CRONACA VIRUS – Giorno 34

IL LIMITE DELLA SERIE

Lo so: oggi sono arrivato molto in ritardo al mio appuntamento quotidiano con questa narrazione de Le mie prigioni.

Lo sono per vari motivi: innanzitutto sento ogni tanto di dovermi concedere anche la voglia di non far niente, ritenendola sana e umana; sono convinto di dover concedere, come ho fatto, spazio a chiacchiere telefoniche con amici, ma soprattutto avverto la stanchezza dovuta a un mio drastico cambio circadiano: vado a dormire troppo tardi.

Oltre al ritmo diverso che in modo molto naturale e graduale si sta impadronendo dei miei riti quotidiani non condizionati da quelli altrui – abito da solo e, a parte alcune videoconferenze, non so come mai, ma in questo periodo non ho particolari impegni lavorativi esterni e altre occasioni di incontrare gente -, vi è l’azione di un elemento nuovo che spinge in modo sistematico il disco orario, ruotandolo con continuità.

Lo confesso subito, così mi tolgo il pensiero: questo elemento è Netflix. A inizio quarantena il mio amico fraterno Tore, temendo che non sapessi come passare il tempo, mi ha passato l’accesso. Mosso di sicuro da affetto e premura, ha fatto entrare qui in casa mia il male assoluto, il demonio vestito da eroina accorsa a salvarmi.

Son qui che faccio una marea di cose per tutto il giorno, sapendo che poi mi gratificherò fino alle 3-4 di notte con la visione di incredibili serie di cui fino a un mese fa avevo solo sentito parlare.

Prima alla sera vedevo un film o due, frammentandoli con zapping compulsivi alla ricerca di qualcosa di meglio che, lo sentivo, poteva/doveva esservi altrove. Il timore di star perdendo qualcosa di meraviglioso per il semplice fatto di non essermi accorto che lo stavano mandando su un altro canale, mi impediva di essere pienamente lì, partecipe della vicenda che già stavo guardando. Le pause della pubblicità diventavano così splendide occasioni per “andare a fare un giro” sugli altri canali e spesso capitava di non tornare più indietro, affascinato da ciò che trovavo.

Ora con Netflix tutto ciò non accade più: so di poter accedere quando voglio a tutto ciò che desidero vedere, e ancora una volta scopro che a mancare è sempre e solo il tempo. Mentre il mio televisore prende ogni giorno più polvere – non ho una smart tv e sono costretto a guardare tutto sul pc – rimango avvinto da serie avvolgenti, vere e proprie spire, che, altroché zapping!, proprio non possono essere lasciate a metà!

Mettiamola così: se con i film in tv potevo essere paragonato a un adolescente in preda alla voglia di provare quante più partner possibili, oggi sono un adulto del futuro che può amare fino in fondo una partner alla volta, sapendo che può e deve dedicarvisi, che deve star lì fino all’ultimo, perché comunque avrà la possibilità di sposarsi ancora con altre e di vedere la curva dei nuovi rapporti crescere, prosperare e con naturalezza morire.

Un totale stravolgimento dei termini e dei paradigmi: la profondità pur nella pluralità. Ho davvero l’impressione che l’esistenza di queste serie sia da prendere come possibile modello dei rapporti sentimentali del futuro e delle vite che verranno.

Il virtuale prenderà sempre più piede fino a cambiare anche l’accezione dello stesso termine “virtuale” come anche, è ovvio, quello di “reale”. Scegliere qualcosa per sempre diverrà gradualmente meno necessario in quanto la fedeltà a una bandiera, a un rapporto, a un lavoro, … non saranno più così necessari.

Il virtuale ci salverà da una realtà nella quale ci siamo da tempo reclusi in sovrastrutture capaci di strangolare le nostre esistenze e, come ho avuto modo di notare già tante volte in queste Cronache, la segregazione ce lo sta mostrando ogni giorno di più.

Tra l’altro, si tratta di serie costruite su un plot dalla intuibile regolarità matematica: in un tempo stabilito, sempre quello, immancabilmente finiscono in modo da dare a chi le guarda la spinta giusta per gettarsi sull’episodio successivo. Sarei quasi tentato di vedere se, in uno stesso episodio, la lunghezza delle varie scene è contingentata in modo preciso: sono sicuro che un’analisi di questo tipo rivelerebbe l’esistenza di una griglia dall’incredibile regolarità, con due o tre durate prefissate che si danno sapientemente il cambio per evitare abbassamenti di tensione narrativa e perdite di attenzione del pubblico.

La cosa incredibile è che, nonostante la struttura regolare del plot, le storie vanno via lisce, senza intoppi, con le trame sviluppate al meglio, così come anche gli intrecci di storie nelle storie; i colpi di scena si susseguono senza tregua, gli attori sono tanto bravi quanto sconosciuti (c’era un gran bisogno di facce nuove!), le musiche stanno perfettamente sullo sfondo e completano il quadro già disegnato in modo magistrale da regia e fotografia.

Insomma, la macchina cinematografica dimostra di aver capito tutto ciò che c’era da capire su come si fa un film e, con budget accettabili, sforna intere saghe e stagioni in luogo di pellicole uniche i cui i pochi sequel (al massimo tre-quattro) erano spesso discutibili e praticamente mai all’altezza del primo episodio.

Beninteso: parlare di serie non vuol certo dire parlare di arte sopraffina: non intendo fare un confronto fra i capolavori della cinematografia mondiale e questi prodotti seriali. Sono altresì convinto che, a furia di essere prodotti, fosse anche solo per sbaglio, prima o poi qualcuno partorirà qualcosa capace di lasciare una traccia indelebile nella storia della cosiddetta settima arte.

Rispetto al film singolo, a me che non sono certo un esperto di cinema tout court (credo di avere qualche competenza maturata sul campo solo nell’ambito della produzione fantascientifica) le serie mi appaiono come il trionfo della complessità: una vicenda riesce a essere sviscerata visitando non solo il punto di vista del protagonista principale, ma tutti quelli dei numerosi personaggi coinvolti, resituiendo così dignità all’estrema caoticità della realtà e dando spazio a una molteplicità di vicende, profili, sensazioni, destini diversi, tutti in frenetica evoluzione attorno alla trave principale sulla quale poggia l’intera trama.

Questo credo significhi solo una cosa: l’umanità, per mezzo di scrittori, sceneggiatori, registi, … dimostra di aver imparato davvero bene l’arte di raccontare storie. Ha imparato così bene a farlo – rivisitando topoi narrativi come anche combinando gli stessi elementi di sempre in modi del tutto inediti – da poter garantire un massimo coinvolgimento del pubblico per un tempo decisamenente molto più lungo di quello che prima veniva concesso alla visione di un film.

Non credo nelle coincidenze e sono piuttosto portato a pensare che vi sia uno spontaneo fine tuning tra tutti gli accadimenti del reale. A posteriori – non so se lo sapevate, ma io sono capace di incredibili previsioni a posteriori -, sospetto che forse avremmo dovuto leggere la tendenza degli ultimi anni a sfornare serie come un indizio del crollo, annunciato già da tempo con innumerevoli crepe della società, che prima o poi sarebbe arrivato: il tempo a disposizione di chiunque era sospettosamente poco, e la cosa non poteva durare; prima o poi, più prima che poi, sarebbe intervenuto qualcosa capace di restituire a tutti le tonnellate di attimi, momenti, periodi persi. Quelli che, ad esempio, servono per godere di una bella storia tanto lunga quanto la lettura pubblica di un poema omerico che un tempo, per intere settimane, teneva raccolte le famiglie al sopraggiungere del buio.

Quando mi capita di trovarmi davanti a eventi della realtà che attirano la mia attenzione – oggi sono le serie televisive, altri giorni… beh, lo sapete – succede quasi sempre che una parola, un’immagine, un suono, un nome, balza sul palcoscenico della mia mente e, impossibile da ignorare, cattura la mia attenzione come un istrionico Proietti sinaptico.

In questo caso, l’elemento attorno al quale è nato l’articolo di oggi è un nome, anzi, ha un nome e un cognome: Emilio Salgari. Perché lui? Me lo sono chiesto, e mi sono risposto credo sia fondamentalmente per due elementi che mi hanno sempre colpito della sua vita. Il primo: aveva scritto veri e propri cicli narrativi comprendenti diversi episodi che, ne sono sicuro, alla loro uscita hanno tenuto avvinti i suoi contemporanei così come le stagioni delle moderne serie cinematografiche fanno con noi.

Consapevole di non star certo parlando di un autore che ha sconvolto la letteratura mondiale – è stato piuttosto uno scrittore dalla più che fervida fantasia, profondo conoscitore della tecnica del narrare scrivendo che ha messo il frutto del suo ingegno al servizio di tutti e non solo di una particolare élite culturale. Per queste sue caratteristiche mi sembra quindi accostabile a tutti quei professionisti che, non visti, operano nell’ombra del marchio Netflix.

Se paragonassimo l’arte a una Ferrari da Formula 1, scopriremmo che la sua utilità consiste nello sperimentare ardite innovazioni tecnologiche le quali poi, una volta dimostrato che funzionano, divengono la normalità diffusa attraverso la produzione in… serie di utilitarie.

In questo contesto, la Fiat non è la Ferrari, il Ciclo dei Pirati della Malesia non è la Divina Commedia, così come le serie Netflix non sono i capolavori di Fellini o di Antonioni, ma la traduzione “popolare” di qualsiasi forma d’arte pura credo rappresenti un passo fondamentale per stabilire che quel tal livello artistico si può considerare definitivamente acquisito dalla società.

Al di là dell’appuntarsi una stelletta sul petto, questa conclusione acquista per me valore per il suo possibile valore predittivo: ci dice che siamo pronti ad andare oltre; che possiamo davvero osare per forzare i termini di un gioco che, nella forma attuale, è fin troppo conosciuto.

Il secondo fattore che mi ha fatto balzare alla mente il nome dello scrittore veronese è il dato peculiare che, pur avendo sempre narrato di luoghi esotici e lontani, non si è mai mosso da casa sua: lui il mondo lo girava sulle mappe che trovava in bliblioteca, muovendosi agile su di esse così come lo erano i nostri antichi autori nel dar vita alle saghe mitologiche nelle quali le divinità olimpiche volavano veloci da un estremo all’altro del Mediterraneo.

Propongo allora un parallelo: se le opere di (o dei vari) Omero – i cui poemi sono per noi arte, e non potrebbero essere altrimenti – altro non sono se non la narrazione di aedi che popolarizzavano il sapere del mondo occidentale all’epoca conosciuto, le opere di Salgari e dei suoi colleghi meno noti possono servire a fissare lo standard successivo: quello deii figli di una consapevolezza narrativa, linguistica e della vita maturate di pari passo alla nuova consapevolezza geografica iniziata con la scoperta del nuovo mondo e culminata nel periodo in cui il nostro scriveva.

La maturità della letteratura popolare dei primi inizi del ‘900, con tutto il suo bagaglio di temi e figure retoriche, è quella che si manifesta allorché la consapevolezza della tecnica narrativa, della tecnologia, della geografia e della vita di un popolo hanno raggiunto un punto nodale a partire dal quale, in quel periodo lo si sentiva, eccome! – nulla sarebbe stato lo stesso.

Ai giorni nostri – a circa un secolo dalle opere di Salgari e alla fine di un ulteriore ciclo di acquisizione di nuove consapevolezze scientifiche, tecnologiche, artistiche, … – dimostriamo di avere una tale conoscenza di come vanno le cose nel mondo e nelle singole vite delle persone da poter rendere letteratura di buon livello qualsiasi occasione ci si presenti o si immagini.

Dominiamo appieno la tecnica narrativa nel suo rapportarsi con la tecnologia che ha pervaso le nostre esistenze e tutto ciò si traduce in una creatività mai doma e magistralmente gestita cambiando la disposizione dei soliti elementi tipici del raccontare.

Da seduti viaggiamo nel mondo in lungo e in largo: fino a un mese fa ci spostavamo con gli aerei, ma ora, moderni Salgari,costretti in casa, lo facciamo aprendo il rubinetto di storie per far affluire nelle nostre abitazioni interi cicli narrativi avvincenti. La tempestività della svolta costituita dall’arrivo delle serie, lo ribadisco: ha quasi del miracoloso: allaga le nostre segregazioni facendoci dolcemente naufragare in un mare di vicende potenzialmente nostre.

Oggi non solo conosciamo bene il pianeta, ma stiamo influendo sui suoi equilibri. Questo nel mentre il livello di consapevolezza creativa ha raggiunto lo standard dimostrato dalle produzioni Netflix. Se allora prendiamo per buono quanto fin’ora detto,  possiamo e dobbiamo attenderci una svolta lenta, forse difficile da cogliere in fieri, ma che porterà a chissà quale evoluzione stilistica e contenutistica di letteratura e cinematografia del prossimo futuro.

Tra l’altro, non solo la tv, ma anche i nostri telescopi da tanto oramai ci fanno guardare film cosmici da lontano, sul lontano.

Se tanto mi dà tanto, assisteremo a questa evoluzione in corrispondenza di una oramai prossima svolta nell’esplorazione del mondo e del cosmo attorno a noi.

Io sono già pronto a prendervi parte per scoprire come la fantascienza di oggi diventerà la scienza di domani.

Un film nel quale non sarebbe male leggere il proprio nome nei titoli di coda.

SZ

4 pensieri su “CRONACA VIRUS – Giorno 34

  1. Ciao Squid,
    bella cronaca. In effetti avresti potuto intitolarla come il bel blues (un po’ commerciale per uno Squid) ‘I’m Tore Down’. Lode all’amico di account. Anch’io Sono stato risucchiato un decennio fa dalle serie Tv, che hanno oramai cambiato (e esteso) le possibilità narrative, e le nostre giornate di veglia. Diciamo che in questi ‘topoi’ narrativi ci sono cascato (e ahime’ mai più uscito) ‘toprima’. L’aver risposto alla chiamata volontaria, appena il gigantone multishow atterro’ in Italia fu un atto meramente egoistico. Erano finite le surfate per scovare dove trovare l’ultima puntata della serie rigorosamente in lingua originale (perche’ se i protagonisti li senti con una voce non riesci proprio a guardarli, per seguire allineati e evitare spoiler, perché si), quando non partecipare alla traduzione o recuperare i sottotitoli per le serie dallo slang piu’ ‘ostico’ o dall’idioma impossibile. Molti più radicali avevano già l’account, acceso tramite VPN, direttamente in America per avere il catalogo ‘completo’. Sono assolutamente con te quando dici “Il virtuale ci salverà dallo strangolatore sovrastrutturante” (va beh l’hai detto meglio, ma chiru e’). Le tue cronache, sono piccole condivisioni, che aiutano anche loro a superare l’isolamento circostante. Ne parlavo giusto ieri col tostapane. Chiaramente ti lascio con due consigli seriali. E’ facile darteli, perche’ so dove colpire caro Squid, ma sono anche tra le cose migliori viste e soprattutto narrate serialmente. Raddoppio perchè magari una l’hai già vista e allora ‘Acta est fabula’ , come dice sempre il bagnino delle mie(nostre) parti richiamando con vigorose gesta per fine slot orario del pattino.
    La prima è (sic!) ‘Watchmen’: una serie, dopo una riuscita (era veramente quasi impossibile rendere l’emozione del lettore del media originale) trasposizione cinematografica. Eventi che si collocano temporalmente dopo la storia originale, grande impatto visivo, ma storia eccezionale. Ero scettico, perche’ temevo che la delusione avrebbe lasciato solchi profondi, e ho perso 9-0 (dal numero di episodi). La seconda ma non per ranking e’ Utopia: cancellata dopo 2 stagioni (perchè non si sa). Che dire, questa arriva diritta diritta dal Metallo urlante per atmosfera, personaggi e compagnia a modulazione sonora. Bellissima.
    In entrambe l’arte sequenziale è principe. Entrambe da notti mannare. Entrambe non sono su Netflix (forse la seconda su Netflix Uk, boh oramai sei della cricca per cui esplora). Se no’ troppo facile. Questi i miei 5 cent. Quindi cerchiamo di vederci così me li ridai. Salutoni ohiFra’

    • Ehilà! ‘mbàre! sei un grande! “topoi” e “toprima” in testa, mi hai fatto magiare la tua polvere con ‘Acta est fabula’: un colpo da maestro!
      😀
      Cercherò quanto suggerisci (certo che un paio di dritte potresti darle a un neofita come me. La vita è già di suo difficile…) e non vedo l’ora di restuirti i 5 cents.
      Addirittura rilancio con birra o caffé!
      Grazie davvero dell’attenzione e di aver rimandato al mittente gli stimoli!
      Un abbraccio per ora solo virtuale
      🙂 🙂 🙂

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