CRONACA VIRUS – Giorno 6

PASTORALE INGLESE

La notizia è di ieri, e ha fatto ovviamente scalpore: il primo ministro inglese ha scelto di dare pieni poteri alla Natura che avrà il compito di scegliere, iuxta principia sua, chi dei suoi connazionali dovrà vivere e chi no.

Chiamando in causa l’immunità di gregge, un processo che – senza le precauzioni adottate da Italia e, soprattutto Cina e Corea del Sud – si prevede ucciderà il 60% dei sudditi di sua maestà la Regina Elisabetta lasciandone in vita il 40% che così risulterà automaticamente più forte perché selezionato, Boris Johnson getta la spugna: confessa di fatto l’impontenza del suo servizio sanitario nazionale (e forse anche di quello pensionistico) nel duello contro l’escalation epidemica che ci si attende in Inghilterra nei prossimi giorni.

In pratica, sembra proprio che, dopo aver tentennato per un paio di anni, una volta fatto il primo passo, la Gran Bretagna abbia preso gusto al processo di Brexit, e ora abbia addirittura varato, col 60% di voti inevitabilmente favorevoli, quello che mi appare come il progetto “BreBrixit”, una sorta di “Brexit for British”.

Questi i fatti che sembrano mettere in evidenza quel non so che prima chiaro a tutti, ma che, agostinianamente, non si sapeva spiegare a parole: noi mediterranei siamo radicalmente diversi da loro, dai nordici. Una affermazione pericolosa per il vago odore di discriminazione razziale che emana, ma che ora, potendo finalmente verbalizzare e spiegare in cosa siamo davvero diversi, appare in tutta la sua tragicomicità.

Si prova quasi sollievo a scoprire di aver sempre avuto ragione nel dire a mezza voce quella che sembrava proprio una verità corroborata solo da decine di narrazioni personali, ma mai suffragata da dati certi, numeri, fatti eclatanti e statisticamente rilevanti.

Non è però certo il caso di esaltarci, intonando quello che rischia di essere il classico canto del cigno. Come infatti spiega una interessantissima analisi nella quale mi sono imabattuto oggi grazie al post su facebook di una mia amica che la citava, una volta capito perché “loro sono diversi da noi”, scopriamo per quali, veri motivi “noi siamo diversi da loro”.

E sono dolori.

Loro ragionano strategicamente. Un modo di affrontare il problema che a questo punto definirei “darwiniano” e che forse spiega come mai non sia stato un etologo di Gallarate o un biologo di Petralia Sottana a scoprire la legge di evoluzione per mezzo della selezione naturale.

Gli italiani sono pucciniani e il singolo, nell’annunciare che all’alba vincerà, lo afferma così forte e chiaro da non far dormire più nessuno. C’è quindi da supporre che, se la Turandot fosse stata composta nella gelida Albione, Calaf avrebbe sussurrato tra sé e sé la sua convinzione di vincere, favorendo così il sonno altrui e lasciando tutti nell’inconsapevolezza del futuro cinico e baro che li avrebbe attesi nelle cliniche inglesi.

In conclusione di quell’articolo, che ovviamente invito a leggere, si dice:

“(…) la scelta italiana del modello 2 ha ragioni superficiali e consapevoli nei nostri difetti politici e istituzionali, e ragioni profonde e semiconsapevoli nei pregi della civiltà e della cultura a cui, quasi senza più saperlo, l’Italia continua ad ispirarsi, specie nei momenti difficili: siamo stati senz’altro umani e civili,  e forse anche strategicamente lungimiranti, senza sapere bene perché. Però lo siamo stati, e di questo dobbiamo ringraziare i nostri antenati defunti, i Lari il cui culto, sotto diversi nomi, si perde nei secoli e millenni; e che senza saperlo, oggi onoriamo e veneriamo facendo tutto il possibile per curare i nostri padri, madri, nonni, anche se non servono più a niente.”

I grassetti sono miei e servono a mettere in evidenza quello che, tornando più e più volte nell’articolo, sembra essere ciò che più di ogni altro aspetto ci caratterizza: l’inconsapevolezza, l’ignoranza, l’incapacità di tenere sotto controllo qualunque cosa ci riguardi.

C‘è quindi forse da pensare che se fossimo consapevoli, accorti, meno ignoranti, … agiremmo come inglesi, tedeschi, e “nordici” in generale? Non lo so, e forse non lo voglio nemmeno sapere. Res ita sunt.

Non potendo fare altro, stiamo alla finestra e aspettiamo di vedere come andranno a finire i vari esperimenti biologico-sociali che il mondo sta portando avanti nei vari laboratori-nazione.

Intanto, grazie all’emergenza coronavirus, un ottimo risultato mi sembra sia stato già raggiunto: finalmente sappiamo cosa davvero intendiamo quando diciamo noi.

E quando diciamo loro.

 

SZ

 

 

Aforisma 6: Ottorino Respighi dixit

Solo-Clarinetto-Pini-del-Gianicolo

Il brano del compositore bolognese Ottorino Respighi (1879 – 1936) che ho scelto questa volta per l’aforisma è I pini del Gianicolo. Lo si trova nella suite Pini di Roma che a sua volta fa parte di un trittico comprendente anche Fontane di Roma e Feste romane, tutti brani dedicati chiaramente alla nostra capitale.

È infatti a Roma che Respighi si trasferì, lavorò e lì morì alquanto giovane.

Come fa notare Pierre Vidal nel testo di accompagnamento al CD della Deutsche Grammophone in mio possesso e contenente le tre suite eseguite dalla Boston Symphony Orchestra diretta da Seui Ozawa:

Nella sua ammirazione per l’opera, la nostra epoca sostiene ostinatamente la tesi secondo la quale la musica italiana sarebbe morta con Puccini. Questo deplorevole atteggiamento fa sì che si dimentichi la generazione dei compositori nati intorno al 1880: Respighi, Pizzetti, Malipiero e Casella, i quali operarono per la rinascita della musica strumentale, trascurata per così tanto tempo nel loro paese

Le sensazioni che l’ascolto delle sue composizioni mi dona, mi fanno vibrare di sacro furore campanilistico, quasi io mi trovi ad assistere a una partita della nostra nazionale (quando gioca bene) ai mondiali di calcio: bello sapere che, oltre alle facili melodie e armonie pucciniane, l’Italia abbia saputo dare il suo contributo anche a correnti musicali di respiro europeo, se non addirittura mondiale.

L‘ascolto di questi brani di Respighi mette infatti a nudo le connessioni profonde esistenti tra certa cultura musicale del nostro paese e le tendenze musicali introdotte da Debussy e Stravinski, facendomi anche sospettare come alcune sue intuizioni possano essere confluite da una parte nella scrittura di Aaron Copland e dall’altra in quella di molti compositori di musica da film, in testa, John Williams.

Mi si consenta una breve deviazione di percorso. Grandi divoratori di nuove tendenze, oltreché come artisti, mi piace riguardare i compositori di colonne sonore come divulgatori di avanguardie musicali capaci di sfruttare sapientemente l’accostamento delle note alle immagini così da consolidare l’uso di formule sonore innovative e, per questo, per il pubblico ancora difficili da capire e assorbire.

Fine della deviazione. Torno a parlare di Respighi.

Avendo vissuto per sei mesi a Roma – nel 2006 ho lavorato al Planetario e Museo Astronomico (1), una splendida struttura chiusa quasi due anni orsono per ristrutturazioni urgentissime, mai iniziate – ed essendomi recato nella “città eterna” innumerevoli volte come turista, ma soprattutto come musicista, non faccio fatica a intuire quale fascinazione Respighi abbia provato vivendo lì.

Rischiando di sbagliarmi, ipotizzo quindi di capire fino in fondo la sensazione di profonda bellezza colta dallo sguardo del compositore in alcuni scorci capitolini, perché credo sia molto simile a quella che chiunque può apprezzare, anche se immagino che la città vissuta da lui, quella di inizio ‘900, sia stata ben più generosa di quella di questo inizio di secolo: la Roma del 2000 immerge turisti e cittadini ben disposti a farsi colpire dalla sua estrema, indicibile bellezza, in un mare di massima entropia di difficilissima gestione. Costringe chiunque ad accettare compromessi che non credo potrebbero oggi convincere un bolognese a lasciare spontaneamente la sua facilissima e bella città preferendole la capitale.

Come dicevo, il brano che ho scelto, il lento I pini del Gianicolo, puntualmente mi calma avallando quanto ho scritto appena più su. Introdotto da un lungo arpeggio del pianoforte, credo riesca a comunicarmi quella sensazione di pace grazie all’ariosità del solo di clarinetto che segue. Interamente giocato sull’uso della semplice penatonica di Fa Diesis e sull’arpeggio di un accordo di Si 9/maj7 (mi piace vederla così) e su periodiche aperture di ottava, tocca elegantemente l’estremo inferiore dell’estensione dello strumento e arriva quasi a raggiungere anche l’estremo superiore. Cede poi il testimone al flauto che in poche battute conduce il tema fino a cederlo agli archi.

Ma, per quanto mi riguarda, nonostante la soavità dei temi iniziali, il bello deve ancora venire: dopo questa fase iniziale, a mio parere una lunga preparazione a ciò che sta per arrivare creata con pianoforte, clarinetto e flauto, si giunge a due battute nelle quali provo un incredibile sensazione di smarrimento creato da pochi, sognanti accordi degli archi e della celesta. Se vi è notizia di una sindrome di Stendhal in musica, credo che gli accordi di quelle due battute, apice del brano, possano essere usati per generarla nelle persone più sensibili.

Rispettando i motivi per cui registro questi aforismi che, oltreché occasioni di studio, costituiscono essenzialmente un modo di “fare mie” prede musicali rappresentanti momenti fondamentali della mia storia musicale personale, mi sono sforzato di andare a tempo con l’orchestra tentando di intuire, senza vederli, i movimenti, quindi i respiri, di Ozawa. Ovvio che il tentativo presenti dei problemi specie su un tempo così lento, a tratti un rubato, come quello del brano. Chiedo venia per le imprecisioni in quello che nei miei programmi doveva essere un unisono.

In conclusione, mi sa che prima o poi dovrò riaffrontare un discorso più ampio di analisi della musica a programma che si propone di descrivere pezzi di Natura. Un’analisi che ho già compiuto limitatamente ad alcune composizioni d’ispirazione astronomica di John Cage. Pubblicata su Il Giornale di Astronomia (2) e raccontata tante volte in giro per l’Italia, sono contento di annunciare – è una notizia di ieri! – che in Agosto avrò modo di andare a parlare di questa mia analisi all’INSAP (3)!

SZ

1 – http://www.planetarioroma.it/

https://squidzoup.com/2015/02/01/sullispirazione-fornita-dai-fenomeni-astrofisici/

2 – http://sait.interlandia.net/giornalediastronomia.html

3 – http://www.insap.org/