Oracoli Armonici

https://www.beniculturali.it/evento/solo-duo-trio-senza-un-piano-di-riferimento

Alle 18:00 di domani sarò nell’antro della Sibilla, a Cuma, dove è previsto un mio concerto in completa solitudine.

Proporrò alcuni brani tratti dal mio ultimo CD “SOLO, DUO, TRIO – senza un piano di riferimento” e altri ancora presi da un nuovo lavoro, in solo, che al momento è in corso di registrazione.

Nonostante si tratti di uno spettacolo che ho già portato in giro diverse volte, sono particolarmente emozionato.

Sarà il luogo, con tutto il suo carico mitologico, sarà che per vedermi è previsto il pagamento di un biglietto – anche in prevendita! Costa 1 euro. Una cifra che mi invita all’umiltà -, fatto sta che, lo ribadisco: sono molto, molto emozionato.

Spero di vedere lì almeno tutti i miei amici napoletani per un abbraccio, anzi, una sgomitata, che attende da troppo.

SZ

A proposito di armonica 2

Iniziano a essere diverse le videointerviste che mi sono state fatte e allora, in attesa di altri contenuti che presto arriveranno, le ripubblico qui così da creare la base per eventuali sviluppi futuri della discussione sull’armonica.

Ecco quindi quella fattami a suo tempo dal cantante e chitarrista barese Marco Giuliani che con questo video festeggiava il primo anno di vita della sua rivista online “Compact show” iniziata proprio un anno prima con il sottoscritto in forma diversa: inizialmente in questi video si suonava e basta, senza fare alcun cenno alla biorgrafico dell’ospite, alle sue speranze, aspirazioni, ecc.

Buona visione!

SZ

SOLO, DUO, TRIO – Senza un Piano di Riferimento

Copertina-Solo-DUO-TRIO

É finalmente uscito il mio nuovo CD SOLO, DUO, TRIO.

Dico “finalmente” in quanto l’ho registrato ben otto anni fa.

Per pubblicarlo ho atteso il momento giusto e, soprattutto, l’etichetta giusta e, una volta trovata nella label bolognese a simple lunch, ad essa ho affidato il precedente CARONTE, questo nuovo CD e anche il prossimo, PAIDEIA, che uscirà entro l’anno.

In SOLO; DUO, TRIO esploro diverse soluzioni di impiego del mio strumento, l’armonica cromatica. L’idea di SOLO non poteva che partire da Bach il quale, forse per primo, ha evidenziato le enormi capacità tecniche ed espressive di strumenti prima trattati più come elementi comprimari di una formazione che come unici protagonisti della scena.

I brani in TRIO tentano di riprodurre la bellezza essenziale, pulita e necessaria di quella formazione così come interpretata da Joe Henderson, Chet Baker, Bill Evans, Keith Jarrett, Brad Meldhau, …

In essi, come anche in quelli in DUO, uso quindi la mia armonica cromatica come strumento… armonico, chiedendole non solo di assolvere al ruolo di strumento solista, che le è proprio, ma anche a quello di strumento che accompagna con pezzi, brani, sunti di accordi (e il ritmo del mio dito indice sinistro) uno sferzante flauto dolce basso, una caldissima voce femminile e l’azione sonora di contrabbasso e batteria.

Un grazie di cuore a Paolo, Giancarlo, Lara e Gianluca per il loro indispensabile e prezioso apporto.

01 Da Solo                                          (Angelo Adamo)

02 Prelude From Cello Suite N° 1 in G BWV 1007 / All Blues / Second Minuet From Cello Suite N° 1 in G BWV 1007       (J.S.Bach/Miles Davis)

03 A Child Is Born1                             (Thad Jones)

04 Pre Baby Blues2                             (Angelo Adamo)

05 Homework Song1                           (Angelo Adamo)

06 Footprints                                      (Wayne Shorter)

07 Song For My Father3                     (Horace Silver)

08 Goodbye Porky Pie Hat                 (Charlie Mingus)

09 Sunday Walk Blues4                       (Angelo Adamo)

10 Prelude from Cello Suite n° 2 in D minor BWV 1008 / So What (J.S.Bach / Miles Davis)

11 Get Lost                                         (Gianluca Barbaro)

12 Freddie Freeloader                       (Miles Davis)

13 My Romance                                  (R.Rodgers, L.Hart)

14 Sunday Walk Blues 2nd take          (Angelo Adamo)

15 Rifiorirai In Quel Prato3                (Angelo Adamo)

 

  • Dedicato a Giovanni Adamo, mio figlio.
  • Dedicato a Elisa Manelli
  • Dedicato a Giovanni Adamo, mio padre.
  • Dedicato a Elena Codogno

Angelo Adamo: Chromatic Harmonica

Paolo Ghetti: Double Bass

Giancarlo Bianchetti: Drums

Guests:

Lara Luppi: Voice on 7, 13

Gianluca Barbaro: Bass Recorder on 5, 11

Angelo Adamo plays Suzuki Harmonicas

Photo: Elisa Manelli

Recorded on 4 June 2012 at

MODULAB RECORDING STUDIO

Via Del Lavoro 9 – 40033 Casalecchio Di Reno (BO)

http://www.modulab.it/

Mixed By Marco BiscariniProva 3 copertina

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 43

(RI)NASCERE DENTRO

 Esiodo narra dei figli di Gaia, la madre Terra, e di Urano, il Cielo, che nascevano nel ventre della madre ma non vedevano mai la luce per la opprimente presenza del padre che copriva incessantemente la dea, fecondandola senza sosta.

La ribellione a un certo punto fu forte e carbonara: Crono, uno dei tanti figli nati in cattività, accettò di farsi armare la mano dalla madre la quale gli consegnò un falcetto col quale lui evirò il padre.

Questi, in preda a un dolore fisico e morale indicibili, finalmente liberò la consorte dal suo abbraccio serrato e si allontanò lasciando ai figli la possibilità di venire alla luce, di venire al mondo, sul mondo, e di vivere la loro vita.

Crono, armato di falcetto – a questo punto, mi chiedo se non abbia poi trovato traduzione nell’immagine della grande mietitrice – diventerà il nuovo padrone del mondo. La storia si ripete: anche lui verrà a sua volta destituito da Zeus, uno dei suoi figli ma, a differenza di suo padre Urano, riuscirà a mantenere un notevole controllo su tutto: quasi un governo ombra, agisce indisturbato insinuandosi in tutti gli avvenimenti col suo potere… temporale.

Questo accadeva nella notte dei tempi. Invece nel giorno dei tempi, al giorno d’oggi, a oscurare i nostri cieli è stata l’emergenza: se prima avevamo stelle, ora abbiamo lampadari; se prima la promessa era quella degli ampi spazi aperti, ora siamo chiusi nell’aria viziata dalla nostra stessa presenza.

In queste condizioni si può ancora nascere dentro come pure fecero i fratelli e le sorelle di Crono? La mia personale risposta è sì, e ne ho le prove: oggi, 21 Aprile 2020 è ufficialmente nato un mio nuovo figlio.

Ufficialmente la fecondazione è avvenuta il lontano 4 Giugno del 2012 nella sala di registrazione Modulab Studio di Casalecchio di Reno (BO), ma da allora non si erano ancora verificate le condizioni giuste per farlo venire alla luce. Non era ancora Crono; non era ancora tempo.

E oggi, dopo quasi otto anni, posso presentarvi SOLO, DUO, TRIO: il mio nuovo CD nato in cattività dall’incontro tra il mio progetto e la casa discografica a simple lunch che ha già accolto due miei lavori: il primo, Brother Buster, è un CD registrato in duo con il pianista e compositore Marco dal Pane col quale interpretiamo sue musiche originali, nate per commentare il film The General di Keaton. Il secondo, Caronte – tra Calabria e Sicilia, è invece un progetto del tutto diverso: lì affronto da solo, sovraincidendo diversi strumenti, un repertorio di miei brani originali dedicati alle mie origini miste.

Si tratta di un disco di jazz con alcune brevi divagazioni classiche compiute grazie ad alcuni brani di Bach per violoncello solo che ovviamente affronto con un piglio  jazzistico, diverso da quello classico che ho usato nei video del progetto Te Mundum (Laudamus).

In questo progetto convergono almeno tre anime differenti, entrambe accomunate dal bisogno di emanciparmi dalla presenza di strumenti armonici che sostengano le note della mia armonica. A differenza degli altri strumenti a fiato, l’armonica può fare pezzi di accordo e da tempo mi sono dedicato a sviluppare una tecnica che mi consente di suonarli facendo intuire le note che, pur se assenti, suonano nella testa di chi ascolta quasi per simpatia.

Una delle due anime di cui dicevo è quella che spesso spera di rimanere… SOLO e lo dichiara procedendo lungo il percorso già tracciato in QUANTA (Map, 2000) e CARONTE, due CD di ispirazione decisamente ECM. Un meta-progetto, quindi, tutt’altro che concluso e che prevede per il futuro la registrazione di un disco in totale solitudine, senza cioè l’apporto di altri e altro (qui altro sta per le elettroniche usate in molti brani di QUANTA e CARONTE).

Quando sarà, e sarà molto presto, affronterò la sala di incisione così come già da tempo affronto molti palchi: da solo con l’armonica e null’altro a distrarmi (e aiutarmi) dalla ricerca di ciò che davvero posso dire quando costretto, come in questo periodo, a un certo solipsismo musicale. Tra le tracce di questo nuovo lavoro, è possibile trovare due tracce registrate in totale solitudine e che per questo anticipano il carattere di quel progetto futuro.

La seconda anima è quella che ama intavolare un intimo dialogo tra due interlocutori. Seguendo questa tendenza, mi sono ritrovato a far colloquiare la mia armonica con la voce di Lara Luppi e il flauto dolce basso del polistrumentista Gianluca Barbaro: due persone alle quali sono profondamente legato da anni, sia da un punto di vista artistico che, soprattutto, umano.

La terza e ultima anima è invece quella che, stimolata dall’ascolto di pietre miliari che portano il nome di Joe Henderson, Chet Baker, Bill Evans, Keith Jarrett, Police, … – registrazioni nelle quali il perfetto equilibrio del TRIO rivela tutta la sua rotondità – tenta, irriverente, di produrre con un’armonica qualcosa che abbia anche solo lontanamente la stessa essenziale ed equilibrata bellezza.

Suonando la mia armonica in modo… armonico, mi ritrovo così a completare il quadro di insieme già perfettamente delineato dalle note del contrabbasso di Paolo Ghetti, mentre il mio dito indice sinistro, battendo sulla piccola cassa armonica della SUZUKI SCX 64, si sovrappone alle complesse tessiture ritmiche della batteria di Giancalro Bianchetti.

In definitva, sono felice che sia arrivato il tempo di ribellarsi alla condizione di innascibilità che fino a poco tempo fa aveva relegato il master della mia registrazione in un cassetto. Paradossalmente, è venuto alla luce durante un’emergenza che ha convinto me e i produttori a optare per la produzione del solo formato digitale, rimandando la sua realizzazione come CD fisico a tempi migliori, se mai arriveranno.

Figlio nato in cattività, quindi. Qualcosa che potrebbe anche intristire. Per non farlo, mi ricordo che si tratta pur sempre di una nascita e che il mondo online sfugge da sotto la fessura della porta chiusa di casa mia e dai difetti dei miei infissi per effondere nel mondo della rete nel quale correre libero, lui può, per andare su tutte le piattaforme di vendita.

SOLO, DUO, TRIO – Senza un piano di riferimento ha così abbandonato anche questo mio piano terra. Trattasi dell’evasione perfetta: grazie a lui, io sono qui e altrove; ubiquo e ambiguo; metà fisico e metà metafisico; analogico e digitale; vivo e morto (cit.); SOLO e in compagnia; SOLO e DUO; TRIO e trito.

Consideratelo come un messaggio in bottiglia che spero raccogliate in tanti.

No, non lo faccio certo con l’obiettivo di arricchirmi: è onestamente molto, molto improbabile che io ci riesca con la musica che produco e con le ridicole quote sui proventi che spettano a chi, artista o produttore che sia, si lancia in simili operazioni.

Si tratta solo di lasciare traccia, indizi del mio passaggio che, oltre ai soliti fornitori di acqua, luce e gas i quali mi scrivono interessati esclusivamente a ciò che ho (?), possano condurre chi mi ascolterà fino a questa tana perché interessato a ciò che sono.

Il solito problema dei due ausiliari…

Nel frattempo, nel mentre la casa discografica combatte con un problema al server che non le consente di aggiornare subito il sito – dovrete credere sulla parola quanto detto fin qui -, ho scoperto di avere vinto un concorso all’INAF-Osservatorio di Catania.

Si torna a fare l’astronomo divulgatore!

E si torna in Sicilia!

Mi sa che stasera festeggio in compagnia: invito il mio alter-ego Angelo a dividere con me una pizza…

 

SZ

 

CRONACA VIRUS – Giorno 42

UN SALICE NERO

Maurizio, un mio grande amico e fantastico musicista che ha lasciato l’Italia per trasferirsi prima in Inghilterra, poi in Francia, ieri ha fatto avere a un po’ di noi che con lui suonavamo quando viveva ancora qui, il frutto del suo nuovo passatempo da autosegregazione:

la riorganizzazione delle foto che parlano del passato da musicisti trascorso insieme: quelle di un capodanno, una data che era l’occasione principe per guadagnare di più; quelle in locali dove lui stesso gestiva la musica, …

Un passato per moltissimi versi magico del quale ho ricordi così frammentari da farmi spesso dubitare delle mie ricostruzioni a posteriori.

Le foto che mi ha inviato, più o meno si riferiscono tutte allo stesso periodo: sono gli ultimi anni del secolo scorso e lo capisco dal look e dai miei capelli che all’epoca portavo molto, molto lunghi.

Una lunghezza che rivelava la mia natura fino a quel momento insospettata di “riccio”: bastò lasciarli liberi di crescere anche poco oltre il limite che fino a qualche anno prima ritenevo normale, per scoprire come si tendessero ad avvolgersi su loro stessi creando veri e propri tubi elicoidali nei quali mi divertivo a infilare le dita per sentirne la geometria.

Ricci che sintetizzavano perfettamente la gran confusione mentale di anni in cui gli eventi rimestavano vorticosi, senza sosta, i miei pensieri e le sensazioni, impedendogli così di coagulare a formare gangli di convinzioni granitiche: la morte di mio padre “in testa”, e poi le collaborazioni importanti, la fine del servizio militare risalente a due anni prima; il ritardo col quale mi laureai, l’incapacità di dirmi una volta per tutte che non avrei dovuto affatto decidere cosa privilegiare dei miei interessi – una priorità dei miei e non certo mia –, scegliendo piuttosto di vivere circondato da tutti loro e grazie a tutti loro; le presenze femminili che volevo tutte mie senza dovermi fermare con nessuna; l’incontro fortuito con Lulamae, la mia prima e ultima can-vivente, … mi hanno arricciato ben bene le radici mentali di quel salice piangente e nero che si rivelava all’esterno come un casco protettivo; che invitava tutti ad avvicinarsi, ma solo fino a un certo punto; solo fino a una certa distanza di sicurezza, …

Erano anni in cui la comunicazione tra le persone aveva già subito più di un boost: nelle ultime propaggini del secolo, le mail avevano iniziato a funzionare a regime e i primi cellulari dai prezzi abbastanza abbordabili concorrevano a usurpare il primo posto ai telefoni fissi.

In ogni caso, per un musicista era ancora importante trovarsi lì a casa per ricevere la chiamata di un committente su quell’aggeggio che, inamovibile, incatenato come era, stile bicicletta parcheggiata in sicurezza, a uno di quei due punti della casa dove vi era la presa Telecom, diveniva quasi un mobile: condizionava l’arredamento attorno a esso imponendo che dove vi era un telefono, doveva esserci anche una rubrica cartacea, a volte un contascatti, uno sgabello e una prolunga che si snodava come un lunghissimo boa domestico; esso, infido, si insinuava sotto le porte chiuse di stanze occupate da coinquilini con i quali non si era nemmeno apparentati dicendoti che no: non avresti chiamato e non saresti stato contattato fino alla conclusione telefonata già in corso.

A causa delle enormi differenze tra le tariffe delle chiamate su rete fissa e quelle su rete mobile, si preferiva ancora l’uso del telefono di casa. Le chiamate tra rete fissa e rete mobile erano poi da evitare come la peste: una specie di punizione divina che interveniva a ricordarti la colpa, tua o del tuo interlocutore: uno dei due era lontano da casa. Una colpa che prevedeva l’immediata condanna consistente in una spesa stupidamente, evitabilmente salata. Una consapevolezza stressante, che rendeva molte comunicazioni estremamente frettolose e scorbutiche, quasi.

In tutto questo contesto, ci si vedeva comunque di più: complice anche la giovane età, non passava sera che non fossimo tutti nei locali dove si suonava ed era lì e così che nasceva l’idea, l’esigenza di incrociare strumenti e idee, di costruire gruppi, progetti o di registrare CD.

La sensazione che non essere presenti avrebbe fatto perdere qualcosa di fondamentale, non solo soldi, ma anche occasioni, era fortissima. Allora si inseguiva un’illusoria ubiquità fisica che proprio nessuno poteva sospettare sarebbe divenuta la moderna ubiquità virtuale; quella che non possiamo proprio intuire cosa diventerà fra altri trent’anni.

Riguardo quelle foto e mi rendo conto, anche grazie al look dei miei amici e colleghi, che l’aspetto giocava un ruolo fondamentale: forse ancora troppo culturalmente vicini all’epoca pre cellulare e mail, forse scettici circa le possibilità che si stavano aprendo nella comunicazione interpersonale, il nostro modo di vestirci, di apparire, di muoverci, di arredarci, … oggi mi sembra non più un vezzo – come asserivano molti nostri detrattori – ma più che altro un vessillo, una divisa utile a a collocarci in modo preciso in una società che ci imponeva di lottare contro l’indistinzione generalizzata.

Sottoinsiemi tra sottoinsiemi, necessitavamo di spiegare le nostre capacità, il nostro ruolo, il nostro curriculum, con l’aspetto spesso bizzarro dei nostri vestiti, delle nostre acconciature e dei nostri comportamenti perché questo era o speravamo fosse farsi pubblicità; questo era promuoversi, attirare lavoro anche stando lontano dal telefono fisso: un virus stavolta domestico che ci avrebbe voluto a esso incatenati fra le mura di casa.

Oggi, me ne rendo conto solo ora, il musicista non ha più un look così appariscente. Sono pochi, e spesso appaiono ridicolmente démodé, gli artisti che si ostinano a spiegare cosa sono, cosa fanno e come vorrebbero essere considerati tramite un orpello del vestiario, un’asimmetria nell’acconciatura, un eccesso di attenzione in qualche tratto del loro apparire.

Questo ruolo è oramai lasciato a fotografie reperibili in rete, nei siti web, nei social, mentre ciò che si cerca nella vita di tutti i giorni è proprio quella indistinguibilità prima combattuta, e ora divenuta una protezione della nostra privacy.

L’odierno periodo di lockdown a parte, in casa si sta comunque molto di più, reclamando il nostro diritto a non essere disturbati, a essere contattati con parsimonia e tramite i canali consentiti.

Spesso abbiamo il numero di cellulare lavorativo e quello per la cerchia di amici. Il telefono fisso è solo un ricordo e le mail sono suddivise in tante caselle diverse. La rubrica è online, non vi sono serpenti di filo telefonico nei quali inciampare; in casa, infine, non vi è più un pezzo di arredamento, quindi un luogo, deputato alla comunicazione.

Paradossalmente oggi siamo fissi noi, mentre il cellulare è mobile.

E poi diciamocelo: foto e video di certo non ci mancano: se prima il telefono era un mobile che rappresentava se stesso, ora è mobile e, consentendoci anche di fare scatti e filmati, ci autorappresenta.

Abbiamo un repertorio così nutrito di nostre rappresentazioni visive che non so propriom come faremo tra dieci o venti anni a gestire l’eccesso di notizie circa il nostro passato. Uno zelo archivistico che, mi rendo conto, all’epoca purtroppo esprimevo solo attraverso disegni, scritti e, a volte, registrazioni audio seppellite dentro supporti oramai difficilmente riascoltabili: ho la casa piena di faldoni da commercialista che catalogano chi davvero fossi, e le foto che ieri sera mi ha mandato Maurizio servono a disegnare il contorno, il contenitore di ciò di cui qui a casa serbo memoria più per quello che conteneva, per quello che nascondeva senza però avere una memoria così precisa del nascondiglio esterno che all’epoca usavo.

Tutti questi pensieri e immagini arrivano come una piacevole pugnalata che accetto nel mentre gira nella carne allontanando strati e stati appiccicati tra loro da anni di disuso. Allora una citazione famosa, un refrain anestetizzante, mi gira in testa sotto capelli ora perlopiù bianchi e irrigiditi: confesso di aver vissuto.

Inizio questa settimana col freno a mano tirato, nel tentativo di rimanere parcheggiato ancora un po’ in quel tempo, ma so che tra poco dovrò allentare la presa.

Ancora cinque minuti e, lo giuro, mi saluto per tornare ad assecondare la folle corsa.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 38

Svegliarsi tutti i giorni in un mondo che vede correlazioni diaboliche tra questo e codesto, tra codesto e quello e, di ritorno, tra quello e questo, comporta che a un certo punto, per quieto vivere, ci si adatti al gioco: ubi maior

Leggo di correlazioni, anelli di complotti, che si chiudono attorno a ulteriori elementi con i quali vanno a costruire una lunghissima catena di San Fake, patrono dell’università della vita e protettore di quella della strada, e scopro che la tentazione è forte.

Allora umanamente cedo, rivaluto sospettoso la giornata di ieri e non posso non notare di avere subito un attacco degli eventi che ha del sospetto, del complotto di non so chi ai miei danni.

E allora denuncio. Sì, lo faccio! “Ma chi?”, direte voi. “Ah, saperlo!”, rispondo io, che per il momento me la prendo contro ignoti, anche se a prima vista sembrerebbe che il mio nemico sia solo il potente fato cinico e baro.

Due sere fa, mentre parlavo con mio figlio, mi è caduto il cellulare. Ero in piedi e la caduta si è rivelata fatale per il display del dispositivo che per metà appariva lesionato e nero: non potevo più digitare il pin né fare tutte le altre operazioni che oramai avvengono per il tramite di quella superficie trasparente e sensibile al tocco che ora, avendo toccato terra, aveva perso conoscenza.

Poche ore prima, proprio digitando e leggendo su di essa, avevo comunicato via whatsapp con un mio vicino, chiedendo se anche lui, che come me vive a piano terra, sentiva cattivi odori salire da lavandini & affini. Avendomi confermato che pure da lui la primavera idraulica arrivava a zaffate mortali – una nuova stagione intubata, capace, pare, di far sentire i suoi effetti malefici anche nelle case degli inquilini al piano superiore -, avevamo deciso che saremmo andati la mattina successiva in giardino a controllare lo stato dei sifoni.

Così abbiamo fatto: armati di mascherina, mai così tanto necessaria e al contempo inutile, guanti, leve metalliche, assi di legno e tanta, tanta pazienza, abbiamo iniziato a ispezionare l’immanenza del nostro condominio. Abbiamo così scoperto che tutti i punti nei quali le varie colonne dei diversi numeri civici del nostro stabile si innestano nella canaletta principale della fogna, presentavano evidenti segni di intasamento.

Inizia così una lunga mattinata di sversamenti di acqua bollente, acido muriatico, santi e madonne, seguiti da rimestamenti con lunghi assi di legno di brodaglie di cui il tacere è bello.

Alla fine, vinti nel fisico, nel naso e nell’anima, decidiamo di chiamare un’azienda specializzata proprio nel frugare nei segreti più intimi della gente: quelli davvero sintetici e forse più veritieri di una comunità all’apparenza variopinta, ma che alla fine si rivela monocolore, estremamente omogenea, sia da un punto di vista cromatico, sia da quelli olfattivo e materico.

L’operazione dei professionisti comprende essenzialmente due fasi: prima si rimuove l’”evidenza” recente e poi, tramite un tubo capace di sparare acqua ad alta pressione, si va su su a indagare “il passato del tombino” fino a raggiungere i più lontani anfratti della LAN locale alla quale si saldano tazze e lavandini dei vari appartamenti.

Il nostro microcosmo inizia così a mugghiare tenebroso, minacciando di far esplodere ovunque tavolette di water e tappi pensati per bloccare il flusso in entrata e che fanno invece temere di non riuscire a resistere al traffico di sommerso in uscita.

Il rumore profondo che squarcia i muri rivela la complessa geometria dello snodarsi del lunghissimo intestino di plastica che, tortuoso di gomiti e sifoni, si concede solo all’indiscreto tubo endoscopico degli esperti.

Ne escono così segreti dall’aspetto tetro e archeologico, quelli davvero responsabili delle peristalsi di strani boli intestinal-fogniari: vere e proprie collane di capelli lunghe anche due metri e rinforzate da fili interdentali, nonché tanto, tantissimo calcare sottoforma di veri e propri ciottoli, frammisti a pomici di detersivi e grassi alimentari.

Un riassunto a dir poco perfetto di ciò che davvero siamo, facciamo, produciamo.

Tale sintesi ci ha scollegato per una mezza giornata dal flusso di informazione della rete principale: quel web interrato nel quale la cruda verità si ritrova nei tre stati liquido, solido e vaporoso.

Per qualche ora tutti noi condomini siamo rimasti scollegati dalla lunga processione di informa-deiezioni e il sistema ci ha inviato un messaggio olfattivo di errore. Una volta andati via gli esperti, ci siamo scoperti salvi, alleggeriti da un bel po’ di quattrini, e finalmente collegati in rete: tutto scorreva, c’era campo, quello che ci evita di scendere in -.

Tornato a quel poco che rimaneva della mia giornata, ho scoperto che mi era arrivato 1) un sollecito dalla società che fornisce l’energia elettrica; 2) un altro da chi, senza avermelo richiesto a suo tempo, ora pretendeva una prova dell’avvenuto pagamento di un bonifico di cui ho parlato alcune cronache fa; 3) un messaggio da un sedicente amico di facebook, poi eliminato, nel quale, senza mezzi termini e per il tramite di un articolo-immondizia apparso su una rivista che forse meriterebbe almeno una segnalazione all’autorità competente, offendeva in vari modi chi come me ha deciso di assecondare i DPCM: una escalation di giudizi a dir poco violenti, conditi da suggestivi aggettivi come “mediocre”, “caricatura”, e tanti altri culminanti con la definizione di “traditore della patria”, vera ciliegina sulla torta.

Qualcuno ha paragonato questa quarantena a una lunga, interminabile Domenica. Dopo la giornata di ieri, mi sento di rilanciare avanzando qui l’ipotesi che si tratti, invece, di un perenne Lunedì classicamente carico di buone nuove.

L’inservibilità del cellulare che, pur continuando a suonare per l’arrivo di telefonate e messaggi, non mi faceva accedere alle sue funzioni, rappresentava un blocco, ma stavolta del mio punto di accesso alla rete telefonica e internet.

 

Sono riuscito a scoprire l’accumulo di acque reflue della mia rete social tramite l’apertura del tombino del pc attraverso il quale ho potuto continuare a rimestare in una materia simile a quella sorpresa ore prima a ribollire nella rete fogniaria e la giornata si è chiusa così come era iniziata.

Con la rottura del cellulare ho perso dati, fotografie, video, sedicenti amici, tempo, pazienza, soldi. In sintesi, ho perso tanto delle mie cose più preziose; così tanto preziose da essere ora del tutto indistinguibili nella melma calcarea dell’indistinto che tutto amalgama e riassume chi sono e chi siamo.

Si è trattato del prezzo pagato per riprendere il mio posto nel grande estuario della storia di questi giorni che della mia assenza di qualche ora, come del mio ritorno, parliamoci chiaro: non si è accorta affatto.

Un’ esperienza che mi ha consentito di fare facili previsioni sulla fine che farà il resto del mio tesoro personale quando non potrò più porre rimedio a blocchi vari delle mie reti artificiali a causa di un irreparabile blocco interno alla rete del mio corpo.

Una coincidenza? A me non pare proprio. Qui qualcuno sta chiaramente agendo alle mie spalle. Lo sento, e il fatto che tutti prima di me abbiano fatto la stessa fine scientificamente lo dimostra.

SZ