La giusta distanza (tra tori topologici e cancri astrologici)

Noia divina e reale possibilità di redenzione. Sottotitolo: Dio, mi AMI?

Noia divina e reale possibilità di redenzione.
Sottotitolo: Dio, mi AMI?

Domenica scorsa mi sono regalato il solito rito di cui in passato ho già parlato in questo blog (1): la lettura del quotidiano La Repubblica.

Ho così scoperto quanto linserto domenicale La domenica Cult (2) fosse particolarmente ricco di articoli succosi, capaci di farmi gioire e di fornirmi occasioni per riflettere su alcuni temi che da sempre mi interessano.

In particolare, segnalo l’intervista alla Fabiola Gianotti, prossimo direttore del CERN, dalla quale ho estrapolato brandelli di un articolo a tratti simpatico, ma che durante la lettura mi è sovente apparso il risultato di una strana e lacunosa sbobinatura dell’intervista audio rilascicata a Dario Cresto-Dina.

Inizio col primo frammento. Alla domanda “La felicità porta con sé un’aura di bellezza. Che cos’è la bellezza?”, la scienziata risponde:

“Attingo dalla fisica: la bellezza è la simmetria imperfetta. La fisica ha una sua estetica che si può contemplare nelle leggi della natura fino agli esseri microscopici. Comprenderla è un gioco intellettuale relativamente semplice. Pensi che le equazioni fondamentali del Modello standard delle particelle elementari si possono scrivere su una t-shirt. Sono tre righe appena “.

Il giornalista poi le chiede se al CERN si stia cercando Dio. Trovo la risposta della Gianotti impeccabile:

“No. Non credo che la fisica potrà mai rispondere alla domanda. Scienza e religione sono discipline separate, anche se non antitetiche. Si può essere fisici e avere fede oppure no. È meglio che Dio e la scienza mantengano la giusta distanza”.

Cresto-Dina: (…) “Chi non è aiutato dalla fede può esserlo da qualche grammo di follia?”

Gianotti: “Non follia, ma creatività. Forse le due cose hanno confini che possono sembrare comuni quando si addentrano nello spazio del sogno. Lo scienziato deve essere capace di sognare. Ho sempre pensato che il mestiere del fisico si avvicini a quello dell’artista perché la sua intelligenza deve andare al di là della realtà che ha ogni giorno davanti agli occhi. Credo che la musica e la pittura siano le arti più prossime alla fisica “.

Confesso di aver trovato l’ultima domanda leggermente ruffiana, fatta per compiacere buona parte del pubblico che immagina alcuni scienziati un po’ fuori di testa. Sembra quasi che per un fisico, una lucida follia sia l’unica alternativa possibile al sentimento religioso.

Poi mi sono invitato a smetterla di irritarmi per qualsiasi sciocchezza, concedendomi di scoprire un nuovo punto di vista: posta in quel modo, la domanda è stata un regalo natalizio fatto alla Gianotti alla quale l’intervistatore di sicuro esperto, ha offerto sul vassoio la possibilità di difendere la categoria degli scienziati di fronte a un pubblico che altrimenti lei non avrebbe, dai soliti, taciuti sospetti di follia che le vengono rivolte.

Appena pochi post fa (3), lamentavo una certa diradata presenza di pubblicazioni che sappiano inneggiare alla bellezza della fisica, e proprio oggi mi ritrovo a terminare la lettura di un meraviglioso libro di Rovelli di cui presto vi parlerò. In aggiunta, mi scopro a divertirmi con la lettura di questo articolo che in più punti va a innestarsi con estrema naturalezza proprio nel discorso sul rapporto tra scienza e arte che tanto mi interessa.

E capita a fagiolo il video segnalatomi oggi dalla mia amica Antonella del Rosso, responsabile della rivista CERN Bulletin (4): girato proprio al CERN, in esso si possono vedere vari fisici nel mentre suonano una simpatica composizione ottenuta, così dicono, dalla sonorizzazione dei dati dei vari esperimenti che hanno rivelato la presenza del Bosone di Higgs (5).

Fra i diversi esecutori, in chiusura del video è possibile ascoltare anche la Gianotti al pianoforte mentre cita il Preludio n°20 di Chopin. Né folle, né altro, quindi. Per quanto mi riguarda, è solo molto colta e sensibile.

Che dire… tutto sommato una Domenica gustosa, resa ancora più saporita dall’aver trovato poche pagine più oltre, nello stesso quotidiano, un articolo di Natalia Aspesi col quale la giornalista ci introduce il personaggio Marco Pesatori.

Lo fa affermando in apertura che questo signore nella vita si è trovato di fronte alla difficile scelta di cosa diventare da grande:

poteva essere un critico d’arte, un giornalista di riviste intellettuali, un poeta di massima raffinatezza, un esperto di calcio, un solista jazz, un monaco buddista. (…) Alla fine Marco Pesatori è diventato la star che confabula coi pianeti per dirci chi siamo, chi potremmo essere, quali sogni potremmo realizzare e quali disastri dovremmo evitare: si immerge nel nel cielo sventolando una data di nascita e compone oroscopi simili a poesie segnate da un ritmo jazz, mosse da un vigore calcistico, elevate da una filosofia buddista e basate su una visione molto dada della vita.

Leggendo l’articolo, si è portati a pensare che il punto forte dei suoi oroscopi sia la nebulosità: non chiedono di essere capiti “e infatti in tanti non li capiscono e per questo li adorano, ma interpretarli con il turbinare della fantasia e adattarli ai nostri desideri, per consolarci dei personali casini: con lui (l’autore), si entra in un mondo fatato e possibile, con il permesso di inventarcelo”.

La Aspesi è notoriamente brava e mi ha quasi fatto venir voglia di provare a concedermi, di tanto in tanto, la lettura di un bell’oroscopo nebuloso di questo autore di sicuro particolare. L’idea della professione di astrologo che emerge da questo pezzo, la apparenta a quella di chi si dedica a generi letterari ai quali, chissà, potrei anche rivelarmi sensibile se solo apparisse tutto un bel gioco dichiaratamente senza pretese, oltre quella di intrattenere i lettori annoiati da interviste a fisici folli.

Alla domanda della Aspesi: “E lei, Pesatori, ci crede?”, il nostro si lascia sfuggire: “Io non credo in niente, ma l’astrologia è una scienza molto precisa, il cielo non mente, basta studiarlo”,

facendo così franare all’istante un piccolo edificio costruito poche righe prima in uno spiazzo libero della mia benevola fantasia domenicale.

Il concetto di “scienza” e l’aggettivo “scientifico” usati per reclamizzare tutto, dalla crema idratante alla politica estera, dal tortellino ai funghi, all’oroscopo poetico mi intristisce profondamente.

Il risultato di un uso così poco ricercato di questi termini dalla loro dignità troppo spesso ignorata, è quello di creare una gran confusione – resa ancora più grande dall’accostamento tra “scienza” e “mondo fatato e possibile” – nella testa dei fruitori di simili messaggi. La stessa confusione che, ad esempio, potrebbe generare in chi non conosce la sua musica, l’assurda affermazione “Beethoven non aveva senso del ritmo”.

Se non si sa davvero cosa la scienza sia, se non si ha la benché minima idea di cosa si debba intendere per musica classica, …, se non si hanno i giusti riferimenti per qualsiasi cosa, chi dovesse decidere di confonderci (non è di certo il caso del Pesatori che ha tutta l’aria di essere un intellettuale in buona fede), avrebbe di sicuro gioco facile affermando che si può trovare la risposta a queste domande in banalizzazioni tanto in voga.

Il Pesatori poi cita, come ho già sentito fare ad altri in discussioni analoghe, Galileo, Tolomeo e altri illustri personaggi come testimonial della scientificità della sua attività.

Mentre sull’uso dell’astrologia da parte di Galileo ci sarebbe da ricordare con una certa onestà come il poveretto, senza crederci, se ne servisse per arrotondare entrate all’epoca misere, nel caso di altri tirati in ballo nell’articolo (Sumeri, Tolomeo, Keplero) potrei attaccarmi al dato storico che molti di loro ragionassero di astrologia in un lasso di tempo molto lungo e lontano da noi (3000 a.C. – 1600 d.C.) durante il quale il concetto di scienza e di scienziato non erano ancora stati elaborati.

Non capisco poi perché debba risultare un punto a favore dell’astrologia l’ulteriore dato citato dal Pesatori che Andy Wahrol, Doris Lessing e chissà chi altri ne facessero uso per capire quali scelte attuare nella loro vita. Non trascorro di certo tutto il giorno a palleggiare solo perché Franz Beckenbauer da giovane lo faceva…

Nel suo Dialogo sul metodo, Paul Feyerabend invita con ottimi argomenti noi che lavoriamo in campo scientifico a non pronunciarci negativamente sull’astrologia. Dal momento che, a differenza di quanto afferma l’intellettuale intervistato, gli scienziati difficilmente dicono qualcosa di positivo su di essa (semplicemente non possono farlo. Se, basandosi su delle prove empiriche, potessero, non le negherebbero di certo il loro sostegno), direi che potremmo semplificare il pensiero dell’epistemologo americano suggerendo: in generale, è meglio evitare di pronunciarsi sull’astrologia.

Parimenti sarebbe auspicabile che gli astrologi decidessero di non pronunciarsi sulla scienza. Fintanto che non verranno prodotti argomenti validi e incontrovertibili provanti la  validità empirica della loro disciplina, l’astrologia con la scienza non avrà niente da spartire.

Insomma, ignoriamoci vicendevolmente, evitando di citarci a sproposito. E se Kary Mullis – un premio Nobel per la chimica, anche lui nominato nell’articolo della Aspesi – crede che pianeti e stelle abbiano qualcosa da dire sul nostro destino, buon per lui.

Mi diverte immaginarlo alterato, nel mentre bolla di antiscientificità qualche sostenitore di teorie chimiche strampalate e senza alcun fondamento. Mi sento quindi di bollare a mia volta il suo sostegno a una teoria basata su una presunta influenza di stelle e pianeti su di noi come qualcosa riguardante solo la sua graziosa persona che di gravitazione temo sappia quanto ne so io di filologia romanza.

Proprio per questo mi sento di poter dire, senza tema di sbagliarmi troppo, che una affermazione inerente l’influenza degli astri sul nostro destino pronunciata dal Mullis, nonostante il premio Nobel, abbia la stessa forza di quella di un Wharol, della Lessing o della famosissima massaia di Voghera: quella della confessione di una propria, legittima propensione personale.

In conclusione, non trovo certo sbagliato parlare con Pesatori, del Pesatori. Tutt’altro. Torno alla Gianotti e apprezzo che, chi ha progettato la scaletta degli articoli da pubblicare nell’inserto domenicale, abbia scelto di porre il pezzo su di lei “alla giusta distanza” da quello dell’astrologo.

Fosse dipeso da me, “la giusta distanza” sarebbe stata di sicuro maggiore in quanto avrei stimolato una scelta precisa: pubblichiamo l’articolo sulla futura direttrice del CERN o quello sull’astrologo? Lo so, questa scelta avrebbe dato un carattere forse troppo netto al quotidiano con, temo, disastrose conseguenze sulle vendite di quella edizione della domenica, ma posso divertirmi a giocare nell’immaginarmi direttore per soli cinque minuti, no?

Immagino che all’interno della redazione non si siano nemmeno resi conto di quanto per lettori paranoici come me, possa risultare un po’azzardato quel riferimento alla scienza (6).

O forse, proprio come nel caso della domanda alla Gianotti, simili accostamenti sono consapevoli, voluti e servono a stimolare le mie reazioni come pure quelle di chissà quanti altri (già, quanti altri?). Chi, come la Aspesi, sa fare il proprio mestiere, sa anche come catturare l’attenzione di tanti, quindi anche la mia.

Ma questa considerazione, più che spingermi a fare spallucce e a essere più morbido, mi porta a pensare che il problema si annidi proprio lì: nel fatto che persone coltissime e attentissime non si accorgano o facciano finta di non accorgersi di come alcuni concetti, termini, aggettivi vengano usati un po’ con leggerezza.

Così agendo, mi pare che venga fatto un torto a un ambito già sofferente come quello scientifico, regalando, di contro, valore aggiunto a un altro che di sicuro, dato il grande successo che riscuote l’astrologia pur non avendo ancora dato prove definitive della sua validità, non mi sembra abbia bisogno di ulteriori aiuti.

Diversamente dall’osservarzione del cielo condotta dagli astrologi, la fisica delle particelle elementari conferisce a persone come la Gianotti e i suoi colleghi una capacità predittiva sulle sorti del mondo pari a zero. Semplificando, direi che, dal momento che non usano la sfera del cielo (mi adatto e faccio il tolemaico…), il loro toro (7) non può predire nulla, ma proprio nulla, di cosa accadrà prossimamente a Pesci e Capricorni.

Come futura direttrice, la Gianotti potrebbe allora provvedere a suddividere il grande anello in dodici settori da trenta gradi d’ampiezza ciascuno, dedicando ognuno di essi a un segno zodiacale differente.

Purtroppo mi sa che, se anche decidesse di farlo, arriverebbe solo a confermare quanto affermato in precedenza: forse è vero, “il cielo non mente”.

Invece, aggiungo io, il microcosmo, più furbo, sul futuro tace.

SZ

 

Sottofondo: Ahmad Jamal – Ahmad’s Blues

http://grooveshark.com/#!/album/Ahmad+s+Blues+Live/3946601

1 – L’articolo cui faccio riferimento è Tomino alla Scienza, del primo Agosto scorso:

https://squidzoup.com/2014/08/01/tomino-alla-scienza-la-futura-nuova-alleanza/

2 – É possibile scaricare il pdf dell’intero inserto al seguente indirizzo: http://download.repubblica.it/pdf/domenica/2014/28122014.pdf

3 – https://squidzoup.com/2014/12/11/quando-il-teorema-e-uno-scalpello/

4- http://cds.cern.ch/journal/CERNBulletin/2014/51/News%20Articles/?ln=it

5- https://www.youtube.com/watch?v=gPmQcviT-R4

6 – Per comodità di chi legge, riporto come giustificazione del termine “azzardato” l’indirizzo alla pagina wikipedia in cui si parla di astrologia e del giudizio su di essa espresso dalla comunità scientifica:

http://it.wikipedia.org/wiki/Astrologia#Giudizio_della_comunit.C3.A0_scientifica

7 – In topologia, il toro è una figura ottenuta piegando un settore cilindrico fino a farne combaciare gli estremi. http://it.wikipedia.org/wiki/Toro_%28geometria%29

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Spettroscopia del mio buio

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Per la prima volta dopo chissà quanto tempo, mi sono ritrovato a scrivere una lettera a una persona cara.

Quando dico “una lettera”, intendo dire proprio una lettera.

E quando dico “scrivere”, so che è difficile a credersi, ma intendo proprio quel gesto che fino a qualche tempo fa significava solo una cosa: trovare un foglio bianco o accettabilmente pulito, trovare “una penna che scrive” e prepararsi a combattere con una attività che non ammette correzioni, ripensamenti.

Il prezzo da pagare per essi è l’illegibilità, la bruttezza entropica che si manifesta con cancellature e aggiunte “fra le righe”, frecce che corrono tra parole, numeri a bordo pagina, sopra o sotto il testo; e ancora, testi scritti di sbieco o poggiando su “V” stilizzate che incuneano parole e pensieri tra altri altrimenti ritenuti incompleti.

A un certo punto, la scelta è d’obbligo: considerare ciò che si è scritto come “brutta” e trovare un altro foglio sul quale fare una “bella”. Nella nostra realtà fino a qualche anno fa, non esistevano memorie riscrivibili. Si riscriveva, certo, ma utilizzando fogli diversi che non cancellavano i precedenti orrori. Quelli rimanevano liberi di accumularsi in pile di ripensamenti, lordure, brutture inenarrabili e spesso inconfessabili.

Da un certo punto di vista, sarei tentato di dire che, piuttosto che di errori, si riempiva il mondo di verità. Forse scomode, spessissimo inutili, ma pur sempre verità.

Oggi la mia “brutta”, leggermente più vera della “bella” ha sortito subito l’effetto di fami chiedere: ma quando è iniziato tutto questo? Quando è stato che ho perso confidenza con la mia “brutta copia”? Nel chiedermelo, so anche di essere particolarmente cattivo e irriconoscente verso me stesso. Sì, perché sono sicuro che tanti come me affidano ancora moltissimi loro pensieri a diari, block-notes, agende personali nate per “non essere lette da altri all’infuori di me”.

Questo primo comandamento serve a tutelare proprio la verità inalienabile di molti di noi che non rinunciano alla pagina bianca, meglio se giallina; alla penna nera; al pensiero incasinato ma che, se riletto dopo dieci anni, riesce a far vibrare chi è nato in anni del secolo scorso che gli anno insegnato ad apprezzare ancora, forse troppo, tradizioni millenarie di pensiero affidato alla carta e non a file.

Ora sono terrorizzato all’idea che qualcuno possa rovistare dentro di me attraverso l’account dimenticato aperto sul terminale pubblico di quel foglio. Su di esso, indelebile, giace la mia calligrafia. Su di esso ho spalmato segreti che non conosco.

pochi percentili di informazione sono registrati sottoforma di periodi che, se fossero digitali, come sempre accade ai miei post in questo blog, correggerei migliaia di volte prima e soprattutto dopo la loro pubblicazione.

La maggior parte della mia Dark Mental Matter e della mia Dark Mental Energy è invece racchiusa lì, proprio tra quelle linee che da tanto, da troppo, non chiedono più di essere intellegibili per altri utenti diversi da me.

in quella pagina ci sono io, proprio io!, con ciò che sarei in potenza; con le mie “g” spesso storte e indecise, con le mie “i” sottintese, con le mie “d” che sembrano “l” e con altre lettere alle quali, chissà perché solo a loro, ho affidato il compito in anni antichi di farmi sembrare un tipo anche elegante; capace di apprezzare pure il fronzolo oltre l’ostentata poca attenzione per ciò che il mio conscio ha scelto di considerare suprefluo.

La mia capacità di analizzarmi si ferma qui, ma immagino che, chi sa farlo, potrebbe indagare molto più a fondo nel mio pozzo nero alla ricerca di ciò che accetto che esista senza doverlo per forza censire.

Allora mi avvalgo del diritto ad avere un sommerso e a non volerlo conoscere e curo in due modi il mio timore di essere sorpreso con le mani nella marmellata da un esperto. Il primo è chiedermi: chi vorrebbe mai sapere cosa accidenti io sia nel profondo? Cui prodest?

Il secondo è andare con la memoria a epistolari di personaggi già famosi. La pubblicazione di quei documenti ha fruttato loro un surplus di gradimento da parte del pubblico, piuttosto che un imbarazzo per tutta le sconcertanti verità che il dispositivo carta + inchiostro trattiene così bene.

Di sicuro, orde di grafologi avranno esaminato quelle pagine alla ricerca di chissà quale scoop, ma alla fine si scopre che di quei semidei nessuno vuole realmente conoscere i difetti: essi fanno notizia per un giorno o due, mentre i loro pensieri belli, quelli che li hanno resi famosi, sono notizia per sempre.

Mi rendo conto solo in momenti come questi di tenere sempre un atteggiamento medio tra un me che forse non verrebbe né capito, né apprezzato e un lui, quel lui che gli altri conoscono, leggono e incontrano. Nonostante ciò che mi piace pensare di me, scopro di essere un inquadrato, uno che è sceso a compromessi enormi e che ha imparato a vivere lasciando tonnellate del più autentico in quella casa senza luci che non consente altri inquilini, nemmeno Angelo, oltre il noumeno di Angelo.

Ne deduco che di solito mi faccio misurare dagli altri solo dopo aver automaticamente eliminato il mio rumore (chissà se lo faccio bene! É un’operazione fatta dal sistema non riprogrammabile, in quella scatola strabordante di gatti vivi e morti). Scelgo di farmi misurare solo dopo aver normalizzato – mai termine tecnico è stato più appropriato! – il mio segnale mondandolo del mio io più grezzo, ma anche più vero. Quello che darebbe luogo a emissioni scomposte e indecifrabili.

Ogni giorno, una simile operazione viene attuata da sette miliardi di persone con un risultato netto pari a una enorme perdita di informazione. É di sicuro un bene, anche se non posso fare a meno di pensare che nel processo di pulizia del sistema, molti cookies di bella umanità vadano perduti per sempre.

Fuori da me, specie quando scrivo, arriva un segnale che non presenta particolari righe di assorbimento o di emissione e lo spettro del mio essere è affidato solo ai concetti che esprimo con la scrittura, con l’aggiunta dei miei disegni.

La scrittura a mano chiede, come la nostra faccia, il nostro corpo, i nostri gesti, di essere accettata o rigettata. Va a colpire con forza il gusto di chi potrebbe leggerci e questo, come il nostro aspetto fisico e il nostro comportamento, genera la scelta di frequentarci o meno.

Scrivere col computer equivale a fare la plastica alla nostra cacografia per renderla calligrafia. Equivale a usare il botulino, le diete a zona e il fitness per curare la linea di lettere e numeri.

Immagino che tutti considerino più vere le linee tracciate per rappresentare il mondo piuttosto che per disegnare le lettere dell’alfabeto. Pur esistendo anche per quelle linee pittoriche una serie di regole dette e non dette che, come per le lettere, ne condizionano l’aspetto, le linee disegnate sembrano sempre essere bagnate, intrise di quegli umori che allontanerebbero tutti se venissero espressi a parole.

Se ho ragione, questo distinguo forse ha a che fare col concetto di “arte” che rende tutto più accettabile. Un concetto che, a scuola come nella vita, si impara presto ad associare alla pittura e alla scultura, ma che la stessa scuola fatica a spiegare che può essere cercato anche nella letteratura.

E poi, se praticamente nessuno scrive più a mano, mi viene difficile immaginare qualcuno che ancora tracci “pascarièddi” su un foglio durante una telefonata. Il disegno a mano sopravvive di sicuro negli ambienti degli artisti, ma anche lì va trasformandosi a causa dell’introduzione delle tavolette grafiche.

Per finire, tornando alla scrittura, si scopre che capirsi (sia in senso riflessivo che tra persone diverse) scrivendo, vuol dire rinunciare a tanto di sé. Paradossalmente, capirsi significa in buona parte ignorarsi.

In astronomia, per semplificare alcuni calcoli si usa parlare di “Sole Medio”.

Lui non lo sa, ma illumina un “mondo medio”. Quello che, salvandolo da una divertente follia con un algoritmo di selezione inconsapevole e automatico, tutti quotidianamente costruiamo.

 

SZ (in corsivo per farlo sembrare più vero)

Sottofondo: sono in treno diretto a Como, ergo sto ascoltando lo sferragliare di questo regionale e le banalità urlate al cellulare della signora qui davanti.

Del primo rumore, Cage avrebbe cose interessanti da dire. Del secondo, avrei cose poco interessanti da dire. E poi avrei anche da ridire.

Visioni del futuro VS immagini del passato

Guardare-avanti-prima

4-Guardare-avanti-nuova-seconda-definitiva

 

 

3 Guardare-avanti-terza-definitiva

Guardare-avanti--nuova-quarta-definitiva

 

5 Guardare-avanti-quinta-definitva

SZ

Biblio-web-grafia:

Euclide, Ottica, a cura di Francesca Incardona, Di Renzo Editore

http://www.direnzo.it/dett_libri.php?recordID=8883232626

Congresso di Solvay, 1911

http://en.wikipedia.org/wiki/Solvay_Conference

Sottofondo: Bach, Passione S.Giovanni

http://grooveshark.com/#!/album/J+S+Bach+Chorale+Masterpieces/5385960

Signal / Noise

Signal-to-noise-1 signal-to-noise-2 Signal-to-noise-3 Signal-to-Noise-4 Signal-to-Noise-5-ultimo

 

Signal-to-Noise-6

Ho sempre sospettato che l’origine della parola “Night” fosse “No Light”, ma un madrelingua inglese mi ha assicurato che così non è.

Il sospetto mi è rimasto e oggi ne ho quasi la certezza: parlandone col mio grande amico, nonché mio ex correlatore di tesi di laurea in Astronomia e collega qui all’Osservatorio di Bologna, sono riuscito a incuriosire anche lui sul tema.

Immediato mi è arrivato il suo apporto alla discussione: Nox, notte in latino, potrebbe derivare da Non Lux o da nulla lux, con buona pace del mio conoscente madrelingua che evidentemente non ha ancora assorbito il colpo dell’invasione romana della Bretannia (http://it.wikipedia.org/wiki/Britannia_(provincia_romana)

Trovo meraviglioso rinvenire probabili tracce di fisica nel linguaggio di tutti i giorni…

SZ

P.S.: Ringrazio Memmo, Paola, Pablo e Luna per  avermi ospitato a casa loro e per avermi dato l’opportunità di vedere quel’incredibile cielo stellato

 

Sottofondo: John Cage, 4:33

(GioVannino ci consente una breve pausa di silenzio…)

How Deep Is Your World?

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L’idea alla base di questa breve storia è di pochi giorni fa, ma credo si tratti solo dell’emersione di un pensiero finalmente compiuto che si è affacciato a puntate nella mia testa.

Un pensiero composto da vari tasselli che voglio svelare solo ora, approfittando del fatto che oramai avete già letto la storia.

L’immagine del cielo catturata da una macchina fotografica dopo una posa lunga un’intera nottata, restituisce un’aspetto inusuale delle stelle: a causa della rotazione terrestre attorno al suo asse, la loro luce va a impressionare il CCD disegnando piuttosto che punti, cerchi  luminosi centrati sul polo celeste.

L’accostamento tra l’aspetto inusuale di un cielo così pieno di anelli concentrici, il propagarsi nell’aria di onde acustiche grazie alle quali misuriamo la profondità di un pozzo oscuro quando, lasciatovi cadere dentro un sasso, contiamo i secondi che impiega a raggiungere il fondo e infine la propagazione di cerchi nell’acqua in seguito alla caduta in essa di un oggetto qualsiasi, sono gli elementi alla base dell’idea di questo fumetto.

In aggiunta a questi, uno ulteriore: la consapevolezza che spesso la Natura si dimostra frattale, quasi si sia accorta che le convenga replicare a scale diverse qualche meccanismo particolarmente efficace per ottenere il meglio da sé col minimo sforzo.

Ecco che i cerchi nell’acqua e la propagazione delle onde acustiche nel pozzo nero per antonomasia, quello cosmico, mi hanno stimolato l’accostamento con altri cerchi: quelli che si trovano all’interno di un tronco d’albero. Da essi risaliamo facilmente all’età della pianta, un procedimento che va sotto il nome di dendrocronologia.

Lanciato-low simmetrico

Sappiamo che l’ecoscandaglio non è esattamente lo strumento migliore per misurare la profondità del cosmo. Non è possibile lanciare alcunché così da fargli incontrare il limite estremo del nostro universo e, in ogni caso, quand’anche fossimo capaci di farlo, non vi sarebbe nulla, aria, acqua o altro mezzo propagatore, a trasmetterci il rumore dell’impatto (impatto? Col fondo dell’universo? Un giorno proverò a immaginarlo).

In effetti, una eco nel cosmo c’é, ma non è certo quella di un impatto, bensì quella di un’esplosione; un’esplosione muta. Trattasi di una eco termica, la cosiddetta radiazione cosmica di fondo, protagonista di un’altra storia che prima o poi forse racconterò (in parte l’ho già fatto. Si veda Addomesticare il Cosmo del 6/5/13).

Quella di una musica cosmica (o din rumore cosmico) che può rivelarci la grandezza del contenitore universale è un’idea antichissima che si è fatta strada fino ad arrivare finanche ai giorni nostri. Ne ho parlato tanto in alcuni articoli e conferenze, ma soprattutto nel libro Pianeti tra le note pubblicato dalla Springer. La storia a fumetti che ho pubblicato qui sopra – badate bene! – è solo una metafora grafica di quell’idea così affascinante.

Spero che troviate questa metafora comprensibile. Ho provato a facilitarvi le cose ponendo  quelle cifre che trovate vicino a ognuno dei 13 cerchi visibili nel cielo di Squid Zoup. Si tratta di diverse età del nostro universo che vanno dalla sua infanzia, ovvero da quando aveva solo 0,02 miliardi di anni (Giga years, Gy), agli attuali 13,82, cifra che ho posto a sinistra del cerchio più ampio, il tredicesimo.

Squid-lancia-low

13,8 miliardi di anni sembra proprio essere il tempo trascorso dall’inizio del cosmo fino a oggi. Un tempo lunghissimo che è stato misurato non certo tagliando un albero o lanciando pietre verso il fondo del cielo. In quella direzione lanciamo solo sguardi attenti e curiosi, in attesa di essere raggiunti da fotoni chiacchieroni e portatori di segreti di sicuro più interessanti di quelli contenuti negli archivi di Andreotti.

Un’ulteriore metafora rinvenibile nel fumetto è quella offerta dall’apertura progressiva delle linee divisorie poste tra le vignette della seconda e terza pagina. Nelle prime, vi è una curvatura maggiore, poi pian piano esse vanno diventando più rettilinee. Con questa rappresentazione, ho voluto provare a dare l’idea dell’espansione cosmica iniziata col Big Bang ancora in corso: in questo scenario cosmologico, sappiamo che l’universo si è espanso da dimensioni iniziali microscopiche fino a raggiungere quelle attuali dopo una storia meravigliosa durata ben 13,8 miliardi di anni.

Per la cronaca, nonostante la veneranda età, il nostro cosmo non manifesta nessuna voglia di frenare la sua espansione. Anche ora, mentre state leggendo queste parole, sta lievitando e, addirittura, pare stia pure accelerando.

Allacciate le cinture

SZ

Lanciato2-low

P.S.: ringrazio l’amico Giuseppe (Pippo) Vaccaro (http://www.hortusgiardini.it) il quale mi ha fornito altro cibo per analogie interessanti e che vanno ad accrescere la probabilità di avere altre idee in futuro.

Mi ha infatti segnalato l’opera di uno scultore che delle pietre, della musica e delle connessioni tra questi elementi e il cosmo ha fatto la sua ragione di vita artistica. Trattasi di Pinuccio Sciola

 

Sottofondo: Sarei tentato di scrivere How deep is your love (e alla fine l’ho scritto…), un notissimo brano dei Bee Gees che mi ricorda la mia infanzia e di cui ho chiaramente parafrasato il titolo.

Invece vi suggerirei di ascoltare il bellissimo suono delle pietre di Sciola nei tre video seguenti:

 

IL MONDO CHE FANNO GLI ALTRI – il migliore tra quelli possibili?

Il pezzo di mondo che faccio io-LOWNell’ultimo articolo (Visioni di MoSKA) ho parlato dell’ambiente estremamente connesso degli istituti di ricerca. In esso, le informazioni corrono da un capo all’altro del mondo rimabalzando su monitor, telefoni, fax, articoli. Anche se non organizzato come facebook, Twitter, Linkedin, …, quello scientifico può per molti versi essere paragonato a un social network. E i social network sono l’argomento di oggi.

Credo fermamente nella loro utilità.

Al di là di considerazioni varie, mi sembra che essi valgano soprattutto come strumento di indagine, come “carotaggio sociale”, non tanto per capire come la gente è, ma per farsi un quadro abbastanza preciso di come la gente ami apparire (e, di conseguenza, in seconda battuta, di come davvero sia).

Aprire la home di facebook, per esempio, consente di osservare le correnti di pensiero, le mode, i trend che per periodi più o meno lunghi regnano incontrastati. Buona parte di essi sono simili a quelli che un tempo chiudevamo fuori dalla porta di casa, mentre oggi hanno libero accesso ai nostri ambienti fisici e mentali e ci inseguono fin nel tinello, in cucina, nell’alcova.

Quasi si tratti di scie chimiche, ne senti l’odore (o il puzzo) e non ti resta che seguirlo per arrivare a comprendere quale sia l’immagine di base, quella noumenica, quasi, alla quale chi posta ama essere associato. Se la trovi, sai che l’elemento di verità è lì e non nella persona che a quell’immagine si riferisce. Quella persona assume solo il ruolo di banale e inconsapevole vettore di un’immagine resa interessante per il nostro contesto culturale da chissà chi, chissà dove, chissà quando.

Si tratta di idee-vestiti, anzi, meglio, vestiti-idee, alle volte interessanti, spesso arroganti e alla moda, utili più che altro a nascondere nudità ridicole o senza particolari attributi.

In questo contesto al quale appartengo e nel quale temo (direi di esserne sicuro) di comportarmi allo stesso modo, ciò che mi sorprende è qualcosa di simile a quanto notavo nel mio articolo di qualche giorno fa parlando di ricerca scientifica: la quasi totale mancanza di idee vere e veramente nuove. No, non preoccupatevi: non intendo qui proporre un pistolotto sul valore della sincerità. Per quello, i social network vanno ancora benissimo.

Intendo dire che grazie alla loro frequentazione, mi è apparso in modo più chiaro di quanto non lo fosse nella vita reale ciò che registravo già da tempo senza dirmelo con chiarezza: viviamo tutti da utenti, senza altre specificazioni possibili.

Vado in palestra con la macchina. Per arrivare lì uso il GPS. In palestra mi servo di altre macchine che allenano i muscoli. Mi collego in rete dove, nei social network, riporterò quanto detto da altri, meglio se pensatori del passato. Forse linkerò dei video girati da chissà chi, roba trovata in rete, o la musica composta e suonata dal mio gruppo/artista preferito. Andrò a fare la spesa da TizioCaio, una catena di supermercati davvero conveniente. Tornato a casa, guarderò la partita giocata dalla mia squadra del cuore, composta da undici persone delle quali so tutto e che mi daranno poi la possibilità di parlare del match domani in ufficio, con i miei colleghi.

Mi viene in mente un brano di un cantautore poco conosciuto (http://it.wikipedia.org/wiki/Tullio_Ferro) in quanto agisce nell’ombra di grandi artisti (ritenuti sempre, automaticamente, autori di ciò che cantano) ai quali ha venduto molte delle sue creazioni. Con lui ho avuto l’opportunità di collaborare tanti anni fa e sono contento di essere tra i musicisti che suonano nel suo disco “Il giorno di un giorno” (Storie di Note, 1999). Il brano che ho ricordato si intitola: “Il mondo che fanno gli altri”, ed è proprio così: a fare il mondo sono le persone delle quali seguiamo le gesta in telvisione, in rete o sui giornali. Sono i politici, gli attori, i cantanti, gli ingegneri, gli artisti, gli scienziati, i programmatori, i pittori, gli stilisti, … ma non tutti i politici, gli attori, i cantanti, … Sono solo quelli che, assunti in uno strato sociale più libero, alto e quantisticamente lontano dal nostro, ci bombardano il cervello di continuo, senza dargli scampo, abituandolo a pensare che è giusto assumere il ruolo di spettatori, di consumatori, di popolo da intrattenere.

Questi alti demiurghi sembrano essere tantissimi, ma a ben vedere, sono solo un manipolo di personaggi davvero esiguo se confrontato con il gran numero di tutti coloro i quali vivono grazie alle vere azioni di quei pochi: ci danno occasione di parlare di loro e di quello che a loro accade, ci fanno arrabbiare, indignare; alcuni di loro vendono i dispositivi dei quali non sappiamo fare a meno; costruiscono con i loro soldi la realtà nella quale ci muoviamo. Ci regalano sogni preparandoci anche a delusioni moderne. Spesso da loro dipende la nostra felicità o, addirittura, la mancanza di essa.

La massa (da leggersi come tutti noi) agisce esclusivamente da volano per dare peso a concetti e azioni di questa moderna oligarchia. Noi costituiamo la forza meccanico-economica che regala un ulteriore giro di giostra quando da quella non ci arriva sufficiente spinta per farne uno. Forse è stato sempre così e sono stupido a registrarlo con un simil-candore così anacronistico. Che ci posso fare? Oggi va così.

Se ognuno di noi, invece che mediante tasse, contributi SIAE, canoni televisivi, … desse a questi super-demiurghi anche solo cinquanta centesimi scoprendosi nel mentre li cerca nelle proprie tasche e da lì li raccoglie, gli apparirebbe subito chiaro come mai quelli che fanno il mondo guadagnano le cifre che ci fanno scandalizzare tanto come nel caso dei 27 milioni di buona uscita di Montezemolo e i non so quanti milioni dei vari Balotelli. Il conto è banale: siamo circa 70 milioni. Già solo 50 centesimi al mese da ognuno di noi basterebbero a spiegare molte delle strane alchimie di cui veniamo a sapere dai giornali. E, come tutti sanno, il nostro esborso non è esattamente di soli 50 centesimi di euro al mese.

Per carità! Non fraintendetemi: ritengo anche io assurde quelle cifre. Tanto più assurde se si pensa che sono del tutto disinteressato alle sorti della Formula 1 e ancor più a quelle del calcio, italiano o internazionale che sia. Queste mie non vogliono essre altro che innocenti constatazioni di un deluso di sinistra e non di un nostalgico appartenente all’altra parte della barricata.

Ma torniamo pure ai sogni che ci regalano i personaggi di cui sappiamo tanto, troppo. La loro grande capacità è quella di donarci l’illusione di poter incidere come loro sull’aspetto del mondo che ci circonda. Ci riteniamo importanti se riusciamo ad assomgliare a certi modelli estetici, comportamentali, economici, … da loro introdotti nel nostro mondo attraverso spifferi aperti nelle nostre mail-box, nei giornali, nelle televisioni, nella rete. Modelli che la maggior parte di noi non avrebbe mai avuto la capacità di elaborare se qualcuno non l’avesse fatto per noi. A tal proposito, devo riconoscere a malincuore una certa perversa genialità nell’agire di tutti questi personaggi che, mi piaccia o meno, creano e ricreano di continuo l’aspetto del mondo in cui vivo.

Il popolo dei social network non sembra accorgersi veramente di tutto ciò. O perlomeno, se mostra di averlo appena fatto, si scopre come la sua apparente presa di coscienza derivi in realtà da un post che gli è piaciuto e che ha deciso di condividere, scritto da qualcuno nella sua estesa rete di contatti. Un tempo condividere voleva dire anche lottare per l’affermazione di un concetto, di un ideale. Oggi basta premere un pulsante senza rischiare alcunché della propria vita reale. E l’ideale, come oramai tante altre cose, totalmente svuotato di un suo genuino valore concettuale, altro non è se non una stringa di caratteri alfanumerici, scritta da qualcuno per motivi che solo lui conosce. Forse.

Le risposte al suo post costituiscono di sicuro la parte più bella: sono tutti con lui; si sono accorti tutti della stessa cosa; sono stati preceduti da lui di un soffio in quanto stavano pensando esattamente allo stesso problema; i Mi piace si sprecano, e così via, sbrodolando con questo tenore per un bel po’ di righe, traduzione moderna del fiato sprecato di un tempo.

Inutile dire, poi, che stessa sorte tocca a un post in totale controtendenza rispetto al precedente e che magari appare su quella medesima bacheca.

Anche l’indignazione, la denuncia, l’autoanalisi diventano una Coca-Cola da stappare e bere per poi immancabilmente ruttare in un commento la propria elaborazione. E, ancora una volta, la Coca-Cola l’avranno fatta altri. Forse anche questo post nasce da istanze simili, ma io non me ne accorgo. Ho l’illusione che a differenziarmi dagli altri sia purtroppo una certa persistenza del disagio che provo; un disagio che non si esaurirebbe una volta contati i numerosi mi piace che un post del genere potrebbe classicamente totalizzare. Ma forse mi sbaglio ancora una volta e non sono che un amplificatore di un malessere antico.

In ogni caso, non passa giorno che non mi chieda a cosa accidenti io serva e cosa di così importante sia successo nella giornata che progressivamente, col passare delle ore, mi lascio alle spalle. Immagino che tutto ciò faccia di me un ottimo cliente per orde di strizzacervelli. L’anomalia, se di anomalia davvero si tratta, è non essere sempre contenti delle innumerevoli e irrinunciabili opportunità di felicità che la modernità ci regala.

Siamo utenti, quindi, ma programmati culturalmente in modo tale da non porci con serietà e partecipazione profonda la domanda che credo fondamentale: ma io cosa faccio davvero? Quale è il mio contributo al mondo nel quale vivo?

So che in una società buonista e cattolica fino al midollo come la nostra, la prima pensata che in genere queste ultime due mie righe stimolano sia: “in effetti, dovrei essere più attento al mio prossimo, più pronto a fare del bene, più…”.

Temo che deluderò qualcuno: non me ne frega niente di concetti del genere. Una volta obbedito a regole condivise (la legge) atte a rendere la nostra esistenza qualcosa di affrontabile senza clava in mano, sono pacificato con l’idea di un prossimo da incontrare per strada. Non gli farò del male, né riterrò di dover porgere questa o l’altra guancia a chichessia. I rapporti umani sono importantissimi, ma non intendo amare tutti come hanno inutilmente tentato di insegnarmi. Mi costerebbe una fatica per la quale la Natura non sembra avermi programmato così bene.

Quando mi chiedo quale sia il mio contributo al mondo che abito, intendo quale pezzo di realtà sia riconducibile alla mia esistenza e solo a quella, al di là delle mie deiezioni, metaforiche e non, risultato delle abbuffate (metaforiche e non) a base di cibi… creati da altri.

Siamo utilizzatori finali di tutto, il più delle volte incapaci di porre rimedio a un problema che si può verificare in qualsiasi momento, in uno qualsiasi dei segmenti di realtà che frequentiamo; fra i circuiti e gli ingranaggi di uno qualsiasi degli strumenti che usiamo.

Siamo utenti che vivono questa propaggine storica provando la vertigine regalata dalla modernità, ma con una consapevolezza del meccanismo di tutto in netto ritardo rispetto al tempo che abitano e basterebbe un conflitto, una catastrofe, un “inciampo” di qualche tipo per denudare in tempi brevissimi questa nostra inadeguatezza. La vertigine della propaggine di inizio capoverso  andrebbe piuttosto vista come timore della voragine sulla quale ci affacciamo. Sarebbe più serio e sincero.

Inutile dire che aspirerei a essere uno che il mondo lo crea, anche se – lo giuro! – non lo disegnerei così. Immediatamente dopo aver scritto questa frase così pretenziosa, mi vien da chiedermi con sospetto: “chissà cosa diventerei se fossi davvero capace di cambiare le cose…”

Dal discorso appena fatto, conseguirebbe che dovremmo tutti tutelare, aiutare, preservare coloro i quali, assolutamente innocui, si dimostrano capaci di creare piccoli tasselli della nostra esistenza senza per questo renderci schiavi di alcunché. Fintanto che le loro entrate non siano spiegabili con i centesimi prelevati con un inganno da tutti i milioni di conti correnti delle persone che ci circondano, non credo ci sia nulla da temere. Personaggi che a già esistenti x e y, affianchino una z ottenuta da una somma creativa, positiva e non banale degli elementi precedenti, dimostrano di conoscere l’esistente e di poter davvero incidere sul reale arricchendolo con ciò che non esisteva prima.

Sembrerebbe ovvio che non tutti possano essere così innovativi, specie in un sistema educativo che esalta la ripetizione pedissequa senza premiare l’originalità. Sarei invece portato a credere – e qui si conclude la mia grossolana utopia di oggi – che chiunque, messo in condizione di essere creativo, se non addirittura costretto dagli eventi a dover essere creativo, possa essere un potenziale “accrescitore consapevole” di realtà, quindi potenziale creatore di altri prodotti che non siano solo ciò che resta dall’aver metabolizzato  prodotti e trovate altrui. Forse basterebbe smettere di suggere per ore alla tetta dei social network che distribuisce sempre latte artificiale a lunga conservazione del contenuto minimo di idee.

Poi tento di figurarmi la società ideale che ho descritto. L’immagine che mi arriva è quella di un popolo estremamente laborioso in cui ogni individuo costruisce giorno dopo giorno un piccolo tassello di realtà – l’unico sul quale sa agire – da condividere con gli altri. Zoommando sulle mani delle persone che popolano questa immagine, scopro che maneggiano gli oggetti del quotidiano, ma non solo quelli che sarei tentato di classificare tra i più “nobili” come libri, quadri, sculture, strumenti musicali e finanche teoremi, ma pure e soprattutto quelli che tengono insieme, puntellano la realtà quotidiana.

Quindi scopro tra  quelle mani chiavi inglesi per avvitare; bulloni da avvitare; posate usate per cucinare pietanze sempre uguali e sempre un po’ diverse; penne per stilare contratti che servono a far avanzare l’economia; attrezzi per coltivare; … ed ecco un sospetto farsi strada:

va a finire che – e non sono certo il primo a sospettarlo: vanto illustri predecessori – questo sia da considerare come il migliore dei mondi possibili, la migliore approssimazione alla società ideale, quella alla quale vorrei appartenere. A instillarmi questo dubbio atroce, ad alto contenuto ironico, è stato inaspettatamente un sogno a occhi aperti, quello descritto nelle righe qui sopra. Se le cose vanno così come vediamo, probabilmente è perché non possono andare altrimenti.

L’elevato numero di individui, un numero in continua crescita, si evolve come farebbero gli stati di una immane simulazione sulla quale, dato il run, non è possibile agire significativamente se non arrestando il processo. A noi quindi non resta che assistere allo spettacolo registrandone le fasi con attenzione così da azzardare previsioni su un futuro in minima parte deterministico, ma sempre in bilico sulla voragine caotica.

A questo punto, temo (mi fa schifo anche solo pensarlo, ma tant’è…) che i 27 milioni di euro dati a Montezemolo per abbandonare il team Ferrari siano necessari, e che lo rimangano almeno fintanto che il prezzo di un chilo di pomodori sarà di pochi euro mentre lo stipendio di un professore di liceo ne varrà poco più di mille.

“Il mondo che fanno gli altri” è estremamente complesso e interconnesso. In esso c’è bisogno di creatività alta, ma anche della mancanza di essa per privilegiare una ripetitività utile, fondamentale, necessaria. A questo punto, temo che la mia incapacità di vedere l’utilità sociale della grande coglionaggine alimentata dai nostri post in rete, sia paragonabile alla mia incapacità di accorgermi quanto sia utile all’equilibrio globale di questo mondo una zanzara che di notte mi sveglia pungedomi sotto la pianta del piede.

Dopo una corsa del genere all’inseguimento della mia contraddizione, mi scopro un Menenio Agrippa de noantri, prigioniero di un loop mentale che mi fa temere di assomigliare a un redento capolista del PD. Quasi quasi mi vien da dire “Viva Montezemolo che mi consente di incazzarmi pensando ai suoi 27 milioni di euro; viva me!, perso in una melassa di teorie in attesa della rivoluzione culturale (che verrà, amen) e, perché no?, viva le zanzare.

Imbarazzo.

Impasse.

Mi auguro soltanto che il mio impianto elettrico, quello idraulico, il forno, questo mio computer, non decidano mai di suicidarsi.

Non saprei proprio dove mettere mani in cose che hanno fatto altri.

SZ

 

Sottofondo:

John Zorn, Naked City

http://grooveshark.com/#!/album/Naked+City/358739