CRONACA VIRUS – Giorno 26

                               A QUALE NORMALITA’ VOLETE TORNARE?

Ricordo che tanti anni fa – senza tema di sbagliare, direi pure “troppi” – in uno dei tanti incontri pomeridiani con docenti universitari organizzati dal mio liceo per dare a noi maturandi una panoramica delle materie da scegliere per gli studi successivi, incontrammo anche un esperto di informatica teorica.

Come per gli altri, non ne ricordo il nome e a fatica metto a fuoco la sua fisionomia. Più o meno cinquantenne, statura più o meno alta, vestito beige, cravatta, camicia chiara, non ricordo nemmeno il suo discorso, ma una frase, una sua definizione, mi si infisse bene in testa, e ancora mi accompagna.

Mi rivolgo ai più giovani fra voi, invitandovi a entrare nell’ordine di idee che parlare di informatica e di computer nel 1986-1987 non fosse la stessa cosa del parlarne oggi: i cellulari, all’epoca oggetti di lusso, non erano ancora diffusi (inizieranno ad esserlo nel ’90) ed erano nient’altro che telefoni senza fili, mentre i computer domestici non erano né così potenti, né soprattutto così presenti nelle nostre case.

Li si guardava ancora come un elemento quasi magico che stava entrando gradualmente, ma con decisione, nelle nostre vite. Un ingresso che non potevamo proprio intuire quanto si sarebbe rivelato scovolgente e pervasivo.

Tornando a quel docente, con un guizzo geniale fu capace di destarmi dal torpore provocato dall’innaturalezza dello star seduto, di pomeriggio, a quell’età, per sentire ancora una volta qualcuno parlare dopo aver già trascorso in quella poszione tutta la mattinata.

Ci riuscì definendo il computer uno scemo veloce: un esaustivo riassunto di quello che davvero quell’oggetto è.

Ci assiste con la sua incredibile capacità di eseguire velocemente tutte quelle operazioni che a noi costerebbero tempi anche infiniti (pensate soltanto a cosa significherebbe procurarsi tutte le informazioni cui accediamo con un click quando effettuiamo una qualsiasi delle innumerevoli ricerche che quotidianamente compiamo in rete) e agisce come un nostro arto al quale comandiamo di eseguire senza fare domande o porci quesiti morali, estetici, religiosi, … tutte quelle azioni comandate da stimoli partiti dal nostro cervello.

Non ha anima (o meglio: al momento sembrerebbe non averne una), non ha gusto, pensieri, antipatie e simpatie. Fa quello che gli si dice di fare, e lo fa subito.

Non ci sogneremmo mai di dire che il nostro pc è cattivo come non lo diremmo del nostro arto. Dirlo non sarebbe cosa sensata. Lui è strumento, appendice, innocente come un bambino, anzi, anche di più, dal momento che ancora nessuno si è peritato di traslare il concetto di peccato originale su questa lattina di intelligenza passiva e introversa.

In ogni caso, lui, lo scemo veloce, è una nostra creazione (ancora) al nostro servizio.

Tra le nostre creazioni che hanno presto preso il controllo della nostra vita in misura confrontabile con quanto hanno fatto i computer, vi è anche un altro mostro; un vero e proprio Frankstein che invece non è veloce, ma pretende la tua velocità; che non ha anima, gusto, pensieri, ma agisce sulla tua e si impone sui tuoi. Dimenticavo: gli stiamo tutti antipatici.

Si tratta della burocrazia alla quale si pretende di dare l’aspetto di meccanismo perfetto ed equo, coprendo maldestramente la realtà: è una macchina del tutto imperfetta, disumanizzante e cattiva. Forse la macchina più imbecille e cattiva che abbiamo inventato e che, come un golem, una volta apposta in calce la nostra firma sulla sua fronte (e magari anche sul retro), sembra animarsi ed essere al nostro serivizio, rivelando presto le sue reali e traditrici intenzioni: essa non attende altro che rivoltarsi all’indirizzo, ripetuto almeno quattro volte nello stesso documento, di chi l’ha firmata.

Puoi anche chiudere la porta, puoi anche mettere una mascherina e i guanti, puoi anche non avvicinarti agli altri, puoi anche morire di fame, puoi anche andare a farti fottere, ma lei, la burocrazia, non demorde, non arretra, non ha dubbi e non ascolta quelli altrui.

Non ci sono né metri, né chilometri di sicurezza a salvarti. Agisce su grandi scale spaziali e temporali; è sorda, ma pretende ascolto; brutta, ma “se la tira” con atteggiamenti da divinità bella e altera.

Il problema è che glielo abbiamo fatto credere noi, alimentandole simili convinzioni, facendola crescere a dismisura, ipertrofica e tronfia, algida, dallo sguardo fesso e fisso.

Come tutti, in tempi come questi tento di schermarmi dai pericoli ma, più subdolo di un virus che non vedi, ce n’è sempre uno enorme che incombe su di me e che sai che potrebbe agire quando meno te l’aspetti.

A prima vista è paragonabile, per la letalità che dimostra nei confronti del tuo tempo e del tuo buonumore, a una semplice influenza, ma può aggredire presto tutti gli organi della mia vita, facendoli irrimediabilmente ammalare di malinconia, noia, senso di impotenza, mancanza di bellezza.

Ma come mai proprio oggi me la prendo con questa macchina a volte utile, ma alienante e infinitamente meno affascinante di una macchina inutile (che Munari non me ne voglia per averlo citato qui)?

Lo faccio perché due-tre giorni orsono mi è arrivata via mail una documentatissima comunicazione da parte di un mio più o meno recente datore di lavoro. In essa mi si diceva che, per un errore di conteggio non mio, ma di qualcuno/qualcosa nella filiera amministrativa, si è scoperto a distanza di tempo che devo restituire una cifra di ben 2,01 euro.

Lo si dimostrava con la sfilza di calcoli e documenti su carta intestata che mi sono arrivati in allegato e che, francamente, pur avendo studiato cose generalmente ritenute complicate, mi risultano oscuri, ma soprattutto brutti. Così brutti che riuscrirebbero ad adombrare finanche la bellezza di un paesaggio marino, l’ascolto della quarta di Mahler o, che so, … una passeggiata nel mondo senza la minaccia di un virus letale.

A inviarla è stato un impiegato che non conosco e che, lo ammetto piacevolmente colpito dai suoi modi, è stato anche molto, molto gentile e garbato. Nella mail pregava un’altra sua collega che invece conosco bene (una cara amica), di farmi pervenire il frutto di questa fondamentale indagine interna arrivata da chissà quale computer manovrato da chissà quale altro oscuro e lontano impiegato.

L’ordine, mascherato da richiesta, è tra l’altro di pagare subito la cifra dovuta perché, me lo si fa intuire con il solito carico di sottintesi di cui solo il burocratichese è capace, ho solo da perderci nel rifiutarmi di farlo o ritardando l’operazione.

Tutto ciò è entrato a gamba tesa nella mia giornataa, sorprendendomi nel mentre pensavo ai casi miei, intento a dare un senso a un tempo che, come quello di tutti, a perdere senso impiega pochissimo e che a guadagnarlo richiede lunghi e intensi sforzi, spesso inutili.

Ora forse voi direte che anche quelli sono casi miei, che sto esagerando, che dovrei essere contento della cifra esigua (lo sono, eccome! Ma prima di capire che fosse solo quello l’importo, ho avuto tempo di farmi venire le coliche), ma la realtà è che simili cose capitano spessissimo e hanno il potere di distogliere la tua attenzione dagli aspetti che più ti interessano della tua vita, pretendendo che tu ti sintonizzi, agendo subito, su ciò che dicono e su ciò che impongono.

D’un tratto, una macchina messa in moto da noi si sostituisce al suo creatore e pretende che sia tu stesso a diventare lo scemo veloce. Non hai più un cervello, un’anima, un sentire. Sei come il tuo dito, sei come il tuo gomito o come il tuo alluce: solo un’appendice nella quale il cervello viene bypassato, spento, ridotto a groviglio di fili attraversati da un segnale esterno da non processare, almeno per il tempo che prende l’operazione.

Certe cose vanno fatte su-bi-to.

Punto.

Devi agire con una celerità che nessuno ti ha insegnato a usare per ciò che ci piace. Nessun ci ha spiegato quanto importante potrebbe rivelarsi scegliere di premiarci subito, quando possibile, regalandoci qualcosa di per noi desiderabile.

Nella nostra cultura pervasa da un peloso peccato originale, così persistente da accompagnarci per tutta la vita e che ci abbandona solo quando il nostro corpo non è più l’organismo migliore da occupare (sembra quasi io stia parlando della Cosa di Stephen King…), tutto ciò che ti fa stare bene viene dopo.

Prima si deve fare ciò che va fatto, un concetto che non coincide mai con il benessere, nemmeno nella sua forma più sfumata e misurata; non coincide mai con il godere.

Tra l’altro, la caratteristica più becera – fondamentalmente l’unica con la quale me la sto prendendo – del sistema burocratico è che io sono chiamato a risolvere subito, con i miei soldi e il mio tempo, quindi con due volte i miei soldi (pare che il tempo sia denaro…) un problema che ha generato il sistema stesso al quale però non si può chiedere di essere autocorrettivo.

No, il sistema pretende di apparire infallibile. Me lo immagino, il sistema, con una forte calvizie che ha risparmiato solo pochi capelli posti lungo il parallelo della testa posto sopra le orecchie.

Me lo immagino con le sopracciglia alzate in atteggiamento falsamente paternalistico; con il doppio mento, con la pancetta, la penna sull’orecchio e l’aspetto di chi odia la vita vera dei vivi, quella che lui, da sistema, desidera invano.

Se lui, il sistema – o, per la par condicio, se lei, la macchina burocratica – fallisce, si sa che sei tu a dover porre rimedio. Lui tenterà di non sbagliare perché farlo non è cosa che si addice a un sistema; non è bello per una macchina fallire.

Ma se capita (e meno male che capita: vuol dire che ancora, nonostante tutto, ha conservato un indizio dell’umanità di chi lo ha creato), sarà suo piacere importi di porre rimedio al suo errore.

Nella vita recente del lunghissimo idra burocratico, più persone sono state interessate dal grave problema indicato nel documento come importo netto a debito. Sono stati costretti, come lo sono pure io, a impiegare tempo, esperienza pluriennale ed energie mentali per propagare un’inezia dall’imponente importanza.

In definitiva, sono vittima io, è vittima chi mi ha girato la mail, è vittima chi gliel’ha inviata, è vittima, …

Una lunghissima fila di vittime che, se solo potessero guardarsi tutte negli occhi, si ribellerebbero con un estremo e violento gesto luddista, smantellandola subito ‘sta macchina infernale (King ritorna…).

Ho provato a dire a chi conosco che il bonifico di due euro mi costa altri due euro di operazione on-line (altra assurdità figlia di una forma diversa, ma molto simile di burocrazia); che avrei preferito pagarne anche di più per un apertitivo, un caffè, una colazione, da offrire quando ci saremmo visti di persona, ma non è stato possibile: la “logica” cieca e sorda della macchina amministrativa pretende il mio intervento; pretende la mia certificata attenzione: devo dimostrare con tanto di firma e codice iban che le palle immolate alla giusta causa sono le mie.

Ergo, una simile cosa si mette di traverso almeno tra due persone, interrompendo così il normale corso delle faccende umane disumanizzandolo, gelandolo, piegandolo alla logica senza faccia del golem di cui sopra.

E mentre fior di ricercatori cercano di far in modo che la macchina ci somigli sempre più elaborando teorie e tecniche sempre più avanzate per arrivare al Graal dell’intelligenza artificiale, scopo della macchina burocratica è farci assomigliare a lei per installarci una desiderata forma di stupidità reale.

Una stupida, lenta, (in casi come questo) inutile, pretenziosa, violenta, cieca, bieca, esagerata, … burocrazia.

Io non voglio tornare a vivere in un mondo che non sa fermare simili maelstrom nemmeno in un periodo del genere, nemmeno per importi del genere, ma soprattutto, nemmeno per errori non miei.

Vi prego, lasciatemi essere un uomo, lasciatemi essere persona. 

Se simili dinamiche fanno parte del mondo al quale non vedete l’ora di tornare, accomodatevi, ma lasciatemi fuori.

Questo periodo è un’occasione anche per questo. Si parla da tanto di semplificazione delle procedure burocratiche e forse è arrivato il momento di passare dalle parole all’azione.

Io a quel mondo non voglio tornare perché, nell’immensa gioia di dover pagare solo due euro e zero un centesimi, scopro di non volere più sforzarmi di trovare il lato positivo di situazioni paradossali come questa.

Il bello e necessario sta altrove. E non richiede sforzi di immaginazione per essere riconosciuto e coltivato.

 

SZ

 

CRONACA VIRUS – Giorno 22

                           IL SENSO DEL TEMPO, QUELLO CHE “CONDIZIONA” IL SÉ

Senza volere nemmeno lontanamente mancare di rispetto a chi in queste ore sta combattendo la sua personale battaglia per salvare la propria vita e a chi, preoccupato per lui, non può stargli vicino nel tentativo di tenere a bada l’apprensione, scopro di essermi svegliato contento.

Lo so, suona quasi come un’eresia, ma lo sono in quanto mi rendo conto che sto riuscendo nel tentativo di continuare a divertirmi così come ho sempre fatto, anzi, di più, cercando di mettere a frutto le mie passioni. Le uso per realizzare articoli, composizioni, video, disegni, … che, oltre al sottoscritto, spero risultino utili anche ad altri per solcare gli oceani di tempo libero nel quale, tutto a un tratto, ci siamo trovati a navigare insieme, ma tutti da soli.

È così che mi sveglio col coltello fra i denti, deciso ad aggredire la giornata per darle un senso, per riempirla fino a farla traboccare di secondi, minuti, ore ai quali ancorare ricordi che val la pena ricordare; azioni che, nonostante la fatica, è valsa la pena compiere.

A sera arrivo stanco, ubriaco di sensazioni diverse, di stanchezza e di voglia di raggiungere altri piccoli obiettivi che solo la tarda ora mi costringe a rimandare al giorno dopo.

Lo scopo quotidiano è andare a letto contento del consuntivo di fine giornata, felice di avere realizzato ciò che alla mattina o, più di frequente, alla sera precedente, mi ero prefissato di fare.

Mentre racconto questa frenesia da segregrazione, mi accorgo di vivere una metafora, solo una parossistica e per questo interessante metafora di ciò che, virus o meno, si fa per tutta la vita.

Vi è sempre un mondo fuori che procede imperterrito con le sue dinamiche, col tempo che ammazza alcuni – in questo periodo purtroppo lo fa con rinnovato entusiasmo – nel mentre accoglie la nascita di altri; con la spesa da fare; con le stagioni che, ostinate, continuano a darsi il cambio. Oggi mangerò e laverò i piatti; sporcherò e pulirò; e metterò ordine fra le mie cose e i miei pensieri.

Per continuare a vivere, per continuare a essere, prima ancora di essere noi stessi, dobbiamo solo ricordarci che tutto va fatto con una attenzione diversa, rimanendo desti e rendendoci conto, in ogni istante, di ciò che facciamo.

, perché questo nemico invisibile si nutre della nostra leggerezza, della nostra distrazione, facendoci scoprire quanto leggeri, distratti, un po’ rintronati e mai del tutto svegli siamo sempre stati nella nostra vita pre-emergenza.

Alle nostre esistenze forse mancava proprio questo: un nemico alle porte che ci spiegasse l’atomicità del tempo; il suo farsi quantità enorme, mesi, anni, lustri, secoli, millenni, ere, eoni, … attraverso il suo sfarinarsi finissimo; attraverso micrcopulsazioni impercettibili capaci di passare indisturbate, non registrabili, attraverso le maglie della mascherina falsamente protettiva dei cronometri più sensibili.

Percepire il tempo così finemente immagino sia ciò che letteralmente uccide chi non ha mai pensato di potersi trovare di fronte all’enormità del vuoto quotidiano da riempire.

Forse è per questo che, in barba a consigli medici e decreti, molti approfittano di qualsisasi occasione per uscire a fare due passi prendendosi così pause dal loro nemico peggiore: l’immagine di sé nel mentre socccombe, incapace di fronte all’opportunità di far fruttare il budget di tempo che gli è stato assegnato.

Chi ha sempre odiato il suo lavoro, in questo periodo sta forse iniziando a capire come mai lo ha scelto; come mai per tutte le mattine della sua vita adulta, fino al mese scorso, si è alzato dal letto e, stufo, ha sopportato per otto ore (otto ore…) l’odiato ambiente di lavoro e le operazioni routinarie che lì vengono richieste.

È probabile che oggi quello stesso ambiente con le sue odiose e odiate dinamiche da prigione dell’anima, appaia come frondosa oasi di desiderabile attività in deserti di noia; è faciel che appaia come ponte pericolante necessario per desiderare di approdare al solido fine settimana posto sette giorni più in là.

Ora che è tutto un’ora d’aria (un po’ viziata, a dire il vero…), ora che non ci sono ambienti e colleghi a infastidirci, ponti da attraversare, lunedì da odiare e domeniche da attendere perché ogni giorno è domenica e lunedì non arriva mai, possiamo scoprire che libertà significa anche sentire, avvertire a pelle il proprio tempo.

E apprezzarlo, amarlo, rispettarlo senza scialaquarlo; oppure scialaquarlo solo dopo aver deciso davvero di farlo e non perché al lavoro ci hanno detto che è il nostro turno di andare in ferie.

Credo, più che altro sospetto, che se faremo così, ci accorgeremo sul serio di quanto davvero poco sia, e che classicamente fugge.

Tra tutti i nostri cari ai quali vorremo stare vicini nel mentre lottano tra la vita e la morte, troveremo anche lui, il nostro tempo, e con lui, troveremo anche noi.

Siamo quotidianamente al nostro capezzale a vederci morire senza poter fare nulla per salvarci, per evitare il buio in fondo.

Forse dobbiamo soltanto alzarci in piedi, allontanarci dal nostro letto di ospedale – le nuove regole ce lo impongono: è necessario stare lontani dai nostri congiunti ricoverati; da quella orrenda immagine di noi stessi malati terminali – e impegnarci in qualche attività anche in assenza di un capo che ce lo imponga.

Finalmente possiamo e dobbiamo fare qualcosa, qualsiasi cosa che, nel rispetto degli altri, ci faccia stare davvero bene. Siamo autorizzati a essere autentici, a essere noi stessi (un concetto che ogni giorno potrebbe cambiare). Dobbiamo solo capire in fretta cosa diavolo questo significa.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 18

                                                     L’ULTIMO FOTOGRAMMA

Dicono che prima di morire si riveda l’intero film della propria vita compresso in pochi secondi. Forse addirittura in uno, prezioso e ultimo. Prezioso perché ultimo.

Mi immagino, allora, nel mentre trasalirò migliaia di volte pensando “Ecco dove accidenti avevo messo quella tal cosa che ho cercato tanto!” o “Nonostante io stia morendo, il mio comportamento di quella volta continua a imbarazzarmi tremendamente,…”.

Capiterà anche di arrabbiarmi, di gioire e di rinnamorarmi innumerevoli volte per poi subito disperarmi per dieci, cento, mille amori finiti; amori velocissimi, ma non per questo poco intensi, anzi. Infine proverò milioni di volte la nostalgia di alcuni momenti che hanno reso la vita degna di essere vissuta e forse sarà proprio questo il motivo per cui morirò. Non credo che a uccidermi sarà una patologia di qualche tipo. Quella servirà solo a condurmi sull’uscio oscuro e misterioso dell’Ade. A farlo, a darmi la spintarella, sospetto che sarà l’eccesso di informazioni emozionali così compresse nel tempo che consumerà l’ultimo millimetro di stoppino; quello che, tenace, separerà la fiammella dalla cera rimasta della mia candela.

Lo penso perché mi rendo conto che la situazione odierna mi sta stimolando la memoria in modo diverso dal solito: sarà che ho più tempo per farlo, ma passo buona parte del mio tempo a compiere l’involontaria operazione di ricordare eventi lontani.

In fondo, è abbastanza normale: da neonati si  parte (apparentemente) senza ricordi e poi, man mano che nei giorni, nei mesi, negli anni si accumulano le esperienze, il materiale esperienziale impilato fa sorgere per la sua gestione il bisogno di qualcosa come il processo di memorizzazione, conscio o inconscio che sia.

Credo, ma purtroppo non ne serbo un ricordo netto, di avere già parlato, in passato in questo stesso blog, del fatto che l’avere accumulato diversi decenni di esperienza in fatto di vita, mi ha dato spesso la possibilità di comprendere a posteriori il perché di alcuni eventi del passato.

Quelli che – quasi fossi affetto da una specie di prematura e duratura presbiopia della visione interiore che impedisce di focalizzare l’adesso vicino – nel mentre li vivevo, sembravano assolutamente privi di alcun valore.

Aver avuto la pazienza di attendere mi ha consentito, a distanza di uno o più decenni, di capirne il significato, di sentire il sapore vero e sottile di cibi che, giovane e affamato di sapori forti, sembravano sciapi.

Questo genere di esperienze mi porta a immaginare il tempo come strutturato in fili: lenze delle quali non vedo l’amo e che pescano molto, molto lontano da qui; nervature lunghissime, stese a connettere gli stimoli odierni con una mia reazione molto lontana nel futuro.

Simili pensieri mi fanno sorridere ancora una volta scoprendo che, se è vero ciò che si dice sull’istante prima di morire, è probabile che scoprirò quale sia la lezione insita in chissà quali eventi di molto precedenti senza poterne fare tesoro per intervenuta decorrenza dei termini.

Ecco, questa potrebbe essere la scoperta in assoluto più importante: l’inutilità della morte che, in barba alla saggezza finalmente conquistata, mi metterà in condizione di dover rinunciare alla possibilità di aggiustare il tiro.

O forse no. La lezione, dopo un’intera esistenza trascorsa a cercare di scorgere insegnamenti da mandare a memoria, potrebbe proprio venirmi dall’accorgermi che è la vita, e non la morte, ad essere stata inutile col suo carico di sovrastrutture che siamo bravissimi a costruire per combattere l’horror vacui.

Come già il pensiero biologico ci ha suggerito, il vero scopo della nostra presenza qui potrebbe non essere connesso ad altro se non alla necessità di propagare i propri geni – la Natura lo vuole! – per creare un altro essere che non potrà esimersi dallo scoprire la stessa nuda verità.

Nel caso, farò spallucce: tutto il film della mia esistenza collasserà su quell’unica, magica scena di quel pomeriggio del 24 Maggio 2012 in cui qui, nella stessa stanza della casa in cui ora mi trovo, aveva davvero inizio l’avventura di mio figlio Giovanni: un’avventura che invece – perpetrando un’inveterata abitudine storica alla inevitabile mistificazione dei dati cronologici di cui i nostri libri sono pieni – all’anagrafe risulta essere iniziata il 27 Febbraio dell’anno successivo.

In un estremo tentativo di salvare la validità di ciò che ho detto prima, mi aggrappo al dato che vede i figli come memorie solide e organiche della nostra struttura biologica di genitori.

Visto così, il significato al momento valutabile come scarso della mia esistenza, avrà modo di prendersi la sua rivincita rivelando la sua importanza quando, una volta che mi sarò tolto dalle balle, mio figlio realizzerà la sua vita, quindi la mia.

Forse dovrei iniziare a preoccuparmi: lo stare chiuso qui dentro senza poter uscire, senza poterr fare le mie lunghe passeggiate, senza poter stimolare in modo adeguato la produzione di vitamina D e soprattutto senza poter confidare in una previsione credibile di quando tutto ciò avrà termine, sta assumendo sempre più il carattere di un viaggio definitivo. Quello oltre l’orizzonte degli eventi collocato all’inizio di questo mese, a partire dal quale non possiamo più fare a meno di spiraleggiare in avvitamento stretto attorno a una destinazione oscura e compatta.

Questo giustificherebbe la lentezza con la quale mi arrivano i ricordi, ma anche il loro giungere a farmi visita sempre più di frequente laddove, in condizioni normali, mi lascerebbero vivere abbastanza in pace.

Qualcuno potrebbe essere stufo di questi discorsi e chiedermi di non tergiversare oltre rivelando finalmente quali sono stati questi famosi ricordi di ieri. E io, se così è, ve lo dico.

In uno ci sono io ragazzino che gioco col Lego a casa del mio amico Ivan. É una casa enorme, risultato dall’unione di due appartamenti, e noi ci troviamo in un ambiente inondato dalla luce lasciata entrare dalla lunghissima vetrata che abbraccia la metà del perimetro di quella abitazione.

Prima che venisse chiusa per diventare a tutti gli effetti un ambiente vivibile, quella doveva essere solo un’enorme veranda dalla quale dominare tutto il quartiere e godere della vista dell’orizzonte che invece da casa mia, più piccola e meno sopraelevata, oramai non si scorgeva più, occultato com’era dai nuovi palazzi costruiti nel circondario.

Eravamo entrambi molto bravi e creativi nell’usare quei pezzi colorati e avevamo costruito ognuno la sua astronave personale. La sua, un analogo della casa dove viveva, aveva dimensioni decisamente notevoli e poteva ospitare un equipaggio di alcuni astronauti. La mia era invece, molto più modesta e piccola della sua e forse, anche nel mio caso, essa rispecchiava la dimensione di casa dei miei, nonché pure una certa diversità di ceto e di disponibilità economica delle mia famiglia rispetto alla sua.

Potrei definire quella mia astronave una semplice monoposto che sotto il pavimento dell’abitacolo celava un ripostiglio. Ripensandolo, mi viene da metterlo in relazione allo scantinato buio e odoroso di muffa, conserve di pomodori e goccie di vino sfuggite da quei fiaschi avvolti in ceste lignee della casa dei miei nonni materni. Odori e luci soffuse che me lo rendevano estremamente affascinante, forse perché, a causa della poca luce, imponeva di orientarsi con tutti i sensi meno che il gusto.

Al ripostiglio della mia astronave, una specie di “doppio fondo” di una 24 ore, si accedeva tramite una botola nel pavimento ed era diviso dalla sala motori da una paratia spessa che, secondo le mie intenzioni, avrebbe dovuto proteggere l’ambiente dalle radiazioni prodotte dai propulsori a fusione nucleare.

Immaginavamo di viaggiare nel cosmo per andare a vedere da vicino le meraviglie di cui si parlava nei libri e in alcuni programmi televisivi (la trasmissione Quark fu inaugurata quando ero in terza media…) e l’angustia di quell’ambiente non mi preoccupava affatto, anzi.

Grazie alla distanza di una quarantina d’anni dalla quale rivisito quei momenti, ho la possibilità di interpretare quella ed altre per l’epoca strane ed episodiche tendenze all’isolamento come possibili espressioni di un viaggio mentale e professionale che avrei percorso sempre più slegato dagli altri.

Una tendenza che, forse intuendo quale fosse davvero ciò che la mia natura più autentica mi avrebbe riservato in futuro, ho sconfessato fino a pochi anni fa conducendo una vita sociale intensissima, all’aperto, muovendomi veloce e affamato in spazi enormi, così ampi da apparire in stridente contrasto con il piccolo ambiente della mia astronave.

Va a finire che stavo solo costruendo una cantina di ricordi sociali d’annata, utili a costruirmi un vitalizio mnemonico cui attingere, come in questo momento, per ubriacarmi e non sentire il peso di ciò che sono diventato.

La solitudine dei miei sogni da ragazzo ammetteva solo una eccezione, quella protagonista del secondo ricordo:

stavolta mi trovo, di sera, a discutere con mio padre nel suo studio, ultima stanza in fondo a sinistra del corridoio del nostro appartamento. A quell’ora mi capitava spesso di essere lì con il primo Giovanni della mia vita a chiacchierare sul sottofondo di note non banali emesse dal solito canale radio della Rai – non ricordo se all’epoca fosse il secondo o se invece si trattasse sempre del terzo…-, nella calma aromatica generata dalla sua pipa o dai sigari che amava concedersi alla sera.

Una calma che, non avendo mai fumato, di tanto in tanto provo a riprodurre affondando il mio lungo naso in un bicchiere di torbido Laphroig.

Una sera, quella sera del ricordo – all’epoca ero già studente di Fisica al primo o secondo anno -, si parlava della bellezza del cosmo: in simili discussioni a me veniva prematuramente affidato il ruolo di consulente scientifico, mentre lui sondava gli aspetti più estetici e cosmogonici della faccenda. Quelli che, da insegnante di filosofia e intellettuale onnivoro quale era, di sicuro gli spettavano per aver conquistato le stellette sul campo di battaglia.

Guardando dalla finestra chiusa il fazzoletto di cielo da lì visibile, immaginai per un attimo di volare via a bordo di quella stanza tappezzata di libri che, come la mia piccola astronave di Lego, staccatasi dal resto della casa, della famiglia, del palazzo, …, conduceva me e lui in giro nel cosmo per vedere ancora una volta da vicino ciò che stando ancorati al terreno poteva solo essere evocato.

Oggi sono ancora qui a immaginare spesso di partire. Lui non ha atteso: impaziente, ventitré anni fa è andato in avanscoperta e ogni tanto mi chiedo se in un fotogramma del suo ultimo film sia riuscito a notare, anche solo per un attimo velocissimo, la mia commozione di quella sera.

SZ

 

CRONACA VIRUS – Giorno 16

                                         MEMORIES OF TOMORROW

Continuando a fare il solito, ozioso zapping col quale si chiudono praticamente tutte le mie lunghe giornate di questo periodo, ieri sera mi sono imbattuto per l’ennesima volta nel film Balla coi lupi.

Un certo meccanismo di zipping – incredibile come cambiare una sola volcale possa aprire scenari mentali del tutto diversi… – del mio (nostro?) cervello ha fatto sì che io abbia compresso il ricordo di quando ho visto quella pellicola collocandolo da qualche parte vicino ad altri molto più recenti.

Scoprire, quindi, dopo una breve ricerca in rete che si tratta di un film uscito nel 1990 mi fa vacillare, togliendomi quasi il pavimento da sotto i piedi.

Nel 1990 avevo 22 anni, vivevo ancora al sud con i miei, ero uno studentello con le idee molto poco chiare, erano ancora vive persone per me fondamentali che di lì a poco sarebbero scomparse…

Insomma, a distanza di trent’anni, vedo un me stesso alieno che però mi somiglia alquanto – potrebbe essere mio figlio – alle prese con un’altra vita su altro continente o su un altro pianeta molto distante da qui.

Ricordo che, pur non essendo mai stato un maniaco del genere western, quel film mi piacque moltissimo, ma si vede che, per risparmiare il poco spazio mentale a mio disposizione, ne ho collocato il ricordo in una posizione molto recente (“sembrava ieri!”) e al contempo fluttuante, tralasciando cioè di ancorarlo ad altri ricordi ben più netti, che mi avrebbero potuto aiutare nel datarlo con precisione.

Nonostante non fosse la prima volta che lo rivedevo, forse proprio grazie alla vista laterale, annebbiata dal sonno incipiente, ho realizzato che non è nient’altro se non il modello o, come si dice oggi, il template sul quale hanno plasmato molti altri film, in primis Avatar, anche questo rivisto da poco grazie al mio DVD (se non sono un maniaco del genere western, lo sono di sicuro del genere fantascientifico del quale possiedo una collezione davvero invidiabile).

L‘impianto del film storico Balla coi Lupi è presto riassunto: c’è il militare che, riportando in una azione di guerra un problema a una gamba, in seguito ai vari eventi scatenati da quell’inconveniente si fa volontariamente inviare in un lontanissimo avamposto. É un militare e l’obiettivo di fondo è smpre quello di proteggere e al contempo espandere i confini per biechi scopi economici che tengono in nessun conto l’esistenza di abitanti di quelle terre lontane, dei loro valori, dei loro affetti, della loro libertà, … L’eroe, costretto dagli eventi a rimanere da solo, si imbatte da subito in un lupo che non ne vuole sapere di mantenersi a debita distanza e, costretto da questo incontro e da vari accadimenti a rivedere la propria posizione rispetto al mondo, decide di aprirsi al nuovo stile di vita che l’ambiente stesso gli suggerisce di adottare. Uno stile che lo porterà presto a contatto con gli alieni abitanti di qulle lande lontane: vincerà le iniziali diffidenze e ovvie ostilità di alcuni maschi alfa di quella comunità e, grazie soprattutto all’attenzione di una donna che gli verrà affiancata dai capi con il compito di insegnargli gradualmente la lingua e gli usi indiani, si integrerà perfettamente nella tribù. Tra lui e la sua “tutrice” sboccerà l’amore e lui diverrà addirittura un esponente di spicco di quella comunità, specie durante il conflitto contro le truppe unioniste presso le quali un tempo era un ufficiale.  Verrà catturato e quindi incolpato di avere tradito le sue origini, la sua cultura e tutto ciò su cui aveva fondato la sua vita precedente. Lui comunque deciderà di schierarsi con gli indiani, ma questo film dall’impianto essenzialmente storico non poteva certo permettersi una conclusione con il classico lieto fine: prima dei titoli di coda viene chiaramente riportato che di lì a poco il popolo indiano verrà decimato e poi assorbito dalla barbarie civile arrivata da est.

In Avatar, film del 2009 e ambientato in un’epoca distante ben 300 anni dai fatti narrati nel film precedente, il protagonista è ancora una volta un militare che in guerra ha subito un trauma localizzato ancora una volta sul suo apparato motorio. La lontana frontiera stavolta non è un continente terrestre da esplorare e conquistare, ma un pianeta orbitante attorno ad alfa Centauri, la stella più prossima al nostro Sole e probabile America del nostro futuro coloniale. Anche in questo film, l’eroe deve infiltarsi nella società del popolo indigeno che vive sul pianeta  e che dimostra di avere conservato quel contatto con la Natura che oramai noi terrestri abbiamo completamente rimosso, del tutto dimentichi come siamo di quando vivevamo in totale simbiosi con il nostro pianeta e gli altri suoi abitanti. Il protagonista è quindi ancora una volta un militare e l’obiettivo di fondo è sempre quello di proteggere e al contempo espandere i confini terrestri per biechi scopi economici che tengono in nessun conto l’esistenza di abitanti di quelle terre lontane, dei loro valori, dei loro affetti, della loro libertà, … L’eroe, rimasto solo, si imbatte in quelli che potrebbero essere dei lupi alieni estremamente più aggressivi del lupo della prateria americana. Sta per soccombere, ma viene salvato da una lei del popolo indigeno. Costretto da questo incontro a rivedere la propria posizione rispetto al mondo, decide di aprirsi al nuovo stile di vita che l’ambiente stesso gli suggerisce di adottare. Uno stile che lo porterà presto a contatto con gli alieni, stavolta veri e non solo metaforici, abitanti di qulle lande lontanissime: vincerà le iniziali diffidenze e ovvie ostilità di alcuni maschi alfa di quella comunità e grazie soprattutto all’attenzione dell’aliena che lo ha salvato dall’attacco delle fiere prima incontrate e che gli verrà affiancata dal capo tribù con il compito di insegnargli gradualmente la lingua e gli usi del loro popolo, lui che è sveglio e intelligente si integrerà perfettamente nella tribù. Tra il nostro eroe e la sua “tutrice” sboccerà l’amore e lui diverrà addirittura un esponente di spicco di quella comunità, specie durante il conflitto contro le truppe terrestri. Verrà catturato e quindi incolpato di avere tradito le sue origini, la sua cultura e tutto ciò su cui aveva fondato la sua vita precedente. Nonostante le accuse, il protagonista deciderà di schierarsi con gli alieni e stavolta, in assenza di libri di storia che ci possano togliere ogni illusione circa la realtà, il film si conclude con un bel lieto fine: vissero, anzi, vivranno (l’azione si svolge nel 2154…) tutti felici e contenti.

Ovviamente la mia scelta di usare lo stesso testo per descrivere i due film, cambiando solo gli elementi che proprio non potevano non essere cambiati, è voluta in quanto utile allo scopo di mostrare quanto più possibile l’estrema sovrapponibilità dei due soggetti narrativi.

Nel caso di Balla coi lupi, si tratta di una memoria di ieri ben documentata grazie alla quale il popolo americano fa ammenda nei confronti di quello indiano oramai reso silente e marginale rispetto alla cultura wasp imperante in quel continente. Nel caso di Avatar, il soggetto vichianamente funziona perché, lo sappiamo bene, non possiamo proprio permetterci di non replicare atteggiamenti aggressivi che da sempre caratterizzano la nostra specie e, in particolare, il popolo americano (in entrambi i film, il protagonista è un milite a stelle e strisce) sempre pronto a esportare democrazia ovunque.

Con questo film, sembra quasi che il regista Cameron abbia deciso di basarsi su una memories of tomorrow di jarrettiana… memoria, andando a costruire un quadro che, nonostante il suo essere una narrazione chiaramente distopica, risulta del tutto credibile e attuale (ma anche credibile in quanto rispecchiata dal passato).

Sembra quasi che nella memoria del mondo vi sia lo stesso scollamento di eventi che vi è nella mia testa: il presente, il futuro e il già avvenuto, piuttosto che risultare appesi nelle giuste posizioni lungo il lunghissimo filo da stendere del tempo, risultano fluttuanti e, mutatis mutandis, intercambiabili.

Un rimescolio delle carte dal quale, nell’estremo tentativo di fare ordine tra i ricordi, emerge prepotente solo una cosa da tenere bene a mente: ci siamo sempre comportati allo stesso modo. Una consapevolezza alla quale segue facilmente l’altra: “E faremo sempre così”.

Ecco perché, senza entrare nel merito di un problema delicatissimo del quale in qualche modo mi sono già qui occupato in un recente passato, leggendo ieri le parole della Fornero che si è pronunciata di recente su un tema importantissimo come il pensionamento di chi secondo lo Stato è ancora in grado di lavorare, mi sono tornate in mente altre memorie di domani ben conservate in mente e vissute grazie alla visionarietà di scrittori e registi indovini.

Ma veniamo prima ai fatti. Sembra che l’ex ministra  abbia espresso il seguente concetto per certi versi autoevidente:

“Se si va in pensione prima, quando si è ancora in buona salute, è un costo, perché qualcuno te la deve pagare.”

Il blog dal quale ho preso questa frase la mette credibilmente in relazione con quella da ascrivere alla Christine Lagarde, la presidentessa a capo della BCE, la quale nel 2012 pare abbia involontariamente scritto l’incipit di un altro romanzo distopico che (sottofondo orchestrale incalzante) potrebbe iniziare proprio con la scritta:

La longevità è diventata un nemico, se non da combattere, almeno da rendere inoffensivo: troppe spese per lo stato in pensioni e assistenza sanitaria”

Con la solita memoria del domani, mi sembra di riuscire a vedere in modo chiaro i possibili sviluppo e conclusione delle scene successive di questo film ancora da girare con 7 miliardi di personaggi in cerca di autore: al popolo, sempre più vessato da leggi ingiuste del tutto a beneficio di una oligarchia aristocratica totalmente insensibile ai bisogni dei più (Metropolis), viene imposto un netto, ma decisamente crudele ricambio generazionale della classe operaia. Il vantaggio è grande: piuttosto che attendere che gli automi-umani, una volta invecchiati, possano diventare un peso economico e sociale, raggiunta un’età giudicata adeguata per smettere di rendere i loro servigi alla società, vengono dismessi ed eutanasicamente invitati a sparire dalla circolazione nell’ignavia e nella disattenzione generali (La fuga di Logan).

Forse verremo rimpiazzati da nostri cloni che gli alieni, a nostra insaputa già da tempo qui in mezzo a noi, in oscuri scantinati-laboratori stanno già preparando (L’invazione degli ultracorpi), oppure verremo sostituiti con le nostre copie sintetiche progettate da una società senza scrupoli di cui non sapremo più nemmeno se sia da considerarsi verticizzata o semplicemente se sia governata da processi-macchina avviati da noi stessi e poi sfuggitici di mano (Moon).

A questa narrazione, trattandosi di uno sguardo su un futuro possibile ma non corroborato da dati storici, posso permettermi di donare un lieto fine costituito dalla buona notizia che mi affretto a darvi: sospetto che molti di noi, forse tutti, coroneranno un sogno che non sapevano neppure di avere, divenendo tutti protagonisti di una serie televisiva che ha già ampiamente dimostrato di piacere al pubblico.

Vi pare poco?

Mi raccomando: fate come nulla fosse, non guardate in camera e siate credibili.

Siate voi stessi.

 

SZ

 

 

 

 

 

 

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 15

                                                       QUELLA SPORCA DECINA

Oggi è il mio quindicesimo giorno di segregazione e, dal momento che l’emergenza è iniziata più o meno per tutti nello stesso momento, immagino che lo sia anche per molti fra voi che leggete.

Che possa esserlo me lo conferma una breve ricerca condotta in rete su ciò che accadeva quando ho iniziato queste cronache (in realtà, ho iniziato a parlarne più timidamente già dal 28 Febbraio, accelerando poi con gli articoli del 4 e del 5 Marzo, un periodo in cui si poteva ancora girare a piede e naso liberi) dalla quale emerge che effettivamente quello fu un giorno particolare.

Un sito che pubblica le prime pagine dei giornali mostra infatti che il 10 Marzo scorso, per la prima volta, i giornali hanno intonato tutti un singolare unisono col quale si invitava la popolazione a iniziare questa reclusione forzata.

Proprio mentre scrivo, noto che nella prima riga di questo articolo ho ripetuto quanto già contenuto nel titolo: una ridondanza strana e quantomeno sospetta: sotto sotto, deve esserci qualcosa che mi ha spinto a rimarcare quel semplice computo. Sì, ma cosa? Perché per la prima volta da quando racconto questa emergenza mi viene spontaneo soffermarmi sulla lunghezza del periodo trascorso in questa condizione?

Ovviamente è una domanda retorica, cui segue una risposta che  già da stamattina ho programmato di dare. Ma non è stato certo per retorica se oggi, una volta svegliatomi, mi ha colpito scoprire come già fossero trascorsi quindici giorni da quel fatidico Martedì.

La risposta credo sia solo da ricercare nel fatto che, come il 10 e il 20, 15 sia un numero… maneggevole, ovvero una cifra di cui tenere facilmente il conto grazie all’uso di tutte e cinque le dita presenti in entrambe le nostre mani. In qualche modo, la storia della matematica e l’antropologia lo confermano: contiamo così per il semplice fatto di avere perso, coprendoci di vestiti, la possibilità di farlo usando anche altri segmenti del nostro corpo che invece un tempo, ben visibili, quindi disponibili, venivano subito coinvolti nel computare gli oggetti del reale.

La morale, riconducibile da lontano anche a ragioni biologiche legate, specie ad alcune latitudini, al bisogno di proteggerci dagli effetti indesiderati delle forti escursioni termiche giornaliere, e stagionali, ci ha spinto a coprirci sempre più, convincendoci che fosse sconveniente andare in giro seminudi e lasciando nel tempo disponibili per i nostri calcoli veloci soltanto le mani.

Tra l’altro, il termine sconveniente mi fa suonare un ulteriore campanello di allarme (oggi in testa ho un casino): nei vocabolari, la sua prima accezione serve proprio a rimarcare l’inopportunità etica di un particolare comportamento e solo la sua seconda ne rivela finalmente una più intuitiva derivazione dalla negazione di conveniente, un aggettivo che invece mantiene inalterato il suo carattere legato agli usi pratici di qualcosa.

Tornando all’importanza del numero quindici, noto che lo usiamo spesso come sintesi approssimata per eccesso del periodo di due settimane. Un’approssimazione che usiamo anche, stavolta approssimandola per difetto, nel valutare la lunghezza del mese: un lasso di tempo che, senza entrare nella complicatissima storia del calendario e delle sue riforme, man mano che si conta, si scopre essere lungo in media quanto le dita di sei mani.

Mi scopro spesso portato a pensare che tutto ciò che caratterizza la storia e l’evoluzione culturale della nostra specie – una volta imbracciato il machete per farci largo fra l’erba alta delle innumerevoli sovrastrutture di sicuro importantissime, ma a mio parere non certo definitive nello spiegare chi siamo davvero – possa svelare la sua intima e definitiva connessione con fattori sintetici, a priori, da far risalire piuttosto a motivazioni fisiche, biologiche, chimiche, genetiche.

Un punto di vista indicato col nome di determinismo biologico dalla validità tutta da dimostrare e che, per questo, partecipa dell’indecidibilità caratterizzante tutti i punti di vista “larghi”: quelli che hanno la pretesa di dire qualcosa di definitivo sulla realtà.

Mi aspetto però che, se l’emergenza dovesse protrarsi molto, molto a lungo rivelando, come molti sospettano, la nostra incapacità di eradicare del tutto questa piaga e i suoi effetti su salute, economia, cultura, al nostro sicuro adattamento all’idea di convivere con il virus potrebbe corrispondere l’affermarsi del numero 14.

Perché proprio di quel numero? É presto detto: perché pare sia la lunghezza del periodo di incubazione del Coronavirus. Si tratta di una cifra che evidentemente ancora non ha fatto colpo nel nostro immaginario collettivo: nessuno, nemmeno io, ha fatto notare che noi non ammalati potremmo da ieri considerarci non infettati o quantomeno asintomatici.

Essendo il 14 un numero più scomodo delle “cifre tonde” 10, 15 e 20 facilmente computabili usando tutte le dita delle nostre mani ben aperte, alla sua eventuale ascesa nella gerarchia delle cifre da usare per approssimare periodi di tempo e chissà cos’altro, potrebbe unirsi anche quella del 35, ovvero 5 semiperiodi di incubazione del Coronavirus contati usando 7 volte le dita di una sola mano.

Senza arrivare a temere di diventare tutti mutanti simili a quelli preconizzati dalla fantascienza – un genere letterario che comunque ha già abbondantemente vinto dimostrando di avere pre-visto molto bene lo scenario odierno -, mutanti che un giorno potrebbero addirittura esibire sette dita per mano, siamo senz’altro sicuri di essere dei mutanti culturali del tutto capaci di interiorizzare, di assorbire l’importanza di una cifra particolare come il 35 dimenticando, per meglio sopravvivere, lo spiacevole motivo del perché della sua importanza.

35. Una cifra che andrebbe così ad aggiungersi a quelle comode già in uso per approssimare giorni, settimane, mesi, anni, somme di denaro, … e “calcoli della serva” agevolati, arricchiti da un virus.

Questa sì potrebbe essere una prova a sostegno del determinismo biologico, non trovate?

 

SZ

 

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 13

                                                         COMPRARE TEMPO

Mentre ieri tentavo di registrare il Largo del brano La Primavera tratto dalla famosa suite Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi che trovate nel post prima di questo, mi sono trovato ancora una volta a lavorare sulla mia (in)capacità di dominare i nervi messi a dura prova dal rumore proveniente dall’appartamento sopra il mio.

No, stavolta gli inquilini di sopra non stavano facendo nulla di particolare. Semplicemente vivevano il loro Sabato anche se, sapendo benissimo del problema di questa palazzina che tra gli ambienti contigui oppone divisioni sottilissime e non coibentate, forse potevano curare di non far cadere tutti i numerosissimi oggetti che hanno lasciato periodicamente finire sul pavimento (palline? Viti? Spesso rimbalzavano e a momenti mi è sembrato stessero montando qualcosa come un mobile IKEA) e di non trascinare tutto ciò che hanno deciso di spostare senza alzarlo.

Certo, il problema è tutto mio: a parte quei casi in cui il rumore si prolunga oltre gli orari consentiti come accade in corrispondenze delle loro allegre festicciole settimanali che sotto, qui da me, di allegria non ne generano affatto (lo so, sono giovani, bisogna capirli. Ma andrei capito pure io che giovane non lo sono più), non posso certo chiedere di avere nei miei confronti accortezze che in condizioni normali, con mura normali, non ci sarebbe motivo di desiderare.

Semplicemente, specie da quando ho iniziato a fare i miei video musicali e astronomici, sto per la prima volta nella mia vita avvertendo prepotente il peso della mia povertà: nonostante sia profondamente innamorato di questa casa, ho bisogno di averne una che sia non solo più grande, ma pure a distanza di sicurezza dalle emissioni sonore degli altri.

Praticamente desidero una villetta (ho gusti strani, vero?) che mi eviti di avvertire altri in movimento sopra la mia testa e con intorno un giardinetto-cuscinetto utile ad arginare acusticamente chi si muove rumorosamente al livello del terreno.

, perché qui il problema non sono soltanto quelli che abitano sopra, ma anche e soprattutto quelli che, passando davanti alla mia porta e alle mie finestre, inquinano anche l’aria di casa mia con i loro suoni e rumori che, pur se tappato dentro, mi aggiornano su ciò che fanno, su ciò che (non) pensano, su quante volte portano fuori il cane, su come gli parlano, …

Ho bisogno di allontanarmi da tutto ciò per potere apprezzare di più gli altri, per rispettarli in quanto persone e per non diprezzarli più perché produttori di frequenze inutili e indesiderate; ho bisogno di prendere le distanze dagli altri per potere un giorno ritrovare la voglia di incontrarli, per provare di nuovo il gusto dell’incrocio casuale tra anime.

In fondo, si tratta di qualcosa perfettamente in linea con i propositi sul futuro che ho deciso di mettere in atto qualora dovessi riuscire ad attraversare indenne questo periodo di pandemia.

Oggi, ancora più di quanto non lo desiderassi ieri, necessito di eliminare dalla mia vita la gente per selezionare le persone da frequentare. Le preleverò dall’intersezione tra l’insieme di quelle alle quali voglio bene e l’insieme di quelle delle quali ho stima per ciò che dicono, che fanno e, forse ancora più importante, per ciò che non fanno (ovviamente spero di trovarmi anche io tra i loro “salvati”)

Come è normale che sia, continuerò a volere bene anche a chi non sta in quello spazio angusto condiviso dai due insiemi. Forse, addirittura, riuscirò a volergliene più di prima, aiutato, nel farlo, dalla distanza che mi permetterà di valutarne la bellezza complessiva. In ogni caso, nulla mi impedirà di apprezzarli in contumacia, imponendo un igienico distacco tra loro e il mio tempo che voglio perlopiù silenzioso o pieno delle frequenze che riterrò opportuno ascoltare.

Mai come in questo periodo, il tempo mi è risultato tanto importante: ne sono affamato, ho brama di secondi, sete di preziosissimi minuti e smanio per avere un bonus di ore. Ecco, se avessi tanti soldi, dopo avere comprato la villetta di cui sopra, comprerei tempo; tanto tempo. Una scorta di tempo in scatola da consumare entro la data della mia scadenza biologica e facendo sempre più e, si spera, sempre meglio (anche il cazzeggio è contemplato. Ma se cazzeggio deve essere, che sia di qualità!).

Sono sempre stato così, ma forse è solo una conseguenza dell’invecchiamento se negli ultimi anni questo aspetto del mio carattere si è così esasperato. Il mio appetito temporale aumenta e le mie giornate si rivelano ogni giorno di più contenitori striminziti e inadatti a contenere la mia curiosità e la voglia prepotente di fare cose per me bellissime, le uniche capaci di farmi stare davvero bene.

L‘inquinamento acustico prodotto dalle persone che mi vivono vicino entra in questo problema di brevità della giornata in quanto ha ridotto drasticamente le dimensioni di quel contenitore temporale: quando, ad esempio, inizio a fare un video, so che dovrò ripetere miliardi di volte una stessa ripresa perché nelle registrazioni entreranno sempre tracce più o meno evidenti del passaggio involontario e indesiderato di qualcuno.

Si tratta di chi, vivendomi da presso, non possedendo (o non sapendo di possedere) altri strumenti utili a farlo, per comunicare a se stesso e al mondo la propria esistenza spesso sceglie di lordare il foglio bianco del comune campo acustico con inutili e disarticolati scarabocchi sonori prodotti dal suo corpo e dalle macchine, sue appendici.

Qualcuno, forse nell’estremo tentativo di applicare il motto famoso “se non puoi sconfiggere il tuo nemico, fattelo amico”, ha studiato l’acustica dei vari ambienti naturali e cittadini rendendo oggetto di una analisi artistica assolutamente interessante anche ciò che di solito viene bollato come inquinamento acustico.

Simili studi hanno condotto alla nasciata del concetto di paesaggio sonoro elaborato dal compositore canadese Murray Schafer il quale ad esso ha dedicato diverse pubblicazioni (delle quali, che mi risulti, solo una è stata tradotta in italiano).

Per poter adottare serenamente i concetti di cui Schafer parla, credo sia però necessario poterli oggettivizzare uscendo alla bisogna dalla bolla sonora e riemmergendosi in essa quando si intende studiarla. Diversamente, sarà lei a studiare te, imponendo ai tuoi ritmi, alla tua musica e ai tuoi silenzi interiori la forza dei suoi decibel esterni così pervasivi e capaci di annullare le fantasie acustiche di chiunque.

La segregazione, almeno fintanto che non ci si avvicina a una finestra, mi ha illuminato, anzi, mi ha assordato, circa l’importanza dell’udito: in assenza di orizzonti lontani da scrutare, tutti gli altri sensi ci parlano esclusivamente di ciò che è vicino, di ciò e chi è prossimo, e i ciechi lo sanno bene.

Il tatto lo ha sempre fatto, il gusto (tatto interiore?), richiede addirittura una interiorizzazione degli oggetti mentre l’olfatto riesce da sempre a spingersi un po’ più in là. La vista, limitata dalla porta chiusa, ora sofferente, mortificata e declassata, vaga reclusa nel perimetro catastale. In tutto ciò, l’udito è l’unico capace di parlarci (è proprio il caso di usare questo verbo) di eventi lontani, quelli che, come raccontavo qualche giorno fa, non possono nemmeno entrare in casa sottoforma di ombre in quanto generati da corpi che il loro simulacro lo proiettano molto lontano da qui.

Spero davvero che quel minuscolo virus riesca ad insegnarci il valore e l’efficacia di ciò che riesce a fare tanto senza necessariamente essere ingombrante. Spero che ci spieghi una volta per tutte quanto pregnanti possono essere le azioni condotte dal basso e nel silenzio totale che non solo non possiamo e non sappiamo ascoltare, ma del quale l’uomo moderno dimostra in ogni istante della sua vita di avere terrore, forse perché non lo sa usare.

 

SZ

 

CRONACA VIRUS – Giorno 12

                                        TEORIA DELLE EVASIONI

Durante questa quarantena sto aumentando il carico di lavoro cui quotidianamente mi sottopongo. Dal momento che, data la situazione, questo lavoro (il corsivo è d’obbligo), non dà quasi mai (ancora) luogo a un guadagno monetario, profilandosi piuttosto come una azione compiuta “su me stesso” e sulle cose che amo fare, mi appare chiaro che il superimpegno cui mi sottopongo altro non è se non una reazione psicologica, una difesa interna, messa automaticamente in atto per tenere a bada eventuali malumori e depressioni.

Del resto, è una tecnica che conosco bene in quanto, oltre ad avere fatto così anche da giovane in quel lungo periodo di apprendistato in cui le passioni nascono e letteralmente ti travogono con tutto il loro carico di fascino e mistero, nell’ultimo anno e mezzo ho vissuto intensamente un’analaoga situazione di appartamento (nel senso di appartarsi nel proprio…): eccezion fatta per qualche committente rimastomi fedele sin da quando ero un free-lance puro, negli ultimi quindici anni ho lasciato andare molti di loro – in fondo, un lavoro, seppur precario, lo avevo già – e tutto ciò si è inevitabilmente tradotto in un notevole isolamento personale e lavorativo.

Tornando alla tecnica di cui parlavo più sopra, confesserò che consiste nel lavorare senza sosta sui propri progetti tenendosi saldamente aggrappati a un qualsiasi “pensiero felice”. Nell’immensa varietà di tipologie di simili appigli, personalmente tendo a tenere in particolare riguardo quelli che ho battezzato “vigilie”, un termine che mi piace così tanto da avere programmato di renderlo il titolo di un progetto cui sto timidamente lavorando.

Si tratta di eventi capaci di dare molta più felicità nell’attesa di qualcosa che nel suo palesarsi vero e proprio.

 “A giorni arriva Babbo Natale e molto probabilmente sarà bello aprire i regali. O forse no, non lo sarà perché scoprirò di non aver ricevuto ciò che desideravo. Nel dubbio, mi godo l’unica cosa davvero capace di generare positività e felicità: l’attesa della sopresa. L’attesa di Babbo Natale”.

Un fan di Freud forse potrebbe identificare in questa at-tenzione per ciò che deve arrivare e per la tendenza ad essere vigili durante la vigilia che implica, i ruderi di una malsopita o malgestita fase anale, ma tant’è. La società mi sembra adottare di continuo stategie che molto hanno a che fare con essa e alcune tecniche pubblicitarie basate proprio sulla creazione dell’evento, sull’annuncio dell’uscita di un prodotto o sull’esaltazione della data in cui qualcosa succederà, sembrano proprio confermare il mio sospetto.

Nella mia attività da recluso, dopo giorni e giorni di lavoro per i fatti miei, sui fatti miei, quindi di ritenzione, il pensiero felice, la vigilia, l’attesa del regalo d Babbo Natale è sempre stato il momento in cui avrei incontrato gli altri: la data del concerto in cui avrei condiviso il palco con amici musicisti; la conferenza, il seminario o il corso che mi avrebbero portato a vivere un salvifico bagno di folla prima del ritorno alla solitudine; la festa, il barbecue, la cena tra amici; l’appuntamento con una amica per andare a cinema o per altre cose decisamente più interessanti, ecc.

Sapere di avere già in programma qualcosa che, col suo carico emotivo, mi avrebbe fatto sentire giustificato nell’andare fuori e abbandonando per un po’ il lavoro quotidiano su me stesso, sapere che gli altri mi offrivano un’ottima scappatoia per distrarmi da me e portare la mia attenzione su di loro e sul “noi”, mi faceva davvero bene.

A posteriori, anche in questo caso poteva capitare di scoprire che l’evento non valesse l’investimento emozionale compiuto a monte, ma il suo lavoro di pensiero felice lo aveva svolto egregiamente, e questo bastava.

In questi casi, poi sfortunati, bastava allora invertire i ruoli delle immagini mentali e a proteggermi dalla depressione interveniva il ricordo di cosa avrei trovato nel mio ambiente domestico: lì vi erano intatte le mie rassicuranti certezze, i miei interessi, le attività interrotte per uscire. Loro non mi avrebbero tradito: le avrei ritrovate intonse lì a casa, pronte ad accogliermi subito dietro la porta, scondinzolanti e affettuose come solo la mia Lulamae sapeva fare.

Bene, è arrivato il momento di confessarlo: ieri sono andato fuori.

É stata proprio quell’ubriacatura di contatti umani, di strette di mano, di abbracci di cui avevo bisogno e oggi mi sento già meglio e motivato a continuare con la scultura quotidiana della mia persona.

L‘occasione per uscire è arrivata tre  giorni fa, quando i Gerebros, miei amici fraterni di lunghissima data con i quali spesso collaboro anche per interessantissimi progetti di comunicazione (loro si occupano proprio di comunicazione spettacolare), mi hanno chiesto se volevo partecipare a un circle talk: una tavola rotonda da loro organizzata per conto di ENEL e che avrebbe dovuto svolgersi nella serata di ieri. L’argomento è presto detto: si sarebbe parlato di arte.

Di quel cerchio, sarei ovviamente stato solo uno spicchio. Oltre ai fratelli Geremicca, avrei incontrato Marco Tutino, uno dei nostri più grandi compositori contemporanei, e lo scultore Jago Cardillo divenuto nel giro di pochissimo tempo estremamente noto per le sue incredibili capacità artistiche e per il suo modo di sicuro attuale di comunicarle al mondo.

In questo contesto avrei dovuto fare né più, né meno la parte di Angelo, ovvero di chi, pur condividendo un percorso simile a quello dei miei due compagni di merende, ha trovato la propria cifra altrove, nella commistione dei linguaggi attuata tramite il filtro della scienza.

É arrivato il momento di rassicurarvi tutti: no, non sono affatto uscito di casa venendo meno ai principi che ho strombazzato come fondamentali in questi ultimi quindici giorni. La tavola rotonda di cui parlavo si è svolta on-line e ci siamo incontrati tutti sulla rete, rimanendo su maglie ben distanti le une dalle altre e condividendo sì il server, ma anche lo spazio dello studio dei due fratelli Geremicca.

Sì, perché in quello studio vi erano solo i corpi dei due fratelli e i monitor sui quali campeggiavano i tre faccioni degli ospiti, gli altri tre spicchi del cerchio. Marco parlava da Milano, Jago da New York e io da Bologna.

Oltre ai concetti emersi in questa splendida e rara occasione di scambio – tutte idee che, sospetto, costituiranno l’argomento di una o più cronache virus future – l’aspetto di tutta la faccenda che mi ha colpito davvero, quello che, come un cecchino, ha centrato in pieno l’Angelo di carne, sangue e ossa che vive realmente a grande distanza da Milano e New York, è che per due giorni il mio pensiero felice è stato proprio quell’appuntamento:

sapevo, e mi faceva stare molto bene, che avrei condiviso qualcosa con persone di indubbio spessore artistico e umano; sapevo che li avrei “incontrati” e che avremmo discusso pungolandoci vicendevolmente e inscenando un copione al quale, a fare da capoversi per le nostre battute, purtroppo mancavano soltanto i colori sgarianti di una tavola imbandita e i profumi delle cibarie appena sfornate.

Per due giorni, il mio cervello si è venduto la cosa come “domani andrai fuori. Domani uscirai per vedere persone. C’è una festa. C’è una cena. C’è un con-certo da fare.

In pratica, la mia mente non ha solo registrato l’impegno in programma, ma dopo pochi giorni di abitudine al nuovo e necessario stile di vita, ha dimostrato di essersi subito adattata ad esso traducendo, in modo adeguato alla situazione, formule verbali che prima usava per farmi stare bene e che avevano dimostrato di funzionare.

Il cervello umano, si sa, è estremamente flessibile e, nonostante la mia età non più giovanissima, il mio ha superato lo stress-test dimostrando di possedere ancora una rassicurante elasticità e capacità di adattamento al mutare degli stimoli esterni.

Tra l’altro, si è trattato di un momento di condivisione al quale mi sono presentato elegante, curando che in qualche misura lo fosse anche l’ambiente nel quale mi trovavo. Un ambiente che stavolta, assieme alle mie idee e alla mia immagine, mi sono portato dietro.

Se prima l’ambiente domestico rimaneva un elemento estraneo alla fase di incontro con gli altri, se costituiva solo un sottinteso oscuro e indefinito, facente parte di una zona privata del tuo essere nella quale le persone incontrate nel mondo non erano autorizzate ad entrare, ora, prepotente, irrompe nel gioco col ruolo di elemento visivo e sonoro importantissimo per la tua identificazione come persona.

Ne va della tua credibilità: non puoi più dire qualcosa, vestire qualcos’altro e presentarti al mondo con uno sfondo che non confermi l’autenticità delle tue idee e della tua immagine. Il tuo con-testo deve necessasriamente esibire, tramite elementi visibili e/o sonori, l’autenticità di chi dici di (voler) essere e la profonda concordanza tra il tuo apparire e la tua privacy.

Questa situazione generata dall’impossibilità di incontrarsi di persona potrebbe quindi, di primo acchito, sembrare il trionfo dell’esteriorità se non fosse che l’interiorità, quella vera e riflessa dal tuo ambiente e dai gesti che in esso quotidianamente compi, prepotente esce fuori e può uccidere la tua immagine o rafforzarla. L’autenticità finalmente paga, almeno fintanto che non si diffonderà l’uso sapiente di fake background peraltro già disponibili in rete.

Fino a ieri il vestito poteva aiutare a mentire, ad apparire ciò che si desiderava essere, nascondendo ciò che veramente si era. Invece in questa fase, e fintanto che non impareremo ad adulterare i nostri ambienti, il tuo sfondo ti definisce ancora di più di ciò che indossi. Anzi, indossi proprio il tuo ambiente, mentre il vestito propriamente detto viene quasi declassato al ruolo di biancheria intima, ciò che si mette sotto.

Assomiglieremo tutti a lumache bipedi impegnate a portare sul groppone, in giro per il mondo, la propria abitazione: lo sfondo inscindibile alle spalle della nostra immagine virtuale che, forse mai prima di questo momento, è apparsa così reale.

 

SZ