CRONACA VIRUS – Giorno 35

TRONCARE LA SERIE

Oggi è lunedì. Lo so con certezza perché è Pasquetta.

Me lo confermano la rete, dove leggo un coro di lamentele per la festività da trascorrere al chiuso, e il fatto che ieri Simone mi ha portato i giornali. Senza questi due appigli mentali, oggi probabilmente oscillerei tra la convinzione di star vivendo una lunga Domenica e il sentore che in effetti potrebbe trattarsi di un lunedì strano, senza scadenze, senza ansie (epidemia a parte, ovviamente).

Una osclillazione mentale che, da modo per misurare il tempo mediante un orologio a pendolo, in un periodo in cui i giorni sono tutti uguali, come i secondi, diventa incapacità di decifrarne il suo reale trascorrere.

In pratica, stamattina sono stato svegliato troppo presto da un incubo (troppa cioccolata!) in un giorno indeciso e lungo, sospeso tra Sole e Luna, che pare avere 24 ore, ma anche 48. Una specie di nuova unità di misura del tempo di una settimana di poco più di tre giorni dilatati.

Allora mi intrattengo con una scorsa a quei giornali e trovo sul Domenicale alcuni articoli davvero interessanti, due dei quali sembrano nati apposta per essere messi in comunicazione reciproca.

Mi ci provo.

Nel primo, il fisico Vincenzo Barone, in un bel pezzo che finalmente non è una recensione, delinea una breve storia dell’uso dell’esponenziale come misura dell’evoluzione temporale dei sistemi fisici e conclude notando che, attraverso il distanziamento reciproco,

quello che si sta realizzando in tutto il mondo è, in definitiva, un gigantesco esperimento di rallentamento del tempo, di dilatazione dell’unità di misura incorporata nell’orologio esponenziale dell’infezione. È anche un esperimento sui numeri; quelli su cui ciascuno di noi sta intervenendo con i propri comportamenti per mitigare gli effetti dell’epidemia. Quando la vita tornerà a essere regolata dai giri di lancette degli orologi, il senso comune de tempo e del numero, forse, non sarà più lo stesso.

Mentre nel Domenicale questo primo articolo si trova nella sezione Scienza e Filosofia, per trovare il secondo dovete sfogliare l’inserto fino a raggiungere la sezione Arte dove fa bella mostra di sé la famosa immagine dell’area newyorkese compresa tra la 21ma e la 64ma strada sull’East River dell’Hudson racchiusa in una bolla trasparente.

Quell’immagine fu creata nel 1960 da Buckminster Fuller il quale, da immenso visionario quale era, immaginò di disseminare simili strutture su tutta la superficie terrestre per raggiungere vari desiderabili scopi come una regolazione fine delle piogge, la pulizia dell’aria cittadina, l’ottimizzazione del clima, ecc.

Una serie di partizioni geografiche, quindi, che, come si ricorda nell’articolo di Fabio Irace – anche in questo caso, non si tratta della recensione di una mostra! – all’epoca in cui furono proposte assunsero importanza ache come possibile aiuto per la protezione dagli effetti indesiderati di esplosioni nucleari e pandemie.

La lettura di questo articolo, a sessant’anni dall’elaborazione di quell’idea rivalutata di recente come ipotesi utile per tentare di dare soluzione all’inquinamento della città di Tokyo, nel mentre sono a letto, avviene qui, all’interno della bolla di casa mia.

Mi accorgo così che l’unica realizzazione architettonica dell’idea di Fuller continua ad essere l’antico spazio domestico nel quale non un quartiere, un distretto o un’area, ma giusto la vita di ognuno di noi risulta contenuta proprio con lo stesso obiettivo, col pendolo delle nostre gambe costretto a oscillare meno.

Non posso allora fare a meno di pensare che se nell’ipotesi iniziale di Fuller quelle bolle dovevano servire a tenere fuori le pandemie come anche gli effetti del decadimento radioattivo dei prodotti delle esplosioni atomiche – entrambi fenomeni la cui evoluzione temporale, come si diceva, trova un’adeguata espressione esponenziale – esse altro non sono se non contenitori di tempo: quel tempo al quale, proprio grazie alla loro presenza, verrebbe impedito di correre esponenzialmente per rallentare e scorrere linearmente, più solidi e melassosi, così come la vita di ognuno dovrebbe fare.

Allora mi torna in mente l’appendice alquanto onirica di un articolo serio che ho pubblicato qualche anno fa, incentrato sull’affascinante tema del tempo, fra gli atti di un congresso su Darwin. Sulla scorta di quel ricordo, immagino architetture-astucci di tempo trasparenti e protettivi, capaci di troncare la serie di Taylor che approssima quelle evoluzioni temporali esponenziali trattenendone al loro interno solo i primi termini, quelli linerari.

All’esterno, troncati, tagliati, amputati, sanguinanti fattoriali, tutti gli altri termini con esponenti via via maggiori guardano minacciosi e famelici la popolazione di esseri umani che sarebbero essenziali per la loro sopravvivenza, per non morire come tempo nel tempo.

A loro volta, i cittadini potrebbero osservare quei tremendi pezzi di serie che, tra il vorace e il disperato, occhieggiano minacciosi scorrendo untuosi sull’esterno delle cupole, incapaci di opporsi allo sfaldamento inesorabile che senza cibo umano li attende.

Mi accorgo che sto scrivendo nel mentre sogno; sono presente solo a metà, uno strano calore mi prende alle tempie e le palpebre tendono a cedere alla gravità: il mio corpo mi sta suggerendo come può di provare a riprendere il sonno da dove è stato bruscamente interrotto da quell’ incubo arrivato alle 5:19.

Di solito capita di svegliarsi e di non riuscire più a ricordare cosa si stava sognando.

Ora invece spero di addormentarmi e di continuare a sognare riallacciandomi agli scenari fin qui descritti esattamente come farebbero i personaggi di una serie televisiva di quelle di cui parlavo ieri.

Scusatemi, torno a vivere il mio film.

Ci risentiamo domani (sarà Martedì, vero?)

SZ

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