L’armonica di Turing: uno strumento universale

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Autopsia di Dio

Ha un nastro lungo, molto lungo; praticamente infinito e monotonamente suddiviso in caselle quadrate, perlo più vuote, tutte uguali. In effetti, pur immaginandolo infinito, a sinistra se ne può vedere il margine. Là c’è una casella, la numero 1, e tutte le altre alla sua destra proseguono senza sosta, dalla 2 a quelle con numeri sempre più alti che via via si perdono all’orizzonte destro: un mondo vergine, da riempire con ciò che vi pare; anzi, no: per farlo potrete usare solo i simboli appartenenti a un alfabeto fatto di pochi, numerabili elementi (per mettere in evidenza il contrasto con l’infinità del numero delle caselle, potremmo dirlo un “alfabeto finito”).

Una testina, il cui funzionamento non è meglio precisato, “annusa” il nastro, lo scansiona; lo legge, pigra, una casella alla volta. La sua consapevolezza, la consapevolezza dell’intera “macchina”, non va oltre quella casella la quale gode di tutta l’attenzione possibile da parte della testina che vuole solo essere sicura di fare le cose per bene, senza prendere decisioni affrettate.

La testina quindi scansiona la casella alla ricerca di un segno, dopodiché confronta la sua lettura con la sua “etica meccanica”, il “codice di comportamento” che le hanno inculcato e che le impone di fare così e cosà se in quell’istante, in quella casella, ha letto quel dato simbolo appartenente al ristretto alfabeto composto dagli elementi ammessi e solo quelli. La sua infallibile etica gli spiega volta per volta cosa dire e cosa non dire, come correggere il già detto e, in alcuni casi, finanche come evitare di fare qualunque azione.

Il codice di cui si serve questa piccola e semplice unità pensante è composto da un elenco di regole di transizione che contemplano tutte le possibili letture (input) prevedendo per ognuna di esse una azione (output) che l’unità pensante dovrà far eseguire alla macchina: se in un certo stato la testina legge un particolare elemento, la macchina prevede che la testina faccia un’azione ben precisa tratta da un campionario limitato e non ambiguo di comportamenti ammessi che le sono stati “spiegati” dal programmatore. Potrebbe quindi scrivere, cancellare, riscrivere, lasciare vuota una casella che non conteneva nulla, spostarsi di una casella a destra, a sinistra o rimanere lì dove già si trova.

Questa a grandi linee è la famosa Macchina di Turing (MdT), un dispositivo ideale virtualmente capace, se solo si ha la pazienza di attendere tutto il tempo che prenderà il processo, che potrebbe essere anche molto lungo, per eseguire qualsiasi azione meccanica codificabile in una serie di azioni precise e finalizzate a fare qualcosa.

L’ideatore di questa macchina universale fu il famoso matematico inglese Alan Turing che ne parlò per la prima volta nel 1937 in un articolo dal titolo On Computable Numbers, with an Application to the Entscheidungsproblem.

In seguito, grazie alla sua decodifica dei codici segreti generati con la macchina Enigma ed usati dai tedeschi per criptare i dispacci contenenti i loro piani segreti di attacco, Turing ci consentì di vincere la seconda guerra mondiale, una circostanza da poco ricordata nel film The imitation game.

Ci sono varie versioni e definizioni di questa semplice macchina, tutte molto simili tra loro e tutte in grado di schematizzare i comportamenti dei moderni computer. Capire il suo funzionamento garantisce di poter comprendere quale sia la logica di base di tutti i dispositivi informatici che usiamo nella nostra quotidianità: quasi una confema di quel motto che affermava “se sai guidare la 500, sai portare anche la Mercedes”…

Per quanto detto fin’ora, una macchina del genere – capace com’è di schematizzare il funzionamento di tutti gli automi più o meno complicati che si stanno progressivamente impadronendo della nostra vita semplificandola, ma anche stimolando domande preoccupate su quello che sarà il futuro del genere umano posto di fronte a suoi simili di silicio – rappresenta il computer più semplice che esista.

Proprio per la sua capacità di rappresentare il comportamento dei moderni computer che proprio da essa derivano, si presta molto bene a esemplificare pure alcuni nostri meccanismi mentali ai quali, si sa, si ispira tutta la ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale. E tra questi meccanismi ci sono anche quelli che generano musica, ovviamente.

Spiegare a un robot come suonare uno strumento è una delle tante scommesse con le quali da tempo ingegneri elettronici e informatici si stanno misurando, ottenendo risultati molto interessanti e dal momento che, se mai riusciremo a crearla, quella basata sul silicio è a tutti gli effetti una forma di vita aliena, questa ricerca rende più pressante e bisognoso di risposte un quesito che da sempre mi assilla e che, temo, rimarrà inevaso: come cambierebbe il nostro concetto di musica, anzi, come cambierebbe la stessa musica (intendendo con questo sostantivo soprattutto la sua composizione e non solo l’esecuzione), se a pensarla fossero esseri dotati non di dieci ma di venti dita? E se ne avessero 30? E se ne avessero… n con n maggiore di un qualsiasi numero grande a piacere?

Non essendoci validi motivi per supporre che il numero di quelle appendici… digitali debba essere per forza 5 per mano (ma nemmeno 10, 15, …), credo convenga prendere in considerazione qualcosa che possa rendere i nostri ragionamenti più universali. Questa esigenza di universalità rende il numero uno di sicuro più probabile, cosmico, necessario di qualsiasi altro: l’uso di diverse dita ovviamente parallelizza un processo che governa il singolo dito e parlare della musica che può essere composta ed eseguita usandone uno solo, fa assumere a queste mie considerazioni un vago carattere di postulato capace di farmi apprezzare certa musica monodica ancor di più di quanto io già non la ami.

In tal senso, mi sento chiamato in causa due volte dai miei stessi pensieri: sì perché, non so se ve ne siete resi conto, io suono uno strumento che, a dispetto del nome “armonica” che richiama alla mente sovrapposizioni di suoni a distanze tali da poter fornire tutte le combinazioni accordali più note della musica occidentale, è principalmente uno strumento solista monodico, appunto.

Ma i motivi di orgoglio monodico-matematico non finiscono certo qui.

A rendermi ancora più tronfio nel mio limite c’è una piccola intuizione, oramai un ricordo, che mi ha stimolato a scrivere questo articolo: doveva essere il 1990 o al più il ’91. All’epoca ero studente di Fisica con indirizzo Astrofisico all’Università di Arcavacata di Rende (di lì a poco avrei deciso di partire per andare a studiare Astronomia a Padova) e avevo deciso di seguire, tra gli altri, due corsi complementari intitolati T.A.C. e T.A.M.C., acronimi che stavano per Teoria degli Algoritmi e della Calcolabilità e Teoria e Applicazione delle Macchine Calcolatrici, entrambi tenuti dal professore Salvatore Di Gregorio1.

Il primo era un corso sui linguaggi formali, le grammatiche generative, le reti neurali, gli automi cellulari, … Il secondo, invece, era un corso di pura programmazione in Pascal. Per sostenere l’esame relativo al primo corso, ricordo che il professore mi affidò il compito di trovare un modo per simulare tramite automi cellulari la viscosità di una colata lavica che scende lungo il fianco accidentato di un vulcano (Di Gregorio si occupava e si occupa tutt’ora di simili studi applicati alla complessa dinamica dell’Etna). Un problema che tentai di risolvere scrivendo un programma (ovviamente in Pascal) nel quale, al procedere della colata, l’automa cambiava progressivamente la dimensione delle celle rimpicciolendole e arrivando quindi in breve tempo a fermarsi a causa di una viscosità per così dire “geometrica”.

Ricordo come mi fossi anche riproposto di fare delle misure dell’evoluzione di una colata di crema (ovviamente con dentro le “scorzette” di limone) che avevo chiesto a mia madre di prepararmi “per puri scopi scientifici”.

L’idea era di misurare, per una data inclinazione di una superficie prima liscia – poteva essere uno specchio da lavare molto bene, dal momento che era mia ferma intenzione mangiare successivamente la crema come premio per la ricerca compiuta – poi accidentata (uno specchio… “incidentato”?), il comportamento della dolce colata per poi confrontarlo con quello del mio automa programmato in modo da simulare quel sistema fisico.

Speravo che questo esperimento con la colata “cremica” potesse darmi un’idea dei tempi entro i quali fare intervenire il cambio di dimensioni dell’automa per rendere più verisimile la mia simulazione. Purtroppo non ci fu il tempo di fare nulla di ciò che desideravo: l’esame arrivò presto a sconvolgermi i piani e mi limitai a mangiare la crema compiendo così uno studio diverso, ma di sicuro appagante.

All’esame, trattandosi di un corso complementare, il professore mi favorì chiedendomi un argomento a piacere. Preso in contropiede dalla sua gentilezza (mi aspettavo di poter descrivere la mia simulazione e non avevo preparato nessun altro argomento in particolare), decisi di parlare, di certo in un modo un po’ diverso da come lui si aspettava, di macchine di Turing.

All’epoca ancora andavo in giro portando con me una Chromonica 270 della Hohner (negli anni Novanta non era per nulla banale trovare armoniche di marche diverse) dentro un fodero di cuoio fatto fare su misura da un artigiano. Aveva un passante che mi consentiva di tenerlo appeso alla cintura, evitando così di distruggere le tasche dei jeans che non resistevano al ripetuto sfregare degli spigoli di quello strumento. Detto per inciso, il fodero aveva anche una tasca supplementare nella quale trovava alloggio un piccolo cacciavite utile per tentare piccole riparazioni.

Allora l’idea mi apparve così, come un atollo che a un tratto si palesa a un naufrago perso in mezzo all’oceano, e subito nuotai per raggiungerne la riva: ricordo di aver estratto l’armonica dal fodero e di aver difeso, con una certa ostentata e inventata sicumera, l’idea che alla fin fine, con tutte le approssimazioni e revisioni del concetto informatico imposte dal caso in oggetto, quella nelle mie mani non era un’armonica, trattandosi piuttosto, a tutti gli effetti (era evidente!), di una Macchina di Turing musicale. Per la cronaca, l’esame andò benissimo (poi parlai anche della simulazione…).

Cercherò qui di riprodurre la mia arringa dell’epoca perché credo possa essere interessante per vari motivi di cui parlerò in coda a questo discorso.

Da un punto di vista un po’ più formale di quello adottato all’inizio di questo articolo, possiamo schematizzare una macchina di Turing nel seguente modo:

MdT = (K, s0, Φ, Σ, β, δ)

In questa descrizione a cinque campi i vari simboli rappresentano:

K il numero di stati possibili della macchina; 

s0 è lo stato iniziale della macchina;

Φ è l’insieme dei possibili stati finali;

 Σ è l’alfabeto della macchina, quindi l’insieme dei simboli che riconoscerà sul nastro (input) e l’insieme di quelli che su di esso eventualmente scriverà (output);

β è lo spazio bianco, ovvero una casella nella quale non vi sono simboli;

δ è la funzione di transizione tra gli stati, quindi il suo codice di comportamento.

Inoltre definiamo operativamente la configurazione della MdT.

Essa si indica nel seguente modo: (q, α), ovvero dallo stato corrente e dal simbolo presente sul nastro.

Un movimento della macchina, quindi una transizione da uno stato a quello successivo sarà di conseguenza descritto da una quintupla del tipo:

δ(qi, x) -> (qi±n, y, m)

con n ≤ i

che si interpreta nel seguente modo: partendo dallo stato qi e leggendo sul nastro il simbolo x appartenente al vocabolario Σ, la macchina decide, servendosi della funzione di transizione δ, che all’istante successivo si troverà nello stato qi±n in corrispondenza del quale scriverà il simbolo y e starà ferma o si sposterà di una casella a destra o a sinistra così come indicato da m, una variabile che può prendere i valori R, destra, “stai” e L, sinistra.

Le differenze tra il caso formalmente corretto e quello concreto costituito dalla Chromonica 270 (continuo a parlare di questo modello dal momento che ha i fori quadrati e non tondi come le Suzuki che ora, da endorser, uso) sono evidenti: innanzitutto il “nastro” che di certo non è cartaceo, né tantomeno infinito.

Il “mondo” musicale iniziato a sinistra con il foro uno termina infatti solo undici fori più in là, verso destra, ma questo di sicuro non va a diminuire le possibili combinazioni espressive ottenibili suonandola. Nutro comunque grande fiducia nel futuro: da tanto oramai uso armoniche con sedici fori e so di un modello da poco messo in commercio che ne conta addirittura venti.

Infinito, trema: noi armonicisti ti stiamo raggiungendo!

All’interno dei fori-caselle del nastro-imboccatura non è certo possibile scrivere alcunché. Numeri stampigliati sopra la cover superiore a parte, dobbiamo immaginare che dentro i fori quadrati vi siano incluse le iniziali con le quali nei paesi anglosassoni si indicano le note, ovvero l’alfabeto dell’Armonica di Turing, AdT: C, C#, D, D#, E, F, F#, G, G#, A, A#, B. Se fosse possibile trattare l’imboccatura (o “bocchiera”) come un vero nastro cartaceo, nei fori troveremmo le seguenti stringhe di simboli:

Schermata 2019-09-09 alle 11.10.15Gli stati differenti della nostra AdT saranno almeno sei:

1) Soffiato;

2) Aspirato;

3) Soffiato con il Registro premuto;

4) Aspirato con il Registro premuto;

5) Soffiato con il Registro a metà corsa;

6) Aspirato con il registro a metà corsa.

Dico “almeno” perché, a voler complicare le cose, potremmo includere le posizioni del corpo e delle mani, le diverse inclinazioni dell’armonica rispetto al piano contenente enrambe le labbra; suggerimenti circa quale tecnica di emissione tra il puckering o il tongue-blocking usare in un determinato passaggio, …

La funzione di transizione è data in questo caso dalla melodia immaginata dal musicista o dallo spartito. In entrambi i casi, è quella melodia scritta o immaginata a imporre di muoversi attraverso lo strumento per andare a selezionare sequenzialmente, nel tempo, le note da suonare.

Ciò che quindi accade sul nastro è che la “testina” (ovviamente questa non vuole essere una offesa rivolta all’armonicista) che, ad esempio, apprende la funzione di transizione leggendola sullo spartito, “acquisisce” la nota “segnata” nel foro sul quale si trova in quel dato istante e la confronta con quella che la funzione gli impone di suonare. Se non è quella, si sposterà di un foro alla volta (anche nei “salti” più lunghi si passa sempre sui singoli fori…) a destra o a sinistra e una volta “acquisita” la nota cercata in una particolare casella-foro, invece di scrivere come farebbe una MdT, la testina suonerà l’AdT in accordo con lo stato indicato.

Come è ovvio che sia, il discorso sin qui sviluppato può essere pensato anche in relazione alle altre tipologie di armoniche come la diatonica che avrebbe dei campi specifici per le note da ottenere con il bending, la tremolo, la accordi, la bassi. Per quest’ultima il discorso sin qui sviluppato è addirittura più valido che per le altre in quanto in questa tipologia di strumento vi è una sola nota per foro.

Oltre a essere stata per me un’occasione per compiere un mio viaggio a ritroso nel tempo, un vero e proprio Amarcord domenicale, il discorso sin qui sviluppato potrebbe consentire davvero di spiegare a un automa come suonare l’armonica ma, al di là di questa applicazione per il momento, ma ancora per poco, definibile fantascientifica, credo che la maggiore utilità, se ve ne è una, di questa matematizzazione del suonare sia un’altra: ne approfitto per proporre qui una mia idea circa una possibile scrittura per armonica – da sempre un problema che, non essedovi una via “canonica”, tutti risolvono in modi diversi – che ritengo possa risultare più precisa di altre.

Parlo dell’uso di un vettore colonna che, posto al di sotto della nota segnata sullo spartito, spieghi nel dettaglio lo stato dell’automa (testina + nastro = armonicista + strumento), ovvero tutto ciò che deve essere fatto per suonare correttamente la nota lì indicata. In effetti, potrebbe trattarsi di un modo di scrivere la musica utile per tutti gli strumenti ma, come già detto, preferisco qui riferirmi all’armonica, strumento che conosco meglio e che strutturalmente credo regga molto bene il confronto con una MdT.

In questo vettore potrebbero esservi vari campi. Più ve ne sono, meglio viene definita l’esecuzione della nota, anche se eccedere con il loro uso potrebbe inficiarne la leggibilità.

I campi essenziali per una cromatica potrebbero essere i seguenti:

Schermata 2019-09-09 alle 11.10.28

Un vettore nel quale:

N indica il numero del foro;

-S/A indica se la nota deve essere soffiata o aspirata;

-In/Out/Half è un’istruzione che dice quale debba essere la posizione del registro;

-R/L suggerisce, nel caso di un passaggio in cui risulta più opportuno usare il Tongue–Shifting se la nota va suonata usando il lato destro (Right) o sinistro (Left) della lingua;

-P/T sta per “puckering” o per “Tongue-blocking”, ecc…

-E sta per “Espressione”, un campo che potrebbe assumere i valori f, ff, fff, p, pp, ppp, …

Ad esempio, con il vettore colonna seguente:

Schermata 2019-09-09 alle 11.10.39

si comanda al musicista di posizionare la bocca sul terzo foro (3) e di soffiare (S) forte (f) senza premere il Registro (O) usando il Tongue-Blocking (T) classico, ovvero con l’aria che transita nello spazio lasciato libero a destra (R) della lingua e a sinistra del margine destro della bocca.

Ovvio che, nel caso in cui il quarto campo dovesse essere una P, parametro che suggerisce di suonare quella particolare nota privilegiando la tecnica del Puckering, non avrà senso usare il quinto campo R/L in quanto il foro ricavato col solo stringere le labbra sarà centrale.

Per coloro i quali proprio non vogliono imparare a leggere la musica, questo modo di annotare l’intero “calcolo” della AdT da sviluppare per suonare un brano, presenterebbe rispetto alla “tablatura” il vantaggio di dare non solo indicazioni circa l’intensità espressiva da usare in un certo passaggio, ma anche la durata della singola nota, della quale non viene più data una descrizione grafica, preferendone una numerica: semibrevi, minime, crome, semicrome, biscrome, semibiscrome, verrebbero usate non più come segni per alcuni difficili da interpretare, ma esplicitandone il valore numerico all’interno del vettore colonna che potrebbe così prendere la forma:

Schermata 2019-09-09 alle 11.10.48

con l’aggiunta del simbolo t che indica la durata temporale della nota e che, come è noto, potrebbe prendere i seguenti valori: 4/4, 2/4, ¼, 1/8, 1/16, 1/32/, 1/64 o quelli puntati come, ad esempio, ¼ + 1/8.

Questa notazione consentirebbe a chiunque di affrontare seriamente lo studio della musica mediante l’uso del metronomo, con l’ulteriore vantaggio che un qualsiasi brano  diverrebbe rappresentabile mediante una matrice m x n con n pari al numero totale di note che compongono la melodia ed m pari al numero di campi scelti per rappresentare la singola nota: campi che, al mutare delle esigenze, non dovrebbero necessariamente essere sempre uguali.

Proprio per questo, così come si fa per le alterazioni in chiave o altre indicazioni che rimarranno pressocché immutate fino alla fine della sua esecuzione, andrebbero dichiarati a inizio brano.

L’uso di tali vettori colonna potrebbe tornare utile anche a chi pur  conoscendo già la conosce e pur sapendo leggere uno spartito, senta la necessità di annotare aspetti interpretativi che normalmente richiedono annotazioni spesso astruse. Il vettore è per sua stessa natura un oggetto flessibile che si presta quindi a tutti gli usi intermedi tra una pura notazione classica e una notazione nella quale si adotti esclusivamente una modalità di scrittura vettoriale come, ad esempio, quella che propongo nell’esempio che segue.

Volendo applicare il metodo che sto proponendo a un tema semplice e noto, ho scelto il motivetto intitolato, almeno credo, Fra’ Martino Campanaro. La tonalità che ho scelto è quella di Fa che mi serve per dare compendiare un po’ di stati possibili (note soffiate, aspirate, aspirate con il registro premuto) pensata per un armonicista che suoni usando il puckering.

I campi che indicherò nella matrice sono i seguenti:

Schermata 2019-09-09 alle 11.30.38

Ed ecco la trascrizione del brano:

Schermata 2019-09-09 alle 11.30.44Data la struttura dell’armonica cromatica e la classica disposizione delle note al suo interno, faccio notare come verrebbe molto facile indicare una “diteggiatura” diversa delle note. Ad esempio, di seguito ecco una alternativa alla seconda matrice:

Schermata 2019-09-09 alle 11.11.12Versioni più povere di campi, se poste al di sotto di una nota scritta sul pentagramma, potrebbero comunque aiutare a compendiare tutte quelle informazioni che, in aggiunta a quelle già espresse dalla forma della nota e dalla sua posizione, servono a capire come prenderla sullo strumento, come intenderne l’interpretazione, quale intensità darle, …

Immagino qualcuno obietterà che la lettura di un vettore del genere non possa essere così veloce come quella offerta da un pentagramma, ma credo si tratti solo di una questione di abitudine. In fondo, dopo aver riconosciuto la posizione di una nota su un particolare rigo o in uno spazio e avere trasformato questa informazione grafica in un nome, quindi in una altezza, il nostro cervello prosegue decodificandone, tramite la forma del segno sullo spartito, la sua durata convertendola da valore grafico a valore numerico.

Una volta identificata la nota e la sua durata, il nostro occhio-testina legge tutta una serie di altre indicazioni poste al di sopra e al di sotto di essa e messe lì per aiutarci a capire le reali intenzioni del compositore o dell’arrangiatore che in quel tal punto richiedono quando lo staccato, quando il legato o chissà cos’altro ancora.

Esplicitare l’altezza e il valore numerico della durata di una nota e parametrizzare quante più informazioni possibili potrebbe tradursi in un risparmio di qualche tipo (tempo, fatica mentale, stress, …) e sospetto che a lungo andare offrirebbe vantaggi superiori in quanto a precisione sia nella scrittura che nell’interpretazione di un brano.

Inoltre ci avvicinerebbero alla stessa logica che – lo dico senza saperlo per certo, ma supponendolo per motivi che hanno a che fare con quanto detto circa i processi descrivibili con la macchina ideale di Turing – usa il computer nel compilare le richieste che gli facciamo pervenire quando scriviamo uno spartito con un qualsiasi editor musicale.

Ricordo fin dai tempi del ginnasio che le favole di Esopo terminavano tutte con la frase O mutos deloi oti …, ovvero la favola insegna che… Volendo a tutti i costi trovare una morale o, meglio, una sintesi, un messaggio da comunicare a valle di queste considerazioni, direi che potrebbe trattarsi del seguente: i paragoni attuati tra il mondo della musica suonata con l’AdT e il mondo dell’automazione sembrano dirci che prima di fare, di essere o di ritenerci “artisti”, dobbiamo dedicare una fase anche molto lunga della nostra esistenza a diventare dei diligentissimi automi alle prese con il problema di rendere puliti, precisi, veloci (praticamente degli… automatismi) determinati gesti e azioni da compiere con lo strumento.

Una volta immagazzinata bene l’informazione tecnica, un obiettivo che richiede anni e anni di studio “da automa”, si può passare a tentare di fare arte, qualsiasi cosa questo voglia dire.

Abbiamo in casa “grandi artisti” e grandi maestri cui ispirarci: il tostapane, il frullatore, la sveglia, …, il computer: strumenti capaci, in assenza di guasti, di fare e rifare la stessa performance con immutato vigore e precisione. Quale migliore esempio cui ispirarsi per raggiungere l’obiettivo di poter dire di conoscere un brano?

Mi ricordo che tanti anni fa, un docente di informatica, parlando di come affidiamo all’elaboratore elettronico il compito di effettuare procedure di calcolo per noi lunghe, tediose, insidiose, difficili, …, definì questa macchina “uno scemo veloce”.

Credo proprio che il lavoro tecnico da compiere sullo strumento ci renda o si vorrebbe che ci rendesse, se non proprio uguali, molto simili a degli “scemi veloci”. Conosco persone che, pur non brillando per particolari doti cognitive, sul loro strumento musicale riescono a riprodurre alla perfezione passaggi difficilissimi estrapolati da esibizioni famose dei loro artisti preferiti.

Probabilmente si tratta di arte. Probabilmente no. Caso strano, spesso capita che uno stupido capace di manifestare simili insospettabili capacità, venga più facilmente di altri indicato come “vero artista”. Sospetto che capiremo quale sia il limite fra arte e certi tipi di “alto artigianato” solo quando sapremo davvero costruire un cervello umano artificiale, un obiettivo ambizioso che non può prescindere dalla comprensione di cosa sia anche quella che chiamiamo intelligenza emotiva.

Qualcuno di sicuro obietterà che però noi umani non siamo dei robot, che i nostri cervelli non sono certo artificiali, che noi abbiamo un’anima, ecc. Tutte obiezioni che un riduzionista sfegatato come chi scrive si sente da sempre ripetere, quasi si tratti di un mantra ritenuto necessario e capace di scongiurare il pericolo di perdere la nostra umanità.

A parte il fatto che la ripetitività di queste pseudo-obiezioni sortisce proprio l’effetto di farmi apparire chi le muove un computer portatile nel quale è stato installato uno dei software più diffusi, quello che va sotto il nome multiforme di “comune buon senso”, personalmente sono convinto che l’animale uomo sia sì una macchina estremamente complessa, interessante, creativa, dotata di una coscienza di sé, … ma pur sempre una macchina.

La meccanica applicata degli ortopedici, l’idraulica dei pneumologi, degli angiologi e dei cardiologi, l’ottica degli oculisti, … sono tutte discipline alle quali ci affidiamo e che, lo sappiamo bene, aspirano a comprendere il funzionamento di singoli settori del nostro corpo supponendo che sia sempre possibile trovare l’incastro con gli altri settori per andare a ricostruire il complesso del nostro corpo intero (la mappa potrebbe essere il territorio, se solo la mappa fosse di dimensioni 1:1…).

Ci affidiamo a loro esattamente come affidiamo la nostra automobile all’elettrauto, al carrozziere, al gommista, … tradendo così la consapevolezza che le cose in fondo stanno proprio così: siamo macchine, circuiti, impianti fatti da pezzi; e, forse, proprio per questo, siamo a pezzi.

Un nuovo punto di vista

Illustrazione già pubblicata in un SISSA News, oramai defunto house-organ della S.I.S.S.A. di Trieste, rivista per la quale ho lavorato per una decina d’anni

Lelettronica di psichiatri e neurologi non credo faccia eccezione, e questo è ciò che più ci terrorizza. La possibilità di essere ridotti a circuiti o di essere pensati da qualcuno, anche solo per un istante, come macchine “senza anima”, credo sia una delle paure che, pur esistendo da sempre, si profila ogni giorno di più come lo spettro del mondo che verrà: un mondo nel quale, è evidente, condivideremo il pianeta con copie silicee di noi stessi. Copie che col passare del tempo diventano progressivamente più capaci di atteggiamenti fino a oggi ritenuti esclusivo appannaggio di noi umani.

Ieri sera ero a un concerto blues. Eravamo in tanti ad assistervi, la musica era decisamente piacevole, i musicisti davvero bravi. Per chi tra noi sapeva suonare, era facile capire quali fossero gli ingredienti fondamentali di quella alchimia instauratasi tra musicisti e pubblico. La scala giusta lì, il cromatismo là, l’accordo un po’ dissonante piazzato al punto giusto, la voce roca, da lametta che raschia, gli atteggiamenti sprezzanti e al contempo dimessi di chi conosce la vita e in parte la subisce, in parte reagisce; un certo tipo di vestiti e movenze, la vera o simulata partecipazione emotiva che traspariva dalle pieghe dei volti, ecc.

Si tratta di cose note, così tanto note che tutti ci affrettiamo a capirle, a impararle, a rifarle, ad applicarle fintanto che non scopriamo di riuscire anche a noi a usarle. A un certo punto, come per magia, dopo aver tanto provato, ecco che tutto funziona: tu sei un musicista che suona bene quel genere, che merita quel posto sul palco. D’altro canto, gli spettatori, non estranei a una analoga, lunga formazione “da pubblico”, ti tributano il loro apprezzamento con esclamazioni, gesti, rantoli, urletti, applausi, retoriche, … nella migliore tradizione di quel genere di spettacoli.

Durante il concerto di ieri, per un attimo mi è capitato di estraniarmi e ho avuto la sensazione – forse complice la mia posizione laterale rispetto alla platea e il fatto di stare in piedi – di riuscire a oggettivizzare me, gli astanti, i musicisti. Inizialmente è stato spiazzante, poi deprimente. Immediatamente dopo mi è sembrato tutto estremamente ridicolo: eravamo tutti lì, convenuti per riprodurre con tutti i suoi cliché un rito antico: uno di quelli (tanti) che ci servono per confermarci di avere un’anima, di essere “veri”, di non essere macchine, noi.

Tecniche. Non stiamo parlando di altro che di tecniche.

Belle, efficaci, capaci di darci emozioni irrinunciabili anche per il sottoscritto che gode indistintamente, come tutti, a stare sia sotto che sopra al palco. Ma se è una tecnica a generare piacere e sensazione di bellezza, mi sembra impossibile che non vi sia un retino, un contenitore sagomato in un certo modo particolare, …, un circuito mentale predisposto ad attivarsi in presenza di quei segnali così precisi da essere riproducibili.

Ovvio che il genio, colui che “ha talento”, si distinguerà dagli altri: sarà quello che, nell’usare le regole del gioco, si distinguerà per la sua abilità nel proporle, magari funanbolicamente, al momento giusto e/o in forme nuove, suggerendo così piccole e grandi variazioni del gioco2.

In ogni caso, anche il suo modo di giocare potrà essere studiato, anzi, viene studiato, per capire in cosa consista la vera magia del suo approccio all’arte. Il tocco sullo strumento, che si tratti di pennello, corda, tasto, ugola, penna, … non sarà facilmente riproducibile, ma la struttura del suo discorso artistico sì, e in molti si adopereranno per studiarlo, sviscerarlo, insegnarlo.

Perché?

Semplice, o almeno a me pare tale: perché ancora una volta si tratta di una tecnica.

Perché tutto è il frutto dell’attivazione di un processo cognitivo e imitativo riconducibile – un giorno sono sicuro che lo dimostreremo – a quello di una MdT.

Per quanto mi riguarda, pur non essendo del tutto immune a queste paure da nuovo millennio, ritengo che l’arte riconosciuta come tale, quella “capace di dare emozioni alla nostra anima”, altro non sia se non una somma incredibile di errori di lettura/trascrizione delle nostre MdT3. Errori che, a differenza di tutti gli altri, che compiamo di continuo e che sono chiaramente, irrimediabilmente errori, per qualche motivo cognitivo sono diventati graditi, riconoscibili, immagazzinabili, “ricordabili”. Se ho ragione, una volta capito il resto, anche questo, soprattutto questo potrà essere riprodotto senza grandi fatiche: le macchine impareranno da noi come sbagliare in modo da creare estasi, godimento, piacere estetico, …

In conclusione, rigardandoci come automi, a furia di “togliere la cera e mettere la cera”, potremo anche arrivare a suonare tutti Giant Steps senza problemi. Facciamolo ora, finché siamo in tempo: approfittiamo di questo momento storico perché la nostra segreteria telefonica ancora non si è accorta di quanto, secondo i nostri stessi canoni di bellezza, potrebbe farlo meglio di noi. Canoni che un giorno, ne sono sicuro, sapremo scrivere sottoforma di matrici numeriche.

Quel giorno finalmente capirò come può essere la musica pensata, composta e infine suonata da esseri che hanno un numero di dita di molto superiore a cinque.

SZ

 

1 – http://www.fis.unical.it/news.php?nid=1798#.XXYeqyVS_OQ

2 – So che viene difficile credere che ciò che dico sia possibile, specie pensando alla musica di Chopin, di Beethoven, … agli affreschi di Michelangelo, ecc. Eppure, se penso alla rappresentazione di un oggetto o a quella di uno nostro stato interiore, non posso che far risalire le loro opere a meravigliose deviazioni da quella che dovrebbe essere la “vera” rappresentazione che, pur se possibile, non sarà mai la nostra rappresentazione. Qualsiasi artista non fa altro che introdurre un proprio “bias” che risulta essere la sua cifra artistica, il suo tratto, il suo tocco particolare che, per quanto detto, credo possa essere fatto risalire solo alla fortunata propagazione di un errore all’interno dei circuiti del nostro elaboratore mentale.

3- Ne ho già parlato in un mio articolo intitolato … e tornammo a riascoltar le stelle, pubblicato nel numero 3 del trimstrale Il Giornale di Astronomia, House-Organ della Società Italiana di Astronomia (SAIt), uscito nel Settembre 2013.

Quattro minuscoli buchi neri a pochi chilometri dalla Terra

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Quando sono stati scoperti “nella radio”, avevano una dimensione di 3,4 mm ed erano tutti e quattro costretti a condividere uno spazio di appena 34,6 x 9,7 x 12,8 mm.

Nonostante la grande prossimità tra loro (solo 2,4 mm di separazione tra l’uno e l’altro) da farli quasi sembrare un particolare di un tipico “Concetto spaziale”1 di Fontana2, essi non collassarono mai in un unico buco nero più grande, né generarono un’onda gravitazionale: in fondo, la massa di tutto il sistema non era che di 18.1 grammi… Con simili numeri, non era certo il caso di scomodare la relatività generale!

Piccola divagazione: attirare l’attenzione dei lettori, si sa, non è cosa banale.

Il titolo di un articolo, di un libro, di un film, … è di solito lo strumento principe per tentare di farlo: deve colpire il lettore promettendo ciò che probabilmente non verrà mai dato, ottenendo però che nel frattempo il malcapitato si avventuri nella lettura del primo capoverso: nell’epoca di Twitter, già questo costituisce un ottimo risultato…

Ecco perché mi trovo a chiedere scusa a te che, sapendomi astronomo, hai pensato (forse addirittura temuto) di trovare in questo articolo lo scoop circa l’esistenza di ben quattro oggetti stellari collassati e capitati nottetempo, non si sa come e in perfetto stile Interstellar3, 4, nei dintorni del nostro pianeta.

Mi sento di poterti tranquillizzare: la tua settimana non verrà turbata da proclami allarmistici e allarmati. Lo so: alcuni confidano proprio nel brivido fantascientifico che solo certe notizie possono donare, ma a mia discolpa confesserò che non ho mentito del tutto: nelle righe che seguono, parlerò davvero di quattro minuscoli forellini bui che si sono trovati a transitare nello spazio a poca distanza dalle nostre teste!

E non a caso ho deciso di farlo solo ora: questo articolo, oltre a celebrare ciò che presto scoprirete, serve anche a dare un contributo, spero un po’ diverso da tutti gli altri, alla grande narrazione dell’allunaggio di cui sabato prossimo festeggeremo il cinquantesimo anniversario.

Un allunaggio a lungo desiderato, preparato e ottenuto tramite diversi passi e numerose missioni durante le quali le nuove tecnologie che venivano via via messe a punto con quell’obiettivo, venivano sottoposte alla prova del buio oltre la siepe della nostra atmosfera.

Quindi, come si diceva, niente onda gravitazionale ottenuta dal collasso di buchi neri vicini.

Eppure di onde – anche se banalmente si trattava solo di onde sonore – quei quattro buchini neri il 6 Dicembre del 1965 ne hanno generate parecchie, e tutte molto piacevoli.

Infatti alcune delle otto piccole (9 mm di lunghezza) ance di ottone in essi alloggiate il 16 Dicembre del 1965 vibrarono nell’aria della capsula della missione Gemini VI5 per costruire il noto motivo Jingle Bell.

Sì, perché i quattro buchi neri altro non erano se non i fori di una Little Lady6, 7, una 4179AAMTXULpocket harmonica della Hohner che, come mi è stato riferito da Martin Häffner del German Harmonica Museum8, fu lanciata sul mercato nel 1923 e che nel tempo, unitamente all’astuccio che la conteneva, negli anni ha subito diversi cambiamenti estetici9.

Tra l’altro, lo stesso Häffner ha tenuto ad anticiparmi che per festeggiare i cento anni dalla creazione di questo fortunato modello tra i più piccoli mai costruiti10, 11, la Hohner ha intenzione di allestire presto, immagino nella sede di Trossingen, una mostra a esso dedicata.

Tornando ai buchini neri, una Little Lady all’epoca fu portata clandestinamente in orbita dall’astronauta Walter Shirra12, 13 nella missione Gemini VI. Si era in periodo prenatalizio e, accompagnato dai sonaglini14 suonati dall’astronauta Tom Stafford, Schirra, che era notoriamente un mattacchione, fece una serenata alla Terra suonando il celebre motivo natalizio15.

Come lo stesso Shirra riferì una volta rientrato sul nostro pianeta:

I started fooling around with the harmonica as a boy. Just a couple of the people at NASA knew that I planned on taking a harmonica with me. It was pretty close to Christmas, so I played “Jingle Bell”. It came out quite well. People all over the world sent me harmonicas. They put me in the Atlanta musicians’ union.16

Del resto, voce a parte, a causa di problemi di peso e spazio, all’epoca non era proprio consentito portare in orbita strumenti musicali: le norme molto rigide che dai primordi dell’astronautica regolamentano il trasporto dei cosiddetti “effetti personali” a bordo di una navicella spaziale, non erano state certo elaborate per motivi morali o estetici (anche se – Schirra lo sapeva bene – un’ armonica, per quanto piccola, non sarebbe di sicuro passata ai controlli…).

Piuttosto esse avevano e tutt’ora hanno a che fare con la sicurezza a bordo e con il bruto calcolo, non proprio banale17, di quanto peso in più dello stretto necessario è consentito all’equipaggio imbarcare su un razzo con dimensioni e peso dati e dotato di motori di una potenza adeguata ma comunque limitata.

Tornando al Jingle Bell di Schirra, credo valga la pena

sottolineare che, dopo aver udito quel “messaggio extraterrestre”, circa 40 milioni di americani hanno tentato di suonare l’armonica. Oggi forse definiremmo quell’astronauta un “influencer” che, se avesse avuto a disposizione i social, avrebbe diffuso il verbo armonicistico non solo urbi (il territorio statunitense), ma soprattutto orbi.

Quel messaggio da fuori l’atmosfera mi fa andare con la memoria a quell’altro di solito indicato usando l’acronimo LGM (Little Green Man): un segnale pulsato estremamente regolare e per questo capace di far sorgere il sospetto che a emetterlo nel tentativo di comunicare con noi fosse stato un “piccolo omino verde”, ovvero un alieno secondo una certa iconografia in voga negli anni ’60 e mai del tutto tramontata.

Jocelynn Burnell fu l’astrofisica che nel ’67  riconobbe per prima il tracciato radio di quel segnale e che, dopo aver ipotizzato che si trattasse di un tentativo di comunicare con noi terrestri a opera di un nostro coinquilino cosmico, lo interpretò in modo corretto, ovvero come la prima prova dell’esistenza delle radiopulsar18.Jocelyn Bell

La Bell aveva immaginato un omino verde, invece Tom Stafford, collega di missione di Schirra, prima che quest’ultimo si lanciasse nell’esecuzione in tongue blocking19 di Jingle Bells, fece intendere di avere avvistato un UFO, letteralmente un “oggetto volante non identificato”, la cui vera identità fu svelata proprio dall’ascolto del celebre motivetto: nelle loro intenzioni doveva trattarsi addirittura di Babbo Natale a bordo della sua slitta trainata da renne (!). Insomma, non certo un omino verde, bensì un omone vestito di rosso.

Più precisamente, le parole di Stafford furono:

We have an object, looks like a satellite going from north to south, probably in polar orbit….very low, looks like he might be going to re-enter soon….Standby one, you might just let me try to pick up that thing.

MuHa Weltall Münchner Abenzeitung 1965_12_17Val la pena qui ricordare che quel Jingle Bell fu il primo brano di musica suonato ”live” fuori dall’atmosfera del nostro pianeta. Questo implica che la Little Lady detiene il primato assoluto di primo strumento ad essere stato suonato nello spazio. Un primato che, come mi ha segnalato Roger Trobridge, grande armonicista britannico ed esperto di storia del nostro strumento, ha spinto la Hohner a commemorare l’esibizione di Schirra con una edizione speciale della Little Lady20.

Da allora non so quanti altri esperimenti musicali siano stati condotti in orbita. Ricordo che di recente ha avuto un enorme successo mediatico la bella performance dell’astronauta canadese Chris Hadfield che si è fatto riprendere mentre, accompagnandosi con una chitarra, dopo cinque mesi di permanenza nello spazio, diceva addio alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) cantando Space Oddity di David Bowie21. Come giustamente Hadfield fa notare22:

When you’re a long way from home — when you have left the planet — it’s really important not just to take care of all of the technical stuff, but also to take care of the people.

Un’affermazione che fa capire come, rispetto ai tempi pionieristici di Schirra e Stafford (i due, non dimentichiamolo, dovettero tenere nascoste alla NASA le loro intenzioni musicali fino al momento in  cui si esibirono via radio), oggi vi sia una normale inversione di tendenza negli ambienti che si occupano di ricerca aerospaziale.

Le oramai lunghe permanenze degli equipaggi in orbita, nonché un certo bisogno degli enti di ricerca di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica così da rendere più accettabili le ingenti spese che quel genere di ricerche implicano, fanno sì che fare video, foto, musica fuori dall’atmosfera sia attualmente ritenuto una fondamentale forma di rispetto per il morale e la sensibilità degli astronauti e di quanti rimangono qui al suolo tenendo lo sguardo al cielo.

Inoltre, dal confronto dei due casi Schirra-Stafford e Hadfield, si può evincere che la quantità di “effetti personali” imbarcabili su un vettore è nel tempo cambiata in proporzione all’aumento di potenza dei motori e all’aumento di spazio disponibile pro-capite: se il cosiddetto PPK (Personal Preference Kit) per Schirra & Co. si riduceva al contenuto di un sacchetto23, 24, nei decenni esso è cresciuto fino a consentire finanche il trasporto di una chitarra (!)25.

Nel tentativo di scoprire di più circa la storia e la produzione di quel piccolo gioiello di meccanica che è la Little Lady (che ribattezerei come l’ “armonica delle sfere”), quella “singolarità” nel mondo degli strumenti musicali, vera protagonista di questo articolo e minimo comune multiplo fra tutte le vicende qui raccontate, ho consultato molto di ciò che di disponibile vi è in rete e sui libri che sono riuscito a reperire.

2012-08 pmccartneyHo così scoperto che molti divi come ad esempio Paul Mc Cartney e Cate Blanchett si sono divertiti a farsi ritrarre con questa armonichina tra le labbra.

Tra i libri consultati, non è possibile non citare la meritatamente nota Encyclopedia of the harmonica26 di Pete Krampert grazie alla quale sono venuto a sapere che questo strumentino è all’origine della passione per l’armonica finanche del grande Stevie Wonder il quale, ricevutala in regalo, dopo averla suonata per un po’, è rapidamente passato alla cromatica con esiti ben noti a tutti.

In generale, però, ho scoperto che la storia dei singoli modelli spesso rimane sconosciuta anche agli addetti ai lavori. Di sicuro vi saranno archivi nei quali giacciono tutte le informazioni che potrebbero interessare per condurre una ricerca storica degna di questo nome, ma la cosa non sembra essere una priorità nemmeno dei costruttori.

Il già citato Gerhard Müller, Product Manager del settore armoniche della Hohner mi ha comunque assicurato che:

Tutte le parti come il pettine di legno (legno di pero), le piastre porta-ance in ottone, le ance in ottone e le piastre di copertura in acciaio inossidabile vengono prodotte a mano da personale qualificato. Questo significa che nella produzione di questo strumento non vengono utilizzate macchine controllate automaticamente. La Little Lady viene venduta in oltre 80 paesi in tutto il mondo.

Bild 10 Hohner and Hollywood 1923

Bild 10 Hohner and Hollywood 1923. Source: German harmonica and accordion museum

Confesso che, quando ho deciso di iniziare questa piccola ricerca, nutrivo anche la speranza di reperire eventuali disegni originali, notizie sull’ingegnere che l’ha ideata e progettata, nonché altri documenti utili a delineare meglio la storia di questo piccolo strumento, ma pare che nulla di tutto ciò sia di facile reperibilità ad eccezione di due documenti (li trovate qui di fianco) davvero interessanti che mi sono stati forniti da Martin Häffner (anche lui già citato in precedenza).

Da essi si può evincere ciò che è stato già anticipato, ovvero che nel 1923 lo strumento di sicuro esisteva e che nel 1978 ha subito alcune variazioni nell’aspetto esteriore.

1978-10

Source: German harmonica and accordion museum”.

Se da un lato non è stato possibile sapere alcunché sull’oscuro ideatore di questo piccolo modello di armonica, dall’altro è stato davvero facile reperire materiale circa il nostro “collega”, l’astronauta-armonicista Schirra27.

In particolare, leggendo il bel libro La stoffa giusta di Tom Wolfe28, di informazioni su questo personaggio, vero protagonista dell’era pre-allunaggio, ne ho trovate decisamente tante.

Nel libro il nostro eroe ricorre spesso con la sua incredibile capacità di pilotare pericolosissimi prototipi mantenendo sempre una assoluta freddezza e un autocontrollo quasi disumani, per poi, di contro, diventare decisamente umano nella vita di tutti i giorni. Eccone un primo variopinto ritratto che ne delinea l’autore del libro:

 

Shirra, a trentacinque anni, aveva eccezionali precedenti in combattimento ed era il genere di persona che in tutta evidenza stava ottenendo successo in Marina. Si era diplomato all’Accademia navale e sua moglie Jo era la figliastra dell’ammiraglio James Holloway, che fu al comando del teatro bellico del Pacifico durante la Seconda guerra mondiale. Wally Schirra aveva preso parte a novanta missioni di guerra in Corea e abbattuto due Mig. Era stato scelto per il collaudo iniziale del missile aria-aria Sidewinder a China Lake, in Califronia, aveva collaudato l’F-4H per la Marina alla stessa Edwards – tutto ciò prima di aggregarsi al Gruppo 20 per completare il suo addestramento al volo di collaudo. Wally godeva di molte simpatie. Era un tipo tracagnotto con un gran faccione sincero, dedito alle burle, a sonnellini cosmici, alle auto veloci e a tutti gli altri modi per “mantenere una costante tensione”, per usare uno schirraismo. Era un burlone del genere più amabile. Telefonava e diceva: “Ehi, devi venire qui a trovarmi! Non indovineresti mai che cos’ho catturato nei boschi… Una mangusta! Non sto scherzando… una mangusta! La devi vedere!” E ciò suonava talmente incredibile che andavi da lui a dare un’occhiata. Wally posava su un tavolo una scatola che sembrava fungere da gabbia, e diceva: Ecco, apro un poco il coperchio così la puoi vedere. Ma non metterci dentro la mano, perché te la stacca. Questa bimba è dispettosa”. Ti chinavi per dare un’occhiata e – tombola! – il coperchio si splancava con violenza e quella grossa striscia grigia balzava verso la tua faccia – e, bé, mio Dio, veterani dell’aria rinculavano terrorizzati, buttandosi sul pavimento – e solo dopo realizzavi che la striscia grigia era una specie di finta coda di volpe e che tutta quella cosa non era altro che una scatola col pupazzo a molla, stile Schirra. Era uno scherzo rozzo, a dirla tutta, ma la gioia che Wally traeva da cose come questa arrivava come una mareggiata, un’ondata talmente possente da trascinarti in avanti malgrado te stesso. Un sorriso di una trentina di centimetri gli si allargava sul viso e le gote sgorgagano in un paio di pance da angioletto, sul genere natializio, un’incredibile risata da druido barcollante veniva su dalla gabbia toracica scuotendo e rimbombando, e lui diceva: “Te l’ho fatta!”. Erano famosi i “te l’ho fatta!” di Schirra. Wally era una di quelle percsone che non si preoccupano di mostrare le loro emozioni, felicità, rabbia, frustrazione e così via. Ma nei cieli era freddo quanto chi l’aveva concepito. Suo padre era stato un asso nella prima guerra mondiale, aveva abbattuto cinque aerei tedeschi, e dopo la guerra sia il padre che la madre si erano esibiti in acrobazie aeree. Nonnostante tutta la sua voglia di far baldoria, Wally era assolutamente serio riguardo alla carriera. E quello era il suo atteggiamento mentale ora che si trovavano di fronte a quella faccenda dell’”astronauta”.

La storia, come spesso accade, si ripete: se i pionieri, i coloni, i cercatori d’oro, grazie alle sue dimensioni ridotte, al basso costo, alla facilità con la quale si emettono gli accordi fondamentali della musica popolare e al suo suono caldo ed evocativo, trovarono nell’armonica diatonica un’ideale compagna di viaggio per la conquista del Far West, anche i coloni dello spazio, per motivi del tutto simili, hanno scoperto che questo strumento merita un suo piccolo posto nella grande narrazione della conquista del nostro vicinato cosmico.

E se lo chiamassimo il Far Up (o il Far Out?).

SZ

 

Per scrivere questo articolo, ho ricevuto l’apporto fondamentale di diversi amici e professionisti che mi sembra giusto ringraziare pubblicamente: si tratta, in ordine alfabetico, di Martin Häffner, Gerhard Müller, Alessandro Quintino, Leonardo Triassi, Roger Trobridge.

1- https://www.valutazionearte.it/blog/eventi/concetto-spaziale-terra-e-oro-a-galleria-borghese/attachment/concetto-spaziale-1961-lucio-fontana/

2- https://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Fontana

3-https://squidzoup.com/2014/11/20/un-film-fantascientifico-avvincente-e-scientificamente-esatto-fallo-tu/

4- https://squidzoup.com/2014/11/25/lamore-ai-tempi-di-interstellar/

5-https://it.wikipedia.org/wiki/Gemini_6

6-https://www.hohner.de/en/instruments/harmonicas/diatonic/miniatures/little-lady

7- In questa pagina si trova un dato non riportato dalle altre: il peso di questo strumento:

https://www.amazon.co.uk/HOHNER-39-Hohner-Harmonica-Little/dp/B000XEFN1Y

8- Sito del Museo dell’Armonica a Trossingen: https://harmonika-museum.de/en/start_e/

9- In questa pagina si può vedere come apparivano sia la Little Lady che il suo astuccio (sembra di cartone, come quello di altri modelli più grandi) prima che prendesse l’aspetto attuale:

https://www.rubylane.com/item/134693-MS–1176/Miniature-Toy-Harmonica-x93Little-Ladyx94-Hohner?search=1

10- In questa pagina è possibile vedere diversi modelli di mini armoniche che per dimensioni minime e minimo numero di ance, concorrono con la Little Lady e spesso vincono il confronto:

https://riskas513.blogspot.com/2018/12/docs-vintage-harmonica-collectables_31.html

11- Altra pagina con diversi esempi di mini armoniche in commercio e costruite da marche diverse dalla Hohner:

https://thea.com/2/Harmonica-Mini-Harmonica/

12- https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Schirra

13- https://www4.ti.ch/can/oltreconfiniti/dal-1900-al-1990/vite-di-emigranti-e-discendenti/?user_oltreconfiniti_pi1%5BidPersonaggio%5D=683

14- Gli strumenti di Stafford e Schirra esposti allo Smithsonian National Air and Space Museum:

https://airandspace.si.edu/stories/editorial/tom-stafford%E2%80%99s-jingle-bells-and-wally-schirra%E2%80%99s-harmonica

15-La registrazione della trasmissione tra Stafford, Shirra e il centro di controllo durante la quale i due astronauti suonano Jingle Bell:

https://www.youtube.com/watch?v=RmsOmqf7Hso&list=RDRmsOmqf7Hso&start_radio=1&t=68

16- Field, Kim, Harmonicas, Harps, and Heavy Breathers: The Evolution of the People’s Instrument, https://www.amazon.com/Harmonicas-Harps-Heavy-Breathers-Instrument-ebook/dp/B00BZC1UTM

17- Consiglio la lettura della sezione 11.5 intitolata Restricted Staging in Field-Free Space del seguente testo: Curtis, Howard, Orbital Mechanics for Engineering Students, Elsevier Aerospace Engineering Series, http://www.nssc.ac.cn/wxzygx/weixin/201607/P020160718380095698873.pdf

Lì si parla anche del caso specifico del cosiddetto payload della Gemini sulla quale viaggiò Schirra.

Ringrazio  l’ingegnere aerospaziale Alessandro Quintino che me lo ha gentilmente suggerito

18- Una storia affascinante che val la pena di farsi raccontare direttamente dalla protagonista: http://www.bigear.org/vol1no1/burnell.htm

19- All’ascolto, sembra trattarsi della classica tecnica del Tongue-Blocking usato “a martello” per ottenere l’effetto di accompagnamento ritmico e armonico di cui potete trovare una descrizione nell’interessante articolo di Luigi Orrù all’indirizzo: https://www.doctorharp.it/riflessioni-sul-tongue-blocking-blocco-con-la-lingua-o-coprendo-di-luigi-orru/

Può darsi, invece, che sia un sovrapporsi delle frequenze dell’armonica e quelle dei sonaglini suonati da Stafford, il tutto reso ancora meno intellegibile dai rumori tipici dell’ambiente della capsula e dai disturbi tipici delle trasmissioni radio dell’epoca. Per sapere qualcosa di più circa i rumori di quegli ambienti, consiglio di consultare il capitolo 13 del libro di Neil F. Comins Viaggiare nello spazio – Guida per turisti galattici, Kowalski, 2007

https://www.amazon.it/Viaggiare-nello-spazio-turisti-galattici/dp/8874967233

20- https://www.mandoharp.com/Harmonicas/152786-HMIN_Hohner_M91560_LittleLadyAR/index.html

21- https://www.youtube.com/watch?v=lc8BcBZ0tAI

22- http://www.vancouversun.com/technology/astronaut+chris+hadfield+space+station+guitar+built+vancouver/8414940/story.html

23- Contenuto “dichiarato” (manca la voce “harmonica Little Lady”) del Goodie Bag di Schirra: http://www.collectspace.com/resources/flown_gt6_pltppk.html, http://spaceflownartifacts.com/flown_ppks.html

24- Informazioni aggiuntive sui PPK: https://www.forbes.com/sites/quora/2018/06/26/how-many-personal-items-can-astronauts-bring-to-space/#7a8898963a30

25- Le tabelle riportate in questa pagina consentono di apprezzare come al variare dei vettori siano cambiati nel tempo i pesi dei PPK:

http://spaceflownartifacts.com/flown_ppks.html

26- https://www.amazon.com/Encyclopedia-Harmonica-Mr-Peter-Krampert/dp/0786658959

27- https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Schirra

28- https://www.librimondadori.it/libri/la-stoffa-giusta-tom-wolfe/

29- A partire dal 1862 la Hohner iniziò a importare i suoi prodotti anche in territorio americano. Fonte:

http://harmonicatunes.com/harmonica-history/

 

 

 

Piccoli Blogger, unitevi!

Liebster award

Il mo amico Matteo Gaspari (https://dailybaloon.wordpress.com/), collega astrofisico e grande esperto di fumetti, mi ha tirato dentro una catena di Santa Alleanza per la crescita e la diffusione dei piccoli e medi blog.

Si tratta del Liebster Award (http://theglobalaussie.com/the-official-rules-of-the-liebster-award-2016/),  iniziativa che dovrebbe servire a pubblicizzare l’esistenza di una parte sommersa della rete nella quale si agita tanto. In quella parte sommersa vi è anche il mio calamaro che sguazza non visto nel buio più totale.

Pur non nutrendo particolare simpatia verso iniziative del genere, ho pensato che in fondo mi potrebbe convenire non essere sempre così schizzinoso e ho voluto accogliere la cosa come una bella occasione. Se così non sarà, mi consolerò sperando di avere creato una limitata quantità di spam.

Le 7 noiosissime regole per partecipare all’Evuòrd sono le seguenti:

1 – Ringraziare chi ci ha premiato

2 – Scrivere qualcosa sul blog che preferite

3 – Rispondere alle 11 domande del blogger che ci ha nominato

4 – Scrivere, a piacere, 11 cose su di te

5 – Nominare a tua volta dai 5 agli 11 blog con meno di 200 followers

6 – Formulare 11 domande per i blogger nominati

7 – Informare quei 5-11 blogger della grande fortuna che gli è capitata

e mi accingo ad affrontarle una a una:

1 – Ringrazio Matteo (https://dailybaloon.wordpress.com/) per avermi tirato dentro e in cambio del grande successo che mi procurerà questa operazione gli prometto un bel caffé da prendere alla macchinetta del nostro istituto. Diversamente, dovesse rivelarsi tutto un gran fiasco, gli offrirò ben 2 (diconsi due) caffé ritirandoli da quella stessa macchinetta: uno di quei caffé infatti porta molto vicini al decesso, ma due sono ben oltre la dose considerata letale per un individuo in normali condizioni di salute..

2 – Diciamo che non sono propriamente un assiduo frequentatore di blog, anzi. Sono padre; pur se precario, ho un lavoro che mi impegna diverse ore al giorno e ne ho altri che mi mangiano le rimanenti. Oltre a tutto questo, tener dietro al mio blog è un ulteriore lavoro, nel mio caso non retribuito. Questo fa sì che, quando finalmente ho tempo per trastullarmi con altro, difficilmente lo spendo andando a vedere cosa i miei colleghi stanno scrivendo di bello. Se leggo i blog di qualcuno è perché mi imbatto in quegli articoli per altre vie, mentre sto cercando cose che mi interessano davvero e sulle quali loro casualmente hanno scritto. Però le regole sono regole, e allora ecco qualche complimento ad altri ottimi autori che vivono nello stesso recesso di rete visitato da pochissimi (almeno credo…)

Condivido con Matteo (https://dailybaloon.wordpress.com/) una grande passione per il fumetto e apprezzo molto ricevere la notifica di sue recensioni su albi che probabilmente non leggerò mai. Sì, perché se un tempo amavo il fumetto (disegnato bene. Che significa? Magari ne parliamo un’altra volta) tout court, oggi invece mi interessa quasi esclusivamente un certo tipo di produzioni che definirei “scientifiche”. Si tratta di un filone fumettistico non molto battuto, quindi non molto recensito. Insomma, leggo poco di roba altrui. Matteo ha uno stile lineare, piacevole, rilassato mediante il quale regala una sua personalissima selezione di quanto di importante viene pubblicato nel mondo dei comics.

Condivido molto anche con altri autori. In particolare, mi piace la fetta di mondo che si osserva con la lente di Stefano Covino, un altro collega (http://mitescienza.blogspot.it/): una fetta per molti versi sovrapponibile a quella che osservo io. Così tanto sovrapponibile da farmi meritare anche una citazione nel suo ultimo articolo. Insomma, sono ancora una volta molto autoreferenziale (ma perché non odvrei? Sono nel mio blog!).

3 – A questo punto, mi si chiede di rispondere a undici domande elaborate da chi mi ha nominato. Eccole:

1) Film o serie tv?

Film

2) Streaming o download?

Streaming

3) Quali sono il libro, il fumetto, il film e la serie tv che più ti hanno colpito negli ultimi tempi?

DIciamo che è da un po’ che non provo particolari sensazioni nel leggere libri, fumetti o nel guardare film. Continuano tutte a essere attività nelle quali credo e nelle quali investo molto tempo e denaro, ma è da tanto che in cambio ottengo solo un certo prevedibile benessere senza arrivare a toccare particolari livelli di gratificazione.

4) Ascolti della musica mentre scrivi sul blog? Se sì, quali generi ti deconcentrano e quali invece ti aiutano a stare sul pezzo?

Sì, ne ascolto tanta e, considerandola molto importante, la cito tra i “credits” dell’articolo che pubblico. Di solito si tratta di brani classici o presi dal repertorio jazzistico. Difficilmente ascolto della musica rock o pop e, quando capita, è raro che io lo faccia per motivi squisitamente musicali. É più facile che una particolare canzone sia per me importante in quanto indissolubilmente legata a bei ricordi adolescenziali.

5) Qual è il tuo supereroe preferito?

Lo so di rischiare di attirare moltissimi commenti negativi, ma devo essere sincero: non ho mai amato i supereroi e, nonostante io abbia una vasta e varia collezione di fumetti, credo proprio di non possedere nemmeno un albo della Marvel & affini. Se però Matteo insiste, sceglierò l’Uomo Ragno e Capitan America. Credo di avere sempre preferito questi personaggi ad altri di quell’universo mitologico per il loro essere tra i più sobri nell’aspetto, nei modi e nei poteri che mi sembrano molto più umani e meno super di quelli posseduti da altri.

6) Qual è stato il primo fumetto (o libro, in mancanza di fumetti) che hai letto? Dal punto di vista emotivo, come lo ricordi?

Credo che il mio primo incontro col fumetto sia avvenuto col Corriere dei Piccoli. Lì di personaggi interessanti ve ne erano davvero molti. Poi, dopo non molto, sono passato al Corriere dei Ragazzi, a Topolino, a Tex, Zagor, Comandante Mark… Se penso alla bellezza di quegli albi, se mi ricordo di averli persi tutti e a come all’epoca tentassi di riprodurre a matita o a penna quelle immagini, provo una vertigine.

7) Fai parte del Nuovo Ordine Mondiale?

No, faccio parte del Vecchissimo Disordine Locale

8) Qual è il tuo gruppo musicale o cantautore o compositore preferito?

Matteo, non volermene: i musicisti e i compositori che ammiro sono così tanti che perderei una giornata intera a elencarli tutti ottenendo solo di apparire spocchioso. Non ho un autore preferito. Amo molta, moltissima musica. Di più non so dire.

9) Quando leggi, cosa ti colpisce di più? Trama o forma?

Non me lo sono mai chiesto. In futuro ci farò caso.

10) Quando hai fisicamente aperto il tuo blog, cosa ti ha dato la spinta per passare da “è una cosa che voglio fare, adesso mi ci metterò” a “ora lo faccio”?

Il punto di non ritorno è stato segnato dal fatto stesso di avere prenotato questo spazio in rete. Nel momento stesso in cui Squid Zoup è divenuto visibile on-line, ho sentito di avere contratto un impegno con me e con gli internauti: dovevo metterci dentro qualcosa.

11) Qual è stata la più grande soddisfazione che il tuo blog ti ha dato?

Avere un blog mi fa stare bene. Come ho già detto in qualche articolo passato, mi ristabilisce un certo equilibrio interiore bilanciando una piccola parte di ciò che ho dentro con ciò che ho finalmente buttato fuori. Quando poi ho presentato al Congresso della Società Astronomica Italiana (SAIt) del 2012 il poster “Comunicare l’astrofisica con un blog” e ho vinto il primo premio come miglior poster di divulgazione, sono tornato a casa decisamente soddisfatto. Come ho già detto più su, ultimamente Stefano Covino (mitescienza.blogspot.it) mi ha dedicato parte di un suo articolo e Claudia Mignone ha deciso di pubblicare un fumetto di Squid Zoup (https://squidzoup.com/…/panspermia-e-spermaceti-prima-parte/) in un sito di arte e astronomia (https://rosetta-art-tribute.tumblr.com/page/2). Sono di certo tre eventi che mi riempiono di gioia e soddisfazione, stimolandomi a fare meglio e di più.

4 – Ora devo scrivere 11 cose su di me. Sarei tentato di optare per il “rito abbreviato” riportando qui la ricetta di Squid Zoup che trovate in intestazione a questa pagina. Lì di ingredienti ve ne sono anche di più di undici, ma se proprio devo aggiungere qualcosa, direi che 1) sono molto stanco della mia situazione lavorativa da precario che sta da tempo intaccando il mio equilibrio psico-fisico-familiare; 2) vorrei avere molto più tempo da dedicare a questo blog; 3) quindi dico che mi scuso con quei pochi che ancora mi seguono (mi seguite ancora? C’è rimasto qualcuno lì fuori? Ehiiii!!!…); 4) dico che pur non essendomi mai risparmiato molto, sono reo di essermi trastullato con la stupida idea che il futuro mi avrebbe regalato dei bonus di qualche tipo. Questo fa sì che io abbia accumulato così tanti progetti di libri, dischi, fumetti, articoli, … da avere oramai superato il quantitativo affrontabile nel breve lasso di tempo di una vita umana. Chiedo qui ufficialmente a chi di dovere (?) un’appropriata extended play della mia partita personale; 5) ho un bisogno incontenibile di stare con mio figlio 6) ascoltando musica classica o jazz 7) e sorseggiando, ma soprattutto annusando, un goccio di Laphroig invecchiato dieci anni nelle botti di Porto (no, non sono qui a millantare di essere un esperto di Whiskey o di vini. So che fa figo, ma io non lo sono. Semplicemente qualcuno mi ha fatto conoscere i torbati e mi sono piaciuti parecchio, specie il Laprhoig. Ci sarebbe altro da dire su questo argomento, ma forse conviene che io mi tenga buoni dei temi per quei momenti in cui non so proprio cosa scrivere in questo spazio…; 8) sento il bisogno di leggere un po’ di narrativa. É da troppo che affronto solo articoli e saggi e temo di essermi un po’ inaridito; 9) vacanza? Qualcuno ha parlato di vacanza? Sarebbe ora di farlo, no? 10) a questo proposito, amo il mare. Sì, la montagna è stupenda, incredibile, affascinante, … ma il mare è il mare e ritengo non sia il caso di usare altri aggettivi. Mare per me è sostentivo, aggettivo, verbo, … Ecco, voglio andare in vacanza al mare con la mia famiglia; 11) Estate per me vuol dire anche fare un bel po’ di concerti in giro. Concerti al mare. Direi che non posso chiedere di meglio.

5 – Ora il gioco prevede che io nomini altri 5-11 blogger. Allora regalo questa (si spera) utile rottura di zebedéij a Stefano Covino, ai Gerebros, a Mariantonietta Montone, a Marco Fulvio Barozzi, a Marco Castellani e a Sabrina Masiero che nell’ordine gestiscono i seguenti blog:

1- mitescienza.blogspot.it

2- https://gerebros.wordpress.com/

3- https://relaxingcooking.wordpress.com/

4- http://keespopinga.blogspot.it/

5- http://blog.marcocastellani.me/

5- http://tuttidentro.eu

Mi scuso con eventuali blogger che ho dimenticato. Chissà: se sapessero che ho scordato di citarli, forse me ne sarebbero grati…

E ora passiamo a formulare le 11 domande per coloro che ho nominato.

1- In che ambienti amate scrivere di solito?

2- Quale pensi possa essere l’evoluzione futura del blog?

3- Cosa vi aspettate dalla vostra attività di blogger?

4- Secondo voi perché avete (abbiamo) pochi followers?

5- Vi piacerebbe fare il blogger di professione?

(Accidenti, undici domande sono proprio tante…)

6- Quando hai inaugurato il tuo blog, quale pensavi sarebbe stata la cadenza con la quale vi avresti scritto ?

7- Se organizzassero un congresso nazionale dei blogger (magari blogger scientifici), parteciperesti?

8- Nella tua percezione, quali sono le differenze più importanti tra l’avere un blog e l’avere una pagina personale molto attiva in un qualsiasi social network?

(Altre tre domande. Sto davvero soffrendo…)

9- Quanti parenti annoveri tra i tuoi followers?

10- Come ti senti quando ti rendi conto che è un po’ che non pubblichi nulla? Pensi di essere o di poter diventare un blog-addicted?

11- E ora la cosa che mi interessa di più: dopo aver letto tutto e essere stato da me impunemente nominato, … mi odi?

Argh! Pant! Puff! Ho finito.

Sono a pezzi.

Ora avverto tutti e poi mi regalerò una vacanza.

In soggiorno

 

SZ

Alieni cugini, figli di nostra CIA

Non volevo scrivere questo post – è spesso ritenuto troppo screditante parlare di simili faccende per chi come me si professa amante della scienza ed è impegnato nelle attività di un istituto di ricerca – ma se lo state leggendo, capirete che alla fine ho ceduto.

Ho letto l’articolo di Rampini (1) di commento alla notizia circa l’ammissione della CIA: gli UFO sono una loro creazione. Si tratterebbe di un esperimento aeronautico iniziato più o meno settant’anni fa e che sembra non interessargli più tenere nascosto al mondo.

Ora lo diranno in tanti: “gli UFO non mi hanno mai convinto”.

Succede sempre così. E allora lo dico pure io, motivandolo almeno un po’.

I problemi connessi con la loro esistenza come veicoli di extraterrestri in visita qui sulla Terra sono tanti e ne cito solo un paio: l’Universo è davvero democratico, non fa sconti a nessuno: la velocità della luce è quella per chiunque abiti il Cosmo e se noi abbiamo i nostri bei problemi nel tentare di raggiungere frazioni importanti di essa, quelle necessarie per spostarsi da qui e andare chissà dove nella Galassia, perché non dovrebbero averne anche loro?

Inoltre, se davvero hanno scoperto come aggirare questo problema così da andare lontano dal loro pianeta in tempi accettabili, come avranno risolto gli altri generati dal semplice fatto di muoversi a velocità relativistiche? Già, perché non penserete mica che andando a velocità prossime ai 300.000 km/s, non capiti nulla oltre il semplice arrivare in anticipo, vero? Volete saperne di più? Se non vi interessa un corso di Relatività (2) ma desiderate solo farvi un’idea di quali sorprese attendano viaggiatori verso luoghi lontani del Cosmo, vi consiglio vivamente la visione di Interstellar, film di cui ho già parlato in questo blog (3).

Immagine pubblicata per la prima volta nel Dossier "La vita nell'Universo": http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Immagine pubblicata per la prima volta nel Dossier “La vita nell’Universo”: http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Il secondo problema (ve l’avevo detto che ne avrei citato solo un paio…) è che tutti, ma proprio tutti vedono gli UFIs, tranne noi astronomi. Trascorriamo montagne di tempo a osservare il cielo a occhio nudo e con strumenti che, anche quando ci distraiamo per andare in bagno o per scaldarci un hamburger, ci raccontano se in nostra assenza è successo qualcosa di strano, ma niente, nulla, il deserto (cit.). Sembra proprio che gli UFIs attuino scelte precise, decidendo sempre di mostrarsi ai vari Tizio e Caio come quello qui a sinistra, ma mai a Sempronio.

Un’occhiata veloce alla parte inerente gli UFO del Dossier (4, 4-bis) reso pubblico dalla CIA, racconta di problemi molto umani e molto poco alieni intervenuti nei programmi dell’agenzia americana e derivati dalla decisione di spiare i cieli, specie quelli sotto il controllo russo, mediante gli aerei U2 per l’epoca rivoluzionari. Di seguito riporto la parte del dossier che ci interessa estrapolandola da un documento di alcune centinaia di pagine:

UFOs, AND OPERATION BLUE BOOK
High-altitude testing of the U-2 soon led to an unexpected side effect-a tremendous increase in reports of unidentified flying objects (UFOs). In the mid-1950s, most commercial airliners flew at altitudes between 10.000 and 20.000 feet and military aircraft like the B-47s and B-57s operated at altitudes below 40.000 feet. Consequently, once U-2s started flying at altitudes above 60,000 feet, air-traffic controllers began receiving increasing numbers of UFO reports. Such reports were most prevalent in the early evening hours from pilots of airliners flying from east to west. When the sun dropped below the horizon of an airliner flying at 20,000 feet. the plane was in darkness. But, if a U-2 was airborne in the vicinity of the airliner at the same its horizon from an altitude of 60.000 feet was considerably more distant, and, being so high in the sky, its silver wings would catch and reflect the rays of the sun and appear to the airliner pilot 40000 feet below, to be fiery objects. Even during daylight hours, the silver bodies of the high-flying U-2s could catch the sun and cause reflections or glints that could be seen at lower altitudes and even on the ground. At this time, no one believed manned flights was possible above 60000 feet, so no one expected to see an object so high in the sky.

Not only did the airline pilots report their sightings to air-traffic controllers, but they and ground-based observers also wrote letter to the Air Force unit at Wright Air Development Command in Dayton charged with investigating such phenomena.This, in turn, led to the Air Force’s Operation BLUE BOOK. Based at Wright-Patterson, the operation collected all reports of UFO sightings. Air Force investigators then attempted to explain such sightings by linking them to natural phenomena. BLUE BOOK investigators regularly called on the Agency’s Project Staff in Washington to check reported UFO sightints against U-2 flight logs.This enabled the investigators to eliminate the majority of the UFO reports, although they could not reveal to the letter writers the true cause of the UFO sightings. U-2 and later OXCART flights accounted for more than one-half of all UFO reports during the late 1950s and most of the1960s.

Dalle righe precedenti risulta quindi che più della metà dei casi di avvistamenti di oggetti volanti non identificati fosse dovuta all’attività della CIA. Sommiamo a questa metà il gran numero di fake costruiti ad arte, alcuni dei quali già smascherati dagli inquirenti; sommiamo infine gli errori compiuti da persone che, in perfetta buonafede, hanno preso i classici fischi per fiaschi e scopriamo che il 100% dei casi risulta spiegabile senza invocare l’arrivo di visitatori da altri mondi: insomma, stando alla CIA, gli UFO non esistono, con buona pace di chi vi ha dedicato l’esistenza e che nel frattempo, bisogna dirlo, non è riuscito a produrre davanti alla comunità scientifica nessuna prova valida della provenienza extraterrestre dei dischi volanti.

Illustrazione pubblicata la prima volta nel Dossier "La vita nell'Universo", http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Illustrazione pubblicata la prima volta nel Dossier “La vita nell’Universo”, http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Non è la prima volta che la CIA si decide a vuotare il sacco. Tra il 2013 e l’anno appena trascorso, quando con un tweet, quando con un articolo, lo ha già fatto in almeno un paio di occasioni. Suona un po’ strano che con un semplice cinguettio si possano liquidare circa settant’anni di avvistamenti, di film, di libri, trasmissioni radiofoniche, dischi, spettacoli, magliette, articoli, barzellette, minkjate, … sui cugini alieni in visita qui da noi, ma dobbiamo rassegnarci all’evidenza: la modernità è anche questo e un pulsante “invio” premuto al momento giusto può annientare secoli di oscurantismo e tonnellate di miti antichi e moderni.

Detto per inciso, questa notizia sugli UFO mi fa attendere fiducioso tweet analoghi scritti da qualcuno a conoscenza di segreti ignoti ai più. Chissà, magari questo qualcuno alle prese col cambio stagionale degli scheletri nel suo armadio, potrà decidere un giorno di rivelare un po’di verità sulla storia recente del nostro paese troppo a lungo taciute. Inoltre, inutile dirlo, spero tanto che, dopo un’attesa millenaria, un futuro profeta laico dotato di carisma e di dati seri, mostrerà un dossier o qualcosa di simile, smascherando definitivamente un famoso esperimento sociale andato fin troppo bene. Se ci sarò, sarà una vera goduria scrivere almeno un post sull’avvento di quel nuovo messia.

Ma torniamo pure agli UFO.

Un’altra ipotesi già da tempo avanzata è che i dischi volanti siano proprio dischi e non aerei, ma di fattura umana. A scuola ci hanno insegnato che dietro ogni leggenda si nasconde sempre una verità e sono assolutamente convinto, e la CIA me lo conferma, che nel caso della leggenda UFO si tratti di una banale verità umana. Se quei sospetti circa l’esistenza di dischi volanti prodotti da ricerche militari di chissà quale nazione terrestre fossero fondati, spero che ci venga presto rivelato ufficialmente: non vedo l’ora di congedare scomodi aerei, bella copia del trabiccolo dei fratelli Wright, per girare il mondo a bordo di un LP o di un piatto da batteria… della U.F.I.P. (5)

Per certi versi, mi dispiace parlare dell’argomento di questo post: come già è stato fatto notare altrove in rete, si è trattato di dire agli adulti che anche il loro Babbo Natale (6), quello che avrebbe dovuto portare in dono conoscenza, saggezza, immortalità, … non esiste. Non credo sia una grossa perdita: la nostra capacità di creare storie non si esaurisce di certo qui e presto avremo qualche altro mito moderno col quale sognare.

E poi, non è detto che la confessione della CIA faccia cambiare idea a chi ha deciso di credere a tutti i costi. La fede incondizionata in qualcosa dimostratosi irrazionale difficilmente si estirpa e non mi sembra così misteriosa nel suo rivelarsi ad alcuni piuttosto che ad altri. Trovo invece misterioso il persistere di quella fede nella testa di tanti piuttosto che solo in quella di alcuni.

Diversamente, trovo più interessante capire come si spieghi l’idea che si trattasse di “dischi” volanti. Dopo aver appreso dalla CIA che al fondo del fenomeno vi fossero aerei, quindi, schematizzando, “croci”, come giustifichiamo da un punto di vista percettivo l’assimilazione di queste croci a oggetti tondi e schiacciati?

Per capirlo, di sicuro andranno chiamate in causa le allucinazioni di massa alle quali da sempre il genere umano si è dimostrato vulnerabile, ma sospetto che una ricerca ben fatta potrebbe rivelare come il motivo di una simile “traveggola” si celi nell’estrema bellezza di quella favola per adulti nella quale per la prima volta si è parlato in modo convincente dell’ avvistamento di UFO discoidali.

Deve essere stata raccontata così tanto bene che, nell’immane passaparola da essa innescato, non ha fatto altro che riversarsi uguale a se stessa in tutte le narrazioni successive. Dall’elemento geometrico tondo e piatto, le nuove versioni di quel mito moderno non hanno potuto proprio prescindere e quel disco è rimasto in cima alle classifiche per almeno settant’anni.

Strano a dirsi, nonostante l’effettiva forma a croce dell’aereo U2, la rivelazione di “qualcuno venuto dal cielo” una volta tanto ha partorito l’esigenza di una figura geometrica diversa: il piatto, un piatto volante. Che sia l’indizio di una nostra tendenza innata ad abbracciare il Pastafarianesimo (7)?

Chiudo questo post con una preghiera: spero che ufologi, dilettanti o “professionisti” che siano, nonché tutti coloro i quali sono stati rapiti dagli alieni (e che per me non sono mai “tornati a casa”), si astengano dal commentare questo post al solo fine di “evangelizzarmi”. A loro va tutta la mia riconoscenza per aver lottato strenuamente nel tentativo di tenere in vita una bellissima storia. Bellissima, ma purtroppo falsa. Parola della CIA!

Mi spiace per loro, in fondo non facevano male a nessuno e – ritengo doveroso riconoscerlo qui – hanno alimentato l’unica fede per me davvero compatibile con la modernità, rendendo più intrigante il mondo nel quale vivono pure gli scettici.

Astrobiologia - Illustrazione pubblicata per la prima volta nel Dossier "La vita nell'Universo", http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Astrobiologia – Illustrazione pubblicata per la prima volta nel Dossier “La vita nell’Universo”, http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

A loro va il mio grazie più sentito e l’invito a darci una mano nell’alimentare le aspettative aperte dall’astrobiologia, la ricerca di vita altrove nel cosmo condotta con metodi scientifici (8), e dalla congiunta ricerca di pianeti extrasolari abitabili.

SZ

1- http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/01/03/il-tweet-verita-della-cia-altro-che-extraterrestri-gli-ufo-eravamo-noi17.html

2- http://it.wikipedia.org/wiki/Relativit%C3%A0_ristretta

3- https://squidzoup.com/2014/11/25/lamore-ai-tempi-di-interstellar/

4) http://www.universetoday.com/104174/cias-declassified-documents-reveals-secrets-about-area-51-and-ufos/

4-bis) http://www.gwu.edu/sites/www.gwu.edu/files/downloads/U2%20%20history%20complete.pdf

5- http://www.ufip.it/index.html

6- http://news.leonardo.it/ufo-anni-50-cia-rivela-erano-nostri-aerei-spia/

7- http://it.wikipedia.org/wiki/Pastafarianesimo

8- Nel 2001 ne ho parlato in un Dossier. Lo si trova in rete, all’indirizzo:

http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Sottofondo: Charlie Parker, Bird of Paradise

http://grooveshark.com/#!/album/Bird+Of+Paradise/2375981

conFUSIONE FREDDA

Ogni tanto, specie quando non posso proprio ritenermi esperto di ciò di cui desidero parlare (come è intuibile, capita molto, molto di rado…), trovo utile condurre una gedanken INKiesta per capire cosa ne sanno di un qualche argomento i miei compagni di viaggio imbarcati su questa immensa astronave Terra.

La prima volta è capitato col Bosone di Higgs (vedi “IL COSONE DI HIGGS”), oggi invece parleremo di FUSIONE FREDDA.

Non ne parlerò tentando di spiegarla perché, nel tentativo di farlo dopo aver studiato ciò che la rete mi racconta dell’argomento, non vi renderei un gran servizio. Meglio sarebbe se a farlo fosse qualcuno che, oltre a conoscere bene la materia, sia anche in grado di comunicarla al prossimo.

Ciò che invece mi preme fare in questo caso è improvvisarmi fisico come chiunque altro che legga sui giornali delle ultime verifiche cui la fusione fredda è stata sottoposta.

La storia di questa idea è oramai lunga: iniziata nel 1989 con l’annuncio della scoperta da parte di Fleischmann e Pons – annuncio rivelatosi decisamente prematuro – l’argomento fusione fredda ha conosciuto picchi di notorietà e valli di oblio fino a che poco tempo fa l’ingengere bolognese Andrea Rossi si è deciso a venire allo scoperto rivelando di averla ottenuta tramite un apparecchio di cui però non ha mai rivelato fino in fondo il funzionamento.

Il processo autocorrettivo della scienza esige di sottoporre sempre le nuove idee al vaglio di commissioni di esperti che tentino di riprodurre i risultati annunciati per ratificarne la correttezza – in pratica, un controllo qualità – e questo di solito viene accettato pacificamente da tutta la comunità scientifica. Dico di solito perché fino a poco tempo fa la maggior parte delle scoperte in campo fisico impiegavano un certo tempo a trovare una traduzione tecnologica vantaggiosa in termini anche economici.

Nel caso della fusione fredda, moderno Sacro Graal che, se fosse un processo fisico reale, potrebbe rappresentare la soluzione definitiva a problemi energetici alla base delle profonde disparità tra nord e sud del mondo, rivelare urbi et orbi i dettagli del processo prima di aver ottenuto un brevetto che tuteli gli scopritori, significherebbe per loro la gloria scientifica ma l’impossibilità di arricchirsi. Insomma, temo che al di là della questione squisitamente fisico-tecnologica, la fusione fredda ne sveli un altro tutto moderno di interazione scienza società. Se le cose stanno così, la domanda credo sorga spontanea: vi sembra giusto?

Ma ecco una carrellata di idee che serpeggiano nella gedanken società:

Confusione Fredda

Come dicevo, credo che la sociologia della scienza entri in gioco non appena ci si sposta dallo specifico campo nel quale siamo o crediamo di essere ferrati. In pratica, essa interviene subito e, anche nel migliore dei casi in cui ci troviamo ad avere a portata di mano un cosiddetto “esperto”, i processi che ci portano a credergli o a dubitare di lui hanno a che fare sempre e soltanto con la sociologia: lo conosciamo da tempo e quindi ci fidiamo di lui; lo conosciamo da tempo e quindi non ci fidiamo di lui; crediamo alla teoria per averla sentito da altri di cui ci fidiamo; sappiamo che si sa di lui che è/non è una fonte attendibile; ha un suo seguito; il suo aspetto e il suo modo di fare ci ricorda persone di cui ci fidiamo/non ci fidiamo; è riconosciuto a livello italiano/mondiale/cosmico; è stato intervistato in televisione; …

Ma, in fondo, cos’è un esperto?

Citando una celebre definizione dovuta a Weber, rinvenibile nella sezione “Espertologia”, appendice dell’infallibile Legge di Murphy, troviamo che è una persona che sa sempre di più su sempre di meno, fino a sapere tutto di nulla.

Ci sarà da fidarsi di costui?

A rendere ancora più spinoso il problema sollevato da Weber, ne sorgono altri, non ultimo quello – a dire il vero, abbastanza curioso – svelatomi dalla mia amica Antonella del Rosso (effervescienza.it) che lavora al CERN di Ginevra: quando viene pubblicato un articolo su di una ricerca davvero all’avanguardia, accade che i firmatari siano i più grandi esperti al mondo di quell’ambito (= di quel nulla?). Se essi sono tutti lì, chi può attuare quel famoso processo di verifica della veridicità dei risultati che va sotto il nome di peer review? A meno di creare un corto circuito che a tutti ricorda da vicino il “conflitto di interessi” (un concetto al quale noi italiani siamo oramai avvezzi per altri motivi di sicuro più prosaici), non vi è nessuna possibilità che la “scienza normale” possa giudicare in modo corretto i risultati di una scienza che, nel tentativo di spostare in avanti i paletti dello scibile, si ponga come “rivoluzionaria”.

Prima ancora che scientifico, il caso della fusione fredda mi sembra essere quindi un fatto di cronaca da tenere sotto controllo: se, come credo, ha davvero a che fare con la sfera giuridico-economica, vuol dire che siamo arrivati a un punto di svolta nella storia dei rapporti tra scienza e società.

Questo potrebbe essere un momento storico in cui, in assenza di una seria regolamentazione, nei centri di ricerca che contano in quanto a prossimità col tessuto sociale e rilevanza del cosiddetto spin-off (industria farmaceutica, alimentare, tecnologica, …) si potrebbe essere costretti a condurre per tempi lunghissimi una esistenza convenientemente “normale”: una ricerca soft caratterizzata da un rate costante di pubblicazione di articoli tale da rendere finanziabile l’attività senza però generare le fiammate tipiche di una attività che osa e che, nel farlo, potrebbe sì condurre alla ricchezza, ma rischiando al contempo la gogna mediatica.

Pensieri conFUSI, complice il caldo di un Luglio arroventato