Le parole e le cose vive

 

 

crittoDNA

Fa impressione leggere certe notizie in prossimità della santa pasqua. No, non parlo di attentati o altri drammi oramai quotidiani. Pur capaci di fare ancora notizia sui giornali, sono oggetto di statistiche1 che ne ridimensionano l’importanza, ma ovviamente questo ridimensionamento è appannaggio solo di chi a) non cade vittima degli attentati e b) le statistiche le legge e non di chi invece si lascia puntualmente catturare dalla trappola emotiva della notizia che tanto indigna, fa vendere giornali e fa vincere elezioni.

La notizia alla quale mi riferisco è invece la seguente: Craig Venter, lo Steve Jobs o il Bill Gates della biologia (il calzante paragone lo prendo in prestito da Odifreddi2), ha annunciato di aver creato con la sua equipe un batterio che possiede un corredo minimo di geni, circa 500, quelli davvero essenziali per consentire a un organismo, seppur semplicissimo, di espletare tutte le funzioni vitali di base3.

Pur non essendo affatto religioso, nel leggere questa notizia mi è riaffiorato alla mente il famoso passo della Bibbia (Genesi, 2, 18):

Allora il signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati.

In esso troviamo un Adamo appena creato che non posso fare a meno di immaginare un bel po’ intontito per l’essersi ritrovato, senza averlo mai desiderato, unico arbitro di uno strano spettacolo alla X-Factor: orde di animali gli passano davanti in attesa di ricevere da lui un nome. E come biasimarlo per l’intontimento? É entrato in scena al punto 7, quindi poche righe prima del punto 18 cui faccio riferimento, e ancora non ha avuto nemmeno tempo e modo di capire cosa un desiderio sia, né se gli interessi davvero trovare ‘sti nuovi nomi.

In ogni caso, il mio lontanissimo antentato, un novello Linneo, pare possedesse già un linguaggio adeguato e una fervida fantasia che in quell’occasione esercitò in modo creativo. Al passare degli animali sul “palco” di fronte a lui, elaborò nomi sempre originali e condivisibili (ancora li condividiamo).

InfoNascoste-RecoveredTrovo l’idea affascinante: ogni partizione del reale diventa davvero tale solo dopo essere stata dotata di un nome. Guarda caso, l’inizio di tutto è il verbo (anzi, il sostantivo…) e l’unica eccezione a questo discorso poietico è proprio Dio che, indipendentemente dall’avere un nome, “è colui che è” e che riesce a essere se stesso anche senza che qualcuno per comodità lo indichi col semplice nome che gli abbiamo dato. I nomi degli animali inventati da Adamo qui assumono quasi il ruolo di una misura fisica ante litteram e in effetti, qualche millennio dopo, i termini latini usati per indicare gli elementi del reale diverranno vere e proprie formule tra le meno ambigue per identificare con una precisione crescente l’appartenenza di piante/animali/fenomeni a categorie più generali.

Prima dell’intervento di altre categorie ancora, quelle proprie della scienza, l’estensione delle cose, il loro inizio e la loro fine nel tempo e nello spazio, era sancito dal loro nome. Il vocabolario era il catalogo del mondo e i confini dell’esistente erano dati dalla prima e dall’ultima lettera usate per scriverli e dal primo e dall’ultimo suono usati per pronuncialri. I confini degli enti erano quindi sovrapponibili ai confini delle stesse parole usate per chiamarli in causa.

Replicazione-RecoveredLa tassonomia assunse così il ruolo di una complicata geografia dell’esistente che si serviva di descrizioni verbali sintetiche destinate poi a sgretolarsi per lasciare spazio alle strane sigle della chimica e ai numeri della fisica. Un processo mai terminato e colto brillantemente nel suo divenire dall’occhio vigile di Foucault il quale ha rivelato il processo di adattamento del linguaggio alla realtà in tutta la sua potenzialità (episteme), ponendo così le basi per una archeologia del sapere4.

Il concetto di Dio non è però l’unico ad essere sempre sfuggito alla regola dell’ingresso nell’esistenza tramite le etichette da noi elaborate. Pur vedendosene assegnato uno, anche il fenomeno “vita” ha rivestito il ruolo di eccezione: sappiamo cosa definire “vivo”, ma lo facciamo solo servendoci di un educato buon senso e, se ci venisse chiesto cosa davvero sia la vita, scopriremmo che oltre a darne una descrizione generica, non sappiamo fare molto di più.

Il giornalista Bob Holmes condusse nel 1998 un interessante esperimento5: chiamò al telefono diversi biologi chiedendo a tutti di dare una loro definizione di “vita”. Ciò che scoprì è che nessuna delle definizioni proposte coincideva con le altre mettendo così in evidenza quale sia il primo problema col quale si ha a che fare quando, ad esempio, si cerca di capire se siamo soli nel cosmo: non sappiamo davvero cosa cercare, se non copie di noi stessi, in quanto non sappiamo, anzi, non sapevamo cosa sia la vita.

Oggi, finalmente, dopo aver compiuto innumerevoli tentativi (si veda, ad esempio, quello storico, estremamente interessante a opera di E. Schrödinger6) e proprio nel giorno in cui i cristiani festeggiano la resurrezione del loro dio, giunge notizia della creazione in laboratorio di un una nuova cellula artificiale: un organismo minimo, un compresso mp3 biologico; una specie di mini-golem ottenuto plasmando la materia e privo di particolari attributi.

Come l’articolo pubblicato su Science spiega, esso è stato ottenuto in dieci anni di lavoro durante i quali si è provveduto a semplificare sempre più il patrimonio genetico dei prodotti via via creati artificialmente alla ricerca di una essenzialità che ricorda quella già desiderata in campo fisico: particelle elementari per capire su cosa poggia la realtà tutta; organismi elementari per capire cosa è vivo e cosa non lo è.

La notizia immagino costituisca l’inizio di un percorso che in un futuro non molto lontano ci condurrà a creare in laboratorio un vero e proprio organismo vivente. Il Dio della Bibbia era curioso di vedere come Adamo, la sua creazione migliore (?), una sorta di magazziniere o di impiegato del catasto, avrebbe “schedulato” le altre sue creazioni meno interessanti (??). Oggi Adamo si rivela così tanto cresciuto da dimostrarsi addirittura capace di creare nuovi viventi da catalogare.

RNA-Recovered Quello che qui mi interessa sottolineare è che, generandolo da sé a partire da oggetti vitali molto, molto semplici, l’uomo si trova finalmente nella posizione di poter dare una definizione minima, essenziale, sintetica, esaustiva e non ridondante del fenomeno vita.

Certo, il cosmo è così grande da poterci riservare sorprese e forse un giorno potremo scoprire come la vita altrove funzioni in modo alquanto diverso, procedendo lungo vie ancora per noi inimmaginabili. Ma almeno il fenomeno terrestre è compreso. Così tanto compreso da essere riusciti a riprodurlo artificialmente.

E se prima l’esistente era tale per l’aver ricevuto un nome, ora lo è per l’aver meritato una definizione operativa contenuta in una sequenza di azioni che consentono di sintetizzare il vivo. In ogni caso, Venter è un uomo, gli uomini da Adamo in poi danno nomi e se proprio ne volete uno anche per il nuovo prodotto di laboratorio, se oltre a voler sapere cosa è la vita, desiderate ancora sapere come essa si chiami, eccovi servito il suo identificativo datole dal dio-adamo Venter (& Co.): SYn3.

SYn3 è ancora di un essere a livello cellulare, ma un giorno, statene pur certi, lui stesso vi fornirà le sue generalità, nonché il suo numero.

No, non quello di archivio.

Quello del suo cellulare.

SZ

 

Le illustrazioni di questo articolo sono già state pubblicate, in versione colorata, sul trimestrale SissaNews, house-organ della S.I.S.S.A. di Trieste

1) https://www.gam.com/en/insights-content/anti-panic-manual-don-t-be-the-turkey/

You’re More Likely to Die from Brain-Eating Parasites, Alcoholism, Obesity, Medical Errors, Risky Sexual Behavior or Just About Anything OTHER THAN Terrorism

Anti-Terrorism Spending 50,000 Times More Than on Any Other Cause of Death

You’re Much More Likely to Be Killed By Lightning than by a Terrorist

2) Piergiorgio Odifreddi, L’ottavo giorno fu creato il batterio, La Repubblica, Domenica 27/3/2016, pagina 43

3) Ovviamente chiedo scusa per eventuali imprecisioni presenti nel mio linguaggio biologico. Invito chi può apprezzarla a leggere direttamente la notizia dall’articolo originale:

http://science.sciencemag.org/content/351/6280/aad6253.full-text.pdf+html

4) Michel Foucault, Le parole e le cose – Un’archeologia delle scienze umane, BUR

5) https://books.google.it/books?id=Si083LXvYCcC&pg=PA1&lpg=PA1&dq=bob+holmes+what+is+life&source=bl&ots=-AOxDhw739&sig=rOcMw-zDwikIDK3i-LRrdIC3s8w&hl=itsa=Xved=0ahUKEwjgp5n0zeHLAhVFuxQKHeP4BuwQ6AEISzAG#v=onepage&q=bob%20holmes%20what%20is%20life&f=false

6) Erwin Schrödinger, Che cos’è la vita?, Adelphi

 

E l’Eclissi Occultò l’Equinozio

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Domani avremo un doppio appuntamento astronomico.

Ricorrerà infatti l’Equinozio di Primavera, ma, come oramai sanno tutti, nel mattino sarà possibile godere di una eclissi parziale di Sole, un evento che ha fatto passare del tutto in secondo piano l’inizio della nuova stagione.

Per l’occasione, sarò impegnato con ben 175 bambini, alcuni di quinta elementare (primarie Monterumici), altri di terza media (secondarie De Andrè), alloggiati tutti in una strana scuola bolognese: un imponente edificio di ben sei piani che da fuori sembra più un avamposto militare italiano in Iraq che un istituto di istruzione.

Ho già incontrato una volta tutti i bambini per fare una lezione introduttiva sul fenomeno che osserveremo domani e sono rimasto colpito da un aspetto particolare:

ho iniziato e finito la mia spiegazione avvertendo l’uditorio che l’unico modo sicuro di osservare l’eclissi è dato dall’uso degli appositi occhialini con certificazione europea che, per l’occasione, qui in Osservatorio abbiamo ordinato in rete più di un mese fa in numero pari a quello dei bambini. Nonostante ciò, erano tutti interessati, ma che dico interessati?, incuriositi, … no, non va bene e sento di non possedere il termine giusto; insomma, l’unica cosa che davvero sembrava intercettare l’attenzione della media dei presenti (1) era la domanda se fosse o meno possibile osservare l’eclissi con vetri affumicati, negativi fotografici, occhiali da sole, lenti da saldatore, radiografie del femore della nonna, …

Le loro domande, precedute e prenotate da braccia tese in alto al limite della slogatura dell’omero, iniziavano tutte con: “Ma se io…” e continuavano con una imrpobabile soluzione al problema di sorprendere in sicurezza la nostra stella mentre si nasconderà per un po’ alla nostra vista.

Tutto ciò che tra un avvertimento e l’altro ho raccontato sull’eclissi – aiutato nel farlo da Matteo Gaspari (2) e Chiara Circosta, due laureandi in astronomia – sembrava non aver inciso in nessun modo sulla loro attenzione. So che non è così e che tra un giorno, un mese, un anno… la maggior parte di loro si ricorderà di quella volta che gli hanno raccontato quello strano fenomeno, ma l’impressione che ne ho tratto a caldo è che solo quanto c’è di pericoloso, proibito, vagamente splatter (occhi che puzzano di bruciato. Questa sì che è una novità!) può davvero fare breccia nella mente di un bambino.

So di non aver scoperto nulla di nuovo, ma in casi del genere più che in altri ci si rende conto di quanto forte sia una certa tendenza, non solo alla distruzione, ma anche all’auto-distruzione e, come mi capita sempre più spesso di fare da quando sono papà (a proposito: auguri ammé!), mi rallegro per averla scampata sempre, anche quando non c’erano i miei genitori a proteggermi.

Allora, lasciandomi andare a una facile battuta, mi sembra risultare ancora più evidente quanto lo scenario proposto da Darwin vinca sul cosiddetto Intelligent Design (qui di “intelligent” c’è ben poco…). La selezione naturale un tempo agiva anche così: tendi ad autodistruggerti? Molto probabilmente ce la farai e lascerai il gioco ad altri più fortunati o semplicemente meno agitati e sprovveduti di te.

Per l’occasione, ho preparato un piccolo pieghevole in formato A5 che ho inviato a tutte le sedi INAF nello stivale. Noi domani lo stamperemo e lo distribuiremo a tutti le migliaia di bambini che incontreremo nelle scuole e nelle sedi degli Osservatori italiani sperando di distogliere per qualche minuto l’attenzione dei ragazzi da tendenze autolesionistiche.

Non potendo linkare qui i pdf (se qualcuno sa come si fa, lo prego vivamente di farsi vivo con me per spiegarmelo!), vi propongo le quattro pagine sottoforma di jpg, quelle che vedete in alto in questo stesso post.

SZ

1 – vi erano anche dei disinteressati totali e dei nerd iperattenti, ma per fortuna si tratta di elementi a 4 sigma dalla media…

2 – Matteo è anche il gestore del blog dailybaloon (https://dailybaloon.wordpress.com/)!

 

 

A quindici anni di distanza da Qui

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Come ogni anno, anche stavolta sono riuscito ad andare ad ArteFiera.

É uno di quei classici eventi capace di farti sentire orgoglioso di vivere in una città che prova costantemente ad allinearsi con quanto di bello accade nel resto del mondo.

Farsi una passeggiata dal centro fino al quartiere fieristico, approfittare per prendere un caffé lungo il percorso; arrivare e immergersi in una atmosfera pregna di una certa attesa di bellezza; scoprire che il progetto della bellezza interessa tante persone mentre di solito si è convinti che il progetto più diffuso sia quello della distruzione globale del mondo, dell’imbrattamento e dell'”imbruttamento”, fa bene. Permette di abbassare il diaframma e impone per qualche ora di sotterrare l’ascia di guerra.

Sarà per la crisi, ma anche quest’anno la kermesse risultava ridotta in dimensioni. Nulla a che vedere con le edizioni di tanti anni fa quando, arrivato da poco nella città felsinea, mi perdevo fra padiglioni adiacenti, sovrapposti, connessi, sconnessi e strabordanti proposte artistiche di ogni tipo.

Ma tant’è. Mi rallegro del fatto di aver trovato nei due padiglioni 25 e 26 uno sforzo immutato di dare diversi ritratti non (sempre) banali al periodo storico nel quale viviamo.

Mentre ero lì, compiendo un rapido raffronto mentale con le opere del passato, per un attimo mi sono trovato a valutare non come arte, ma come illustrazioni tecniche le tele, le foto, le sculture, le installazioni che si paravano davanti ai miei occhi nei vari stand. Un giorno, unitamente agli elettrodomestici, alle auto, ai libri, ai film, esse consentiranno a qualcuno di capire tecnicamente cosa stesse succedendo alla gente in quel lontano inizio del XXI secolo.

Il mio giro non è durato molto e dopo poco più di due ore mi sono ritrovato nella luce di una bella Domenica bolognese.

Di solito, il bottino di sensazioni che mi porto a casa è abbastanza ricco.

Confesso che invece quest’anno, se non fosse stato per i soliti Pomodoro, De Chirico, De Pisis, Sironi, Burri, Fontana, Melotti, sarei tornato a casa a mani quasi vuote (in realtà sono stato piacevolmente incuriosito da un lavoro di Spazzoli e da altri di Deodato).

Chissà, forse si tratta di una crisi degli attuali movimenti artistici, orfani di grandi idee da sottoporre al mondo.

Dimenticandomi per un momento quanto nelle edizioni precedenti sia stato piacevolmente suggestionato da diverse nuove proposte, e avendo constatato in questa edizione della Fiera di essere riuscito a vibrare solo di fronte alle opere dei nomi su citati, un dubbio mi sorge: forse dovrei leggere la mia parziale delusione di oggi pensando di essere sì un “uomo del mio tempo”,  ma arrendendomi al contempo di fronte al dato di fatto di essere comunque un figlio del ‘900.

Lo dico con una punta d’orgoglio, ma anche come confessione di una certa inerzia mentale: le mie radici culturali sono in quel tempo, a Quindici anni da Qui.

Vado a letto con questo dubbio.

La notte porterà insonnia.

SZ

Sottofondo: silenzio, se non fosse per il gorgogliare del frigo che, freddo conservatore, custodisce pensieri di pancia

Alieni cugini, figli di nostra CIA

Non volevo scrivere questo post – è spesso ritenuto troppo screditante parlare di simili faccende per chi come me si professa amante della scienza ed è impegnato nelle attività di un istituto di ricerca – ma se lo state leggendo, capirete che alla fine ho ceduto.

Ho letto l’articolo di Rampini (1) di commento alla notizia circa l’ammissione della CIA: gli UFO sono una loro creazione. Si tratterebbe di un esperimento aeronautico iniziato più o meno settant’anni fa e che sembra non interessargli più tenere nascosto al mondo.

Ora lo diranno in tanti: “gli UFO non mi hanno mai convinto”.

Succede sempre così. E allora lo dico pure io, motivandolo almeno un po’.

I problemi connessi con la loro esistenza come veicoli di extraterrestri in visita qui sulla Terra sono tanti e ne cito solo un paio: l’Universo è davvero democratico, non fa sconti a nessuno: la velocità della luce è quella per chiunque abiti il Cosmo e se noi abbiamo i nostri bei problemi nel tentare di raggiungere frazioni importanti di essa, quelle necessarie per spostarsi da qui e andare chissà dove nella Galassia, perché non dovrebbero averne anche loro?

Inoltre, se davvero hanno scoperto come aggirare questo problema così da andare lontano dal loro pianeta in tempi accettabili, come avranno risolto gli altri generati dal semplice fatto di muoversi a velocità relativistiche? Già, perché non penserete mica che andando a velocità prossime ai 300.000 km/s, non capiti nulla oltre il semplice arrivare in anticipo, vero? Volete saperne di più? Se non vi interessa un corso di Relatività (2) ma desiderate solo farvi un’idea di quali sorprese attendano viaggiatori verso luoghi lontani del Cosmo, vi consiglio vivamente la visione di Interstellar, film di cui ho già parlato in questo blog (3).

Immagine pubblicata per la prima volta nel Dossier "La vita nell'Universo": http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Immagine pubblicata per la prima volta nel Dossier “La vita nell’Universo”: http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Il secondo problema (ve l’avevo detto che ne avrei citato solo un paio…) è che tutti, ma proprio tutti vedono gli UFIs, tranne noi astronomi. Trascorriamo montagne di tempo a osservare il cielo a occhio nudo e con strumenti che, anche quando ci distraiamo per andare in bagno o per scaldarci un hamburger, ci raccontano se in nostra assenza è successo qualcosa di strano, ma niente, nulla, il deserto (cit.). Sembra proprio che gli UFIs attuino scelte precise, decidendo sempre di mostrarsi ai vari Tizio e Caio come quello qui a sinistra, ma mai a Sempronio.

Un’occhiata veloce alla parte inerente gli UFO del Dossier (4, 4-bis) reso pubblico dalla CIA, racconta di problemi molto umani e molto poco alieni intervenuti nei programmi dell’agenzia americana e derivati dalla decisione di spiare i cieli, specie quelli sotto il controllo russo, mediante gli aerei U2 per l’epoca rivoluzionari. Di seguito riporto la parte del dossier che ci interessa estrapolandola da un documento di alcune centinaia di pagine:

UFOs, AND OPERATION BLUE BOOK
High-altitude testing of the U-2 soon led to an unexpected side effect-a tremendous increase in reports of unidentified flying objects (UFOs). In the mid-1950s, most commercial airliners flew at altitudes between 10.000 and 20.000 feet and military aircraft like the B-47s and B-57s operated at altitudes below 40.000 feet. Consequently, once U-2s started flying at altitudes above 60,000 feet, air-traffic controllers began receiving increasing numbers of UFO reports. Such reports were most prevalent in the early evening hours from pilots of airliners flying from east to west. When the sun dropped below the horizon of an airliner flying at 20,000 feet. the plane was in darkness. But, if a U-2 was airborne in the vicinity of the airliner at the same its horizon from an altitude of 60.000 feet was considerably more distant, and, being so high in the sky, its silver wings would catch and reflect the rays of the sun and appear to the airliner pilot 40000 feet below, to be fiery objects. Even during daylight hours, the silver bodies of the high-flying U-2s could catch the sun and cause reflections or glints that could be seen at lower altitudes and even on the ground. At this time, no one believed manned flights was possible above 60000 feet, so no one expected to see an object so high in the sky.

Not only did the airline pilots report their sightings to air-traffic controllers, but they and ground-based observers also wrote letter to the Air Force unit at Wright Air Development Command in Dayton charged with investigating such phenomena.This, in turn, led to the Air Force’s Operation BLUE BOOK. Based at Wright-Patterson, the operation collected all reports of UFO sightings. Air Force investigators then attempted to explain such sightings by linking them to natural phenomena. BLUE BOOK investigators regularly called on the Agency’s Project Staff in Washington to check reported UFO sightints against U-2 flight logs.This enabled the investigators to eliminate the majority of the UFO reports, although they could not reveal to the letter writers the true cause of the UFO sightings. U-2 and later OXCART flights accounted for more than one-half of all UFO reports during the late 1950s and most of the1960s.

Dalle righe precedenti risulta quindi che più della metà dei casi di avvistamenti di oggetti volanti non identificati fosse dovuta all’attività della CIA. Sommiamo a questa metà il gran numero di fake costruiti ad arte, alcuni dei quali già smascherati dagli inquirenti; sommiamo infine gli errori compiuti da persone che, in perfetta buonafede, hanno preso i classici fischi per fiaschi e scopriamo che il 100% dei casi risulta spiegabile senza invocare l’arrivo di visitatori da altri mondi: insomma, stando alla CIA, gli UFO non esistono, con buona pace di chi vi ha dedicato l’esistenza e che nel frattempo, bisogna dirlo, non è riuscito a produrre davanti alla comunità scientifica nessuna prova valida della provenienza extraterrestre dei dischi volanti.

Illustrazione pubblicata la prima volta nel Dossier "La vita nell'Universo", http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Illustrazione pubblicata la prima volta nel Dossier “La vita nell’Universo”, http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Non è la prima volta che la CIA si decide a vuotare il sacco. Tra il 2013 e l’anno appena trascorso, quando con un tweet, quando con un articolo, lo ha già fatto in almeno un paio di occasioni. Suona un po’ strano che con un semplice cinguettio si possano liquidare circa settant’anni di avvistamenti, di film, di libri, trasmissioni radiofoniche, dischi, spettacoli, magliette, articoli, barzellette, minkjate, … sui cugini alieni in visita qui da noi, ma dobbiamo rassegnarci all’evidenza: la modernità è anche questo e un pulsante “invio” premuto al momento giusto può annientare secoli di oscurantismo e tonnellate di miti antichi e moderni.

Detto per inciso, questa notizia sugli UFO mi fa attendere fiducioso tweet analoghi scritti da qualcuno a conoscenza di segreti ignoti ai più. Chissà, magari questo qualcuno alle prese col cambio stagionale degli scheletri nel suo armadio, potrà decidere un giorno di rivelare un po’di verità sulla storia recente del nostro paese troppo a lungo taciute. Inoltre, inutile dirlo, spero tanto che, dopo un’attesa millenaria, un futuro profeta laico dotato di carisma e di dati seri, mostrerà un dossier o qualcosa di simile, smascherando definitivamente un famoso esperimento sociale andato fin troppo bene. Se ci sarò, sarà una vera goduria scrivere almeno un post sull’avvento di quel nuovo messia.

Ma torniamo pure agli UFO.

Un’altra ipotesi già da tempo avanzata è che i dischi volanti siano proprio dischi e non aerei, ma di fattura umana. A scuola ci hanno insegnato che dietro ogni leggenda si nasconde sempre una verità e sono assolutamente convinto, e la CIA me lo conferma, che nel caso della leggenda UFO si tratti di una banale verità umana. Se quei sospetti circa l’esistenza di dischi volanti prodotti da ricerche militari di chissà quale nazione terrestre fossero fondati, spero che ci venga presto rivelato ufficialmente: non vedo l’ora di congedare scomodi aerei, bella copia del trabiccolo dei fratelli Wright, per girare il mondo a bordo di un LP o di un piatto da batteria… della U.F.I.P. (5)

Per certi versi, mi dispiace parlare dell’argomento di questo post: come già è stato fatto notare altrove in rete, si è trattato di dire agli adulti che anche il loro Babbo Natale (6), quello che avrebbe dovuto portare in dono conoscenza, saggezza, immortalità, … non esiste. Non credo sia una grossa perdita: la nostra capacità di creare storie non si esaurisce di certo qui e presto avremo qualche altro mito moderno col quale sognare.

E poi, non è detto che la confessione della CIA faccia cambiare idea a chi ha deciso di credere a tutti i costi. La fede incondizionata in qualcosa dimostratosi irrazionale difficilmente si estirpa e non mi sembra così misteriosa nel suo rivelarsi ad alcuni piuttosto che ad altri. Trovo invece misterioso il persistere di quella fede nella testa di tanti piuttosto che solo in quella di alcuni.

Diversamente, trovo più interessante capire come si spieghi l’idea che si trattasse di “dischi” volanti. Dopo aver appreso dalla CIA che al fondo del fenomeno vi fossero aerei, quindi, schematizzando, “croci”, come giustifichiamo da un punto di vista percettivo l’assimilazione di queste croci a oggetti tondi e schiacciati?

Per capirlo, di sicuro andranno chiamate in causa le allucinazioni di massa alle quali da sempre il genere umano si è dimostrato vulnerabile, ma sospetto che una ricerca ben fatta potrebbe rivelare come il motivo di una simile “traveggola” si celi nell’estrema bellezza di quella favola per adulti nella quale per la prima volta si è parlato in modo convincente dell’ avvistamento di UFO discoidali.

Deve essere stata raccontata così tanto bene che, nell’immane passaparola da essa innescato, non ha fatto altro che riversarsi uguale a se stessa in tutte le narrazioni successive. Dall’elemento geometrico tondo e piatto, le nuove versioni di quel mito moderno non hanno potuto proprio prescindere e quel disco è rimasto in cima alle classifiche per almeno settant’anni.

Strano a dirsi, nonostante l’effettiva forma a croce dell’aereo U2, la rivelazione di “qualcuno venuto dal cielo” una volta tanto ha partorito l’esigenza di una figura geometrica diversa: il piatto, un piatto volante. Che sia l’indizio di una nostra tendenza innata ad abbracciare il Pastafarianesimo (7)?

Chiudo questo post con una preghiera: spero che ufologi, dilettanti o “professionisti” che siano, nonché tutti coloro i quali sono stati rapiti dagli alieni (e che per me non sono mai “tornati a casa”), si astengano dal commentare questo post al solo fine di “evangelizzarmi”. A loro va tutta la mia riconoscenza per aver lottato strenuamente nel tentativo di tenere in vita una bellissima storia. Bellissima, ma purtroppo falsa. Parola della CIA!

Mi spiace per loro, in fondo non facevano male a nessuno e – ritengo doveroso riconoscerlo qui – hanno alimentato l’unica fede per me davvero compatibile con la modernità, rendendo più intrigante il mondo nel quale vivono pure gli scettici.

Astrobiologia - Illustrazione pubblicata per la prima volta nel Dossier "La vita nell'Universo", http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Astrobiologia – Illustrazione pubblicata per la prima volta nel Dossier “La vita nell’Universo”, http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

A loro va il mio grazie più sentito e l’invito a darci una mano nell’alimentare le aspettative aperte dall’astrobiologia, la ricerca di vita altrove nel cosmo condotta con metodi scientifici (8), e dalla congiunta ricerca di pianeti extrasolari abitabili.

SZ

1- http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/01/03/il-tweet-verita-della-cia-altro-che-extraterrestri-gli-ufo-eravamo-noi17.html

2- http://it.wikipedia.org/wiki/Relativit%C3%A0_ristretta

3- https://squidzoup.com/2014/11/25/lamore-ai-tempi-di-interstellar/

4) http://www.universetoday.com/104174/cias-declassified-documents-reveals-secrets-about-area-51-and-ufos/

4-bis) http://www.gwu.edu/sites/www.gwu.edu/files/downloads/U2%20%20history%20complete.pdf

5- http://www.ufip.it/index.html

6- http://news.leonardo.it/ufo-anni-50-cia-rivela-erano-nostri-aerei-spia/

7- http://it.wikipedia.org/wiki/Pastafarianesimo

8- Nel 2001 ne ho parlato in un Dossier. Lo si trova in rete, all’indirizzo:

http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Sottofondo: Charlie Parker, Bird of Paradise

http://grooveshark.com/#!/album/Bird+Of+Paradise/2375981

La giusta distanza (tra tori topologici e cancri astrologici)

Noia divina e reale possibilità di redenzione. Sottotitolo: Dio, mi AMI?

Noia divina e reale possibilità di redenzione.
Sottotitolo: Dio, mi AMI?

Domenica scorsa mi sono regalato il solito rito di cui in passato ho già parlato in questo blog (1): la lettura del quotidiano La Repubblica.

Ho così scoperto quanto linserto domenicale La domenica Cult (2) fosse particolarmente ricco di articoli succosi, capaci di farmi gioire e di fornirmi occasioni per riflettere su alcuni temi che da sempre mi interessano.

In particolare, segnalo l’intervista alla Fabiola Gianotti, prossimo direttore del CERN, dalla quale ho estrapolato brandelli di un articolo a tratti simpatico, ma che durante la lettura mi è sovente apparso il risultato di una strana e lacunosa sbobinatura dell’intervista audio rilascicata a Dario Cresto-Dina.

Inizio col primo frammento. Alla domanda “La felicità porta con sé un’aura di bellezza. Che cos’è la bellezza?”, la scienziata risponde:

“Attingo dalla fisica: la bellezza è la simmetria imperfetta. La fisica ha una sua estetica che si può contemplare nelle leggi della natura fino agli esseri microscopici. Comprenderla è un gioco intellettuale relativamente semplice. Pensi che le equazioni fondamentali del Modello standard delle particelle elementari si possono scrivere su una t-shirt. Sono tre righe appena “.

Il giornalista poi le chiede se al CERN si stia cercando Dio. Trovo la risposta della Gianotti impeccabile:

“No. Non credo che la fisica potrà mai rispondere alla domanda. Scienza e religione sono discipline separate, anche se non antitetiche. Si può essere fisici e avere fede oppure no. È meglio che Dio e la scienza mantengano la giusta distanza”.

Cresto-Dina: (…) “Chi non è aiutato dalla fede può esserlo da qualche grammo di follia?”

Gianotti: “Non follia, ma creatività. Forse le due cose hanno confini che possono sembrare comuni quando si addentrano nello spazio del sogno. Lo scienziato deve essere capace di sognare. Ho sempre pensato che il mestiere del fisico si avvicini a quello dell’artista perché la sua intelligenza deve andare al di là della realtà che ha ogni giorno davanti agli occhi. Credo che la musica e la pittura siano le arti più prossime alla fisica “.

Confesso di aver trovato l’ultima domanda leggermente ruffiana, fatta per compiacere buona parte del pubblico che immagina alcuni scienziati un po’ fuori di testa. Sembra quasi che per un fisico, una lucida follia sia l’unica alternativa possibile al sentimento religioso.

Poi mi sono invitato a smetterla di irritarmi per qualsiasi sciocchezza, concedendomi di scoprire un nuovo punto di vista: posta in quel modo, la domanda è stata un regalo natalizio fatto alla Gianotti alla quale l’intervistatore di sicuro esperto, ha offerto sul vassoio la possibilità di difendere la categoria degli scienziati di fronte a un pubblico che altrimenti lei non avrebbe, dai soliti, taciuti sospetti di follia che le vengono rivolte.

Appena pochi post fa (3), lamentavo una certa diradata presenza di pubblicazioni che sappiano inneggiare alla bellezza della fisica, e proprio oggi mi ritrovo a terminare la lettura di un meraviglioso libro di Rovelli di cui presto vi parlerò. In aggiunta, mi scopro a divertirmi con la lettura di questo articolo che in più punti va a innestarsi con estrema naturalezza proprio nel discorso sul rapporto tra scienza e arte che tanto mi interessa.

E capita a fagiolo il video segnalatomi oggi dalla mia amica Antonella del Rosso, responsabile della rivista CERN Bulletin (4): girato proprio al CERN, in esso si possono vedere vari fisici nel mentre suonano una simpatica composizione ottenuta, così dicono, dalla sonorizzazione dei dati dei vari esperimenti che hanno rivelato la presenza del Bosone di Higgs (5).

Fra i diversi esecutori, in chiusura del video è possibile ascoltare anche la Gianotti al pianoforte mentre cita il Preludio n°20 di Chopin. Né folle, né altro, quindi. Per quanto mi riguarda, è solo molto colta e sensibile.

Che dire… tutto sommato una Domenica gustosa, resa ancora più saporita dall’aver trovato poche pagine più oltre, nello stesso quotidiano, un articolo di Natalia Aspesi col quale la giornalista ci introduce il personaggio Marco Pesatori.

Lo fa affermando in apertura che questo signore nella vita si è trovato di fronte alla difficile scelta di cosa diventare da grande:

poteva essere un critico d’arte, un giornalista di riviste intellettuali, un poeta di massima raffinatezza, un esperto di calcio, un solista jazz, un monaco buddista. (…) Alla fine Marco Pesatori è diventato la star che confabula coi pianeti per dirci chi siamo, chi potremmo essere, quali sogni potremmo realizzare e quali disastri dovremmo evitare: si immerge nel nel cielo sventolando una data di nascita e compone oroscopi simili a poesie segnate da un ritmo jazz, mosse da un vigore calcistico, elevate da una filosofia buddista e basate su una visione molto dada della vita.

Leggendo l’articolo, si è portati a pensare che il punto forte dei suoi oroscopi sia la nebulosità: non chiedono di essere capiti “e infatti in tanti non li capiscono e per questo li adorano, ma interpretarli con il turbinare della fantasia e adattarli ai nostri desideri, per consolarci dei personali casini: con lui (l’autore), si entra in un mondo fatato e possibile, con il permesso di inventarcelo”.

La Aspesi è notoriamente brava e mi ha quasi fatto venir voglia di provare a concedermi, di tanto in tanto, la lettura di un bell’oroscopo nebuloso di questo autore di sicuro particolare. L’idea della professione di astrologo che emerge da questo pezzo, la apparenta a quella di chi si dedica a generi letterari ai quali, chissà, potrei anche rivelarmi sensibile se solo apparisse tutto un bel gioco dichiaratamente senza pretese, oltre quella di intrattenere i lettori annoiati da interviste a fisici folli.

Alla domanda della Aspesi: “E lei, Pesatori, ci crede?”, il nostro si lascia sfuggire: “Io non credo in niente, ma l’astrologia è una scienza molto precisa, il cielo non mente, basta studiarlo”,

facendo così franare all’istante un piccolo edificio costruito poche righe prima in uno spiazzo libero della mia benevola fantasia domenicale.

Il concetto di “scienza” e l’aggettivo “scientifico” usati per reclamizzare tutto, dalla crema idratante alla politica estera, dal tortellino ai funghi, all’oroscopo poetico mi intristisce profondamente.

Il risultato di un uso così poco ricercato di questi termini dalla loro dignità troppo spesso ignorata, è quello di creare una gran confusione – resa ancora più grande dall’accostamento tra “scienza” e “mondo fatato e possibile” – nella testa dei fruitori di simili messaggi. La stessa confusione che, ad esempio, potrebbe generare in chi non conosce la sua musica, l’assurda affermazione “Beethoven non aveva senso del ritmo”.

Se non si sa davvero cosa la scienza sia, se non si ha la benché minima idea di cosa si debba intendere per musica classica, …, se non si hanno i giusti riferimenti per qualsiasi cosa, chi dovesse decidere di confonderci (non è di certo il caso del Pesatori che ha tutta l’aria di essere un intellettuale in buona fede), avrebbe di sicuro gioco facile affermando che si può trovare la risposta a queste domande in banalizzazioni tanto in voga.

Il Pesatori poi cita, come ho già sentito fare ad altri in discussioni analoghe, Galileo, Tolomeo e altri illustri personaggi come testimonial della scientificità della sua attività.

Mentre sull’uso dell’astrologia da parte di Galileo ci sarebbe da ricordare con una certa onestà come il poveretto, senza crederci, se ne servisse per arrotondare entrate all’epoca misere, nel caso di altri tirati in ballo nell’articolo (Sumeri, Tolomeo, Keplero) potrei attaccarmi al dato storico che molti di loro ragionassero di astrologia in un lasso di tempo molto lungo e lontano da noi (3000 a.C. – 1600 d.C.) durante il quale il concetto di scienza e di scienziato non erano ancora stati elaborati.

Non capisco poi perché debba risultare un punto a favore dell’astrologia l’ulteriore dato citato dal Pesatori che Andy Wahrol, Doris Lessing e chissà chi altri ne facessero uso per capire quali scelte attuare nella loro vita. Non trascorro di certo tutto il giorno a palleggiare solo perché Franz Beckenbauer da giovane lo faceva…

Nel suo Dialogo sul metodo, Paul Feyerabend invita con ottimi argomenti noi che lavoriamo in campo scientifico a non pronunciarci negativamente sull’astrologia. Dal momento che, a differenza di quanto afferma l’intellettuale intervistato, gli scienziati difficilmente dicono qualcosa di positivo su di essa (semplicemente non possono farlo. Se, basandosi su delle prove empiriche, potessero, non le negherebbero di certo il loro sostegno), direi che potremmo semplificare il pensiero dell’epistemologo americano suggerendo: in generale, è meglio evitare di pronunciarsi sull’astrologia.

Parimenti sarebbe auspicabile che gli astrologi decidessero di non pronunciarsi sulla scienza. Fintanto che non verranno prodotti argomenti validi e incontrovertibili provanti la  validità empirica della loro disciplina, l’astrologia con la scienza non avrà niente da spartire.

Insomma, ignoriamoci vicendevolmente, evitando di citarci a sproposito. E se Kary Mullis – un premio Nobel per la chimica, anche lui nominato nell’articolo della Aspesi – crede che pianeti e stelle abbiano qualcosa da dire sul nostro destino, buon per lui.

Mi diverte immaginarlo alterato, nel mentre bolla di antiscientificità qualche sostenitore di teorie chimiche strampalate e senza alcun fondamento. Mi sento quindi di bollare a mia volta il suo sostegno a una teoria basata su una presunta influenza di stelle e pianeti su di noi come qualcosa riguardante solo la sua graziosa persona che di gravitazione temo sappia quanto ne so io di filologia romanza.

Proprio per questo mi sento di poter dire, senza tema di sbagliarmi troppo, che una affermazione inerente l’influenza degli astri sul nostro destino pronunciata dal Mullis, nonostante il premio Nobel, abbia la stessa forza di quella di un Wharol, della Lessing o della famosissima massaia di Voghera: quella della confessione di una propria, legittima propensione personale.

In conclusione, non trovo certo sbagliato parlare con Pesatori, del Pesatori. Tutt’altro. Torno alla Gianotti e apprezzo che, chi ha progettato la scaletta degli articoli da pubblicare nell’inserto domenicale, abbia scelto di porre il pezzo su di lei “alla giusta distanza” da quello dell’astrologo.

Fosse dipeso da me, “la giusta distanza” sarebbe stata di sicuro maggiore in quanto avrei stimolato una scelta precisa: pubblichiamo l’articolo sulla futura direttrice del CERN o quello sull’astrologo? Lo so, questa scelta avrebbe dato un carattere forse troppo netto al quotidiano con, temo, disastrose conseguenze sulle vendite di quella edizione della domenica, ma posso divertirmi a giocare nell’immaginarmi direttore per soli cinque minuti, no?

Immagino che all’interno della redazione non si siano nemmeno resi conto di quanto per lettori paranoici come me, possa risultare un po’azzardato quel riferimento alla scienza (6).

O forse, proprio come nel caso della domanda alla Gianotti, simili accostamenti sono consapevoli, voluti e servono a stimolare le mie reazioni come pure quelle di chissà quanti altri (già, quanti altri?). Chi, come la Aspesi, sa fare il proprio mestiere, sa anche come catturare l’attenzione di tanti, quindi anche la mia.

Ma questa considerazione, più che spingermi a fare spallucce e a essere più morbido, mi porta a pensare che il problema si annidi proprio lì: nel fatto che persone coltissime e attentissime non si accorgano o facciano finta di non accorgersi di come alcuni concetti, termini, aggettivi vengano usati un po’ con leggerezza.

Così agendo, mi pare che venga fatto un torto a un ambito già sofferente come quello scientifico, regalando, di contro, valore aggiunto a un altro che di sicuro, dato il grande successo che riscuote l’astrologia pur non avendo ancora dato prove definitive della sua validità, non mi sembra abbia bisogno di ulteriori aiuti.

Diversamente dall’osservarzione del cielo condotta dagli astrologi, la fisica delle particelle elementari conferisce a persone come la Gianotti e i suoi colleghi una capacità predittiva sulle sorti del mondo pari a zero. Semplificando, direi che, dal momento che non usano la sfera del cielo (mi adatto e faccio il tolemaico…), il loro toro (7) non può predire nulla, ma proprio nulla, di cosa accadrà prossimamente a Pesci e Capricorni.

Come futura direttrice, la Gianotti potrebbe allora provvedere a suddividere il grande anello in dodici settori da trenta gradi d’ampiezza ciascuno, dedicando ognuno di essi a un segno zodiacale differente.

Purtroppo mi sa che, se anche decidesse di farlo, arriverebbe solo a confermare quanto affermato in precedenza: forse è vero, “il cielo non mente”.

Invece, aggiungo io, il microcosmo, più furbo, sul futuro tace.

SZ

 

Sottofondo: Ahmad Jamal – Ahmad’s Blues

http://grooveshark.com/#!/album/Ahmad+s+Blues+Live/3946601

1 – L’articolo cui faccio riferimento è Tomino alla Scienza, del primo Agosto scorso:

https://squidzoup.com/2014/08/01/tomino-alla-scienza-la-futura-nuova-alleanza/

2 – É possibile scaricare il pdf dell’intero inserto al seguente indirizzo: http://download.repubblica.it/pdf/domenica/2014/28122014.pdf

3 – https://squidzoup.com/2014/12/11/quando-il-teorema-e-uno-scalpello/

4- http://cds.cern.ch/journal/CERNBulletin/2014/51/News%20Articles/?ln=it

5- https://www.youtube.com/watch?v=gPmQcviT-R4

6 – Per comodità di chi legge, riporto come giustificazione del termine “azzardato” l’indirizzo alla pagina wikipedia in cui si parla di astrologia e del giudizio su di essa espresso dalla comunità scientifica:

http://it.wikipedia.org/wiki/Astrologia#Giudizio_della_comunit.C3.A0_scientifica

7 – In topologia, il toro è una figura ottenuta piegando un settore cilindrico fino a farne combaciare gli estremi. http://it.wikipedia.org/wiki/Toro_%28geometria%29

Astronomia è guardarsi attorno

The-coloured-side-of-Italy

Direi Astronomi-cecchini quelli che il 17 Ottobre scorso sono riusciti a mirare con uno strano fucile un punto in cielo molto particolare: quello che ospita il satellite GAIA.

Il fucile è in realtà il telescopio da un metro e mezzo di diametro posizionato a Loiano, sull’Appennino tra Bologna e Firenze. Un’arma strana che, piuttosto che sparare proiettili per colpire e poi catturare qualcosa o peggio, qualcuno, ne riceve di innocui e li fa propri senza ferire nessuno.

I proiettili ricevuti sono innocui fotoni nel visibile e i cecchini sono l’Astronomo Alberto Buzzoni, il Tecnologo Italo Foppiani e il Tecnico Roberto Gualandi, tutti in forze presso l’INAF-Osservatorio Astronomico di Bologna. Anche se magari non lo crediamo possibile, in barba a presbiopia e miopia, problemi che affliggono almeno due di loro, i tre hanno centrato nel campo del telescopio il satellite GAIA, un puntino nero tra le stelle posto a un milione e mezzo di chilometri da noi.

La preda catturata da Buzzoni & Co. è quindi un satellite che orbita attorno al punto lagrangiano L2, un punto che cambia posizione nello spazio mantenendosi però fermo rispetto al sistema Terra-Sole.

Visitati per la prima volta nel 1722 dalla fantasia matematica dell’italo-francese Joseph Louis de Lagrange, luoghi come L2 sono particolari soluzioni del classico problema dei tre corpi – soluzioni che identificano cinque punti di equilibrio del sistema fisico – nel caso  speciale in cui uno dei tre abbia una massa di molto minore rispetto a quella di ognuno degli altri due.

Punti-Lagrangiani

Se i tre corpi sono il  Sole (massa pari a circa dieci alla trentatré grammi), la Terra (massa dell’ordine di dieci alla 27 grammi) e un satellite delle dimensioni di GAIA (ha una massa di due per dieci alla sei grammi), allora rientriamo perfettamente nella situazione appena descritta. Uno di questi cinque punti di equilibrio, quello che si indica con L1, è situato tra il Sole e la Terra, lungo la congiungente i centri della stella e del pianeta. Lì vi abbiamo posto da tempo SOHO, un altro satellite che osserva stabilmente il nostro astro.

Sempre lungo la retta congiungente i centri di Sole e Terra vi sono altri due punti di equilibrio. L2 giace oltre l’orbita terrestre, mentre L3, rispetto al Sole, sta dalla parte opposta alla posizione del nostro pianeta.

L’aspetto davvero affascinante dell’esistenza dei punti lagrangiani come L2 è che porre lì un ferro da stiro, un’automobile, mia zia o il satellite GAIA, equivale ad aver creato un nuovo, minuscolo pianeta del Sistema Solare che, pur orbitando attorno al Sole descrivendo un giro più ampio di quello tracciato dalla Terra, mantiene lo stesso nostro periodo di rivoluzione.

In pratica, un anno su GAIA equivale a un anno sulla Terra e questo in barba alla terza legge di Keplero che per luoghi via via più distanti dal Sole, prevederebbe tempi di rivoluzione più lunghi.

Ma a quale scopo quel satellite è stato messo lì? Una cosa è certa: così lontano da noi, di sicuro non servirà ad aiutare le telecomunicazioni o a gestire la rete di GPS.

La ragione per sfruttare un punto del genere è che lì ci si trova sul limitare della sfera di influenza gravitazionale della Terra (sfera di Hill), laddove basterebbe uno starnuto per far finire mia zia nella “giurisdizione gravitazionale” esclusiva del Sole o in quella della Terra, interrompendo bruscamente questa magia di gestione cooperativa tra la nostra stella e il nostro pianeta.

Avere quindi la possibilità di sincronizzare il satellite con i nostri movimenti, ci rende molto più facile il compito di controllarlo a distanza e, soprattutto, di riceverne i dati che gli abbiamo chiesto di raccogliere.

Quali dati? Beh, è arrivato il momento di svelare l’arcano: GAIA è un telescopio progettato per catturare la luce proveniente dalle stelle del nostro vicinato così da registrarne vari parametri, in primis la posizione.

La sua esistenza testimonia uno sforzo antichissimo: quello di catalogare la realtà con l’obiettivo di farci un’idea quanto più precisa possibile di come essa sia fatta. Da quell’eremo spaziale, GAIA attuerà un censimento delle stelle della galassia. Un obiettivo titanico perseguito da un consorzio internazionale che vede anche la partecipazione italiana e, in particolare, del gruppo dell’INAF bolognese.

Il padellone da dieci metri visibile nelle immagini che trovate in rete non è uno specchio, bensì una protezione contro i raggi solari che disturberebbero le osservazioni. Detto in soldoni, il satellite ha un lato interamente illuminato dal Sole, mentre dall’altra è del tutto al buio. Dieci metri di diametro del suo sombrero servono a creare sul lato in ombra una notte fittizia, scura e fredda, o, se preferite, una fase costante del pianetino GAIA.

Il Sole è ancora capace di inviare tantissima luce in quella zona: a ben vedere, stiamo parlando di un punto nello spazio lontano solo un milione e mezzo di chilometri da noi che ne distiamo quasi centocinquanta dalla nostra stella. Il telescopio di GAIA, quello responsabile del censimento, è quindi posto sulla Dark Side of The Satellite.

Top-GunDue parole le merita anche il fucile-telescopio con il quale è stato possibile catturare l’immagine di GAIA tra le stelle. Considerando solo gli strumenti ottici presenti sul suolo nazionale, quello di Loiano usato per questa caccia grossa risulta essere al terzo posto per dimensioni. Viene dopo il telescopio Cherenkov – uno strumento un po’ particolare, che meriterebbe un articolo tutto per sé – da poco installato a Serra la Nave (CT) e forte di uno specchio con diametro di quattro metri, seguito da quello di Asiago (VI) da un metro e ottantadue centimetri di diametro.

Se invece di considerare solo quelli posti sullo stivale e isole nostrane, ci ricordiamo anche dei telescopi italiani residenti all’estero (dopo la fuga dei cervelli, la fuga degli specchi? Sì, fuga dall’incredibile e selvaggio inquinamento luminoso delle nostre città), quello di Loiano, dove per un anno e mezzo anche io ho lavorato come assistente notturno alle osservazioni, slitta in quarta posizione.

Prepotente, entra infatti in seconda il telescopio Galileo che, con i suoi tre metri e sessanta centimetri di diametro dello specchio principale, osserva dall’alto dell’isola La Palma, nelle Canarie.

Quindi, ricapitolando, il telescopio di Loiano ha spiato GAIA che a sua volta spia il cosmo.

Avere spiato GAIA significa che l’allegra compagnia bolognese ha centrato un oggetto di dieci metri di dimensione posto a un milione e mezzo di chilometri di distanza da noi, una posizione che fa assumere al satellite una magnitudine pari a 21, quindi debolissima.

Tutto questo è stato reso possibile grazie al sistema di Tracking Differenziale messo a punto dal gruppo bolognese di tecnologi al quale fa capo Foppiani, e alla perizia del tecnico Gualandi.

Per capire la reale valenza scientifica di un simile risultato, sbircio nella pagina web approntata da Buzzoni e scopro che:

“La rilevazione di Gaia segna un punto importante per il nostro telescopio, dal momento che le difficoltà incontrate da ESA nel calcolo della luminosità attesa per il satellite, (diverse magnitudini più debole del previsto, una volta operativo in orbita), si sono dimostrate critiche per il contributo della rete di telescopi ottici a Terra alle operazioni di “station keeping” della nave. Questa “marcia in più” apre la via anche a tutti quei nuovi progetti osservativi (“di nicchia” ma potenzialmente molto competitivi) che riguardano lo studio (soprattutto spettroscopico e polarimetrico) dei NEO e dei PHO (“Potentially Hazardous Objects”, asteroidi e comete in flyby ravvicinato alla Terra). Sarà inoltre possibile utilizzare il telescopio per operazioni di validazione orbitale di satelliti artificiali (commerciali e scientifici) in orbita HEO e GEO terrestre e di caratterizzazione orbitale dei pericolosi “detriti spaziali” (space debris). Potrebbe attendersi, infine, un contributo competitivo del telescopio Cassini anche per il tracking delle future missioni di sonde in orbita perilunare e come supporto ottico al tracking delle manovre di gravity assist (entro circa 5 Milioni di km dalla Terra) delle prossime di missioni interplanetarie a Marte e oltre”.

E fa un po’ pensare il sapere che la big science, quella dei grandi progetti internazionali come GAIA e figlia di un nuovo sentire gigantico che impone gesti estremi come scagliare un telescopio a un milione e mezzo di chilometri da noi, offra occasioni per emozionarsi romanticamente. Lo fa con i mezzi tipici della little science, quella di un piccolo telescopio di classe due metri, posizionato sulla dorsale appenninica.

Da una parte vi è una moltitudine di persone che lavora a un immane progetto, quasi fosse il corrispettivo umano di un immenso corallo. Ognuna di loro è responsabile di una piccola frazione del progetto globale e ognuna di loro è intenta a lavorare vivendo in luoghi diversi del globo. I singoli ricercatori sono solo parzialmente a conoscenza di ciò che gli altri stanno facendo, ma sono comunque accomunati dalla visione scientifica di insieme e dall’emozione di far parte di una grande avventura umana e culturale.

Dall’altra vi sono tre persone che si conoscono da anni e che decidono di condividere una emozionante nottata di osservazione nella control room di un osservatorio. Diverse moka di caffè, probabilmente alcune pizze margherita, da asporto, e tante speranze individuali e collettive da raccontare l’indomani ad amici e comunità scientifica.

Da una parte, compiacimento wagneriano; dall’altro, composta gioia pascoliana.

Una nuova danza estremamente affascinante si svolge davanti ai nostri occhi, tra spinte necessarie e passioni vissute alla vecchia maniera. Mi sembra vengano reiterare dinamiche di più di un secolo fa e, a ballare questa danza, sono ancora romanticismo, positivismo, e una certa critica reciproca, biunivoca, a tratti decadente, che serpeggia tra due fazioni del mondo della ricerca.

Buzzoni, un astronomo molto sui generis (da giovane correva i 100 metri ed era un valente  pianista jazz…), intervistato, descrive così la sua gioia per il risultato ottenuto:

Da una vita me ne sto col naso all’in su a guardare le galassie lontane e le “astronavi” vicine e forse è a questo che devo la mia cervicale… Stavolta ho visto la preda direttamente nel suo nido, in cima all’Everest celeste.

Insomma, quando ci impegniamo, qui sulla Terra scopriamo di essere eredi dell’arte del celeste Orione, ma anche di aver fatto compiere una notevole evoluzione al concetto stesso di “caccia”. Diciamocelo pure, e con un certo vanto: i nostri fucili astronomici sono oramai le armi più precise in assoluto. Oltre tutto, sono le armi dalla gittata più lunga: esse sparano più lontano di quelli di qualsiasi altro cacciatore che imbracci una doppietta.

Mi correggo: i nostri fucili telescopici si fanno sparare da sempre più lontano, andando a catturare immagini della realtà che ci circonda anche laddove pochi sospettano che vi possa essere qualcosa a sparare fotoni.

Apprezzerei molto che il cacciare fosse sempre e solo questo, ovvero un’attività che non preveda più inutile spargimento di sangue per assumere definitivamente il significato di catturare immagini del mondo che ci circonda per meglio capirlo e classificarlo. Bello è sapere che già da tempo qualcuno vi si dedica – si pensi, ad esempio, agli amanti del bird-watching e di fotografia naturalistica in generale – e che per gli astronomi è sempre stato così, e così continuerà sempre a essere. Amen.

Per sapere come è fatto il mondo, bisogna girarlo. Sapendo però che il mondo gira anche senza il nostro aiuto, a noi non rimane da fare altro che guardarci bene attorno.

Ecco, se vogliamo, l’astronomia è proprio questo: guardarsi attorno, in un “attorno” sempre più ampio.

L’orizzonte di alcuni è dato da una beccaccia in volo. Uno scenario limitato nello spazio e nel tempo, che finisce con un “bang”.

Quello dei nostri amici bolognesi il 17 Ottobre passava da L2.

Loro, ma anche altri colleghi, di solito osservano molto, molto più lontano di L2, trovando un orizzonte finito, iniziato con un big bang e in continua espansione.

Chissà, un giorno magari beccheremo anche beccacce aliene e scopriremo che da qui sarà difficile colpirle in quanto protette dalla legge.

Si tratta di una legge fisica.

E, ve lo garantisco, a essa niente e nessuno sfugge.

SZ 

 

Sottofondo: ovviamente The Dark Side of the Moon, dei Pink Floyd

http://grooveshark.com/#!/album/The+Dark+Side+Of+The+Moon/9730519

 

Per saperne di più, consiglio i seguenti link:

http://www.media.inaf.it/2014/10/29/gaia-loiano/

http://www.bo.astro.it/~eps/buz11401/Gaia.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Cherenkov_Telescope_Array

http://it.wikipedia.org/wiki/Punti_di_Lagrange

 

 

 

 

 

Vedute di MoS.K.A.

Lobi-globo

Avrei voluto scrivere queste righe già a fine Giugno.

Poi, non so perché, mi sono ritrovato a procrastinare. Forse l’ho fatto per far sedimentare quelle che all’inizio erano solo sensazioni forti.

É probabile quindi che io abbia ritardato questo momento nell’intento di far diventare una matassa di sensazioni, qualcosa di più facilmente modellabile, scalfibile tramite le parole, quasi si trattasse di un progetto di scultura piuttosto che di scrittura.

Ora mi sa che è giunto il momento di dare forma ai pensieri, ed eccomi qui seduto a provare a scheggiare la matassa con le prime parole-scalpello.

Era il 7 Giugno e, da poco arrivato a Catania per riprendere il lavoro al fianco di Giuseppe Cutispoto, responsabile delle attività divulgative dell’OACT, sono stato gentilmente invitato da Grazia Umana, direttrice dell’istituto, a partecipare come semplice osservatore ai lavori del congresso SKA (Square Kilometer Array) che si sarebbe svolto a Giardini Naxos dal 9 al 13/6.

Non mi sono certo fatto pregare e così ho iniziato a fare su e giù tra Catania e Giardini in compagnia di colleghi con i quali non ci vedevamo da un anno, cogliendo l’occasione per fare simpatiche chiacchierate su varie ed eventuali.

Intanto mi sembra doveroso dire in due parole cosa si intende per Square Kilometer Array.

Si tratta di un network di radiotelescopi posizionati parte in sud Africa, parte in Australia, che complessivamente andranno a disegnare sulla superficie terrestre una macchia estesa più o meno un chilometro quadrato.

Questi radiotelescopi lavoreranno in un range abbastanza ampio di frequenze e, grazie al posizionamento nei due continenti (distanza tra la stazione africana e quella australiana di circa 3000 chilometri) e alla grande superficie di raccolta della radiazione, raggiungeranno interferometricamente una precisione cinquanta volte superiore a quella degli odierni radiotelescopi.

Una rapida occhiata al programma del congresso (http://astronomers.skatelescope.org/documents/aaska14-presentations/), fa capire bene come si sia trattata di una lunga e interessante dichiarazione di intenti scientifici ad ampissimo raggio nell’attesa del varo ufficiale del progetto che partirà nel 2018.

La prima giornata è stata interamente dedicata alla cosmologia e a chiusura lavori risultavo essere del tutto intossicato dal concetto di reionizzazione che ho assaggiato in tutte le salse. Ho visto lo stesso grafico in almeno una decina di talk, ho seguito gli interventi di speaker decisi a usare SKA per studi cosmologici che differivano di un epsilon gli uni dagli altri e – cosa che trovo sia da evitare quando mi esibisco su un palco (credo che un palco sia sempre un palco e che un pubblico sia sempre un pubblico, anche se si parla di cosmologia) – la consapevolezza della sovrapposizione a volte parziale, a volte notevole, tra l’argomento del proprio talk e quello di chi precedeva/seguiva, non sembrava generare alcun imbarazzo in loro.

Anzi, cosa strana, sembrava proprio che a una maggiore sovrapposizione tra argomenti e modi espressivi, corrispondesse una maggiore soddisfazione di relatore e astanti. Si sa, repetita iuvant, specie in una fase preliminare alla partenza. Le ripetizioni servono a regolare bene tutti i parametri in vista dell’inizio così da essere sicuri che non vi siano (troppe) sorprese dell’ultim’ora. Questo implicitamente significa che cose analoghe avvengono anche in altri meeting e che quindi non ci sia stato niente di così grave e sconvolgente (ma neanche eccitante) in quel primo giorno di congresso.

Al di là di questa necessità oserei dire logistica di ripetere il già noto, non ho potuto fare a meno di notare ciò che già in molti hanno denunciato: a dispetto dei passi da gigante compiuti da un punto di vista tecnologico, quindi sperimentale, siamo fermi a concetti teorici vecchi di cento anni e, pur sapendo alla perfezione tutto ciò che c’è da sapere in un certo ambito (questo valeva per i relatori e molti convenuti, non certo per me, purtroppo), non riusciamo a sbloccarci da un impasse lungo un secolo.

Forse il problema è proprio dato dal fatto che tutti coloro i quali devono sapere certe cose, le sanno benissimo, anche se le sanno allo stesso modo, le dicono allo stesso modo, le progettano allo stesso modo.

Fatto sta che ci ritroviamo tutti ad affollare il margine estremo della ricerca (quella detta “di punta”) in attesa che siano gli strumenti a darci il LA per poter azzardare un timido passo in avanti.

Il balzo più recente che abbiamo compiuto – parlo della scoperta del bosone di Higgs – appoggiava su quella che forse è stata l’ultima teoria davvero interessante da un punto di vista di una certa fantasia scientifica, quella che consente di farsi un’idea di come stanno le cose in netto anticipo sulla creazione della tecnologia che potrebbe avvalorarla.

Prima di essere una scoperta, il suddetto bosone è stato una pura idea e questo lo rende interessante quanto le onde gravitazionali, il multiverso, le stringhe e pochi altri concetti che sono emersi da una certa capacità di guardare la Natura con occhi disintossicati dai trend, ovvero da ciò che viene pedissequamente fatto in tutti gli istituti di ricerca.

In questo periodo storico, le idee su come potenziare la tecnologia in nostro possesso si sprecano e sembra quasi che gli strumenti siano gli unici a poter indirizzare la comunità scientifica verso nuovi orizzonti della fisica.

La fantasia, perché di fantasia si tratta, di grandi visionari del passato non trova più posto nei congressi, nelle pubblicazioni, nei libri.

Nessuno si sbilancia a dire qualcosa di nuovo, ad azzardare nuovissime idee sconvolgenti, forse perché nuove idee non ve ne sono; forse perché si sta tutti attenti a che il vicino, se ne ha, non le esponga, stando pronti a tacciarlo di antiscientificità qualora decidesse di arrischiare un nuovo punto di vista. O forse il motivo per l’assenza di nuovissime idee (parlo di quelle capaci di sconvolgere un paradigma. Ovvio che piccole, nuove idee vengono proposte ogni giorno) è da ricercare nella constatazione che elaborarne vuol dire correre il rischio che esse non vengano considerate, riprese, approfondite da altri. Tutto ciò inciderebbe negativamente sull’impact factor, un parametro sociologico strettamente connesso alla piccola frazione di finanziamenti dedicati alla ricerca e che per questo tiene in ostaggio la comunità scientifica.

La paura.

Il terrore di dire la cosa sbagliata. Il timore di essere additati come stupidi, ignoranti, incapaci. Questa paura ha agito sulla mente di noi “uomini di scienza” per tutti gli anni della formazione universitaria. Di sicuro è cosa in parte sana, ma credo che non ci siano stati forniti sufficienti antidoti per vincerla a partire da un certo momento in poi e sono pochi coloro i quali riescono a emanciparsene così da andare al di là di essa. Gli stessi lavori di tesi sono sempre frutto di idee altrui, da potenziare, verificare, estendere così da non dover temere di incorrere in un giudizio negativo; così da non finire in un perpetuo indice dei casi risibili; così da non rischiare di finire in un eterno registro delle barzellette accademiche.

Ma quando si era studenti, nessuno ci chiedeva cosa pensavamo davvero; mai nessuno ci invitava a “giocare” con il linguaggio fisico-matematico imparato sui banchi universitari.

Il risultato è che oramai la scienza appare spesso essere una sorta di culto con dei mantra che vanno ripetuti e riconfermati.

Il dato nuovo ogni tanto si fa strada a forza fra la ridda di misure sempre simili o forse solo riguardate in modo sempre uguale ma, quando accade che qualcosa di inaspettato finalmente emerge, si scopre che si è trattato perlopiù di serendipity e non certo di folgorazioni che oramai appartengono solo alla storia della scienza e agli aneddoti circa figure mitiche di un recente passato apparentemente irrecuperabile.

Ecco che se Einstein pubblicava ben cinque sconvolgenti articoli nel giro di un anno standosene da solo e lontano dai tanti, oggi i tanti firmano insieme un articolo che, come ho già avuto modo di raccontare in un mio precedente post, non potrà mai essere sottoposto a una decente operazione di peer-review. Perché? Per il fatto stesso che tutti coloro i quali sono in grado di esaminarlo, sono lì tra i firmatari e non metteranno mai in moto un inopportuno conflitto di interessi scientifico.

Inoltre un altro dei principi aurei su cui si basa la ricerca, quello della riproducibilità dell’esperimento, viene perso per strada: dove mai si potrà tentare di riprodurre ciò che è stato misurato al CERN?

Insomma, mi sembra che l’enunciazione di cosa sia il metodo scientifico necessiti di una ritoccatina tale da risultare quantomeno coerente con quanto davvero si fa nella pratica scientifica di altissimo livello.

Quando mi trovo a divulgare e a raccontare come proceda la scienza per abbattere il rischio di errori tramite il controllo delle affermazioni condotto con metodo scientifico, spesso mi sento un millantatore che racconta il falso per puro amore di una certa retorica epistemica e/o per eccesso di corporativismo.

Il problema, oltre che epistemologico, credo davvero sia di ordine didattico: una volta impartiti i rudimenti del linguaggio che va usato per colloquiare con la Natura – La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto… – bisognerebbe affrettarsi a spiegare agli studenti come giocare con esso, come fare per imbastire discorsi propri in questa lingua; come fare a intavolare personali chiacchierate con ciò che circonda tutti. Nulla di tutto ciò. Ci ritroviamo spesso a essere ragionieri del computo scientifico, continuatori pedissequi di meravigliose, interessantissime litanie (che, tra l’altro, ritengo assolutamente necessarie, da continuare), ma sono davvero pochi i docenti che si sognano di dare fiducia alla capacità del singolo così da spingerlo a tentare di trovare un modo nuovo di guardare il mondo.

Nessuno ci insegna questo, ma tutti ci lasciano intendere come stare nel solco di ricerche che hanno già dato ottimi frutti. Ecco che le virtù di chi lavora in ambito scientifico diventano nella maggioranza dei casi la costanza, l’abnegazione, la precisione, la puntualità, l’attenzione e una certa capacità di capire dove si è posizionati, di capire cosa si può dire e cosa proprio non può essere detto; quando parlare e quando far parlare il proprio capo. Insomma, bisogna aver presente in quale anello della filiera si è arrivati e comportarsi di conseguenza, stando attenti a non uscire dal solco. E se non si spingono i giovani a mettere in discussione tutto, non credo ci si debba aspettare che siano gli anziani a farlo.

Ovvio che non pretendo di compendiare in questo discorso tutti e tutta la ricerca che viene compiuta nel mondo. Io stesso ho avuto la fortuna di imbattermi in alcuni docenti illuminati e inoltre non mi è dato sapere come vanno le cose oltre il limitato orizzonte che si si osserva dal mio computer. In ogni caso, se su grande scala la situazione differisse davvero da come la descrivo, credo avremmo meeting scoppiettanti, pieni di interventi stimolanti e ci troveremmo a vivere in un mondo in cui, a furia di nuove teorie e idee, avremmo già da tempo trovato un bel po’ di soluzioni aggiuntive a problemi interessanti.

Certo, avremmo di sicuro a che fare con una certa quantità di idee sbagliate, da smaltire, ma che credo risulterebbero affascinanti e – perché no? – finanche trainanti per trovarne altre più probabilmente “vere”. Senza scomodare i soliti noti, da quanto tempo non ci imbattiamo in un Fred Hoyle con le sue trovate a volte strampalate ma di sicuro geniali? Riuscite a immaginare oggi un giovane scienziato che prenda la parola in un congresso internazionale per esporre qualcosa di equivalente alla teoria dello stato stazionario?

Se l’aspetto inerente una certa fantasia scientifica non viene curato nelle università e nei centri di ricerca, trovo normale che poi si abbia uno eccesso incontrollato e incontrollabile di fantasia pseudo-scientifica nel mondo che circonda l’accademia.

Lasciare il campo delle idee libero a qualcuno, vuol dire trovarlo occupato nel giro di poco tempo da squatter del pensiero, altrimenti detti complottisti e analfabeti scientifici.

Insomma, la Big-Science è necessaria, di questo ne sono stra-convinto.

Ciò che non mi convince e che scopro non convincere nemmeno i miei colleghi Antonio Frasca, Ettore Marilli e Corrado Trigilio, è che oramai la scienza debba procedere solo lungo le linee tracciate nei grandi progetti.

Buco Nero ginevrino -  Angelo Adamo - Questa illustrazione è stata pubblicata per la prima volta sulla rivista SISSA News, House-Organ della SISSA di Trieste

Buco Nero ginevrino – Angelo Adamo – Questa illustrazione è stata pubblicata per la prima volta sulla rivista SISSA News, House-Organ della SISSA di Trieste

Si tratta di percorsi che, dovendo combattere con ingenti attriti socio-politici, portano a inventare strategie inaspettate di coinvolgimento del pubblico. Esse vanno dalla diffusione di paure per un possibile buco nero ginevrino che si sarebbe potuto creare in seguito all’accensione di un LHC potenziato (2008), all’articolo sulla “gara di velocità” tra fotoni e neutrini, vinta dai bit che trasportavano la falsa e prematura informazione.Falsa partenza

Ben venga la Big-Science con la quale potremo finalmente arrivare a scoprire ciò che giace a distanze enormi da noi, ai due estremi micro e macro del nostro universo, ma lavorare con la little-science, a esempio quella dei piccoli telescopi, potrebbe essere la palestra per stimolare fantasie che ora dormono per il nostro erroneo ritenere che degli oggetti raggiungibili con strumenti normali sappiamo già tutto ciò che di interessante c’era da sapere.

Sarebbe bello almeno allenarsi a rivedere con sguardi diversi, prima educati e poi rieducati a essere maleducati, tutto ciò che crediamo di conoscere così bene da non richiedere ulteriori studi.

Mi viene in mente una bella storiella circa un esame di Fisica 1 che aveva per oggetto il calcolo dell’altezza di un palazzo mediante l’uso di un barometro e come protagonista uno studente che proprio non voleva saperne di ripetere la lezione così come sapeva che il prof avrebbe gradito sentirla.

Tornando a SKA, di sicuro premierà posizionare due “pezze” radiotelescopiche in Africa e Australia e scopriremo cose incredibili, ne sono certo. Immagino quindi che, facendo un fantascientifico e fantapolitico passaggio al limite della funzione progresso della ricerca, l’optimum possa essere rappresentato dall’uso di una quantità enorme di radiotelescopi che vada a ricoprire, se non proprio l’intero orbe terraqueo, almeno la parte di terre emerse.

Una terra che assomigli più a un occhio di mosca che a un pianeta ci donerebbe una visione completa, profonda, dettagliata dell’ambiente cosmico nel quale ci troviamo a fluttuare.

Mettere insieme i segnali provenienti dalle antenne di SKA richiederà una potenza di calcolo incredibile e per capire la portata del problema informatico e ingegneristico da risolvere, vi invito a dare un’occhiata alla seguente pagina:

https://www.skatelescope.org/signal-processing-2/

Un occhio del genere implica una ricerca nella ricerca.

Già, perché programmare questo network di radiotelescopi per coordinarne i numerosissimi segnali così da farli convergere in modo adeguato nella realizzazione di visioni estremamente dettagliate di oggetti posti molto, molto lontano da noi nello spazio e nel tempo, implica sforzi intellettuali enormi che immagino sconfinino anche in ricerche di Intelligenza Artificiale.

Si tratterà di far cooperare milioni di assoni e neuroni di fibre ottiche e rame il cui schema di connessioni prevedo assomiglierà molto da vicino a una possibile cartina delle nostre connessioni cerebrali.

Il nostro occhio non è un luogo dove le idee vengono elaborate, ma fa intimamente parte di quella rete posta più a monte e con essa coopera nell’elaborazione del concetto di realtà esterna.

Devo aver letto da qualche parte che la specializzazione delle cellule nervose dell’occhio è un processo capace di lavorare su cellule inizialmente simili a quelle che abbiamo nell’encefalo, differenziandole in un secondo momento per ottenere da esse prestazioni diverse. Forte di ciò, spero di non sbagliare troppo spingendomi ad affermare che una certa “intelligenza” corra già lungo i nostri nervi ottici e chissà: magari la primissima forma di intelligenza è stata proprio di tipo visivo.

Si pensi poi a quanto le nostre capacità intellettive siano debitrici nei confronti dell’evoluzione del nostro senso visivo: la visione stereoscopica e il posizionamento degli occhi nella parte alta della struttura corporea grazie alla conquistata posizione eretta, ha regalato ai nostri antenati la possibilità di rivestire un ruolo di sicuro dominio nell’ecosistema terrestre.

Credo che andare a costruire una rete di telescopi come SKA sia il risultato, forse inconsapevole, dell’aver capito che non possiamo più avere idee davvero originali su una Natura che ora abbisogna di interlocutori più capaci con i quali colloquiare. É possibile che per avere nuove e sconvolgenti idee dovremo attendere che a elaborarle, o quantomeno a suggerircele con la produzione di dati inaspettati, siano le nostre macchine di prossima generazione che ci accingiamo a costruire.

Una simile, possibile ammissione di incapacità ad andare avanti nel dialogo tra la realtà e il solo cervello umano non collegato ad appendici che ne potenzino le prestazioni mi affascina, ma mi fa anche un po’ paura e voglio credere che vi sia ancora margine per delle idee completamente nuove e umane, per delle visioni scientifiche sconvolgenti in anticipo sui tempi tecnologici, quindi politici.

Se nella prima parte di questo articolo mi sono concentrato sulla sola prima giornata del meeting è anche perché quel giorno sui giornali è uscita la notizia inerente un computer che sembrava aver superato il famoso test di Turing (http://loebner.net/Prizef/TuringArticle.html) colloquiando con un uomo in modo da fargli credere di essere il sedicenne russo Eugene Goostman e non una macchina.

Rileggendo la conversazione intercorsa tra il computer e i suoi interlocutori, credo risulti chiaro quanto sia stato prematuro gioire per il risultato annunciato e ancora una volta, come nel caso della presunta scoperta del neutrino superluminale, possiamo registrare la maggiore velocità dell’informazione sul reale contenuto informativo (sembra proprio un ossimoro).

Una maggiore velocità frutto, anche questa volta, dell’accelerazione impartita da strategie pubblicitarie che poco hanno a che fare con la scienza e che invece molto condividono con la necessità di sensibilizzare il pubblico alla bellezza della ricerca e della sua necessità (e delle sue necessità…).

In ogni caso, ciò che mi interessa mettere in evidenza è che la strada sulla quale procediamo è quella che prima o poi condurrà a una emancipazione di pensiero delle macchine, fine ultimo (almeno credo) della ricerca nel campo dell’Intelligenza Artificiale.

Aver letto la notizia sul test di Turing proprio nel giorno in cui si parlava di una rete di telescopi che assomiglieranno a una rete neuronale estesa, mi ha rincuorato.

Probabilmente stiamo generando un meta-organismo che sarà capace di andare oltre localismi, piccole meschinità, razzismi e altre aberrazioni che tipicamente affliggono i nostri piccoli encefali da passeggio. Esso avrà le dimensioni del nostro pianeta, avrà la fantasia che al momento non riusciamo ad avere e sarà migliore di noi, salvo poi scoprire che replicherà i nostri difetti quando entrerà in relazione, se mai ci riuscirà, con altri meta-organismi lontani.

Magari ci stiamo avviando a diventare hardware organici posti a valle di un processo scientifico-creativo che ci renderà classificatori di spettri di idee visive suggerite dalle macchine della Big-Science. Nostro ruolo sarà quello di sistemare questi fantasmi in un quadro più o meno coerente e assolveremo le funzioni quasi da App al servizio di una intelligenza visiva che ancora non potrà fare determinate operazioni.

Da amante della fantascienza, questa visione di un moderno nous inteso alla maniera di Anassagora mi soddisfa pienamente.

Illustrazione apparsa per la prima volta sul trimestrale SISSA News, house organo della Sissa di Trieste

NOUS – Angelo Adamo – Illustrazione apparsa per la prima volta sul trimestrale SISSA News, house organo della Sissa di Trieste

Spero solo che vi sia ancora un po’ di margine per divertirci con quello che siamo e che da sempre sappiamo fare molto bene.

Avere nuove, grandi idee può ancora essere una prerogativa del genere umano e, senza dover abbandonare le migliori che abbiamo elaborato in passato, credo sia il caso di compiere ulteriori sforzi per trovarne qualcuna prima di abdicare del tutto a favore di una intelligentissima e fantasiosissima GAIA*.

SZ

 

VIdeo del mio fast talk (5 minuti) del 3/10/2014 ALL’OAPD sugli argomenti di questo post. Ero al convegno Pubblica, blogga, twitta sulle nuove tecniche di comunicazione per ricercatori (info alla pagina http://www.scicomm.it/p/relatori.html):

* Un mio racconto parla del nostro pianeta proprio in questi termini. Lo si trova nella raccolta Storie  di Soli e di Lune – racconti di sogni, racconti di scienza, Giraldi, Bologna, 2009  http://www.giraldieditore.it/index.php?option=com_abook&view=book&id=804:storie-di-soli-e-di-lune&catid=17:racconti&Itemid=175

Sottofondo:

Herbie Hancock – Maiden Voyage

http://grooveshark.com/#!/album/Maiden+Voyage/246017