Una passeggiata tra l’Emilia e le stelle

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Il MEDIUM È IL RUMORE – piccola apologia delle fake news

NOUS

Illustrazione apparsa per la prima volta sul trimestrale SISSA News, house organo della Sissa di Trieste

Affrontando un articolo scientifico, attraverso varie fasi che immagino, mi accomunino a tutti i miei colleghi alle prese con la stessa attività.

Se non so per altre vie (come, ad esempio, quella offerta dall’efficacissimo passaparola) che quel tal lavoro può interessarmi, mi faccio condurre nella scelta dalle parole chiave che mi facilitano la sua ricerca nei vari motori di ricerca, generalisti o specialistici che siano.

Come è ovvio che sia, anche nel caso di un articolo scientifico il titolo gioca un ruolo fondamentale: può avere un carattere squisitamente informativo o, se gli autori sanno giocare bene con le parole e se il tema lo consente, può esibirne uno più ammiccante e provocatorio che non faccia però rinunciare al primo, fondamentale obiettivo: spiegare il contenuto dell’articolo così da accalappiare un lettore che già di suo non chiede altro se non di essere accalappiato.

Detto così, il compito dovrebbe risultare abbastanza facile, e in effetti lo è.

A differenza, infatti, del caso di articoli pubblicati su testate non specialistiche per i quali il problema è che il lettore è di solito distratto da pensieri suoi, dagli annunci pubblicitari e da chissà quali altri fattori ambientali – una situazione nella quale è di fondamentale importanza usare titoli capaci di catturare l’attenzione su un qualsiasi tema pur sapendo che difficilmente la “cattura” durerà per più di pochi secondi – nel caso delle riviste scientifiche, l’editore sa già che il suo lettore medio 1) desidera/deve leggere quell’articolo; 2) per farlo, deve concedersi un tempo anche molto lungo così da comprenderlo sul serio; 3) non desidera “fronzoli” e abbellimenti stilistici, preferendo piuttosto una scansione dei temi che sia sequenziale e logica, nonché uno stile asciutto, non ambiguo, diretto.

Dopo il titolo, la prima cosa che si legge di un articolo scientifico è l’abstract, ovvero un riassunto del contenuto dell’intero pezzo che consenta al potenziale lettore di comprendere il contesto, gli obiettivi, il metodo della ricerca cui l’articolo si riferisce. Tutto ciò mette il potenziale lettore in condizione di comprendere definitivamene se il sospetto generato dal titolo che lì si parla di cose di suo interesse è confermato o meno.

Se, dopo averlo letto, continuerà a essere convinto che quell’articolo gli serva, andrà avanti affrontando l’introduzione e, di seguito, tutte le sezioni previste da una certa “maniera” necessaria e necessariamente logica di organizzare i contenuti fino alla conclusioni finali.

Spesso mi capita di non capire alcuni passaggi, alcune formule, alcuni rimandi a teorie e risultati che non ricordo o che giacciono in altri articoli ancora da leggere.

Negli anni ho imparato a saltare a pie’ pari questi “fossi” presenti lungo il sentiero, ripropondendomi di tornarci su alle letture successive (la rilettura è d’obbligo) e proseguo oltre aggrappandomi alle cose che so, che comprendo o che, consapevole di essermi lasciato alle spalle delle lacune, penso e spero di avere compreso.

Se, nonostante le lacune che ho lasciato inesplorate, riesco ad arrivare fino in fondo, attuo un confronto tra ciò che penso di aver compreso e quanto prometteva l’abstract.

Le due cose coincidono?

Se la risposta è sì, allora posso dire di aver più o meno compreso l’articolo e la mia autostima prende valori > 0, altrimenti, con una valutazione delle mie capacità e competenze pari o minore a zero, cerco gratificazioni altrove, ripromettendomi di prendermi la rivincita dopo attenta e fantascientifica rivisitazione di tutte le materie universitarie (delle quali, nel frattempo, il mio cervello ha trattenuto solo una frazione piccola e, a quanto pare, inutile).

Ho usato l’esempio di ciò che (mi) accade durante la lettura di un articolo scientifico perché ritengo che si tratti della forma di attenzione più alta che un autore possa attendersi da un suo lettore: un’attenzione lenta, pesata, reiterata e critica nei due sensi: la si esercita nei confronti di ciò che si legge e nei confronti di chi legge.

Inoltre partire da questo genere di resoconti scientifici vuol dire iniziare il discorso andando direttamente alla fonte delle cosiddette fake news: notizie false e spesso tendenziose che diventano tali nei numerosi passaggi e filtraggi alle quali sono sottoposte le ricerche scientifiche non appena vengono comunicate e man mano che passano dal laboratorio ad alcuni tra radio, televisioni, giornali e riviste cartacee e on-line.

Supponendo che la lettura dell’articolo scientifico non abbia dato esiti così negativi, la mia comprensione di quel lavoro sarà “a macchia di leopardo”: una somma di informazioni abbastanza sconnesse, tenute insieme dalla bolla dalle pareti sottilissime dell’abstract e messe in relazione le une con le altre grazie a mie ricostruzioni del tessuto mancante tra le parti dell’articolo in cui mi sono invece dimostrato capace di decifrare il discorso.

La comprensione così raggiunta, se non completata con successivi ritorni e integrazioni dei dati che mi mancavano al momento della prima lettura, farà di me un vettore di informazioni frammentate, quindi non così attendibile se posto di fronte al compito di riferirle ad altri.

Quei “ponti” logici – come, del resto, la mia stessa comprensione, vera o presunta, dei passi dell’articolo che mi risultano più chiari – rifletteranno miei modi di ricucire gli strappi, modi che prevedono l’uso di “fili e spilli” appartenenti a un mio baule di “pezze d’appoggio” che potrebbero avere un’origine e un carattere solo in parte scientifico.

Qualcosa che potrebbe anche risultare interessante, affacinante, illuminante, ma che molto probabilmente avrà l’effetto indesiderabile di generere rumore.

Se, nonostante tutto, deciderò di comunicare ciò che penso di aver capito, la mia propagazione delle informazioni che ho realmente compreso o solo nebulosamente intuito sarà quindi affetta dalla inevitabile e subdola presenza di questo rumore che io stesso ho introdotto nella mia comunicazione.

Nel gioco continuo delle trasmissioni, delle ricezioni e delle nuove trasmissioni a opera di individui che prima costituivano il mio pubblico, la mia trasmissione originale potrebbe quindi, in ultima analisi, risultare essere una emissione del solo rumore.

Infatti, in presenza di persone-recettori che si dimostrano, per loro attitudini personali, sensibili esclusivamente alle frequenze spurie che più o meno consapevolmente un emettitore come me produce, a loro volta, privi come saranno dell’informazione vera e/o della capacità di comprenderla, propagheranno e amplificheranno il rumore puro. Dopo vari step esso potrebbe arrivare ad assumere addirittura il ruolo di vero messaggio.

Fin qui nulla di nuovo.

Il processo ci è noto e assomiglia fin troppo al gioco del “passa-parola” col quale tutti da bambini ci siamo trastullati almeno una volta.

Il riconoscimento di pattern visivi, acustici, verbali, … dipende dall’antenna emittente che seleziona il messaggio e la modalità della sua trasmissione, ma è normale che la sua ricezione da parte di altre antenne umane risentirà di bias analoghi legati alla loro “impedenza”, alla loro capacità di riprodurre il concetto o alla loro capacità di empatia – qualcosa che pretendiamo essere una caratteristica generale di un individuo, ma il cui valore poi si scopre essere funzione anche di chi si ha di fronte.

Questo comporta che sentendo un discorso in autobus, guardando un cartellone pubblicitario, leggendo un articolo – tutti messaggi creati da qualcuno affetto da suoi bias personali stimolati, anche loro, da chissà chi o cosa – il nostro cervello coglierà sì l’”embedding” generale (l’abstract), ma selezionerà alcuni particolari con i quali risuoniamo più facilmente.

Col tempo, che ci piaccia o no, potrà capitare che quel particolare diventerà ogni giorno di più il sunto, il vero significato di quello che all’origine era un messaggio più complesso e articolato.

Se oggi questi concetti non costituiscono una novità, lo erano invece negli anni Cinquanta allorché, a causa della crescita della complessità delle linee telefoniche, ci si pose per la prima volta il problema di compiere una analisi quantitativa della propagazione dell’informazione.

Possiamo rivedere il filmino della nascita di queste domande rileggendo il seguente passo tratto dal libro del 1950 Introduzione alla cibernetica di Norbert Wiener1:

Con l’introduzione dei sistemi delle correnti vettrici, le linee telefoniche sono state impiegate nella trasmissione dei dispacci con un rendimento sempre più alto. È sorto così il problema della quantità di informazioni che può essere inviata attraverso una linea, e, collegato con esso, il problema della misura delloinformazione in generale. Entrambi questi problemi sono diventati più pressanti allorché si è scoperto che la presenza stessa di correnti elettriche su una linea determina quelli che si chiamano disturbi di linea, che confondono i messaggi e ontroducono un limite massimo alla loro capacità di trasmettere informazioni. I primi controbuti alla teoria dell’informazione furno informati dal fatto che essi gnroavano i livelli di disturbo e tuttle le altre qualntità di natura accidentale. Solo quando l’idea della casualità fu perfettamente compresa, e fu quindi possibile applicare i connessi concetti di probabilità, il problema della capacità di trasmissione delle linee telegrafiche e telefoniche poté esere formultao rigorosamente. Fu chiaro allora che il problema della misura della quantitè di informazione s’identificava con il problema connesso della regolarità o della irrefgolarità di un modello. (…) È stato provato che il concetto di informazione è soggetto a una legge analoga, e cioè che un messaggio, nel corso della trasmissione, può perdere spontaneamente il suo ordine, ma non può mai acquistarlo. Per esempio, se in una converssazione telefonica si parla mentre interferiscono fortiu disturbi di linea, così da causare una considerevole perdita di energia nel messaggio principale, la persona che riceve all’altro apparecchio può non intendere alcune delle parole che sono state detto e dovrà quindi ricostruirle sulla base del significato del contesto. Così pure nella trduzione di un libro da una lingua a un’altra non si puà rendere l’esatto significato dell’originale perché fra le due lingue non esiste una precisa equivalenza.

 Wiener poi prosegue e nel passo successivo il suo discorso prende la forma proprio di ciò che sto tentando di raccontare in questo articolo:

 Un’applicazione interessante del concetto di quantità di informazione si può trovare nei complessi dispacci telegrafici trasmessi in occasione del Natale o dei compleanni o in altre circostanze particolari. In questi casi il testo del messaggio può essere anche di una intera pagina, ma ciò che è trasmesso è semplicemente la cifra di un codice, come ad esempio C7, che significa il settimo dispaccio convenzionale da inviarsi in occasione dei compleanni. Questi messaggi speciali sono possibili appunto perché i sentimenti espressi sono meramente generici e convenzionali. Se il mittente volesse manifestare una certa originalità di sentimenti, non potrebbe più usufruire delle tariffe ridotte. Il significato del dispaccio a tariffa ridotta è sproporzionatamente piccolo rispetto alla lunghezza del testo. Ancora una volta, quindi, osserviamo che il messaggio è un modello trasmesso che acquista il suo significato per il fatto di esere stato scelto tra un gran numero di possibili modelli. La quantità di significato può essere misurata. Può darsi infatti che quanto meno un messaggio è probabile, tanto più esso comunichi un significato perfettamente ragionevole dal punto di vista del nostro senso comune.

 Mutatis mutandis, dovremmo quindi dire che “quanto più un messaggio è probabile come può essere una comunicazione scientifica, quindi precisa, scritta dallo scienziato A per il collega B e fatta recapitare a lui e solo a lui, tanto meno esso comunica un significato perfettamente ragionevole dal punto di vista del nostro senso comune”.

Tutto questo panegirico mi serve solo ad arrivare al seguente concetto: molto probabilmente quelle che indichiamo come fake news altro non sono che rumore spesso non voluto, ma inevitabilmente generato dall’intersecarsi caotico dei numerosissimi circuiti sociali che veicolano tutte le variazioni rumorose e meno desiderabili, quindi meno prevedibili, di un messaggio iniziale che viene continuamente tradotto e cristallizzato in memi più facilmente riconoscibili.

Se vogliamo, una fake new è la diva delle notizie e, come a tutte le vere dive, non sempre le si chiede di essere brava, colta, corretta. Basta che sia pop, quindi bella e carismatica.

Con questo non voglio certo scagionare quanti cavalcano consapevolmente e per fini propri e non condivisibili, la comoda propagabilità di notizie false. Essendo una diva, attorno a lei ruoteranno sempre interessi di qualche tipo.

Mi affascina tantissimo l’idea di chi in prima approssimazione associa la società a un sistema fisico che, vista così, risponde agli stimoli esterni con modi vibrazionali propri: essa assorbe in modo molto naturale parti dell’informazione – quelle che incontrano i moltissimi “modi propri” della “massa” – e smorza alcune armoniche (nella metafora, parti fondamentali dell’informazione) che nell’urto con l’informazione dura, che andrebbe invece com-presa, vengono dissipate.

La massa quindi privilegia alcuni input che “risuonano” più facilmente in quanto più compatibili con la sua struttura sociale, con la sua elasticità, con la sua deformabilità e con i suoi “calori specifici”: tutte metafore rese possibili dalla grande quantità di accezioni e usi dei vocaboli della nostra lingua che, fluidissima, prende la forma dei contesti in cui viene usata.

A questo livello di approssimazione, credo che la società con tutte le sue parti, vista come sistema fisico interconnesso, non vada solo giudicata con metri etici, meritando anche una analisi “acustica” o basata sulla teoria dell’informazione, cosa che si fa con tutti i sistemi fisici complessi.

In un sistema fisico come un filo usato per trasmettere musica, alcuni parametri rivestono particolare importanza: la densità, la tensione, la già citata impedenza, …

Analoghi di questi parametri credo siano facilmente reperibili in un sistema sociale e lo sono ancora di più in un momento storico in cui tutti noi, vere e proprie antenne umane o sinapsi di un nous diffuso, siamo in connessione grazie ai vecchi media e soprattutto a una gran quantità di nuovi, potentissimi strumenti ogni giorno più efficaci.

La densità con la quale ci presentiamo al segnale esterno potrebbe essere di tipo culturale, quindi misurabile con vari strumenti forniti ad esempio dall’ISTAT, da OBSERVA e da altre agenzie e istituzioni che si occupano di fotografare la nostra nazione misurandone le varie dimensioni e calcolandone i valori dei parametri fondamentali.

Tali istituzioni si sforzano di osservare la realtà alla vecchia maniera, quindi usando statistiche del tutto differenti da quelle che invece stanno modellando da dentro la nostra società: mi riferisco ai meccanismi della rete che alimentano il problema dei big data.

Un problema che ho cercato di comprendere meglio leggendo Che cosa sognano gli algoritmi2, un libro interessante scritto dalla sociologa Dominique Cardon nel quale, tra le altre cose, si legge:

Al contrario del mondo naturale osservato dalla scienza, la società adatta il proprio comportamento alle informazioni statistiche che vengono fornite si di lei. L’ideale dell’oggettività strumentale delle scienze naturali è essenziale per fissare dei “fatti”. Esso infonde agli oggetti statistici la fiducia di cui hanno bisogno per inquadrare il dibattito pubblico. Tuttavia nella nostra società dei calcoli, è sempre più difficile misurare mantenedosi in una posizione esterna. I principali indicatori della statistica sociale sono accusati di non sapere rappresentare correttamente. Soggetti a sospetti metodologici e a presunte strumentalizzazioni, essi hanno perso credito. Negli anni Settanta, la sociologia aveva contribuito a produrre rappresentazioni di insieme delle categorie socioprofessionali, permettendo così di allestire un quadro della società e di far emergere delle inequaglianze nelle traiettorie della mobilità sociale o nell’accesso alla formazione scolastica o ai beni culturali. Le politiche neiliberai degli anni Ottanta hanno contribuito a far perdere autorevolezza a tali categorie, assegnando nuovi usi agli strumenti statistici: questi, ormai, più che a rappresentare la realtà, servono ad agire su di essa. (…) Le verità statistiche sono diventate strumentali: ciò che importa non è più il valore proprio della cifrà, bensì ‘evoluzione del valore misurato tra due registrazioni- “Non appena una misura diventa un obiettivo, essa cessa d’essere una buona misura”, sottolinea la famosa legge di Goodhart. Ma agli indicatori è stata assegnata anche un’altra finalità: trasformare in calcolatori gli attori stessi, inserendoli in un ambiente che detti loro i mezzi pe automisurarsi e allo stesso tempo lasci loro una certa autonomia. Mal connessi l’uno con l’altro, gli indicatori in gatteria conon costituiscono più un sistema. La competenza dei calcolatori soppianta l’autorità professionale. Il fatto che le misure siano false non è più considerato un problema.

 Queste considerazioni, una volta coniugate con il concetto di entropia e di sua propagazione, credo spieghino bene l’ineludibile esistenza e circolazione di fake news. Esse, similmente alle persone più o meno famose che le partoriscono o le amplificano, che siano essi influencer, youtuber oppure oscuri produttori di contenuti pagati o meno per farlo, nascono in modo spontaneo anche grazie all’intima struttura che abbiamo dato alla rete, la quale agisce cercando di

Impiantare un ciclo riflessivo che porti gli attori a sapersi osservati da un sistema metrico e a orientare le loro azioni secondo gli effetti che esse avranno sulla misura. Le misurazioni servono a fabbricare il futuro. (La realtà) non viene più misurata dall’esterno, bensì dall’interno. (…) Così diventa sempre più frequente che una misura di una attività sia presa per una misura del fenomeno sul quale si esercita tale attività: il numero delle denunce di donne che vengono pucchiate diventa il numero delle donne che vengono picchiate, i ricercatori più citati diventano i migliori, i licei che hanno i migliori risultati agli esami di maturità sono le scuole migliori ecc.

 Stando così le cose, non dovremmo sorprenderci della grande diffusione di notizie sbagliate, almeno di quelle scientifiche, dato che, proprio come spiegato nelle citazioni precedenti, anche la valutazione della qualità della ricerca è stata oramai affidata all’automisurazione del mondo scientifico compiuta mediante l’uso di parametri come l’impact factor o l’h-index3

Per quanti “clic” possa totalizzare un articolo scientifico, per quanti ricercatori possanno leggere un certo lavoro, la sua traduzione divulgativa irrimediabilmente affetta da rumore e messa in circolazione nei siti dei giornali a grande diffusione avrà un impatto di gran lunga più grande nel mondo esterno, rendendo il rumore che ha preso il posto della notizia decisamente più conosciuto, comprensibile, affascinante dello stesso concetto scientifico originale. Parimenti, il giornalista, o colui che millanta di esserlo, responsabile della diffusione della fake new, sarà considerato di gran lunga più autorevole e meritevole dell’ignoto scienziato, rimasto molto indietro, a monte del processo.

Il mondo scientifico mi sembra che stia cercando di organizzarsi per adattarsi a questi nuovi trend, anche se trovo che spesso lo faccia in modi discutibili e alquanto maldestri, rendendosi a sua volta responsabile della generazione di altre notizie false.

Mi riferisco, ad esempio, al tentativo di fare apparire che a compiere una scoperta sia stata una sola persona scelta nel gruppo seguendo alcune mode del momento storico o per presunte qualità estetiche che dovrebbero rendere la ricerca collettiva, il team, l’istituzione di appartenenza più sexy, più telegenica, più facilmente cliccabile dai fruitori generici.

Far collassare il lavoro di intere equipe, spesso numerosissime, sulla faccia e il nome di una o due persone penso sia anch’essa una imperdonabile fake new, stavolta prodotta dal mondo scientifico, che non credo porterà grandi vantaggi, generando piuttosto 1) false aspettative del pubblico, 2) false immagini della scienza moderna sempre più alla ricerca di eroine ed eroi che, col loro volto, facciano dimenticare come nel frattempo la ricerca, avendo perso quel carattere romantico riassumibile con l’idea del singolo scienziato seduto al suo tavolino, sia diventata big science e 3) grandi frustrazioni di tutti gli altri componenti i gruppi di lavoro che si vedono adombrati, ridotti a un cognome e una iniziale nell’intestazione dell’articolo scientifico che in pochissimi leggeranno.

Se per un attimo immaginiamo i due contenitori sociali, quello nel quale vi sono gli scienziati e quello che contiene il pubblico, separati da una porticina, ci siamo messi nelle condizioni di un famoso esperimento mentale. Un diavoletto pensa di poter cambiare le cose selezionando notizie, volti, nomi facendoli transitare da un serbatoio all’altro.

Tra l’altro, questa osmosi tra i due ambienti fa sì che, una volta chiusa la porticina giusto in tempo per far filtrare concetti dal mondo della ricerca all’altro impedendo il percorso opposto, rende il processo irreversibile. Non si può agire più di tanto su quanto avviene nel pubblico che, caotico, procede lungo le vie evolutive che gli sono proprie. Il ritorno sui concetti originari come quello che leggendo un articolo scientifico si compie per capire davvero cosa lì vi è scritto non è ammesso: la fonte dell’informazione è praticamente esclusa dal processo.

L‘unico modo è che essa filtri nel mondo di qua, nel mondo occupato dal pubblico, al seguito del suo prodotto, della sua scoperta, e nel farlo diventa pop. Inutile attendersi che qualcuno vada a stanarla nel mondo dietro la porticina: il diavoletto non lo consente.

Credo che alla fine scopriremo ancora una volta, e per via sociale, la validità del secondo principio: l’entropia globale aumenterà lo stesso e forse lo farà più velocemente del solito. In generale, facciamo divulgazione in modi che assomigliano ancora a quelli in voga quando le categorie sociali di cui parla la Cardon erano reali, statiche e non fluide, continuamente sottoposte, come oggi sono, a ridefinizione dei loro confini.

Il gioco di far passare le notizie scientifiche più capaci di altre di eccitare il pubblico da quella porticina fa aumentare il temperatura sociale: la gente si “accalora” per un tema e l’energia così si disperde in modo caotico e non recuperabile, mentre nell’ambiente di ricerca altri si deprimono e si “raffreddano” per il fatto che gli è stato negato di passare di là, rimanendo nel posto più freddo, meno osservato, più buio.

No, questo non credo sia un calo di entropia. Credo sia morte termica: calo di entusiasmi da una parte, ricerca dei riflettori e di finanziamenti dall’altra, generale diminuzione del livello del dibattito scientifico e sociale.

Infine, poi, se pensiamo che gli stessi specialisti di una certa disciplina sono fruitori generici delle discipline altrui, il quadro caotico credo sia completo.

Non credo ci sia al momento una soluzione.

Tutti noi speriamo che il pubblico premi il nostro sforzo divulgativo prendendo la decisione di approfondire ciò che raccontiamo, ma questo non potrà mai impedire la nascita di inevitabili misunderstandings che ci renderanno certi non tanto della crescita della consapevolezza di dove la scienza stia andando, ma solo della crescita esponenziale delle “eresie scientifiche” che in ogni istante vengono prodotte a causa dell’impossibilità di comunicare un concetto in una forma che rispetti la sua originale correttezza formale: per quanto le locuzioni da noi usate per tradurre dati e formule siano caute e asciutte, non avremo nessun controllo sulla loro traduzione istintiva operata all’altro capo del telefono.

So che di solito le fake news, oltre a molta rabbia, generano reazioni come quella di Barbujani il quale, in un accorato articolo sul Domenicale del Sole 24 Ore di ieri in cui parla del sul suo incontro da genetista con questo problema, scrive:

Su una cosa non ho dubbi: tutto questo non va bene. (…) Per poter leggere Proust bisogna cominciare con la grammatica. Ammetto che ho delle belle pretese: pretendo che i lettori, a letto o sul sofà, si concentrinio, diciamo, su come e perché si formano le ali dei moscerini.

Concordo del tutto con il genetista, ma forse, per ridurre (eliminare credo sia impossibile) il serpeggiare di teorie bislacche sul mondo, più che la scienza, dovremmo insegnare la filosofia della scienza e l’etica dell’agire scientifico, curando però di non coniugare entrambe con la paura della materie cosiddette “dure” (che poi è quello che a volte capita nelle scuole…), ma solo il rispetto e la cautela che certe discipline esigono.

Il pubblico generico – una categoria alla quale, in tutte le situazioni meno quelle poche che ci vedono esperti, tutti, nessun escluso, apparteniamo – non sarà mai capace di affrontare le real news di tutte le discipline apprendendole dagli innumerevoli articoli specialistici che di continuo vengono prodotti (si sa: bisogna pubblicare. Serve a far salire ricercatori e università nei rankig internazionali…).

La conversione, poi, di un linguaggio scientifico preciso, composto da pochi termini, numeri, formule, grafici, dati, … in un altro verboso o di sole immagini, un processo tipico di molta divulgazione (forse tutta), viene di solito paragonato all’operazione del tradurre. A tal proposito, cito di nuovo il Wiener quando afferma:

Così pure nella traduzione di un libro da una lingua a un’altra non si può rendere l’esatto significato dell’originale perché fra le due lingue non esiste una precisa equivalenza, In queste condizioni, il traduttore ha soltanto due soluzioni: o impiegare frasi che sono più generiche, più vaghe di quelle dell’originale e che certamente non conservano tutto il significato emotivo del testo originale, oppure alterare l’originale introducendovi un messaggio che non è precisamente quello del testo e che possiede un significato diverso da quello che l’autore ha voluto attribuire al testo. In entrambi i casi, qualcosa dell’idea dell’autore è andata perduta.

Se nel testo precedente sostituiamo emotivo con scientifico, e calcoliamo la degradazione del messaggio iniziale ottenuta dopo n traduzioni compiute da parte di persone non informate dei fatti, probabilmente otterremo un risultato insperato: che la mole di notizie sbagliate con le quali ci troviamo ad avere a che fare è minore di quella con la quale potremmo trovarci a combattere.

Ma a questo punto sorge una domanda fondamentale, stimolata dalla lunga intervista pubblicata su Robinson di ieri e rilasciata a Enrico Franceschini da Ian Mc Ewan. Parlando del suo ultimo romanzo Macchine come me, l’autore racconta:

In testa al libro ho messo un’epigrafe di Kipling: gli uomini non sono fatti per distinguere la verità dalla menzogna. Ovvero non sempre capiscono se la persona che hanno di fronte racconta balle. Un robot potenzialmente sì. E questo potrebbe sembrare un progresso. Ma come sarebbero le relazioni umane se tutti sapessimo, tutto il tempo, cosa pensa la persona che abbiamo davanti? Credo che non resterebbe in piedi alcun matrimonio. (…) Il mio non è un elogio della menzogna. Ma ci sono menzogne che effettivamente si dicono a fin di bene. (…) E in assoluto non credo che un mondo perfetto, in cui sappiamo tutto, sarebbe più felice di quello attuale, in cui ci accontentiamo di cercare di capire, procedendo nel buio, fra sprazzi di luce

In conclusione, forse le fake news ci danno, più delle statistiche che sfruttano strani parametri e diversi indicatori, una misura in termini di temperatura di quanto la società sia ancora viva e risponda come può (ma almeno risponde…) ai pizzicotti e ai morsi che i beccamorti le infieriscono. Va a finire che per imanere umani, ci serve proprio non sapere fino in fondo la verità su nulla (in particolare, continuiamo a mentire, vi prego, sull’amore).

Quando Wiener nel 1950 scriveva:

La società può essere compresa soltanto attraverso lo studio dei messaggi e dei mezzi di comunicazione relativi ad essi; nello sviluppo futuro di questi messaggie mezzi di comunicazione, i messaggi fra l’uomo e le macchine, fra le macchine e l’uomo, e fra macchine e macchine sono destinati ad avere una parte sempre più importante.

ci invitava a guardare il fenomeno da una certa distanza, oggettivizzandolo, quindi oggettivizzando noi stessi (da notare che dimentica di parlare di messaggi tra persone e persone. Che avesse già intuito come saremmo finiti a usare sempre una interfaccia informatica per palrare con i nostri simili?)

Propongo una ulteriore, possibile lettura del fenomeno fake news: riempire il mondo e la rete di idee strampalate potrebbe finanche salvarci dal collasso previsto da molti i quali vedono nell’avvento di robot e dell’intelligenza artificiale la prossima fine dell’umanità.

In realtà, a differenza di quanto accade nei romanzi di fantascienza dove macchine e uomini vivono fianco a fianco, ma senza mescolarsi, stiamo insegnando alla rete e alle macchine ad assomigliarci in molti nostri aspetti, anche quelli più deteriori (vedi i ranking universitari truccati…).

Insomma, stiamo insegnando alle macchine quanto siamo furbi, quindi, inconsapevolmente, stiamo insegnando ai circuiti elettronici come fare i furbi dicendo, calcolando balle o verità parziali.

La rete è già alleata di molti che la manipolano e sta imparando, in ogni momento, i nostri piccoli trucchetti per sopravvivere.

 

SZ

 

1 – Wiener, Norbert, Introduzione alla Cibernetica – L’uso umano degli esser umani, Bollati Boringhieri, 2012

Un appunto di una certa importanza, almeno credo. Al fine di mettere alla prova la mia reale comprensione del testo che, in alcuni punti tra quelli citati, mi sembrava un po’ ambiguo, ho cercato in rete la versione in inglese. Trovatola, ho scoperto che molti capoverso del primo capitolo di quella versione originale non compaiono nella traduzione italiana e che, parimenti, alcune delle parti cui faccio riferimento trovate in quella italiana, non si trovano in quella inglese. Spero qualcuno sappia darmi lumi su questo strano problema di… traduzione (!)

https://www.bollatiboringhieri.it/libri/norbert-wiener-introduzione-alla-cibernetica-9788833923451/

2 – Cardon, Dominique, Che cosa sognano gli algoritmi – Le nostre vite al tempo dei big data, Mondadori, 2018

CHE COSA SOGNANO GLI ALGORITMI

3 – Suggerisco la lettura della recensione di Lorenzo Tomasin sul Sole 24 Ore di ieri agli interventi di Giuseppe de Nicolao pubblicati su roars.it.

-https://www.roars.it/online/vi-spiego-il-doping-delle-classifiche-degli-atenei-intervista-a-giuseppe-de-nicolao/

-https://www.roars.it/online/giuseppe-de-nicolao-le-politiche-della-ricerca-al-tempo-dei-rankings/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quattro minuscoli buchi neri a pochi chilometri dalla Terra

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Quando sono stati scoperti “nella radio”, avevano una dimensione di 3,4 mm ed erano tutti e quattro costretti a condividere uno spazio di appena 34,6 x 9,7 x 12,8 mm.

Nonostante la grande prossimità tra loro (solo 2,4 mm di separazione tra l’uno e l’altro) da farli quasi sembrare un particolare di un tipico “Concetto spaziale”1 di Fontana2, essi non collassarono mai in un unico buco nero più grande, né generarono un’onda gravitazionale: in fondo, la massa di tutto il sistema non era che di 18.1 grammi… Con simili numeri, non era certo il caso di scomodare la relatività generale!

Piccola divagazione: attirare l’attenzione dei lettori, si sa, non è cosa banale.

Il titolo di un articolo, di un libro, di un film, … è di solito lo strumento principe per tentare di farlo: deve colpire il lettore promettendo ciò che probabilmente non verrà mai dato, ottenendo però che nel frattempo il malcapitato si avventuri nella lettura del primo capoverso: nell’epoca di Twitter, già questo costituisce un ottimo risultato…

Ecco perché mi trovo a chiedere scusa a te che, sapendomi astronomo, hai pensato (forse addirittura temuto) di trovare in questo articolo lo scoop circa l’esistenza di ben quattro oggetti stellari collassati e capitati nottetempo, non si sa come e in perfetto stile Interstellar3, 4, nei dintorni del nostro pianeta.

Mi sento di poterti tranquillizzare: la tua settimana non verrà turbata da proclami allarmistici e allarmati. Lo so: alcuni confidano proprio nel brivido fantascientifico che solo certe notizie possono donare, ma a mia discolpa confesserò che non ho mentito del tutto: nelle righe che seguono, parlerò davvero di quattro minuscoli forellini bui che si sono trovati a transitare nello spazio a poca distanza dalle nostre teste!

E non a caso ho deciso di farlo solo ora: questo articolo, oltre a celebrare ciò che presto scoprirete, serve anche a dare un contributo, spero un po’ diverso da tutti gli altri, alla grande narrazione dell’allunaggio di cui sabato prossimo festeggeremo il cinquantesimo anniversario.

Un allunaggio a lungo desiderato, preparato e ottenuto tramite diversi passi e numerose missioni durante le quali le nuove tecnologie che venivano via via messe a punto con quell’obiettivo, venivano sottoposte alla prova del buio oltre la siepe della nostra atmosfera.

Quindi, come si diceva, niente onda gravitazionale ottenuta dal collasso di buchi neri vicini.

Eppure di onde – anche se banalmente si trattava solo di onde sonore – quei quattro buchini neri il 6 Dicembre del 1965 ne hanno generate parecchie, e tutte molto piacevoli.

Infatti alcune delle otto piccole (9 mm di lunghezza) ance di ottone in essi alloggiate il 16 Dicembre del 1965 vibrarono nell’aria della capsula della missione Gemini VI5 per costruire il noto motivo Jingle Bell.

Sì, perché i quattro buchi neri altro non erano se non i fori di una Little Lady6, 7, una 4179AAMTXULpocket harmonica della Hohner che, come mi è stato riferito da Martin Häffner del German Harmonica Museum8, fu lanciata sul mercato nel 1923 e che nel tempo, unitamente all’astuccio che la conteneva, negli anni ha subito diversi cambiamenti estetici9.

Tra l’altro, lo stesso Häffner ha tenuto ad anticiparmi che per festeggiare i cento anni dalla creazione di questo fortunato modello tra i più piccoli mai costruiti10, 11, la Hohner ha intenzione di allestire presto, immagino nella sede di Trossingen, una mostra a esso dedicata.

Tornando ai buchini neri, una Little Lady all’epoca fu portata clandestinamente in orbita dall’astronauta Walter Shirra12, 13 nella missione Gemini VI. Si era in periodo prenatalizio e, accompagnato dai sonaglini14 suonati dall’astronauta Tom Stafford, Schirra, che era notoriamente un mattacchione, fece una serenata alla Terra suonando il celebre motivo natalizio15.

Come lo stesso Shirra riferì una volta rientrato sul nostro pianeta:

I started fooling around with the harmonica as a boy. Just a couple of the people at NASA knew that I planned on taking a harmonica with me. It was pretty close to Christmas, so I played “Jingle Bell”. It came out quite well. People all over the world sent me harmonicas. They put me in the Atlanta musicians’ union.16

Del resto, voce a parte, a causa di problemi di peso e spazio, all’epoca non era proprio consentito portare in orbita strumenti musicali: le norme molto rigide che dai primordi dell’astronautica regolamentano il trasporto dei cosiddetti “effetti personali” a bordo di una navicella spaziale, non erano state certo elaborate per motivi morali o estetici (anche se – Schirra lo sapeva bene – un’ armonica, per quanto piccola, non sarebbe di sicuro passata ai controlli…).

Piuttosto esse avevano e tutt’ora hanno a che fare con la sicurezza a bordo e con il bruto calcolo, non proprio banale17, di quanto peso in più dello stretto necessario è consentito all’equipaggio imbarcare su un razzo con dimensioni e peso dati e dotato di motori di una potenza adeguata ma comunque limitata.

Tornando al Jingle Bell di Schirra, credo valga la pena

sottolineare che, dopo aver udito quel “messaggio extraterrestre”, circa 40 milioni di americani hanno tentato di suonare l’armonica. Oggi forse definiremmo quell’astronauta un “influencer” che, se avesse avuto a disposizione i social, avrebbe diffuso il verbo armonicistico non solo urbi (il territorio statunitense), ma soprattutto orbi.

Quel messaggio da fuori l’atmosfera mi fa andare con la memoria a quell’altro di solito indicato usando l’acronimo LGM (Little Green Man): un segnale pulsato estremamente regolare e per questo capace di far sorgere il sospetto che a emetterlo nel tentativo di comunicare con noi fosse stato un “piccolo omino verde”, ovvero un alieno secondo una certa iconografia in voga negli anni ’60 e mai del tutto tramontata.

Jocelynn Burnell fu l’astrofisica che nel ’67  riconobbe per prima il tracciato radio di quel segnale e che, dopo aver ipotizzato che si trattasse di un tentativo di comunicare con noi terrestri a opera di un nostro coinquilino cosmico, lo interpretò in modo corretto, ovvero come la prima prova dell’esistenza delle radiopulsar18.Jocelyn Bell

La Bell aveva immaginato un omino verde, invece Tom Stafford, collega di missione di Schirra, prima che quest’ultimo si lanciasse nell’esecuzione in tongue blocking19 di Jingle Bells, fece intendere di avere avvistato un UFO, letteralmente un “oggetto volante non identificato”, la cui vera identità fu svelata proprio dall’ascolto del celebre motivetto: nelle loro intenzioni doveva trattarsi addirittura di Babbo Natale a bordo della sua slitta trainata da renne (!). Insomma, non certo un omino verde, bensì un omone vestito di rosso.

Più precisamente, le parole di Stafford furono:

We have an object, looks like a satellite going from north to south, probably in polar orbit….very low, looks like he might be going to re-enter soon….Standby one, you might just let me try to pick up that thing.

MuHa Weltall Münchner Abenzeitung 1965_12_17Val la pena qui ricordare che quel Jingle Bell fu il primo brano di musica suonato ”live” fuori dall’atmosfera del nostro pianeta. Questo implica che la Little Lady detiene il primato assoluto di primo strumento ad essere stato suonato nello spazio. Un primato che, come mi ha segnalato Roger Trobridge, grande armonicista britannico ed esperto di storia del nostro strumento, ha spinto la Hohner a commemorare l’esibizione di Schirra con una edizione speciale della Little Lady20.

Da allora non so quanti altri esperimenti musicali siano stati condotti in orbita. Ricordo che di recente ha avuto un enorme successo mediatico la bella performance dell’astronauta canadese Chris Hadfield che si è fatto riprendere mentre, accompagnandosi con una chitarra, dopo cinque mesi di permanenza nello spazio, diceva addio alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) cantando Space Oddity di David Bowie21. Come giustamente Hadfield fa notare22:

When you’re a long way from home — when you have left the planet — it’s really important not just to take care of all of the technical stuff, but also to take care of the people.

Un’affermazione che fa capire come, rispetto ai tempi pionieristici di Schirra e Stafford (i due, non dimentichiamolo, dovettero tenere nascoste alla NASA le loro intenzioni musicali fino al momento in  cui si esibirono via radio), oggi vi sia una normale inversione di tendenza negli ambienti che si occupano di ricerca aerospaziale.

Le oramai lunghe permanenze degli equipaggi in orbita, nonché un certo bisogno degli enti di ricerca di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica così da rendere più accettabili le ingenti spese che quel genere di ricerche implicano, fanno sì che fare video, foto, musica fuori dall’atmosfera sia attualmente ritenuto una fondamentale forma di rispetto per il morale e la sensibilità degli astronauti e di quanti rimangono qui al suolo tenendo lo sguardo al cielo.

Inoltre, dal confronto dei due casi Schirra-Stafford e Hadfield, si può evincere che la quantità di “effetti personali” imbarcabili su un vettore è nel tempo cambiata in proporzione all’aumento di potenza dei motori e all’aumento di spazio disponibile pro-capite: se il cosiddetto PPK (Personal Preference Kit) per Schirra & Co. si riduceva al contenuto di un sacchetto23, 24, nei decenni esso è cresciuto fino a consentire finanche il trasporto di una chitarra (!)25.

Nel tentativo di scoprire di più circa la storia e la produzione di quel piccolo gioiello di meccanica che è la Little Lady (che ribattezerei come l’ “armonica delle sfere”), quella “singolarità” nel mondo degli strumenti musicali, vera protagonista di questo articolo e minimo comune multiplo fra tutte le vicende qui raccontate, ho consultato molto di ciò che di disponibile vi è in rete e sui libri che sono riuscito a reperire.

2012-08 pmccartneyHo così scoperto che molti divi come ad esempio Paul Mc Cartney e Cate Blanchett si sono divertiti a farsi ritrarre con questa armonichina tra le labbra.

Tra i libri consultati, non è possibile non citare la meritatamente nota Encyclopedia of the harmonica26 di Pete Krampert grazie alla quale sono venuto a sapere che questo strumentino è all’origine della passione per l’armonica finanche del grande Stevie Wonder il quale, ricevutala in regalo, dopo averla suonata per un po’, è rapidamente passato alla cromatica con esiti ben noti a tutti.

In generale, però, ho scoperto che la storia dei singoli modelli spesso rimane sconosciuta anche agli addetti ai lavori. Di sicuro vi saranno archivi nei quali giacciono tutte le informazioni che potrebbero interessare per condurre una ricerca storica degna di questo nome, ma la cosa non sembra essere una priorità nemmeno dei costruttori.

Il già citato Gerhard Müller, Product Manager del settore armoniche della Hohner mi ha comunque assicurato che:

Tutte le parti come il pettine di legno (legno di pero), le piastre porta-ance in ottone, le ance in ottone e le piastre di copertura in acciaio inossidabile vengono prodotte a mano da personale qualificato. Questo significa che nella produzione di questo strumento non vengono utilizzate macchine controllate automaticamente. La Little Lady viene venduta in oltre 80 paesi in tutto il mondo.

Bild 10 Hohner and Hollywood 1923

Bild 10 Hohner and Hollywood 1923. Source: German harmonica and accordion museum

Confesso che, quando ho deciso di iniziare questa piccola ricerca, nutrivo anche la speranza di reperire eventuali disegni originali, notizie sull’ingegnere che l’ha ideata e progettata, nonché altri documenti utili a delineare meglio la storia di questo piccolo strumento, ma pare che nulla di tutto ciò sia di facile reperibilità ad eccezione di due documenti (li trovate qui di fianco) davvero interessanti che mi sono stati forniti da Martin Häffner (anche lui già citato in precedenza).

Da essi si può evincere ciò che è stato già anticipato, ovvero che nel 1923 lo strumento di sicuro esisteva e che nel 1978 ha subito alcune variazioni nell’aspetto esteriore.

1978-10

Source: German harmonica and accordion museum”.

Se da un lato non è stato possibile sapere alcunché sull’oscuro ideatore di questo piccolo modello di armonica, dall’altro è stato davvero facile reperire materiale circa il nostro “collega”, l’astronauta-armonicista Schirra27.

In particolare, leggendo il bel libro La stoffa giusta di Tom Wolfe28, di informazioni su questo personaggio, vero protagonista dell’era pre-allunaggio, ne ho trovate decisamente tante.

Nel libro il nostro eroe ricorre spesso con la sua incredibile capacità di pilotare pericolosissimi prototipi mantenendo sempre una assoluta freddezza e un autocontrollo quasi disumani, per poi, di contro, diventare decisamente umano nella vita di tutti i giorni. Eccone un primo variopinto ritratto che ne delinea l’autore del libro:

 

Shirra, a trentacinque anni, aveva eccezionali precedenti in combattimento ed era il genere di persona che in tutta evidenza stava ottenendo successo in Marina. Si era diplomato all’Accademia navale e sua moglie Jo era la figliastra dell’ammiraglio James Holloway, che fu al comando del teatro bellico del Pacifico durante la Seconda guerra mondiale. Wally Schirra aveva preso parte a novanta missioni di guerra in Corea e abbattuto due Mig. Era stato scelto per il collaudo iniziale del missile aria-aria Sidewinder a China Lake, in Califronia, aveva collaudato l’F-4H per la Marina alla stessa Edwards – tutto ciò prima di aggregarsi al Gruppo 20 per completare il suo addestramento al volo di collaudo. Wally godeva di molte simpatie. Era un tipo tracagnotto con un gran faccione sincero, dedito alle burle, a sonnellini cosmici, alle auto veloci e a tutti gli altri modi per “mantenere una costante tensione”, per usare uno schirraismo. Era un burlone del genere più amabile. Telefonava e diceva: “Ehi, devi venire qui a trovarmi! Non indovineresti mai che cos’ho catturato nei boschi… Una mangusta! Non sto scherzando… una mangusta! La devi vedere!” E ciò suonava talmente incredibile che andavi da lui a dare un’occhiata. Wally posava su un tavolo una scatola che sembrava fungere da gabbia, e diceva: Ecco, apro un poco il coperchio così la puoi vedere. Ma non metterci dentro la mano, perché te la stacca. Questa bimba è dispettosa”. Ti chinavi per dare un’occhiata e – tombola! – il coperchio si splancava con violenza e quella grossa striscia grigia balzava verso la tua faccia – e, bé, mio Dio, veterani dell’aria rinculavano terrorizzati, buttandosi sul pavimento – e solo dopo realizzavi che la striscia grigia era una specie di finta coda di volpe e che tutta quella cosa non era altro che una scatola col pupazzo a molla, stile Schirra. Era uno scherzo rozzo, a dirla tutta, ma la gioia che Wally traeva da cose come questa arrivava come una mareggiata, un’ondata talmente possente da trascinarti in avanti malgrado te stesso. Un sorriso di una trentina di centimetri gli si allargava sul viso e le gote sgorgagano in un paio di pance da angioletto, sul genere natializio, un’incredibile risata da druido barcollante veniva su dalla gabbia toracica scuotendo e rimbombando, e lui diceva: “Te l’ho fatta!”. Erano famosi i “te l’ho fatta!” di Schirra. Wally era una di quelle percsone che non si preoccupano di mostrare le loro emozioni, felicità, rabbia, frustrazione e così via. Ma nei cieli era freddo quanto chi l’aveva concepito. Suo padre era stato un asso nella prima guerra mondiale, aveva abbattuto cinque aerei tedeschi, e dopo la guerra sia il padre che la madre si erano esibiti in acrobazie aeree. Nonnostante tutta la sua voglia di far baldoria, Wally era assolutamente serio riguardo alla carriera. E quello era il suo atteggiamento mentale ora che si trovavano di fronte a quella faccenda dell’”astronauta”.

La storia, come spesso accade, si ripete: se i pionieri, i coloni, i cercatori d’oro, grazie alle sue dimensioni ridotte, al basso costo, alla facilità con la quale si emettono gli accordi fondamentali della musica popolare e al suo suono caldo ed evocativo, trovarono nell’armonica diatonica un’ideale compagna di viaggio per la conquista del Far West, anche i coloni dello spazio, per motivi del tutto simili, hanno scoperto che questo strumento merita un suo piccolo posto nella grande narrazione della conquista del nostro vicinato cosmico.

E se lo chiamassimo il Far Up (o il Far Out?).

SZ

 

Per scrivere questo articolo, ho ricevuto l’apporto fondamentale di diversi amici e professionisti che mi sembra giusto ringraziare pubblicamente: si tratta, in ordine alfabetico, di Martin Häffner, Gerhard Müller, Alessandro Quintino, Leonardo Triassi, Roger Trobridge.

1- https://www.valutazionearte.it/blog/eventi/concetto-spaziale-terra-e-oro-a-galleria-borghese/attachment/concetto-spaziale-1961-lucio-fontana/

2- https://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Fontana

3-https://squidzoup.com/2014/11/20/un-film-fantascientifico-avvincente-e-scientificamente-esatto-fallo-tu/

4- https://squidzoup.com/2014/11/25/lamore-ai-tempi-di-interstellar/

5-https://it.wikipedia.org/wiki/Gemini_6

6-https://www.hohner.de/en/instruments/harmonicas/diatonic/miniatures/little-lady

7- In questa pagina si trova un dato non riportato dalle altre: il peso di questo strumento:

https://www.amazon.co.uk/HOHNER-39-Hohner-Harmonica-Little/dp/B000XEFN1Y

8- Sito del Museo dell’Armonica a Trossingen: https://harmonika-museum.de/en/start_e/

9- In questa pagina si può vedere come apparivano sia la Little Lady che il suo astuccio (sembra di cartone, come quello di altri modelli più grandi) prima che prendesse l’aspetto attuale:

https://www.rubylane.com/item/134693-MS–1176/Miniature-Toy-Harmonica-x93Little-Ladyx94-Hohner?search=1

10- In questa pagina è possibile vedere diversi modelli di mini armoniche che per dimensioni minime e minimo numero di ance, concorrono con la Little Lady e spesso vincono il confronto:

https://riskas513.blogspot.com/2018/12/docs-vintage-harmonica-collectables_31.html

11- Altra pagina con diversi esempi di mini armoniche in commercio e costruite da marche diverse dalla Hohner:

https://thea.com/2/Harmonica-Mini-Harmonica/

12- https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Schirra

13- https://www4.ti.ch/can/oltreconfiniti/dal-1900-al-1990/vite-di-emigranti-e-discendenti/?user_oltreconfiniti_pi1%5BidPersonaggio%5D=683

14- Gli strumenti di Stafford e Schirra esposti allo Smithsonian National Air and Space Museum:

https://airandspace.si.edu/stories/editorial/tom-stafford%E2%80%99s-jingle-bells-and-wally-schirra%E2%80%99s-harmonica

15-La registrazione della trasmissione tra Stafford, Shirra e il centro di controllo durante la quale i due astronauti suonano Jingle Bell:

https://www.youtube.com/watch?v=RmsOmqf7Hso&list=RDRmsOmqf7Hso&start_radio=1&t=68

16- Field, Kim, Harmonicas, Harps, and Heavy Breathers: The Evolution of the People’s Instrument, https://www.amazon.com/Harmonicas-Harps-Heavy-Breathers-Instrument-ebook/dp/B00BZC1UTM

17- Consiglio la lettura della sezione 11.5 intitolata Restricted Staging in Field-Free Space del seguente testo: Curtis, Howard, Orbital Mechanics for Engineering Students, Elsevier Aerospace Engineering Series, http://www.nssc.ac.cn/wxzygx/weixin/201607/P020160718380095698873.pdf

Lì si parla anche del caso specifico del cosiddetto payload della Gemini sulla quale viaggiò Schirra.

Ringrazio  l’ingegnere aerospaziale Alessandro Quintino che me lo ha gentilmente suggerito

18- Una storia affascinante che val la pena di farsi raccontare direttamente dalla protagonista: http://www.bigear.org/vol1no1/burnell.htm

19- All’ascolto, sembra trattarsi della classica tecnica del Tongue-Blocking usato “a martello” per ottenere l’effetto di accompagnamento ritmico e armonico di cui potete trovare una descrizione nell’interessante articolo di Luigi Orrù all’indirizzo: https://www.doctorharp.it/riflessioni-sul-tongue-blocking-blocco-con-la-lingua-o-coprendo-di-luigi-orru/

Può darsi, invece, che sia un sovrapporsi delle frequenze dell’armonica e quelle dei sonaglini suonati da Stafford, il tutto reso ancora meno intellegibile dai rumori tipici dell’ambiente della capsula e dai disturbi tipici delle trasmissioni radio dell’epoca. Per sapere qualcosa di più circa i rumori di quegli ambienti, consiglio di consultare il capitolo 13 del libro di Neil F. Comins Viaggiare nello spazio – Guida per turisti galattici, Kowalski, 2007

https://www.amazon.it/Viaggiare-nello-spazio-turisti-galattici/dp/8874967233

20- https://www.mandoharp.com/Harmonicas/152786-HMIN_Hohner_M91560_LittleLadyAR/index.html

21- https://www.youtube.com/watch?v=lc8BcBZ0tAI

22- http://www.vancouversun.com/technology/astronaut+chris+hadfield+space+station+guitar+built+vancouver/8414940/story.html

23- Contenuto “dichiarato” (manca la voce “harmonica Little Lady”) del Goodie Bag di Schirra: http://www.collectspace.com/resources/flown_gt6_pltppk.html, http://spaceflownartifacts.com/flown_ppks.html

24- Informazioni aggiuntive sui PPK: https://www.forbes.com/sites/quora/2018/06/26/how-many-personal-items-can-astronauts-bring-to-space/#7a8898963a30

25- Le tabelle riportate in questa pagina consentono di apprezzare come al variare dei vettori siano cambiati nel tempo i pesi dei PPK:

http://spaceflownartifacts.com/flown_ppks.html

26- https://www.amazon.com/Encyclopedia-Harmonica-Mr-Peter-Krampert/dp/0786658959

27- https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Schirra

28- https://www.librimondadori.it/libri/la-stoffa-giusta-tom-wolfe/

29- A partire dal 1862 la Hohner iniziò a importare i suoi prodotti anche in territorio americano. Fonte:

http://harmonicatunes.com/harmonica-history/

 

 

 

Essere entangled con i propri fumetti – Una nuova frontiera per il cosplay?

Domenica 7 Aprile, quindi esattamente un mese fa, stavo sfogliando il mensile “Le Scienze” fresco di stampa.

La mia attenzione fu subito catturata dall’articolo Azione inquietante di Hanson e Shalm. In introduzione i due autori annunciavano mirabilia: promettevano di chiarire come si è giunti alla conclusione che le presunte “variabili nascoste” teorizzate da Einstein (1) per spiegare l’altrimenti inspiegabile correlazione (entanglement) tra gli stati di particelle atomiche “gemelle” portate a grande distanza tra loro, non esistono (2).

Come raccontano i due autori, diversi gruppi di ricerca sono riusciti a compiere alcuni esperimenti progettati proprio per aggirare la possibile influenza di ignoti fattori locali che, non visti, potrebbero “rinnovare” la correlazione tra particelle inizialmente vicine, quindi reciprocamente “entangled”, che vengono poi allontanate a distanze tali da non permettere alcuna comunicazione tra loro.

Tali esperimenti hanno dimostrato che la correlazione tra stati entangled (es.: lo spin degli elettroni) continua a persistere anche a grande distanza, mantenendosi pure allorché, durante la fase di allontanamento reciproco delle due particelle, si agisce su una delle due apportando una variazione casuale al suo stato.

57180205_10216088661263282_7064396851667009536_oAnche in questo caso, quindi, la seconda particella, oramai troppo distante dalla prima per poter essere raggiunta in breve tempo da un segnale luminoso che l’avverta della variazione avvenuta nello stato della sua gemella, dimostra di “accorgersi” subito che qualcosa è mutato, riadattando la propria configurazione così da farla risultare nuovamente correlata con quella della prima.

Insomma, la meccanica quantistica esibisce ancora una volta il suo carattere decisamente controintuitivo, dimostrando di farsi beffe della nostra idea di realtà e ravvivando l’alone di mistero che la circonda mediante la persistenza di questo paradosso che ricorda un altro ben più famoso: quello cosiddetto “dei due gemelli” della teoria della relatività.

Una similitudine che mi spinge ad “appuntarmi mentalmente” questo riguardante non più persone, ma elementi dell’atomo come “il paradosso delle due particelle gemelle”.

Senza entrare nei particolari della teoria (3) che a grandi, grandissime linee mi era già nota, tra i vari aspetti per me rilevanti dell’articolo citato vi era il fatto che dopo le prime due pagine, il sunto di quanto raccontato nel testo fosse affidato a due facciate occupate da un ibrido: un interessante incrocio tra un fumetto autoconclusivo e una infografica creato da Matthew Twomby su testo di Michel Van Ball.

A mio parere, si tratta di un’opera dal grande valore comunicativo, capace di fornire un  aiuto fondamentale alla comprensione dell’articolo dal quale è tratto.

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E ora passiamo a dire di un altro entanglement: il 3 Aprile scorso, in un suo articolo pubblicato su Media INAF, la collega Francesca Aloisio citò la presenza di due mie tavole (4) tra le opere che a partire dall’8 Aprile sarebbero state esposte nella mostra “La scienza tra le nuvole”.

L’ esposizione, inserita nel cartellone del festival della Scienza capitolino, sarebbe stata visitabile presso il Parco della Musica e Davide Coero Borga, il suo curatore, il 5 pubblicò sempre su Media INAF un pezzo nel quale ancora una volta venivo menzionato come raro caso di scienziato-artista lì presente con le sue opere (pare ce ne fosse anche un altro, tale Stefano Bortolotti dell’Istituto Italiano di Tecnologia).

Sapevo già da mesi del progetto di allestire questa mostra in quanto Stefano Sandrelli, coordinatore nazionale delle attività 56696890_10216088655303133_4103841045169569792_odivulgative dell’INAF, mi aveva invitato con un certo anticipo a proporre alcune mie tavole in vista di quell’occasione. I numerosi eventi intercorsi tra quella prima convocazione e il festival mi avevano però fatto dimenticare del tutto la cosa e la sorpresa di scoprire che effettivamente due tavole di Squid Zoup fossero lì esposte è stata tanta e, inutile dirlo, decisamente piacevole.

Il presunto entanglement, a parte la circostanza fortuita ma decisamente simpatica di trovare proprio in quei giorni un articolo su “Le Scienze” a spiegare quell’argomento di fisica, è stato quindi sentirsi “finalmente” misurato, a quasi quattrocento chilometri di distanza dalla mia posizione, da tutti coloro i quali vedendo le mie tavole, potete starne certi: hanno misurato i miei stati interiori ancora altamente entangled con quanto quelle due tavole raccontano di me.

Come tutti, anche io “vesto i miei panni” tutti i giorni, e il mio personaggio Squid Zoup fa lo stesso, cristallizando alcuni momenti della mia vita o alcuni miei sogni a occhi aperti.

Per dirla in altro modo, vesto i miei panni, ma anche quelli del mio alter ego in bianco e nero col quale mi identifico sempre. Questo – chissà? – mio malgrado, fa di me un cosplayer davvero convincente…

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Squid Zoup e me

Ovviamente quello cui faccio riferimento è un entanglement blando, praticamente inesistente se non come metafora usata per sottolineare una banale verità: le nostre azioni hanno una grande influenza a distanza, sia di spazio che di tempo, con il risultato di far sapere ad altri  come siamo o come eravamo “mentalmente polarizzati” al momento in cui abbiamo prodotto, detto, fatto qualcosa.

E più le nostre azioni sono precise, più lo sono le “cose” che facciamo e più la decodifica di chi siamo o di chi eravamo al momento dell’emissione del nostro stato mentale concretizzatosi con il nostro prodotto, non lascia spazio a pericolose interpretazioni e revisionismi.

Chissà se gli sviluppi della ricerca in meccanica quantistica riusciranno un giorno a regalare un nuovo significato al concetto di “Storia”…

In questa vicenda entra prepotente un  ricordo: quello che ha a che fare proprio con il problema delle particelle entangled e con il cosiddetto “Teorema di Bell” enunciato nel 1964 dal fisico john Stewart Bell dal quale prende il nome. Un teorema di cui venni a sapere grazie a una pubblicazione del lontanissimo 1991.

51PQ4gareEL._SX378_BO1,204,203,200_Si trattava, appunto, de “Il teorema di Bell“, un bellissimo cartonato della casa editrice Comic Art (numero 72) a opera del fumettista Matthias Schulteiss. Purtroppo in Italia uscì solo il primo numero (pubblicato senza numerazione, quindi fatto passare come episodio autoconclusivo) che ebbe l’effetto di farmi incuriosire moltissimo alle vicende del protagonista Shalby, ma che, in assenza della rete (parlo di un’era pre-internet), non potevo nemmeno sospettare fosse incompleto.

Oggi scopro che vi sono disponibili on-line le altre due puntate, non tradotte, nelle quali immagino che l’importanza del problema fisico citato nel titolo venga finalmente svelata.

Invece all’epoca, dopo averlo letto, mi rimase quel senso di stupore che già connettevo col mondo della meccanica quantistica. Uno stupore che pensavo fosse tutto autocontenuto in quel primo numero.

Oggi, avendo scoperto l’esistenza dello sviluppo ulteriore della storia, il mio stupore è più che altro suscitato dalle scelte editoriali di chi, sapendo che una storia si snoda su tre episodi, decide di pubblicarne solo uno.

L’occasione offerta dall’avere ben due lavori grafici dedicati allo stesso problema fisico ma affrontati con piglio del tutto differente potrebbe essere quella ideale per attuare un raffronto tra il fumetto-infografica comparso su Le Scienze e il cartonato della Comic Art, ma non so se, non conoscendo il contenuto degli altri due episodi, io stia agendo correttamente.

Da un punto di vista divulgativo, la diversa lunghezza delle due pubblicazioni dovrebbe avvantaggiare Il teorema di Bell di Shulteiss: a parte il caso in cui un autore dimostra di saper lavorare meglio in spazi ristretti, esibendo così una grande capacità di sintesi (o una certa incapacità di lavorare a lungo su uno stesso soggetto…), un maggiore spazio per “spiegare” un certo argomento immagino fornisca innegabili vantaggi.

In ogni caso, si tratta di due prodotti diversi, creati in periodi diversi con intenti diversi e dedicati a lettori diversi. Questo già basta a distruggere l’ipotesi di un possibile confronto tra le due opere che ora appare come una operazione impossibile, oltreché illogica.

Da un lato abbiamo un maestro del fumetto che, spinto dalla fascinazione subita per un problema fisico, ha agito in totale solitudine, creando quindi sia la parte testuale che quella grafica. Dall’altro abbiamo un ottimo professionista nel campo dell’illustrazione al quale è stato chiesto di creare una gabbia grafica per il testo elaborato dal fisico Michel Van Ball.

A questo punto un primo aspetto che credo valga la pena sottolineare viene a essere la grande versatilità dello strumento grafico che, similmente a quanto accade per la scrittura o per il cinema suoi parenti stretti, dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, di poter raccontare, descrivere, istruire servendosi di una incredibile varietà di stili, approcci, strategie.

Ciò che qui più mi preme mettere in evidenza, forte della presenza di queste due opere che usano approcci completamente differenti nell’uso del fumetto, è però il seguente aspetto: la “nona arte” può sì essere utilizzata in modo molto vago, abbandonando del tutto l’intento di spiegare alcunché e concentrando gli sforzi sulla resa di una certa carica emotiva (“Il teorema di Bell”. Per quanto vago, gli devo l’essere entrato in contatto da ragazzo con quel teorema…), ma può anche – ed è questo per me il punto davvero importante – essere usata in modo estremamente sintetico e scientificamente corretto così da soddisfare palati molto esigenti in fatto di aderenza a un certo modo di spiegare le cose (il fumetto-infografica di Le Scienze). E lo fa così tanto bene da poter comparire addirittura come sunto di un articolo scientifico.

Il che mi porta a riallacciarmi a quanto ho già raccontato in un altro articolo pubblicato in passato sempre in questo blog.

Insomma, mi trovo ancora una volta entangled come me stesso e con ciò che pensavo: anche se a grande distanza di tempo, scopro di aver mantenuto la stessa “polarizzazione mentale” su un certo argomento. Forse non è il caso di dirlo forte. Mi sa che tutta questa coerenza, questa mancata variazione del valore delle mie variabili non più nascoste, bensì manifeste, non deponga del tutto a mio vantaggio…

SZ

 

1- Si veda l’articolo del 1935 “La descrizione quantistica della realtà fisica può ritenersi completa?” firmato da Einstein, Podolsky, Rosen (EPR): https://pdfs.semanticscholar.org/7861/a9c8b30bcc5fbd32e23b12f980f4a35c1537.pdf

2- O, se esistono, quantomeno, non agiscono.

3- Confesso che la prima lettura di quell’articolo di Le Scienze mi lasciò felice, enstusiasta, affascinato. La seconda mi sembrò rivelare alcuni limiti del testo e la terza restrinse il dominio della mia contentezza alla sola notizia del risultato sperimentale, lasciandomi alquanto tiepido circa il modo in cui l’esperimento veniva descritto. Il paragone con una qualsiasi conferenza di un qualsiasi grande luminare invitato a dire la sua su un argomento X è stato immediato. Un certo “principio di autorità”, complice il fascino del tema trattato, fa sì che spesso non ci si renda conto di ciò che davvero sta avvenendo davanti ai nostri occhi. Alla fine del suo intervento saremo tutti convinti di aver visto/sentito la migliore spiegazione possibile, ma se riuscissimo a rivedere la registrazione di quell’intervento, potremmo forse scoprire quanto alle volte, nel caso di persone reputate come “coloro i quali sanno” o “coloro i quali sanno fare”, la loro fama ci spinga a sopravvalutare il loro operato. Spesso, diciamocelo pure, “compriamo” solo la marca o il contenitore senza capire del tutto se davvero gradiamo il contenuto. Sarà forse un problema di traduzione (ne dubito) dall’inglese all’italiano, sarà forse un problema dovuto al fatto che l’aver studiato meccanica quantistica all’università non fa certo di me un esperto della materia e, soprattutto, dei suoi sviluppi più di frontiera (lo temo), ma l’articolo ora mi risulta carente in alcuni aspetti comunicativi, oltreché in altri più tecnici e mi riservo di parlarne con qualcuno che possiede maggiori conoscenze del sottoscritto così da comprendere dove si nasconde ciò che da qualche parte, in me o in quel testo, manca. Quale che sia il reale motivo della mia perpessità, per una spiegazione esaustiva del problema fisico rimando ovviamente alla lettura di testi tecnici, ma soprattutto consiglio di affrontarne altri capaci di mettere in risalto, in modo chiaro e circostanziato, l’entità della questione senza affrontare troppi tecnicisimi che possono “distrarre” chi non ha dimistichezza con il formalismo fisico. Ad esempio, trovo molto bello il secondo capitolo del Zeilinger Il velo di Einstein pubblicato tra i saggi Einaudi. Se poi l’articolo di Le scienze lascia anche voi un po’ insoddisfatti, vi consiglio di dare un’occhiata all’articolo di ricerca vero e proprio che trovate qui.

4- Si tratta di due pagine tratte da due differenti fumetti di Squid Zoup pubblicati in questo blog: la prima è tratta da Signal / Noise, l’altra da How deep is your world?