CRONACA VIRUS – Giorno 33

TRANSENNE (FUORI) DI SENNO

Nel nostro corpo, il malessere si ferma sempre da qualche parte. Sceglie una destinazione, una residenza, un distretto, e lì si siede, intenzionato a fermarsi, a stabilirsi in quel punto per tutta la (tua) vita.

In realtà, credo lo facciano tutte le sensazioni. Si manifestano con un muscoletto contratto qui, con un altro rilassato là; con un tic o con un movimento che – tu non te ne puoi proprio accorgere – inizi a fare in modo leggermente diverso dal solito. E dagli oggi, dagli domani, la piccola variazione fa accumulare in quel segmento del tuo corpo una serie incalcolabile di microstress da renderlo, da un certo punto della tua vita in poi, un atteggiamento macroscopico; qualcosa alla quale non puoi mostrarti indifferente.

Allora il dolore si impone, urla ma non risponde mai alla domanda: “ma come è iniziato? Quale è stato il trigger?”

Un tuo dente potrebbe così portare le tracce di una giornata storta, e non solo perché, digrignando, l’hai magari lesionato. No. É probabile che la sua stessa forma cambi tradendo un uso diverso che fai della mandibola e dei muscoli che la muovono. Non ho le prove, ma qualcosa del genere sono sicuro succeda: in una certa misura, filtrando gli stimoli esterni come anche quelli che noi stessi ci diamo spontaneamente, sospetto che ci auto-disegniamo incidendo dall’interno il nostro marmo duttile col bulino finissimo dei pensieri, delle soddisfazioni come anche delle paure e delle frustrazioni.

È per questo che sono convinto dell’impossibilità di definire scienza la medicina, anche se una simile convinzione non elimina di certo l’infinita gratitudine verso tutti colori che vi si dedicano con, quello sì, metodo scientifico nel tentativo di liberarci dal male.

Ritengo sia il principio stesso sul quale essa, come anche la psicologia, si basa a minare la possibilità che essa rientri di diritto fra gli ambiti scientifici propriamente detti: pensare di trattare un dito isolandolo come fosse una cosa, un oggetto, una particella, un ente a sé, è velleitario: il dito è una cosa, ma è anche una persona: quella che al dito è attaccata (e alla quale lui è attaccato). La parte, per quanto piccola, in questo caso contiente moltissimo di te. Addirittura è te: possiede la tua esperienza di quel dito, le tue consapevolezze spazio-temporali maturate grazie ad esso; quelle che passano attraverso il suo movimento. Infine lì vi sono innumerevoli copie del tuo DNA.

I pensieri, è sicuro, vengono elaborati nel cervello sottoforma di per il momento inestricabili connessioni tra linee nervose, ma le più lunghe di loro arrivano in tutte le periferie del corpo che, per questo, sono convinto lo facciano diventare sede di pensieri cinetici.

Un dito, prima di essere solo un dito, è quindi il veicolo attraverso il quale il cervello percepisce gli oggetti, li indica, li tocca. È un dito solo se lo stacchi, se lo amputi, separandolo dal resto, ma, anche in quel caso, il pensiero di quella posizione spaziale, di quella decodifica mentale, continua a persistere nella mia testa: il pensiero non ha poi così tanto bisogno di avere quel veicolo per continuare a riprodure lo stimolo elettrico che ha gestito già infinite volte e, ostinato, continua a dire al sé che a quelle coordinate il dito c’è, eccome!

Ecco perché i nostri corpi sono sì pensati, ma pensanti, pure. E possono essere l’espressione visibile di pessimi processi mentali o di ottime idee. Le facce lo dimostrano meglio di altre regioni del corpo pensato e pensante, ma non sono le uniche a farlo. Anzi. Quando ci muoviamo, i nostri volumi scrivono riassunti complessi della nostra narrazione interiore. Le braccia sono Appendici e Note; Le gambe interi periodi; il busto è una introduzione; la schiena una sinossi; la testa capiversi e capitoli.

Ieri pomeriggio ero a casa a lavorare e, resomi conto dell’ora tarda, mi sono precipitato al Centro Commerciale nel tentativo di evitare la calca del Sabato prima della festa (sì, Katia, come tu suggerivi di fare, lo spunto per scrivere è arrivato ancora una volta da quella esperienza. Capirai perché).

Al solito, mi sono fatto accompagnare dal mio corpo e nel giro di un paio d’ore ho scoperto che era diventato sede di un bel po’ di frustrazioni: era un pessimo pensiero deambulante.

Per la fretta, ho dimenticato di prendere un libro da leggere in fila col quale tenere a bada me e lui, il corpo. Molto male. Noia. Prime tacche di nervosismo.

Finalmente dentro. Scaffali, gente. Entrambi aspettiamo pazienti che nelle corsie più strette il cliente arrivato prima di noi finisca di soppesare l’acquisto dei prodotti che gli interessano. Operazione lunga e sofferta. Siamo lì, come due idioti che lo guardano sfruttando il carrello come appoggio, ma nel frattempo arriva un altro che non vede ci vede, che non nota il mio corpo (perché non vuole vederlo: è solo una scomoda illusione del suo apparato visivo), se ne fotte della distanza di sicurezza e si mette anche lui a soppesare il suo, di acquisto, a poca distanza dal primo avventore.

Questi finalmente va via e l’altro appena arrivato, nel mentre prende dallo scaffale lo stesso prodotto al quale eravamo interessati noi, mostra finalmente di notare il di noi corpo e gli fa cenno che può avvicinarsi. Allora gli spieghiamo, entrambi evidentmente incazzati, che, dato lo spazio esiguo, preferiamo aspettare e che comunque stavamo aspettando già prima che lui arrivasse.

Con fare falsamente gentile e compassionevole per la richiesta da disagiato mentale del mio corpo, si sposta dicendo “prego, prego” e così scopriamo che quella che lui ha preso prima, era l’ultima confezione del prodotto che volevamo prendere anche noi (se ‘sto racconto non finisce presto, a furia di parlare di me al plurale, inizierò ad avere deliri da sovranista, se non addirittura da sovrano…).

Lo diciamo ad alta voce, ma quel nostro prossimo da amare e rispettare non fa una piega. Smadonniamo al suo indirizzo. Cambiamo obiettivo e corsia.

Il delirio continua. Ovunque gente che non guarda, che non soppesa, che non rispetta le indicazioni scandite dagli altoparlanti. La mia mente, lasciata per un attimo da sola, immagina qualcuno del Centro intento a osservare dalle telecamere di sicurezza il ridicolo balletto da musical americano anni ’50 – uno di quelli nei quali anche dire “ciao!” è occasione per cantare e danzare tutti insieme (l’ho sempre trovato urticante) – che il mio corpo sta inscenando con il carrello-partner: lo fa volteggiare di continuo così da orientarlo sempre in direzione di chi incontra per usarlo a mo’ di distanziatore.

Come già capitato di denunciare qui nelle altre Cronache di spese al Centro Commerciale, pare che quello di mantenere la distanza di sicurezza sia solo un problema mio/nostro e a un certo punto scopr(iam)o di essere isotropicamente circondati/o da diversi nostri prossimi… troppo prossimi.

Non avendo così tanto amore da dare, ma soprattutto non avendo a disposizione una corolla di carrelli a proteggerci, ci arrendiamo, o facciamo finta di farlo, e guadagniamo le casse con le tacche di odio prossime al fine scala.

Fuori da lì, mente e corpo parcheggiano entrambe in fila davanti alla farmacia presente all’interno dello stesso Centro Commerciale, a un metro dall’uscita dello stabile e si sistemano di fianco alla transenna che seleziona lo spazio riservato ai clienti per evitare che intralcino l’uscita dalla struttura.

Finalmente è il turno di quello prima di noi. Gli altri alle nostre spalle, scoraggiati dall’approssimarsi dell’ora di chiusura già annunciata diverse volte dai soliti altoparlanti, sono andati via.

Passa una signora che potrebbe essere coetanea di mia/nostra madre, si rivolge da una distanza di un paio di metri alla farmacista già impegnata a servire il signore prima di noi e chiede: “Scusi, giusto una informazione…” Chi mi precedeva intanto ha finito, saluta e va via. La farmacista, che vede benissimo il mio corpo (è lì, e non è certo piccolo!) conosce la signora e risponde “Salve, signora! Come va? Prego! Dica pure!”

Dalla richiesta di informazioni circa le varie tipologie di mascherine – operazione che non si esaurisce certo in pochi secondi e che, anzi, prende diversi minuti (cazzo, chiude il Centro!) – si passa al loro acquisto. E noi ci ritroviamo anema e core di nuovo secondi, bellamente scavalcati dalla signora.

Approfittiamo del fatto che la farmacista è andata a prenderle il prodotto richiesto, per protestare ad alta voce, ma la signora non fa una piega. Ancora non dimostra di accorgersi del mio corpo. Non esiste. È immateriale. Altroché dito!

Quando la farmacista torna per passarle da dietro la saracinesca abbassata le mascherine richieste, ci rivolgiamo a lei ad alta voce dicendo che se la gente è maleducata, dovrebbe essere compito di chi lì lavora invitare a rispettare la fila.

Lei si scusa, promette di chiamare per servire me un suo collega, ma intanto, con gli occhi di fuori, il mio corpo inoltra alla furbetta il verdetto: quella signora è una maleducata senza speranza. Lei finalmente si accorge del mio corpo e giura di non averlo visto, e la cosa ci fa incazzare a unisono ancora di più. Fine corsa definitivamente raggiunto.

Finalmente tocca a noi. Per fortuna riusciamo a prendere ciò che ci serve e il controllo passa al solo corpo che gestirà tutta una serie di operazioni automatiche; quelle che gli spettano in quanto, seguito all’inizio anche dalla mente e poi ben istruito daì cinquanta e passa anni di reiterazioni a compierle, è diventato pressoché indipendente.

Raggiunge velocemente la macchina spingendo il partner a quattro ruote, apre il baule, mette dentro le buste e, … e la mente sente che la camminata veloce all’aperto come anche i gesti meccanici compiuti per alloggiare la spesa in macchina fanno bene anche a lei.

Allora glorifica il fatto di avere la compagnia di un corpo che quando lavora, agisce a ritroso su di lei donandole una forma completamente diversa, opposta, addirittura, a quella che fino a un attimo prima, lei aveva suggerito a lui di assumere.

Mentre entrambi litigavano con la signora, il mio corpo si muoveva nervosamente su e giù nel ristrettissimo spazio delimitato dalla transenna, quasi fosse una tigre in quella metafora di gabbia con sbarre reali solo su un lato e altre, immaginarie, disegnate sugli altri cinque dalla mente educata a farlo.

Giunto alla macchina, invece, il cervello scopre di essere più rilassato: i pensieri elaborati da gambe e braccia hanno retroattivamente agito su quelli che, privi di braccia e gambe, sono alloggiati dentro la testa. Confinati nella scatola cranica e non in un braccio, in una coscia, in un occhio, sono senza arte, e per sopperire a questa mancanza, per poter esprimersi, abbisognano degli arti.

Il mio corpo ripone il carrello, e il cervello scopre che l’incazzatura è del tutto scemata. L’azione materiale del camminare, nonché quella reiterata nel mettere via la spesa nel portabagagli (sia sempre lodata l’attività fisica!), fa velocemente scemare il giramento di balle che, non esistendo il moto perpetuo,  finalmente si fermano. La mente capisce che, stronza o meno che sia stata la signora, può passare sopra l’accaduto e la cerca con lo sguardo.

Non la vede, e il cervello, ancora un po’ intossicato, avendo voglia di tornare a casa, riprende il controllo pensando: “Va bene, dai! L’avessi vista, ci avrei parlato. Non c’è, quindi vaffanculo! Se l’è cercata”.

Il mio corpo monta in macchina, autorizzato a farlo dal cervello ora appagato per l’aver pensato di scusarsi e, lo confessa, contento di non aver avuto modo di farlo, la fa partire.

Il corpo ora si accorge che fuori dal Centro, quindi lontano dagli altri e protetto dall’abitacolo dell’auto, sta molto meglio. Tutto ciò rilassa anche la mente. Siamo già a circa duecento metri dal Centro Commerciale, e lei si accorge di non avere più fretta.

Bastarda, mi fa valutare la possibilità che la signora, magari rincoglionita, potrebbe davvero non avere visto il mio corpo; me la fa immaginare nel mentre soccombe sotto il peso delle mie, delle nostre parole. Poi regala un’altra chicca: mostra a se stessa anche l’immagine del suo corpo sorpreso nell’atto di macerare sotto il peso del dubbio; nell’atto di soccombere a sua volta al rimorso per una tremenda ipotesi non verificabile.

La mente è bravissima nel costruire occasioni per star male e ripesca da chissà dove il ricordo di un breve racconto letto da giovane in compagnia di Papà.

L’immagine è abbastanza nitida: al solito, siamo tutti nel suo studio e stiamo commentando quel testo che lei crede si intitolasse La morte dell’impiegato, contenuto in una vecchia raccolta Garzanti di opere di Cechov (si accorge che è la prima volta che si trovo a dover scrivere il suo cognome) dalla costa verde militare.

Quella del racconto non era propiamente la stessa situazione che Stavamo Vivendo Io, ma un po’ la ricorda per l’essere incentrata sul concetto che il rimorso e la sua sbagliata gestione può uccidere.

Basta. È un tutt’uno e le mie braccia sterzano, prendono la rotonda per percorre tutti i 360 gradi e non solo i 270 bastevoli per andare verso casa. Torniamo indietro.

Pochi minuti dopo siamo entrambi tesi, di nuovo nel parcheggio. Lui guarda attorno e la vede! Sta sistemando la spesa nel portabagagli della sua auto. Allora arriviamo lì con l’auto, lui abbassa il finestrino e, con ancora la mascherina in faccia, comandato dalla mente, chiede scusa per il suo atteggiamento, cercando giustificazione nella situazione che vede tutti con i nervi a fior di pelle.

La signora ribadisce di non essersi accorta della presenza di lui, del corpo e, mesta, conferma di esserci rimasta veramente male per la reprimenda ad alta voce. Ha un carrello strapieno. A unisono ci offriamo di aiutarla a porre tutto nella sua macchina, ma lei gentilmente rifiuta. Ci lasciamo tutti più leggeri. Salutandoci, ci facciamo gli auguri per la festa di questi giorni e riprendiamo il corso delle nostre vite.

Lungo la strada, il corpo oramai rilassato guida e la mente, libera, ripensa alla situazione. È chiaro: inizialmente aveva ragione, ma poi ha fatto diventare il corpo né più, né meno quello di una bestia in gabbia.

Però, … Sì, c’è un però: se, come in questo periodo, siamo chiusi fra quattro mura costretti ad ascoltare in televisione, alla radio, su internet qualcuno che urla di continuo e che, le poche volte che smette di farlo per parlare, persiste nell’infierire usando concetti sbagliati, parole irritanti, stupide, allusive, … non solo la mente si innervosisce, si incazza, pure.

Tutto si intossica; la mente regredisce; il corpo qui e là si tende e diventa un’incazzatura ambulante di quasi un metro e novanta con muscoli tesi, pronti a scattare, a reagire mostrando le vene del collo gonfie, la pelle stirata del volto e le corde vocali già settate in modalità urlo cui è stato preparato dall’ascolto prolungato delle intemperanze altrui.

Se la televisione e i giornali non ci risparmiano la visione e l’ascolto di chi quotidianamente gioca a gettare benzina sul fuoco, non dovremmo mai cedere alla tentazione di farlo pure noi, fosse anche soltanto per commentare male simili atteggiamenti ripubblicando nei social i video che mostrano certi spettacoli.

Purtroppo il buono che, con grande fatica riusciamo a esprimere, lo leggiamo fuori di noi nei libri, nelle musiche, nei balletti, nelle opere teatrali, nei quadri, … Tutte cose difficili e dalla lunga gestazione, la cui fruizione impegna.

Possiamo produrre tonnellate di scritti positivi, ma certi atteggiamenti da trogloditi, da animali involuti, li abbiamo già stampati dentro in libri semplici, dalla facilissima consultazione, sempre pronti a essere letti da mente e corpo in modo univoco, senza che facciano nascere dissidi interiori.

Le nostre vite e i social che frequentiamo meritano di essere mondati da tutto il deteriume che la vita pbblica ci propina e che, che si sia a favore o che si preferisca condannare, comunque si alimenta della nostra attenzione.

Evitando di dare spazio all’urlo del sedicente politico, alla provocazione della sobillatrice, potremmo amputare quel dito del corpo sociale di cui si serve quel pensiero malato per manifestare al paese frustrazione e diffondere odio. Farlo non estirpa di certo il problema alla base, ma vaccina la società dal manifestarsi di atteggiamenti violenti, estremi, inopportuni, che tendono i muscoli della vita pubblica.

Un dubbio ancora però ancora assale la mente e tende un po’ i muscoli: e se la gentilezza, la civiltà, l’educazione, piuttosto che valori e sentimenti puri, non fossero altro se non modi di manifestarsi di un egoismo impegnato a tutelare la nostra tranquillità per evitarle il rovello del senso di colpa col quale ci marchiano fin da bambini?

In fondo, se sono tornato indietro non l’ho fatto certo perché sono un’anima bella. No, l’ho fatto solo evitarmi il possibile rimorso che mi avrebbe generato immaginare la signora a disperarsi per il mio duro rimprovero.

Va a finire che se una settantenne egoisticamente decide di saltare una fila, è perché scopre di non poterne più di una simile tara culturale e, sentendosi finalmente al di là del bene e del male, segue un forse più sano egoismo.

Me lo chiedo, e mi accorgo di farlo tenendo il naso fuori da quelle maledette sbarre invisibili che ancora transennano lo spazio attorno a me.

SZ

2 pensieri su “CRONACA VIRUS – Giorno 33

  1. 😶
    🙄
    🤗
    😂
    😎
    😇
    😍
    Il rimorso e il rimpianto non servono a nulla.
    Bisognerebbe riuscire, mica facile eh!, a fare in tempo reale ciò che arriva come un boomerang subito dopo e già farlo dopo, senza attaccarsi al ” tanto ormai” non è scontato. Serve sempre, comunque , a restituire al nostro corpo/mente, una direzione migliore.
    Buona Pasqua!
    🐰🐥🐰🐥🐰

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