CRONACA VIRUS – Giorno 39

SACCHETTI DANZANTI

 La mia nuova amica di Facebook Silvia preferisce non rispondere al mio messaggio privato nel quale la ringrazio per la sua richiesta di collegamento, ma in qualche modo, senza volerlo, lo fa lo stesso.

Scorrendo giusto un po’ la sua bacheca per capire cosa pensa, cosa le piace, chi è, mi imbatto in un video che vale mille messaggi o anche una telefonata, se solo si usasse chiamarsi dopo aver stabilito un contatto virtuale.

Un video che mi sembra dire molto di lei anche se poi, si sa, certe cose dicono cose attendibili solo di te che le guardi scoprendo che per te sono così belle da ritenerle erroneamente degli universali, capaci di parlare a tutti allo stesso modo.

Abbiamo sempre una gran voglia di trovare punti in comune, raccordi fra binari persi nell’universo di possibili percorsi, corridoi nei quali camminare insieme almeno per un breve tratto, ma poi si scoprie che chissà cosa accidenti ci ha visto lei, in quel video; chissà cosa davvero l’ha spinta a pubblicarlo…

In esso, un giovane sceso in strada a buttare la spazzatura, si ritrova tutto a un tratto a calcare una scena che fino a un mese fa non poteva essere altro se non una traversa asfaltata, incorniciata da macchine parcheggiate.

Opera inconsapevole di automobilisti scenografi che, obbedendo al bisogno di lasciare da qualche parte la loro auto, da marionette in mano a un Mangiafuoco del caso che ama nascondersi, hanno contribuito come sempre ad arredare uno spazio: una scena che pedissequa ripete se stessa e ciò che è sempre stata.

Solo se vissuto con questa uguale monotonia qualcosa può, per contrasto, diventare altro e questo video sembra quasi ribaltare il famoso motto “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” rendendolo “se vogliamo che tutto cambi, bisogna che tutto rimanga com’è”-;

Sullo sfondo, il pezzo d’arte consapevole di un graffitaro che, protestando, non poteva certo immaginare di vedere la sua opera inglobata in un altra più grande e non prevista, per la quale c’è anche la possibilità che di protesta non si tratti.

Magari godrà nel sapere che le sue idee gireranno il mondo grazie a un video, e poi forse gli monterà la rabbia, pure, per aver contribuito al bello nel bello; un bello che ha neutralizzato il suo tentativo di rovinare col bello (?) il brutto (?).

Il tipo, dicevo, scende a buttare l’immondizia rigorosamente in mascherina. Sa che a osservarlo vi è un folto pubblico assiepato su una serie di palchi di primo, secondo e terz’ordine: i balconi e le finestre contemporaneamente abitati, come non mai, da segregati curiosi. Forse vi è anche il loggione dei piani più alti, quelli che vedranno meno ed è forse a loro beneficio che ciò che farà di lì a poco prevederà gesti ampi, ben discernibili anche da una grande altezza.

Parte la musica per piano solo che inonda la strada da chissà quale finestra. Una musica struggente che trasforma di colpo un tipo con una busta dell’immondizia in mano in una statua in movimento che in ciò che andrà buttato trova un prezioso partner, un necessario contrappeso/contraltare quasi da salvare.

Il suo costume di scena è quello tipico del look urbano che siamo da tempo abituati a vedere: un abbigliamento essenziale, quasi da guerriglia urbana improntato a una semplicità e praticità che di questi tempi spesso si rivela necessaria. Vestendolo lì, il giovane lascia finalmente spazio alla possibilità che diventi anche un bel vestire: lo è sempre stato, ma forse non è mai stato detto abbastanza.

Intanto al solo pianoforte si aggiungono altri strumenti: una sezione d’archi, percussioni, forse dei wood-block, un Udu Drum; una coralità latina e struggente prosegue parallela al crescere della coreografia flamenca che difficilmente può essere stata provata: per studiarla così, senza lasciare un bel po’ di spazio alla pura improvvisazione, credo sarebbe stato necessario disporre di una palestra di asfalto e saracinesche, di macchine parcheggiate e di padroni di cani che proprio non so come facciano a rimanere impassibili e a tirare oltre senza rendersi conto di essere diventati, anche solo per un attimo, parte di un’opera d’arte irripetibile, estemporanea e, grazie al video, duratura.

Nella scena musicale entra anche un coro di bambini, un elemento che d’un tratto rende una suggestione musicale da grandi qualcosa di più universale. Immagino una assurda etichetta pubblicitaria del disco preparata da un furbo venditore sulla quale si legge: adatta per un pubblico da 0 a 99 anni, e lo stesso vale anche per il video: non allude a niente di più di ciò che si vede: un’arte dal basso che fa fatica a farsi trattenere dal budello nel quale ci siamo infilati; esattamente come la Natura che in assenza di auto e persone sta pian piano, sempre più temeraria, irrompendo negli ambienti umani, l’arte si appropria, pulita, degli spazi ora disponibili, eleggendoli a teatro, atelier, tela, sala da concerto, …

Nel frattempo il danzatore continua imperterrito, dimostrando di poter anche guadagnare un rapporto diverso con l’asfalto: fino a ieri uno degli ambienti più immondi della nostra realtà, lordato da pneumatici e piscio, da cartuzze e mozziconi di sigarette, e ora palco che non scricchiola e che si accorda perfettamente con una maglietta nera; con un pantalone verde militare; con scarponi pesanti ma ora aggraziati, quasi, nati per sferrare calci o per camminare nel fango e non certo per accompagnare le evoluzioni della danza urbana.

Intanto nemmeno una macchina passa a disturbare l’esibizione. La paura e le disposizioni che hanno bloccato la frenesia autrice dello scenario, ora cooperano per far sì che il frutto dello stress possa finalmente emergere: cosa avremmo prodotto se avessimo sempre tutelato la bellezza della Natura? Forse cose meravigliose, o forse ci saremmo ripetuti all’infinito e, stanchi, avremmo iniziato a chiederci se non fosse arrivato il momento di inizare ad apprezzare il brutto.

Ovviamente non lo so, nessuno lo sa; ma so per certo che abbiamo scelto da subito di percorrere un’altra strada e ora il mondo sembra quasi dire: “ bene, è arrivato il momento di vedere quanto brutto è ‘sto brutto. Vediamo se abbiamo fatto bene ad abbandonare l’arte del bel paesaggio, della sola rappresentazione del bello in Natura. Vediamo se è valsa la pena di rovinare buona parte del mondo con strade insulse tutte uguali, contornate da auto e palazzi, tutti uguali; palazzi da adornare, imbrattandoli, con brutti graffiti che, nel tentativo di lordare col brutto ciò che i palazzinari hanno imposto come bello e desiderabile, diventano bello nel bello, bello stimolato dal bello insospettato”.

Finisce il brano, finisce l’esibizione perfetta, necessaria, pulita. Albert Garcia Sauri, questo il nome del danzatore, riprende tra le urla compiaciute e gli applausi dei loggionisti il sacchetto casus belli di questa arte povera e, immagino, si avvia a compierne il destino sapendo che ne ha comunque eternato il valore; che lo ha eletto a eroe vendicatore di tutta i sacchetti di spazzatura fin qui riempiti, chiusi e buttati via senza che nessuno o quasi si sia mai reso conto di quanto fossero belli e pregni di sintesi di realtà (sì, però continuiamo a buttarli, ok?).

Finisce tutto, ringrazio e applaudo anche io, un bel po’ commosso, dalla finestra spalancata del pc delle mie brame che mi fa vedere tutto il reame e non posso evitare che una paura torni a farmi visita: quella generata dal crescente refrain che vuole tutti in attesa di tornare alla vita di prima.

Ma davvero avete così tanta fretta? Davvero non vogliamo attendere ancora un po’ per vedere se, tenendo duro, strade, palazzi, schifo, folla, piscio, traffico, immondizia, cicche, segregazione, virus, paura, … non saranno capaci di darci ancora altro? Non abbiamo voglia di vedere quanti altri palchi nuovi e insospettati vi sono nel mondo che abbiamo creato? Non abbiamo voglia di sentire la voce di altre teste che, prima che non abbassissimo il volume di chi urla di continuo, non potevano essere ascoltate?

Vedo anche miei amici da sempre scontenti del mondo che abitavamo, non chiedere altro che un presto ritorno, e mi sorge il sospetto che le loro proteste altro non fossero che bisogno estremo di avere un nemico, e non, come professavano, sincero desiderio di vivere in un mondo diverso.

E dire che un mondo come quello nel quale danza il giovane del video di nemici ne avrebbe comunque tanti: tutti coloro i quali hanno guadagnato dalla costruzione di libere e aperte prigioni di mattoni veri e metaforici e unici, veri beneficiari di una economia drogata, continuerebbero a essere lì sullo sfondo, pronti a tornare a valle per riprendersi i loro privilegi. Ma no: molti dei vecchi nemici del regime precedente, chiamando in causa un realismo mai dimostrato prima, evidentemente amavano il mondo di prima di un amore inconfessabile, vittime incurabili di una sindrome di Stoccolma oramai conclamata.

Qualcuno potrebbe obiettare che già l’arte era entrata nelle strade; che non c’è niente di mai visto nel video. Non sono d’accordo: l’arte nelle strade è entrata da tempo, ma lo ha fatto sempre con il benestare del traffico, del rumore, della disattenzione delle strutture. Stavolta invece i rapporti di forza si sono invertiti: è il traffico che si ferma a guardare; è la gente che finalmente tace, almeno fino all’acclamazione finale; e le strutture non sono disattente: seguono piuttosto un copione.

Nel suo nuovo flash mob da solitario, Albert Garcia Sauri – questo pare sia il nome del danzatore – ci ha mostrato che, come in un blocco di marmo qualcuno vedeva una statua, dentro una persona che va a buttare l’immondizia potrebbe nascondersi una sensibilità e una varietà di movimenti altrimenti non sospettabile.

Il suo sacchetto ha poi suggerito di poter essere quando partner, quando ispirazione, quando interlocutore muto mentre la strada ha esibito virtù da palcoscenico, i palazzi di Valencia quelle di teatro; la gente ha scoperto di poter essere interessata alla danza, e io sono proprio curioso di vedere dove potrebbe portarci tutto ciò una volta spinto alle estreme conseguenze.

, perché ora credo sia giunto il momento di estremizzare l’autoanalisi fredda e spietata del processo che ci ha dominato e non credo sia il caso di assolverlo anzitempo come farebbe un genitore troppo morbido dopo solo un mese di mea culpa del figlio ribelle.

Al diavolo l’economia, anzi, al diavolo la macroeconomia, almeno quella di ieri, prodotto di un processo malato che a cascata ne genera altri evidentemente insani. Pensare solo alle tasche nel modo in cui si è sempre fatto temo ci farebbe dimenticare ancora una volta di cosa davvero sia una persona.

Una persona è quella che creerebbe straordinaria e commovente bellezza danzando anche con un sacchetto di immondizia, se solo il mondo le insegnasse a farlo e ad apprezzarlo sempre; se solo gli concedesse di farlo senza prenderlo per matto e senza schiacciarlo con la stupida fretta vestita da automobile.

 

SZ

 

 

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