… e le stelle stanno a guardare – il mio primo cartone animato

Guardandomi indietro, mi sembra che infanzia e adolescenza altro non siano se non periodi utili per darsi dei sogni.

All‘epoca ne avevo tanti, molti di più di quanto ne abbia oggi. Nulla di strano, almeno credo: ritengo che questa riduzione di una certa dimensione onirica possa essere l’effetto del fare i conti con la realtà vera; quella con la quale, mentre ero tutto occupato a sognare, avevano a che fare i miei genitori.

Ho sempre disegnato, prendendo questa passione da mia madre. Inoltre suonavo e ogni tanto scrivevo. Cresciuto a cartoni animati della Walt Disney, della Hanna & Barbera e a Merry Melodies, menu completato dai primi cartoni giapponesi, in testa Goldrake, tra i tanti sogni che avevo vi era anche di fare un cartone animato tutto mio. Lo vedevo come un prodotto nel quale finalmente tutto ciò che amavo fare (nel frattempo, anche l’astronomia aveva fatto l’ingresso tra i miei interessi…) poteva confluire.

All’epoca le leggende metropolitane circa il creare cortometraggi disegnati (avevo trovato solo un piccolo libretto sull’argomento e internet… non c’era), parlavano della necessità di avere un’impalcatura sulla quale porre la “reggetta”: una striscia di legno o di plastica con due pioli affiancati ai quali assicurare i fogli trasparenti contenenti i disegni da animare. L’impalcatura doveva servire per reggere in alto una telecamera capace di fare riprese passo-passo (un fotogramma alla volta) dei disegni sempre dalla stessa posizione e distanza.

In casa non c’era posto per un simile aggeggio, né c’erano i soldi per una telecamera di quel tipo. Forse erano solo scuse, ma mi prendevo volentieri in giro, guadagnando tempo in vista di quell’appuntamento fondamentale: sapevo che avrei dovuto semplicemente attendere perché prima o poi sarebbe arrivato il momento giusto per fare il mio cartone animato. Quel momento è arrivato solo un mesetto fa.

Ispirato dal brano che dà il titolo all’ultimo disco che ho prodotto insieme al chitarrista Guido di Leone e al contrabbassista Francesco Angiuli, ho pensato di mettere a frutto quanto imparato a suo tempo al corso di Animazione Digitale tenuto da Chrstian Ghisellini, docente dell’Accademia di Belle Arti di Bologna dove ho studiato per il biennio specialistico di Linguaggi del Fumetto, per creare questo primo prodotto di una Lulamae Productions che da tempo vorrei istituire in ricordo della mia compagna quadrupede scomparsa quasi un anno fa: il trailer del disco pubblicato dalla Fo(u)r (1).

Sentendomi raccontare come, dall’unione del tema iniziale e quello finale del brano The Night Has A Thousand Eyes, pensavo di ottenere una colonna sonora di un minuto o poco più per il mio cartone animato, il mio amico Renato Geremicca (2) ha provveduto a realizzare al volo, con Vegas, quella “crasi” musicale. Inoltre, con sorprendente intuito, ha creato sul tema finale del nuovo brano, qualcosa che in quello originale non esiste: un interessante unisono tra la mia armonica e la chitarra di Guido di Leone.

Esther Intile, poi, mi ha dato “due dritte” su alcune funzioni fondamentali di iMovie. A questo punto, mancavano solo i miei disegni. Mancavano, ma ora ci sono tutti. Dal risultato di qualità di sicuro mediocre che ho ottenuto, di sicuro non si può intuire come il tutto sia partito osservando i grandi classici che citavo più in alto, ma poco importa: questo è il mio livello al Febbraio-Marzo 2015. Farò meglio in futuro. Almeno spero…

Il titolo THe Night Has A Thousand Eyes ha per me più di un significato.

Pensare che “la notte ha mille occhi”, mi riporta con la memoria a quando, in macchina, di sera, cercavo luoghi dove appartarmi in dolce compagnia. Scoprivo così che più questi posti erano isolati, quindi apparentemente ideali, e più mi facevano temere di divenire, mio malgrado, trastullo di guardoni o, peggio, passatempo di emuli del mostro di Firenze, vera icona della cronaca di quegli anni.

Quindi THe Night Has A Thousand Eyes potrebbe essere anche letta come nessuno si fa i ca… suoi, ma per me c’è anche altro.

Anni fa sentii l’esigenza di comunicare tramite il teatro. Misi allora su uno spettacolo che negli anni è cresciuto da qualcosa di solo musicale e intitolato Quanta, come il mio primo disco (3), a qualcosa d’altro; di un po’ più complesso.

Nella fase successiva, Quanta divenne un commento musicale a sequenze di immagini gestite tramite il programma Power Point. Una di queste si intitolava “… e le stelle stanno a guardare” e le immagini in essa contenute, commentate dal mio brano Farinafredda, erano crude: alcuni dipinti di Grosz; foto delle Due Torri ferite a morte dagli aerei dei terroristi; foto di persone imprigionate nei due grattacieli che, per non morire ustionate in quell’inferno di fuoco, si gettavarono a testa in giù da chissà quante decine di metri; e poi ancora primi piani di armi da fuoco e proiettili, scene di ordinaria violenza osservata in televisione, stupidi incidenti e comicità varie.

A intervallare queste scene così tragiche, avevo posto qui e là fotografie di bellissime nebulose planetarie attorno alle quali avevo disegnato palpebre cigliate. Il messaggio voleva essere banalmente kantiano: le stelle ci guardano, e mute ci giudicano da un punto di vista morale.

La mia cupa Farinafredda non è certo un brano solare come quello composto da Jerry Brainin e Buddy Bernier e, se nei primi anni di questo secolo, le immagini che evocavo erano, guarda caso, di distruzione e morte, ora l’ispirazione, pur avendo a che fare sempre con gli occhi, è del tutto diversa. Ho rappresentato il mio Squid Zoup mentre si muove in un osservatorio al quale sono particolarmente legato: quello dell’Osservatorio di Serra La Nave (CT) (4), dove spesso lavoro e che ospita un telescopio da 92 cm che trovate rappresentato nel filmato. L’immagine dall’alto di quella cupola l’ho tratta da un video (5) creato da Piero Massimino, System Manager dell’Osservatorio Astrofisico di Catania, con un drone da lui stesso pilotato.

La notte ha mille occhi. Noi guardiamo un cielo che, muto, ci osserva non più (solo) ridendo di noi o giudicandoci moralmente: forse, da innumerevoli pianeti extrasolari sui quali vi sarà la vita, ci osservano da lontano, studiandoci così come noi studiamo ciò che accade attorno alle altre stelle.

In ogni caso, smile, you are on cosmic-candid-camera!

SZ

1 – http://www.four-edition.com/site/2014/10/23/adamo-di-leone-angiuli-the-night-has-a-thousand-eyes/

https://squidzoup.com/2014/10/09/the-night-has-a-thousand-eyes-il-mio-nuovo-cd/

2 – http://www.gerebros.it/

3 – http://www.jazzos.com/detail0.php?prod=MUSE01

4 – http://www.oact.inaf.it/

5 – https://www.youtube.com/watch?v=-KPEv3xX2qs

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Astronomia, Fumetti, Jazz: tre argomenti divisi in due nuovi appuntamenti

Armonica-cosmica

Domani sarà una giornata a dir poco interessante.

Il buon Vincenzo Cossu, organizzatore di una serie di dialoghi su “Fantascienza e Fantasy: Narrazione, Illustrazione e Graphic Novel”, mi ha invitato a prendere parte alla discussione collegandomi via skype, nel pomeriggio di domani mercoledì 25 Marzo, con l’Aula Magna dell’Accademia di Belle Arti Mario Sironi di Sassari dove la manifestazione avrà luogo.

Il mio intervento verterà sul mio modo di interpretare i rapporti tra scienza e fumetto, un rapporto che non vedo sempre in chiave divulgativa e che mi piace pensare possa avere anche una valenza diversa, se vogliamo “più alta”, come ho già raccontato in un post di qualche mese fa (1).

Alla sera, invece, suonerò all’Altotasso (2) di Bologna, un club oramai noto anche per la sua varia e coraggiosa programmazione musicale gestita da un grande amico: il pianista Alessandro Altarocca. Al mio fianco sul palco vi sarà un altro amico di vecchia data con il quale ho condiviso solo sporadiche jam session che ci hanno fatto sempre ipotizzare di poter un giorno collaborare.

Si tratta del chitarrista Domenico Caliri (3) al quale di recente la rivista Musica Jazz ha dedicato un bellissimo articolo-intervista. Domani il nostro duo compirà il primo passo nella costruzione del nostro nuovo progetto musicale da lui battezzato, guarda caso, Steps.

Divulgazione astronomica dal mattino al pomeriggio inoltrato, fumetto e astronomia immediatamente dopo e a seguire jazz.

Ecco il mio mercoledì. Non so cavalcare onde standomene in piedi su una tavola da surf, ma concedetemelo: voglio riguardarlo ugualmente come un mercoledì da leoni.

 

SZ

1 – https://squidzoup.com/2014/10/19/il-punto-della-situazione/

2 – http://www.altotasso.com/

3 – http://www.domenicocaliri.com/

 

 

AstronoGia? ArcheoNomia? PsiCosmologia?

Scavo-ArcheoNomico

Scavo-ArcheoNomico

“… e l’archeologia in qualche modo si può accostare alla psicanalisi. A Freud, soprattutto, che ne fa una splendida metafora dello scavo interiore”.

Ad affermarlo sulle pagine di La Repubblica Cult è Andrea Carandini (1), noto archeologo, futuro presidente del Fondo Ambiente Italiano.

In questa interessantissima intervista (molto bello il finale nel quale pericolosamente mi identifico) condotta da Antonio Gnoli, ho trovato spunti che non ho potuto fare a meno di tradurre all’impronta in argomenti a sostegno di idee a me più familiari.

L‘archeologia, si sa, condivide molto anche con l’astronomia e, anzi, credo che l’analogia tra lo studio del cosmo e quello dell’antichità tramite scavi e reperti sia molto più calzante di quanto non lo sia quella con la psicanalisi: la radiazione elettromagnetica alla base delle nostre ricerche sul funzionamento del cosmo ha di sicuro più a che fare con la nostra storia di quanto non competa a tantissimi altri aspetti della nostra cultura.

I fossili di ciò che era la materia prima del nostro arrivo come misuratori umani, possono essere trovati in tutto ciò che la luce in arrivo da lontano ci narra. Stando così le cose, per una sorta di proprietà transitiva delle metafore, grazie al Carandini potremmo dire che l’astronomia è simile alla psicanalisi per il tramite del medio proporzionale archeologia: da qui studiamo un’infanzia cosmica nella quale si annida l’Es universale, quello responsabile dei comportamenti naturali che oggi osserviamo.

E poi è cosa nota: studiando il cosmo, nel suo insieme come nelle sue parti, si pone sotto la lente di ingrandimento anche l’uomo con i suoi errori, i suoi gusti, le sue aspettative e le sue idiosincrasie. Siamo cosmo anche noi. E, evitando di dilungarmi in questa direzione, il cerchio ellitticamente si chiude.

Lo sa cosa si diceva di Roma?”, confida l’archeologo, “Che era stata fondata tra il sesto e il settimo secolo avanti Cristo. Scavo – tra le case dei consoli, sotto i magazzini della sacra via – e scopro degli edifici che non sono dei templi, ma delle case dell’aristocrazia. Che faccio mi fermo? No, proseguo. Mi accorgo che sotto c’è un mondo diverso. Affino le mie tecniche stratigrafiche e scopro di esere entrato nel regno delle costruzioni effimere, fatte di legno e argilla. É una Roma che non ci si aspetta, databile intorno alla metà dell’ottavo secolo.

A questo punto Gnoli chiede in cosa consista il fascino della fondazione e l’archeologo risponde:

Si cerca il limite oltre il quale non c’è più nulla. Si va indietro, indietro, inidetro. Perché? Chi ce lo fa fare? Semplice: ogni uomo non può fare a meno della sua origine. E lo stesso dicasi per la città. E perfino per i viaggi.

“L’origine sovente è avvolta in una leggenda”, incalza Gnoli

“La leggenda è il rumore che sta sotto alla storia. A volte è un canto, a volte un grido. A volte un suono stridente”

E la leggenda di Roma?”

“Si dice che Romolo fondò Roma dal nulla. Possibile? No.”

L‘agnostico Carandini – proprio lui si definisce tale in un video che ho trovato su youtube (2) – mi ha convinto definitivamente dell’analogia tra la sua materia e lo studio delle nostre origini cosmiche come anche del microcosmo e, compiendo un gioco che mi piace spesso fare, mi diverto a sostituire negli estratti di intervista precedenti, “universo” al termine “Roma”, “religione” a “leggenda” e “Dio” a “Romolo”.

A volte, si dice che la fede sia un dono e credo lo si faccia in riferimento allo stato di inebriante estasi che immagino possa regalare il sentirsi a un passo dall’aver compreso tutto, magari avvertendo anche che “tutto ti ama”.  Se può condurre al benessere, sono convinto di questo valore del credere. Resta il fatto che come dono, oltreché indesiderato, la fede possa rivelarsi anche un ostacolo enorme che si frappone tra chi cerca e il cercato.

Di parafrasi in parafrasi, e prendendo in prestito proprio le parole dell’intervistato, mi ritrovo allora a immaginarmi astronomo-archeologo di fronte al problema della fondazione del Cosmo. Un dilemma si para dinanzi a me: Che faccio mi fermo? Smetto di scavare?

No, proseguo.

SZ

1 – http://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Carandini

2 – https://www.youtube.com/watch?v=cjoIspRxEhQ

Sottofondo: Elgar, Enigma Variations

http://grooveshark.com/#!/album/Enigma+Variations+In+The+South+Pomp+And+Circumstance+March+No+4+Royal+Philharmonic+Orchestra+Feat+Conductor+Yehudi+Menuhin/6317043

E l’Eclissi Occultò l’Equinozio

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Domani avremo un doppio appuntamento astronomico.

Ricorrerà infatti l’Equinozio di Primavera, ma, come oramai sanno tutti, nel mattino sarà possibile godere di una eclissi parziale di Sole, un evento che ha fatto passare del tutto in secondo piano l’inizio della nuova stagione.

Per l’occasione, sarò impegnato con ben 175 bambini, alcuni di quinta elementare (primarie Monterumici), altri di terza media (secondarie De Andrè), alloggiati tutti in una strana scuola bolognese: un imponente edificio di ben sei piani che da fuori sembra più un avamposto militare italiano in Iraq che un istituto di istruzione.

Ho già incontrato una volta tutti i bambini per fare una lezione introduttiva sul fenomeno che osserveremo domani e sono rimasto colpito da un aspetto particolare:

ho iniziato e finito la mia spiegazione avvertendo l’uditorio che l’unico modo sicuro di osservare l’eclissi è dato dall’uso degli appositi occhialini con certificazione europea che, per l’occasione, qui in Osservatorio abbiamo ordinato in rete più di un mese fa in numero pari a quello dei bambini. Nonostante ciò, erano tutti interessati, ma che dico interessati?, incuriositi, … no, non va bene e sento di non possedere il termine giusto; insomma, l’unica cosa che davvero sembrava intercettare l’attenzione della media dei presenti (1) era la domanda se fosse o meno possibile osservare l’eclissi con vetri affumicati, negativi fotografici, occhiali da sole, lenti da saldatore, radiografie del femore della nonna, …

Le loro domande, precedute e prenotate da braccia tese in alto al limite della slogatura dell’omero, iniziavano tutte con: “Ma se io…” e continuavano con una imrpobabile soluzione al problema di sorprendere in sicurezza la nostra stella mentre si nasconderà per un po’ alla nostra vista.

Tutto ciò che tra un avvertimento e l’altro ho raccontato sull’eclissi – aiutato nel farlo da Matteo Gaspari (2) e Chiara Circosta, due laureandi in astronomia – sembrava non aver inciso in nessun modo sulla loro attenzione. So che non è così e che tra un giorno, un mese, un anno… la maggior parte di loro si ricorderà di quella volta che gli hanno raccontato quello strano fenomeno, ma l’impressione che ne ho tratto a caldo è che solo quanto c’è di pericoloso, proibito, vagamente splatter (occhi che puzzano di bruciato. Questa sì che è una novità!) può davvero fare breccia nella mente di un bambino.

So di non aver scoperto nulla di nuovo, ma in casi del genere più che in altri ci si rende conto di quanto forte sia una certa tendenza, non solo alla distruzione, ma anche all’auto-distruzione e, come mi capita sempre più spesso di fare da quando sono papà (a proposito: auguri ammé!), mi rallegro per averla scampata sempre, anche quando non c’erano i miei genitori a proteggermi.

Allora, lasciandomi andare a una facile battuta, mi sembra risultare ancora più evidente quanto lo scenario proposto da Darwin vinca sul cosiddetto Intelligent Design (qui di “intelligent” c’è ben poco…). La selezione naturale un tempo agiva anche così: tendi ad autodistruggerti? Molto probabilmente ce la farai e lascerai il gioco ad altri più fortunati o semplicemente meno agitati e sprovveduti di te.

Per l’occasione, ho preparato un piccolo pieghevole in formato A5 che ho inviato a tutte le sedi INAF nello stivale. Noi domani lo stamperemo e lo distribuiremo a tutti le migliaia di bambini che incontreremo nelle scuole e nelle sedi degli Osservatori italiani sperando di distogliere per qualche minuto l’attenzione dei ragazzi da tendenze autolesionistiche.

Non potendo linkare qui i pdf (se qualcuno sa come si fa, lo prego vivamente di farsi vivo con me per spiegarmelo!), vi propongo le quattro pagine sottoforma di jpg, quelle che vedete in alto in questo stesso post.

SZ

1 – vi erano anche dei disinteressati totali e dei nerd iperattenti, ma per fortuna si tratta di elementi a 4 sigma dalla media…

2 – Matteo è anche il gestore del blog dailybaloon (https://dailybaloon.wordpress.com/)!

 

 

Sfide Astronomiche di Frontiera: Cosmologia e Contratti

Foto-di-gruppo-Astrofrontiere

Domani e dopodomani, presso la Palazzina dell’Auditorio dell’Accademia dei Lincei romana in via della Lungara 230, si svolgerà il meeting Astrofrontiere (1) organizzato da Stefano Borgani, Enzo Brocato, Fabrizio Fiore, Monica Tosi e Paolo Vettolani.

L‘incontro è di sicuro interesse: la comunità dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) si riunisce per parlare del futuro dei prossimi grandi progetti di ricerca che riguardano:

  1. ASTROFISICA DELLE STRUTTURE COSMICHE BARIONICHE
  2. SISTEMA SOLARE, SISTEMI PLANETARI E ORIGINE DELLA VITA
  3. COSMOLOGIA
  4. GRAVITA` E FISICA FONDAMENTALE

Una rapida occhiata al programma (2) rivela che alle 10:30 del 18, Michele Cantiello (3) si vignette-astrofrontiere-2farà carico di rappresentare la comunità di noi precari con un intervento intitolato “Il punto di vista dei postdoc”. Per un quarto d’ora porterà quindi una discussione sul futuro dell’astrofisica in direzione del tema “il futuro degli astrofisici”, quelli che, si spera, l’astrofisica la faranno.

Ho avuto modo di dare un’occhiata alla sua presentazione power point (in realtà, è stata preparata anche da Deborah Busonero (4), Marcella Di Criscienzo (5), Olga Cucciati (6), Imma Donnarumma, Giuliana Fiorentino (6), Marco Gullieuszik (7), Francesca Panessa (8), Silvia Piranomonte (5), Sabina Sabatini (8)) e sono rimasto a dir poco sorpreso: non pensavo si potesse dire così tanto della nostra situazione e mi sono sentito davvero uno stupido scoprendo di non essere a conoscenza di tutto quanto c’è da sapere su un modo di vivere che è anche il mio (!).

Per certi versi, mi sento giustificato: come tutti i miei colleghi, non potevo che ignorare ciò che ho scoperto scorrendo le slide. Facendolo, mi sono infatti reso conto di quale fosse lo scopo dell’indagine partita in INAF uno o due mesi fa, allorché fu chiesto a quanti di noi sono borsisti, assegnisti o beneficiari di contratti a tempo determinato di compilare una tabella con i dati inerenti la nostra carriera astronomica dal conseguimento della laurea fino a oggi.

Vignette-astrofrontiere-5Forse buona parte del problema di molti di noi post-doc risiedeva proprio nel fatto di non conoscere a fondo tutto ciò che c’è da sapere della nostra situazione e delle connessioni profonde che essa ha con la condizione socio-economica del paese.

Spesso confondiamo la reale consapevolezza del problema con la nostra percezione personale di esso data dal vivere come precari. Se così è, l’effetto non potrà che essere il restringimento del nostro orizzonte conoscitivo, ma anche del nostro campo di azione, quindi della nostra effettiva capacità di incidere sul futuro della bolla personale che ci include, come anche di quelle limitrofe in contatto con essa.

Spero quindi che l’indagine condotta dai ragazzi autori del Power Point aiuti tutti noi a uscire da questa consapevole inconsapevolezza, permettendoci di inquadrare meglio il la nostra condizione di lavoratori precari.

Io purtroppo non potrò andare al meeting, ma sarò lo stesso presente in quanto Angelavignette-astrofrontiere-1 Bongiorno (5), Silvia Piranomonte, Marcella Di Criscienzo e Giuliana Fiorentino hanno avuto l’idea di chiedermi di condire con alcune vignette la presentazione di Michele che, come ho avuto modo di dir loro via mail, assomiglia a un vero e proprio corso universitario su “Teoria e analisi del precariato” di sicuro esaustivo.

Approfito allora di questo spazio per ringraziarle dell’opportunità che mi hanno offerto e che, come c’era da attendersi, ho colto al volo: bello poter dare un contributo personale a una causa che mi riguarda così da vicino.

Ed ecco il frutto di questo coinvolgimento: cinque vignette che spero possano aiutare a fissare meglio l’attenzione su un problema annoso del nostro come anche di tanti altri enti di ricerca.

vignette-astrofrontiere-4

Nel disegnarle, mi sono allegramente immalinconito e so per certo (me lo hanno scritto via mail…) che diversi colleghi hanno reagito allo stesso modo.

Agli altri che non vivono sulla loro pelle il problema del precariato, auguro almeno di ridere di gusto. Inutile dire che, da autore di questi cinque “tasselli di denuncia”, entrambe le reazioni mi darebbero una certa soddisfazione.

SZ

1 – https://www.ict.inaf.it/indico/event/84/

2 – https://www.ict.inaf.it/indico/event/84/contributions

3 – INAF-Osservatorio Astronomico di Teramo

4 – INAF-Osservatorio Astronomico di Torino

5 – INAF-Osservatorio Astronomico di Roma

6 – INAF-Osservatorio Astronomico di Bologna

7 – INAF-Osservatorio Astronomico di Padova

8 – INAF-IAPS Roma

FameLab: riassunti di scienza

Scienza-e-Tv

Altri due appuntamenti musicali, di cui uno a sfondo scientifico.

Alle 19 di domani sera, presso il locale bolognese Scuderie, suonerò con un gruppo di colleghi astronomi e fisici alla finale bolognese del FameLab (1).

Di cosa si tratta? É presto detto: lo chiamano “l’X-Factor della scienza”, ma raccontarlo così mi infastidisce alquanto. Preferisco vederlo come il figlio povero, quello da tre minuti, dei TEDx (2), brevi conferenze della durata di una ventina di minuti circa in cui vengono raccontati argomenti che val la pena diffondere (traduzione di “ideas worth spreading”, slogan usato per riassumere cosa siano i TED).

Nel caso del FAmeLab, in quei tre minuti i concorrenti – sì, perché alla fine di gara si tratta – sono invitati a spiegare un tema scientifico, una ricerca, magari anche la loro stessa ricerca, cercando di essere coinvolgenti, abbastanza esaustivi, divertenti e quanto più possibile precisi.

L‘inscatolamento in tempi così ristretti può essere interessante, oppure no. Il mio giudizio al proposito oscilla e non posso fare a meno di pensare certi tentativi a volte come  chicche divulgative, altre come una pericolosa tendenza alla minimizzazione, alla “transistorizzazione estrema” di tutto, ma tant’é: pare che FameLab piaccia, di conseguenza questa manifestazione deve essere organizzata a tutti i costi.

Intravedo un filtrare prepotente di mode televisive nate in ambiti artistici anche nel mondo della divulgazione. Fare il Davide col Golia non credo che oggi possa premiare e di conseguenza mi adatto, ma sapere che la scienza viene equiparata all’arte non come di solito auspico, ma forse nel senso di banalizzarla, maltrattandola, così come l’arte – musica, balletto, … – viene banalizzata e maltrattata in certa televisione, non mi convince del tutto.

Forse il problema è che non ho mai visto un’edizione di FameLab. Sarà interessante trovarmici dentro e giudicarlo da quella posizione privilegiata con maggiore cognizione di causa.

Il mio coinvolgimento (non posso partecipare come concorrente avendo abbondamtemente superato l’età limite posta a 40 anni), caldeggiato dall’organizzatore Luca Valenziano, astrofisico e ottimo comunicatore dell’INAF-IASF di Bologna, doveva inizialmente essere solo in veste di “completamento” di un gruppo rock già rodato di fisici del CNR.

Purtroppo i vari componenti quella formazione hanno scoperto di essere impegnati altrove in congressi vari e quindi, da semplice astronomo aggiunto a un consesso fisico, sono di colpo diventato organizzatore del piano B.

Ho pensato allora di coinvolgere alcuni colleghi astronomi che, oltre a lavorare in uffici vicini al mio, fanno anche parte del gruppo Joe il Fotone (3), formazione che da qualche anno simpaticamente narra in chiave blues l’evoluzione cosmica.

Hanno risposto all’appello Antonio Sollima, astrofisico dell’INAF- OABO e sassofonista e Alessandro Romeo, dottorando in astrofisica dell’Univeristà di Bologna. A questa formazione si è poi aggiunto Tommaso Chiarusi, fisico dell’INFN e chitarrista e lo straniero della formazione: Gianluigi Santoro, amico carissimo di lunga data, costruttore di Skate-Board, laureato in SCIENZE giuridiche, quindi avvocato ma anche, ed è ciò che qui ci interessa, batterista.

Il nostro compito sarà quello di introdurre i vari concorrenti con brevi “stacchi”. Poi, a competizione ultimata, intratterremo il pubblico con una mezz’ora di musica varia, ottenuta dall’intersezione dei repertori di ogni singolo componente il gruppo.

Come dicevo, nutro dubbi sulla validità dell’operazione in generale, riassumibile come la somministrazione di dosi omeopatiche di scienza, che non disturbino troppo e che addirittura divertano, lasciando l’ascoltatore con la convinzione di saperne abbastanza di un certo tema e di poter quindi passare velocemente ad altro, a cose più cool. Di una cosa pertò sono abbastanza certo: noi musicisti ci divertiremo moltissimo!

Il secondo appuntamento musicale che annuncio qui è invece quello che mi vedrà Giovedì 12/3 al club One and More di Bologna, ex Praga, al fianco del cantautore Federico Stragà (4) e del suo chitarrista Aldo Betto.

In quella occasione avrò il difficile compito di sostituire l’armonicista titolare del gruppo, il bravissimo Marco Pandolfi (5), il quale suona con Stragà già da tempo.

Astrofisica, fumetto, cartone animato, musica, cinema… Tirando le somme, in questo periodo più che in altri mi ritrovo proprio a sguazzare in una bella e interessante zouppa!

SZ

1 – https://www.youtube.com/watch?v=SVIyfucn-pY&list=UL

2 – http://it.wikipedia.org/wiki/TED_%28conferenza%29

3 – https://www.youtube.com/watch?v=qnB2eisatKU

4 – http://it.wikipedia.org/wiki/Federico_Strag%C3%A0

5 – http://www.marcopandolfi.com/

 

 

 

 

Aforisma 6: Ottorino Respighi dixit

Solo-Clarinetto-Pini-del-Gianicolo

Il brano del compositore bolognese Ottorino Respighi (1879 – 1936) che ho scelto questa volta per l’aforisma è I pini del Gianicolo. Lo si trova nella suite Pini di Roma che a sua volta fa parte di un trittico comprendente anche Fontane di Roma e Feste romane, tutti brani dedicati chiaramente alla nostra capitale.

È infatti a Roma che Respighi si trasferì, lavorò e lì morì alquanto giovane.

Come fa notare Pierre Vidal nel testo di accompagnamento al CD della Deutsche Grammophone in mio possesso e contenente le tre suite eseguite dalla Boston Symphony Orchestra diretta da Seui Ozawa:

Nella sua ammirazione per l’opera, la nostra epoca sostiene ostinatamente la tesi secondo la quale la musica italiana sarebbe morta con Puccini. Questo deplorevole atteggiamento fa sì che si dimentichi la generazione dei compositori nati intorno al 1880: Respighi, Pizzetti, Malipiero e Casella, i quali operarono per la rinascita della musica strumentale, trascurata per così tanto tempo nel loro paese

Le sensazioni che l’ascolto delle sue composizioni mi dona, mi fanno vibrare di sacro furore campanilistico, quasi io mi trovi ad assistere a una partita della nostra nazionale (quando gioca bene) ai mondiali di calcio: bello sapere che, oltre alle facili melodie e armonie pucciniane, l’Italia abbia saputo dare il suo contributo anche a correnti musicali di respiro europeo, se non addirittura mondiale.

L‘ascolto di questi brani di Respighi mette infatti a nudo le connessioni profonde esistenti tra certa cultura musicale del nostro paese e le tendenze musicali introdotte da Debussy e Stravinski, facendomi anche sospettare come alcune sue intuizioni possano essere confluite da una parte nella scrittura di Aaron Copland e dall’altra in quella di molti compositori di musica da film, in testa, John Williams.

Mi si consenta una breve deviazione di percorso. Grandi divoratori di nuove tendenze, oltreché come artisti, mi piace riguardare i compositori di colonne sonore come divulgatori di avanguardie musicali capaci di sfruttare sapientemente l’accostamento delle note alle immagini così da consolidare l’uso di formule sonore innovative e, per questo, per il pubblico ancora difficili da capire e assorbire.

Fine della deviazione. Torno a parlare di Respighi.

Avendo vissuto per sei mesi a Roma – nel 2006 ho lavorato al Planetario e Museo Astronomico (1), una splendida struttura chiusa quasi due anni orsono per ristrutturazioni urgentissime, mai iniziate – ed essendomi recato nella “città eterna” innumerevoli volte come turista, ma soprattutto come musicista, non faccio fatica a intuire quale fascinazione Respighi abbia provato vivendo lì.

Rischiando di sbagliarmi, ipotizzo quindi di capire fino in fondo la sensazione di profonda bellezza colta dallo sguardo del compositore in alcuni scorci capitolini, perché credo sia molto simile a quella che chiunque può apprezzare, anche se immagino che la città vissuta da lui, quella di inizio ‘900, sia stata ben più generosa di quella di questo inizio di secolo: la Roma del 2000 immerge turisti e cittadini ben disposti a farsi colpire dalla sua estrema, indicibile bellezza, in un mare di massima entropia di difficilissima gestione. Costringe chiunque ad accettare compromessi che non credo potrebbero oggi convincere un bolognese a lasciare spontaneamente la sua facilissima e bella città preferendole la capitale.

Come dicevo, il brano che ho scelto, il lento I pini del Gianicolo, puntualmente mi calma avallando quanto ho scritto appena più su. Introdotto da un lungo arpeggio del pianoforte, credo riesca a comunicarmi quella sensazione di pace grazie all’ariosità del solo di clarinetto che segue. Interamente giocato sull’uso della semplice penatonica di Fa Diesis e sull’arpeggio di un accordo di Si 9/maj7 (mi piace vederla così) e su periodiche aperture di ottava, tocca elegantemente l’estremo inferiore dell’estensione dello strumento e arriva quasi a raggiungere anche l’estremo superiore. Cede poi il testimone al flauto che in poche battute conduce il tema fino a cederlo agli archi.

Ma, per quanto mi riguarda, nonostante la soavità dei temi iniziali, il bello deve ancora venire: dopo questa fase iniziale, a mio parere una lunga preparazione a ciò che sta per arrivare creata con pianoforte, clarinetto e flauto, si giunge a due battute nelle quali provo un incredibile sensazione di smarrimento creato da pochi, sognanti accordi degli archi e della celesta. Se vi è notizia di una sindrome di Stendhal in musica, credo che gli accordi di quelle due battute, apice del brano, possano essere usati per generarla nelle persone più sensibili.

Rispettando i motivi per cui registro questi aforismi che, oltreché occasioni di studio, costituiscono essenzialmente un modo di “fare mie” prede musicali rappresentanti momenti fondamentali della mia storia musicale personale, mi sono sforzato di andare a tempo con l’orchestra tentando di intuire, senza vederli, i movimenti, quindi i respiri, di Ozawa. Ovvio che il tentativo presenti dei problemi specie su un tempo così lento, a tratti un rubato, come quello del brano. Chiedo venia per le imprecisioni in quello che nei miei programmi doveva essere un unisono.

In conclusione, mi sa che prima o poi dovrò riaffrontare un discorso più ampio di analisi della musica a programma che si propone di descrivere pezzi di Natura. Un’analisi che ho già compiuto limitatamente ad alcune composizioni d’ispirazione astronomica di John Cage. Pubblicata su Il Giornale di Astronomia (2) e raccontata tante volte in giro per l’Italia, sono contento di annunciare – è una notizia di ieri! – che in Agosto avrò modo di andare a parlare di questa mia analisi all’INSAP (3)!

SZ

1 – http://www.planetarioroma.it/

https://squidzoup.com/2015/02/01/sullispirazione-fornita-dai-fenomeni-astrofisici/

2 – http://sait.interlandia.net/giornalediastronomia.html

3 – http://www.insap.org/