Molto in fondo, A dAstra

Out-to-lunch-con-stelleIeri sera ho opposto una strenua resistenza alle lusinghe del letto e, nonostante l’ora (erano le 21:00), tre uova strapazzate, una insalatona, mezzo bicchiere di vino rosso e una mela che hanno tentato per tutto il tempo di riportarmi gravitazionalmente sul divano, ho optato per il cinema.

Andare a vedere film di fantascienza, da astrofisico-divulgatore-ecc, lo considero un dovere che qualche volta si rivela pure un piacere. In ogni caso, io DEVO vedere queste produzioni, altrimenti di cosa parlo alle feste?

Sono andato da solo: il tentativo compiuto alcuni giorni fa di trovare qualcuno interessanto a vedere Ad Astra aveva sortito effetti così deludenti da non voler provare più il sapore della sconfitta, e ho preferito tenermi in bocca quello della cena decidendo così di andare in mia compagnia: ieri sera, almeno, ero abbastanza d’accordo con me stesso (anche se il divano…) e non potevo lasciarmi sfuggire la rara occasione.

Arrivato lì, ho scoperto che molti altri avevano invano invitato gli amici: eravamo davvero in pochi, riuniti in una sala enorme di un cinema dal nome che è esso stesso glorificazione della fantascienza: The space.

È per questo che proprio non capisco come mai le poche persone presenti avevano tutti posti assegnati gli uni vicini-vicini agli altri. C’era un sacco di space libero, ma io sono caduto nel campo gavitazionale di un signore che è venuto a sedersi alla mia destra e che di uova evidentemente ne aveva mangiate molte, ma molte più di me.

Risultato: finché lui non ha deciso, purtoppo solo a film finito, di andarsene a casa, non sono proprio riuscito ad abbandonare il mio posto per andare a colonizzare pionieristicamente una delle tante regioni disabitate di quell’ambiente.

Dopo una infilata di pubblicità così lunga da avermi fatto temere di avere sbagliato sala, finalmente è iniziato il film che, pare, avevo scelto e giuro che, dopo tutto quel tempo e un po’ di oblio – ero chiaramente invecchiato rispetto a quando avevo fatto il mio glorioso ingresso nella sala – è stato bello ricordarmi perché mi trovassi lì.

E qui inizia la vera narrazione, resa interessante dal mio sonnecchiare generato dalle uova, dall’insalatona, dal vino, dalla mela, dal ronfare del corpo autogravitante del mio vicino che deformava lo SPACE-tempo della poltrona adiacente alla mia, dalla pubblicità e dalla comodissima imbottitura della mia poltrona che mi invitava con insistenza a chiudere le palpebre.

Tra i fumi del sonno, negli sprazzi di semicoscienza intermittente prima del buio totale, (sprazzi che oramai caratterizzano tutte le mie serate), ho visto cose che voi rimasti a casa non potrete immaginare.

Ho visto, o almeno credo di avere visto, una struttura attorno alla Terra che inizialmene pensavo fosse la versione futuristica e ipercazzuta della stazione spaziale internazionale e che poi invece si è rivelata una torre così alta da arrivare nello spazio, ad almeno una altezza di un centinaio di chilometri dal suolo.

Ricordo di essermi detto nel dormiverglia che di sicuro dovevo aver visto male. Su un pianeta come il nostro che, con la sua gravità, non consentirebbe mai e poi mai a una struttura, naturale o artificiale che sia, di spingersi oltre più o meno dieci chilometri, una specie di ipertraliccio di quel tipo sarebbe subito crollato frustando una intera regione grande come il Molise (povero: neanche il tempo di iniziare ad esistere che subito si trova a essere sommerso dalla ferraglia…)

Out-to-launch-con-stelle

Su questa torre, i terrestri, anzi, a questo punto, per l’imponenza di quella struttura, li chiamerei i torrestri, si muovevano con la stessa disinvoltura con la quale andreste a comprare un’acqua tonica in spiaggia a Fregene in un qualsiasi giorno di Agosto diverso dal 15 (escludo Ferragosto perché, una volta trovato un po’ di spazio in spiaggia, rinuncereste alla tonica pur di non lasciarlo ad altri e desiderereste trovarvi nello spazio, magari su una torre).

Ho visto (al solito, credo di aver visto) i raggi cosmici balenare nel buio alle porte di Nettuno e arrivare su quella torre sconvolgendola e sconvolgendo pure l’intero nostro pianeta: una salva di protoni e radiazione gamma tale da far pensare che il nostro Sole avesse generato un flare alquanto anomalo o che, non più… solo, avesse finalmente trovato una compagna vicina divenuta una specie di supernova in preda a uno strano climaterio stellare.

Ho visto (ho creduto di avere visto) navi mercantili abitate da incazzatissime scimmie da esperimento al largo dei bastioni di Giove, o giù di lì.

Ho visto anche un brachicardico-tardigrado di dimensioni umane, eroe figlio di eroe, che si trovava a suo agio quasi ovunque: in un profondo lago marziano (!); su un rover lunare lanciato a velocità folle e speronato dai pirati che infestavano il nostro saltellite naturale; nella sala d’aspetto dell’agenzia delle entrate; … Insomma, stava bene ovunque e comunque, ma non a letto con la bella Liv Tyler.

Per inciso, la recitazione del Pitt Brad ricorda qui quelle della bellissima Bellucci impegnata in qualcuna delle sue interpretazioni più intense. Imperdibile.

Ho visto poi un Tommy Lee Jones, nel film padre dell’eroe, truccato così tanto bene da  sembrare una delle scimmie da esperimento di cui sopra.

Credo di aver visto tutto ciò soltanto grazie a interruzioni del mio sonno provocate da scossoni gravitazionali generati dalla precessione dell’ingente massa alla mia destra. A ogni giro, simile a una pulsar,  da una zona vicino al suo polo nord emetteva sibili e rantoli tipici di chi lottava per rimanere sveglio, contrastato nel suo progetto da un quantitativo di cibo molto più impegnativo delle mie tre uova strapazzate.

Non oso pensare cosa sia successo durante la notte dalle parti del suo polo sud.

Durante una di queste brevi veglie, mi è parso anche di capire che la fonte di quei raggi cosmici che investivano la Terra provocando incredibili sbalzi di tensione seguiti da black out, quindi morti, feriti e altri disagi, fosse proprio l’astronave di Tommy Lee Jones. Per un problema tecnico non ricordo più di quale natura, quella specie di camper spaziale ogni tot inondava l’intero sistema solare di emissioni che, pur se spegnessimo tutti i frullatori, i tostapane e le macchinette da caffè del mondo, nemmeno al CERN riuscirebbero a generare.

Si-loca-con-stelle

Ecco, lì confesso che sono stato davvero sul punto di andare a casa a finire il mio sonno in un  sistema di riferimento che, pur essendo qui sulla Terra, lontano dal mio vicino avrei pure potuto definire “inerziale”.

Ma ho scelto di rimanere (in realtà non possedevo una adeguata velocità di fuga per fuggire via dalla massa planetaria vicina che mi teneva avvinto) perché mi piace soffrire e devo dire che ho fatto proprio bene.

Sì, perché in questo pot-pourri di elementi ripresi da classiconi come Solaris, 2001 Odissea nello spazio (alcune scene di lui nell’astronave con i riflessi delle elettroniche sul casco non potevano non richiamare Frank Bowman alle prese con Hal 9000), Space Cowboy*; con musiche che, per genere, tentano di replicare il successo di quelle bellissime di Interstellar, con Pitt che, come il Clooney di Gravity se ne va con gran disinvoltura a spasso tra gli anelli di Nettuno, facendosi scudo con un cofano di Bianchina di fantozziana memoria, … c’è stato spazio per qualcosa di interessante, che val la pena dire qui.

Nei film di fantascienza spaziale ci hanno abituato a vedere gli arredamenti delle astronavi come qualcosa di davvero lontano dalla nostra esperienza terrestre. In questo film, invece, mi ha colpito l’aspetto dell’interno dell’astronave nella quale Tommy Lee Jones da un trentennio scrutava il cosmo alla ricerca di vita extraterrestre.

Mi si conceda una piccola divagazione. Tantissimi anni fa, qui a Bologna mi è capitato di andare dal dentista della mutua che all’epoca era dalle parti di via XXI Aprile. Una volta entrato, abituato all’idea di studio dentistico che mi ero fatto quando a pagare le cure erano i miei genitori, ebbi una sensazione straniante: lo studio appariva fatiscente, con attrezzature vecchie, brutte, da museo dell’odontoiatria.

Si trattava, per questo, di un ambiente molto vero, forse più vero di quelli moderni, e magari il dottore era il più bravo di tutti quelli da me incontrati in precedenza ma, oramai satollo di verità – il mio dente pulsava con la violenza e la schiettezza di un film neorealista – decisi di fuggire via per andare a farmi debiti altrove.

Insomma, anche il dente ogni tanto ascolta l’occhio che pretende la sua parte.

Alcuni interni di quell’astronave parcheggiata da trent’anni nell’orbita di Nettuno mi hanno restituito quell’idea di vecchio, di malandato, di superato. Una inadeguatezza tecnologica che mai nessun regista aveva messo così a nudo nei numerosi film di fantascienza spaziale che ho visto.

Similmente, a un certo punto, anche l’inscalfibile eroe tardigrado brachicardico nel film cede e viene smascherato con tutte le sue umane debolezze che, anche queste, a mio parere non erano mai state messe così bene in evidenza – forse a funzionare è stato proprio il contrasto con la freddezza fino a quel momento ostentata dal personaggio – in altre produzioni cinematografiche. Lo spazio è immenso ma, diversamente da quello che succede nel cinema nel quale mi trovavo, ciò che manca a chi si avventura lontano dalla Terra è il contatto con l’altro.

Ci-siamo-trasferiti-al-civico

Ieri sera l’universo mi è apparso per quello che ora mi sembra ragionevole che sia: contrariamente a quanto sostengono i seguaci del principio antropico, nel film esso si mostrava per nulla fatto su misura per noi o, se preferite, noi umani apparivamo ancora del tutto inadatti a stare stare dentro il cosmo senza i paesaggi terrestri e un bel po’ di nostri simili a rompere le balle.

La sensazione netta è stata che l’unico luogo naturale di aristotelica memoria dove possiamo stare fosse la Terra e che, se davvero c’è un altro posto simile a questo, il tentativo di raggiungerlo al momento è un suicidio: si tratterebbe di un viaggio capace di distruggerci dentro e fuori.

Mentre sulla Terra invecchiamo sullo sfondo di un mondo che si rinnova e di una tecnologia che di giorno in giorno muta, migliorando se stessa e la qualità della nostra vita, nei lunghi anni di viaggio per raggiungere un pianeta lontano capace di ospitarci, invecchieremmo dentro un ambiente che invecchia con noi, assumendo sempre più l’aspetto dello studio del dentista della mutua.

“Ciò che non uccide fortifica”, recita un detto. In realtà, se l’universo ti fa il torto di non ucciderti, vuol dire che ha deciso di indebolirti mentalmente, oltre che fisicamente, e l’aver posto i riflettori su questa dimensione così disumana di ciò che invece i film di fantascienza hanno fino a oggi tenuto a far apparire alla nostra portata, credo sia la vera cifra di questo film perlopiù mediocre (mi riservo comunque di rivederlo a stomaco vuoto o dopo un pasto leggero. Le mie frequenti assenze cognitive di quella sera, per quanto giustificate, non dovrebbero consentirmi di essere così definitivo nel giudizio).

In esso, la ricerca del padre dato per morto e poi ritrovato vivo e vegeto (anche se un po’ defunto dentro) molto lontano da tutto il consesso umano, la voglia di rivederlo, l’enorme difficoltà a lasciarlo andare nonostante, essendo “più di là che di qua”, non appartenesse più al mondo sul quale lo si voleva riportare, mi hanno fatto capire ancora una volta quanto, nonostante i ventidue anni oramai trascorsi dalla sua morte, sia ancora per me irrisolto il problema del distacco da mio padre.

Inoltre sono più di sei anni che questo pensiero si è intrecciato finemente con un altro che pure il film ha evidenziato: sono spesso aggredito dalla consapevolezza che un giorno sarò costretto, per decorrenza dei termini, ad allontanarmi da mio figlio. Si tratta di un incubo normale; un’idea ricorrente che, ne sono sicuro, aggredisce spesso tutti i genitori e le due cose, ovvero la morte dei nostri genitori e la consapevolezza che morendo, toccherà anche a noi lasciare i nostri figli, si mescolano rivelandoci quanto siamo soli. Se poi questi pensieri li si pone non sulla quinta di una piazza popolata e festosa di una domenica mattina, ma sul drappo nero del buio cosmico, la nostra esistenza solitaria diventa incontestabilmente pesante, chiara, definitiva.

É quindi un film di fantascienza, ma che ha per argomenti anche la fragilità umana e il rapporto padre-figlio: un argomento di cui parlo anche io nel mio spettacolo Giovannino e il Cosmo, una favola astronomico-musicale alla Prokofiev nella quale sottolineo l’importanza di un rapporto importantissimo, quello padri-figli, del quale ancora pochi parlano nella maniera adeguata e dandone l’importanza che merita.

In preda a simili pensieri, a un certo punto mi è sembrato addirittura soave ciò che di solito aborro: sono stato grato al crokkiare di patatine, nachos, pop corn e al turbinare rumoroso delle ultime gocce rimaste negli scaldabagni di cartone che impropriamente al bar del cinema chiamano bicchieri di coca: un repertorio di cacofonie che mi ha ricordato la presenza ingombrante, quindi (solo) per una volta gradita, degli altri spettatori nel The Space.

Vendesi-per-cessata-attività-respiratoria

Finanche la geometria perturbata dello SPACE-tempo della mia poltrona, dolcemente digradante verso il mio ingombrante vicino, mi ha donato per un fugacissimo, meraviglioso istante la gioia di vivere in una buca di potenziale popolata da un altro umano dal corpo politropico, evidentemente degenere.

La morale del film, da me seguito tra una ronfata e l’altra, in definitiva credo fosse il recupero di un’umanità inespressa che l’eroe celava dentro, da qualche parte. Una volta tornato a casa, distrutto nel corpo e nella mente, egli ritrova anche la giusta dimensione sentimentale con la sua ex – una dimensione che la sua precedente esperienza familiare non gli aveva permesso di sondare in modo adeguato – riuscendo finalmente ad apprezzare, lui che aveva sempre viaggiato nell’alto dei cieli, la vita terrena.

Credo sia una storia che segna un interessante (non bello. Interessante) ritorno a una dimensione sociale, sentimentale, romantica, un po’alla Bradbury di Cronache Marziane, di fare film di fantascienza in aperto contrasto con lo scientismo di capolavori come Interstellar, una pellicola a mio parere ancora insuperata.

Riprende un modo di interpretare la fantascienza spaziale non tanto come incursione dello spazio nelle faccende umane, ma come proiezione alla Star Trek dei classici topoi narrativi sul drappo buio del cosmo.

E, a causa di tre uova strapazzate, un’insalatona, mezzo bicchiere di vino rosso e una mela, ho rischiato che tutti questi momenti finissero per andare perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.

Poi è stato (finalmente) tempo di dormire.

 

SZ

 

*) il buon Davide Alboresi Lenzi, amico astrofilo che ho incontrato al cinema, mi ha fatto notare che una foto di Tommy Lee Jones mostrata nel film è stata scattata proprio durante le riprese di quella fortunata, simpatica produzione

 

 

 

Quattro minuscoli buchi neri a pochi chilometri dalla Terra

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Quando sono stati scoperti “nella radio”, avevano una dimensione di 3,4 mm ed erano tutti e quattro costretti a condividere uno spazio di appena 34,6 x 9,7 x 12,8 mm.

Nonostante la grande prossimità tra loro (solo 2,4 mm di separazione tra l’uno e l’altro) da farli quasi sembrare un particolare di un tipico “Concetto spaziale”1 di Fontana2, essi non collassarono mai in un unico buco nero più grande, né generarono un’onda gravitazionale: in fondo, la massa di tutto il sistema non era che di 18.1 grammi… Con simili numeri, non era certo il caso di scomodare la relatività generale!

Piccola divagazione: attirare l’attenzione dei lettori, si sa, non è cosa banale.

Il titolo di un articolo, di un libro, di un film, … è di solito lo strumento principe per tentare di farlo: deve colpire il lettore promettendo ciò che probabilmente non verrà mai dato, ottenendo però che nel frattempo il malcapitato si avventuri nella lettura del primo capoverso: nell’epoca di Twitter, già questo costituisce un ottimo risultato…

Ecco perché mi trovo a chiedere scusa a te che, sapendomi astronomo, hai pensato (forse addirittura temuto) di trovare in questo articolo lo scoop circa l’esistenza di ben quattro oggetti stellari collassati e capitati nottetempo, non si sa come e in perfetto stile Interstellar3, 4, nei dintorni del nostro pianeta.

Mi sento di poterti tranquillizzare: la tua settimana non verrà turbata da proclami allarmistici e allarmati. Lo so: alcuni confidano proprio nel brivido fantascientifico che solo certe notizie possono donare, ma a mia discolpa confesserò che non ho mentito del tutto: nelle righe che seguono, parlerò davvero di quattro minuscoli forellini bui che si sono trovati a transitare nello spazio a poca distanza dalle nostre teste!

E non a caso ho deciso di farlo solo ora: questo articolo, oltre a celebrare ciò che presto scoprirete, serve anche a dare un contributo, spero un po’ diverso da tutti gli altri, alla grande narrazione dell’allunaggio di cui sabato prossimo festeggeremo il cinquantesimo anniversario.

Un allunaggio a lungo desiderato, preparato e ottenuto tramite diversi passi e numerose missioni durante le quali le nuove tecnologie che venivano via via messe a punto con quell’obiettivo, venivano sottoposte alla prova del buio oltre la siepe della nostra atmosfera.

Quindi, come si diceva, niente onda gravitazionale ottenuta dal collasso di buchi neri vicini.

Eppure di onde – anche se banalmente si trattava solo di onde sonore – quei quattro buchini neri il 6 Dicembre del 1965 ne hanno generate parecchie, e tutte molto piacevoli.

Infatti alcune delle otto piccole (9 mm di lunghezza) ance di ottone in essi alloggiate il 16 Dicembre del 1965 vibrarono nell’aria della capsula della missione Gemini VI5 per costruire il noto motivo Jingle Bell.

Sì, perché i quattro buchi neri altro non erano se non i fori di una Little Lady6, 7, una 4179AAMTXULpocket harmonica della Hohner che, come mi è stato riferito da Martin Häffner del German Harmonica Museum8, fu lanciata sul mercato nel 1923 e che nel tempo, unitamente all’astuccio che la conteneva, negli anni ha subito diversi cambiamenti estetici9.

Tra l’altro, lo stesso Häffner ha tenuto ad anticiparmi che per festeggiare i cento anni dalla creazione di questo fortunato modello tra i più piccoli mai costruiti10, 11, la Hohner ha intenzione di allestire presto, immagino nella sede di Trossingen, una mostra a esso dedicata.

Tornando ai buchini neri, una Little Lady all’epoca fu portata clandestinamente in orbita dall’astronauta Walter Shirra12, 13 nella missione Gemini VI. Si era in periodo prenatalizio e, accompagnato dai sonaglini14 suonati dall’astronauta Tom Stafford, Schirra, che era notoriamente un mattacchione, fece una serenata alla Terra suonando il celebre motivo natalizio15.

Come lo stesso Shirra riferì una volta rientrato sul nostro pianeta:

I started fooling around with the harmonica as a boy. Just a couple of the people at NASA knew that I planned on taking a harmonica with me. It was pretty close to Christmas, so I played “Jingle Bell”. It came out quite well. People all over the world sent me harmonicas. They put me in the Atlanta musicians’ union.16

Del resto, voce a parte, a causa di problemi di peso e spazio, all’epoca non era proprio consentito portare in orbita strumenti musicali: le norme molto rigide che dai primordi dell’astronautica regolamentano il trasporto dei cosiddetti “effetti personali” a bordo di una navicella spaziale, non erano state certo elaborate per motivi morali o estetici (anche se – Schirra lo sapeva bene – un’ armonica, per quanto piccola, non sarebbe di sicuro passata ai controlli…).

Piuttosto esse avevano e tutt’ora hanno a che fare con la sicurezza a bordo e con il bruto calcolo, non proprio banale17, di quanto peso in più dello stretto necessario è consentito all’equipaggio imbarcare su un razzo con dimensioni e peso dati e dotato di motori di una potenza adeguata ma comunque limitata.

Tornando al Jingle Bell di Schirra, credo valga la pena

sottolineare che, dopo aver udito quel “messaggio extraterrestre”, circa 40 milioni di americani hanno tentato di suonare l’armonica. Oggi forse definiremmo quell’astronauta un “influencer” che, se avesse avuto a disposizione i social, avrebbe diffuso il verbo armonicistico non solo urbi (il territorio statunitense), ma soprattutto orbi.

Quel messaggio da fuori l’atmosfera mi fa andare con la memoria a quell’altro di solito indicato usando l’acronimo LGM (Little Green Man): un segnale pulsato estremamente regolare e per questo capace di far sorgere il sospetto che a emetterlo nel tentativo di comunicare con noi fosse stato un “piccolo omino verde”, ovvero un alieno secondo una certa iconografia in voga negli anni ’60 e mai del tutto tramontata.

Jocelynn Burnell fu l’astrofisica che nel ’67  riconobbe per prima il tracciato radio di quel segnale e che, dopo aver ipotizzato che si trattasse di un tentativo di comunicare con noi terrestri a opera di un nostro coinquilino cosmico, lo interpretò in modo corretto, ovvero come la prima prova dell’esistenza delle radiopulsar18.Jocelyn Bell

La Bell aveva immaginato un omino verde, invece Tom Stafford, collega di missione di Schirra, prima che quest’ultimo si lanciasse nell’esecuzione in tongue blocking19 di Jingle Bells, fece intendere di avere avvistato un UFO, letteralmente un “oggetto volante non identificato”, la cui vera identità fu svelata proprio dall’ascolto del celebre motivetto: nelle loro intenzioni doveva trattarsi addirittura di Babbo Natale a bordo della sua slitta trainata da renne (!). Insomma, non certo un omino verde, bensì un omone vestito di rosso.

Più precisamente, le parole di Stafford furono:

We have an object, looks like a satellite going from north to south, probably in polar orbit….very low, looks like he might be going to re-enter soon….Standby one, you might just let me try to pick up that thing.

MuHa Weltall Münchner Abenzeitung 1965_12_17Val la pena qui ricordare che quel Jingle Bell fu il primo brano di musica suonato ”live” fuori dall’atmosfera del nostro pianeta. Questo implica che la Little Lady detiene il primato assoluto di primo strumento ad essere stato suonato nello spazio. Un primato che, come mi ha segnalato Roger Trobridge, grande armonicista britannico ed esperto di storia del nostro strumento, ha spinto la Hohner a commemorare l’esibizione di Schirra con una edizione speciale della Little Lady20.

Da allora non so quanti altri esperimenti musicali siano stati condotti in orbita. Ricordo che di recente ha avuto un enorme successo mediatico la bella performance dell’astronauta canadese Chris Hadfield che si è fatto riprendere mentre, accompagnandosi con una chitarra, dopo cinque mesi di permanenza nello spazio, diceva addio alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) cantando Space Oddity di David Bowie21. Come giustamente Hadfield fa notare22:

When you’re a long way from home — when you have left the planet — it’s really important not just to take care of all of the technical stuff, but also to take care of the people.

Un’affermazione che fa capire come, rispetto ai tempi pionieristici di Schirra e Stafford (i due, non dimentichiamolo, dovettero tenere nascoste alla NASA le loro intenzioni musicali fino al momento in  cui si esibirono via radio), oggi vi sia una normale inversione di tendenza negli ambienti che si occupano di ricerca aerospaziale.

Le oramai lunghe permanenze degli equipaggi in orbita, nonché un certo bisogno degli enti di ricerca di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica così da rendere più accettabili le ingenti spese che quel genere di ricerche implicano, fanno sì che fare video, foto, musica fuori dall’atmosfera sia attualmente ritenuto una fondamentale forma di rispetto per il morale e la sensibilità degli astronauti e di quanti rimangono qui al suolo tenendo lo sguardo al cielo.

Inoltre, dal confronto dei due casi Schirra-Stafford e Hadfield, si può evincere che la quantità di “effetti personali” imbarcabili su un vettore è nel tempo cambiata in proporzione all’aumento di potenza dei motori e all’aumento di spazio disponibile pro-capite: se il cosiddetto PPK (Personal Preference Kit) per Schirra & Co. si riduceva al contenuto di un sacchetto23, 24, nei decenni esso è cresciuto fino a consentire finanche il trasporto di una chitarra (!)25.

Nel tentativo di scoprire di più circa la storia e la produzione di quel piccolo gioiello di meccanica che è la Little Lady (che ribattezerei come l’ “armonica delle sfere”), quella “singolarità” nel mondo degli strumenti musicali, vera protagonista di questo articolo e minimo comune multiplo fra tutte le vicende qui raccontate, ho consultato molto di ciò che di disponibile vi è in rete e sui libri che sono riuscito a reperire.

2012-08 pmccartneyHo così scoperto che molti divi come ad esempio Paul Mc Cartney e Cate Blanchett si sono divertiti a farsi ritrarre con questa armonichina tra le labbra.

Tra i libri consultati, non è possibile non citare la meritatamente nota Encyclopedia of the harmonica26 di Pete Krampert grazie alla quale sono venuto a sapere che questo strumentino è all’origine della passione per l’armonica finanche del grande Stevie Wonder il quale, ricevutala in regalo, dopo averla suonata per un po’, è rapidamente passato alla cromatica con esiti ben noti a tutti.

In generale, però, ho scoperto che la storia dei singoli modelli spesso rimane sconosciuta anche agli addetti ai lavori. Di sicuro vi saranno archivi nei quali giacciono tutte le informazioni che potrebbero interessare per condurre una ricerca storica degna di questo nome, ma la cosa non sembra essere una priorità nemmeno dei costruttori.

Il già citato Gerhard Müller, Product Manager del settore armoniche della Hohner mi ha comunque assicurato che:

Tutte le parti come il pettine di legno (legno di pero), le piastre porta-ance in ottone, le ance in ottone e le piastre di copertura in acciaio inossidabile vengono prodotte a mano da personale qualificato. Questo significa che nella produzione di questo strumento non vengono utilizzate macchine controllate automaticamente. La Little Lady viene venduta in oltre 80 paesi in tutto il mondo.

Bild 10 Hohner and Hollywood 1923

Bild 10 Hohner and Hollywood 1923. Source: German harmonica and accordion museum

Confesso che, quando ho deciso di iniziare questa piccola ricerca, nutrivo anche la speranza di reperire eventuali disegni originali, notizie sull’ingegnere che l’ha ideata e progettata, nonché altri documenti utili a delineare meglio la storia di questo piccolo strumento, ma pare che nulla di tutto ciò sia di facile reperibilità ad eccezione di due documenti (li trovate qui di fianco) davvero interessanti che mi sono stati forniti da Martin Häffner (anche lui già citato in precedenza).

Da essi si può evincere ciò che è stato già anticipato, ovvero che nel 1923 lo strumento di sicuro esisteva e che nel 1978 ha subito alcune variazioni nell’aspetto esteriore.

1978-10

Source: German harmonica and accordion museum”.

Se da un lato non è stato possibile sapere alcunché sull’oscuro ideatore di questo piccolo modello di armonica, dall’altro è stato davvero facile reperire materiale circa il nostro “collega”, l’astronauta-armonicista Schirra27.

In particolare, leggendo il bel libro La stoffa giusta di Tom Wolfe28, di informazioni su questo personaggio, vero protagonista dell’era pre-allunaggio, ne ho trovate decisamente tante.

Nel libro il nostro eroe ricorre spesso con la sua incredibile capacità di pilotare pericolosissimi prototipi mantenendo sempre una assoluta freddezza e un autocontrollo quasi disumani, per poi, di contro, diventare decisamente umano nella vita di tutti i giorni. Eccone un primo variopinto ritratto che ne delinea l’autore del libro:

 

Shirra, a trentacinque anni, aveva eccezionali precedenti in combattimento ed era il genere di persona che in tutta evidenza stava ottenendo successo in Marina. Si era diplomato all’Accademia navale e sua moglie Jo era la figliastra dell’ammiraglio James Holloway, che fu al comando del teatro bellico del Pacifico durante la Seconda guerra mondiale. Wally Schirra aveva preso parte a novanta missioni di guerra in Corea e abbattuto due Mig. Era stato scelto per il collaudo iniziale del missile aria-aria Sidewinder a China Lake, in Califronia, aveva collaudato l’F-4H per la Marina alla stessa Edwards – tutto ciò prima di aggregarsi al Gruppo 20 per completare il suo addestramento al volo di collaudo. Wally godeva di molte simpatie. Era un tipo tracagnotto con un gran faccione sincero, dedito alle burle, a sonnellini cosmici, alle auto veloci e a tutti gli altri modi per “mantenere una costante tensione”, per usare uno schirraismo. Era un burlone del genere più amabile. Telefonava e diceva: “Ehi, devi venire qui a trovarmi! Non indovineresti mai che cos’ho catturato nei boschi… Una mangusta! Non sto scherzando… una mangusta! La devi vedere!” E ciò suonava talmente incredibile che andavi da lui a dare un’occhiata. Wally posava su un tavolo una scatola che sembrava fungere da gabbia, e diceva: Ecco, apro un poco il coperchio così la puoi vedere. Ma non metterci dentro la mano, perché te la stacca. Questa bimba è dispettosa”. Ti chinavi per dare un’occhiata e – tombola! – il coperchio si splancava con violenza e quella grossa striscia grigia balzava verso la tua faccia – e, bé, mio Dio, veterani dell’aria rinculavano terrorizzati, buttandosi sul pavimento – e solo dopo realizzavi che la striscia grigia era una specie di finta coda di volpe e che tutta quella cosa non era altro che una scatola col pupazzo a molla, stile Schirra. Era uno scherzo rozzo, a dirla tutta, ma la gioia che Wally traeva da cose come questa arrivava come una mareggiata, un’ondata talmente possente da trascinarti in avanti malgrado te stesso. Un sorriso di una trentina di centimetri gli si allargava sul viso e le gote sgorgagano in un paio di pance da angioletto, sul genere natializio, un’incredibile risata da druido barcollante veniva su dalla gabbia toracica scuotendo e rimbombando, e lui diceva: “Te l’ho fatta!”. Erano famosi i “te l’ho fatta!” di Schirra. Wally era una di quelle percsone che non si preoccupano di mostrare le loro emozioni, felicità, rabbia, frustrazione e così via. Ma nei cieli era freddo quanto chi l’aveva concepito. Suo padre era stato un asso nella prima guerra mondiale, aveva abbattuto cinque aerei tedeschi, e dopo la guerra sia il padre che la madre si erano esibiti in acrobazie aeree. Nonnostante tutta la sua voglia di far baldoria, Wally era assolutamente serio riguardo alla carriera. E quello era il suo atteggiamento mentale ora che si trovavano di fronte a quella faccenda dell’”astronauta”.

La storia, come spesso accade, si ripete: se i pionieri, i coloni, i cercatori d’oro, grazie alle sue dimensioni ridotte, al basso costo, alla facilità con la quale si emettono gli accordi fondamentali della musica popolare e al suo suono caldo ed evocativo, trovarono nell’armonica diatonica un’ideale compagna di viaggio per la conquista del Far West, anche i coloni dello spazio, per motivi del tutto simili, hanno scoperto che questo strumento merita un suo piccolo posto nella grande narrazione della conquista del nostro vicinato cosmico.

E se lo chiamassimo il Far Up (o il Far Out?).

SZ

 

Per scrivere questo articolo, ho ricevuto l’apporto fondamentale di diversi amici e professionisti che mi sembra giusto ringraziare pubblicamente: si tratta, in ordine alfabetico, di Martin Häffner, Gerhard Müller, Alessandro Quintino, Leonardo Triassi, Roger Trobridge.

1- https://www.valutazionearte.it/blog/eventi/concetto-spaziale-terra-e-oro-a-galleria-borghese/attachment/concetto-spaziale-1961-lucio-fontana/

2- https://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Fontana

3-https://squidzoup.com/2014/11/20/un-film-fantascientifico-avvincente-e-scientificamente-esatto-fallo-tu/

4- https://squidzoup.com/2014/11/25/lamore-ai-tempi-di-interstellar/

5-https://it.wikipedia.org/wiki/Gemini_6

6-https://www.hohner.de/en/instruments/harmonicas/diatonic/miniatures/little-lady

7- In questa pagina si trova un dato non riportato dalle altre: il peso di questo strumento:

https://www.amazon.co.uk/HOHNER-39-Hohner-Harmonica-Little/dp/B000XEFN1Y

8- Sito del Museo dell’Armonica a Trossingen: https://harmonika-museum.de/en/start_e/

9- In questa pagina si può vedere come apparivano sia la Little Lady che il suo astuccio (sembra di cartone, come quello di altri modelli più grandi) prima che prendesse l’aspetto attuale:

https://www.rubylane.com/item/134693-MS–1176/Miniature-Toy-Harmonica-x93Little-Ladyx94-Hohner?search=1

10- In questa pagina è possibile vedere diversi modelli di mini armoniche che per dimensioni minime e minimo numero di ance, concorrono con la Little Lady e spesso vincono il confronto:

https://riskas513.blogspot.com/2018/12/docs-vintage-harmonica-collectables_31.html

11- Altra pagina con diversi esempi di mini armoniche in commercio e costruite da marche diverse dalla Hohner:

https://thea.com/2/Harmonica-Mini-Harmonica/

12- https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Schirra

13- https://www4.ti.ch/can/oltreconfiniti/dal-1900-al-1990/vite-di-emigranti-e-discendenti/?user_oltreconfiniti_pi1%5BidPersonaggio%5D=683

14- Gli strumenti di Stafford e Schirra esposti allo Smithsonian National Air and Space Museum:

https://airandspace.si.edu/stories/editorial/tom-stafford%E2%80%99s-jingle-bells-and-wally-schirra%E2%80%99s-harmonica

15-La registrazione della trasmissione tra Stafford, Shirra e il centro di controllo durante la quale i due astronauti suonano Jingle Bell:

https://www.youtube.com/watch?v=RmsOmqf7Hso&list=RDRmsOmqf7Hso&start_radio=1&t=68

16- Field, Kim, Harmonicas, Harps, and Heavy Breathers: The Evolution of the People’s Instrument, https://www.amazon.com/Harmonicas-Harps-Heavy-Breathers-Instrument-ebook/dp/B00BZC1UTM

17- Consiglio la lettura della sezione 11.5 intitolata Restricted Staging in Field-Free Space del seguente testo: Curtis, Howard, Orbital Mechanics for Engineering Students, Elsevier Aerospace Engineering Series, http://www.nssc.ac.cn/wxzygx/weixin/201607/P020160718380095698873.pdf

Lì si parla anche del caso specifico del cosiddetto payload della Gemini sulla quale viaggiò Schirra.

Ringrazio  l’ingegnere aerospaziale Alessandro Quintino che me lo ha gentilmente suggerito

18- Una storia affascinante che val la pena di farsi raccontare direttamente dalla protagonista: http://www.bigear.org/vol1no1/burnell.htm

19- All’ascolto, sembra trattarsi della classica tecnica del Tongue-Blocking usato “a martello” per ottenere l’effetto di accompagnamento ritmico e armonico di cui potete trovare una descrizione nell’interessante articolo di Luigi Orrù all’indirizzo: https://www.doctorharp.it/riflessioni-sul-tongue-blocking-blocco-con-la-lingua-o-coprendo-di-luigi-orru/

Può darsi, invece, che sia un sovrapporsi delle frequenze dell’armonica e quelle dei sonaglini suonati da Stafford, il tutto reso ancora meno intellegibile dai rumori tipici dell’ambiente della capsula e dai disturbi tipici delle trasmissioni radio dell’epoca. Per sapere qualcosa di più circa i rumori di quegli ambienti, consiglio di consultare il capitolo 13 del libro di Neil F. Comins Viaggiare nello spazio – Guida per turisti galattici, Kowalski, 2007

https://www.amazon.it/Viaggiare-nello-spazio-turisti-galattici/dp/8874967233

20- https://www.mandoharp.com/Harmonicas/152786-HMIN_Hohner_M91560_LittleLadyAR/index.html

21- https://www.youtube.com/watch?v=lc8BcBZ0tAI

22- http://www.vancouversun.com/technology/astronaut+chris+hadfield+space+station+guitar+built+vancouver/8414940/story.html

23- Contenuto “dichiarato” (manca la voce “harmonica Little Lady”) del Goodie Bag di Schirra: http://www.collectspace.com/resources/flown_gt6_pltppk.html, http://spaceflownartifacts.com/flown_ppks.html

24- Informazioni aggiuntive sui PPK: https://www.forbes.com/sites/quora/2018/06/26/how-many-personal-items-can-astronauts-bring-to-space/#7a8898963a30

25- Le tabelle riportate in questa pagina consentono di apprezzare come al variare dei vettori siano cambiati nel tempo i pesi dei PPK:

http://spaceflownartifacts.com/flown_ppks.html

26- https://www.amazon.com/Encyclopedia-Harmonica-Mr-Peter-Krampert/dp/0786658959

27- https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Schirra

28- https://www.librimondadori.it/libri/la-stoffa-giusta-tom-wolfe/

29- A partire dal 1862 la Hohner iniziò a importare i suoi prodotti anche in territorio americano. Fonte:

http://harmonicatunes.com/harmonica-history/