a rinnovare le mie scorte.

Purtroppo mi è apparso subito chiaro che quella notizia l’avevano sentita in tanti: già all’ora di apertura mi sono infatti ritrovato ad essere uno dei tanti anelli di una lunghissima catena umana in fila davanti al centro commerciale a circa un chilometro da casa mia.

Piccolo antefatto: giorni fa mi ha contattato in chat Marcello Catanzaro, giovanissimo sindaco di Isnello, paesino del palermitano dove ho vissuto per un anno e mezzo, col quale sono rimasto in ottimi rapporti.

In quell’occasione mi ha confidato che è sua intenzione creare una specie di biblioteca on-line di videoletture da mettere a disposizione sul sito del comune e che, per farlo, stava contattando varie persone invitandole a registrare brevi puntate video con le quali esaurire la lettura di un libro a loro scelta.

Inutile dirlo, la sua iniziativa mi è piaciuta parecchio e, avendo valutato la possibilità di dover attendere a lungo prima di poter fare la mia spesa, lì al supermercato mi ero portato da leggere un libro che mi sembrava potesse andare bene per quel progetto.

Usando il carrello a mo’ di scudo così da costringere tutti quelli che, salmonati, risalivano la lunga fiumana di persone in fila a starmi a quella famosa distanza di sicurezza di almeno un metro – sembra che questo sia sempre e solo un problema mio. Nonostante lo spazio, loro ti passerebbero tutti a due cm e sembra quasi che a spingerli sia la voglia di scoprire la tua faccia contrariata così da regalarsi un’ulteriore incazzatura – ho avuto tempo di immergermi nella lettura dei Racconti fantastici di Pirandello.

Quello col quale il libro principia mi ha subito colpito per la sua casuale capacità di accordarsi finemente al periodo che stiamo vivendo. Intitolato Acqua e lì, parte strizzando l’occhio al lettore al quale l’autore chiede se ricorda Milocca

“beato paese, dove non c’è pericolo che la civiltà debba un giorno o l’altro arrivare, guardato com’è dai suoi sapientissimi amministratori? Prevedono costoro, dai continui progressi della scienza, nuove e sempre maggiori scoperte, e lasciano intanto Milocca senz’acqua e senza luce”

Una nota a pie’di pagina mi illumina: nell’ironico racconto Le sorprese della scienza contenuto nella raccolta Novelle per un anno, Pirandello aveva già parlato di quella frazione del nisseno che oggi ha per nome Milena, puntando il dito sulla vacuità di chi, secondo lui, confida nella scienza per risolvere problemi pratici.

Il racconto è presto riassunto svelando che si tratta di una trappola narrativa costruita ad arte nella quale la scienza rimane fatalmente incastrata, impersonata com’è dal povero dottor Calajò

che pare goda nel mondo dei medici (fuori, s’intende, del paese) d’una bella reputazione per certi suoi contributi, come li chiamano, allo studio di non so quali malattie, oggi come oggi, disgraziatamente incurabili. Ma perché mai può esser fatta la scienza medica? Per essere applicata, crede ingenuamente il dottor Calajò

A incastrarlo, oltre agli eventi e alla sua attenzione maniacale per la ricerca che lo distrae dalla vita familiare, vi è anche

un certo Piccaglione (…) che è proprio il medico che ci vuole per Milocca: non ha laurea, non la pretende a scienziato, non compromette in nessun modo la scienza, …

Il racconto finisce così come è iniziato, ovvero con la vittoria totale del secondo. La sua, nonostante egli sia costretto ad abbandonare il paese, è addirittura una vittoria morale: perché Piccaglione, il quale

“tutta la sua farmacia la porta in tasca, in una scatola che s’apre come un libro, da una parte e dall’altra scompartita in tante caselline, ciascuna con un tubetto pieno di pallottoline di zucchero intrise d’alcool con le essenze omeopatiche”

guarisce tutti, o quantomeno non li ammazza come invece fa fare Pirandello al Calajò e alla sua scienza medica.

Correva l’anno 1923, praticamente un secolo fa, e volendo a tutti i costi giustificare il buon Luigi che di cose memorabili ne ha fatte davvero tante, mi sforzo di immaginare possibili giustificazioni per la sua presa di posizione così apertamente antiscientista che immagino molto deve alle posizioni del Croce che in quegli anni, litigando con il matematico Enriquez, combatteva il pensiero scientifico.

Posso allora immaginare come i tentativi della scienza medica, all’epoca ancora goffi in tante situazioni, si dimostrassero molto meno efficaci, specie nel guarire malati immaginari, delle magherìe messe in atto da sedicenti guaritori sciamanici che abitavano le contrade misconosciute dell’entroterra italico.

Non so perché, ma mi è sembrato di vederla, la Milocca di Pirandello. Per un attimo fugace mi è parso di vivere lì e di vedere dalla finestra uno, due, dieci Piccaglione che, nonostante gli inviti a starsene a casa, se ne vanno a spasso. Questo mentre i vari e reali Calajò – quelli che nel frattempo sono stati visti fra noi, infettarsi con noi e spesso morire prima di noi, dimostrandoci definitivamente che non vivono affatto in lontane torri d’avorio – sono stati tutti richiamati a dare una mano negli ospedali per tentare di fronteggiare l’emergenza.

Mi è sembrata di vivere lì e a quel tempo perché, pur se tutti sottoposti ai continui richiami emessi dagli altoparlanti del centro commerciale che a gran voce invitavano la gentile clientela a tenere la distanza di sicurezza, in più occasioni diverse persone mi si sono avvicinate costringendomi a rinnovare l’invito a starsene lontane.

Una di loro, una giovane signora che mi si è accostata chiedendomi se avessi visto non so quale prodotto, evidentemene interdetta per il mio invito a mantenere una distanza adeguata, mi ha detto con un candore disarmante:

“Io almeno ho la mascherina”

e lì mi è sembrato finalmente di capire cosa anima chi, vedendoti a volto scoperto (in tutte le farmacie dove ho cercato  ‘ste benedette mascherine, mi hanno risposto che le avevano terminate…), ti si avvicina così tanto, noncurante delle raccomandazioni ripetute fino alla noia da tv, giornali, operatori sanitari, …

Forse la vista del mio volto scoperto stimola la voglia irrefrenabile di chi invece ha quella protezione di autogratificarsi esibendo ciò che, oramai introvabile, è diventato il nuovo Rolex, il nuovo visone da mostrare con un misto di esibizionismo e di paternalismo compiaciuto e biasimante nei confronti di chi come me, povero idiota, sta rischiando così tanto.

Sarà per il fatto di essere una protezione che ha anche il carattere di indumento molto visibile, quindi un oggetto particolarmente adatto a diventare un capo di moda, fatto sta che, ne sono certo, se Roland Barthes fosse stato ancora fra noi, non avrebbe perso l’occasione di eternare quel tenero presidio medico riconoscendogli il valore di ulteriore mito d’oggi.

Non so, forse hanno ragione i mascherati e tutti colori i quali non si curano del male e vanno avanti. In ogni caso, trovando opportuno ogni tanto mandare in ferie sia il pensiero laterale che e soprattutto quello dietrologico (entrambi potrebbero portare a ipotizzare chissà quali magagne grazie alle quali da tutto ciò guadagnano alcune lobby oscure), decido di affidarmi agli articoli scritti da alcuni colleghi di Calajò nei quali si dice chiaramente che quel presidio non elimina il pericolo di contagio dal virus, avendo il solo effetto di diminuirne il rischio.

Ad esempio, nel sito http://www.salute.gov.it, si trova:

“Per prevenire il rischio di infezione da nuovo coronavirus è prioritario curare l’igiene delle mani e delle secrezioni respiratorie. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di indossare una mascherina solo se sospetti di aver contratto il nuovo coronavirus e presenti sintomi quali tosse o starnuti, oppure se ti prendi cura di una persona con sospetta infezione da nuovo coronavirus. L’uso della mascherina aiuta a limitare la diffusione del virus ma deve essere adottata in aggiunta ad altre misure di igiene respiratoria e delle mani. Non è utile indossare più mascherine sovrapposte.”

Un punto di vista condiviso dal professore Walter Ricciardi, componente del comitato esecutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e consigliere del ministro della Salute, il quale dalle pagine del Corriere della Sera fa sapere che:

«Quelle di garza, che vanno a ruba, servono come misura di precauzione. Quelle sofisticate, che hanno dei filtri, servono a proteggere gli operatori sanitari».

Gli fa eco il presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani (Fofi), Andrea Mandelli secondo il quale

«Bastano le misure di igiene (lavare le mani) ed evitare i contatti ravvicinati, come per l’influenza, mentre (le mascherine, n.d.r.) sono necessarie a chi è già malato per evitare di diffondere i patogeni».

E allora mi torna in mente il risultato di una recente ricerca che credo abbia allarmato un po’ tutti, secondo la quale gli studenti italiani hanno, tra gli altri, un grosso problema di comprensione di ciò che leggono. A questo punto credo di essere autorizzato a pensare  che la stessa ricerca condotta su un campione di adulti non darebbe risultati migliori.

Il racconto di Pirandello si chiude con il povero Calajò al quale un collega più giovane suggerisce di dare ai Milocchesi, come del resto faceva il più furbo Piccaglione, né più, né meno quello che vogliono. Dice, infatti:

(…) e lei, scusi, perché non si mette a fare il medico come lo vogliono a Milocca? Acqua e lì!

-Come, acqua e lì? – domanda stordito Calajò. E quello: Ma sì, illustre collega, acqua, acqua naturale, tinta in rosso o in verde da qualche sciroppino, e lì!

E allora sapete che vi dico?

Mascherina, e lì sia!

 

SZ

 

 

 

 

 

Molto in fondo, A dAstra

Out-to-lunch-con-stelleIeri sera ho opposto una strenua resistenza alle lusinghe del letto e, nonostante l’ora (erano le 21:00), tre uova strapazzate, una insalatona, mezzo bicchiere di vino rosso e una mela che hanno tentato per tutto il tempo di riportarmi gravitazionalmente sul divano, ho optato per il cinema.

Andare a vedere film di fantascienza, da astrofisico-divulgatore-ecc, lo considero un dovere che qualche volta si rivela pure un piacere. In ogni caso, io DEVO vedere queste produzioni, altrimenti di cosa parlo alle feste?

Sono andato da solo: il tentativo compiuto alcuni giorni fa di trovare qualcuno interessanto a vedere Ad Astra aveva sortito effetti così deludenti da non voler provare più il sapore della sconfitta, e ho preferito tenermi in bocca quello della cena decidendo così di andare in mia compagnia: ieri sera, almeno, ero abbastanza d’accordo con me stesso (anche se il divano…) e non potevo lasciarmi sfuggire la rara occasione.

Arrivato lì, ho scoperto che molti altri avevano invano invitato gli amici: eravamo davvero in pochi, riuniti in una sala enorme di un cinema dal nome che è esso stesso glorificazione della fantascienza: The space.

È per questo che proprio non capisco come mai le poche persone presenti avevano tutti posti assegnati gli uni vicini-vicini agli altri. C’era un sacco di space libero, ma io sono caduto nel campo gavitazionale di un signore che è venuto a sedersi alla mia destra e che di uova evidentemente ne aveva mangiate molte, ma molte più di me.

Risultato: finché lui non ha deciso, purtoppo solo a film finito, di andarsene a casa, non sono proprio riuscito ad abbandonare il mio posto per andare a colonizzare pionieristicamente una delle tante regioni disabitate di quell’ambiente.

Dopo una infilata di pubblicità così lunga da avermi fatto temere di avere sbagliato sala, finalmente è iniziato il film che, pare, avevo scelto e giuro che, dopo tutto quel tempo e un po’ di oblio – ero chiaramente invecchiato rispetto a quando avevo fatto il mio glorioso ingresso nella sala – è stato bello ricordarmi perché mi trovassi lì.

E qui inizia la vera narrazione, resa interessante dal mio sonnecchiare generato dalle uova, dall’insalatona, dal vino, dalla mela, dal ronfare del corpo autogravitante del mio vicino che deformava lo SPACE-tempo della poltrona adiacente alla mia, dalla pubblicità e dalla comodissima imbottitura della mia poltrona che mi invitava con insistenza a chiudere le palpebre.

Tra i fumi del sonno, negli sprazzi di semicoscienza intermittente prima del buio totale, (sprazzi che oramai caratterizzano tutte le mie serate), ho visto cose che voi rimasti a casa non potrete immaginare.

Ho visto, o almeno credo di avere visto, una struttura attorno alla Terra che inizialmene pensavo fosse la versione futuristica e ipercazzuta della stazione spaziale internazionale e che poi invece si è rivelata una torre così alta da arrivare nello spazio, ad almeno una altezza di un centinaio di chilometri dal suolo.

Ricordo di essermi detto nel dormiverglia che di sicuro dovevo aver visto male. Su un pianeta come il nostro che, con la sua gravità, non consentirebbe mai e poi mai a una struttura, naturale o artificiale che sia, di spingersi oltre più o meno dieci chilometri, una specie di ipertraliccio di quel tipo sarebbe subito crollato frustando una intera regione grande come il Molise (povero: neanche il tempo di iniziare ad esistere che subito si trova a essere sommerso dalla ferraglia…)

Out-to-launch-con-stelle

Su questa torre, i terrestri, anzi, a questo punto, per l’imponenza di quella struttura, li chiamerei i torrestri, si muovevano con la stessa disinvoltura con la quale andreste a comprare un’acqua tonica in spiaggia a Fregene in un qualsiasi giorno di Agosto diverso dal 15 (escludo Ferragosto perché, una volta trovato un po’ di spazio in spiaggia, rinuncereste alla tonica pur di non lasciarlo ad altri e desiderereste trovarvi nello spazio, magari su una torre).

Ho visto (al solito, credo di aver visto) i raggi cosmici balenare nel buio alle porte di Nettuno e arrivare su quella torre sconvolgendola e sconvolgendo pure l’intero nostro pianeta: una salva di protoni e radiazione gamma tale da far pensare che il nostro Sole avesse generato un flare alquanto anomalo o che, non più… solo, avesse finalmente trovato una compagna vicina divenuta una specie di supernova in preda a uno strano climaterio stellare.

Ho visto (ho creduto di avere visto) navi mercantili abitate da incazzatissime scimmie da esperimento al largo dei bastioni di Giove, o giù di lì.

Ho visto anche un brachicardico-tardigrado di dimensioni umane, eroe figlio di eroe, che si trovava a suo agio quasi ovunque: in un profondo lago marziano (!); su un rover lunare lanciato a velocità folle e speronato dai pirati che infestavano il nostro saltellite naturale; nella sala d’aspetto dell’agenzia delle entrate; … Insomma, stava bene ovunque e comunque, ma non a letto con la bella Liv Tyler.

Per inciso, la recitazione del Pitt Brad ricorda qui quelle della bellissima Bellucci impegnata in qualcuna delle sue interpretazioni più intense. Imperdibile.

Ho visto poi un Tommy Lee Jones, nel film padre dell’eroe, truccato così tanto bene da  sembrare una delle scimmie da esperimento di cui sopra.

Credo di aver visto tutto ciò soltanto grazie a interruzioni del mio sonno provocate da scossoni gravitazionali generati dalla precessione dell’ingente massa alla mia destra. A ogni giro, simile a una pulsar,  da una zona vicino al suo polo nord emetteva sibili e rantoli tipici di chi lottava per rimanere sveglio, contrastato nel suo progetto da un quantitativo di cibo molto più impegnativo delle mie tre uova strapazzate.

Non oso pensare cosa sia successo durante la notte dalle parti del suo polo sud.

Durante una di queste brevi veglie, mi è parso anche di capire che la fonte di quei raggi cosmici che investivano la Terra provocando incredibili sbalzi di tensione seguiti da black out, quindi morti, feriti e altri disagi, fosse proprio l’astronave di Tommy Lee Jones. Per un problema tecnico non ricordo più di quale natura, quella specie di camper spaziale ogni tot inondava l’intero sistema solare di emissioni che, pur se spegnessimo tutti i frullatori, i tostapane e le macchinette da caffè del mondo, nemmeno al CERN riuscirebbero a generare.

Si-loca-con-stelle

Ecco, lì confesso che sono stato davvero sul punto di andare a casa a finire il mio sonno in un  sistema di riferimento che, pur essendo qui sulla Terra, lontano dal mio vicino avrei pure potuto definire “inerziale”.

Ma ho scelto di rimanere (in realtà non possedevo una adeguata velocità di fuga per fuggire via dalla massa planetaria vicina che mi teneva avvinto) perché mi piace soffrire e devo dire che ho fatto proprio bene.

Sì, perché in questo pot-pourri di elementi ripresi da classiconi come Solaris, 2001 Odissea nello spazio (alcune scene di lui nell’astronave con i riflessi delle elettroniche sul casco non potevano non richiamare Frank Bowman alle prese con Hal 9000), Space Cowboy*; con musiche che, per genere, tentano di replicare il successo di quelle bellissime di Interstellar, con Pitt che, come il Clooney di Gravity se ne va con gran disinvoltura a spasso tra gli anelli di Nettuno, facendosi scudo con un cofano di Bianchina di fantozziana memoria, … c’è stato spazio per qualcosa di interessante, che val la pena dire qui.

Nei film di fantascienza spaziale ci hanno abituato a vedere gli arredamenti delle astronavi come qualcosa di davvero lontano dalla nostra esperienza terrestre. In questo film, invece, mi ha colpito l’aspetto dell’interno dell’astronave nella quale Tommy Lee Jones da un trentennio scrutava il cosmo alla ricerca di vita extraterrestre.

Mi si conceda una piccola divagazione. Tantissimi anni fa, qui a Bologna mi è capitato di andare dal dentista della mutua che all’epoca era dalle parti di via XXI Aprile. Una volta entrato, abituato all’idea di studio dentistico che mi ero fatto quando a pagare le cure erano i miei genitori, ebbi una sensazione straniante: lo studio appariva fatiscente, con attrezzature vecchie, brutte, da museo dell’odontoiatria.

Si trattava, per questo, di un ambiente molto vero, forse più vero di quelli moderni, e magari il dottore era il più bravo di tutti quelli da me incontrati in precedenza ma, oramai satollo di verità – il mio dente pulsava con la violenza e la schiettezza di un film neorealista – decisi di fuggire via per andare a farmi debiti altrove.

Insomma, anche il dente ogni tanto ascolta l’occhio che pretende la sua parte.

Alcuni interni di quell’astronave parcheggiata da trent’anni nell’orbita di Nettuno mi hanno restituito quell’idea di vecchio, di malandato, di superato. Una inadeguatezza tecnologica che mai nessun regista aveva messo così a nudo nei numerosi film di fantascienza spaziale che ho visto.

Similmente, a un certo punto, anche l’inscalfibile eroe tardigrado brachicardico nel film cede e viene smascherato con tutte le sue umane debolezze che, anche queste, a mio parere non erano mai state messe così bene in evidenza – forse a funzionare è stato proprio il contrasto con la freddezza fino a quel momento ostentata dal personaggio – in altre produzioni cinematografiche. Lo spazio è immenso ma, diversamente da quello che succede nel cinema nel quale mi trovavo, ciò che manca a chi si avventura lontano dalla Terra è il contatto con l’altro.

Ci-siamo-trasferiti-al-civico

Ieri sera l’universo mi è apparso per quello che ora mi sembra ragionevole che sia: contrariamente a quanto sostengono i seguaci del principio antropico, nel film esso si mostrava per nulla fatto su misura per noi o, se preferite, noi umani apparivamo ancora del tutto inadatti a stare stare dentro il cosmo senza i paesaggi terrestri e un bel po’ di nostri simili a rompere le balle.

La sensazione netta è stata che l’unico luogo naturale di aristotelica memoria dove possiamo stare fosse la Terra e che, se davvero c’è un altro posto simile a questo, il tentativo di raggiungerlo al momento è un suicidio: si tratterebbe di un viaggio capace di distruggerci dentro e fuori.

Mentre sulla Terra invecchiamo sullo sfondo di un mondo che si rinnova e di una tecnologia che di giorno in giorno muta, migliorando se stessa e la qualità della nostra vita, nei lunghi anni di viaggio per raggiungere un pianeta lontano capace di ospitarci, invecchieremmo dentro un ambiente che invecchia con noi, assumendo sempre più l’aspetto dello studio del dentista della mutua.

“Ciò che non uccide fortifica”, recita un detto. In realtà, se l’universo ti fa il torto di non ucciderti, vuol dire che ha deciso di indebolirti mentalmente, oltre che fisicamente, e l’aver posto i riflettori su questa dimensione così disumana di ciò che invece i film di fantascienza hanno fino a oggi tenuto a far apparire alla nostra portata, credo sia la vera cifra di questo film perlopiù mediocre (mi riservo comunque di rivederlo a stomaco vuoto o dopo un pasto leggero. Le mie frequenti assenze cognitive di quella sera, per quanto giustificate, non dovrebbero consentirmi di essere così definitivo nel giudizio).

In esso, la ricerca del padre dato per morto e poi ritrovato vivo e vegeto (anche se un po’ defunto dentro) molto lontano da tutto il consesso umano, la voglia di rivederlo, l’enorme difficoltà a lasciarlo andare nonostante, essendo “più di là che di qua”, non appartenesse più al mondo sul quale lo si voleva riportare, mi hanno fatto capire ancora una volta quanto, nonostante i ventidue anni oramai trascorsi dalla sua morte, sia ancora per me irrisolto il problema del distacco da mio padre.

Inoltre sono più di sei anni che questo pensiero si è intrecciato finemente con un altro che pure il film ha evidenziato: sono spesso aggredito dalla consapevolezza che un giorno sarò costretto, per decorrenza dei termini, ad allontanarmi da mio figlio. Si tratta di un incubo normale; un’idea ricorrente che, ne sono sicuro, aggredisce spesso tutti i genitori e le due cose, ovvero la morte dei nostri genitori e la consapevolezza che morendo, toccherà anche a noi lasciare i nostri figli, si mescolano rivelandoci quanto siamo soli. Se poi questi pensieri li si pone non sulla quinta di una piazza popolata e festosa di una domenica mattina, ma sul drappo nero del buio cosmico, la nostra esistenza solitaria diventa incontestabilmente pesante, chiara, definitiva.

É quindi un film di fantascienza, ma che ha per argomenti anche la fragilità umana e il rapporto padre-figlio: un argomento di cui parlo anche io nel mio spettacolo Giovannino e il Cosmo, una favola astronomico-musicale alla Prokofiev nella quale sottolineo l’importanza di un rapporto importantissimo, quello padri-figli, del quale ancora pochi parlano nella maniera adeguata e dandone l’importanza che merita.

In preda a simili pensieri, a un certo punto mi è sembrato addirittura soave ciò che di solito aborro: sono stato grato al crokkiare di patatine, nachos, pop corn e al turbinare rumoroso delle ultime gocce rimaste negli scaldabagni di cartone che impropriamente al bar del cinema chiamano bicchieri di coca: un repertorio di cacofonie che mi ha ricordato la presenza ingombrante, quindi (solo) per una volta gradita, degli altri spettatori nel The Space.

Vendesi-per-cessata-attività-respiratoria

Finanche la geometria perturbata dello SPACE-tempo della mia poltrona, dolcemente digradante verso il mio ingombrante vicino, mi ha donato per un fugacissimo, meraviglioso istante la gioia di vivere in una buca di potenziale popolata da un altro umano dal corpo politropico, evidentemente degenere.

La morale del film, da me seguito tra una ronfata e l’altra, in definitiva credo fosse il recupero di un’umanità inespressa che l’eroe celava dentro, da qualche parte. Una volta tornato a casa, distrutto nel corpo e nella mente, egli ritrova anche la giusta dimensione sentimentale con la sua ex – una dimensione che la sua precedente esperienza familiare non gli aveva permesso di sondare in modo adeguato – riuscendo finalmente ad apprezzare, lui che aveva sempre viaggiato nell’alto dei cieli, la vita terrena.

Credo sia una storia che segna un interessante (non bello. Interessante) ritorno a una dimensione sociale, sentimentale, romantica, un po’alla Bradbury di Cronache Marziane, di fare film di fantascienza in aperto contrasto con lo scientismo di capolavori come Interstellar, una pellicola a mio parere ancora insuperata.

Riprende un modo di interpretare la fantascienza spaziale non tanto come incursione dello spazio nelle faccende umane, ma come proiezione alla Star Trek dei classici topoi narrativi sul drappo buio del cosmo.

E, a causa di tre uova strapazzate, un’insalatona, mezzo bicchiere di vino rosso e una mela, ho rischiato che tutti questi momenti finissero per andare perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.

Poi è stato (finalmente) tempo di dormire.

 

SZ

 

*) il buon Davide Alboresi Lenzi, amico astrofilo che ho incontrato al cinema, mi ha fatto notare che una foto di Tommy Lee Jones mostrata nel film è stata scattata proprio durante le riprese di quella fortunata, simpatica produzione

 

 

 

Le parole e le cose vive

 

 

crittoDNA

Fa impressione leggere certe notizie in prossimità della santa pasqua. No, non parlo di attentati o altri drammi oramai quotidiani. Pur capaci di fare ancora notizia sui giornali, sono oggetto di statistiche1 che ne ridimensionano l’importanza, ma ovviamente questo ridimensionamento è appannaggio solo di chi a) non cade vittima degli attentati e b) le statistiche le legge e non di chi invece si lascia puntualmente catturare dalla trappola emotiva della notizia che tanto indigna, fa vendere giornali e fa vincere elezioni.

La notizia alla quale mi riferisco è invece la seguente: Craig Venter, lo Steve Jobs o il Bill Gates della biologia (il calzante paragone lo prendo in prestito da Odifreddi2), ha annunciato di aver creato con la sua equipe un batterio che possiede un corredo minimo di geni, circa 500, quelli davvero essenziali per consentire a un organismo, seppur semplicissimo, di espletare tutte le funzioni vitali di base3.

Pur non essendo affatto religioso, nel leggere questa notizia mi è riaffiorato alla mente il famoso passo della Bibbia (Genesi, 2, 18):

Allora il signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati.

In esso troviamo un Adamo appena creato che non posso fare a meno di immaginare un bel po’ intontito per l’essersi ritrovato, senza averlo mai desiderato, unico arbitro di uno strano spettacolo alla X-Factor: orde di animali gli passano davanti in attesa di ricevere da lui un nome. E come biasimarlo per l’intontimento? É entrato in scena al punto 7, quindi poche righe prima del punto 18 cui faccio riferimento, e ancora non ha avuto nemmeno tempo e modo di capire cosa un desiderio sia, né se gli interessi davvero trovare ‘sti nuovi nomi.

In ogni caso, il mio lontanissimo antentato, un novello Linneo, pare possedesse già un linguaggio adeguato e una fervida fantasia che in quell’occasione esercitò in modo creativo. Al passare degli animali sul “palco” di fronte a lui, elaborò nomi sempre originali e condivisibili (ancora li condividiamo).

InfoNascoste-RecoveredTrovo l’idea affascinante: ogni partizione del reale diventa davvero tale solo dopo essere stata dotata di un nome. Guarda caso, l’inizio di tutto è il verbo (anzi, il sostantivo…) e l’unica eccezione a questo discorso poietico è proprio Dio che, indipendentemente dall’avere un nome, “è colui che è” e che riesce a essere se stesso anche senza che qualcuno per comodità lo indichi col semplice nome che gli abbiamo dato. I nomi degli animali inventati da Adamo qui assumono quasi il ruolo di una misura fisica ante litteram e in effetti, qualche millennio dopo, i termini latini usati per indicare gli elementi del reale diverranno vere e proprie formule tra le meno ambigue per identificare con una precisione crescente l’appartenenza di piante/animali/fenomeni a categorie più generali.

Prima dell’intervento di altre categorie ancora, quelle proprie della scienza, l’estensione delle cose, il loro inizio e la loro fine nel tempo e nello spazio, era sancito dal loro nome. Il vocabolario era il catalogo del mondo e i confini dell’esistente erano dati dalla prima e dall’ultima lettera usate per scriverli e dal primo e dall’ultimo suono usati per pronuncialri. I confini degli enti erano quindi sovrapponibili ai confini delle stesse parole usate per chiamarli in causa.

Replicazione-RecoveredLa tassonomia assunse così il ruolo di una complicata geografia dell’esistente che si serviva di descrizioni verbali sintetiche destinate poi a sgretolarsi per lasciare spazio alle strane sigle della chimica e ai numeri della fisica. Un processo mai terminato e colto brillantemente nel suo divenire dall’occhio vigile di Foucault il quale ha rivelato il processo di adattamento del linguaggio alla realtà in tutta la sua potenzialità (episteme), ponendo così le basi per una archeologia del sapere4.

Il concetto di Dio non è però l’unico ad essere sempre sfuggito alla regola dell’ingresso nell’esistenza tramite le etichette da noi elaborate. Pur vedendosene assegnato uno, anche il fenomeno “vita” ha rivestito il ruolo di eccezione: sappiamo cosa definire “vivo”, ma lo facciamo solo servendoci di un educato buon senso e, se ci venisse chiesto cosa davvero sia la vita, scopriremmo che oltre a darne una descrizione generica, non sappiamo fare molto di più.

Il giornalista Bob Holmes condusse nel 1998 un interessante esperimento5: chiamò al telefono diversi biologi chiedendo a tutti di dare una loro definizione di “vita”. Ciò che scoprì è che nessuna delle definizioni proposte coincideva con le altre mettendo così in evidenza quale sia il primo problema col quale si ha a che fare quando, ad esempio, si cerca di capire se siamo soli nel cosmo: non sappiamo davvero cosa cercare, se non copie di noi stessi, in quanto non sappiamo, anzi, non sapevamo cosa sia la vita.

Oggi, finalmente, dopo aver compiuto innumerevoli tentativi (si veda, ad esempio, quello storico, estremamente interessante a opera di E. Schrödinger6) e proprio nel giorno in cui i cristiani festeggiano la resurrezione del loro dio, giunge notizia della creazione in laboratorio di un una nuova cellula artificiale: un organismo minimo, un compresso mp3 biologico; una specie di mini-golem ottenuto plasmando la materia e privo di particolari attributi.

Come l’articolo pubblicato su Science spiega, esso è stato ottenuto in dieci anni di lavoro durante i quali si è provveduto a semplificare sempre più il patrimonio genetico dei prodotti via via creati artificialmente alla ricerca di una essenzialità che ricorda quella già desiderata in campo fisico: particelle elementari per capire su cosa poggia la realtà tutta; organismi elementari per capire cosa è vivo e cosa non lo è.

La notizia immagino costituisca l’inizio di un percorso che in un futuro non molto lontano ci condurrà a creare in laboratorio un vero e proprio organismo vivente. Il Dio della Bibbia era curioso di vedere come Adamo, la sua creazione migliore (?), una sorta di magazziniere o di impiegato del catasto, avrebbe “schedulato” le altre sue creazioni meno interessanti (??). Oggi Adamo si rivela così tanto cresciuto da dimostrarsi addirittura capace di creare nuovi viventi da catalogare.

RNA-Recovered Quello che qui mi interessa sottolineare è che, generandolo da sé a partire da oggetti vitali molto, molto semplici, l’uomo si trova finalmente nella posizione di poter dare una definizione minima, essenziale, sintetica, esaustiva e non ridondante del fenomeno vita.

Certo, il cosmo è così grande da poterci riservare sorprese e forse un giorno potremo scoprire come la vita altrove funzioni in modo alquanto diverso, procedendo lungo vie ancora per noi inimmaginabili. Ma almeno il fenomeno terrestre è compreso. Così tanto compreso da essere riusciti a riprodurlo artificialmente.

E se prima l’esistente era tale per l’aver ricevuto un nome, ora lo è per l’aver meritato una definizione operativa contenuta in una sequenza di azioni che consentono di sintetizzare il vivo. In ogni caso, Venter è un uomo, gli uomini da Adamo in poi danno nomi e se proprio ne volete uno anche per il nuovo prodotto di laboratorio, se oltre a voler sapere cosa è la vita, desiderate ancora sapere come essa si chiami, eccovi servito il suo identificativo datole dal dio-adamo Venter (& Co.): SYn3.

SYn3 è ancora di un essere a livello cellulare, ma un giorno, statene pur certi, lui stesso vi fornirà le sue generalità, nonché il suo numero.

No, non quello di archivio.

Quello del suo cellulare.

SZ

 

Le illustrazioni di questo articolo sono già state pubblicate, in versione colorata, sul trimestrale SissaNews, house-organ della S.I.S.S.A. di Trieste

1) https://www.gam.com/en/insights-content/anti-panic-manual-don-t-be-the-turkey/

You’re More Likely to Die from Brain-Eating Parasites, Alcoholism, Obesity, Medical Errors, Risky Sexual Behavior or Just About Anything OTHER THAN Terrorism

Anti-Terrorism Spending 50,000 Times More Than on Any Other Cause of Death

You’re Much More Likely to Be Killed By Lightning than by a Terrorist

2) Piergiorgio Odifreddi, L’ottavo giorno fu creato il batterio, La Repubblica, Domenica 27/3/2016, pagina 43

3) Ovviamente chiedo scusa per eventuali imprecisioni presenti nel mio linguaggio biologico. Invito chi può apprezzarla a leggere direttamente la notizia dall’articolo originale:

http://science.sciencemag.org/content/351/6280/aad6253.full-text.pdf+html

4) Michel Foucault, Le parole e le cose – Un’archeologia delle scienze umane, BUR

5) https://books.google.it/books?id=Si083LXvYCcC&pg=PA1&lpg=PA1&dq=bob+holmes+what+is+life&source=bl&ots=-AOxDhw739&sig=rOcMw-zDwikIDK3i-LRrdIC3s8w&hl=itsa=Xved=0ahUKEwjgp5n0zeHLAhVFuxQKHeP4BuwQ6AEISzAG#v=onepage&q=bob%20holmes%20what%20is%20life&f=false

6) Erwin Schrödinger, Che cos’è la vita?, Adelphi

 

A quindici anni di distanza da Qui

io-che-guardo-quadri

Come ogni anno, anche stavolta sono riuscito ad andare ad ArteFiera.

É uno di quei classici eventi capace di farti sentire orgoglioso di vivere in una città che prova costantemente ad allinearsi con quanto di bello accade nel resto del mondo.

Farsi una passeggiata dal centro fino al quartiere fieristico, approfittare per prendere un caffé lungo il percorso; arrivare e immergersi in una atmosfera pregna di una certa attesa di bellezza; scoprire che il progetto della bellezza interessa tante persone mentre di solito si è convinti che il progetto più diffuso sia quello della distruzione globale del mondo, dell’imbrattamento e dell'”imbruttamento”, fa bene. Permette di abbassare il diaframma e impone per qualche ora di sotterrare l’ascia di guerra.

Sarà per la crisi, ma anche quest’anno la kermesse risultava ridotta in dimensioni. Nulla a che vedere con le edizioni di tanti anni fa quando, arrivato da poco nella città felsinea, mi perdevo fra padiglioni adiacenti, sovrapposti, connessi, sconnessi e strabordanti proposte artistiche di ogni tipo.

Ma tant’è. Mi rallegro del fatto di aver trovato nei due padiglioni 25 e 26 uno sforzo immutato di dare diversi ritratti non (sempre) banali al periodo storico nel quale viviamo.

Mentre ero lì, compiendo un rapido raffronto mentale con le opere del passato, per un attimo mi sono trovato a valutare non come arte, ma come illustrazioni tecniche le tele, le foto, le sculture, le installazioni che si paravano davanti ai miei occhi nei vari stand. Un giorno, unitamente agli elettrodomestici, alle auto, ai libri, ai film, esse consentiranno a qualcuno di capire tecnicamente cosa stesse succedendo alla gente in quel lontano inizio del XXI secolo.

Il mio giro non è durato molto e dopo poco più di due ore mi sono ritrovato nella luce di una bella Domenica bolognese.

Di solito, il bottino di sensazioni che mi porto a casa è abbastanza ricco.

Confesso che invece quest’anno, se non fosse stato per i soliti Pomodoro, De Chirico, De Pisis, Sironi, Burri, Fontana, Melotti, sarei tornato a casa a mani quasi vuote (in realtà sono stato piacevolmente incuriosito da un lavoro di Spazzoli e da altri di Deodato).

Chissà, forse si tratta di una crisi degli attuali movimenti artistici, orfani di grandi idee da sottoporre al mondo.

Dimenticandomi per un momento quanto nelle edizioni precedenti sia stato piacevolmente suggestionato da diverse nuove proposte, e avendo constatato in questa edizione della Fiera di essere riuscito a vibrare solo di fronte alle opere dei nomi su citati, un dubbio mi sorge: forse dovrei leggere la mia parziale delusione di oggi pensando di essere sì un “uomo del mio tempo”,  ma arrendendomi al contempo di fronte al dato di fatto di essere comunque un figlio del ‘900.

Lo dico con una punta d’orgoglio, ma anche come confessione di una certa inerzia mentale: le mie radici culturali sono in quel tempo, a Quindici anni da Qui.

Vado a letto con questo dubbio.

La notte porterà insonnia.

SZ

Sottofondo: silenzio, se non fosse per il gorgogliare del frigo che, freddo conservatore, custodisce pensieri di pancia