Musica e illustrazione 2: un sodalizio armonico

Oggi è il compleanno di un amico: un grande artista di cui già intendevo (ri)parlare qui.

Volevo farlo per continuità con l’articolo pubblicato poco tempo fa nel quale affrontavo il tema dei rapporti tra armonica, quindi musica, e arti grafiche.

In realtà. si trattava della seconda puntata di un percorso iniziato proprio con lui, con Andreino Cocco.

E allora ecco per lui il mio regalo di oggi: ripubblico le tre puntate dell’intervista che mi ha gentilmente concesso pochi mesi fa, a suo tempo uscite nella mia rubrica HarmonicA Mundi del sito Doctor Harp.

Buona visione!

SZ

 

Prima parte: https://www.doctorharp.it/harmonica-mundi-intervista-a-andreino-cocco-1-parte/

Seconda parte: https://www.doctorharp.it/harmonica-mundi-intervista-a-andreino-cocco-2-parte/

Terza parte: https://www.doctorharp.it/harmonica-mundi-intervista-a-andreino-cocco-3-parte/

CRONACA VIRUS – Giorno 17

                                                           INVISIBILI SCULTURE

A volte quasi la offendiamo definendola “viziata”, “pesante”, “brutta”. In altre situazioni  ci manca, la cambiamo o la nominiamo per invitare qualcuno ad andare via.

E se ieri parlavo di memorie di ieri e memorie del domani, tra le memorie dell’adesso, quindi tra le cose che diamo per scontate senza focalizzare mai la nostra attenzione del momento su di esse, vi è lei: l’aria che respiriamo.

Essa, da sempre presente alle nosre azioni, oltre a permetterci di vivere, contiene, materna, tutti i nostri gesti: li accoglie, li coccola, li accarezza senza farci sentire troppo il peso della sua presenza e, se fosse personificabile, verrebbe quasi da chiedersi: “ma noi che da essa riceviamo tanto, cosa diamo in cambio all’aria?”

No, questo articolo non intende essere un’ulteriore denuncia dell’inquinamento di origine antropica. Vuole piuttosto soffermarsi su un altro aspetto che da sempre mi colpisce piacevolmente e che uso per tentare di comprendere quale sia l’utilità, la funzione reale di alcuni aspetti della nostra vita psichica che tanto mi interessano.

Sospetto che i pensieri che sto per confessare si siano evoluti a partire dal 22 Settembre del 1995, giorno in cui annotai un semplice pensiero su un piccolissimo block notes verde: uno di quelli che fino a una decina di anni fa, prima che i cellulari divenissero la pietra d’appoggio di tutta la nostra esistenza, portavo sempre con me per appuntare pensieri, idee grafiche e musicali.

La sua rilettura ieri mi ha riempito di sensazioni strane e di nostalgie solo in parte decifrabili; quelle che stamattina, al mio risveglio, erano tutte qui ad attendermi, imponendomi di scriverne. In quelle righe dicevo:

Mi rifugio in stanze di musica, con muri di note che coprono le immagini di fuori; chi le costruisce? Un mio ideale batterista percussore mentale che tenta di inserirsi nel ritmo del battito cosmico, un trombettista dal soffio educato, un sassofonista dall’alito pentagrammato.

Quella che potrebbe sembrare solo una metafora è in realtà anche il modo con cui alle volte mi spiego cosa sia realmente una cosa così impalpabile come la musica. Mi sono da un po’ persuaso che essa altro non sia se non un modo di scolpire l’aria; un modo di dare ordine al moto altrimenti caotico delle particelle che la compongono così da far loro assumere la forma dei nostri pensieri alrimenti non comunicabili; così da renderli finalmente decifrabili da chi possiede quella particolare sensibilità geometrica. Chi la possiede, a sua volta consente l’accesso a geometrie aeree che riorganizzano le geometrie disegnate dall’attivazione di una “scelta” opportuna di neuroni.

In fondo,  anche quando ci muoviamo non facciamo altro che scolpire l’aria. I nostri gesti, le nostre posture, possono essere riguardati come pensieri del corpo (si pensi alla danza), nostro cervello esteso.

Essi, però, in quanto visibili, risultano troppo facilmente decifrabili e il loro negativo acustico quindi geometrico – l’involucro che un Michelangelo dell’aria salverebbe buttando via il corpo che lo modella da dentro, ottenendo così una specie di scultura per ciechi – diventa assolutamente secondario rispetto a ciò che, esibizionista, si impone alla nostra vista.

La facilità della decifrazione visiva ancora una volta ci fa dimenticare l’esistenza dell’atmosfera che tutto pervade e assiste con l’impareggiabile discrezione che è propria di ciò che, pur presente, non può essere visto.

In questo periodo di immensa solitudine mi rendo conto che è lei, l’aria, a farmi maggiormente compagnia: col silenzio – un caotico contenitore di particelle che, non spinte di qua e di là da oggetti in movimento, si spostano più lente del solito – o con la musica che arreda i nostri ambienti anche più delle architetture solide attorno a noi.

Saltando di pensiero in pensiero, facendomi dare un passaggio dalle ali dell’analogia, mi tornano allora alla mente le parole della mia amica Francesca: un tipo particolare, amante sì del bello, ma che lo frequenta ponendo più di un metro di distanza di sicurezza tra lei e la possibilità di farsi toccare così in profondità da perdere la sua libertà di essere una

“donna eternamente cazzeggiante, ancorché inconcludente e ingiustificabile, che però ha la capacità di regalarsi estasi da dettagli che racchiudono mondi che ai più sfuggono, e con consapevolezza se ne appropria”.

Qualche mese fa, durante una discussione circa i nostri ascolti preferiti, mi confidò:

Trovo che la musica di Bach abbia la capacità di mettere in ordine i pensieri”

Un punto di vista che mi trovò assolutamente d’accordo, anche se, per quanto affermato più su, mi sembra di scorgere un ordine, una geometria più o meno precisa (quella delle composizioni bachiane è a dir poco impeccabile) in tutti i pensieri organizzati: essi disegnano sempre una forma che, prima di essere ordine di particelle d’aria o di segni alfanumerici e/o pittorici, è ordine, geometria, forse anche ecologia di connessioni neuronali rispecchiate da ciò che manifestiamo all’esterno del nostro corpo.

Sono portato a pensare che anche la scrittura rientri di diritto in questo discorso: le parole, dette, lette o scritte che siano, sono una sorta di monodica e monòtona musica a progetto che, a differenza delle colonne sonore a ben vedere adattabili a diverse situazioni, crea immagini visive vivide e univoche: sentendo la parola “sedia”, ognuno di noi visualizza quella che per lui è in quel momento l’archetipo di riferimento per quell’oggetto. Un archetipo che condivide con gli archetipi altrui la forma sintetica di una sedia e il suo uso (chissà, forse è proprio in questo aspetto che va cercata la spiegazione del maggiore successo riscosso dalla musica cantata rispetto a quella suonata…)

A questo punto, credo che anche l’arte astratta, quella di più difficile interpretazione, acquisti un valore del tutto decifrabile: le pulsioni, le fantasie, i sogni, gli incubi – quelli che da un ingegnere elettronico potrebbero forse essere messi in connessione con le dark currents o con gli ineliminabili rumori stocastici presenti in tutti i processori microelettronici – forse a causa della loro episodicità, non ci impongono la stessa pressante attenzione dei pensieri organizzati nei quali più facilmente ci imbattiamo stando in Natura o immersi in società.

Se così fosse, per esprimere il manifestarsi di stimoli disordinati di quel tipo non credo avremmo molte altre alternative oltre quelle offerte dalle destrutturazioni, dalle deviazioni, spesso le più improbabili, dalla facile e comodamente interpretabile struttura euclidea dei discorsi, dei suoni, dei segni. Una geometria che, per capirci meglio,  abbiamo reso la più diffusa, quindi stocasticamente più probabile.

Ed è così che, attraverso i livelli intermedi come ad esempio, quelli offerti da Mondrian in pittura o da Hindemith in musica, finiamo nell’ambito non euclideo, nella destrutturazione di Malevič, nella pittura dinamica di Pollock, nei tagli di Fontana, …

Come che sia, oggi mi farò tenere ancora una volta compagnia dalle trasmissioni del terzo canale Rai della radio.

In particolare, affido le geometrie di parte dei miei pensieri alla voce familiare di Eduardo Camurri e alla sua rubrica Pagina 3, alle musiche del Concerto del mattino introdotte dalla voce di Arturo Stalteri, alle strampalate follie della divertentissima Barcaccia e ai concerti serali proposti da Radio 3 suite.

Sono sicuro che, oltre a intrattenermi, mi metteranno a posto casa cambiando l’aria dell’ ambiente quotidianamente viziata da tanta bellezza.

SZ

 

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 5

                                            IL MiO MOB NON FLASHIA

Due giorni fa ho avuto modo di ragionare su come siano cambiate le mie, e forse quelle di chiunque, percezioni dei concetti di “piccolo” e di “grande”.

In sintesi, notavo come nell’uso comune il piccolo sembra essere diventato più grande e di come il grande mi appaia proporzionalmente diventato… più piccolo.

Ieri mi è sembrato di ravvisare ancora una volta la possibilità che davvero qualcosa sia cambiato nella percezione di quei due concetti. L’occasione mi è stata offerta da una simpatica iniziativa circolata in rete: un flash mob sonoro: chiunque, musicista o semplicemente in posssesso di uno strumento musicale, è stato invitato sui social ad aprire le finestre alle 18:00 e ad inondare il proprio quartiere con la sua musica.

Il fine del progetto era chiaro e ben esposto: in barba all’abbrutimento che l’isolamento coatto potrebbe generare in tutti noi, una simile iniziativa avrebbe voluto riaccostarci al concetto di bellezza – quella che solo la nostra specie sa creare in modi così articolati e organizzati – e alla sua continua ricerca compiuta da chiunque, da chi la crea e da chi la fruisce.

Prima di raccontare come si è evoluta l’iniziativa, mi piace attenermi al progetto annunciato in apertura, dicendo cosa credo di aver intravisto.

Cercando in rete il significato della locuzione flash mob (dall’ inglese flash, lampo, inteso come evento rapido, improvviso, e mob, folla, calca, orda, fonte: Wikipedia e Word reference), ho scoperto che si tratta di:

“un termine coniato nel 2003 per indicare un assembramento improvviso di un gruppo di persone in uno spazio pubblico, che si dissolve nel giro di poco tempo, con la finalità comune di mettere in pratica un’azione insolita. Il raduno viene generalmente organizzato via internet (mail o reti sociali) o telefonia cellulare. Le regole dell’azione di norma vengono illustrate ai partecipanti pochi minuti prima che questa abbia luogo, ma se necessario possono essere diffuse con un anticipo tale da consentire ai partecipanti di prepararsi adeguatamente”

Il termine “assembramento”, poi, sta a significare (fonte: Treccani):

Riunione occasionale di persone all’aperto per dimostrazioni o altro

e tra i suoi sinonimi, come già detto, contempla anche calca: Moltitudine fitta di gente.

Il concetto, quindi mi sembra chiaro: una grande quantità di persone – grande da intendersi rispetto alla capacità del “contenitore” – che desiderano manifestare qualcosa, convengono in un punto così da fare aumentare di molto la normale densità di individui di quel luogo. Luogo che, di conseguenza, in quel momento si rivelerà piccolo rispetto a ciò che lì si sta eccezionalmente svolgendo.

Il flash mob di ieri era distribuito, e credo ci imponga di rivedere l’idea stessa di assembramento, di calca, di grande densità (fitto) in un luogo piccolo.

Il grande, riferito al numero di persone che hanno partecipato e alla loro densità, mi sembra esserlo stato molto meno del solito grande che caratterizza simili manifestazioni le quali normalmente si svolgono in strade, piazze, parchi, …: di solito, sono coloro i quali fanno qualcosa che, irrompendo in un luogo, fanno salire, occupandolo, la densità di persone lì presenti. Gli altri, quelli che già si trovavano in zona, rimangono più o meno invariati in numero. Ebbene, guardando i vari video, i musicisti presenti sui balconi non davano l’impressione di essere esattamente una calca tale da poter aumentare la densità di alcun che.

Il piccolo, invece, riferito alla dimensione del luogo scelto, dal momento che lo spazio condiviso è stato più che altro la rete (se ci atteniamo al significato su enunciato di flash mob, dobbiamo assumere che il web sia il nuovo significato della locuzione “all’aperto”?) e calcolando che, come me, molti musicisti non hanno avuto pubblico reale, mi è sembrato decisamente più grande: un luogo ampio quanto una enormità di pixel e bit da raggiungere e, credo, finanche superare le dimensioni delle macchie rosse sulle mappe di cui parlavo l’altro ieri.

Piuttosto direi che, come c’era da aspettarsi, l’aspetto davvero interessante sia un altro: anche poca gente, al limite uno, può sperare di apparire come un mob: la rete ha procurato a una folla striminzita di volenterosi la possibilità di occupare un luogo piccolo come il loro balcone, ma enorme come il web. Ecco, una cosa del genere forse meriterebbe un nuovo nome e questo, che forse è stato il primo a essersi svolto principalmente in rete, lo chiamaerei web mob. Suona abbastanza bene, no?

Certo, non è una novità che uno o pochi possano, volendolo e organizzandosi, fare molto rumore in rete. I cosiddetti leoni da tastiera, i disseminatori compulsivi di fake news e i produttori indefessi di spam lo sanno bene. La novità, che poi novità non è, credo possa essere il sistematico comparire di occasionali, piccoli Davide che, facendosi amplificare la voce dalla rete, decidano di compiere dei blitz per riempire la rete di una bellezza coinvol-GENTE: una bellezza, cioé, che richieda la partecipazione della gente per costruire bellissimi castelli di sabbia. Quelli che, si sa, non resisteranno alla marea notturna di internet, ma che per qualche secondo, minuto, ora, potrano mettere sotto scacco il gigante Golia del web sorretto da chi ne fa un uso inapropriato e inquinante.

E se ieri, prima della condivisione in rete, quella reale, tra persone che si guardavano e si ascoltavano, c’è comunque stata, in futuro temo che quella virtuale possa davvero diventare l’unica realtà.

Nel caso dovesse succedere, condivisione significherebbe null’altro che lanciarsi messaggi da un computer all’altro, da un cellulare all’altro, da un social all’altro, mentre abbracciarsi potrebbe diventare davvero unico, sintetico sinonimo di “inviarsi quel simpatico emoticon che sorride con le braccia al petto” e nulla di più.

É proprio temendo una simile prospettiva che ho trovato l’idea di lanciare note, quelle vere, nell’etere vero, da una finestra vera o da un vero balcone, per raggiungere, senza filtri elettronici, orecchie vere di persone vere che con occhi veri guardano chi le produce davvero, mi è sembrata una buona idea, anche se so che a molti non è piaciuta affatto.

Nei giornali on-line ho visto in rete diversi video di persone, amici, colleghi, … che, come me, lungo tutto lo stvale, hanno accolto l’invito, e l’ho trovato molto bello. A tratti toccante, addirittura.

Scorgere sui balconi d’Italia musicisti improvvistati e professionisti improvvisare e vedere come tutti (tranne me 😀 ) hanno ricevuto gli applausi di un vicinato grato a chi regalava spontaneamente un breve ma intenso spettacolo, mi ha dato una bella sensazione.

In fondo, per quanto molti di noi stiano ancora contribuendo alla sua diffusione con atteggiamenti improbi, quindi alla sua evoluzione come organismo, il virus è ancora molto, molto lontano dal poter arrivare a creare musica, arte, letteratura, scienza e, in una sola parola, bellezza (su questo concetto varrebbe la pena parlare più a lungo, ma non è certo questo il momento).

Un esserino di quelle dimensioni e con quella complessità ancora di basso livello (intendo rispetto alla nostra…) può di sicuro ispirarla, e di fatto lo sta facendo, ma non credo potrà mai pensare la bellezza, o anche solo sentirne l’esigenza.

Insomma, è stato come spiegare al coronato minimo che può anche farci ammalare, ma, cazzo!, non è capace di suonare!

Come già accennato, ho partecipato anche io: ho dato il mio piccolo contributo  lanciando attraverso le sbarre di una di quelle famose finestre che danno sulla strada di cui parlavo ieri, cacofonie disorganizzate con l’armonica cromatica.

Purtroppo non ho ricevuto alcun applauso (in effetti, si è trattato di una performance assolutamente “s-memorabile”, da dimenticare), una sconfitta che provo a giustificare notando che a) era la mia prima diretta facebook (nel video, oltre all’entropia totale della mia scrivania, si vede sul monitor del Mac il tutorial dell’immancabile Aranzulla dedicato proprio a come fare le dirette di questo tipo), b) non avevo fatto caso all’orario e le 18:00 mi sono piombate addosso senza che me ne avvedessi, quasi fossero un bolide elettrico che, silenziosissimo, rischia di investirti metre attraversi la strada, c) non avevo preparato nulla, d) tenevo il cellulare con una mano e l’armonica con l’altra, e) …

Insomma, diciamocelo pure: uno schifo.

L‘importante credo sia davvero averlo fatto. Temevo che il mio strumentino, tra tutti i sax, le trombe, le batterie, le tastiere, … che mi attendevo di sentire suonare dai palazzi vicini, non sarebbe stato udito, ma nel silenzio generale, mi sa che ho fatto un bel po’ di “scrùsciu” (rumore).

Un silenzio che mi ha fatto scoprire di essere solo anche in questo: nel mio quartiere non abitano musicisti (o forse ci sono, ma non sono connessi; o forse ci sono, sono connessi, ma non hanno gradito l’iniziativa; o forse ci sono, l’hanno gradita ma erano in bagno; o forse…)!

Allora ho pensato che lo scarso successo qui riscosso dal flash mob potesse essere dovuto alla bassa densità di popolazione del mio quartiere, un dato che avrebbe potuto anche giustificare una bassa densità di musicisti, come di qualsiasi altra categoria di lavoratori atipici.

L‘ipotesi meritava una accurata indagine e così ho controllato in rete scoprendo che invece abito in una zona mediamente popolosa, posta al terzo posto per densità di persone per chilometro quadrato.

Che dire… oggi temo che il problema sia tutto concentrato nel chilometro quadrato qui attorno a me: un’area abitata di sicuro da brava gente, ma che non sembra dimostrare particolare sensibilità alla musica (anche e soprattutto a quella brutta) e, temo, a molto di ciò che ancora ci differenzia da un virus.

In alternativa, sospetto che si tratti di un quartiere nel quale alle 18:00 tutti, musicisti e non, vanno in bagno e non sui balconi a suonare o a tentare di capire, tendendo le orecchie, se vi è vita sul pianeta di fronte.

Giuro che quando tutto ciò finirà, mi organizzerò per cambiare pianeta.

Se solitudine deve essere, che solitudine, quella vera, sia.

Non voglio più viverne una fittizia che, con grandi difficoltà, mi procuro da me perché mi è necessaria per lavorare e resa metaforica dal rumore di centinaia di aerei che quotidianamente atterrano e decollano; da quello di centinaia di macchine in transito; da quello generato da altre che parcheggiano dove non devono e dai loro motori lasciati accesi anche quando possono essere spenti; dal chiacchiericcio vacuo che si coglie al passaggio di ogni pedone, …

Spero che il silenzio di questi giorni serva a spiegare a tutti il suo valore assoluto e il peso dell’inquinamento sonoro, ma non solo di quello, che in condizioni normali produciamo in grande quantità senza che ve ne sia alcuna necessità.

Spero, poi, che si colga pure la necessità di confessarci l’un l’altro che quando produciamo cose che non siano rumore, vero e metaforico, dimostriamo di essere molto più evoluti di un virus posto in basso nella gerarchia degli abitanti di questo pianeta: un tristissimo (viv)ente che si occupa solo di nurtrirsi per campare e riprodursi in quantità.

Insomma, spero in un mob di civiltà che non sia flash fugace come durante una emergenza. Se un giorno riusciremo a realizzare tutto ciò, lo capiremo facilmente: il prossimo riuscirà ad abbaglierà anche questa strada dimenticata pure da chi ci vive.

 

SZ

 

 

(*) qualcuno su whatsapp ha trovato da ridire sulla simpatia e opportunità di questa iniziativa. Subito dopo avere bollato dentro di me simili polemiche come dovute a un certo benaltrismo di questi tempi molto di moda secondo il quale in questo frangente ci sono cose ben più serie da fare, accolgo la polemica in quanto ha un certo grado di legittimità: posta in termini civili, merita di essere valutata come importante. Dopo anni di rumori subiti, mi sono però riservato la possibilità di emettere per cinque (5) minuti note che ho scelto io. Chiedo scusa perché sono sicuro di avere disturbato qualcuno. Giuro che non si ripeterà.

Un appuntamento bolognese

Disegno-tèssera

Oggi, Venerdì 24 Ottobre, alle 16:45, nell’Aula Magna dell’Associazione Istituto Carlo Tincani per la ricerca scientifica e la diffusione della cultura che ha sede in via Riva Reno 55, a Bologna, terrò una lezione sui rapporti tra astronomia, musica, pittura e fumetto.

A moderarmi, punzecchiarmi, contrastarmi e stimolarmi ci sarà il mio mentore, il professore Ordinario ed ex direttore dell’Osservatorio Astronomico di Bologna Flavio Fusi Pecci. Definirlo un personaggio è dir poco e chi lo conosce, sa già che la sua presenza significa che ci sarà da divertirsi.

Trattandosi di una libera università con tanto di corsi, docenti (sono annover tra questi…) e iscritti, non sarà di certo una lezione aperta al pubblico.

Questo riduce di molto la possibilità che qualcuno domani venga da me a dirmi: ho saputo di questa iniziativa dal blog e sono venuto a conoscere la “controparte materica” di Squid Zoup.

In ogni caso, ho ancora un po’ di ore per immaginarlo possibile.

E lo farò.

SZ