CRONACA VIRUS – Giorno 27

L’opera d’arte nell’epoca della sua appropriazione tecnica da parte del pubblico

 Tra le innumervoli strategie messe in atto dal popolo di internet per rendere vivibile e interessante questa quarantena, mi ha colpito la #GettyMuseumChallenge: una sfida lanciata dal Getty Museum di Los Angeles che ha invitato il suo pubblico reale e virtuale a ricreare le opere d’arte lì esposte usando i propri corpi o tre oggetti trovati in giro per casa.

Il guanto della sfida è stato raccolto da tantissimi che, come si può vedere dalla simpatica e sintetica collezione offerta dal quotidiano on-line La Repubblica, hanno esposto il risultato sui loro profili social.

Guardando quelle immagini, la mente non può che andare a ciò che, confermando una finissima capacità di analisi e una notevole predisposizione alla predizione del futuro, scriveva nel 1936 Walter Benjamin nel suo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

A stimolare la breve ma intensissima analisi contenuta nel suo saggio, furono evidentemente la fotografia e, soprattutto, l’avvento del cinema che in quegli anni si impose con prepotenza all’attenzione di tutto il mondo della critica per la sua capacità di mutare i pesi nel rapporto tra artista e pubblico, tra creatore e spettatore.

Ripensare oggi alle sue parole e chiedersi quindi cosa scriverebbe oggi dell’arte contempoanea e, in particolare, di questa iniziativa del famoso museo californiano è stato per me tutt’uno. Allora lo faccio, e provo a dare risposta attraverso la citazione di una scelta di passi che ho operato sulla base di ciò che mi ha stimolato la rilettura gettyana che ne ho dato oggi.

Tra l’altro, in quel saggio, viene spesso chiamato in causa il pensiero di Paul Valéry, altro grande visionario suo contemporaneo, il quale, come riportato da Benjamin, appuntava nel suo Scritti sull’arte del 1934:

Come l’acqua, il gas o la corrente elettrica, entrano grazie a uno sforzo quasi nullo, provvedendo da lontano, nelle nostre abitazioni per rispondere ai nostri bisogni, così saremo approvigionati di immagini e di sequenze di suoni, che si mannifestano a un piccolo gesto, quasi un segno, e poi subito ci lasciano.

 Uno streaming che all’epoca poteva sembrare quasi una rivelazione di Fatima e che ora travolge anche queste stesse mie parole, portandole a poter essere potenzialmente lette ovunque sgorgando, senza fatica, dai rubinetti dei vostri terminali.

É convinzione di Benjamin che, una volta persa quella che lui chiama aura di un’opera d’arte, l’unicità dell’hic et nunc posseduta dall’originale che a partire da un certo momento in poi sarà tecnologicamente riprodotto in un numero qualsivoglia alto di copie, si

sottrae il riprodotto all’ambito della tradizione. Moltiplicando la riproduzione, essa pone al posto di un evento unico una serie quantitativa di eventi. E permettendo alla riproduzione di venire incontro a colui che ne fruisce nella sua particolare situazione, attualizza il riprodotto. Entrambi i processi portano a un violento rivolgimento che investe ciò che viene tramandato – a un rivolgimento della tradizione, che è l’altra faccia della crisi attuale e dell’attuale rinnovamente dell’umanità. Essi sono strettamente legati ai movimenti di massa dei nostri giorni. Il loro agente più potente è il cinema. Il suo significato sociale, anche nella sua forma più positiva, e anzi proprio in essa, non è pensabile senza quella distruttiva, catartica: la liquidazione del valore tradizionale dell’eredità culturale.

E ancora, sempre a proposito del concetto di aura applicato a un’opera d’arte come anche alla visione estatica e compiaciuta di un oggetto reale quale potrebbe essere una lontana catena montuosa, sottolina la grande importanza che ha assunto

l’esigenza a impossessarsi dell’oggetto da una distanza il più possibile ravvicinata nell’immagine, o meglio nell’effigie, nella riproduzione. E inequivocabilmente la riproduzione, quale viene proposta dai giornali illustati o dai settimanali, si differenzia dall’immagine diretta, dal quadro. L’unicità e la durata s’intrecciano strettissimamente in quest’ultimo, quanto la labilità e la ripetibilità nella prima. La liberazione dell’oggetto dalla sua guaina, la distruzione dell’aura sono il contassegno di una percezione la cui sensibilità per ciò che nel mondo è dello stesso genere è cresciuta a un punto tale che essa, mediante la riproduzione, attinge l’uguaglianza di genere anche in ciò che è unico. Così, nell’ambito dell’intuizione si annuncia ciò che nell’ambito della teoria si manifesta come un incremento dell’importanza della statistica. L’adeguazione della realtà alle masse e delle masse alla realtà è un problema di portata illimitata sia per il pensiero, sia per l’intuizione.

Nel definire un oggetto come opera d’arte, è cosa nota, interveniva anche la modalità stessa con la quale esso veniva percepito. Qualcosa, quindi, che va oltre l’oggetto e che mira a definirlo in relazione al contesto nel quale veniva collocato:

Un’antica statua di Venere, per esempio presso i Greci, che la rendevano oggetto di culto, stava in un contesto tradizionale completamente diverso da qiello in cui la ponevano i monaci medievali, che vedevano in essa un idolo maledetto. Ma ciò che si faceva incontro sia aiprimi che ai secondi era la sia unicità, in altre parole: la sua aura. Il modo originario di articolazione dell’opera d’arte dentro il contesto della tradizione trovava la sua espressione nel culto. Le opere d’arte più antiche sono nate, com’è noto, al servizio di un rituale, dapprima magico, poi religioso. Ora, riveste un significato decisivo il fatto che questo modo di esistenza, avvolto da un’aura particolare, non possa mai staccarsi dalla sua funzione rituale. In altre parole, il valore unico dell’opera d’arte autentica trova una sua fondazione nel rituale, nell’ambito del quale ha avuto il suo primo e originario valore d’uso. Questo fondarsi, per meditato che sia, è riconoscibile, nella forma di un rituale secolarizzato, anche nelle forme più profane del culto della bellezza.

Il teorema benjaminiano allora si chiude col la constatazione che:

La riproducibilità dell’opera d’arte emancipa per la prima volta nella storia del mondo quest’ultima dalla sua esistenza parassitaria nell’ambito del rituale. L’opera d’arte riprodotta diventa in misura sempre maggiore la riproduzione di un’opera d’arte predisposta alla riproducibilità. Di una pellicola fotografica per esempio è possibile tutta una serie di stampe; la questione della stampa autentica non ha senso. Ma nell’istante in cui il criterio dell’autenticità nella produzione dell’arte viene meno, si trasforma anche l’intera fruizione dell’arte. Al posto della sua fondazione nel rituale s’instaura la fondazione su un’altra prassi: vale a dire il suo fondarsi sulla politica.

E se già all’epoca il filosofo intuiva che “l’attualità cinematografica fornisce a ciascuno la possibilità di trasformarsi da passante in comparsa cinematografica. In certi casi può addirittura vedersi immesso (…) in un’opera d’arte”, la sfida lanciata dal Getty rappresenta davvero uno step fondamentale del processo che, passata attraverso l’edonismo sfrenato del selfie – un fenomeno si spera transitorio e vicino alla sua fine – porta a usare la tecnologia non più per sdoganare l’improbabile tesi che ognuno di noi è sempre e comunque arte che val la pena diffondere, ma per affermare che siamo arte quando davvero com-prendiamo; quando, anche con ironia e leggerezza, dopo averla studiata, soppesata, introiettata, o abbiamo fatta creativamente nostra la sua lezione, o ci immedesimiamo in un’opera d’arte universalmente riconosciuta come tale.

In qualche modo, ancora una volta torna qui la suggestione del bradburiano Farhenheit 451 già citato pochi giorni fa, e lo fa stavolta nella sua versione visiva, quella che ha a che fare con l’immedesimazione dell’individuo in opere appartenenti alla storia dell’arte: una materia resa finalmente viva da persone aiutate dagli eventi a riscoprire i memi fondanti la nostra cultura.

Riprendendo a citare passi del saggio che avrebbe potuto anche farmi optare per il titolo Leggere Benjamin nel 2020, il filosofo nota che

Colui che si raccoglie davanti all’opera d’arte vi si sprofonda; penetra nell’opera (…) Inversamente, la massa distratta fa sprofondare nel proprio grembo l’opera d’arte. Ciò avviene nel modo più evidente per gli edifici. L’architettura ha sempre fornito il prototipo di un’opera d’arte la cui ricezione avviene nella distrazione da parte della collettività. Le leggi della sua ricezione sono le più istruttive.

La distrazione architettonica, per dirla alla Benjamin, rispetto a ciò che prende polvere nei nostri musei, si può forse spiegare con la mancata attenzione a ciò che ci hanno chiesto di studiare con metodi che già nel secolo scorso dimostravano una efficacia traballante. In tal senso, l’iniziativa del museo Getty potrebbe essere assunta a paradigma: un teatro dell’arte, inteso come messinscena di quadri famosi, e non solo l’arte del teatro.

Spesso scopriamo di avere abitato il nostro periodo di formazione scolastica con quella stessa disattenzione che ora, invitati a riconsiderare tutto durante un periodo che ci vede particolarmente attenti alle anguste architetture delle nostre case, ci costringe a riconsiderarCi con la dovuta attenzione; ci consente di notare ciò che, volenti o nolenti, da tanto abbiamo in grembo.

Cambia così il rito, cambia la fruizione dell’arte che ora diventa vestito, atteggiamento, posa, luce domestica, rivelandone l’attualità anche nell’apparente stridore generato dalla lettura della data di creazione dell’opera cui ci stiamo ispirando.

E, facendo ancora mie le parole di Benjamin,

sarebbe errato sottovalutare il valore di queste tesi per la lotta di classe. Esse eliminano un certo numero di concetti tradizionali – quali i concetti di creatività e di genialità, di valore eterno e di mistero -, concetti la cui applicazione incontrollata induce a un’elaborazione in senso fascista del materiale concreto.

Una elaborazione che si tenta ancora di scongiurare grazie anche, ad esempio, all’invito dei musei di andare a visitare le esposizioni nei loro siti on-line. Un invito che ci dà la misura di quanto sia cambiata la situazione rispetto a quando Benjamin scriveva

il valore culturale come tale induce a mantenere l’opera d’arte nascosta: certe statue degli déi sono accessibili soltanto al sacerdote nella sua cella. Certe immagini della Madonna rimangono invisibili per quasi tutto l’anno, certe sculture dei duomi medievali non sono visivile per il visitatore che stia in basso. Con l’emancipazione di determinati esercizi artistici dall’ambito del rituale, le occasioni di esposizione dei prodotti aumentano.

Nella postilla con la quale il saggio si chiude, commendando alcuni passi del manifesto marinettiano a favore dell’occupazione coloniale in Etiopia, si evidenzia come per i futuristi l’unico modo di rendere onore alla tecnica e alla meccanica che sbalordiva all’inizio del ‘900 fosse applicare tutto l’armamentario disponibile di acquisizioni scientifiche e gli armamenti accumulati per mettere in scena il grande spettacolo pirotecnico della guerra. Quella stessa guerra che in un manifesto più famoso del precedente definì igiene del mondo.

Oggi la rete ci mostra finalmente un orizzonte molto più alto e igienico di quello coloniale e conflittuale: se per i futuristi il progresso, il dominio sulla Natura non poteva fare altro che assumere il fetore della decomposizione, la consistenza dei metalli, il grigio delle ciminiere, l’ingombro dei rottami, già da un po’ internet propone la leggerezza delle fibre ottiche, il silenzio dei flussi di dati, la compattezza dei server, la mancanza di odore dei bit.

A completare questo quadro di sparizione progressiva della massa con tutti i suoi attrivuti futuristici è ancora lui, il piccolo COVID 19 il quale, costringendoci in casa e limitando traffico e produzioni, sta creando il vuoto, ripulendo l’aria dalle scorie anacronistiche che, cosa assurda!, farebbero sentire a suo agio un qualsiasi futurista di un secolo fa venuto nel 2000 per una visita di piacere.

Non so se ve ne ricordate, ma fino a ieri, stando sempre fuori casa, eravamo perlopiù rumore.

Oggi, da semisegregati, possiamo anche diventare arte.

A voi la scelta se occupare questa Domenica rimpiangendo lo smog o impersonando la Gioconda.

SZ

 

 

Per vedere di nascosto l’effetto che fa – Prove tecniche di futuro

Paranoia-1Mi trovo qui a confessare di aver pure io lasciato spazio al turbine di emozioni intense e contrastanti generate dalla notizia della diffusione del nuovo virus proveniente dall’est-remo est.

Pur leggendo di tutto sui social, decisamente impazziti, e su diverse testate (alcune delle quali devono averne date di molto forti, tanto da procurarsi seri danni al lobo redazionale), ho scelto di dare ascolto ai cosiddetti “esperti”.

No, non mi riferisco a chi al bar quotidianamente blatera verità su qualsiasi argomento. A simili personaggi preferisco i ricercatori dell’ISS: ho seguito pedissequamente le loro poche e più che ragionevoli indicazioni sul da farsi, provando a immedesimarmi nel loro punto di vista; quello di chi, di fronte a un nemico ancora sconosciuto, deve comunque tenere sotto controllo la salute di un intero paese, e non solo quella della propria famiglia.

Al contempo, ho pure tentato di comprendere quali meccanismi mentali questa storia ha messo in moto nella mia testa e credo di aver identificato quale sia stato il “meccanismo 0”: quello che ha messo in moto tutto il rosario di stati d’animo che mi sono venuti a fare visita in questi 5 giorni di supposta emergenza.

Nel parlarvene, di certo non pretendo che ciò che ho avvertito abbia un qualche grado di universalità, ma valendo sempre il solito motto di terenziana memoria “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, posso sperare di dire qualcosa che vada nel senso opposto, traducibile con “non ritengo nulla di ciò che io provo (del tutto) estraneo da ciò che prova l’intero genere umano”.

Avendo così gettato le basi per giustificare la voglia di raccontarvi le mie sensazioni, procedo con l’outing annunciato.

Da appassionato di fantascienza, non ho potuto fare a meno di vedere nell’intera situazione – prima inconsapevolmente, poi, a partire da un certo momento in poi, sempre più conscio di ciò che stavo mettendo in atto – una fantastica occasione di vivere da protgonista alcune delle storie costruite sull’idea di una disastrosa pandemia che in passato mi hanno appassionato.

No, ovviamente non parlo della Storia della colonna infame di Manzoni(1), uno scritto del quale qui apprezzo il pregio di offrire un elemento di confronto per capire (e misurare) quanto siamo diventati bravi a spostare i nostri corpi con tutto il corredo di effetti personali, ma anche di batteri e virus, che ci portiamo sempre dietro.

In quella storia, si parla infatti di una diffusione del morbo che in quattro anni, dal 1629 al 1633, si diffuse solo in un’area compresa tra il Granducato di Toscana e la Svizzera. Per avere un idea di quanto “veloce” fu la diffusione del contagio, si pensi che nel giro di un paio di mesi il “nostro” COVID-19 ha viaggiato gratis su distanze planetarie. In ogni caso, la buona notizia delle ultime ore è che è stato scoperto dai controllori e subito arrestato.

Quindi, dicevo, non mi riferisco allo scritto manzoniano, quanto piuttosto a romanzi come, ad esempio, La nube purpurea, Andromeda, o a film come Io sono leggenda e la serie I sopravvissuti che da bambino mi aveva molto impressionato.

Qualche giorno fa, ho quindi di botto scoperto che non mi si chiedeva di fare altro che interpretare un copione in qualche modo già mandato a memoria: in fondo, si tratta oramai di “classici” entrati a far parte del repertorio molto ricco di situazioni, immagini, timori ai quali la modernità ci ha in qualche misura preparato.

Si pensi agli usi, effettivi o solo minacciati, di epidemie artificiali da scatenare per scopi bellici come, ad esempio, nel caso delle presunte armi chimiche di Saddam, delle minacce terroristiche di attentati nelle metropolitane delle grandi città e di tutto il repertorio di simili atrocità messe purtroppo in atto in passato. Con una semplice ricerca su google, si può “venire a contatto” con un campionario estremamente nutrito e variegato di simili macchie sulla fedina penale dell’umanità.

Ho allora colto al volo la ghiottissima occasione di rendere letteratura la mia usuale solitudine – da ex-INAF, disoccupato da un anno e mezzo, vivo la maggior parte del mio tempo confinato in casa a fare le mie cose, ovvero a lavorare da free-lance – scoprendo l’essenzialità del mio modo di vivere e del piccolo spazio che occupo nel mondo (no, una volta tanto non si tratta di una metafora): al suo interno vi è tutto ciò che mi serve e non vi sono metri quadrati da dedicare all’inutile. Dunque non posso permettermi scorte di scatolame da bunker antiatomico e, nel’eventualità di una epidemia reale e molto più perniciosa di questa febbriciattola (qui lo so, pecco di superficialità. Vi prego, consideratela solo come pura strategia narrativa…) , i miei cinquantacinque metri quadri diverrebbero nel giro di pochi giorni il mio modesto cenotafio nel quale sparire definitivamente senza clamore alcuno. Alla fine scopro che una simile frugalità fantascientifica è la normale prosecuzione di una semplicità quotidiana da tempo praticata e la cosa riesce anche a farmi sorridere.

In fondo, tutta la vicenda di questi giorni sembra essere stata solo una specie di prova generale in vista di qualcosa che sembra proprio inevitabile.

Che si tratti di un virus costruito ad hoc in laboratorio o che invece si tratti di qualcosa di nato spontaneamente dal seno di Gaia per decimare un’umanità divenuta, per tracotanza, troppo simile all’Orione del mito (che, lo ricordiamo, millantava di poter cacciare e uccidere qualunque animale esistente sulla faccia della Terra e per questo fu punito), poco importa: la cosa più probabile è proprio che l’umanità si estingua per colpa di qualcosa che finalmente non dominiamo e che non vediamo e per questo capace di insinuarsi nei nostri corpi fottendoci stando alla larga dalla portata delle nostre mani.

Del resto, stiamo parlando di una epidemia analoga a ciò che uccise i marziani del romanzo La guerra dei mondi di Herbert George Wells: in quel testo, l’arroganza tecnologica degli omini verdi – una arroganza del tutto simile a quella di Orione, quindi alla nostra – viene punita dalla genetica, dalla selezione naturale darwiniana, dalla microbiologia e non certo da altri fattori dominabili schiacciando un pulsante del nostro cellulare di ultimissima generazione.

Siamo quindi già passati attraverso la fase che definirei romanzata: forse fino a qualche decennio fa la prospettiva di una nuova pandemia ci appariva distante nel tempo, una sensazione che ci ha consentito di oggettivizzare l’idea di una pandemia riguardandola solo come possibile trama di un romanzo, come un buon soggetto per un film e, in generale, come “passatempo”.

Di contro, lo spreco di retorica allarmistica di Paranoia-2questi ultimi giorni mi è apparso come un importante campanello di allarme: in questa settimana quei romanzi fantascientifici su citati sono stati più volte interpretati (male) e sembrava quasi che, come nel classico Fahrenheit 451, la maggior parte delle persone ne avesse adottato almeno uno rinunciando alla propria libertà di penseiero e preferendole piuttosto  la propria “librità”: una sorta di bisogno molto futuristico di crisi vera, importante, globale, totale, definitiva, si è impossessata di moltissimi – stimolata da un uso terroristico di alcuni titoli giornalistici – col probabile risultato che il loro comportamento possa essere ritenuto alquanto ridicolo.

Dalla prova generale è di sicuro emerso un risultato abbastanza positivo: in media, abbiamo tutti adottato atteggiamenti consoni, ma no, non illudiamoci: non si è trattato di rispetto per gli altri. Era solo fifa. Una fifa blu.

Facendo una breve ricerca in rete, ho trovato un elenco dei morti causati dai vari conflitti mondiali. Poi ho cercato tabelle o grafici analoghi che riportassero in modo chiaro i morti causati dalle pandemie che hanno colpito il pianeta a partire da una qualche data storica fino a oggi, ma quest’ultima ricerca si è rivelata infruttuosa. Perché l’ho fatto? Perché volevo tentare di capire “quanto si moriva un tempo”, un dato che avrei voluto confrontare con quello relativo al “quanto si muore oggi”.

Leggendo le informazioni verbose raccatate qui e là, sembra comunque che nell’ultimo secolo il genere umano abbia imparato a limitare i morti prodotti dai numerosi conflitti militari che non hanno certo (e per fortuna) più avuto le dimensioni dei due conflitti mondiali. Inoltre ha imparato a confinare, limitare e controllare la diffusione e i danni delle malattie infettive, alcune delle quali, pur continuando a essere presenti, nei paesi con adeguati servizi sanitari non causano più l’incredibile numero di vittime che invece facevano registrare le epidemie del passato.

Si tratta di dati di sicuro confortanti, almeno fintanto che non si affronti il problema da un punto d vista diverso. I progressi in campo medico, alimentare, sociale, … hanno fatto sì che in media si arrivi tutti all’appuntamento con la grande mietitrice in età molto più avanzata di quanto non capitava ai nostri nonni.

Quindi, eseguendo una previsione statistica che tenga conto della sempre più elevata aspettativa di vita e del trend negativo seguito dalla fertilità della nostra specie, secondo una recente stima dell’ONU, nel 2050 la popolazione mondiale sarà di quasi dieci miliardi di individui. Considerando, poi, che alcuni conflitti hanno svuotato della loro popolazione intere regioni del mondo, la densità delle zone più vivibili – un aggettivo il cui significato ci impone di fare i conti con i temi del riscaldamento globale e, in generale, della sostenibilità ambientale – crescerà notevolmente raggiungendo, dalle attuali 53 persone per chilometro quadrato,  il valore di circa 70: un dato che va preso solo come stima spannometrica dal momento che  i 149 milioni di chilometri quadrati di terre emerse non sono certo tutti “calpestabili”.

Il catasto mondiale prevede infatti la presenza di tante aree “di servizio” che proprio non possono essere considerate abitabili. Si tratta di strade, laghi, fiumi, vette montane, ghiacciai(2), …  e se già alla fine del XVIII secolo Thomas Malthus metteva in guardia i suoi contemporanei evidenziando come la “terra” avrebbe fatto fatica a fornire sostentamento per tutta la popolazione inglese, una valutazione analoga condotta oggi su scala globale non potrebbe che portare a previsioni ben più catastrofiche, aventi a che fare stavolta con la “Terra”.

Se quindi crediamo nell’esistenza della Gaia del mito, ma non solo – qui mi riferisco all’antica idea, rispolverata nel secolo scorso dall’ambientalista James Lovelock, di un organismo planetario che interagirebbe di continuo e in vari modi con chi ne abita la superficie – potremmo forse arrivare a immaginare che la forte e irrazionale pulsione alla distruzione manifestata di continuo dalla nostra specie, sia in realtà spiegabile razionalmente con la presenza di una specie di “software Darwin” che ci spinge, in modi leciti o illeciti, a tenere sotto controllo la quantità di esseri viventi che qui nasce, vive, prospera, inquina e muore (nel nostro caso, sempre più tardi).

Se così è, come già dicevo prima, non ha alcun valore stabilire se il virus sia stato creato in un laboratorio o se abbia origine animale. Gaia potrebbe essere il mandante, incapace com’è di sopportare la nostra ingombrante, sempre più ingombrante presenza.

E se la prima volta, tra tutti i suoi figli, al suo appello ha risposto solo Crono che la liberò con un gesto violentissimo dal padre-padrone Urano, adesso il falcetto può essere raccolto da tanti, tutti inconsapevoli fantocci nelle mani della Natura e dei suoi sottili equlibri da tutelare.

Al grido di “Gaia lo vuole!” dovremmo quindi attivarci per capire come dare soluzione ai problemi introdotti dal semplice fatto di essere tutti insieme qui a darci fastidio a vicenda, dandone anche al pianeta.

Insomma, a conti fatti, credo che le alternative siano poche: o 1), parafrasando il grande musicista visionario Sun-Ra, ci arrendiamo (rettifico: “vi arrendete”: io sono nato “arreso”!) all’evidenza che “space is the place” e iniziamo a investire tutte le nostre risorse sulla prospettiva cosmica oppure, 2) molto prosaicamente, ci arrendiamo (qui va bene il “ci”: come voi, non mi sono ancora arreso…) all’evidenza che dobbiamo consumare e inquinare meno, che dobbiamo morire e che dobbiamo imparare ad accettare l’evidenza di dovere farlo prima.

Da fine telepate quale sono, so che state tutti pensando “inizia tu!”.

Giuro che prima o poi vi accontentnto, ma intanto suggerisco di guardare allo spazio esterno con occhi diversi: nonostante appaia ostile, lì è la soluzione.

Se è all’eternità che puntiamo, di sicuro le si addice uno spazio più ampio; addirittura cosmico.

Il nostro futuro è là.

 

SZ

 

 

1- Confesso che, pur nella sua grandezza, forse a causa di certa didattica che a suo tempo imponeva di iniziare a leggerlo alle medie e di portarselo dietro fino a buona parte del liceo, Manzoni non mi ha mai appassionato. Quando in futuro scoprirò di aver esaurito la diffidenza e, diciamocelo pure, l’antipatia maturata sui banchi di scuola nei confronti del buon Alessandro, gli concederò una terza possibilità.

2- In tal senso, potrebbe paradossalmente sembrare buona cosa la recente notizia dello scioglimento dei ghiacci dell’Antartide, se non fosse che sarebbe da folli anche solo pensarlo: oltre a significare una incredibile perdita da un punto di vista ambientale, si tratterebbe dell’ultimo risultato di un totale stravolgimento del resto del pianeta che così verrebbe ad essere un luogo di sicuro non adatto alla vita così come la conosciamo.