Un’abbracciata d’aria

Un'abbracciata-d'aria

Alle 17:34 saranno venti anni ellittici-ellittici (eccentricità = 0,016) che hai eliminato il tuo profilo livebook.

Un giorno, indicando un cimitero, mi hai fatto notare come fosse pieno di gente indispensabile.

Vero.

Allora spiegami perché mi manchi.

SZ

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Omen-Verbum: Sunti a Parole

Il-peso-di-una-vita-letteraria

 

A rischio di essere considerato snob, autocelebrativo, radical-chic, desideroso di apparire intelletuale (magari è vero, ma chi mi conosce, sa bene quali siano i limiti di simili commenti), confesserò che per me il sinonimo di “radio” è Terzo canale della RAI.

Se ascolto la radio, non riesco a sentire altro: mi piace ciò che propone e mi scopro disposto a trovare interessanti anche i palinsesti di trasmissioni che sulla carta non dovrebbero piacermi affatto (anche se, alle volte, Hollywood party…).

I motivi sono tanti, ma siccome non voglio star qui a fare un’apologia precisa di quel canale (chissà, magari un giorno…) che ascolto ogni mattina, specie se sono in macchina, mi limiterò a dire quale opportunità quell’ascolto mi ha regalato oggi: nel programma “Pagina 3” che passa in rassegna le notizie più interessanti delle pagine culturali di testate cartacee o on-line, è stato annunciato che nella rubrica R2 Cultura del quaotidiano La Repubblica avrei trovato un articolo per me interessantissimo di tale Ben Blatt.

Comprato il giornale, trovato l’articolo. Si intitola “Scrittori che usano sempre le stesse parole” e in esso l’autore spiega che, usando un programma di sua invenzione per trovare ricorrenze nel linguaggio degli scrittori che indichiamo come “autori di classici” (quelli, per intenderci, facenti parte di quel solidissimo blocco di autori che viene consigliato a tutti, grandi e piccoli, di leggere per capire cosa significhi la parola “letteratura”), si possono scoprire cose molto interessanti e insospettate del loro stile.

Dando quindi in pasto al suo programma intere bibliografie, si scopre che Ray Bradbury, fenomenale scrittore di fantascienza e autore anche di sceneggiature di film come quella di Moby Dick, a causa di fervidi ricordi connessi con la dispensa di sua nonna, straripante com’era di condimenti per i cibi e di odori anche esotici – usa più di ogni altra (e più di ogni altro autore) la parola “cannella”.

Blatt elegge simpaticamente ad esempio il caso emblematico di Bradbury e nel suo articolo prende a indicare con l’etichetta “parole cannella” quelle che di volta in volta il suo programma scopre ricorrere negli scritti dei vari Nabokov, Austin, London, ….

In un caso del tutto simile a un’ equazione letterale – mai metafora mi è parsa così azzeccata – se dicendo omen-nomen associamo ad alcuni nomi, caratteristiche comportamentali o fisiche di particolari individui, leggendo l’articolo di Blatt si scopre che alcune carriere letterarie possono essere riassunte interamente dalle parole che più di frequente gli autori usano.

Non sarà certo il caso della cannella di Bradbury il quale non credo sia famoso per aver scritto romanzi di fantacucina (confermi, Mariantonietta? 😀 ), ma scoprire che Jane Austin, forse a sua insaputa, amasse al di sopra di tutte le parole “attrazione”, “cortesia”, “imprudenza”; che la Christie, evidentemente per una riflessa deformazione professionale di molti suoi personaggi, privilegiasse i termini “inchiesta”, “alibi”, “spaventoso”; che la penna di Charles Dickens scrivesse spessissimo “accorato”, “angoscia”, “ricongiunto” e che invece Tolkien fosse particolarmente attaccato ad “elfi”, “orchetti”, “stregoni”, mi fa pensare che l’equazione sia valida in molti casi e che il suo grafico presenti poche discontinuità.

Si scopre così che qualche altro scrittore esagera con il colore “malva” in quanto “vedeva i colori delle parole” e che altri ancora usano e abusano di intere parafrasi, di modi di dire, di frasi fatte quasi si tratti di vere e proprie “cadenze musicali” obbligatorie prese da un repertorio “musicale” riconoscibilissimo.

Parlando di “cadenze”, di “repertorio”, di qualcosa metaforicamente definibile “musicale”, non può che tornarmi alla memoria un altro articolo che ho scritto in questo stesso blog. In esso esaminavo la “lingua” di un grande musicista, evidenziando il suo uso continuo di alcune formule – incidentalmente faccio osservare che in musica ci ostiniamo a chiamare queste formule col termine di “frasi” – che caratterizzavano il suo stile.

In fondo, stiamo parlando della stessa cosa e sono banalmente sicuro che un simile approccio darebbe gli stessi frutti se applicato ai dipinti, i disegni, le formule, le forme, i movimenti, … di pittori, fumettisti, scienziati, scultori, ballerini, … se solo fossimo capaci di esaminarli o se, una volta stabilito di essere in grado di farlo, ne avessimo voglia

Un altro ricordo che riaffiora nella mia memoria è quello connesso a un breve racconto scritto da un mio collega napoletano del Master in Comunicazione della Scienza, tale Francesco Scarpa, fisico, col quale eravamo amici ma che poi, una volta finito quel corso di studi, ho perso di vista.

Durante il corso di scrittura creativa, ci venne dato il compito di scrivere un racconto breve e il suo partiva da un’idea che all’epoca mi piacque molto. In esso si parlava di uno scienziato che aveva inventato una bilancia per “pesare le parole”. Un’idea un po’ nerd, da fisico, appunto, ma molto carina. Scaturita da un noto modo di dire usato per invitare  a “moderare i termini” quando si parla di qualcuno o qualcosa o parlando a qualcuno di molto importante e/o temibile, credo che in quella storia l’inventore arrivasse a misurare davvero il peso in grammi di unità di linguaggio.

Lo confesso: all’epoca ho invidiato molto Francesco per questa sua idea. In qualche modo, pur rimanendo sempre sua, la sto facendo mia parlandone qui.

Dall’unione dell’idea del mio collega e da quella alla base dell’articolo di Blatt, nasce l’illustrazione di questo articolo. Ovunque tu sia, non volermene, Francé!

Tornando all’articolo di Blatt, più che riguardare certe ricorrenze come un difetto, mi unisco al critico inglese nel suggerire di provare a ritenerle elementi fondamentali alla base di uno stile, quasi siano un abbigliamento linguistico che contraddistingue l’eleganza di quell’autore, la praticità di quell’altro, la velocità, la volgarità, l’acume, la sintesi, … di altri autori ancora la cui “cifra stilistica” la si ritrovava “in quel non so che” che ora sappiamo, almeno in parte, cosa è: si tratta dell’uso reiterato di alcune parole cannella e, più in generale, di formule linguistiche capaci di creare un colore, un ambiente, un atmosfera, una firma.

L’articolo su Repubblica possiede un ulteriore pregio, chiudendosi in un modo che non può che trovarmi lì a risuonare giocondo per l’affermazione:

“Alcune persone sono diffidenti all’idea di combinare arte e scienza, o parole e numeri, ma io penso che se fatta nel modo giusto sia un’unione meravigliosa. Scorrere una lista di parole preferite non è la stessa cosa di leggere una storia ben costruita, ma se vista alla luce dell’intera carriera di un romanziere, anche tre semplici parole possono offrire una finestra illuminante su uno stile e raccontare una loro storia.”

Tempo ben speso, quello ad ascoltare il mio canale preferito.

E soldi ben spesi nell’aver comprato un intero giornale scoprendo ancora una volta quanto in generale non mi piaccia e quanto spesso, nonostante tutto, lì si trovino perle nascoste in pagine dedicate ad argomenti a ben vedere sempre uguali (cosa fa Renzi, cosa pensa Salvini, quanto vince la Juve, …) che oramai da tempo non mi catturano più.

Va a finire che sono davvero snob.

SZ