Il Senso Dei Sensi

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Senza Dio, ma con il suo permesso

Inchino

A pagina 44 de La Repubblica di oggi ho trovato un nuovo intervento di Vito Mancuso, oramai un giocatore ufficiale della squadra di Scalfari.

La sua interessante recensione al libro di Amir D. Aczel vince quasi due intere pagine centrali e importanti del quotidiano con un titolo che pesa come un postulato: Né atea né devota perché la scienza non respinge l’idea di Dio.

Avevo notato nelle librerie la nuova fatica di Aczel e meditavo di comprarla, anche se il titolo “Perché la scienza non nega Dio” mi disturba alquanto: piuttosto che essere un invito per i lettori a partecipare a quel famoso dialogo critico, ci restituisce già il risultato finale dell’analisi di Aczel. Un risultato che parla di una conciliazione possibile – e forse l’autore  pretende in quelle pagine che sia anche necessaria – tra fede e ragione.

Non entrerò nel merito di quanto detto nel libro per l’ovvio motivo che non l’ho ancora letto; né commenterò a lungo, pur avendolo letto, quanto scritto da Mancuso nel suo articolo.

Per il momento, mi limito invece a fare poche, semplici considerazioni: Scalfari da ateo o agnostico che sia, si interroga sul mistero della fede e lo fa chiedendo pubblicamente “lumi” al papa con l’invio di una lettera che pubblica sul suo quotidiano. Del resto, a chi se non a lui? Ovvio che se domani avrete dubbi in tema di fede, scriverete anche voi una letterina a Francesco.

Confesso di non aver letto nemmeno quella, infastidito dall’operazione che dal mio punto di vista non poteva portare a nulla di buono. Volendo oggi colmare questa imperdonabile lacuna, ho digitato nello spazio apposito del mio browser “scalfari papa lettera”.

Col tempo ho capito anche io che ciò che troviamo quando mettiamo in moto simili ricerche è il risultato di quanto la rete ha capito del singolo internauta: in risposta ai nostri quesiti, essa ci propone pagine che ritiene possano piacerci perché la rete, tramite i post che scriviamo, i siti che visitiamo, il tempo che trascorriamo in essi, … ha avuto oramai il tempo di farsi un’idea molto precisa di chi ognuno di noi sia davvero.

Dando quindi per scontato che la parte dell’oceano internet che bagna il mio computer abbia compreso molto bene quanto io non sia mosso da fede religiosa, trovo sorprendente (e, a questo punto, molto veritiero) che la ricerca avviata con quelle tre paroline abbia prodotto i seguenti risultati:

Schermata 2015-04-07 alle 12.27.51

Si vede chiaramente che, nel tentativo di leggere cosa davvero chiedesse il direttore del famoso quotidiano al pontefice, si trova solo la risposta di quest’ultimo mediamente commentata dai lettori di tutti i siti come “vittoria della fede”, “risposta sconvolgente del papa”, “bellissima lettera di risposta del papa”, …

Il tutto procede così per un bel po’ di pagine web e per trovare cosa accidenti chiedesse davvero Scalfari, bisogna faticare tanto. Meglio, perché più veloce, ricostruire la lettera unendo in un file word i vari capoversi ai quali il papa, riportandoli in grassetto, risponde.

Insomma, è andata proprio come ci si poteva aspettare: la fede vince ancora una volta, dimostrandosi “aperta al dialogo”, confermando “la grandezza di questo papa” e via dicendo con tutta una serie di luoghi comuni che tanto piacciono al popolo italiano, un popolo che di certo non ha mai negato attenzione alla sua religione di stato (N.B.: Stato laico).

Nel frattempo Piergiorgio Odifreddi, altra firma assunta da tempo in prima squadra tra le fila degli articolisti di La Repubblica, in occasione della pubblicazione del suo libro Caro Papa ti scrivo, aveva già chiamato in causa Ratzinger inviandogliene una copia.

Entusiasta, aveva poi pubblicato, sempre su Repubblica, un articolo (1) che inizia così:

Pochissime persone al mondo, ed Eugenio Scalfari è una di queste, possono comprendere la sorpresa e l’emozione che si provano nel ricevere a casa propria un’inaspettata lettera di un Papa. Una sorpresa e un’emozione che non vengono scalfite dal fatto di essere dei miscredenti, perché l’ateismo riguarda la ragione, mentre le personalità e i simboli del potere agiscono sui sentimenti.

Chiamare in causa il Papa sembra oramai un must di sicuro dettato da un estremo bisogno di dialogo con chi alla fine perdonerà l’agire ateo regalando la sua benedizione.

Nel caso del nostro matematico più famoso, l’effetto di una ricerca del tutto simile alla precedente ma con i termini “odifreddi papa lettera” ha prodotto il seguente effetto:

Schermata 2015-04-07 alle 12.39.51

Come si può vedere, in questo caso è andata un po’ meglio, almeno dal mio punto di vista: chi vuol capire cosa abbia detto Piergiorgio a Francesco, può tranquillamente trovarlo in quarta posizione tra le pagine proposte da Google. I motori di ricerca sistemano in sequenza le pagine web usando un criterio che, tra i tanti fattori, tiene conto di quanto quella pagina è stata cliccata in precedenza, proponendo le più consultate e via via quelle meno gettonate. Il fatto che ancora una volta, anche se il tutto è partito con l’invio del libro da parte del matematico, le prime pagine siano dedicate alla risposta del Papa, la dice lunga: l’italiano tributa sempre e comunque maggiore importanza alla risposta di quest’ultimo piuttosto che alla provocazione del primo.

Dal confronto tra le due videate potremmo trarre tante conclusioni diverse. Una conduce dritta-dritta ai possibili motivi sottostanti la sostituzione di un papa che, tra le altre cose, non è stato così incisivo da oscurare del tutto un matematico famoso, operazione invece riuscita a Papa Francesco con il suo interlocutore.

Mi sembra lecito immaginare che da questo come da altri momenti del mandato di Ratzinger, potrebbe essere derivato il passaggio di testimone tra il tedesco e l’argentino che invece da un punto di vista mediatico dimostra di funzionare molto, molto bene.

Ora mi chiedo: cosa accidenti si aspettavano i due repubblichini da un Papa? Si sono resi conto di aver regalato al Vaticano altre occasioni di affinare le tecniche retoriche e comunicative che da sempre vedono quello staterello così efficace? La risposta è certamente “sì”.

Perché allora hanno cercato quell’interlocutore? Sarei tentato di proporre alcune facili ipotesi ma non voglio essere egoista e lascio al lettore il gioco banale di immaginarle da sé.

Quando penso a questo affare del rapporto epistolare tra simili personaggi, si impadronisce della mia fantasia l’immagine mentale di due vandali con tanto di borchie, creste, tatuaggi, pantaloni stracciati, sguardo cattivo, … che, dopo aver imbrattato un muro con le bombolette spray, vanno a confessare la marachella al genitore chiedendo dialogo.

Quello, comprensivo e magnanimo, gli tocca pubblicamente il capo (il pubblico ci deve essere sempre: il livello mediatico di simili faccende è il campo nel quale si gioca la partita materiale. Proselitismo religioso da una parte e proselitismo editoriale dall’altra potrebbero anche cagionare simili operazioni, no?) col palmo della mano, pizzica le guance di entrambi lasciandogliele un po’ arrossate e li congeda, forte della consapevolezza di aver vinto.

Il muro non verrà pulito: conviene tenerlo imbrattato a imperitura memoria di quanto fossero discoli quei due, ma anche di quanto fosse, nonostante tutto, più potente e affascianante il genitore che con estrema comprensione li ha perdonati “accettando il dialogo”.

Caso strano, non mi risulta (ma magari mi sbaglio) che alla pubblicazione di un libro o di articoli sulla fede da parte di Wojtila, Ratzinger & Co., siano seguiti invii di copie omaggio di quelle opere ad autorità scientifiche riconosciute. Forse non è capitato per il semplice fatto che non esiste un solo tramite riconosciuto tra uomini e Natura come vi è invece tra uomini e Dio (!), e questo già di suo a me pare dirla lunga sul valore dell’avventura intellettuale scientifica.

Oggi Vito Mancuso ci spiega perché secondo Aczel fede e ragione possono andare a braccetto e per La Repubblica un problema che riguarda scienza e fede può essere tranquillamente risolto nella sola sede filosofico-teologica, senza interpellare rappresentanti della scienza, dolce metà di questo matrimonio acclamato da tutti.

A onor del vero, nel suo articolo Mancuso tenta di dare una parvenza di equidistanza, palesando le sue convinzioni più profonde in un paio di punti soltanto. Un paio, ma decisivi: quando riferisce che “alcuni scienziati sono atei, altri credenti” e specifica i nomi di alcuni di questi ultimi come “il padre della teoria dei quanti Max Planck, il padre del principio di indeterminazione Werner Heisenberg, il padre della teoria del Big Bang George Lamaitre” e poi ancora Francis Collins, gli italiani Nicola Cabibbo, Ugo Amaldi, Elena Cattaneo.

Insomma, un elenco sexy e dettagliato che di sicuro colpisce il lettore molto di più della locuzione “alcuni sono atei”. Inoltre non posso fare a meno di notare quanto gli piaccia il concetto di “padre” che in questo caso odora di saio e tonaca.

In chiusura di articolo, cita uno studio sull’ateismo compiuto dall’editorialista dell’Avvenire Timossi il quale costringe quel fenomeno in quattro comode categorie. RIferisce quindi che: “Secondo il credente Timossi l’ateismo non ha l’ultima parola”.

Il Timossi quell’ultima la cede a un altro credente illustre, nientepopodimenoché il grande Dostoevskij, il quale ebbe modo di scrivere “il perfetto ateo sta sul penultimo gradino prima della fede più perfetta”. Il Mancuso invece concede la chiusura dell’articolo proprio a lui, all’editorialista e alla sua citazione del buon Fedor, sbandando e perdendo di vista la linea di mezzeria del discorso.

Intanto spunta sulla rete una notizia decisamente inquietante:

Texas House Votes To Divert HIV Prevention Funds To Pay For Abstinence Only Education (2)

e la correlazione che mi sembra di poter scorgere tra simili notizie e le tendenze di cui parlo in questo articolo mi appare esserlo ancora di più.

Lancio allora un appello agli altri direttori di giornali, quelli che magari si sentono un po’ più rossi (e un po’ meno temporaneamente rossi) di una guancia appena pizzicata: c’é qualcuno di loro che se la sente di perdere qualche lettore catto-qualcosa invitando uno scienziato non credente a recensire quel libro?

Se dialogo deve essere, che dialogo sia.

Il monologo-omelia mi ha stancato da tanto, oramai, ma sembra essere solo un mio problema.

SZ

P.S.: chiedo scusa per aver riutilizzato un vecchio disegno già pubblicato in questo blog, ma al momento sono fuori sede senza matite, pennini, gomma, scanner.

1 – http://www.repubblica.it/la-repubblica-delle-idee/societa/2013/09/24/news/odifreddi_risposta_ratzinger-67140419/

2 – http://www.thenewcivilrightsmovement.com/uncucumbered/texas_house_votes_to_divert_hiv_prevention_to_pay_for_abstinence_only_education?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+TheNewCivilRightsMovement+%28The+New+Civil+Rights+Movement%29

Sfide Astronomiche di Frontiera: Cosmologia e Contratti

Foto-di-gruppo-Astrofrontiere

Domani e dopodomani, presso la Palazzina dell’Auditorio dell’Accademia dei Lincei romana in via della Lungara 230, si svolgerà il meeting Astrofrontiere (1) organizzato da Stefano Borgani, Enzo Brocato, Fabrizio Fiore, Monica Tosi e Paolo Vettolani.

L‘incontro è di sicuro interesse: la comunità dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) si riunisce per parlare del futuro dei prossimi grandi progetti di ricerca che riguardano:

  1. ASTROFISICA DELLE STRUTTURE COSMICHE BARIONICHE
  2. SISTEMA SOLARE, SISTEMI PLANETARI E ORIGINE DELLA VITA
  3. COSMOLOGIA
  4. GRAVITA` E FISICA FONDAMENTALE

Una rapida occhiata al programma (2) rivela che alle 10:30 del 18, Michele Cantiello (3) si vignette-astrofrontiere-2farà carico di rappresentare la comunità di noi precari con un intervento intitolato “Il punto di vista dei postdoc”. Per un quarto d’ora porterà quindi una discussione sul futuro dell’astrofisica in direzione del tema “il futuro degli astrofisici”, quelli che, si spera, l’astrofisica la faranno.

Ho avuto modo di dare un’occhiata alla sua presentazione power point (in realtà, è stata preparata anche da Deborah Busonero (4), Marcella Di Criscienzo (5), Olga Cucciati (6), Imma Donnarumma, Giuliana Fiorentino (6), Marco Gullieuszik (7), Francesca Panessa (8), Silvia Piranomonte (5), Sabina Sabatini (8)) e sono rimasto a dir poco sorpreso: non pensavo si potesse dire così tanto della nostra situazione e mi sono sentito davvero uno stupido scoprendo di non essere a conoscenza di tutto quanto c’è da sapere su un modo di vivere che è anche il mio (!).

Per certi versi, mi sento giustificato: come tutti i miei colleghi, non potevo che ignorare ciò che ho scoperto scorrendo le slide. Facendolo, mi sono infatti reso conto di quale fosse lo scopo dell’indagine partita in INAF uno o due mesi fa, allorché fu chiesto a quanti di noi sono borsisti, assegnisti o beneficiari di contratti a tempo determinato di compilare una tabella con i dati inerenti la nostra carriera astronomica dal conseguimento della laurea fino a oggi.

Vignette-astrofrontiere-5Forse buona parte del problema di molti di noi post-doc risiedeva proprio nel fatto di non conoscere a fondo tutto ciò che c’è da sapere della nostra situazione e delle connessioni profonde che essa ha con la condizione socio-economica del paese.

Spesso confondiamo la reale consapevolezza del problema con la nostra percezione personale di esso data dal vivere come precari. Se così è, l’effetto non potrà che essere il restringimento del nostro orizzonte conoscitivo, ma anche del nostro campo di azione, quindi della nostra effettiva capacità di incidere sul futuro della bolla personale che ci include, come anche di quelle limitrofe in contatto con essa.

Spero quindi che l’indagine condotta dai ragazzi autori del Power Point aiuti tutti noi a uscire da questa consapevole inconsapevolezza, permettendoci di inquadrare meglio il la nostra condizione di lavoratori precari.

Io purtroppo non potrò andare al meeting, ma sarò lo stesso presente in quanto Angelavignette-astrofrontiere-1 Bongiorno (5), Silvia Piranomonte, Marcella Di Criscienzo e Giuliana Fiorentino hanno avuto l’idea di chiedermi di condire con alcune vignette la presentazione di Michele che, come ho avuto modo di dir loro via mail, assomiglia a un vero e proprio corso universitario su “Teoria e analisi del precariato” di sicuro esaustivo.

Approfito allora di questo spazio per ringraziarle dell’opportunità che mi hanno offerto e che, come c’era da attendersi, ho colto al volo: bello poter dare un contributo personale a una causa che mi riguarda così da vicino.

Ed ecco il frutto di questo coinvolgimento: cinque vignette che spero possano aiutare a fissare meglio l’attenzione su un problema annoso del nostro come anche di tanti altri enti di ricerca.

vignette-astrofrontiere-4

Nel disegnarle, mi sono allegramente immalinconito e so per certo (me lo hanno scritto via mail…) che diversi colleghi hanno reagito allo stesso modo.

Agli altri che non vivono sulla loro pelle il problema del precariato, auguro almeno di ridere di gusto. Inutile dire che, da autore di questi cinque “tasselli di denuncia”, entrambe le reazioni mi darebbero una certa soddisfazione.

SZ

1 – https://www.ict.inaf.it/indico/event/84/

2 – https://www.ict.inaf.it/indico/event/84/contributions

3 – INAF-Osservatorio Astronomico di Teramo

4 – INAF-Osservatorio Astronomico di Torino

5 – INAF-Osservatorio Astronomico di Roma

6 – INAF-Osservatorio Astronomico di Bologna

7 – INAF-Osservatorio Astronomico di Padova

8 – INAF-IAPS Roma

Sull’ispirazione fornita dai fenomeni astrofisici

Yin-e-Yang-

Qualche anno fa fui invitato a scrivere su una rivista on-line all’epoca neonata, fondata su iniziativa di Pietro Greco, uno dei più importanti giornalisti scientifici del nostro paese e autore di moltissimi libri di divulgazione. Conosco Pietro dal 2001, anno in cui iniziai a studiare al Master in Comunicazione della Scienza della S.I.S.S.A. di Trieste dove lui insegnava e un simile invito non poteva non trovarmi sostenitore entusiasta dell’iniziativa.

La rivista andò abbastanza bene per un paio d’anni, poi prese a dimostrare segni di cedimento dovuti, credo, al diradarsi dei contributi che noi redattori esterni fornivamo alla redazione. Decelerando progressivamente, arrivò poi a fermarsi del tutto consentendo comunque di leggere i contributi pubblicati in quei primi due primi di vita.

Oggi, con mio grande rammarico, ho scoperto che a quell’indirizzo non esiste più alcuna rivista. Lasciando da parte considerazioni banali, ma non per questo meno vere, sul perché intristisca la fine di qualcosa e su come questo però rappresenti l’inizio di qualcosa d’altro e bla, bla, bla, mi trovo a non aver più in rete una traccia, quella traccia, di quello che facevo in quel periodo.

Poi mi ricordo di avere un blog dove forse quegli articoli, regalandogli una nuova coordinata, possono tornare a vivere offrendomi una maniglia alla quale tenermi per sopportare gli scossoni di un viaggio spesso difficile: quello a ritroso nel mio tempo passato. E allora che faccio? Li ripubblico.

Non so se lo farò con tutti, ma uno almeno lo pubblico di sicuro. Lo scrissi nel Giugno 2010, quindi l’anno dopo essere stato all’INSAP VI, edizione veneziana del 2009 di un congresso sull’ispirazione fornita dai fenomeni astrofisici. Lì presentai nella sezione Poster i miei due libri usciti proprio quell’anno: Pianeti tra le note (Springer) e Storie di Soli e di Lune (Giraldi, Bologna). L’occasione per la ripubblicazione di quell’articolo mi arriva dal fatto che l’altro ieri scadeva il termine ultimo per la presentazione di possibili temi di cui parlare alla prossima edizione che si terrà ad Agosto a Londra.

Ho inviato ben tre abstract e spero davvero ne accettino almeno uno…

Case study: L’INSAP VI

Applicazione di un possibile metodo astrofisico-sociologico a una iniziativa culturale tra arte e scienza

Questa illustrazione è stata pubblicata per la prima volta sulla rivista "Le Stelle" nell'anno 2012

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Da diversi anni, esattamente dal 1994, anno della prima edizione che ha avuto luogo in due sedi vicine, Roma e stato del Vaticano, alcuni studiosi “trasversali”, si incontrano al congresso denominato INSAP, acronimo che sta per INspiration from Astronomical Phenomena.

Come già si può evincere dal nome, con questo appuntamento gli ideatori si proponevano di fare il punto su quelli che sono stati, che sono e che potrebbero in futuro essere i rapporti tra il mondo umanistico – mondo che ospita quello storico, quello religioso, nonché tutti quelli relativi alle arti – e il mondo dell’astrofisica e della cosmologia. Questo per capire in che misura lo studio scientifico dell’universo – con le suggestioni tipiche che scaturiscono dal confronto tra la scala umana e quella di oggetti, tempi e dimensioni cosmiche – può andare ad incidere sul nostro agire qui ed ora, quando usiamo altre modalità espressive altrettanto importanti di quella scientifica.

Di rimando, diventa interessante anche studiare il moto di ritorno, quasi un rigurgito culturale, che fa sì che le nostre elaborazioni di solito riguardate come più genuinamente umane, abbiano una certa incidenza nella direzione che alcune ricerche scientifiche prendono.

Fin qui tutto interessante e, a mio parere, assolutamente necessario.

Dopo tanti anni durante i quali ho sognato di prendervi parte, nello scorso Novembre si è finalmente realizzato il mio vecchio proposito di presentare in questo contesto il frutto delle mie personali indagini. Si sa: da cosa nasce cosa, e la mia partecipazione al congresso, oltre a divertirmi molto, mi ha fornito anche l’occasione di studiare da dentro, e di resocontarlo con questo articolo, lo strano oggetto INSAP che proprio a Venezia ha conosciuto un incremento inflazionario del numero di partecipanti rispetto quelli intervenuti alle cinque edizioni precedenti.

Un successo tale da convincere gli organizzatori a inaugurare con il 2010 una nuova stagione annuale del congresso, interrompendo così la cadenza triennale che l’aveva caratterizzato fin dalla sua nascita avvenuta a Tucson, durante una chiacchierata informale tra Ray White dell’Università dell’Arizona, padre George Coyne, oggi ex direttore della Specola Vaticana, e Rolf Sinclair, della National Science Foundation americana, all’epoca riunitisi per una quantomai proficua colazione mattutina. Inutile dire quanto fossero interessanti molti degli interventi che ho potuto seguire dal vivo a Venezia. Per chi fosse interessato, è possibile farsene un’idea leggendo titoli e relativi abstract all’indirizzo: http://www.insap.org/.

In vista del prossimo appuntamento di Ottobre che, dopo Roma-Vaticano, Malta, Palermo, Oxford, Chicago, Venezia, vede il congresso tornare in terra inglese, a Bath, mi preme invece raccontare una particolare impressione che ho tratto dall’osservazione di insieme del gruppo di studiosi e di curiosi riunitosi all’interno del meraviglioso palazzo veneziano sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.

Oltre a un certo numero, direi non troppo elevato, di avventori occasionali, lo zoccolo duro costituito dalle persone che a vario titolo hanno preso parte fattivamente all’operazione con interventi orali ed esposizione di poster, sarà stato composto da più o meno un centinaio di persone. Denunciando da subito una (spero) perdonabile deformazione professionale, ho riguardato da astronomo questo gruppo, quasi fosse un cluster compatto, cromaticamente abbastanza omogeneo. La distesa di teste bianche era notevole, direi la quasi totalità, e molte di esse, come c’era da aspettarsi per una banale questione di convenienza chilometrica, erano teste italiane.

Esse provenivano per la maggior parte da atenei che, quando non osteggiano apertamente questo genere di commistioni culturali tra ambito scientifico e ambito umanistico-artistico, si limitano a non promuoverle affatto e/o a relegarle in piccole iniziative minori, laterali rispetto al corso degli studi “seri”. La comunicazione subliminale che scaturisce spontanea, come effetto secondario e forse non previsto, da un simile atteggiamento, è che viene suggerita la sola pratica dilettantistica di simili studi a meno che ad occuparsene non sia un professorone blasonato al quale, raggiunto un elevato livello di credibilità nella materia x, è consentito honoris causa di essere altrettanto autorevole in y, z, r, v, …

Tornando alla mia esperienza veneziana, osservando un ammasso così compatto di personaggi-stelle anziane che emettono teorie di così ampio respiro, mi è venuto spontaneo cercare attorno a esse studenti-pianeti nelle cui teste, simili teorie potevano avere preso a vivere e a nutrirsi di nuovi elementi per andare a costruire il futuro dell’INSAP e di questo degnissimoo filone di ricerche, in generale. Gli astrofisici lo sanno bene: dove vi sono stelle vecchie e stabili, è molto probabile che nel loro intorno si sia potuto formare qualcosa che abbia a che fare col fenomeno della vita così come noi la conosciamo, perché proprio noi, abitanti del pianeta Terra, legato a una stella di lungo corso come il Sole, ne siamo la prova.

Bene, l’osservazione da me condotta non ha portato a risultati incoraggianti: attorno a queste teste-stelle bianche dalla posizione accademica stabile e inattaccabile, non c’è molta vita, anzi, se ne trova pochissima. Sarà un problema di fondi, sarà un problema dovuto all’epocale, presunto dissidio tra ragione (scienza) e sentimento (tutto il resto), fatto sta che i giovani erano un insieme povero di elementi e, tra quei pochi, pochissimi (ricordo solo una ragazza inglese) seguiti dai loro docenti per lavorare su queste tematiche. Tra i giovani, anche due italiani, Enrico Maria Corsini ed Elena dalla Bontà, due ricercatori dell’Università di Padova che, pur non avendo presentato ricerche in stile INSAP, hanno almeno dato prova di grande apertura mentale e di grandi capacità organizzative: a loro infatti va il riconoscimento per avere organizzato l’opportunità veneziana della scorsa edizione.

Gli interventi che ho potuto ascoltare – tutti, per motivi diversi, estremamente interessanti – e le metodologie seguite nel raccogliere i “dati” esposti, non sempre ma spesso avevano, a mio parere, molto poco di scientifico e, al solito, presentavano un carattere che definirei umanistico, quando non romantico, addirittura. In questi casi mi è parso che a mancare fosse quindi una cosa fondamentale quale un appropriato, largamente condiviso – perché dimostratosi funzionale – ed usato, metodo di indagine che tenesse conto, ad esempio, di quanto viene fatto in ambiti simili come la sociologia, l’antropologia e tutte le scienze morbide le quali stanno dando tanto a quel modo di gettare sguardi sul mondo che ancora non riesce a passare da quantificazioni esatte come quelle offerte dalle scienze cosiddette dure.

Per elaborare questo metodo ritengo che sia innanzitutto necessario, come è ovvio, possedere una grande conoscenza di quelli che sono il mondo scientifico (nel caso dell’INSAP, almeno della parte fisico-astrofisica) e il mondo umanistico e dell’arte intesa in senso lato. Ma sono altresì sicuro che questo possa comunque non essere abbastanza. Per affilare davvero le armi e affrontare come si deve queste come tutte le altre problematiche, ci vogliono corsi universitari, studenti che pretendano attenzione da docenti preparati a seguirli su queste vie impervie, crescendo anche loro in conseguenza del dover rispondere a nuove domande; ci vogliono possibilità per questi studenti del futuro di affrontare tesi di laurea su simili tematiche; ci vogliono appropriati dottorati e master; è necessario che vi siano riviste di settore che adottino una qualche forma nuova e adatta di peer-reviewing; ci vogliono competenza, responsabilità, militanze artistico-scientifiche, possibilità e volontà dei presidi di facoltà di assumere artist in residence. Infine, last but not least, ci vogliono fondi.

Essendo l’INSAP, per sua stessa vocazione, un contenitore sospeso tra scienza e arte, nel denunciare la mia difficoltà nel discernere un metodo condiviso e condivisibile di indagine usato nella maggioranza delle teorie in esso esposte, e riscontrando invece un’ampia gamma di strategie a mio parere spesso contingenti, anche se di sicuro molto interessanti, ne ho proposto uno da applicare proprio all’analisi del contenitore stesso, mutuandolo da una pratica scientifica, quella astrofisica, che invece si muove lungo le linee di un paradigma che finora ha dimostrato di funzionare bene.

Forse, anzi, ne sono sicuro, il mio non è quello migliore, ma sono sicuro che usare come metodo almeno quello che passa dall’istituzionalizzazione di questi studi, possa contribuire a trovarne diversi altri, stimolando una discussione epistemologica a mio parere oramai necessaria. Prova ne sia il fatto che, tra tutti gli altri, gli interventi di tipo storico presentati al congresso, spiccavano tra tutti per l’elevato grado di analiticità usato, forse conferitogli dalla oramai antica e affinata pratica storiografica che non è affatto estranea all’uso di metodi socio-antropologici, se non addirittura matematici, quando disponibili.

Il mio sospetto è che questo livello superiore di incisività analitica, al di là di tutto, possa essere fatto risalire anche al fatto che l’insegnamento della storia dell’astronomia è entrato di diritto a far parte delle materie di studio universitario e prevede la possibilità di dare tesi, vincere dottorati, borse e assegni a chi decide di proseguire su questa strada. Una strada, quindi, da percorrere se si desidera svecchiare velocemente concezioni divenute stantie.

Questo perché l’INSAP non diventi solo l’occasione per il ritrovarsi di vecchi professori che, dopo una lunghissima militanza costellata da pubblicazioni giustamente soggette al rigoroso vaglio della comunità scientifica, continuino a parlare dei nuovi argomenti usando, alle volte abusando, modalità inevitabili in una fase pionieristica che – i tempi sono maturi per farlo – sarebbe bello lasciarci alle spalle.

Questo perché attorno alle teste-stelle bianche che emettono teorie scientifico-artistiche ancora trattate con un forte e, per il momento, ineludibile “metodo” umanistico, si possa trovare la vita: piccole teste nere, bionde, rosse abitate da nuove idee su come affrontare anche scientificamente – qualsiasi cosa questo vorrà dire – i rapporti tra astronomia e il resto, tra scienza e arte.

SZ

Sottofondo: Miles Davis and John Coltrane: the Complete Columbia Recordings

http://grooveshark.com/#!/album/Miles+Davis+And+John+Coltrane+The+Complete+Columbia+Recordings+1955+1961/3375781

 

 

 

A quindici anni di distanza da Qui

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Come ogni anno, anche stavolta sono riuscito ad andare ad ArteFiera.

É uno di quei classici eventi capace di farti sentire orgoglioso di vivere in una città che prova costantemente ad allinearsi con quanto di bello accade nel resto del mondo.

Farsi una passeggiata dal centro fino al quartiere fieristico, approfittare per prendere un caffé lungo il percorso; arrivare e immergersi in una atmosfera pregna di una certa attesa di bellezza; scoprire che il progetto della bellezza interessa tante persone mentre di solito si è convinti che il progetto più diffuso sia quello della distruzione globale del mondo, dell’imbrattamento e dell'”imbruttamento”, fa bene. Permette di abbassare il diaframma e impone per qualche ora di sotterrare l’ascia di guerra.

Sarà per la crisi, ma anche quest’anno la kermesse risultava ridotta in dimensioni. Nulla a che vedere con le edizioni di tanti anni fa quando, arrivato da poco nella città felsinea, mi perdevo fra padiglioni adiacenti, sovrapposti, connessi, sconnessi e strabordanti proposte artistiche di ogni tipo.

Ma tant’è. Mi rallegro del fatto di aver trovato nei due padiglioni 25 e 26 uno sforzo immutato di dare diversi ritratti non (sempre) banali al periodo storico nel quale viviamo.

Mentre ero lì, compiendo un rapido raffronto mentale con le opere del passato, per un attimo mi sono trovato a valutare non come arte, ma come illustrazioni tecniche le tele, le foto, le sculture, le installazioni che si paravano davanti ai miei occhi nei vari stand. Un giorno, unitamente agli elettrodomestici, alle auto, ai libri, ai film, esse consentiranno a qualcuno di capire tecnicamente cosa stesse succedendo alla gente in quel lontano inizio del XXI secolo.

Il mio giro non è durato molto e dopo poco più di due ore mi sono ritrovato nella luce di una bella Domenica bolognese.

Di solito, il bottino di sensazioni che mi porto a casa è abbastanza ricco.

Confesso che invece quest’anno, se non fosse stato per i soliti Pomodoro, De Chirico, De Pisis, Sironi, Burri, Fontana, Melotti, sarei tornato a casa a mani quasi vuote (in realtà sono stato piacevolmente incuriosito da un lavoro di Spazzoli e da altri di Deodato).

Chissà, forse si tratta di una crisi degli attuali movimenti artistici, orfani di grandi idee da sottoporre al mondo.

Dimenticandomi per un momento quanto nelle edizioni precedenti sia stato piacevolmente suggestionato da diverse nuove proposte, e avendo constatato in questa edizione della Fiera di essere riuscito a vibrare solo di fronte alle opere dei nomi su citati, un dubbio mi sorge: forse dovrei leggere la mia parziale delusione di oggi pensando di essere sì un “uomo del mio tempo”,  ma arrendendomi al contempo di fronte al dato di fatto di essere comunque un figlio del ‘900.

Lo dico con una punta d’orgoglio, ma anche come confessione di una certa inerzia mentale: le mie radici culturali sono in quel tempo, a Quindici anni da Qui.

Vado a letto con questo dubbio.

La notte porterà insonnia.

SZ

Sottofondo: silenzio, se non fosse per il gorgogliare del frigo che, freddo conservatore, custodisce pensieri di pancia

La giusta distanza (tra tori topologici e cancri astrologici)

Noia divina e reale possibilità di redenzione. Sottotitolo: Dio, mi AMI?

Noia divina e reale possibilità di redenzione.
Sottotitolo: Dio, mi AMI?

Domenica scorsa mi sono regalato il solito rito di cui in passato ho già parlato in questo blog (1): la lettura del quotidiano La Repubblica.

Ho così scoperto quanto linserto domenicale La domenica Cult (2) fosse particolarmente ricco di articoli succosi, capaci di farmi gioire e di fornirmi occasioni per riflettere su alcuni temi che da sempre mi interessano.

In particolare, segnalo l’intervista alla Fabiola Gianotti, prossimo direttore del CERN, dalla quale ho estrapolato brandelli di un articolo a tratti simpatico, ma che durante la lettura mi è sovente apparso il risultato di una strana e lacunosa sbobinatura dell’intervista audio rilascicata a Dario Cresto-Dina.

Inizio col primo frammento. Alla domanda “La felicità porta con sé un’aura di bellezza. Che cos’è la bellezza?”, la scienziata risponde:

“Attingo dalla fisica: la bellezza è la simmetria imperfetta. La fisica ha una sua estetica che si può contemplare nelle leggi della natura fino agli esseri microscopici. Comprenderla è un gioco intellettuale relativamente semplice. Pensi che le equazioni fondamentali del Modello standard delle particelle elementari si possono scrivere su una t-shirt. Sono tre righe appena “.

Il giornalista poi le chiede se al CERN si stia cercando Dio. Trovo la risposta della Gianotti impeccabile:

“No. Non credo che la fisica potrà mai rispondere alla domanda. Scienza e religione sono discipline separate, anche se non antitetiche. Si può essere fisici e avere fede oppure no. È meglio che Dio e la scienza mantengano la giusta distanza”.

Cresto-Dina: (…) “Chi non è aiutato dalla fede può esserlo da qualche grammo di follia?”

Gianotti: “Non follia, ma creatività. Forse le due cose hanno confini che possono sembrare comuni quando si addentrano nello spazio del sogno. Lo scienziato deve essere capace di sognare. Ho sempre pensato che il mestiere del fisico si avvicini a quello dell’artista perché la sua intelligenza deve andare al di là della realtà che ha ogni giorno davanti agli occhi. Credo che la musica e la pittura siano le arti più prossime alla fisica “.

Confesso di aver trovato l’ultima domanda leggermente ruffiana, fatta per compiacere buona parte del pubblico che immagina alcuni scienziati un po’ fuori di testa. Sembra quasi che per un fisico, una lucida follia sia l’unica alternativa possibile al sentimento religioso.

Poi mi sono invitato a smetterla di irritarmi per qualsiasi sciocchezza, concedendomi di scoprire un nuovo punto di vista: posta in quel modo, la domanda è stata un regalo natalizio fatto alla Gianotti alla quale l’intervistatore di sicuro esperto, ha offerto sul vassoio la possibilità di difendere la categoria degli scienziati di fronte a un pubblico che altrimenti lei non avrebbe, dai soliti, taciuti sospetti di follia che le vengono rivolte.

Appena pochi post fa (3), lamentavo una certa diradata presenza di pubblicazioni che sappiano inneggiare alla bellezza della fisica, e proprio oggi mi ritrovo a terminare la lettura di un meraviglioso libro di Rovelli di cui presto vi parlerò. In aggiunta, mi scopro a divertirmi con la lettura di questo articolo che in più punti va a innestarsi con estrema naturalezza proprio nel discorso sul rapporto tra scienza e arte che tanto mi interessa.

E capita a fagiolo il video segnalatomi oggi dalla mia amica Antonella del Rosso, responsabile della rivista CERN Bulletin (4): girato proprio al CERN, in esso si possono vedere vari fisici nel mentre suonano una simpatica composizione ottenuta, così dicono, dalla sonorizzazione dei dati dei vari esperimenti che hanno rivelato la presenza del Bosone di Higgs (5).

Fra i diversi esecutori, in chiusura del video è possibile ascoltare anche la Gianotti al pianoforte mentre cita il Preludio n°20 di Chopin. Né folle, né altro, quindi. Per quanto mi riguarda, è solo molto colta e sensibile.

Che dire… tutto sommato una Domenica gustosa, resa ancora più saporita dall’aver trovato poche pagine più oltre, nello stesso quotidiano, un articolo di Natalia Aspesi col quale la giornalista ci introduce il personaggio Marco Pesatori.

Lo fa affermando in apertura che questo signore nella vita si è trovato di fronte alla difficile scelta di cosa diventare da grande:

poteva essere un critico d’arte, un giornalista di riviste intellettuali, un poeta di massima raffinatezza, un esperto di calcio, un solista jazz, un monaco buddista. (…) Alla fine Marco Pesatori è diventato la star che confabula coi pianeti per dirci chi siamo, chi potremmo essere, quali sogni potremmo realizzare e quali disastri dovremmo evitare: si immerge nel nel cielo sventolando una data di nascita e compone oroscopi simili a poesie segnate da un ritmo jazz, mosse da un vigore calcistico, elevate da una filosofia buddista e basate su una visione molto dada della vita.

Leggendo l’articolo, si è portati a pensare che il punto forte dei suoi oroscopi sia la nebulosità: non chiedono di essere capiti “e infatti in tanti non li capiscono e per questo li adorano, ma interpretarli con il turbinare della fantasia e adattarli ai nostri desideri, per consolarci dei personali casini: con lui (l’autore), si entra in un mondo fatato e possibile, con il permesso di inventarcelo”.

La Aspesi è notoriamente brava e mi ha quasi fatto venir voglia di provare a concedermi, di tanto in tanto, la lettura di un bell’oroscopo nebuloso di questo autore di sicuro particolare. L’idea della professione di astrologo che emerge da questo pezzo, la apparenta a quella di chi si dedica a generi letterari ai quali, chissà, potrei anche rivelarmi sensibile se solo apparisse tutto un bel gioco dichiaratamente senza pretese, oltre quella di intrattenere i lettori annoiati da interviste a fisici folli.

Alla domanda della Aspesi: “E lei, Pesatori, ci crede?”, il nostro si lascia sfuggire: “Io non credo in niente, ma l’astrologia è una scienza molto precisa, il cielo non mente, basta studiarlo”,

facendo così franare all’istante un piccolo edificio costruito poche righe prima in uno spiazzo libero della mia benevola fantasia domenicale.

Il concetto di “scienza” e l’aggettivo “scientifico” usati per reclamizzare tutto, dalla crema idratante alla politica estera, dal tortellino ai funghi, all’oroscopo poetico mi intristisce profondamente.

Il risultato di un uso così poco ricercato di questi termini dalla loro dignità troppo spesso ignorata, è quello di creare una gran confusione – resa ancora più grande dall’accostamento tra “scienza” e “mondo fatato e possibile” – nella testa dei fruitori di simili messaggi. La stessa confusione che, ad esempio, potrebbe generare in chi non conosce la sua musica, l’assurda affermazione “Beethoven non aveva senso del ritmo”.

Se non si sa davvero cosa la scienza sia, se non si ha la benché minima idea di cosa si debba intendere per musica classica, …, se non si hanno i giusti riferimenti per qualsiasi cosa, chi dovesse decidere di confonderci (non è di certo il caso del Pesatori che ha tutta l’aria di essere un intellettuale in buona fede), avrebbe di sicuro gioco facile affermando che si può trovare la risposta a queste domande in banalizzazioni tanto in voga.

Il Pesatori poi cita, come ho già sentito fare ad altri in discussioni analoghe, Galileo, Tolomeo e altri illustri personaggi come testimonial della scientificità della sua attività.

Mentre sull’uso dell’astrologia da parte di Galileo ci sarebbe da ricordare con una certa onestà come il poveretto, senza crederci, se ne servisse per arrotondare entrate all’epoca misere, nel caso di altri tirati in ballo nell’articolo (Sumeri, Tolomeo, Keplero) potrei attaccarmi al dato storico che molti di loro ragionassero di astrologia in un lasso di tempo molto lungo e lontano da noi (3000 a.C. – 1600 d.C.) durante il quale il concetto di scienza e di scienziato non erano ancora stati elaborati.

Non capisco poi perché debba risultare un punto a favore dell’astrologia l’ulteriore dato citato dal Pesatori che Andy Wahrol, Doris Lessing e chissà chi altri ne facessero uso per capire quali scelte attuare nella loro vita. Non trascorro di certo tutto il giorno a palleggiare solo perché Franz Beckenbauer da giovane lo faceva…

Nel suo Dialogo sul metodo, Paul Feyerabend invita con ottimi argomenti noi che lavoriamo in campo scientifico a non pronunciarci negativamente sull’astrologia. Dal momento che, a differenza di quanto afferma l’intellettuale intervistato, gli scienziati difficilmente dicono qualcosa di positivo su di essa (semplicemente non possono farlo. Se, basandosi su delle prove empiriche, potessero, non le negherebbero di certo il loro sostegno), direi che potremmo semplificare il pensiero dell’epistemologo americano suggerendo: in generale, è meglio evitare di pronunciarsi sull’astrologia.

Parimenti sarebbe auspicabile che gli astrologi decidessero di non pronunciarsi sulla scienza. Fintanto che non verranno prodotti argomenti validi e incontrovertibili provanti la  validità empirica della loro disciplina, l’astrologia con la scienza non avrà niente da spartire.

Insomma, ignoriamoci vicendevolmente, evitando di citarci a sproposito. E se Kary Mullis – un premio Nobel per la chimica, anche lui nominato nell’articolo della Aspesi – crede che pianeti e stelle abbiano qualcosa da dire sul nostro destino, buon per lui.

Mi diverte immaginarlo alterato, nel mentre bolla di antiscientificità qualche sostenitore di teorie chimiche strampalate e senza alcun fondamento. Mi sento quindi di bollare a mia volta il suo sostegno a una teoria basata su una presunta influenza di stelle e pianeti su di noi come qualcosa riguardante solo la sua graziosa persona che di gravitazione temo sappia quanto ne so io di filologia romanza.

Proprio per questo mi sento di poter dire, senza tema di sbagliarmi troppo, che una affermazione inerente l’influenza degli astri sul nostro destino pronunciata dal Mullis, nonostante il premio Nobel, abbia la stessa forza di quella di un Wharol, della Lessing o della famosissima massaia di Voghera: quella della confessione di una propria, legittima propensione personale.

In conclusione, non trovo certo sbagliato parlare con Pesatori, del Pesatori. Tutt’altro. Torno alla Gianotti e apprezzo che, chi ha progettato la scaletta degli articoli da pubblicare nell’inserto domenicale, abbia scelto di porre il pezzo su di lei “alla giusta distanza” da quello dell’astrologo.

Fosse dipeso da me, “la giusta distanza” sarebbe stata di sicuro maggiore in quanto avrei stimolato una scelta precisa: pubblichiamo l’articolo sulla futura direttrice del CERN o quello sull’astrologo? Lo so, questa scelta avrebbe dato un carattere forse troppo netto al quotidiano con, temo, disastrose conseguenze sulle vendite di quella edizione della domenica, ma posso divertirmi a giocare nell’immaginarmi direttore per soli cinque minuti, no?

Immagino che all’interno della redazione non si siano nemmeno resi conto di quanto per lettori paranoici come me, possa risultare un po’azzardato quel riferimento alla scienza (6).

O forse, proprio come nel caso della domanda alla Gianotti, simili accostamenti sono consapevoli, voluti e servono a stimolare le mie reazioni come pure quelle di chissà quanti altri (già, quanti altri?). Chi, come la Aspesi, sa fare il proprio mestiere, sa anche come catturare l’attenzione di tanti, quindi anche la mia.

Ma questa considerazione, più che spingermi a fare spallucce e a essere più morbido, mi porta a pensare che il problema si annidi proprio lì: nel fatto che persone coltissime e attentissime non si accorgano o facciano finta di non accorgersi di come alcuni concetti, termini, aggettivi vengano usati un po’ con leggerezza.

Così agendo, mi pare che venga fatto un torto a un ambito già sofferente come quello scientifico, regalando, di contro, valore aggiunto a un altro che di sicuro, dato il grande successo che riscuote l’astrologia pur non avendo ancora dato prove definitive della sua validità, non mi sembra abbia bisogno di ulteriori aiuti.

Diversamente dall’osservarzione del cielo condotta dagli astrologi, la fisica delle particelle elementari conferisce a persone come la Gianotti e i suoi colleghi una capacità predittiva sulle sorti del mondo pari a zero. Semplificando, direi che, dal momento che non usano la sfera del cielo (mi adatto e faccio il tolemaico…), il loro toro (7) non può predire nulla, ma proprio nulla, di cosa accadrà prossimamente a Pesci e Capricorni.

Come futura direttrice, la Gianotti potrebbe allora provvedere a suddividere il grande anello in dodici settori da trenta gradi d’ampiezza ciascuno, dedicando ognuno di essi a un segno zodiacale differente.

Purtroppo mi sa che, se anche decidesse di farlo, arriverebbe solo a confermare quanto affermato in precedenza: forse è vero, “il cielo non mente”.

Invece, aggiungo io, il microcosmo, più furbo, sul futuro tace.

SZ

 

Sottofondo: Ahmad Jamal – Ahmad’s Blues

http://grooveshark.com/#!/album/Ahmad+s+Blues+Live/3946601

1 – L’articolo cui faccio riferimento è Tomino alla Scienza, del primo Agosto scorso:

https://squidzoup.com/2014/08/01/tomino-alla-scienza-la-futura-nuova-alleanza/

2 – É possibile scaricare il pdf dell’intero inserto al seguente indirizzo: http://download.repubblica.it/pdf/domenica/2014/28122014.pdf

3 – https://squidzoup.com/2014/12/11/quando-il-teorema-e-uno-scalpello/

4- http://cds.cern.ch/journal/CERNBulletin/2014/51/News%20Articles/?ln=it

5- https://www.youtube.com/watch?v=gPmQcviT-R4

6 – Per comodità di chi legge, riporto come giustificazione del termine “azzardato” l’indirizzo alla pagina wikipedia in cui si parla di astrologia e del giudizio su di essa espresso dalla comunità scientifica:

http://it.wikipedia.org/wiki/Astrologia#Giudizio_della_comunit.C3.A0_scientifica

7 – In topologia, il toro è una figura ottenuta piegando un settore cilindrico fino a farne combaciare gli estremi. http://it.wikipedia.org/wiki/Toro_%28geometria%29