Un’abbracciata d’aria

Un'abbracciata-d'aria

Alle 17:34 saranno venti anni ellittici-ellittici (eccentricità = 0,016) che hai eliminato il tuo profilo livebook.

Un giorno, indicando un cimitero, mi hai fatto notare come fosse pieno di gente indispensabile.

Vero.

Allora spiegami perché mi manchi.

SZ

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Lettere Divulgative a un Figlio Lontano – Un terzo bonus di 24 ORE di visibilità

Mammouth-Zoup

Nel Domenicale di domani, Domenica 17 Aprile 2017, dovrebbe esserci (a volte l’editoria riserva sorprese dell’ultim’ora…) di nuovo un mio fumetto intitolato “Un orologio… a tempo”. É la terza volta che capita, dopo il 29 Gennaio e il 26 Febbraio, e la cosa ovviamente mi gratifica, rimpinguando energie mentali che spesso mi vedono “in riserva”.

Quale occasione migliore, allora, per raccontare quale sia il mio modo di pormi davanti a questa opportunità? Quale momento migliore per capirmi meglio, descrivendo(mi), spiegando(mi) quale sia la strategia che ho deciso, più o meno consciamente, di adottare nel costruire queste brevissime storie domenicali?

In un primo momento, ho pensato al testo che segue come a qualcosa che potesse trovare spazio nel sito del SOLE 24 ORE, ma poi Alfredo Sessa, responsabile della pagina, mi ha fatto notare che, eccezion fatta per alcuni spunti di interesse più generale, il testo fosse così personale da risultare molto più adatto a questo mio spazio.

Se state leggendo qui queste parole è proprio perché non ho potuto fare a meno di scoprire, rileggendomi, che aveva perfettamente ragione.

Senza quindi indugiare ulteriormente in introduzioni varie, prefazioni, preamboli, fronzoli, ecco quanto scrivevo in preparazione dell’uscita di, si spera, domani.

Buona lettura, sempre che vi vada di leggerlo.

Prima di iniziare a disegnare le mie brevi storie per il Domenicale, ho dato un’occhiata preventiva a quanto fatto dai colleghi che mi hanno preceduto su quella pagina. Questa breve indagine ha fatto emergere un carattere ondivago, come è normale che sia, degli approcci comunicativi: quello è chiaramente uno spazio dedicato ai più piccoli, ma nel quale la volontà di coinvolgerli viene coniugata quando in modo “classico”, ovvero con disegni dal tratto ampio, dai colori distesi e dai testi diradati, quando con un tratto un po’ più adulto caratterizzato da una maggiore densità e spigolosità dei segni e testi più ambiziosi.

Tutto ciò mi è sembrato normale, anzi, è del tutto normale: a parte prevedibili e necessarie variazioni di approccio da parte dei diversi autori, l’obiettivo stesso del comunicare ai più piccoli, in assenza di una precisa indicazione su cosa “più piccoli” esattamente significhi, implica il parlare a un range di età abbastanza ampio nel quale anche solo una differenza di un anno comporta enormi variazioni nelle capacità cognitive dei bambini.

Conoscendomi e sapendo che, almeno fino a oggi, mi è stata e mi è più consona la comunicazione con un pubblico adulto, ho pensato di interpretare il compito di parlare ai minori facendolo in un modo indiretto: ovvero passando dalla comunicazione intermedia con i genitori ai quali suggerisco possibili argomenti da raccontare, oggi o tra qualche anno, con l’aiuto dei miei fumetti o meno, ai propri figli.

La tensione divulgativa mi è propria, ma dopo aver pubblicato la prima storia “Se solo i grandi guardassero il cielo” – che, tra le due fin qui pubblicate, è quella che definirei più “emozionale”, da contrapporre ad altre di carattere più divulgativo (es.: “Un preciso caccolo astronomico”, Il Sole 24 Ore, 26 Febbraio), “storico” (es.: fumetto per l’European VLBI Network) o “di ricerca” (es.: quella oggi presente nel Domenicale. Per una discussione più approfindita su queste categorie, cliccare qui), e nella quale, come precisavo nell’intervista fattami da Alfredo Sessa lo scorso 29 Gennaio, un concetto da passare c’è ma è più nascosto, da intravedere in filigrana – ricordo di essere stato invitato dall’allora responsabile dell’inserto a esplicitare nei miei fumetti qualche contenuto astronomico in più: era proprio questo che ci si aspettava da un fumettista che, come me, facesse capo all’INAF, Istituto Nazionale di Astrofisica.

Ovvio che, dopo questo invito esplicito, l’idea di pubblicare sul SOLE 24 Ore ha preso ad intrigarmi ancora di più, con l’effetto però di stabilire in modo definitivo, o quasi, quale fosse il livello minimo di complessità grafica e testuale sul quale io, col mio tratto e col mio modo di raccontare, potevo attestarmi: non è assolutamente impossibile spiegare contenuti astronomici ai più piccoli, anzi; ma potendo farlo, preferisco dire qualcosa di più, quindi parlare a bimbi più grandi e ai loro accompagnatori.

Il coinvolgimento dei genitori in questo processo mi diventa quindi fondamentale in quanto è soprattutto a loro che mi rivolgo, privilegiando i papà per il semplice motivo che lo sono anche io e che quindi sento di vibrare in consonanza con molti nella mia stessa situazione.

I temi che ho scelto di trattare sono decisamente soft e, mentre con L’istituto cileno Milenio de Astrofisica sto conducendo, sempre a fumetti, un’operazione di divulgazione di temi di Astrofisica più dura non disdegnando di inserire qui e là anche qualche semplice formula, nel Domenicale propongo temi di Astronomia osservativa condotta a occhio nudo, quindi qualcosa di più facilmente trasmissibile da padre in figlio anche se il padre (o la madre) in questione non è un astronomo.

Rendere Giovanni protagonista di queste brevi storie assume qui molte valenze: intanto mi coinvolge in modo tale da farmi “stare sul pezzo” in modo diverso, senza farmi avvertire la stanchezza per le innumerevoli correzioni che apporto in corso d’opera a testo e disegni, ma che poi, a lavoro finito e solo allora, arriva puntuale a devastarmi.

Oltre a questo c’è anche un altro aspetto.

È ormai dal Novembre 2016 che lavoro all’INAF-OAPA/GAL-Hassin, Centro Internazionale per le scienze astronomiche di Isnello, paesino madonita della provincia di Palermo, e questo significa che vedo mio figlio solo per quindici giorni al mese, allorché torno a Bologna dove ho studiato, lavorato e vissuto negli ultimi anni.

Disegnare mio figlio cercando tra i tanti video che gli faccio quando sono a casa la posa giusta da riprodurre nel fumetto, mi fa sentire come quel cavernicolo che a Lascaux disegnava il bisonte sulla parete della sua grotta. Così facendo se lo propiziava, conquistava la sua preda, la “ipotecava”, quasi, creando un mondo possibile e parallelo in cui lui catturava il bisonte perché era ciò che già stava capitando lì, su quel mondo-parete, grazie ai suoi rudimentali strumenti da disegno e a una sorprendente maturità artistica. Disegnando il bisonte, il nostro lontano antentato lo aveva già fatto suo, lo aveva già catturato.

Bene.

Disegnando mio figlio standomene lontano da lui, sembrerà retorico, ma mi permette di conquistarlo, di farlo mio, di parlargli tenendolo vicino nonostante i circa mille e duecento chilometri che ci dividono (e trasformandomi così, da Squid Zoup, a Mammouth-Zoup, titolo dell’illustrazione d’apertura di questo articolo). Inoltre parlargli, nonostante in quei fumetti io gli stia raccontando qualcosa che lui a quattro anni non può proprio comprendere, mi consente di curare un’altra mia vecchia frustrazione: faccio divulgazione da tanto, oramai, e mi sono trovato spesso a raccontare l’astronomia a tanti bambini di tutte le età.

A un certo punto, tempo fa, mi sono detto che sarebbe stato bello spiegarla anche a un bimbo mio e non solo a bimbi altrui. Non è detto che Giovanni un giorno accetterà le mie narrazioni. Magari preferirà altro all’astronomia e alla scienza in generale e, nel caso, da padre a me starà di accettare senza drammi il suo disinteresse per le mie passioni.

In ogni caso, ora esiste un piccolo universo cartaceo e parallelo nel quale le cose stanno andando come desideravo: mio figlio si interessa a ciò che posso dargli, lo accetta di buon grado e si dimostra felice di trascorrere con me il breve tempo che prende raccontargli queste storielle epistemiche.

Forse un giorno tutto ciò mi dovrà bastare.

SZ

Sfondo musicale:

Aforisma 7: Stevie Wonder Dixit

It's-you

Correva l’anno 1984, ma da allora gli anni hanno preso a correre ancora più veloci.

Forse più di altri, l’assolo di oggi rientra nella categoria degli aforismi: brevissimo, incisivo, perfetto nel suo genere. Parte dichiarandosi con pacata ma decisa autorevolezza e dopo una sapiente pausa, esplode in un acuto che è una lama affilata conficcata in un chakra. Dopo aver inferto questo colpo, l’armonica ricama baloccandosi e – mi si passi il termine –  “baroccandosi” con le note per poi accompagnare l’ascolto verso la ripresa del canto.

Tra tutti i musicisti, Stevie Wonder forse è quello che ha la maggiore capacità di suonare così come canta. Dire che suona come canta significa affermare che è un grande, immenso armonicista, ma la sua forza non sta certo nella tecnica, se per essa si intende ciò che Jean “Toots” Thielemans e i suoi epigoni sanno fare con quello strumentino.

In sua difesa, c’è da dire che Stevie Wonder non è un jazzista, né credo gli sia mai interessato esserlo. Tra le due, sono i jazzisti a non poter fare a meno di sapere cosa ha detto lui in musica, e non l’inverso. Inoltre, da un punto di vista strettamente strumentale, lui sa fare cose che mi sembra nessun altro sappia ottenere dalla cromatica. Mi riferisco allo staccato che se eseguito da lui, raggiunge la brillantezza di un pizzicato di violino.

Insomma, suona il suo mondo e lo suona così bene da far venir voglia di viverci o di trasferirsi lì, di tanto in tanto.

Cercando di ricostruire i miei ricordi circa i primi incontri con la sua musica, arrivo fino a quando per radio sentii la famosissima Isn’t she lovely (1). Il lunghissimo assolo finale fu per me un regalo fin troppo generoso ricevuto da una radio che molto di rado mandava brani suonati con l’armonica. Di solito, quando lo faceva, proponeva lunghissime filastrocche tanto care agli italiani, inframezzate da accordacci random tirati fuori da diatoniche suonate male.

Tra i miei ascolti, random pure quelli, compiuti tra la radio dei miei, lo stereo di mia cugina Felicia e quello di mio zio Francesco, ricordo di essermi imbattuto in uno spelndido That girl (2) con un assolo di armonica che un giorno potrebbe meritare un aforisma tutto suo. Infine, in questo bricoladge sonoro, in una di quelle domeniche a casa del solito zio ho incontrato l’assolo oggetto dell’aforisma di oggi.

Sapendo della tendenza di Wonder a usare l’armonica in almeno un brano per disco, mi  sottoposi all’ascolto dell’intero LP The Woman in Red (3), all’epoca una new entry della discoteca del mio parente, nell’attesa del suono del mio strumento preferito. Fui premiato durante l’ascolto del terzo brano, It’s you, nel bel mezzo del quale stanai l’assolo che trovate trascritto più in alto.

Si trattava di una vera e propria perla rara: spesso, lo strumento al quale viene affidato l’assolo nella parte centrale di un brano, viene annunciato con brevi interventi a commento del cantato. Invece, ascoltando la prima parte di It’s you, non vi era traccia del suono di armonica e non era quindi possibile intuire la presenza dell’assolo. Questo può forse far immaginare la sopresa e la mia immensa felicità nello scoprire che anche quel disco contenteva un regalo per me.

Se la maggior parte delle persone erano interessate a I just called to say I love you, la canzone più famosa di quel disco, io avevo trovato otto misure che da sole valevano l’intero LP. Dopo l’assolo, l’armonica tornava a tacere e purtroppo non la si udiva nemmeno nella coda del brano, laddove un a mio parere bel costume, molto diffuso tra gli arrangiatori, l’avrebbe fatta suonare consentendole frasi di respiro molto più ampio. Una piccola consolazione venne dallo scoprire che Wonder aveva deciso di suonare il tema dell’ultimo brano del disco, It’s more than you, interamente con la sua cromatica.

L‘ ’84 era anche l’anno in cui Chaka Khan fece la sua versione di I feel for you (4), una canzone scritta da Prince. In televisione passarono il videoclip e grazie a quello riuscii ad ascoltare il bruciante assolo di armonica di Wonder. E credo sia anche l’anno in cui conobbi Mario Falcone e Luigi Negroni, due musicisti della mia città ai quali sono legato da ricordi particolari: il primo, chitarrista e poi batterista, aveva un’incredibile discoteca dalla quale io e mio cugino, il pianista e flautista Gianluca Barbaro (5) col quale negli anni ’80 mi stavo avvicinando a quel genere, abbiamo “rubato” moltissimo. L’altro era un prodigio: riusciva a cantare alla Stevie riproducendone alla perfezione il timbro. Suonava anche l’armonica, stavolta con il suono e il fraseggio di Wonder.

La cosa che mi dà da pensare è che i miei ascolti erano così: fortuiti, casuali, non ripetibili a comando: infatti, come ho già raccontato in altre occasioni, a casa non avevamo uno stereo. Di sicuro ho perso molte occasioni, ma credo (o forse voglio solo sperare che sia così) che questo mi abbia regalato la capacità di assaporare le cose in modo diverso, facendomi imparare come mantenere inalterato il ricordo di un sapore, di un odore, di una sensazione per lunghissimi periodi. Ho imparato così bene che nel 2015 li riscopro del tutto inalterati.

É davvero strano poter oggi digitare un titolo in un qualsiasi motore di ricerca e trovare con estrema facilità brani, suoni, frasi. La domanda sorge spontanea: se all’epoca avessi avuto accesso a questo mare di informazione, sarei diventato migliore? Mi piacerebbe dirmi di no, ma temo che le cose stiano in modo diverso. Per fortuna, non mi viene data la possibilità di sperimentare una vita diversa e sono costretto ad accontentarmi di quello che sono, ben sperando per mio figlio, un nativo digitale che avrà il mondo a disposizione.

Intanto sono qui che digito, clicco, ascolto. Seduto su di un divano grigio, guardo di fronte a me le mie gambe, il mio corpo. La musica  nelle cuffie è la stessa di trentuno anni fa. Le sensazioni pure.

Le note di It’s you mi fanno ricordare nitidamente un Angelo sedicenne  seduto nella stessa posizione su un divano color panna. Il corpo che ho in mente è però diverso da quello che vedo. É più piccolo, più acerbo. Questo nitore del mio ricordo mi uccide.

Sorrido.

Ma vorrei piangere.

SZ

1 – https://www.youtube.com/watch?v=YOs7DYwG0Go

2 – https://www.youtube.com/watch?v=eagQKwVendA

3 – colonna sonora dell’omonimo film, campione di incassi, di e con Gene Wilder e la bellissima Kelly LeBrock: http://en.wikipedia.org/wiki/The_Woman_in_Red_%281984_film%29

4 – https://www.youtube.com/watch?v=04yCea2HOhY 5 – http://www.barbaro.it/

Densità di Tempo – Per quando sarò un mio lettore

Di-corsa-1

Tra coloro che leggono i miei post, ce n’è uno che ritorna spesso e che conosco molto bene. Si tratta dello stesso autore che ogni tanto sorprendo mentre a distanza di mesi dalla pubblicazione di un articolo, classicamente torna “sul sito del delitto”.

Quando mi sorprendo con le mani nella mia marmellata, specie quella di mesi e mesi prima, scopro che ricordo poco di ciò che ho scritto e di come l’ho espresso e per un attimo vivo l’illusione di star leggendo i pensieri di uno sconosciuto a me molto, molto affine.

Insomma, scrivere vuol dire anche leggere e leggersi e in quest’ottica tutto ciò che si posta in un blog può essere riguardato come una sorta di diario, di pro-memoria che  servirà allo stesso blogger per ricostruire la storia di qualche suo periodo passato.

Sapendolo, non posso certo perdonarmi lunghe assenze da questo spazio virtuale. Assenze che, oltre a deludere chi ha deciso di seguirmi, sfilacciano la trama della mia narrazione costellata di voragini temporali che un giorno mi risulteranno incolmabili.

Ecco perché devo assolutamente riassumere quanto ho fatto nelle ultime due settimane: forse molti lo troveranno molto poco rilevante, ma non intendendo avere oltre il blog, anche un diario personale, devo necessariamente riassumere tutto qui. Sarebbe stato bello poter annunciare volta per volta, nella sezione “Prossimi E20”, quanto sto per scrivere, ma non ne ho avuto proprio il tempo e le energie.

In fondo (excusatio non petita), l’assenza da questa pagina è stata proprio determinata dai troppi impegni presi nel mondo reale al di fuori di qui, e per quanto mi riguarda questo è già di per sé interessante.

Dal 7 al 10 Aprile ho seguito all’Osservatorio di Merate un bel corso tenuto da Marco Landoni sulla riduzione di spettri con il programma IRAF. Un argomento al quale mi sa che prima o poi dedicherò un articolo a parte.

Valigia del Nomade Nostalgico

Valigia del Nomade Nostalgico

In quei giorni ho dormito nella foresteria di quell’Osservatorio scoprendo che – vuoi per l’età, vuoi per il fatto di avere una famiglia – mi costa sempre più allontanarmi da casa. Continuo a sentire intensamente il fascino delle strutture scientifiche come osservatori e centri di ricerca, nonché di un certo nomadismo legato alle mie attività, quello che un tempo permeava tutta la mia vita, ma poi arriva la sera e ogniqualvolta mi ritrovo lontano dalle mura domestiche, immancabile si impadronisce di me una sensazione di spaesamento; di strana e malinconica inadeguatezza.

Tornato a Bologna, sono ripartito il giorno dopo alla volta di Torino per prendere parte al congresso PLANIt (1), l’associazione dei planetaristi italiani. Sono andato in rappresentanza dell’Osservatorio di Bologna, invitato dagli organizzatori del congresso per riassumere in un intervento quanto è emerso nel workshop “Raccontare e insegnare il cielo e le stelle” (2) che noi dell’O.A.B.O. abbiamo organizzato l’anno scorso alla Fiera del Libro per Ragazzi felsinea.

Ne ho quindi approfittato per rivedere la splendida struttura del Planetario INFINI-TO (3) e per visitare le cupole del vicino Osservatorio di Pino Torinese (4). É stata anche una belissima occasione per rivedere un po’ di colleghi e amici che non vedevo da un po’: Pierluigi Catizone, Andrea Maggiora, Carlo Italo Zanotti, Alberto Cora, Simona Romaniello e Marco Brusa. Erano tanti anni che non incontravo Simona e abbiamo subito quantificato il tempo trascorso in termini di figli: ci eravamo persi di vista quando proprio non era nemmeno immaginabile averne e ci siamo ritrovati entrambi genitori di eredi due-enni. Sì, decisamente un intervallo lungo…

Per non sentire la tristezza che mi donano posti falsamente accoglienti come alberghi & affini, ho dormito la prima sera a casa di Alberto Varaldo, amico di vecchia data, collega musicista e autore di un bellissimo metodo per armonica cromatica (5), e la seconda a casa di Maurizio Scervino, altro amico conterròneo perso di vista addirittura una trentina d’anni fa e recuperato in circostanze fortuite solo due settimane prima di andare a Torino. Con lui l’amarcord è durato fino alle quattro del mattino. Devastante.

Una volta tornato a Bologna, ad attendermi c’era La settimana dell’Astronomia con gli impegni che questa iniziativa ministeriale comporta per noi che lavoriamo nel campo della divulgazione e didattica di quella materia. Il mercoledì 15 sono quindi tornato nella scuola dove ero già stato in Marzo in occasione dell’eclissi e lì ho raccontato a 175 bambini scatenati in quanti modi può ucciderci un buco nero. Al pomeriggio sono stato nel liceo Alberto Magno con il grande Flavio Fusi Pecci per commentare con musica e immagini una sua conferenza sulle distanze cosmiche. Il giorno dopo, Giovedì 16, Flavio, Roberto Bedogni ed io abbiamo intrattenuto il pubblico in Osservatorio con una “chiacchierata” sulla luce e la sua velocità. Il mio intervento è consistito nel commentare i miei fumetti “Guardare Avanti” (6), “La Treccia del Tempo” (7) e “Signal/Noise” (8) già pubblicati in questo blog.

I giorni successivi sono stati occupati a raccogliere le idee e ad analizzare i numerosissimi dati ottenuti con questionari vari che abbiamo distribuito nelle scuole per saggiare, non solo cosa i ragazzi sanno di astronomia (questionario di entrata), ma anche quanto bravi siamo noi a spiegare i nostri argomenti preferiti (questionario di uscita). I risultati di questa ricerca diventeranno presto un articolo che speriamo venga pubblicato da qualche rivista di sociologia della scienza o di pedagogia scientifica, ma nel frattempo, tornato da Torino,  ho inviato a “Il Giornale di Astronomia” (9) un mio articolo contenente una ricerca che ho compiuto sulla percezione del cielo e delle costellazioni.

Se verrà accettato, lo annuncerò su queste pagine.

Il 23 Aprile, ovvero giovedì scorso, ero alle Murate di Firenze dove sono stato invitato da Beth Vermeer a raccontare nella manifestazione da lei ideata “Il profumo della luce” quale possa essere “l’odore del cosmo”. Presentatami solo un mesetto fa dal comune amico Pierluigi Catizone, direttore del Planetario Sky-Scan di Bari, Beth è un personaggio davvero peculiare: architetto paesaggista, vedova di un docente universitario di fisica col quale ha condiviso anche molte avventure intellettuali che l’hanno progressivamente avvicinata al nostro mondo, organizza da anni eventi di vario tipo trovando sempre un modo elegante di far dialogare scienza e l’arte.

Parlandole, ho scoperto che collabora da tempo con l’INAF e che conosce diverse persone con le quali anche io lavoro, in testa Stefano Sandrelli del POE di Brera, mio relatore di dottorato in Astrofisica. Esplosiva, sempre in viaggio alla ricerca di un’onnipresenza che le consenta di curare icome una chiocica i suoi progetti, ha fondato il sito Design of the Universe (10), un sito nel quale propone con forza l’esigenza di un dialogo sinestesico tra scienza e arte. A Firenze mi ha dato l’opportunità di parlare di molecole nello spazio, della loro origine, del loro possibile odore e di introdurre al pubblico lì convenuto e intrattenuto con musica, profumi, immagini, video, danza e discorsi di chimici, agronomi, artisti, astronomi (!), gli argomenti che ho esposto nell’ultimo fumetto di Squid Zoup (11) e che Beth mi ha chiesto giustamente di pubblicare solo ad evento finito.

Mentre il 22 sera preparavo quei disegni che trovate nel post precedente a questo, ho ricevuto una richiesta di amicizia su Facebook da parte di un grande musicista molto noto nell’ambiente: il bassista Marcello Sutera. Ovviamente ho accettato e la richiesta, da semplice contatto che poteva essere, con somma sorpresa si è rivelata una offerta di lavoro: mi chiedeva di registrare la mia armonica sul suo nuovo singolo Memory (12). Il brano verrà pubblicato il 4 Maggio e, dato il poco tempo, abbiamo deciso che sarei andato a registrare da lui a Godo di Russi (Ravenna) la sera del 24.

Il 24 mattina, dopo una notte quasi interamente insonne per il mio non trovarmi a mio agio negli alberghi, ho quasi perso il treno, sono arrivato a Bologna, ho portato il pupo al nido, sono andato al lavoro e al pomeriggio, tornato a casa con GIovanni che imperversava, ho studiato il brano di Marcello e i brani che il giorno dopo avrei dovuto suonare nello spettacolo della compagnia Archivio Zeta (13).

Registrazione fatta, tornato a casa felice come una pasqua per come le cose erano andate, dopo qualche ora di sonno ristoratore, mi attendeva lo spettacolo per il quale mi sono alzato prestissimo nonostante fosse il 25 Aprile, giorno di “vacanza”: Eumenidi/Montagne.

Su testo di Pasolini, la compagnia Archivio Zeta che ha il suo nucleo nella coppia Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, ha costruito una splendida sequenza di due scene lungo un percorso che da un prato conduce nel luogo del famoso eccidio compiuto dai tedeschi nel ’44. Mio compito era suonare l’armonica nel tragitto fungendo da pifferaio che attira con la musica la fiumana di gente accorsa per l’occasione, per poi unirmi a un duo di violoncelli col quale proporre una interessante rilettura di due brani incredibilmente belli, scelti da Patrizio Barontini: l’Actus Tragicus (14) di J.S.Bach e Lascia che io pianga (15) di G.F. Handel.

Oggi, Mercoledì 29, ho affrontato altri 25 scalmanati di quinta elementare ai quali ho raccontato come è fatto il Sistema Solare e domani andrò a Como per un seminario scientifico.

L‘estate mi sembra terribilmente/fantasticamente lontana.

SZ

1 – http://www.planetari.org/it/

2 – http://www.bo.astro.it/universo/fieralibro.html

3 – http://www.planetarioditorino.it/infinito/

4 – http://www.oato.inaf.it/index.php?lang=it

5 – http://www.kimwilliamsbooks.com/titles/monographs/120-blow-suonare-l-armonica-cromatica.html

6 – https://squidzoup.com/2014/11/14/visioni-del-futuro-vs-immagini-del-passato/

7 – https://squidzoup.com/2014/06/02/la-treccia-del-tempo/

8 – https://squidzoup.com/2014/10/10/signal-noise/comment-page-1/

9 – http://sait.interlandia.net/giornalediastronomia.html

10 – http://www.design-of-the-universe.it

11 – https://squidzoup.com/2015/04/27/il-senso-dei-sensi/

12 – https://www.youtube.com/watch?v=wrsS2rK3Yr8

13 – http://www.archiviozeta.eu/

14 – https://www.youtube.com/watch?v=TjicmINYRo8

15 – https://www.youtube.com/watch?v=MnBT84764ds