Le Ragioni Di Un Pavido Spiegate Ai Coraggiosissimi Rivoluzionari (che però non si assumono per iscritto alcuna responsabilità)

Riporto di seguito ciò che ho scritto in risposta a un post su facebook di una mia ex-amica.

Mi aveva redarguito sostenendo che, venendo meno al patto alla base stessa dell’esistenza dei social, non avessi nessun diritto di scrivere certe cose sulla sua bacheca.

O tempora! O mores!

SZ

Ciò che il COVID 19 è davvero capace di fare non è chiaro a nessuno. Gli esperti sono tali in riferimento a virus simili, ma capire questo che ci sta aggredendo ora richiede, come gli altri hanno richiesto in passato, una sperimentazione molto più lunga. Chi decide per l’intero paese consulta gli esperti (io non lo sono. E non lo siete nemmeno voi) e, scoprendo che non hanno ancora dati certi, cerca di limitare i danni con decreti precauzionali. Forse troppo precauzionali, o forse troppo poco. La storia futura ce lo spiegherà, ma intanto abbiamo davanti due possibili scenari: Scenario 1) Lo stato non impone regole comportamentali rigide e magari anche esagerate, cui attenersi; a farne le spese è il cittadino X che si ammala e muore. Nel momento in cui questo succede, decine, centinaia di migliaia, milioni di persone se la prendono con lo stato per non essere stato categorico nell’impedire a X di muoversi. Scenario 2) Lo Stato agisce come sta agendo, ovvero decretando che bisogna attenenersi a principi precauzionali dettati dal fatto che ognuno di noi potrebbe involontariamente diventare una cavia utile per capire come davvero si comporta il virus. Si potrebbe anche teorizzare che ammalandosi, X stia in realtà aiutando la scienza, ma il problema è che, andando in giro, X infetta Y, Z, T, … i quali a loro volta ne infettano tanti altri mandando in tilt il sistema sanitario nazionale. Senza quindi stare a fare quelli che spaccando il capello in quattro trattando le persone infette o infettabili principalmente come individui giuridici e giuridicamente liberi (il virus dentro di loro della vostra giurisprudenza se ne fotte bellamente), decidete pure cosa volete fare: se accettate di vivere in uno stato che, magari esagerando, tutela voi, quindi se stesso, o se preferite dichiaravi paladini della libertà di scegliere sempre e comunque cosa fare perché “voi non vi fate mettere i piedi in testa! Che voi non siete mica pecoroni come tutti gli altri!” Ecc. A questo punto, però, fate sapere con chiarezza cosa fate, dove lo fate e quando lo fate, così i pecoroni che tengono alla loro pellaccia (quindi anche alla vostra) e sono costretti a uscire per fare la spesa si fanno da parte e vi lasciano la strada completamente libera per farvi dire: “visto? Avevo ragione!”

CRONACA VIRUS – Giorno 35

TRONCARE LA SERIE

Oggi è lunedì. Lo so con certezza perché è Pasquetta.

Me lo confermano la rete, dove leggo un coro di lamentele per la festività da trascorrere al chiuso, e il fatto che ieri Simone mi ha portato i giornali. Senza questi due appigli mentali, oggi probabilmente oscillerei tra la convinzione di star vivendo una lunga Domenica e il sentore che in effetti potrebbe trattarsi di un lunedì strano, senza scadenze, senza ansie (epidemia a parte, ovviamente).

Una osclillazione mentale che, da modo per misurare il tempo mediante un orologio a pendolo, in un periodo in cui i giorni sono tutti uguali, come i secondi, diventa incapacità di decifrarne il suo reale trascorrere.

In pratica, stamattina sono stato svegliato troppo presto da un incubo (troppa cioccolata!) in un giorno indeciso e lungo, sospeso tra Sole e Luna, che pare avere 24 ore, ma anche 48. Una specie di nuova unità di misura del tempo di una settimana di poco più di tre giorni dilatati.

Allora mi intrattengo con una scorsa a quei giornali e trovo sul Domenicale alcuni articoli davvero interessanti, due dei quali sembrano nati apposta per essere messi in comunicazione reciproca.

Mi ci provo.

Nel primo, il fisico Vincenzo Barone, in un bel pezzo che finalmente non è una recensione, delinea una breve storia dell’uso dell’esponenziale come misura dell’evoluzione temporale dei sistemi fisici e conclude notando che, attraverso il distanziamento reciproco,

quello che si sta realizzando in tutto il mondo è, in definitiva, un gigantesco esperimento di rallentamento del tempo, di dilatazione dell’unità di misura incorporata nell’orologio esponenziale dell’infezione. È anche un esperimento sui numeri; quelli su cui ciascuno di noi sta intervenendo con i propri comportamenti per mitigare gli effetti dell’epidemia. Quando la vita tornerà a essere regolata dai giri di lancette degli orologi, il senso comune de tempo e del numero, forse, non sarà più lo stesso.

Mentre nel Domenicale questo primo articolo si trova nella sezione Scienza e Filosofia, per trovare il secondo dovete sfogliare l’inserto fino a raggiungere la sezione Arte dove fa bella mostra di sé la famosa immagine dell’area newyorkese compresa tra la 21ma e la 64ma strada sull’East River dell’Hudson racchiusa in una bolla trasparente.

Quell’immagine fu creata nel 1960 da Buckminster Fuller il quale, da immenso visionario quale era, immaginò di disseminare simili strutture su tutta la superficie terrestre per raggiungere vari desiderabili scopi come una regolazione fine delle piogge, la pulizia dell’aria cittadina, l’ottimizzazione del clima, ecc.

Una serie di partizioni geografiche, quindi, che, come si ricorda nell’articolo di Fabio Irace – anche in questo caso, non si tratta della recensione di una mostra! – all’epoca in cui furono proposte assunsero importanza ache come possibile aiuto per la protezione dagli effetti indesiderati di esplosioni nucleari e pandemie.

La lettura di questo articolo, a sessant’anni dall’elaborazione di quell’idea rivalutata di recente come ipotesi utile per tentare di dare soluzione all’inquinamento della città di Tokyo, nel mentre sono a letto, avviene qui, all’interno della bolla di casa mia.

Mi accorgo così che l’unica realizzazione architettonica dell’idea di Fuller continua ad essere l’antico spazio domestico nel quale non un quartiere, un distretto o un’area, ma giusto la vita di ognuno di noi risulta contenuta proprio con lo stesso obiettivo, col pendolo delle nostre gambe costretto a oscillare meno.

Non posso allora fare a meno di pensare che se nell’ipotesi iniziale di Fuller quelle bolle dovevano servire a tenere fuori le pandemie come anche gli effetti del decadimento radioattivo dei prodotti delle esplosioni atomiche – entrambi fenomeni la cui evoluzione temporale, come si diceva, trova un’adeguata espressione esponenziale – esse altro non sono se non contenitori di tempo: quel tempo al quale, proprio grazie alla loro presenza, verrebbe impedito di correre esponenzialmente per rallentare e scorrere linearmente, più solidi e melassosi, così come la vita di ognuno dovrebbe fare.

Allora mi torna in mente l’appendice alquanto onirica di un articolo serio che ho pubblicato qualche anno fa, incentrato sull’affascinante tema del tempo, fra gli atti di un congresso su Darwin. Sulla scorta di quel ricordo, immagino architetture-astucci di tempo trasparenti e protettivi, capaci di troncare la serie di Taylor che approssima quelle evoluzioni temporali esponenziali trattenendone al loro interno solo i primi termini, quelli linerari.

All’esterno, troncati, tagliati, amputati, sanguinanti fattoriali, tutti gli altri termini con esponenti via via maggiori guardano minacciosi e famelici la popolazione di esseri umani che sarebbero essenziali per la loro sopravvivenza, per non morire come tempo nel tempo.

A loro volta, i cittadini potrebbero osservare quei tremendi pezzi di serie che, tra il vorace e il disperato, occhieggiano minacciosi scorrendo untuosi sull’esterno delle cupole, incapaci di opporsi allo sfaldamento inesorabile che senza cibo umano li attende.

Mi accorgo che sto scrivendo nel mentre sogno; sono presente solo a metà, uno strano calore mi prende alle tempie e le palpebre tendono a cedere alla gravità: il mio corpo mi sta suggerendo come può di provare a riprendere il sonno da dove è stato bruscamente interrotto da quell’ incubo arrivato alle 5:19.

Di solito capita di svegliarsi e di non riuscire più a ricordare cosa si stava sognando.

Ora invece spero di addormentarmi e di continuare a sognare riallacciandomi agli scenari fin qui descritti esattamente come farebbero i personaggi di una serie televisiva di quelle di cui parlavo ieri.

Scusatemi, torno a vivere il mio film.

Ci risentiamo domani (sarà Martedì, vero?)

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 34

IL LIMITE DELLA SERIE

Lo so: oggi sono arrivato molto in ritardo al mio appuntamento quotidiano con questa narrazione de Le mie prigioni.

Lo sono per vari motivi: innanzitutto sento ogni tanto di dovermi concedere anche la voglia di non far niente, ritenendola sana e umana; sono convinto di dover concedere, come ho fatto, spazio a chiacchiere telefoniche con amici, ma soprattutto avverto la stanchezza dovuta a un mio drastico cambio circadiano: vado a dormire troppo tardi.

Oltre al ritmo diverso che in modo molto naturale e graduale si sta impadronendo dei miei riti quotidiani non condizionati da quelli altrui – abito da solo e, a parte alcune videoconferenze, non so come mai, ma in questo periodo non ho particolari impegni lavorativi esterni e altre occasioni di incontrare gente -, vi è l’azione di un elemento nuovo che spinge in modo sistematico il disco orario, ruotandolo con continuità.

Lo confesso subito, così mi tolgo il pensiero: questo elemento è Netflix. A inizio quarantena il mio amico fraterno Tore, temendo che non sapessi come passare il tempo, mi ha passato l’accesso. Mosso di sicuro da affetto e premura, ha fatto entrare qui in casa mia il male assoluto, il demonio vestito da eroina accorsa a salvarmi.

Son qui che faccio una marea di cose per tutto il giorno, sapendo che poi mi gratificherò fino alle 3-4 di notte con la visione di incredibili serie di cui fino a un mese fa avevo solo sentito parlare.

Prima alla sera vedevo un film o due, frammentandoli con zapping compulsivi alla ricerca di qualcosa di meglio che, lo sentivo, poteva/doveva esservi altrove. Il timore di star perdendo qualcosa di meraviglioso per il semplice fatto di non essermi accorto che lo stavano mandando su un altro canale, mi impediva di essere pienamente lì, partecipe della vicenda che già stavo guardando. Le pause della pubblicità diventavano così splendide occasioni per “andare a fare un giro” sugli altri canali e spesso capitava di non tornare più indietro, affascinato da ciò che trovavo.

Ora con Netflix tutto ciò non accade più: so di poter accedere quando voglio a tutto ciò che desidero vedere, e ancora una volta scopro che a mancare è sempre e solo il tempo. Mentre il mio televisore prende ogni giorno più polvere – non ho una smart tv e sono costretto a guardare tutto sul pc – rimango avvinto da serie avvolgenti, vere e proprie spire, che, altroché zapping!, proprio non possono essere lasciate a metà!

Mettiamola così: se con i film in tv potevo essere paragonato a un adolescente in preda alla voglia di provare quante più partner possibili, oggi sono un adulto del futuro che può amare fino in fondo una partner alla volta, sapendo che può e deve dedicarvisi, che deve star lì fino all’ultimo, perché comunque avrà la possibilità di sposarsi ancora con altre e di vedere la curva dei nuovi rapporti crescere, prosperare e con naturalezza morire.

Un totale stravolgimento dei termini e dei paradigmi: la profondità pur nella pluralità. Ho davvero l’impressione che l’esistenza di queste serie sia da prendere come possibile modello dei rapporti sentimentali del futuro e delle vite che verranno.

Il virtuale prenderà sempre più piede fino a cambiare anche l’accezione dello stesso termine “virtuale” come anche, è ovvio, quello di “reale”. Scegliere qualcosa per sempre diverrà gradualmente meno necessario in quanto la fedeltà a una bandiera, a un rapporto, a un lavoro, … non saranno più così necessari.

Il virtuale ci salverà da una realtà nella quale ci siamo da tempo reclusi in sovrastrutture capaci di strangolare le nostre esistenze e, come ho avuto modo di notare già tante volte in queste Cronache, la segregazione ce lo sta mostrando ogni giorno di più.

Tra l’altro, si tratta di serie costruite su un plot dalla intuibile regolarità matematica: in un tempo stabilito, sempre quello, immancabilmente finiscono in modo da dare a chi le guarda la spinta giusta per gettarsi sull’episodio successivo. Sarei quasi tentato di vedere se, in uno stesso episodio, la lunghezza delle varie scene è contingentata in modo preciso: sono sicuro che un’analisi di questo tipo rivelerebbe l’esistenza di una griglia dall’incredibile regolarità, con due o tre durate prefissate che si danno sapientemente il cambio per evitare abbassamenti di tensione narrativa e perdite di attenzione del pubblico.

La cosa incredibile è che, nonostante la struttura regolare del plot, le storie vanno via lisce, senza intoppi, con le trame sviluppate al meglio, così come anche gli intrecci di storie nelle storie; i colpi di scena si susseguono senza tregua, gli attori sono tanto bravi quanto sconosciuti (c’era un gran bisogno di facce nuove!), le musiche stanno perfettamente sullo sfondo e completano il quadro già disegnato in modo magistrale da regia e fotografia.

Insomma, la macchina cinematografica dimostra di aver capito tutto ciò che c’era da capire su come si fa un film e, con budget accettabili, sforna intere saghe e stagioni in luogo di pellicole uniche i cui i pochi sequel (al massimo tre-quattro) erano spesso discutibili e praticamente mai all’altezza del primo episodio.

Beninteso: parlare di serie non vuol certo dire parlare di arte sopraffina: non intendo fare un confronto fra i capolavori della cinematografia mondiale e questi prodotti seriali. Sono altresì convinto che, a furia di essere prodotti, fosse anche solo per sbaglio, prima o poi qualcuno partorirà qualcosa capace di lasciare una traccia indelebile nella storia della cosiddetta settima arte.

Rispetto al film singolo, a me che non sono certo un esperto di cinema tout court (credo di avere qualche competenza maturata sul campo solo nell’ambito della produzione fantascientifica) le serie mi appaiono come il trionfo della complessità: una vicenda riesce a essere sviscerata visitando non solo il punto di vista del protagonista principale, ma tutti quelli dei numerosi personaggi coinvolti, resituiendo così dignità all’estrema caoticità della realtà e dando spazio a una molteplicità di vicende, profili, sensazioni, destini diversi, tutti in frenetica evoluzione attorno alla trave principale sulla quale poggia l’intera trama.

Questo credo significhi solo una cosa: l’umanità, per mezzo di scrittori, sceneggiatori, registi, … dimostra di aver imparato davvero bene l’arte di raccontare storie. Ha imparato così bene a farlo – rivisitando topoi narrativi come anche combinando gli stessi elementi di sempre in modi del tutto inediti – da poter garantire un massimo coinvolgimento del pubblico per un tempo decisamenente molto più lungo di quello che prima veniva concesso alla visione di un film.

Non credo nelle coincidenze e sono piuttosto portato a pensare che vi sia uno spontaneo fine tuning tra tutti gli accadimenti del reale. A posteriori – non so se lo sapevate, ma io sono capace di incredibili previsioni a posteriori -, sospetto che forse avremmo dovuto leggere la tendenza degli ultimi anni a sfornare serie come un indizio del crollo, annunciato già da tempo con innumerevoli crepe della società, che prima o poi sarebbe arrivato: il tempo a disposizione di chiunque era sospettosamente poco, e la cosa non poteva durare; prima o poi, più prima che poi, sarebbe intervenuto qualcosa capace di restituire a tutti le tonnellate di attimi, momenti, periodi persi. Quelli che, ad esempio, servono per godere di una bella storia tanto lunga quanto la lettura pubblica di un poema omerico che un tempo, per intere settimane, teneva raccolte le famiglie al sopraggiungere del buio.

Quando mi capita di trovarmi davanti a eventi della realtà che attirano la mia attenzione – oggi sono le serie televisive, altri giorni… beh, lo sapete – succede quasi sempre che una parola, un’immagine, un suono, un nome, balza sul palcoscenico della mia mente e, impossibile da ignorare, cattura la mia attenzione come un istrionico Proietti sinaptico.

In questo caso, l’elemento attorno al quale è nato l’articolo di oggi è un nome, anzi, ha un nome e un cognome: Emilio Salgari. Perché lui? Me lo sono chiesto, e mi sono risposto credo sia fondamentalmente per due elementi che mi hanno sempre colpito della sua vita. Il primo: aveva scritto veri e propri cicli narrativi comprendenti diversi episodi che, ne sono sicuro, alla loro uscita hanno tenuto avvinti i suoi contemporanei così come le stagioni delle moderne serie cinematografiche fanno con noi.

Consapevole di non star certo parlando di un autore che ha sconvolto la letteratura mondiale – è stato piuttosto uno scrittore dalla più che fervida fantasia, profondo conoscitore della tecnica del narrare scrivendo che ha messo il frutto del suo ingegno al servizio di tutti e non solo di una particolare élite culturale. Per queste sue caratteristiche mi sembra quindi accostabile a tutti quei professionisti che, non visti, operano nell’ombra del marchio Netflix.

Se paragonassimo l’arte a una Ferrari da Formula 1, scopriremmo che la sua utilità consiste nello sperimentare ardite innovazioni tecnologiche le quali poi, una volta dimostrato che funzionano, divengono la normalità diffusa attraverso la produzione in… serie di utilitarie.

In questo contesto, la Fiat non è la Ferrari, il Ciclo dei Pirati della Malesia non è la Divina Commedia, così come le serie Netflix non sono i capolavori di Fellini o di Antonioni, ma la traduzione “popolare” di qualsiasi forma d’arte pura credo rappresenti un passo fondamentale per stabilire che quel tal livello artistico si può considerare definitivamente acquisito dalla società.

Al di là dell’appuntarsi una stelletta sul petto, questa conclusione acquista per me valore per il suo possibile valore predittivo: ci dice che siamo pronti ad andare oltre; che possiamo davvero osare per forzare i termini di un gioco che, nella forma attuale, è fin troppo conosciuto.

Il secondo fattore che mi ha fatto balzare alla mente il nome dello scrittore veronese è il dato peculiare che, pur avendo sempre narrato di luoghi esotici e lontani, non si è mai mosso da casa sua: lui il mondo lo girava sulle mappe che trovava in bliblioteca, muovendosi agile su di esse così come lo erano i nostri antichi autori nel dar vita alle saghe mitologiche nelle quali le divinità olimpiche volavano veloci da un estremo all’altro del Mediterraneo.

Propongo allora un parallelo: se le opere di (o dei vari) Omero – i cui poemi sono per noi arte, e non potrebbero essere altrimenti – altro non sono se non la narrazione di aedi che popolarizzavano il sapere del mondo occidentale all’epoca conosciuto, le opere di Salgari e dei suoi colleghi meno noti possono servire a fissare lo standard successivo: quello deii figli di una consapevolezza narrativa, linguistica e della vita maturate di pari passo alla nuova consapevolezza geografica iniziata con la scoperta del nuovo mondo e culminata nel periodo in cui il nostro scriveva.

La maturità della letteratura popolare dei primi inizi del ‘900, con tutto il suo bagaglio di temi e figure retoriche, è quella che si manifesta allorché la consapevolezza della tecnica narrativa, della tecnologia, della geografia e della vita di un popolo hanno raggiunto un punto nodale a partire dal quale, in quel periodo lo si sentiva, eccome! – nulla sarebbe stato lo stesso.

Ai giorni nostri – a circa un secolo dalle opere di Salgari e alla fine di un ulteriore ciclo di acquisizione di nuove consapevolezze scientifiche, tecnologiche, artistiche, … – dimostriamo di avere una tale conoscenza di come vanno le cose nel mondo e nelle singole vite delle persone da poter rendere letteratura di buon livello qualsiasi occasione ci si presenti o si immagini.

Dominiamo appieno la tecnica narrativa nel suo rapportarsi con la tecnologia che ha pervaso le nostre esistenze e tutto ciò si traduce in una creatività mai doma e magistralmente gestita cambiando la disposizione dei soliti elementi tipici del raccontare.

Da seduti viaggiamo nel mondo in lungo e in largo: fino a un mese fa ci spostavamo con gli aerei, ma ora, moderni Salgari,costretti in casa, lo facciamo aprendo il rubinetto di storie per far affluire nelle nostre abitazioni interi cicli narrativi avvincenti. La tempestività della svolta costituita dall’arrivo delle serie, lo ribadisco: ha quasi del miracoloso: allaga le nostre segregazioni facendoci dolcemente naufragare in un mare di vicende potenzialmente nostre.

Oggi non solo conosciamo bene il pianeta, ma stiamo influendo sui suoi equilibri. Questo nel mentre il livello di consapevolezza creativa ha raggiunto lo standard dimostrato dalle produzioni Netflix. Se allora prendiamo per buono quanto fin’ora detto,  possiamo e dobbiamo attenderci una svolta lenta, forse difficile da cogliere in fieri, ma che porterà a chissà quale evoluzione stilistica e contenutistica di letteratura e cinematografia del prossimo futuro.

Tra l’altro, non solo la tv, ma anche i nostri telescopi da tanto oramai ci fanno guardare film cosmici da lontano, sul lontano.

Se tanto mi dà tanto, assisteremo a questa evoluzione in corrispondenza di una oramai prossima svolta nell’esplorazione del mondo e del cosmo attorno a noi.

Io sono già pronto a prendervi parte per scoprire come la fantascienza di oggi diventerà la scienza di domani.

Un film nel quale non sarebbe male leggere il proprio nome nei titoli di coda.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 33

TRANSENNE (FUORI) DI SENNO

Nel nostro corpo, il malessere si ferma sempre da qualche parte. Sceglie una destinazione, una residenza, un distretto, e lì si siede, intenzionato a fermarsi, a stabilirsi in quel punto per tutta la (tua) vita.

In realtà, credo lo facciano tutte le sensazioni. Si manifestano con un muscoletto contratto qui, con un altro rilassato là; con un tic o con un movimento che – tu non te ne puoi proprio accorgere – inizi a fare in modo leggermente diverso dal solito. E dagli oggi, dagli domani, la piccola variazione fa accumulare in quel segmento del tuo corpo una serie incalcolabile di microstress da renderlo, da un certo punto della tua vita in poi, un atteggiamento macroscopico; qualcosa alla quale non puoi mostrarti indifferente.

Allora il dolore si impone, urla ma non risponde mai alla domanda: “ma come è iniziato? Quale è stato il trigger?”

Un tuo dente potrebbe così portare le tracce di una giornata storta, e non solo perché, digrignando, l’hai magari lesionato. No. É probabile che la sua stessa forma cambi tradendo un uso diverso che fai della mandibola e dei muscoli che la muovono. Non ho le prove, ma qualcosa del genere sono sicuro succeda: in una certa misura, filtrando gli stimoli esterni come anche quelli che noi stessi ci diamo spontaneamente, sospetto che ci auto-disegniamo incidendo dall’interno il nostro marmo duttile col bulino finissimo dei pensieri, delle soddisfazioni come anche delle paure e delle frustrazioni.

È per questo che sono convinto dell’impossibilità di definire scienza la medicina, anche se una simile convinzione non elimina di certo l’infinita gratitudine verso tutti colori che vi si dedicano con, quello sì, metodo scientifico nel tentativo di liberarci dal male.

Ritengo sia il principio stesso sul quale essa, come anche la psicologia, si basa a minare la possibilità che essa rientri di diritto fra gli ambiti scientifici propriamente detti: pensare di trattare un dito isolandolo come fosse una cosa, un oggetto, una particella, un ente a sé, è velleitario: il dito è una cosa, ma è anche una persona: quella che al dito è attaccata (e alla quale lui è attaccato). La parte, per quanto piccola, in questo caso contiente moltissimo di te. Addirittura è te: possiede la tua esperienza di quel dito, le tue consapevolezze spazio-temporali maturate grazie ad esso; quelle che passano attraverso il suo movimento. Infine lì vi sono innumerevoli copie del tuo DNA.

I pensieri, è sicuro, vengono elaborati nel cervello sottoforma di per il momento inestricabili connessioni tra linee nervose, ma le più lunghe di loro arrivano in tutte le periferie del corpo che, per questo, sono convinto lo facciano diventare sede di pensieri cinetici.

Un dito, prima di essere solo un dito, è quindi il veicolo attraverso il quale il cervello percepisce gli oggetti, li indica, li tocca. È un dito solo se lo stacchi, se lo amputi, separandolo dal resto, ma, anche in quel caso, il pensiero di quella posizione spaziale, di quella decodifica mentale, continua a persistere nella mia testa: il pensiero non ha poi così tanto bisogno di avere quel veicolo per continuare a riprodure lo stimolo elettrico che ha gestito già infinite volte e, ostinato, continua a dire al sé che a quelle coordinate il dito c’è, eccome!

Ecco perché i nostri corpi sono sì pensati, ma pensanti, pure. E possono essere l’espressione visibile di pessimi processi mentali o di ottime idee. Le facce lo dimostrano meglio di altre regioni del corpo pensato e pensante, ma non sono le uniche a farlo. Anzi. Quando ci muoviamo, i nostri volumi scrivono riassunti complessi della nostra narrazione interiore. Le braccia sono Appendici e Note; Le gambe interi periodi; il busto è una introduzione; la schiena una sinossi; la testa capiversi e capitoli.

Ieri pomeriggio ero a casa a lavorare e, resomi conto dell’ora tarda, mi sono precipitato al Centro Commerciale nel tentativo di evitare la calca del Sabato prima della festa (sì, Katia, come tu suggerivi di fare, lo spunto per scrivere è arrivato ancora una volta da quella esperienza. Capirai perché).

Al solito, mi sono fatto accompagnare dal mio corpo e nel giro di un paio d’ore ho scoperto che era diventato sede di un bel po’ di frustrazioni: era un pessimo pensiero deambulante.

Per la fretta, ho dimenticato di prendere un libro da leggere in fila col quale tenere a bada me e lui, il corpo. Molto male. Noia. Prime tacche di nervosismo.

Finalmente dentro. Scaffali, gente. Entrambi aspettiamo pazienti che nelle corsie più strette il cliente arrivato prima di noi finisca di soppesare l’acquisto dei prodotti che gli interessano. Operazione lunga e sofferta. Siamo lì, come due idioti che lo guardano sfruttando il carrello come appoggio, ma nel frattempo arriva un altro che non vede ci vede, che non nota il mio corpo (perché non vuole vederlo: è solo una scomoda illusione del suo apparato visivo), se ne fotte della distanza di sicurezza e si mette anche lui a soppesare il suo, di acquisto, a poca distanza dal primo avventore.

Questi finalmente va via e l’altro appena arrivato, nel mentre prende dallo scaffale lo stesso prodotto al quale eravamo interessati noi, mostra finalmente di notare il di noi corpo e gli fa cenno che può avvicinarsi. Allora gli spieghiamo, entrambi evidentmente incazzati, che, dato lo spazio esiguo, preferiamo aspettare e che comunque stavamo aspettando già prima che lui arrivasse.

Con fare falsamente gentile e compassionevole per la richiesta da disagiato mentale del mio corpo, si sposta dicendo “prego, prego” e così scopriamo che quella che lui ha preso prima, era l’ultima confezione del prodotto che volevamo prendere anche noi (se ‘sto racconto non finisce presto, a furia di parlare di me al plurale, inizierò ad avere deliri da sovranista, se non addirittura da sovrano…).

Lo diciamo ad alta voce, ma quel nostro prossimo da amare e rispettare non fa una piega. Smadonniamo al suo indirizzo. Cambiamo obiettivo e corsia.

Il delirio continua. Ovunque gente che non guarda, che non soppesa, che non rispetta le indicazioni scandite dagli altoparlanti. La mia mente, lasciata per un attimo da sola, immagina qualcuno del Centro intento a osservare dalle telecamere di sicurezza il ridicolo balletto da musical americano anni ’50 – uno di quelli nei quali anche dire “ciao!” è occasione per cantare e danzare tutti insieme (l’ho sempre trovato urticante) – che il mio corpo sta inscenando con il carrello-partner: lo fa volteggiare di continuo così da orientarlo sempre in direzione di chi incontra per usarlo a mo’ di distanziatore.

Come già capitato di denunciare qui nelle altre Cronache di spese al Centro Commerciale, pare che quello di mantenere la distanza di sicurezza sia solo un problema mio/nostro e a un certo punto scopr(iam)o di essere isotropicamente circondati/o da diversi nostri prossimi… troppo prossimi.

Non avendo così tanto amore da dare, ma soprattutto non avendo a disposizione una corolla di carrelli a proteggerci, ci arrendiamo, o facciamo finta di farlo, e guadagniamo le casse con le tacche di odio prossime al fine scala.

Fuori da lì, mente e corpo parcheggiano entrambe in fila davanti alla farmacia presente all’interno dello stesso Centro Commerciale, a un metro dall’uscita dello stabile e si sistemano di fianco alla transenna che seleziona lo spazio riservato ai clienti per evitare che intralcino l’uscita dalla struttura.

Finalmente è il turno di quello prima di noi. Gli altri alle nostre spalle, scoraggiati dall’approssimarsi dell’ora di chiusura già annunciata diverse volte dai soliti altoparlanti, sono andati via.

Passa una signora che potrebbe essere coetanea di mia/nostra madre, si rivolge da una distanza di un paio di metri alla farmacista già impegnata a servire il signore prima di noi e chiede: “Scusi, giusto una informazione…” Chi mi precedeva intanto ha finito, saluta e va via. La farmacista, che vede benissimo il mio corpo (è lì, e non è certo piccolo!) conosce la signora e risponde “Salve, signora! Come va? Prego! Dica pure!”

Dalla richiesta di informazioni circa le varie tipologie di mascherine – operazione che non si esaurisce certo in pochi secondi e che, anzi, prende diversi minuti (cazzo, chiude il Centro!) – si passa al loro acquisto. E noi ci ritroviamo anema e core di nuovo secondi, bellamente scavalcati dalla signora.

Approfittiamo del fatto che la farmacista è andata a prenderle il prodotto richiesto, per protestare ad alta voce, ma la signora non fa una piega. Ancora non dimostra di accorgersi del mio corpo. Non esiste. È immateriale. Altroché dito!

Quando la farmacista torna per passarle da dietro la saracinesca abbassata le mascherine richieste, ci rivolgiamo a lei ad alta voce dicendo che se la gente è maleducata, dovrebbe essere compito di chi lì lavora invitare a rispettare la fila.

Lei si scusa, promette di chiamare per servire me un suo collega, ma intanto, con gli occhi di fuori, il mio corpo inoltra alla furbetta il verdetto: quella signora è una maleducata senza speranza. Lei finalmente si accorge del mio corpo e giura di non averlo visto, e la cosa ci fa incazzare a unisono ancora di più. Fine corsa definitivamente raggiunto.

Finalmente tocca a noi. Per fortuna riusciamo a prendere ciò che ci serve e il controllo passa al solo corpo che gestirà tutta una serie di operazioni automatiche; quelle che gli spettano in quanto, seguito all’inizio anche dalla mente e poi ben istruito daì cinquanta e passa anni di reiterazioni a compierle, è diventato pressoché indipendente.

Raggiunge velocemente la macchina spingendo il partner a quattro ruote, apre il baule, mette dentro le buste e, … e la mente sente che la camminata veloce all’aperto come anche i gesti meccanici compiuti per alloggiare la spesa in macchina fanno bene anche a lei.

Allora glorifica il fatto di avere la compagnia di un corpo che quando lavora, agisce a ritroso su di lei donandole una forma completamente diversa, opposta, addirittura, a quella che fino a un attimo prima, lei aveva suggerito a lui di assumere.

Mentre entrambi litigavano con la signora, il mio corpo si muoveva nervosamente su e giù nel ristrettissimo spazio delimitato dalla transenna, quasi fosse una tigre in quella metafora di gabbia con sbarre reali solo su un lato e altre, immaginarie, disegnate sugli altri cinque dalla mente educata a farlo.

Giunto alla macchina, invece, il cervello scopre di essere più rilassato: i pensieri elaborati da gambe e braccia hanno retroattivamente agito su quelli che, privi di braccia e gambe, sono alloggiati dentro la testa. Confinati nella scatola cranica e non in un braccio, in una coscia, in un occhio, sono senza arte, e per sopperire a questa mancanza, per poter esprimersi, abbisognano degli arti.

Il mio corpo ripone il carrello, e il cervello scopre che l’incazzatura è del tutto scemata. L’azione materiale del camminare, nonché quella reiterata nel mettere via la spesa nel portabagagli (sia sempre lodata l’attività fisica!), fa velocemente scemare il giramento di balle che, non esistendo il moto perpetuo,  finalmente si fermano. La mente capisce che, stronza o meno che sia stata la signora, può passare sopra l’accaduto e la cerca con lo sguardo.

Non la vede, e il cervello, ancora un po’ intossicato, avendo voglia di tornare a casa, riprende il controllo pensando: “Va bene, dai! L’avessi vista, ci avrei parlato. Non c’è, quindi vaffanculo! Se l’è cercata”.

Il mio corpo monta in macchina, autorizzato a farlo dal cervello ora appagato per l’aver pensato di scusarsi e, lo confessa, contento di non aver avuto modo di farlo, la fa partire.

Il corpo ora si accorge che fuori dal Centro, quindi lontano dagli altri e protetto dall’abitacolo dell’auto, sta molto meglio. Tutto ciò rilassa anche la mente. Siamo già a circa duecento metri dal Centro Commerciale, e lei si accorge di non avere più fretta.

Bastarda, mi fa valutare la possibilità che la signora, magari rincoglionita, potrebbe davvero non avere visto il mio corpo; me la fa immaginare nel mentre soccombe sotto il peso delle mie, delle nostre parole. Poi regala un’altra chicca: mostra a se stessa anche l’immagine del suo corpo sorpreso nell’atto di macerare sotto il peso del dubbio; nell’atto di soccombere a sua volta al rimorso per una tremenda ipotesi non verificabile.

La mente è bravissima nel costruire occasioni per star male e ripesca da chissà dove il ricordo di un breve racconto letto da giovane in compagnia di Papà.

L’immagine è abbastanza nitida: al solito, siamo tutti nel suo studio e stiamo commentando quel testo che lei crede si intitolasse La morte dell’impiegato, contenuto in una vecchia raccolta Garzanti di opere di Cechov (si accorge che è la prima volta che si trovo a dover scrivere il suo cognome) dalla costa verde militare.

Quella del racconto non era propiamente la stessa situazione che Stavamo Vivendo Io, ma un po’ la ricorda per l’essere incentrata sul concetto che il rimorso e la sua sbagliata gestione può uccidere.

Basta. È un tutt’uno e le mie braccia sterzano, prendono la rotonda per percorre tutti i 360 gradi e non solo i 270 bastevoli per andare verso casa. Torniamo indietro.

Pochi minuti dopo siamo entrambi tesi, di nuovo nel parcheggio. Lui guarda attorno e la vede! Sta sistemando la spesa nel portabagagli della sua auto. Allora arriviamo lì con l’auto, lui abbassa il finestrino e, con ancora la mascherina in faccia, comandato dalla mente, chiede scusa per il suo atteggiamento, cercando giustificazione nella situazione che vede tutti con i nervi a fior di pelle.

La signora ribadisce di non essersi accorta della presenza di lui, del corpo e, mesta, conferma di esserci rimasta veramente male per la reprimenda ad alta voce. Ha un carrello strapieno. A unisono ci offriamo di aiutarla a porre tutto nella sua macchina, ma lei gentilmente rifiuta. Ci lasciamo tutti più leggeri. Salutandoci, ci facciamo gli auguri per la festa di questi giorni e riprendiamo il corso delle nostre vite.

Lungo la strada, il corpo oramai rilassato guida e la mente, libera, ripensa alla situazione. È chiaro: inizialmente aveva ragione, ma poi ha fatto diventare il corpo né più, né meno quello di una bestia in gabbia.

Però, … Sì, c’è un però: se, come in questo periodo, siamo chiusi fra quattro mura costretti ad ascoltare in televisione, alla radio, su internet qualcuno che urla di continuo e che, le poche volte che smette di farlo per parlare, persiste nell’infierire usando concetti sbagliati, parole irritanti, stupide, allusive, … non solo la mente si innervosisce, si incazza, pure.

Tutto si intossica; la mente regredisce; il corpo qui e là si tende e diventa un’incazzatura ambulante di quasi un metro e novanta con muscoli tesi, pronti a scattare, a reagire mostrando le vene del collo gonfie, la pelle stirata del volto e le corde vocali già settate in modalità urlo cui è stato preparato dall’ascolto prolungato delle intemperanze altrui.

Se la televisione e i giornali non ci risparmiano la visione e l’ascolto di chi quotidianamente gioca a gettare benzina sul fuoco, non dovremmo mai cedere alla tentazione di farlo pure noi, fosse anche soltanto per commentare male simili atteggiamenti ripubblicando nei social i video che mostrano certi spettacoli.

Purtroppo il buono che, con grande fatica riusciamo a esprimere, lo leggiamo fuori di noi nei libri, nelle musiche, nei balletti, nelle opere teatrali, nei quadri, … Tutte cose difficili e dalla lunga gestazione, la cui fruizione impegna.

Possiamo produrre tonnellate di scritti positivi, ma certi atteggiamenti da trogloditi, da animali involuti, li abbiamo già stampati dentro in libri semplici, dalla facilissima consultazione, sempre pronti a essere letti da mente e corpo in modo univoco, senza che facciano nascere dissidi interiori.

Le nostre vite e i social che frequentiamo meritano di essere mondati da tutto il deteriume che la vita pbblica ci propina e che, che si sia a favore o che si preferisca condannare, comunque si alimenta della nostra attenzione.

Evitando di dare spazio all’urlo del sedicente politico, alla provocazione della sobillatrice, potremmo amputare quel dito del corpo sociale di cui si serve quel pensiero malato per manifestare al paese frustrazione e diffondere odio. Farlo non estirpa di certo il problema alla base, ma vaccina la società dal manifestarsi di atteggiamenti violenti, estremi, inopportuni, che tendono i muscoli della vita pubblica.

Un dubbio ancora però ancora assale la mente e tende un po’ i muscoli: e se la gentilezza, la civiltà, l’educazione, piuttosto che valori e sentimenti puri, non fossero altro se non modi di manifestarsi di un egoismo impegnato a tutelare la nostra tranquillità per evitarle il rovello del senso di colpa col quale ci marchiano fin da bambini?

In fondo, se sono tornato indietro non l’ho fatto certo perché sono un’anima bella. No, l’ho fatto solo evitarmi il possibile rimorso che mi avrebbe generato immaginare la signora a disperarsi per il mio duro rimprovero.

Va a finire che se una settantenne egoisticamente decide di saltare una fila, è perché scopre di non poterne più di una simile tara culturale e, sentendosi finalmente al di là del bene e del male, segue un forse più sano egoismo.

Me lo chiedo, e mi accorgo di farlo tenendo il naso fuori da quelle maledette sbarre invisibili che ancora transennano lo spazio attorno a me.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 32

UNA PLACIDA DIGNITÀ

Guardo il numero riportato nel titolo di oggi e mi suona strano.

La parola Giorno seguita dal numero 32, pur essendo una combinazione assolutamente plausibile, suona anomala, falsa, tarocca. Un abominio, quasi: i mesi, si sa!, non hanno mai più di 31 giorni!

Una considerazione di sicuro stupida, che ha il potere di spiegarmi ancora una volta la gravità di ciò che stiamo vivendo: per quanto la nostra cultura abbia nei millenni elaborato sotterfugi utili per adattarci all’ambiente e ai suoi ritmi, la Natura dimostra di procedere lungo direzioni tutte sue e poco le importa se io sto dentro casa da trenta giorni o da trentadue.

Sono chiuso dentro, e ancora fuori da qui è cambiato poco o nulla. Non posso che chiedermi, allora, come avremmo contato i mesi se fossimo stati da sempre costretti a guardare il mondo da dietro una finestra chiusa, senza poter osservare bene il mutevole corso dei movimenti solari.

Non appena il mo cervello malato di convenzioni prova quel fastidio nel leggere il titolo di oggi – è la sensazione che provo, ma non la penso come “fastidio”. Verbalizzare le sensazioni è qualcosa che non mi serve per pensare e lo faccio esclusivamente quando scrivo o parlo. Almeno credo sia così. Ci penserò  – tutto e solo l’insieme dei numeri Naturali si accorge di me e ride sommessamente. Gli altri infiniti, invece, continuano indisturbati la loro vita Reale, Immaginaria, Irrazionale (si fa per dire…) e non mi degnano nemmeno di quella fugace occhiata divertita.

Di abominevole qui c’è solo il farsi portare a spasso dalle nostre convenzioni e convinzioni, dai nostri limiti e dai nostri piccoli accorgimenti utili a dare un orientamento a vite altrimenti disorientate e appigli nella difficile impresa di decifrare la realtà.

, sono trentadue giorni di semiclausura – mi è comunque consentito andare a fare la spesa, rivolgermi a un medico, compiere un lavoro che magari comporta di uscire di casa – e la sensazione più o meno dichiarata da tutti è che si sia solo all’inizio della storia.

Possiamo anche ribellarci agli inviti a stare a casa – da notare che si tratta ancora di semplici inviti e non di veri e propri coprifuoco controllati militarmente, eventualità che per certi versi auspicavo e per altri temevo – ma sappiamo tutti molto bene che, pur adottando le deboli strategie retoriche usate qui e là sui social a sostegno di quei punti di vista così rivoluzionari, sfidare la situazione non conviene affatto: a punirci non sarebbe certo il governo che in questa fase sta dimostrando una manica alquanto larga e un certa comprensione paterna per il modo di agire tipico della popolazione peninsulare.

Qualcuno tempo fa ha affermato che nel nostro paese le rivoluzioni finiscono all’ora di pranzo. Come dargli torto? Gli ancora ampi spazi di manovra che sono stati lasciati ai cittadini credo vadano letti come scelte compiute nella consapevolezza che all’italiano medio non puoi chiedere di obbedire alle disposizioni, anche se motivate corredandole di spiegazioni approfondite, dati e pareri degli esperti.

Se gli dici che non può fare ginnastica all’aperto, il giorno dopo milioni di panzoni nostrani decideranno che è arrivato il momento di dimagrire e pur di inscenare una protesta, pur di dimostrare che “a me nessuno può spiegare cosa posso o non posso fare”, per la prima volta nella loro vita faranno una corsa di cinque chilometri… sul loro balcone.

No, non credo proprio che il governo stia dando prova di avere compiuto una scelta dura per combattere il problema. Anche chi protesta – almeno i più informati di loro, gli imbecilli sono un’altra cosa, da trattare a parte con piglio clinico – sa benissimo che è molto, molto più probabile che se uscisse, se davvero riprendesse a vivere come ha sempre fatto, a punirlo sarebbe la Natura che non aspetta altro se non l’esercizio massificato del famoso buonsenso.

Sa anche che lo farebbe senza chiedergli “Concilia?”, senza offrirgli di pagare una cauzione, senza concedergli di chiamare il suo avvocato e soprattutto senza dargli il tempo di dire la classica “Lei non sa chi sono io!”

No, nulla di tutto ciò. La Natura non avrebbe nemmeno la compiacenza di prendere per un attimo la faccia di Totò che gli dice, spingendogli il gomito, “Ma mi faccia il piacere!”.

Piuttosto lo punirbbe con una noncuranza tutt’altro che italica, da far tremare i polsi anche a un contravventore teutonico: con un totale disinteresse per il suo conto in banca, per la bravura del suo avvocato, per il blasone che da sempre lo accompagna, gli darebbe l’opportunità di partecipare alla gara evolutiva assolutamente legittima di un esserino che grazie a lui avrebbe di che nurtrirsi e di che dare da mangiare alle sue numerose repliche; quelle che generosamente lui, il rivoluzionario di turno, distribuirebbe anche ai suoi cari e ai suoi invitati per la grande festa in onore della prematura fine dell’emergenza.

La cosa curiosa è che per anni abbiamo prodotto film, molti dei quali assurdi e scientificamente scorretti, nei quali la protagonista assoluta è una Natura incazzata che si sfoga in modo molto, troppo umano con… l’umanità: in quelle pellicole, la Grande Madre manifesta la sua rabbia come in altre fanno Stallone, Schwarzenegger, Van Damme.

Al posto di calci, pugni, mosse di Karate, troviamo terremoti devastanti, da lesionare anche il televisore durante la visione; tsunami qui così alti da lasciare all’asciutto l’emisfero opposto e altre catastrofi apocalittiche, da gustare col fiato sospeso, il pop corn fermo nella bocca spalancata, l’occhio pallato e la Coca in mano.

Nulla di tutto ciò. La Natura è quella che, gentile come la sequenza infinita di numeri naturali, sta fiorendo ovunque. Ci scalda con giornate sempre più luminose e lunghe; ci coccola con odori che entrano dalle finestre aperte a dare ossigeno alla nostra pianta intossicata dalla rabbia.

Una rabbia potente che, non potendo attaccarla a nulla, scegliamo di concentrare su un decreto o su un modulo da stampare. Lo so, l’obiettivo è salvaguardare il fegato coinvolgendo la pancia, ma continuando comunque a elaborare il problema con la parte al di sotto del diaframma, e non con quella più adatta a simili faccende posizionata al di sopra esso.

E mentre c’è chi, anche fra i miei amici più cari, dopo l’ultimo annuncio del prolungamento del lockdown fino al 3 Maggio, vagheggia tra il serio e il faceto di proteste da inscenare in piazza il giorno successivo, noto una notiziola di quelle usate dalle testate giornalistiche per riempire, per fare volume.

Sta a pie’ di sito (non potendo leggere la pagina del giornale cartaceo, l’ho trovata sulla versione on-line) e sembra regalarmi il polso vero di ciò che siamo, di ciò che è e di ciò che è giusto che sia.

si parla del mestrino Marco Casula, giovane ricercatore del CNR rimasto completamente isolato nella base Artica Dirigibile Italia a Ny-Alesund, nelle isole Svalbard, a un migliaio di chilometri dal Polo Nord.

Un posto dove non c’è traccia di epidemia – che, come la maggior parte dei problemi attuali, viaggia con il vettore uomo – anche se sarà proprio la sua evoluzione a stabilire i termini del suo contratto e della sua permanenza da quelle parti.

Al momento non vi è possibilità alcuna che lui possa tornare dai suoi affetti, ma accetta tutto con la tranquillità di chi si mette davanti i vari elementi di un problema per connetterli tra loro in una sequenza ragionevole, anzi, razionale.

Eppure avrebbe molti più motivi di noi di urlare al mondo la sua disperazione: qui, ad esempio, non passa giorno che qualche operatore dello spettacolo non agiti i pugni asserendo che ci si è scandalosamente dimenticati della cultura; che ancora il governo non si è espresso su un problema fondamentale come lo stabilire una data possibile per la riapertura di cinema, teatri e sale concerto.

Nessuno ancora ha dato a Casula una data per il suo rientro. Semplicemente nessuno può fare una previsione del genere. Lui però se ne sta buono-buono, in silenzio; nel silenzio. Anche se urlasse, nessuno potrebbe decifrare il suo grido d’aiuto: suoi compagni e spettatori sono intatti renne, orsi, ghiaccio.

Muto, lavora al campionamento della neve e dell’aerosol, misure che hanno un’influenza enorme sulla vita presente e futura di tutti noi, e lascia che la bellezza algida della Natura faccia il suo corso. Quella Natura che, come dice nel video con invidiabili serentià e proprietà di linguaggio, “Qua fa da padrona, ti senti molto piccolo. Le dai del Lei”.

Uscendo di casa, qui di certo non ci imbattiamo in renne, orsi o ghiacci, ma sappiamo bene tutti – lo sanno anche i più riottosi – che potremmo imbatterci in quell’esserino così dannoso e subdolo.

Anche se meno romantico dell’incontro con una renna, non si tratta certo di un evento così strano: pure se non fa rumore come in un moderno B-movie, è ancora quella Natura che, vestendo una divisa diversa, qui come al Polo Nord fa imperterrita lo stesso, identico lavoro di sempre.

Magari ricordiamoci di darle del Lei.

E, rispettosi, manteniamo le distanze.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 30

UOMINI E TOPI

 I giornali che Domenica mi ha portato a domicilio Simone, il mio edicolante di fiducia, sono quelli del fine settimana: perlopiù inserti e patinati che hanno una data di scadenza diversa dalle volatili cronache nere, politiche, economiche, sportive dei quotdiani infrasettimanali.

Sono un tacito invito a riguardare la settimana come un lungo giorno durante il quale leggiucchiare sbadatamente, sicuri del fatto che fino a Venerdì quelle notizie tengono anche fuori dal frigo.

Ieri sera, curiosando tra le pagine di Robinson, Il Venerdì, Il Domenicale, l’Espresso, ho trovato un interessante doppione: nelle due ultime testate vi era una stessa notizia trattata in due modi diversi.

Una grande occasione, quindi, per sentire cosa si dice in un bar frequentato da personaggi di sicuro interessanti, cogliendo i pareri di Tizio, l’economista, e di Caio, il generalista; pareri dai quali io, Sempronio, potrei anche estrapolare qualcosa di più delle loro due personalità.

L’argomento è quello che ho già affrontato alcuni giorni fa in queste Cronache: sotto la lente di quei due giornali è capitata infatti la tendenza di molti epidemiologi improvvisati a fare grafici e modelli previsionali dello sviluppo dell’epidemia.

È di sicuro molto interessante il modo di aggredire il problema nel Domenicale che propone un articolo con il seguente, promettente, inizio:

È il loro momento. Mai prima, di fronte a un fenomeno complesso e mondialmente impanicante come la pandemia, statistici, modellisti e matematici hanno goduto di tanto ascolto e fama. I modelli matematici di fenomeni complessi sono affascinanti, forse eccitanti. Ma sono anche epistemologicamente ingannevoli. I modellisti si sono dimenticati la raccomandazione dello statistico britannico George Box: «Tutti i modelli sono falsi. Ma qualcuno è utile». Se sono tutti falsi quel che conta, diceva, è capire in che senso lo sono: «Non è appropriato preoccuparsi dei topi quando abbiamo a che fare con tigri». Siamo inclini a pensare che quello che sembra funzionare debba essere anche vero. Paul Valéry ammoniva che «Ce qui est simple est toujours faux. Ce qui ne l’est pas est inutilisable». Solo se si è consapevoli di dire cose false si può arrivare alla verità.

Decisamente colpito, sono andato subito a guardare chi fosse il redattore. Il titolo Se mentono pure i numeri aveva avuto il potere di destarmi dal torpore annoiato col quale stavo sfogliando quei giornali e, intuito che finalmente mi era capitato fra le mani qualcosa di per me interessante, avevo saltato a pié pari il suo nome.

So che questo atteggiamento è riprovevole e che avrei dovuto guardare subito quel nome, ma mi autoassolvo: non avendo trovato fino a quel momento niente che mi interessasse davvero, ero un po’ scoraggiato e se ho saltato l’antipasto del nome dell’autore è stato solo perché avevo una gran voglia di mangiare un primo con i fiocchi.

Ciò che faccio faccio al fine settimana è oramai una specie di pesca di frodo. Se di solito pescavo con amo e lenza recandomi di persona in edicola e chiedendo a Simone di farmi dare una sbirciata al contenuto di quei giornali per capire se c’era davvero qualcosa di mio interesse, ora butto una bomba di una decina di euro e poi guardo se, dopo l’esplosione, fra i pesci morti e galleggianti c’è qualcosa di per me commestibile.

Un’operazione decisamente più costosa, anche perché, se Robinson riesco normalmente a prenderlo a parte risparmiando così sul prezzo dell’intero quotidiano che mi interessa poco, ora, con la segregazione, si scopre che tutti lo vogliono, che tutti lo leggono e che, se voglio avere qualche speranza di trovarlo, devo prenotare l’intero pacchetto Quotidiano + Inserto.

Maledetti! Mi immagino orde di lettori che prima non lo degnavano nemmeno di un’occhiata e che ora, per passare il tempo, leggono e declamano a gran voce finanche la lista della spesa e i bugiardini dei medicinali.

Ma non divaghiamo: leggendo il nome dell’autore dell’articolo, ho scoperto che era il famoso epistemologo Gilberto Corbellini: un motivo in più per continuare la lettura. Un motivo in più per sperare anche che quell’articolo fosse una specie di editoriale affidato a una firma di sicuro importante ma, a conferma di quanto già denunciavo in queste Cronache, alla fine dell’articolo ho scoperto che si trattava dell’ennesima recensione.

Inizio a temere di essere l’unico a sbilanciarsi, pur senza blasone e senza che a stimolarmi sia sempre la lettura un libro scritto da qualcun altro, nel parlare di mia iniziativa di argomenti per me interessanti.

Di questo bell’articolo – sarebbe da citare per intero – sottolineo il richiamo dell’epistemologo a prestare attenzione all’ineludibile falsità di una simulazione; al suo essere al più verisimile o forse del tutto dissimile dalla realtà.

Il doppione di cui parlavo in apertura che ho trovato sul L’Espresso è invece una bella intervista ad Andrea Pugliese, ordinario di Analisi Matematica a Trento e “decano dei modellisti italiani”, il quale parte proprio col sottolineare come sia velleitario chiedere previsioni precise a simulazioni che usano vari modi per rappresentare la popolazione.

Il modo più diffuso è quello di partire da alcuni osservabili, come ad esempio la velocità del contagio così come misurata all’inizio dell’emergenza cinese, e modellizzare la popolazione vedendola come un gas composto da particelle che possono impattare tra loro senza particolari limitazioni.

Una simulazione del genere però non tiene conto delle differenze che invece esistono tra le persone come ad esempio le loro diverse vulnerabilità e tendenze a muoversi. Fattori che creano una grande varietà di occasioni di incontrare e magari contagiare altri individui.

I modelli italiani

sono ad agente individuale: rispetto a quelli matematici standard, a equazioni differenziali, che danno un tasso d’attacco finale (il numero dei contagiati) più pesante disconoscendo la varietà dei comportamenti, hanno una struttura più complessa. Si ricrea al computer una specie di replica digital-statistica della popolazione italiana composta di tot famiglie, scuole, luoghi di lavoro, mezzi di trasporto e si fanno inferenze sui possibili comportamenti del campione.

Il matematico continua poi evidenziando il fatto che le varie fette di popolazione esibiscono diverse tendenze all’aggregazione. Un fattore importante di cui bisogna assolutamente tenere conto: gli studenti delle scuole, gli operai delle fabbriche, coloro i quali usano i mezzi pubblici per i loro spostamenti, … impongono l’uso di modelli specifici in relazione alla diffusione del virus e le valutazioni finali, quelle fatte proprie dalla politica, risultano essere dipendenti dal quadro di insieme che emerge sommando tutti i singoli casi ottenuti, tenendo conto dei loro diversi pesi statistici, sotto le ipotesi di chiusura delle scuole, dei luoghi di lavoro, ecc.

Da questa intervista apprendo poi, tra il triste e l’ammirato, che vale davvero il motto che invita a trovare il buono anche nelle situazioni peggiori. Ne scopro il valore quando Pugliese racconta di come una svolta importante sulla via della comprensione della diffusione del COVID 19 sia stato offerto dal recente caso della Diamond Princess: la nave da crociera che, a causa della (o grazie alla) presenza di un paziente ottantenne affetto da Coronavirus, mentre il 4 Febbraio era in acque territoriali giapponesi, è stata posta in quarantena, favorendo così la diffusione dell’infezione all’interno di quell’ambiente “chiuso”.

Dopo soli 22 giorni, ben 705 delle 3711 persone a bordo risultavano contagiate e, considerazioni di altro genere a parte, la situazione ha fornito dati preziosissimi sulla diffusione dell’epidemia che, laddove avremmo dovuto come sempre studiarne gli effetti su un campione di cavie animali all’interno dell’ambiente controllato di un laboratorio di ricerca epidemiologia, ci ha permesso di vederne gli effetti diretti su un nutrito campione umano.

Insomma, fare simulazioni non è e non può ridursi a trovare il miglior fit per i soli dati forniti dalla protezione civile. Questo, al limite, potrà dire qualcosa di importante su altri aspetti come ad esempio l’evoluzione della nostra capacità di curare quelli che già sappiamo essere malati. Capire davvero dove andrà e come si comporterà il virus è ben altra cosa e, ricordando e parafrasando le parole dello statistico Box già citate più su, “tutti i modelli che si basano solo sul fit di questi dati parziali sono sicuramente falsi”.

In chiusura, non posso fare a meno di ringraziare Corbellini per un’ulteriore chicca: all’interno dello stesso articolo, cita Pablo Picasso che pare abbia detto:

«tutti sappiamo che l’arte non contiene verità. L’arte è falsità che ci consente di capire la verità, almeno quella che ci è consentito di conoscere. L’artista deve sapere come convincere gli altri che le sue menzogne sono vere» (1923).

Trovare a poca distanza la citazione di uno statistico e di un pittore, immagino sia un invito (voglio leggerlo così) a riguardare i grafici che trovo ogni giorno sulle pagine di alcuni miei amici di Facebook come forme d’arte matematica: linee eleganti, colorate, tendenziose e ammiccanti delle quali comunque subisco il fascino.

La rete sembra si stia facendo pian piano contagiare da un’ondata di virulenta pittura numerica, quasi un nuovo movimento, una nuova avanguardia epistemica che ha nell’esponenziale il suo punto, il suo strappo, il suo tratto caratteristico.

L’altro giorno Marco, un mio amico musicista, guardando il grafico della funzione esponenziale pubblicato da Sandro, un altro mio amico appassionato di matematica, diceva: “Io colgo un’intrinseca bellezza nella forma del grafico ma, nella mia totale ignoranza, non so perché”.

Stamattina, trentesimo giorno di quarantena (una bella cifra tonda!), ho provato a riosservarlo tentando di dimenticare di saperne (meglio, di averne saputo) di più e forse ho capito il perché di quella bellezza visiva che salta anche agli occhi di chi non ne conosce quella formale: se consideriamo solo una porzione limitata del primo quadrante, quella funzione sembra proprio appropriarsene distribuendo i pesi visivi in modo abbastanza simile a quanto fanno i quadri organizzati seguendo il criterio suggerito dalla sezione aurea*.

Va a finire che questa avanguardia, tanto avanguardia non è.

Limitiamoci allora a dire che è una versione aggiornata, elegante e sintetica del bello classico; una simulazione moderna e, essendo fatta a posteriori, finalmente attendibile di una bellezza antica.

SZ

 

° Non si tratta di una analogia così peregrina: si guardi, a questo proposito, come si comporta la spirale logaritimica:

https://it.wikipedia.org/wiki/Spirale_aurea

CRONACA VIRUS – Giorno 28

Una doccia di fredda realtà

Erano i primi di Marzo quando il fisico Marco Cattaneo, direttore del settimanale Le Scienze, in un a dir poco accorato messaggio su whatsapp invitava i suoi contatti a stare in allerta, seguendo le indicazioni date dagli esperti circa come affrontare l’emergenza sanitaria.

Per fortuna, la diffusione del suo messaggio è stata abbastanza virale e nei giorni successivi praticamente tutte le testate giornalistiche hanno dedicato uno spazio alle sue parole.

Tra i punti fondamentali del suo messaggio, ve ne era uno che non era riconducibile al suo punto di vista. Valeva piuttosto il contrario: ciò che Cattaneo sosteneva era conseguenza dell’aver preso in considerazione ciò che gli esperti virologi sostenevano.

Ci tengo a sottolienarlo ancora una volta: sto parlando di qualcosa elaborato non da Cattaneo, da me o da Ciccio di Misilmeri (cit.), ma diffuso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un organismo sovranazionale che, come spiega il direttore de Le Scienze, considera conclusa un’emergenza epidemica:

dopo DUE PERIODI DI INCUBAZIONE COMPLETI in cui non si registrano nuovi contagi. Sono 42 giorni per Ebola. Potrebbero essere 30 per SARS-CoV-2. Dopo di che, è richiesto a ogni paese di mantenere un’elevata sorveglianza per 90 giorni.

 Nel frattempo, come ho già riportato in un precedente articolo, nel caso del COVID 19 la valutazione precauzionale del suo periodo di incubazione si è assestata sul valore di due settimane: un periodo che porta a 28 il conteggio dei giorni dopo i quali stabilire se sia o meno il caso di abbassare la guardia.

Da qui il titolo di questa Cronaca odierna che già dalla lettura di quel post di Cattaneo, programmavo di dedicare allo stato delle cose così come lo avremmo registrato oggi.

, perché in questo mio spazio on-line, specchio parziale di ciò che avviene nel volume di casa mia, oggi sono proprio 28 giorni dall’inizio della mia incubazione – in realtà, data la base triangolare di questo appartamento, dovrei forse parlare di in-prismizzazione o di in-semicubazione. No, non vivo in una piramide…

Oggi ho quindi atteso fino alle 18:00 che venisse pubblicato il bollettino della Protezione Civile nel quale ogni giorno viene fornita la fotografia dell’emergenza nel nostro paese. Il risultato è il seguente:

Casi totali: 132.547

Persone che risultano positive al virus: 93.187

Le persone guarite: 22.837.

I pazienti ricoverati con sintomi: 28.976

Persone in terapia intensiva: 3.898

Persone in isolamento domiciliare: 60.313

Totale deceduti: 16.523 (potrà essere confermato solo dopo che l’Istituto Superiore di Sanità avrà stabilito la causa effettiva del decesso), circa 600 più di ieri.

Pur non avendo ancora capito come si ottiene quel totale iniziale a partire dagli altri totali parziali, mi sembra comunque emergere una certezza: dopo questa prima fase – e ci tengo a sottolinearlo: PRIMA fase – di segregazione lunga due periodi di incubazione, siamo ancora lontani dall’obiettivo “zero contagiati” per cui direi che non ci rimane da fare altro che metterci l’anima in pace, prendendo sul serio la prospettiva di rimanere confinati in casa almeno fino a dopo l’estate.

In alternativa, se come ci auguriamo l’emergenza dovesse finire in Maggio-Giugno, usciremo sì, ma dovremo curare di stare ancora a una distanza reciproca di sicurezza, dando ascolto alla nostra comprensibile paura e alla diffidenza non tanto nei confronti delle persone, ma per ciò che potrebbero inconsapevolmente e asintomaticamente ospitare.

No, non lo dico con sadico e sadomasochistico piacere: la cosa preoccupa anche me, specie vedendo che dopo nemmeno un mese di stop (all’italiana), un noto filosofo ha oggi pubblicamente riconsiderato al ribasso il valore della sua materia rispetto a quello della politica; una scrittrice affermata se l’è presa con un famoso cantante il quale, elegante, non ha dato prova di essersene accorto; a difenderlo ci hanno pensato, azzuffandosi tra loro sui social, i seguaci delle religioni pop nate attorno ad ognuno di questi moderni messia che nulla hanno a che fare con la famiglia divina, quella vera (?); una famiglia alla quale, sperando in un miracolo della madonna (no, non è una citazione, e sì, lo so: sembra una battuata di Pozzetto), sta guardando proprio chi, pagato anche dalla fetta di popolo laico, sarebbe almeno per questo preferibile si facesse consigliare soltanto dagli esperti.

É evidente che loro non gli bastano.

Tutto questo ribollire di nervi e atteggiamenti spesso inopportuni preoccupa e lascia presagire che dopo l’estate, una volta aperte le gabbie delle nostre case, si riverserà per le strade un fiume di belve inferocite pronte a sfogare mesi e mesi di animalità compressa.

C’è da sperare solo che, per soddisfare le intervenute esigenze di scontro all’arma bianca che la rete sta manifestando ogni giorno di più, Zuckerberg & Co. dotino presto i social da loro controllati di strumenti di offesa utili a colpire a distanza, il meno metaforicamente possibile (sempre nel rispetto della legge, però! Mi raccomando!), il nostro nemico virtuale di turno.

In assenza di curve degli stadi e di file ai semafori dove sfogare l’aggressività e impossibilitati dal frequentare letti non nostri anche solo per il tempo di una strusciata occasionale, c’è e ci sarà sempre più bisogno di uno strumento informatico che consenta di sfidare, ancora una volta metaforicamente, a duello l’odiato avatar di qualcuno incontrato in rete.

Di uno strumento del genere si potrebbe servire vantaggiosamente il governo che, con anche il problema delle prigioni piene da risolvere, avrebbe così la possibilità di regolare a domicilio il nostro livello di stress, di ormoni e di testosterone.

In rete e in tv l’urlo e la pseudo-dialettica stanno crescendo oltre il livello di guardia e dopo bocca, naso e occhi, il virus volante sta iniziando a colpire anche le orecchie.

Offese e minacce, si sa, coprono facilemente distanze ben più lunghe di un metro e andrà a finire che dopo guanti, occhiali e mascherine, al nostro outfit da epidemia dovremo presto aggiungere anche quei tappi che hanno dimostrato di funzionare così bene con il russare dei partner.

Prevedo un futuro alquanto ovattato, con mute e scafandri a proteggere la nostra bolla personale.

Che sia la prova generale di un trasferimento su un altro pianeta?

 

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 27

L’opera d’arte nell’epoca della sua appropriazione tecnica da parte del pubblico

 Tra le innumervoli strategie messe in atto dal popolo di internet per rendere vivibile e interessante questa quarantena, mi ha colpito la #GettyMuseumChallenge: una sfida lanciata dal Getty Museum di Los Angeles che ha invitato il suo pubblico reale e virtuale a ricreare le opere d’arte lì esposte usando i propri corpi o tre oggetti trovati in giro per casa.

Il guanto della sfida è stato raccolto da tantissimi che, come si può vedere dalla simpatica e sintetica collezione offerta dal quotidiano on-line La Repubblica, hanno esposto il risultato sui loro profili social.

Guardando quelle immagini, la mente non può che andare a ciò che, confermando una finissima capacità di analisi e una notevole predisposizione alla predizione del futuro, scriveva nel 1936 Walter Benjamin nel suo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

A stimolare la breve ma intensissima analisi contenuta nel suo saggio, furono evidentemente la fotografia e, soprattutto, l’avvento del cinema che in quegli anni si impose con prepotenza all’attenzione di tutto il mondo della critica per la sua capacità di mutare i pesi nel rapporto tra artista e pubblico, tra creatore e spettatore.

Ripensare oggi alle sue parole e chiedersi quindi cosa scriverebbe oggi dell’arte contempoanea e, in particolare, di questa iniziativa del famoso museo californiano è stato per me tutt’uno. Allora lo faccio, e provo a dare risposta attraverso la citazione di una scelta di passi che ho operato sulla base di ciò che mi ha stimolato la rilettura gettyana che ne ho dato oggi.

Tra l’altro, in quel saggio, viene spesso chiamato in causa il pensiero di Paul Valéry, altro grande visionario suo contemporaneo, il quale, come riportato da Benjamin, appuntava nel suo Scritti sull’arte del 1934:

Come l’acqua, il gas o la corrente elettrica, entrano grazie a uno sforzo quasi nullo, provvedendo da lontano, nelle nostre abitazioni per rispondere ai nostri bisogni, così saremo approvigionati di immagini e di sequenze di suoni, che si mannifestano a un piccolo gesto, quasi un segno, e poi subito ci lasciano.

 Uno streaming che all’epoca poteva sembrare quasi una rivelazione di Fatima e che ora travolge anche queste stesse mie parole, portandole a poter essere potenzialmente lette ovunque sgorgando, senza fatica, dai rubinetti dei vostri terminali.

É convinzione di Benjamin che, una volta persa quella che lui chiama aura di un’opera d’arte, l’unicità dell’hic et nunc posseduta dall’originale che a partire da un certo momento in poi sarà tecnologicamente riprodotto in un numero qualsivoglia alto di copie, si

sottrae il riprodotto all’ambito della tradizione. Moltiplicando la riproduzione, essa pone al posto di un evento unico una serie quantitativa di eventi. E permettendo alla riproduzione di venire incontro a colui che ne fruisce nella sua particolare situazione, attualizza il riprodotto. Entrambi i processi portano a un violento rivolgimento che investe ciò che viene tramandato – a un rivolgimento della tradizione, che è l’altra faccia della crisi attuale e dell’attuale rinnovamente dell’umanità. Essi sono strettamente legati ai movimenti di massa dei nostri giorni. Il loro agente più potente è il cinema. Il suo significato sociale, anche nella sua forma più positiva, e anzi proprio in essa, non è pensabile senza quella distruttiva, catartica: la liquidazione del valore tradizionale dell’eredità culturale.

E ancora, sempre a proposito del concetto di aura applicato a un’opera d’arte come anche alla visione estatica e compiaciuta di un oggetto reale quale potrebbe essere una lontana catena montuosa, sottolina la grande importanza che ha assunto

l’esigenza a impossessarsi dell’oggetto da una distanza il più possibile ravvicinata nell’immagine, o meglio nell’effigie, nella riproduzione. E inequivocabilmente la riproduzione, quale viene proposta dai giornali illustati o dai settimanali, si differenzia dall’immagine diretta, dal quadro. L’unicità e la durata s’intrecciano strettissimamente in quest’ultimo, quanto la labilità e la ripetibilità nella prima. La liberazione dell’oggetto dalla sua guaina, la distruzione dell’aura sono il contassegno di una percezione la cui sensibilità per ciò che nel mondo è dello stesso genere è cresciuta a un punto tale che essa, mediante la riproduzione, attinge l’uguaglianza di genere anche in ciò che è unico. Così, nell’ambito dell’intuizione si annuncia ciò che nell’ambito della teoria si manifesta come un incremento dell’importanza della statistica. L’adeguazione della realtà alle masse e delle masse alla realtà è un problema di portata illimitata sia per il pensiero, sia per l’intuizione.

Nel definire un oggetto come opera d’arte, è cosa nota, interveniva anche la modalità stessa con la quale esso veniva percepito. Qualcosa, quindi, che va oltre l’oggetto e che mira a definirlo in relazione al contesto nel quale veniva collocato:

Un’antica statua di Venere, per esempio presso i Greci, che la rendevano oggetto di culto, stava in un contesto tradizionale completamente diverso da qiello in cui la ponevano i monaci medievali, che vedevano in essa un idolo maledetto. Ma ciò che si faceva incontro sia aiprimi che ai secondi era la sia unicità, in altre parole: la sua aura. Il modo originario di articolazione dell’opera d’arte dentro il contesto della tradizione trovava la sua espressione nel culto. Le opere d’arte più antiche sono nate, com’è noto, al servizio di un rituale, dapprima magico, poi religioso. Ora, riveste un significato decisivo il fatto che questo modo di esistenza, avvolto da un’aura particolare, non possa mai staccarsi dalla sua funzione rituale. In altre parole, il valore unico dell’opera d’arte autentica trova una sua fondazione nel rituale, nell’ambito del quale ha avuto il suo primo e originario valore d’uso. Questo fondarsi, per meditato che sia, è riconoscibile, nella forma di un rituale secolarizzato, anche nelle forme più profane del culto della bellezza.

Il teorema benjaminiano allora si chiude col la constatazione che:

La riproducibilità dell’opera d’arte emancipa per la prima volta nella storia del mondo quest’ultima dalla sua esistenza parassitaria nell’ambito del rituale. L’opera d’arte riprodotta diventa in misura sempre maggiore la riproduzione di un’opera d’arte predisposta alla riproducibilità. Di una pellicola fotografica per esempio è possibile tutta una serie di stampe; la questione della stampa autentica non ha senso. Ma nell’istante in cui il criterio dell’autenticità nella produzione dell’arte viene meno, si trasforma anche l’intera fruizione dell’arte. Al posto della sua fondazione nel rituale s’instaura la fondazione su un’altra prassi: vale a dire il suo fondarsi sulla politica.

E se già all’epoca il filosofo intuiva che “l’attualità cinematografica fornisce a ciascuno la possibilità di trasformarsi da passante in comparsa cinematografica. In certi casi può addirittura vedersi immesso (…) in un’opera d’arte”, la sfida lanciata dal Getty rappresenta davvero uno step fondamentale del processo che, passata attraverso l’edonismo sfrenato del selfie – un fenomeno si spera transitorio e vicino alla sua fine – porta a usare la tecnologia non più per sdoganare l’improbabile tesi che ognuno di noi è sempre e comunque arte che val la pena diffondere, ma per affermare che siamo arte quando davvero com-prendiamo; quando, anche con ironia e leggerezza, dopo averla studiata, soppesata, introiettata, o abbiamo fatta creativamente nostra la sua lezione, o ci immedesimiamo in un’opera d’arte universalmente riconosciuta come tale.

In qualche modo, ancora una volta torna qui la suggestione del bradburiano Farhenheit 451 già citato pochi giorni fa, e lo fa stavolta nella sua versione visiva, quella che ha a che fare con l’immedesimazione dell’individuo in opere appartenenti alla storia dell’arte: una materia resa finalmente viva da persone aiutate dagli eventi a riscoprire i memi fondanti la nostra cultura.

Riprendendo a citare passi del saggio che avrebbe potuto anche farmi optare per il titolo Leggere Benjamin nel 2020, il filosofo nota che

Colui che si raccoglie davanti all’opera d’arte vi si sprofonda; penetra nell’opera (…) Inversamente, la massa distratta fa sprofondare nel proprio grembo l’opera d’arte. Ciò avviene nel modo più evidente per gli edifici. L’architettura ha sempre fornito il prototipo di un’opera d’arte la cui ricezione avviene nella distrazione da parte della collettività. Le leggi della sua ricezione sono le più istruttive.

La distrazione architettonica, per dirla alla Benjamin, rispetto a ciò che prende polvere nei nostri musei, si può forse spiegare con la mancata attenzione a ciò che ci hanno chiesto di studiare con metodi che già nel secolo scorso dimostravano una efficacia traballante. In tal senso, l’iniziativa del museo Getty potrebbe essere assunta a paradigma: un teatro dell’arte, inteso come messinscena di quadri famosi, e non solo l’arte del teatro.

Spesso scopriamo di avere abitato il nostro periodo di formazione scolastica con quella stessa disattenzione che ora, invitati a riconsiderare tutto durante un periodo che ci vede particolarmente attenti alle anguste architetture delle nostre case, ci costringe a riconsiderarCi con la dovuta attenzione; ci consente di notare ciò che, volenti o nolenti, da tanto abbiamo in grembo.

Cambia così il rito, cambia la fruizione dell’arte che ora diventa vestito, atteggiamento, posa, luce domestica, rivelandone l’attualità anche nell’apparente stridore generato dalla lettura della data di creazione dell’opera cui ci stiamo ispirando.

E, facendo ancora mie le parole di Benjamin,

sarebbe errato sottovalutare il valore di queste tesi per la lotta di classe. Esse eliminano un certo numero di concetti tradizionali – quali i concetti di creatività e di genialità, di valore eterno e di mistero -, concetti la cui applicazione incontrollata induce a un’elaborazione in senso fascista del materiale concreto.

Una elaborazione che si tenta ancora di scongiurare grazie anche, ad esempio, all’invito dei musei di andare a visitare le esposizioni nei loro siti on-line. Un invito che ci dà la misura di quanto sia cambiata la situazione rispetto a quando Benjamin scriveva

il valore culturale come tale induce a mantenere l’opera d’arte nascosta: certe statue degli déi sono accessibili soltanto al sacerdote nella sua cella. Certe immagini della Madonna rimangono invisibili per quasi tutto l’anno, certe sculture dei duomi medievali non sono visivile per il visitatore che stia in basso. Con l’emancipazione di determinati esercizi artistici dall’ambito del rituale, le occasioni di esposizione dei prodotti aumentano.

Nella postilla con la quale il saggio si chiude, commendando alcuni passi del manifesto marinettiano a favore dell’occupazione coloniale in Etiopia, si evidenzia come per i futuristi l’unico modo di rendere onore alla tecnica e alla meccanica che sbalordiva all’inizio del ‘900 fosse applicare tutto l’armamentario disponibile di acquisizioni scientifiche e gli armamenti accumulati per mettere in scena il grande spettacolo pirotecnico della guerra. Quella stessa guerra che in un manifesto più famoso del precedente definì igiene del mondo.

Oggi la rete ci mostra finalmente un orizzonte molto più alto e igienico di quello coloniale e conflittuale: se per i futuristi il progresso, il dominio sulla Natura non poteva fare altro che assumere il fetore della decomposizione, la consistenza dei metalli, il grigio delle ciminiere, l’ingombro dei rottami, già da un po’ internet propone la leggerezza delle fibre ottiche, il silenzio dei flussi di dati, la compattezza dei server, la mancanza di odore dei bit.

A completare questo quadro di sparizione progressiva della massa con tutti i suoi attrivuti futuristici è ancora lui, il piccolo COVID 19 il quale, costringendoci in casa e limitando traffico e produzioni, sta creando il vuoto, ripulendo l’aria dalle scorie anacronistiche che, cosa assurda!, farebbero sentire a suo agio un qualsiasi futurista di un secolo fa venuto nel 2000 per una visita di piacere.

Non so se ve ne ricordate, ma fino a ieri, stando sempre fuori casa, eravamo perlopiù rumore.

Oggi, da semisegregati, possiamo anche diventare arte.

A voi la scelta se occupare questa Domenica rimpiangendo lo smog o impersonando la Gioconda.

SZ

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 26

                               A QUALE NORMALITA’ VOLETE TORNARE?

Ricordo che tanti anni fa – senza tema di sbagliare, direi pure “troppi” – in uno dei tanti incontri pomeridiani con docenti universitari organizzati dal mio liceo per dare a noi maturandi una panoramica delle materie da scegliere per gli studi successivi, incontrammo anche un esperto di informatica teorica.

Come per gli altri, non ne ricordo il nome e a fatica metto a fuoco la sua fisionomia. Più o meno cinquantenne, statura più o meno alta, vestito beige, cravatta, camicia chiara. Non ricordo quasi nulla del suo discorso ma una frase, una definizione che propose, mi si infisse bene in testa, e ancora mi accompagna.

Prima di continuare, mi rivolgo ai più giovani fra voi, invitandovi a entrare nell’ordine di idee che parlare di informatica e di computer nel 1986-1987 non fosse la stessa cosa del parlarne oggi: i cellulari, all’epoca oggetti di lusso, non erano ancora diffusi (inizieranno ad esserlo nel ’90) ed erano nient’altro che telefoni senza fili, mentre i computer domestici non erano né così potenti, né soprattutto così presenti nelle nostre case.

Li si guardava ancora come un elemento quasi magico che stava entrando gradualmente, ma con decisione, nelle nostre vite. Un ingresso che non potevamo proprio intuire quanto si sarebbe rivelato scovolgente e pervasivo.

Tornando a quel docente, con un guizzo geniale fu capace di destarmi dal torpore provocato dall’innaturalezza dello star seduto, di pomeriggio, a quell’età, per sentire ancora una volta qualcuno parlare dopo aver già trascorso in quella poszione tutta la mattinata.

Ci riuscì definendo il computer uno scemo veloce: un esaustivo riassunto di quello che davvero quell’oggetto è.

Ci assiste con la sua incredibile capacità di eseguire velocemente tutte quelle operazioni che a noi costerebbero tempi anche infiniti (pensate soltanto a cosa significherebbe procurarsi tutte le informazioni cui accediamo con un click quando effettuiamo una qualsiasi delle innumerevoli ricerche che quotidianamente compiamo in rete) e agisce quasi fosse un nostro arto al quale comandiamo di eseguire, senza aspettarci da lui domande o obiezioni morali, estetiche, religiose, …, tutte quelle azioni comandate da stimoli partiti dal nostro cervello.

Non ha anima (se solo stabilissimo davvero cosa essa sia, potremmo forse scoprire che ne ha una), non ha gusto, pensieri, antipatie e simpatie. Fa quello che gli si dice di fare, e lo fa subito.

Non ci sogneremmo mai di dire che il nostro pc è cattivo come non lo diremmo di un nostro arto. Semplicemente dirlo non sarebbe cosa sensata. Lui è strumento, appendice, innocente come un bambino, anzi, anche di più, dal momento che ancora nessuno si è peritato di traslare il concetto di peccato originale su questa lattina di intelligenza passiva e introversa.

In ogni caso, lui, lo scemo veloce, è una nostra creazione (ancora) al nostro servizio.

Tra le nostre creazioni che hanno presto preso il controllo della nostra vita in misura confrontabile con quanto hanno fatto i computer, vi è anche un altro mostro; un vero e proprio Frankenstein che invece non è veloce, ma pretende la tua velocità; che non ha anima, gusto, pensieri, ma agisce sulla tua e si impone sui tuoi. Dimenticavo: gli stiamo tutti antipatici.

Si tratta della burocrazia alla quale si pretende di dare l’aspetto di meccanismo perfetto ed equo, coprendo maldestramente la realtà: è una macchina del tutto imperfetta, disumanizzante e spesso alquanto cinica. Forse la macchina più cinica che abbiamo inventato e che, come un golem, una volta apposta in calce la nostra firma sulla sua fronte (e magari anche sul retro), sembra animarsi ed essere al nostro serivizio, rivelando presto le sue reali e traditrici intenzioni: essa può anche rivoltarsi contro l’indirizzo, ripetuto almeno quattro volte nello stesso documento, di chi l’ha firmata.

Puoi anche chiudere la porta, puoi anche mettere una mascherina e i guanti, puoi anche non avvicinarti agli altri, puoi anche morire di fame, puoi anche andare a farti fottere, ma lei, la burocrazia, non demorde, non arretra, non ha dubbi e non ascolta quelli altrui.

Non ci sono né metri, né chilometri di sicurezza a salvarti. Agisce su grandi scale spaziali e temporali; è sorda, ma pretende ascolto; brutta, ma “se la tira” con atteggiamenti da  altera Afrodite.

Il problema è che siamo stati noi a farle credere tutto ciò facendola crescere a dismisura, ipertrofica, algida e tronfia, dallo sguardo vitreo, fesso e fisso.

Come tutti, in questo periodo tento di schermarmi dai pericoli noti ma, più subdolo di un virus che non vedi, ce n’è sempre uno enorme che incombe su di me e che sai che potrebbe agire quando meno te l’aspetti.

A prima vista è paragonabile, per la letalità che dimostra nei confronti del tuo tempo e del tuo buonumore, a una semplice influenza, ma può aggredire presto tutti gli organi della tua vita, facendoli irrimediabilmente rabbuiare per malinconia, noia, senso di impotenza, mancanza di bellezza.

Ma come mai proprio oggi me la prendo con questa macchina a volte utile, ma alienante e infinitamente meno affascinante di una macchina inutile (che Munari non me ne voglia per averlo citato qui)?

Lo faccio perché due-tre giorni orsono mi è arrivata via mail una documentatissima comunicazione da parte di uno dei miei più o meno recenti datori di lavoro (oltre quela istituzionale, ho sempre avuto una abbastanza intensa attività da free-lance). In essa mi si diceva che, per un errore di conteggio non mio, ma di qualcuno/qualcosa nella filiera amministrativa, si è scoperto a distanza di tempo che devo restituire una cifra di ben 2,01 euro.

Lo si dimostrava con la sfilza di calcoli e documenti su carta intestata che mi sono arrivati in allegato e che, francamente, pur avendo studiato cose generalmente ritenute complicate, mi risultano oscuri, ma soprattutto brutti. Così brutti che riuscrirebbero ad adombrare finanche la bellezza di un paesaggio marino, l’ascolto della quarta di Mahler o, che so, … una passeggiata nel mondo senza la minaccia di un virus letale.

A inviarla è stato un impiegato che non conosco e che, lo ammetto, piacevolmente colpito dai suoi modi, è stato anche molto, molto gentile e garbato. Nella mail pregava un’altra sua collega che invece conosco bene (una cara amica), di farmi pervenire il frutto di quella indagine interna arrivata da chissà quale computer manovrato da chissà quale altro oscuro e lontano impiegato.

L’ordine, mascherato da richiesta, è tra l’altro di pagare subito la cifra dovuta perché, me lo si fa intuire con il solito carico di sottintesi di cui solo il burocratichese è capace, ho solo da perderci nel rifiutarmi di farlo o ritardando l’operazione. Insomma, “concilio” o no?

Tutto ciò è entrato a gamba tesa nella mia giornata, sorprendendomi nel mentre pensavo ai casi miei, intento a dare un senso a un tempo che, come quello di tutti, a perderlo impiega pochissimo e che a guadagnarlo richiede lunghi e intensi sforzi, spesso inutili.

Ora forse voi direte che anche quelli sono casi miei, che sto esagerando, che dovrei essere contento della cifra esigua (lo sono, eccome! Ma prima di capire che fosse solo quello l’importo, ho avuto tempo di farmi venire le coliche), ma la realtà è che simili cose capitano spessissimo e hanno il potere di distogliere la tua attenzione dagli aspetti che più ti interessano della tua vita, pretendendo che tu ti sintonizzi all’istante su ciò che dicono e su ciò che impongono.

D’un tratto, una macchina messa in moto da noi si sostituisce al suo creatore e pretende che sia tu stesso a diventare lo scemo veloce. Non hai più un cervello, un’anima, un sentire. Sei come il tuo dito, sei come il tuo gomito o come il tuo alluce: solo un’appendice nella quale il cervello viene bypassato, spento, ridotto a groviglio di fili attraversati da un segnale esterno da non processare, almeno per il tempo che prende l’operazione.

Certe cose vanno fatte su-bi-to.

Punto.

Devi agire con una celerità che nessuno ti ha insegnato a usare per ciò che ci piace. Nessun ci ha spiegato quanto importante potrebbe rivelarsi scegliere di premiarci subito, quando possibile, regalandoci qualcosa di per noi desiderabile.

Nella nostra cultura pervasa da un peloso peccato originale, così persistente da accompagnarci per tutta la vita e che ci abbandona solo quando il nostro corpo non è più l’organismo migliore da occupare (sembra quasi io stia parlando della Cosa di Stephen King…), tutto ciò che ti fa stare bene viene dopo.

L’esistenza di questa sovrastruttura amministrativa dalla stabilità geodetica così soffocante impone una revisione del concetto stesso di peccato originale. Non più inquantificabile, ora assume un valore economico e giuridico precisi: non appena ti verrà assegnato un codice fiscale, graveranno su di te le nefandezze compiute da tutti i tuoi predecessori e avrai accise che macchieranno per tutta la vita la tua fedina economica.

Garantito da quella macchia, saprai che in qualsiasi momento  potranno scoprirne una ulteriore sconosciuta anche a te; soprattutto a te. Un’onta sotterranea e invisibile che in qualsiasi momento potrà costarti un aberrante processo kafkiano.

In ogni caso, ricorda: si deve fare ciò che va fatto, è ciò che va fatto non coincide mai con ciò che fa stare bene, nemmeno quando il benessere assume la sua forma più sfumata e misurata. Ciò che va fatto non coincide mai con il godere.

Tra l’altro, la caratteristica più becera – fondamentalmente l’unica con la quale me la sto prendendo – del sistema burocratico è che io sono chiamato a risolvere subito, con i miei soldi e il mio tempo, quindi con due volte i miei soldi (pare che il tempo sia denaro…) un problema che ha generato il sistema stesso al quale però non si può chiedere di essere autocorrettivo.

No, il sistema pretende di apparire infallibile. Me lo immagino, il sistema, con una forte calvizie che ha risparmiato solo pochi capelli posti lungo il parallelo della testa subito sopra le orecchie.

Me lo immagino con le sopracciglia alzate in atteggiamento falsamente paternalistico; con il doppio mento, con la pancetta, la penna sull’orecchio e l’aspetto di chi odia la vita vera dei vivi; quella che lui, da sistema, desidera invano.

Se lui, il sistema – o, per la par condicio, se lei, la macchina burocratica – fallisce, si sa che sei tu a dover porre rimedio. Lui tenterà di non sbagliare perché farlo non è cosa che si addice a un sistema; non è bello per una macchina fallire.

Ma se capita (e meno male che capita: vuol dire che ancora, nonostante tutto, ha conservato un indizio dell’umanità di chi lo ha creato), sarà suo piacere importi di porre rimedio al suo errore.

Nella vita recente del lunghissimo idra burocratico, più persone sono state interessate dal grave problema indicato nel documento come importo netto a debito. Sono stati costretti, come lo sono pure io, a impiegare il loro tempo, la loro esperienza pluriennale e le loro energie mentali per propagare un’inezia dall’imponente importanza.

In definitiva, sono vittima io, è vittima chi mi ha girato la mail, è vittima chi gliel’ha inviata, è vittima, …

Una lunghissima fila di vittime che, se solo potessero guardarsi tutte negli occhi, si ribellerebbero con un estremo e violento gesto luddista, smantellandola subito ‘sta macchina infernale (King ritorna…).

Ho provato a dire a chi conosco che il bonifico di due euro mi costa altri due euro di operazione on-line (altra assurdità figlia di una forma diversa, ma molto simile di burocrazia); che avrei preferito pagarne anche di più per un apertitivo, un caffè, una colazione, da offrire quando ci saremmo visti di persona, ma non è stato possibile: la “logica” cieca e sorda della macchina amministrativa pretende il mio intervento; pretende la mia certificata attenzione: devo dimostrare con tanto di firma e codice iban che il tempo immolato alla giusta causa è stato il mio.

Ergo, una simile cosa si mette di traverso almeno tra due persone, interrompendo così il normale corso delle faccende umane… disumanizzandolo, gelandolo, piegandolo alla logica senza faccia del golem di cui sopra.

E mentre fior di ricercatori cercano di far in modo che la macchina ci somigli sempre più elaborando teorie e tecniche all’avanguardia per arrivare al Graal dell’intelligenza artificiale, scopo della macchina burocratica è farci assomigliare a lei per installarci una desiderata forma di stupidità reale.

Ed è così che quella che potrebbe e dovrebbe solo essere una necessaria e utile burocrazia comprensibile anche da noi che burocrati non siamo, si tramuta nel suo opposto: una stupida, lenta, (in casi come questo) inutile, pretenziosa, violenta, cieca, sorda, esagerata, …, burocrazia.

Io non voglio tornare a vivere in un mondo che non sa fermare simili maelstrom nemmeno in un periodo del genere; nemmeno per importi del genere, ma soprattutto, nemmeno per errori non miei.

Vi prego, lasciatemi essere un uomo, lasciatemi essere persona. 

Se simili dinamiche fanno parte del mondo al quale non vedete l’ora di tornare, accomodatevi, ma lasciatemi fuori o quantomeno occupatevene voi al posto mio.

Voglio credere che questo periodo sia un’occasione anche per trovare soluzione a questo genere di problemi. Si parla da tanto di semplificazione delle procedure burocratiche e forse è arrivato il momento di passare dalle parole all’azione.

Io a quel mondo non voglio tornare perché, nell’immensa gioia di dover pagare solo due euro e zero un centesimi, scopro di non volere più sforzarmi di trovare sempre il lato positivo di situazioni paradossali come questa.

Il bello e necessario sta altrove. E non richiede sforzi di immaginazione per essere riconosciuto e coltivato.

 

SZ