E-ELB (European Extremely Large Beehive) – Alla ricerca di una Luna di Miele

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La notizia è di ieri: il Finance Committee dell’European Southern Observatory (ESO) ha stabilito che sarà tutto italiano uno degli strumenti che farannno parte del corredo tecnologico in dotazione all’Extremely Large Telescope (ELT) (1).
Questo nuovo telescopio che verrà posto sulle Ande cilene, avrà uno specchio primario del diametro di 39 metri, misura raggiunta mediante la composizione di 798 specchi esagonali da 145 cm ciascuno, e ovviamente ci si aspetta da esso un impulso notevole all’attività scientifica.
Lo strumento MAORY (2), acronimo che sta per Multi-conjugate Adaptive Optics RelaY, verrà costruito dai tecnologi dell’Istituto Nazionale d’AstroFisica (INAF).
Intanto, come racconto in questa vecchia vignetta che ho disegnato nel lontano 2007, anche il mondo animale si va organizzando per compiere un salto evolutivo nella ricerca del “Pianeta delle Api” (Planet of the Apes) 😀
SZ
1 – https://www.eso.org/public/italy/teles-instr/e-elt/
2 – http://www.media.inaf.it/2015/05/14/vista-daquila-made-in-italy-per-e-elt/

Senza Dio, ma con il suo permesso

Inchino

A pagina 44 de La Repubblica di oggi ho trovato un nuovo intervento di Vito Mancuso, oramai un giocatore ufficiale della squadra di Scalfari.

La sua interessante recensione al libro di Amir D. Aczel vince quasi due intere pagine centrali e importanti del quotidiano con un titolo che pesa come un postulato: Né atea né devota perché la scienza non respinge l’idea di Dio.

Avevo notato nelle librerie la nuova fatica di Aczel e meditavo di comprarla, anche se il titolo “Perché la scienza non nega Dio” mi disturba alquanto: piuttosto che essere un invito per i lettori a partecipare a quel famoso dialogo critico, ci restituisce già il risultato finale dell’analisi di Aczel. Un risultato che parla di una conciliazione possibile – e forse l’autore  pretende in quelle pagine che sia anche necessaria – tra fede e ragione.

Non entrerò nel merito di quanto detto nel libro per l’ovvio motivo che non l’ho ancora letto; né commenterò a lungo, pur avendolo letto, quanto scritto da Mancuso nel suo articolo.

Per il momento, mi limito invece a fare poche, semplici considerazioni: Scalfari da ateo o agnostico che sia, si interroga sul mistero della fede e lo fa chiedendo pubblicamente “lumi” al papa con l’invio di una lettera che pubblica sul suo quotidiano. Del resto, a chi se non a lui? Ovvio che se domani avrete dubbi in tema di fede, scriverete anche voi una letterina a Francesco.

Confesso di non aver letto nemmeno quella, infastidito dall’operazione che dal mio punto di vista non poteva portare a nulla di buono. Volendo oggi colmare questa imperdonabile lacuna, ho digitato nello spazio apposito del mio browser “scalfari papa lettera”.

Col tempo ho capito anche io che ciò che troviamo quando mettiamo in moto simili ricerche è il risultato di quanto la rete ha capito del singolo internauta: in risposta ai nostri quesiti, essa ci propone pagine che ritiene possano piacerci perché la rete, tramite i post che scriviamo, i siti che visitiamo, il tempo che trascorriamo in essi, … ha avuto oramai il tempo di farsi un’idea molto precisa di chi ognuno di noi sia davvero.

Dando quindi per scontato che la parte dell’oceano internet che bagna il mio computer abbia compreso molto bene quanto io non sia mosso da fede religiosa, trovo sorprendente (e, a questo punto, molto veritiero) che la ricerca avviata con quelle tre paroline abbia prodotto i seguenti risultati:

Schermata 2015-04-07 alle 12.27.51

Si vede chiaramente che, nel tentativo di leggere cosa davvero chiedesse il direttore del famoso quotidiano al pontefice, si trova solo la risposta di quest’ultimo mediamente commentata dai lettori di tutti i siti come “vittoria della fede”, “risposta sconvolgente del papa”, “bellissima lettera di risposta del papa”, …

Il tutto procede così per un bel po’ di pagine web e per trovare cosa accidenti chiedesse davvero Scalfari, bisogna faticare tanto. Meglio, perché più veloce, ricostruire la lettera unendo in un file word i vari capoversi ai quali il papa, riportandoli in grassetto, risponde.

Insomma, è andata proprio come ci si poteva aspettare: la fede vince ancora una volta, dimostrandosi “aperta al dialogo”, confermando “la grandezza di questo papa” e via dicendo con tutta una serie di luoghi comuni che tanto piacciono al popolo italiano, un popolo che di certo non ha mai negato attenzione alla sua religione di stato (N.B.: Stato laico).

Nel frattempo Piergiorgio Odifreddi, altra firma assunta da tempo in prima squadra tra le fila degli articolisti di La Repubblica, in occasione della pubblicazione del suo libro Caro Papa ti scrivo, aveva già chiamato in causa Ratzinger inviandogliene una copia.

Entusiasta, aveva poi pubblicato, sempre su Repubblica, un articolo (1) che inizia così:

Pochissime persone al mondo, ed Eugenio Scalfari è una di queste, possono comprendere la sorpresa e l’emozione che si provano nel ricevere a casa propria un’inaspettata lettera di un Papa. Una sorpresa e un’emozione che non vengono scalfite dal fatto di essere dei miscredenti, perché l’ateismo riguarda la ragione, mentre le personalità e i simboli del potere agiscono sui sentimenti.

Chiamare in causa il Papa sembra oramai un must di sicuro dettato da un estremo bisogno di dialogo con chi alla fine perdonerà l’agire ateo regalando la sua benedizione.

Nel caso del nostro matematico più famoso, l’effetto di una ricerca del tutto simile alla precedente ma con i termini “odifreddi papa lettera” ha prodotto il seguente effetto:

Schermata 2015-04-07 alle 12.39.51

Come si può vedere, in questo caso è andata un po’ meglio, almeno dal mio punto di vista: chi vuol capire cosa abbia detto Piergiorgio a Francesco, può tranquillamente trovarlo in quarta posizione tra le pagine proposte da Google. I motori di ricerca sistemano in sequenza le pagine web usando un criterio che, tra i tanti fattori, tiene conto di quanto quella pagina è stata cliccata in precedenza, proponendo le più consultate e via via quelle meno gettonate. Il fatto che ancora una volta, anche se il tutto è partito con l’invio del libro da parte del matematico, le prime pagine siano dedicate alla risposta del Papa, la dice lunga: l’italiano tributa sempre e comunque maggiore importanza alla risposta di quest’ultimo piuttosto che alla provocazione del primo.

Dal confronto tra le due videate potremmo trarre tante conclusioni diverse. Una conduce dritta-dritta ai possibili motivi sottostanti la sostituzione di un papa che, tra le altre cose, non è stato così incisivo da oscurare del tutto un matematico famoso, operazione invece riuscita a Papa Francesco con il suo interlocutore.

Mi sembra lecito immaginare che da questo come da altri momenti del mandato di Ratzinger, potrebbe essere derivato il passaggio di testimone tra il tedesco e l’argentino che invece da un punto di vista mediatico dimostra di funzionare molto, molto bene.

Ora mi chiedo: cosa accidenti si aspettavano i due repubblichini da un Papa? Si sono resi conto di aver regalato al Vaticano altre occasioni di affinare le tecniche retoriche e comunicative che da sempre vedono quello staterello così efficace? La risposta è certamente “sì”.

Perché allora hanno cercato quell’interlocutore? Sarei tentato di proporre alcune facili ipotesi ma non voglio essere egoista e lascio al lettore il gioco banale di immaginarle da sé.

Quando penso a questo affare del rapporto epistolare tra simili personaggi, si impadronisce della mia fantasia l’immagine mentale di due vandali con tanto di borchie, creste, tatuaggi, pantaloni stracciati, sguardo cattivo, … che, dopo aver imbrattato un muro con le bombolette spray, vanno a confessare la marachella al genitore chiedendo dialogo.

Quello, comprensivo e magnanimo, gli tocca pubblicamente il capo (il pubblico ci deve essere sempre: il livello mediatico di simili faccende è il campo nel quale si gioca la partita materiale. Proselitismo religioso da una parte e proselitismo editoriale dall’altra potrebbero anche cagionare simili operazioni, no?) col palmo della mano, pizzica le guance di entrambi lasciandogliele un po’ arrossate e li congeda, forte della consapevolezza di aver vinto.

Il muro non verrà pulito: conviene tenerlo imbrattato a imperitura memoria di quanto fossero discoli quei due, ma anche di quanto fosse, nonostante tutto, più potente e affascianante il genitore che con estrema comprensione li ha perdonati “accettando il dialogo”.

Caso strano, non mi risulta (ma magari mi sbaglio) che alla pubblicazione di un libro o di articoli sulla fede da parte di Wojtila, Ratzinger & Co., siano seguiti invii di copie omaggio di quelle opere ad autorità scientifiche riconosciute. Forse non è capitato per il semplice fatto che non esiste un solo tramite riconosciuto tra uomini e Natura come vi è invece tra uomini e Dio (!), e questo già di suo a me pare dirla lunga sul valore dell’avventura intellettuale scientifica.

Oggi Vito Mancuso ci spiega perché secondo Aczel fede e ragione possono andare a braccetto e per La Repubblica un problema che riguarda scienza e fede può essere tranquillamente risolto nella sola sede filosofico-teologica, senza interpellare rappresentanti della scienza, dolce metà di questo matrimonio acclamato da tutti.

A onor del vero, nel suo articolo Mancuso tenta di dare una parvenza di equidistanza, palesando le sue convinzioni più profonde in un paio di punti soltanto. Un paio, ma decisivi: quando riferisce che “alcuni scienziati sono atei, altri credenti” e specifica i nomi di alcuni di questi ultimi come “il padre della teoria dei quanti Max Planck, il padre del principio di indeterminazione Werner Heisenberg, il padre della teoria del Big Bang George Lamaitre” e poi ancora Francis Collins, gli italiani Nicola Cabibbo, Ugo Amaldi, Elena Cattaneo.

Insomma, un elenco sexy e dettagliato che di sicuro colpisce il lettore molto di più della locuzione “alcuni sono atei”. Inoltre non posso fare a meno di notare quanto gli piaccia il concetto di “padre” che in questo caso odora di saio e tonaca.

In chiusura di articolo, cita uno studio sull’ateismo compiuto dall’editorialista dell’Avvenire Timossi il quale costringe quel fenomeno in quattro comode categorie. RIferisce quindi che: “Secondo il credente Timossi l’ateismo non ha l’ultima parola”.

Il Timossi quell’ultima la cede a un altro credente illustre, nientepopodimenoché il grande Dostoevskij, il quale ebbe modo di scrivere “il perfetto ateo sta sul penultimo gradino prima della fede più perfetta”. Il Mancuso invece concede la chiusura dell’articolo proprio a lui, all’editorialista e alla sua citazione del buon Fedor, sbandando e perdendo di vista la linea di mezzeria del discorso.

Intanto spunta sulla rete una notizia decisamente inquietante:

Texas House Votes To Divert HIV Prevention Funds To Pay For Abstinence Only Education (2)

e la correlazione che mi sembra di poter scorgere tra simili notizie e le tendenze di cui parlo in questo articolo mi appare esserlo ancora di più.

Lancio allora un appello agli altri direttori di giornali, quelli che magari si sentono un po’ più rossi (e un po’ meno temporaneamente rossi) di una guancia appena pizzicata: c’é qualcuno di loro che se la sente di perdere qualche lettore catto-qualcosa invitando uno scienziato non credente a recensire quel libro?

Se dialogo deve essere, che dialogo sia.

Il monologo-omelia mi ha stancato da tanto, oramai, ma sembra essere solo un mio problema.

SZ

P.S.: chiedo scusa per aver riutilizzato un vecchio disegno già pubblicato in questo blog, ma al momento sono fuori sede senza matite, pennini, gomma, scanner.

1 – http://www.repubblica.it/la-repubblica-delle-idee/societa/2013/09/24/news/odifreddi_risposta_ratzinger-67140419/

2 – http://www.thenewcivilrightsmovement.com/uncucumbered/texas_house_votes_to_divert_hiv_prevention_to_pay_for_abstinence_only_education?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+TheNewCivilRightsMovement+%28The+New+Civil+Rights+Movement%29

… e le stelle stanno a guardare – il mio primo cartone animato

Guardandomi indietro, mi sembra che infanzia e adolescenza altro non siano se non periodi utili per darsi dei sogni.

All‘epoca ne avevo tanti, molti di più di quanto ne abbia oggi. Nulla di strano, almeno credo: ritengo che questa riduzione di una certa dimensione onirica possa essere l’effetto del fare i conti con la realtà vera; quella con la quale, mentre ero tutto occupato a sognare, avevano a che fare i miei genitori.

Ho sempre disegnato, prendendo questa passione da mia madre. Inoltre suonavo e ogni tanto scrivevo. Cresciuto a cartoni animati della Walt Disney, della Hanna & Barbera e a Merry Melodies, menu completato dai primi cartoni giapponesi, in testa Goldrake, tra i tanti sogni che avevo vi era anche di fare un cartone animato tutto mio. Lo vedevo come un prodotto nel quale finalmente tutto ciò che amavo fare (nel frattempo, anche l’astronomia aveva fatto l’ingresso tra i miei interessi…) poteva confluire.

All’epoca le leggende metropolitane circa il creare cortometraggi disegnati (avevo trovato solo un piccolo libretto sull’argomento e internet… non c’era), parlavano della necessità di avere un’impalcatura sulla quale porre la “reggetta”: una striscia di legno o di plastica con due pioli affiancati ai quali assicurare i fogli trasparenti contenenti i disegni da animare. L’impalcatura doveva servire per reggere in alto una telecamera capace di fare riprese passo-passo (un fotogramma alla volta) dei disegni sempre dalla stessa posizione e distanza.

In casa non c’era posto per un simile aggeggio, né c’erano i soldi per una telecamera di quel tipo. Forse erano solo scuse, ma mi prendevo volentieri in giro, guadagnando tempo in vista di quell’appuntamento fondamentale: sapevo che avrei dovuto semplicemente attendere perché prima o poi sarebbe arrivato il momento giusto per fare il mio cartone animato. Quel momento è arrivato solo un mesetto fa.

Ispirato dal brano che dà il titolo all’ultimo disco che ho prodotto insieme al chitarrista Guido di Leone e al contrabbassista Francesco Angiuli, ho pensato di mettere a frutto quanto imparato a suo tempo al corso di Animazione Digitale tenuto da Chrstian Ghisellini, docente dell’Accademia di Belle Arti di Bologna dove ho studiato per il biennio specialistico di Linguaggi del Fumetto, per creare questo primo prodotto di una Lulamae Productions che da tempo vorrei istituire in ricordo della mia compagna quadrupede scomparsa quasi un anno fa: il trailer del disco pubblicato dalla Fo(u)r (1).

Sentendomi raccontare come, dall’unione del tema iniziale e quello finale del brano The Night Has A Thousand Eyes, pensavo di ottenere una colonna sonora di un minuto o poco più per il mio cartone animato, il mio amico Renato Geremicca (2) ha provveduto a realizzare al volo, con Vegas, quella “crasi” musicale. Inoltre, con sorprendente intuito, ha creato sul tema finale del nuovo brano, qualcosa che in quello originale non esiste: un interessante unisono tra la mia armonica e la chitarra di Guido di Leone.

Esther Intile, poi, mi ha dato “due dritte” su alcune funzioni fondamentali di iMovie. A questo punto, mancavano solo i miei disegni. Mancavano, ma ora ci sono tutti. Dal risultato di qualità di sicuro mediocre che ho ottenuto, di sicuro non si può intuire come il tutto sia partito osservando i grandi classici che citavo più in alto, ma poco importa: questo è il mio livello al Febbraio-Marzo 2015. Farò meglio in futuro. Almeno spero…

Il titolo THe Night Has A Thousand Eyes ha per me più di un significato.

Pensare che “la notte ha mille occhi”, mi riporta con la memoria a quando, in macchina, di sera, cercavo luoghi dove appartarmi in dolce compagnia. Scoprivo così che più questi posti erano isolati, quindi apparentemente ideali, e più mi facevano temere di divenire, mio malgrado, trastullo di guardoni o, peggio, passatempo di emuli del mostro di Firenze, vera icona della cronaca di quegli anni.

Quindi THe Night Has A Thousand Eyes potrebbe essere anche letta come nessuno si fa i ca… suoi, ma per me c’è anche altro.

Anni fa sentii l’esigenza di comunicare tramite il teatro. Misi allora su uno spettacolo che negli anni è cresciuto da qualcosa di solo musicale e intitolato Quanta, come il mio primo disco (3), a qualcosa d’altro; di un po’ più complesso.

Nella fase successiva, Quanta divenne un commento musicale a sequenze di immagini gestite tramite il programma Power Point. Una di queste si intitolava “… e le stelle stanno a guardare” e le immagini in essa contenute, commentate dal mio brano Farinafredda, erano crude: alcuni dipinti di Grosz; foto delle Due Torri ferite a morte dagli aerei dei terroristi; foto di persone imprigionate nei due grattacieli che, per non morire ustionate in quell’inferno di fuoco, si gettavarono a testa in giù da chissà quante decine di metri; e poi ancora primi piani di armi da fuoco e proiettili, scene di ordinaria violenza osservata in televisione, stupidi incidenti e comicità varie.

A intervallare queste scene così tragiche, avevo posto qui e là fotografie di bellissime nebulose planetarie attorno alle quali avevo disegnato palpebre cigliate. Il messaggio voleva essere banalmente kantiano: le stelle ci guardano, e mute ci giudicano da un punto di vista morale.

La mia cupa Farinafredda non è certo un brano solare come quello composto da Jerry Brainin e Buddy Bernier e, se nei primi anni di questo secolo, le immagini che evocavo erano, guarda caso, di distruzione e morte, ora l’ispirazione, pur avendo a che fare sempre con gli occhi, è del tutto diversa. Ho rappresentato il mio Squid Zoup mentre si muove in un osservatorio al quale sono particolarmente legato: quello dell’Osservatorio di Serra La Nave (CT) (4), dove spesso lavoro e che ospita un telescopio da 92 cm che trovate rappresentato nel filmato. L’immagine dall’alto di quella cupola l’ho tratta da un video (5) creato da Piero Massimino, System Manager dell’Osservatorio Astrofisico di Catania, con un drone da lui stesso pilotato.

La notte ha mille occhi. Noi guardiamo un cielo che, muto, ci osserva non più (solo) ridendo di noi o giudicandoci moralmente: forse, da innumerevoli pianeti extrasolari sui quali vi sarà la vita, ci osservano da lontano, studiandoci così come noi studiamo ciò che accade attorno alle altre stelle.

In ogni caso, smile, you are on cosmic-candid-camera!

SZ

1 – http://www.four-edition.com/site/2014/10/23/adamo-di-leone-angiuli-the-night-has-a-thousand-eyes/

https://squidzoup.com/2014/10/09/the-night-has-a-thousand-eyes-il-mio-nuovo-cd/

2 – http://www.gerebros.it/

3 – http://www.jazzos.com/detail0.php?prod=MUSE01

4 – http://www.oact.inaf.it/

5 – https://www.youtube.com/watch?v=-KPEv3xX2qs

AstronoGia? ArcheoNomia? PsiCosmologia?

Scavo-ArcheoNomico

Scavo-ArcheoNomico

“… e l’archeologia in qualche modo si può accostare alla psicanalisi. A Freud, soprattutto, che ne fa una splendida metafora dello scavo interiore”.

Ad affermarlo sulle pagine di La Repubblica Cult è Andrea Carandini (1), noto archeologo, futuro presidente del Fondo Ambiente Italiano.

In questa interessantissima intervista (molto bello il finale nel quale pericolosamente mi identifico) condotta da Antonio Gnoli, ho trovato spunti che non ho potuto fare a meno di tradurre all’impronta in argomenti a sostegno di idee a me più familiari.

L‘archeologia, si sa, condivide molto anche con l’astronomia e, anzi, credo che l’analogia tra lo studio del cosmo e quello dell’antichità tramite scavi e reperti sia molto più calzante di quanto non lo sia quella con la psicanalisi: la radiazione elettromagnetica alla base delle nostre ricerche sul funzionamento del cosmo ha di sicuro più a che fare con la nostra storia di quanto non competa a tantissimi altri aspetti della nostra cultura.

I fossili di ciò che era la materia prima del nostro arrivo come misuratori umani, possono essere trovati in tutto ciò che la luce in arrivo da lontano ci narra. Stando così le cose, per una sorta di proprietà transitiva delle metafore, grazie al Carandini potremmo dire che l’astronomia è simile alla psicanalisi per il tramite del medio proporzionale archeologia: da qui studiamo un’infanzia cosmica nella quale si annida l’Es universale, quello responsabile dei comportamenti naturali che oggi osserviamo.

E poi è cosa nota: studiando il cosmo, nel suo insieme come nelle sue parti, si pone sotto la lente di ingrandimento anche l’uomo con i suoi errori, i suoi gusti, le sue aspettative e le sue idiosincrasie. Siamo cosmo anche noi. E, evitando di dilungarmi in questa direzione, il cerchio ellitticamente si chiude.

Lo sa cosa si diceva di Roma?”, confida l’archeologo, “Che era stata fondata tra il sesto e il settimo secolo avanti Cristo. Scavo – tra le case dei consoli, sotto i magazzini della sacra via – e scopro degli edifici che non sono dei templi, ma delle case dell’aristocrazia. Che faccio mi fermo? No, proseguo. Mi accorgo che sotto c’è un mondo diverso. Affino le mie tecniche stratigrafiche e scopro di esere entrato nel regno delle costruzioni effimere, fatte di legno e argilla. É una Roma che non ci si aspetta, databile intorno alla metà dell’ottavo secolo.

A questo punto Gnoli chiede in cosa consista il fascino della fondazione e l’archeologo risponde:

Si cerca il limite oltre il quale non c’è più nulla. Si va indietro, indietro, inidetro. Perché? Chi ce lo fa fare? Semplice: ogni uomo non può fare a meno della sua origine. E lo stesso dicasi per la città. E perfino per i viaggi.

“L’origine sovente è avvolta in una leggenda”, incalza Gnoli

“La leggenda è il rumore che sta sotto alla storia. A volte è un canto, a volte un grido. A volte un suono stridente”

E la leggenda di Roma?”

“Si dice che Romolo fondò Roma dal nulla. Possibile? No.”

L‘agnostico Carandini – proprio lui si definisce tale in un video che ho trovato su youtube (2) – mi ha convinto definitivamente dell’analogia tra la sua materia e lo studio delle nostre origini cosmiche come anche del microcosmo e, compiendo un gioco che mi piace spesso fare, mi diverto a sostituire negli estratti di intervista precedenti, “universo” al termine “Roma”, “religione” a “leggenda” e “Dio” a “Romolo”.

A volte, si dice che la fede sia un dono e credo lo si faccia in riferimento allo stato di inebriante estasi che immagino possa regalare il sentirsi a un passo dall’aver compreso tutto, magari avvertendo anche che “tutto ti ama”.  Se può condurre al benessere, sono convinto di questo valore del credere. Resta il fatto che come dono, oltreché indesiderato, la fede possa rivelarsi anche un ostacolo enorme che si frappone tra chi cerca e il cercato.

Di parafrasi in parafrasi, e prendendo in prestito proprio le parole dell’intervistato, mi ritrovo allora a immaginarmi astronomo-archeologo di fronte al problema della fondazione del Cosmo. Un dilemma si para dinanzi a me: Che faccio mi fermo? Smetto di scavare?

No, proseguo.

SZ

1 – http://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Carandini

2 – https://www.youtube.com/watch?v=cjoIspRxEhQ

Sottofondo: Elgar, Enigma Variations

http://grooveshark.com/#!/album/Enigma+Variations+In+The+South+Pomp+And+Circumstance+March+No+4+Royal+Philharmonic+Orchestra+Feat+Conductor+Yehudi+Menuhin/6317043

Sfide Astronomiche di Frontiera: Cosmologia e Contratti

Foto-di-gruppo-Astrofrontiere

Domani e dopodomani, presso la Palazzina dell’Auditorio dell’Accademia dei Lincei romana in via della Lungara 230, si svolgerà il meeting Astrofrontiere (1) organizzato da Stefano Borgani, Enzo Brocato, Fabrizio Fiore, Monica Tosi e Paolo Vettolani.

L‘incontro è di sicuro interesse: la comunità dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) si riunisce per parlare del futuro dei prossimi grandi progetti di ricerca che riguardano:

  1. ASTROFISICA DELLE STRUTTURE COSMICHE BARIONICHE
  2. SISTEMA SOLARE, SISTEMI PLANETARI E ORIGINE DELLA VITA
  3. COSMOLOGIA
  4. GRAVITA` E FISICA FONDAMENTALE

Una rapida occhiata al programma (2) rivela che alle 10:30 del 18, Michele Cantiello (3) si vignette-astrofrontiere-2farà carico di rappresentare la comunità di noi precari con un intervento intitolato “Il punto di vista dei postdoc”. Per un quarto d’ora porterà quindi una discussione sul futuro dell’astrofisica in direzione del tema “il futuro degli astrofisici”, quelli che, si spera, l’astrofisica la faranno.

Ho avuto modo di dare un’occhiata alla sua presentazione power point (in realtà, è stata preparata anche da Deborah Busonero (4), Marcella Di Criscienzo (5), Olga Cucciati (6), Imma Donnarumma, Giuliana Fiorentino (6), Marco Gullieuszik (7), Francesca Panessa (8), Silvia Piranomonte (5), Sabina Sabatini (8)) e sono rimasto a dir poco sorpreso: non pensavo si potesse dire così tanto della nostra situazione e mi sono sentito davvero uno stupido scoprendo di non essere a conoscenza di tutto quanto c’è da sapere su un modo di vivere che è anche il mio (!).

Per certi versi, mi sento giustificato: come tutti i miei colleghi, non potevo che ignorare ciò che ho scoperto scorrendo le slide. Facendolo, mi sono infatti reso conto di quale fosse lo scopo dell’indagine partita in INAF uno o due mesi fa, allorché fu chiesto a quanti di noi sono borsisti, assegnisti o beneficiari di contratti a tempo determinato di compilare una tabella con i dati inerenti la nostra carriera astronomica dal conseguimento della laurea fino a oggi.

Vignette-astrofrontiere-5Forse buona parte del problema di molti di noi post-doc risiedeva proprio nel fatto di non conoscere a fondo tutto ciò che c’è da sapere della nostra situazione e delle connessioni profonde che essa ha con la condizione socio-economica del paese.

Spesso confondiamo la reale consapevolezza del problema con la nostra percezione personale di esso data dal vivere come precari. Se così è, l’effetto non potrà che essere il restringimento del nostro orizzonte conoscitivo, ma anche del nostro campo di azione, quindi della nostra effettiva capacità di incidere sul futuro della bolla personale che ci include, come anche di quelle limitrofe in contatto con essa.

Spero quindi che l’indagine condotta dai ragazzi autori del Power Point aiuti tutti noi a uscire da questa consapevole inconsapevolezza, permettendoci di inquadrare meglio il la nostra condizione di lavoratori precari.

Io purtroppo non potrò andare al meeting, ma sarò lo stesso presente in quanto Angelavignette-astrofrontiere-1 Bongiorno (5), Silvia Piranomonte, Marcella Di Criscienzo e Giuliana Fiorentino hanno avuto l’idea di chiedermi di condire con alcune vignette la presentazione di Michele che, come ho avuto modo di dir loro via mail, assomiglia a un vero e proprio corso universitario su “Teoria e analisi del precariato” di sicuro esaustivo.

Approfito allora di questo spazio per ringraziarle dell’opportunità che mi hanno offerto e che, come c’era da attendersi, ho colto al volo: bello poter dare un contributo personale a una causa che mi riguarda così da vicino.

Ed ecco il frutto di questo coinvolgimento: cinque vignette che spero possano aiutare a fissare meglio l’attenzione su un problema annoso del nostro come anche di tanti altri enti di ricerca.

vignette-astrofrontiere-4

Nel disegnarle, mi sono allegramente immalinconito e so per certo (me lo hanno scritto via mail…) che diversi colleghi hanno reagito allo stesso modo.

Agli altri che non vivono sulla loro pelle il problema del precariato, auguro almeno di ridere di gusto. Inutile dire che, da autore di questi cinque “tasselli di denuncia”, entrambe le reazioni mi darebbero una certa soddisfazione.

SZ

1 – https://www.ict.inaf.it/indico/event/84/

2 – https://www.ict.inaf.it/indico/event/84/contributions

3 – INAF-Osservatorio Astronomico di Teramo

4 – INAF-Osservatorio Astronomico di Torino

5 – INAF-Osservatorio Astronomico di Roma

6 – INAF-Osservatorio Astronomico di Bologna

7 – INAF-Osservatorio Astronomico di Padova

8 – INAF-IAPS Roma

A quindici anni di distanza da Qui

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Come ogni anno, anche stavolta sono riuscito ad andare ad ArteFiera.

É uno di quei classici eventi capace di farti sentire orgoglioso di vivere in una città che prova costantemente ad allinearsi con quanto di bello accade nel resto del mondo.

Farsi una passeggiata dal centro fino al quartiere fieristico, approfittare per prendere un caffé lungo il percorso; arrivare e immergersi in una atmosfera pregna di una certa attesa di bellezza; scoprire che il progetto della bellezza interessa tante persone mentre di solito si è convinti che il progetto più diffuso sia quello della distruzione globale del mondo, dell’imbrattamento e dell'”imbruttamento”, fa bene. Permette di abbassare il diaframma e impone per qualche ora di sotterrare l’ascia di guerra.

Sarà per la crisi, ma anche quest’anno la kermesse risultava ridotta in dimensioni. Nulla a che vedere con le edizioni di tanti anni fa quando, arrivato da poco nella città felsinea, mi perdevo fra padiglioni adiacenti, sovrapposti, connessi, sconnessi e strabordanti proposte artistiche di ogni tipo.

Ma tant’è. Mi rallegro del fatto di aver trovato nei due padiglioni 25 e 26 uno sforzo immutato di dare diversi ritratti non (sempre) banali al periodo storico nel quale viviamo.

Mentre ero lì, compiendo un rapido raffronto mentale con le opere del passato, per un attimo mi sono trovato a valutare non come arte, ma come illustrazioni tecniche le tele, le foto, le sculture, le installazioni che si paravano davanti ai miei occhi nei vari stand. Un giorno, unitamente agli elettrodomestici, alle auto, ai libri, ai film, esse consentiranno a qualcuno di capire tecnicamente cosa stesse succedendo alla gente in quel lontano inizio del XXI secolo.

Il mio giro non è durato molto e dopo poco più di due ore mi sono ritrovato nella luce di una bella Domenica bolognese.

Di solito, il bottino di sensazioni che mi porto a casa è abbastanza ricco.

Confesso che invece quest’anno, se non fosse stato per i soliti Pomodoro, De Chirico, De Pisis, Sironi, Burri, Fontana, Melotti, sarei tornato a casa a mani quasi vuote (in realtà sono stato piacevolmente incuriosito da un lavoro di Spazzoli e da altri di Deodato).

Chissà, forse si tratta di una crisi degli attuali movimenti artistici, orfani di grandi idee da sottoporre al mondo.

Dimenticandomi per un momento quanto nelle edizioni precedenti sia stato piacevolmente suggestionato da diverse nuove proposte, e avendo constatato in questa edizione della Fiera di essere riuscito a vibrare solo di fronte alle opere dei nomi su citati, un dubbio mi sorge: forse dovrei leggere la mia parziale delusione di oggi pensando di essere sì un “uomo del mio tempo”,  ma arrendendomi al contempo di fronte al dato di fatto di essere comunque un figlio del ‘900.

Lo dico con una punta d’orgoglio, ma anche come confessione di una certa inerzia mentale: le mie radici culturali sono in quel tempo, a Quindici anni da Qui.

Vado a letto con questo dubbio.

La notte porterà insonnia.

SZ

Sottofondo: silenzio, se non fosse per il gorgogliare del frigo che, freddo conservatore, custodisce pensieri di pancia

Alieni cugini, figli di nostra CIA

Non volevo scrivere questo post – è spesso ritenuto troppo screditante parlare di simili faccende per chi come me si professa amante della scienza ed è impegnato nelle attività di un istituto di ricerca – ma se lo state leggendo, capirete che alla fine ho ceduto.

Ho letto l’articolo di Rampini (1) di commento alla notizia circa l’ammissione della CIA: gli UFO sono una loro creazione. Si tratterebbe di un esperimento aeronautico iniziato più o meno settant’anni fa e che sembra non interessargli più tenere nascosto al mondo.

Ora lo diranno in tanti: “gli UFO non mi hanno mai convinto”.

Succede sempre così. E allora lo dico pure io, motivandolo almeno un po’.

I problemi connessi con la loro esistenza come veicoli di extraterrestri in visita qui sulla Terra sono tanti e ne cito solo un paio: l’Universo è davvero democratico, non fa sconti a nessuno: la velocità della luce è quella per chiunque abiti il Cosmo e se noi abbiamo i nostri bei problemi nel tentare di raggiungere frazioni importanti di essa, quelle necessarie per spostarsi da qui e andare chissà dove nella Galassia, perché non dovrebbero averne anche loro?

Inoltre, se davvero hanno scoperto come aggirare questo problema così da andare lontano dal loro pianeta in tempi accettabili, come avranno risolto gli altri generati dal semplice fatto di muoversi a velocità relativistiche? Già, perché non penserete mica che andando a velocità prossime ai 300.000 km/s, non capiti nulla oltre il semplice arrivare in anticipo, vero? Volete saperne di più? Se non vi interessa un corso di Relatività (2) ma desiderate solo farvi un’idea di quali sorprese attendano viaggiatori verso luoghi lontani del Cosmo, vi consiglio vivamente la visione di Interstellar, film di cui ho già parlato in questo blog (3).

Immagine pubblicata per la prima volta nel Dossier "La vita nell'Universo": http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Immagine pubblicata per la prima volta nel Dossier “La vita nell’Universo”: http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Il secondo problema (ve l’avevo detto che ne avrei citato solo un paio…) è che tutti, ma proprio tutti vedono gli UFIs, tranne noi astronomi. Trascorriamo montagne di tempo a osservare il cielo a occhio nudo e con strumenti che, anche quando ci distraiamo per andare in bagno o per scaldarci un hamburger, ci raccontano se in nostra assenza è successo qualcosa di strano, ma niente, nulla, il deserto (cit.). Sembra proprio che gli UFIs attuino scelte precise, decidendo sempre di mostrarsi ai vari Tizio e Caio come quello qui a sinistra, ma mai a Sempronio.

Un’occhiata veloce alla parte inerente gli UFO del Dossier (4, 4-bis) reso pubblico dalla CIA, racconta di problemi molto umani e molto poco alieni intervenuti nei programmi dell’agenzia americana e derivati dalla decisione di spiare i cieli, specie quelli sotto il controllo russo, mediante gli aerei U2 per l’epoca rivoluzionari. Di seguito riporto la parte del dossier che ci interessa estrapolandola da un documento di alcune centinaia di pagine:

UFOs, AND OPERATION BLUE BOOK
High-altitude testing of the U-2 soon led to an unexpected side effect-a tremendous increase in reports of unidentified flying objects (UFOs). In the mid-1950s, most commercial airliners flew at altitudes between 10.000 and 20.000 feet and military aircraft like the B-47s and B-57s operated at altitudes below 40.000 feet. Consequently, once U-2s started flying at altitudes above 60,000 feet, air-traffic controllers began receiving increasing numbers of UFO reports. Such reports were most prevalent in the early evening hours from pilots of airliners flying from east to west. When the sun dropped below the horizon of an airliner flying at 20,000 feet. the plane was in darkness. But, if a U-2 was airborne in the vicinity of the airliner at the same its horizon from an altitude of 60.000 feet was considerably more distant, and, being so high in the sky, its silver wings would catch and reflect the rays of the sun and appear to the airliner pilot 40000 feet below, to be fiery objects. Even during daylight hours, the silver bodies of the high-flying U-2s could catch the sun and cause reflections or glints that could be seen at lower altitudes and even on the ground. At this time, no one believed manned flights was possible above 60000 feet, so no one expected to see an object so high in the sky.

Not only did the airline pilots report their sightings to air-traffic controllers, but they and ground-based observers also wrote letter to the Air Force unit at Wright Air Development Command in Dayton charged with investigating such phenomena.This, in turn, led to the Air Force’s Operation BLUE BOOK. Based at Wright-Patterson, the operation collected all reports of UFO sightings. Air Force investigators then attempted to explain such sightings by linking them to natural phenomena. BLUE BOOK investigators regularly called on the Agency’s Project Staff in Washington to check reported UFO sightints against U-2 flight logs.This enabled the investigators to eliminate the majority of the UFO reports, although they could not reveal to the letter writers the true cause of the UFO sightings. U-2 and later OXCART flights accounted for more than one-half of all UFO reports during the late 1950s and most of the1960s.

Dalle righe precedenti risulta quindi che più della metà dei casi di avvistamenti di oggetti volanti non identificati fosse dovuta all’attività della CIA. Sommiamo a questa metà il gran numero di fake costruiti ad arte, alcuni dei quali già smascherati dagli inquirenti; sommiamo infine gli errori compiuti da persone che, in perfetta buonafede, hanno preso i classici fischi per fiaschi e scopriamo che il 100% dei casi risulta spiegabile senza invocare l’arrivo di visitatori da altri mondi: insomma, stando alla CIA, gli UFO non esistono, con buona pace di chi vi ha dedicato l’esistenza e che nel frattempo, bisogna dirlo, non è riuscito a produrre davanti alla comunità scientifica nessuna prova valida della provenienza extraterrestre dei dischi volanti.

Illustrazione pubblicata la prima volta nel Dossier "La vita nell'Universo", http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Illustrazione pubblicata la prima volta nel Dossier “La vita nell’Universo”, http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Non è la prima volta che la CIA si decide a vuotare il sacco. Tra il 2013 e l’anno appena trascorso, quando con un tweet, quando con un articolo, lo ha già fatto in almeno un paio di occasioni. Suona un po’ strano che con un semplice cinguettio si possano liquidare circa settant’anni di avvistamenti, di film, di libri, trasmissioni radiofoniche, dischi, spettacoli, magliette, articoli, barzellette, minkjate, … sui cugini alieni in visita qui da noi, ma dobbiamo rassegnarci all’evidenza: la modernità è anche questo e un pulsante “invio” premuto al momento giusto può annientare secoli di oscurantismo e tonnellate di miti antichi e moderni.

Detto per inciso, questa notizia sugli UFO mi fa attendere fiducioso tweet analoghi scritti da qualcuno a conoscenza di segreti ignoti ai più. Chissà, magari questo qualcuno alle prese col cambio stagionale degli scheletri nel suo armadio, potrà decidere un giorno di rivelare un po’di verità sulla storia recente del nostro paese troppo a lungo taciute. Inoltre, inutile dirlo, spero tanto che, dopo un’attesa millenaria, un futuro profeta laico dotato di carisma e di dati seri, mostrerà un dossier o qualcosa di simile, smascherando definitivamente un famoso esperimento sociale andato fin troppo bene. Se ci sarò, sarà una vera goduria scrivere almeno un post sull’avvento di quel nuovo messia.

Ma torniamo pure agli UFO.

Un’altra ipotesi già da tempo avanzata è che i dischi volanti siano proprio dischi e non aerei, ma di fattura umana. A scuola ci hanno insegnato che dietro ogni leggenda si nasconde sempre una verità e sono assolutamente convinto, e la CIA me lo conferma, che nel caso della leggenda UFO si tratti di una banale verità umana. Se quei sospetti circa l’esistenza di dischi volanti prodotti da ricerche militari di chissà quale nazione terrestre fossero fondati, spero che ci venga presto rivelato ufficialmente: non vedo l’ora di congedare scomodi aerei, bella copia del trabiccolo dei fratelli Wright, per girare il mondo a bordo di un LP o di un piatto da batteria… della U.F.I.P. (5)

Per certi versi, mi dispiace parlare dell’argomento di questo post: come già è stato fatto notare altrove in rete, si è trattato di dire agli adulti che anche il loro Babbo Natale (6), quello che avrebbe dovuto portare in dono conoscenza, saggezza, immortalità, … non esiste. Non credo sia una grossa perdita: la nostra capacità di creare storie non si esaurisce di certo qui e presto avremo qualche altro mito moderno col quale sognare.

E poi, non è detto che la confessione della CIA faccia cambiare idea a chi ha deciso di credere a tutti i costi. La fede incondizionata in qualcosa dimostratosi irrazionale difficilmente si estirpa e non mi sembra così misteriosa nel suo rivelarsi ad alcuni piuttosto che ad altri. Trovo invece misterioso il persistere di quella fede nella testa di tanti piuttosto che solo in quella di alcuni.

Diversamente, trovo più interessante capire come si spieghi l’idea che si trattasse di “dischi” volanti. Dopo aver appreso dalla CIA che al fondo del fenomeno vi fossero aerei, quindi, schematizzando, “croci”, come giustifichiamo da un punto di vista percettivo l’assimilazione di queste croci a oggetti tondi e schiacciati?

Per capirlo, di sicuro andranno chiamate in causa le allucinazioni di massa alle quali da sempre il genere umano si è dimostrato vulnerabile, ma sospetto che una ricerca ben fatta potrebbe rivelare come il motivo di una simile “traveggola” si celi nell’estrema bellezza di quella favola per adulti nella quale per la prima volta si è parlato in modo convincente dell’ avvistamento di UFO discoidali.

Deve essere stata raccontata così tanto bene che, nell’immane passaparola da essa innescato, non ha fatto altro che riversarsi uguale a se stessa in tutte le narrazioni successive. Dall’elemento geometrico tondo e piatto, le nuove versioni di quel mito moderno non hanno potuto proprio prescindere e quel disco è rimasto in cima alle classifiche per almeno settant’anni.

Strano a dirsi, nonostante l’effettiva forma a croce dell’aereo U2, la rivelazione di “qualcuno venuto dal cielo” una volta tanto ha partorito l’esigenza di una figura geometrica diversa: il piatto, un piatto volante. Che sia l’indizio di una nostra tendenza innata ad abbracciare il Pastafarianesimo (7)?

Chiudo questo post con una preghiera: spero che ufologi, dilettanti o “professionisti” che siano, nonché tutti coloro i quali sono stati rapiti dagli alieni (e che per me non sono mai “tornati a casa”), si astengano dal commentare questo post al solo fine di “evangelizzarmi”. A loro va tutta la mia riconoscenza per aver lottato strenuamente nel tentativo di tenere in vita una bellissima storia. Bellissima, ma purtroppo falsa. Parola della CIA!

Mi spiace per loro, in fondo non facevano male a nessuno e – ritengo doveroso riconoscerlo qui – hanno alimentato l’unica fede per me davvero compatibile con la modernità, rendendo più intrigante il mondo nel quale vivono pure gli scettici.

Astrobiologia - Illustrazione pubblicata per la prima volta nel Dossier "La vita nell'Universo", http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Astrobiologia – Illustrazione pubblicata per la prima volta nel Dossier “La vita nell’Universo”, http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

A loro va il mio grazie più sentito e l’invito a darci una mano nell’alimentare le aspettative aperte dall’astrobiologia, la ricerca di vita altrove nel cosmo condotta con metodi scientifici (8), e dalla congiunta ricerca di pianeti extrasolari abitabili.

SZ

1- http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/01/03/il-tweet-verita-della-cia-altro-che-extraterrestri-gli-ufo-eravamo-noi17.html

2- http://it.wikipedia.org/wiki/Relativit%C3%A0_ristretta

3- https://squidzoup.com/2014/11/25/lamore-ai-tempi-di-interstellar/

4) http://www.universetoday.com/104174/cias-declassified-documents-reveals-secrets-about-area-51-and-ufos/

4-bis) http://www.gwu.edu/sites/www.gwu.edu/files/downloads/U2%20%20history%20complete.pdf

5- http://www.ufip.it/index.html

6- http://news.leonardo.it/ufo-anni-50-cia-rivela-erano-nostri-aerei-spia/

7- http://it.wikipedia.org/wiki/Pastafarianesimo

8- Nel 2001 ne ho parlato in un Dossier. Lo si trova in rete, all’indirizzo:

http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Sottofondo: Charlie Parker, Bird of Paradise

http://grooveshark.com/#!/album/Bird+Of+Paradise/2375981