CRONACA VIRUS – Giorno 46

TROVARSI A TOGLIERE

 Vivo con le giornate piene, temendo l’arrivo del buio che puntualmente mi trova qui seduto, ancora desideroso di tempo, di un extended play che mi consenta di finire ciò che mi ero prefissato di fare già dal giorno prima.

L’emergenza sanitaria si è accordata in modo molto naturale con l’emergenza espressiva e il vero virus del quale risulto di sicuro infetto, almeno fintanto che uno di quei fantomatici tamponi non interverrà a dichiarami asintomatico per quello biologico, l’ho già detto in altre cronache: è quello della fame di tempo.

Una fame che, da un punto di vista linguistico, può assomigliare alla fame d’aria: un istinto che precede la deglutizione aerofagica e che apparentemente non ti fa deglutire nulla, se non aria, appunto.

La fame di tempo è simile: è bisogno di sentire quel flusso inconsistente e agostinianamente indefinibile per poterlo rendere, man mano che attraversa le tue cellule, cose e idee concrete: disegni, scritti, registrazioni (la versione concreta dei suoni), video (la versione concreta dei gesti).

Giocando su più tavoli, mi accade di essere quotidianamente raggiunto da messaggi che mi dicono cosa stanno facendo i miei vari colleghi che però hanno dalla loro di occuparsi per tutto il giorno di una singola attività riconducibile a un singolo ambito; sempre quella; sempre quello.

Una vita che non potrei mai fare per il semplice motivo che mi rompo le balle. Mi rendo conto che così facendo regalo quindi un vantaggio a tutti, ma non posso farci nulla: amo tutto, ma sopporto a lungo molto poco.

E poi, in fondo, anche io mi occupo di una cosa sola, ma lo faccio in vari modi, con tutti i linguaggi di cui mi sono dotato in questo poco più di mezzo secolo di vita.

Infatti, attività musicale a parte per fare la quale ancora mi capita di essere chiamato a suonare questo o quel genere come un qualsiasi altro musicista professionista, ho fatto convergere tutte le altre mie attività nella divulgazione scientifica in generale e, in particolare, in quella astronomica.

Quindi ciò che da tanti anni faccio è divulgare la scienza parlandone, scrivendone, disegnandone, recitandone, suonandone i vari aspetti. Metto quindi insieme tutti quei linguaggi per creare un frullato espressivo e divulgativo di sicuro diverso e, spero efficace.

Prima di questa segregazione, non mi ero mai accorto davvero di come, mentre trascorro l’intera giornata tentando di migliorarmi nel maneggiare gli strumenti che servono ad affrontare così quella mia attività, io venga puntualmente visitato dai volti di chi so essermi nemico perché mio concorrente o perché proprio ci stiamo entrambi, reciprocamente, umanamente, irrimediabilmente sulle balle.

Una serie di epifanie davvero scomode che come si può facilmente immaginare, ha il potere di distrarmi, di deprimermi, di farmi innervosire, di…

Immagini fugaci di volti e atteggiamenti che mangiano solo un secondo prima, due secondi dopo, … A fine giornata, la perdita netta è quantificabile in pochi, insulsi attimi: un problema di sicuro trascurabile se non fosse che… se non fosse che gli stati d’animo generati in quei momenti stazionano in me molto, troppo a lungo.

Tutto ciò è di sicuro dovuto alla vita sui social che, oltre agli amici, ci consentono di frequentare pagine di gruppi alle quali afferiscono tutte le persone accomunate da un interesse particolare: lì, a differenza di ciò che è possibile fare sul tuo profilo personale, non puoi certo eliminare chi non ti piace, metterlo a tacere, fare in modo di non vederlo più. No, lì è come abitare tutti insieme in un grande albergo dove, anche evitandosi, prima o poi ci si incontra. E in quei momenti, stanne certo, il tuo stato d’animo subirà urti anelastici.

In una fase di apprendistato è di sicuro importante avere un contatto costante con gli altri e il loro lavoro: serve da sprone a fare meglio; serve a sbirciare cosa e come fanno per rubarlo, copiarlo, trasfigurarlo e farlo tuo.

Una volta però finita quella lunga fase – lo so, non finisce mai del tutto, ma a un certo punto bisogna decidersi a considerarla finita -, se non fosse che certe pagine-hall servono anche a pubblicizzare il tuo lavoro, sarebbe proprio il caso di prendere le distanze da esse, magari decidendo pure di lasciare l’albergo. Se non lo si fa, si può scoprire di diventare competitivi, invidiosi, attenti a marcare il territorio: tutte energie sprecate nel tentativo didistruggere ciò che non può e non deve essere distrutto. Tutte energie distolte da ciò che può e deve essere costruito.

Tendenze inquinanti, dunque, che distolgono dall’unica cosa davvero importante: una volta capito cosa si pretende da se stessi in relazione a una certa attività, una volta compresi i propri limiti come anche i propri punti di forza, bisognerebbe ripulire subito il campo da influenze inquinanti che possono distogliere dall’unico obiettivo lecito:

non certo primeggiare: no, questo è un goal adolescenziale che è importante avere soddisfatto quando era davvero il momento di farlo, così da evitare di subirne ridicolmente il fascino anche a giochi fatti, quando si è oramai adulti.

La cosa davvero importante è piuttosto ricercare come un segugio la via che conduce alla realizzazione di ciò che tu e solo tu puoi dire e dare con il tuo tratto, le tue parole, i tuoi modi, i tuoi gesti, i tuoi suoni; in pratica, con tutto te stesso.

Quindi, nonostante la segregazione, io ho, e forse pure voi avete, la casa piena di personaggi scomodi di passaggio. A loro insaputa, transitano lasciando tracce maleodoranti e tu vivi nel fetore che poi, molto probabilmente, è solo una proiezione del tuo cervello rettile da sempre malato di territorialismo.

Sarà forse per questo, o anche per questo, che a un certo punto alcuni ambienti domestici divengono infrequentabili, spingendoci ad andare fuori dove, paradossalmente, potrebbe esserci meno gente scomoda di quanta non entri in casa tua dal monitor di pc, tablet e cellulari.

Forse vent’anni fa una pandemia come questa mi avrebbe permesso di concentrarmi meglio e più a lungo sulle mie cose senza farmi subire influenze come quelle denunciate più sopra: influenze che credo sia tipico prendere in rete e per le quali ancora non mi risultano esserci vaccini.

Da domani proverò a evitare gli assembramenti di colleghi virtuali presenti in quei gruppi e me ne starò buono buono nel mio (profilo). Mi concederò sortite a distanza solo per andare a dare stimoli e fastidio nel mercato comune, condividendo lì le mie produzioni, ma senza sbirciare quelle altrui.

Un distanziamento social che spero servirà a tenere sgombre le vie respiratorie del pensiero, a donare nuova salute ai bronchi della mente, a disintossicare movimenti, gesti, pensieri oramai nicotinizzati dalla presenza costante della rete e nella rete.

Va a finire che tra tutti gli innumerevoli modi per capire chi davvero si è, ve ne è uno semplice-semplice offerto dalla scelta di assentarsi dalle competizioni e di non accettare sfide comunque implicite, mai dichiarate.

Quasi che si tratti della nascita di una nuova algebra social che diventa lecita proprio (e solo) grazie alla realtà virtuale, da domani voglio provare a calcolarMi secondo la seguente operazione: “nel preciso istante in cui si ha bisogno di trovare se stessi, dal tutto (e da tutti) bisogna sottrarre gli altri”

SZ

 

 

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