Nel caso tu abbia dei d’UBI

Una utilissima affermazione burocratica

Essere entangled con i propri fumetti – Una nuova frontiera per il cosplay?

Domenica 7 Aprile, quindi esattamente un mese fa, stavo sfogliando il mensile “Le Scienze” fresco di stampa.

La mia attenzione fu subito catturata dall’articolo Azione inquietante di Hanson e Shalm. In introduzione i due autori annunciavano mirabilia: promettevano di chiarire come si è giunti alla conclusione che le presunte “variabili nascoste” teorizzate da Einstein (1) per spiegare l’altrimenti inspiegabile correlazione (entanglement) tra gli stati di particelle atomiche “gemelle” portate a grande distanza tra loro, non esistono (2).

Come raccontano i due autori, diversi gruppi di ricerca sono riusciti a compiere alcuni esperimenti progettati proprio per aggirare la possibile influenza di ignoti fattori locali che, non visti, potrebbero “rinnovare” la correlazione tra particelle inizialmente vicine, quindi reciprocamente “entangled”, che vengono poi allontanate a distanze tali da non permettere alcuna comunicazione tra loro.

Tali esperimenti hanno dimostrato che la correlazione tra stati entangled (es.: lo spin degli elettroni) continua a persistere anche a grande distanza, mantenendosi pure allorché, durante la fase di allontanamento reciproco delle due particelle, si agisce su una delle due apportando una variazione casuale al suo stato.

57180205_10216088661263282_7064396851667009536_oAnche in questo caso, quindi, la seconda particella, oramai troppo distante dalla prima per poter essere raggiunta in breve tempo da un segnale luminoso che l’avverta della variazione avvenuta nello stato della sua gemella, dimostra di “accorgersi” subito che qualcosa è mutato, riadattando la propria configurazione così da farla risultare nuovamente correlata con quella della prima.

Insomma, la meccanica quantistica esibisce ancora una volta il suo carattere decisamente controintuitivo, dimostrando di farsi beffe della nostra idea di realtà e ravvivando l’alone di mistero che la circonda mediante la persistenza di questo paradosso che ricorda un altro ben più famoso: quello cosiddetto “dei due gemelli” della teoria della relatività.

Una similitudine che mi spinge ad “appuntarmi mentalmente” questo riguardante non più persone, ma elementi dell’atomo come “il paradosso delle due particelle gemelle”.

Senza entrare nei particolari della teoria (3) che a grandi, grandissime linee mi era già nota, tra i vari aspetti per me rilevanti dell’articolo citato vi era il fatto che dopo le prime due pagine, il sunto di quanto raccontato nel testo fosse affidato a due facciate occupate da un ibrido: un interessante incrocio tra un fumetto autoconclusivo e una infografica creato da Matthew Twomby su testo di Michel Van Ball.

A mio parere, si tratta di un’opera dal grande valore comunicativo, capace di fornire un  aiuto fondamentale alla comprensione dell’articolo dal quale è tratto.

_HR_5479

E ora passiamo a dire di un altro entanglement: il 3 Aprile scorso, in un suo articolo pubblicato su Media INAF, la collega Francesca Aloisio citò la presenza di due mie tavole (4) tra le opere che a partire dall’8 Aprile sarebbero state esposte nella mostra “La scienza tra le nuvole”.

L’ esposizione, inserita nel cartellone del festival della Scienza capitolino, sarebbe stata visitabile presso il Parco della Musica e Davide Coero Borga, il suo curatore, il 5 pubblicò sempre su Media INAF un pezzo nel quale ancora una volta venivo menzionato come raro caso di scienziato-artista lì presente con le sue opere (pare ce ne fosse anche un altro, tale Stefano Bortolotti dell’Istituto Italiano di Tecnologia).

Sapevo già da mesi del progetto di allestire questa mostra in quanto Stefano Sandrelli, coordinatore nazionale delle attività 56696890_10216088655303133_4103841045169569792_odivulgative dell’INAF, mi aveva invitato con un certo anticipo a proporre alcune mie tavole in vista di quell’occasione. I numerosi eventi intercorsi tra quella prima convocazione e il festival mi avevano però fatto dimenticare del tutto la cosa e la sorpresa di scoprire che effettivamente due tavole di Squid Zoup fossero lì esposte è stata tanta e, inutile dirlo, decisamente piacevole.

Il presunto entanglement, a parte la circostanza fortuita ma decisamente simpatica di trovare proprio in quei giorni un articolo su “Le Scienze” a spiegare quell’argomento di fisica, è stato quindi sentirsi “finalmente” misurato, a quasi quattrocento chilometri di distanza dalla mia posizione, da tutti coloro i quali vedendo le mie tavole, potete starne certi: hanno misurato i miei stati interiori ancora altamente entangled con quanto quelle due tavole raccontano di me.

Come tutti, anche io “vesto i miei panni” tutti i giorni, e il mio personaggio Squid Zoup fa lo stesso, cristallizando alcuni momenti della mia vita o alcuni miei sogni a occhi aperti.

Per dirla in altro modo, vesto i miei panni, ma anche quelli del mio alter ego in bianco e nero col quale mi identifico sempre. Questo – chissà? – mio malgrado, fa di me un cosplayer davvero convincente…

57355548_10216088654463112_8109478616598839296_o

Squid Zoup e me

Ovviamente quello cui faccio riferimento è un entanglement blando, praticamente inesistente se non come metafora usata per sottolineare una banale verità: le nostre azioni hanno una grande influenza a distanza, sia di spazio che di tempo, con il risultato di far sapere ad altri  come siamo o come eravamo “mentalmente polarizzati” al momento in cui abbiamo prodotto, detto, fatto qualcosa.

E più le nostre azioni sono precise, più lo sono le “cose” che facciamo e più la decodifica di chi siamo o di chi eravamo al momento dell’emissione del nostro stato mentale concretizzatosi con il nostro prodotto, non lascia spazio a pericolose interpretazioni e revisionismi.

Chissà se gli sviluppi della ricerca in meccanica quantistica riusciranno un giorno a regalare un nuovo significato al concetto di “Storia”…

In questa vicenda entra prepotente un  ricordo: quello che ha a che fare proprio con il problema delle particelle entangled e con il cosiddetto “Teorema di Bell” enunciato nel 1964 dal fisico john Stewart Bell dal quale prende il nome. Un teorema di cui venni a sapere grazie a una pubblicazione del lontanissimo 1991.

51PQ4gareEL._SX378_BO1,204,203,200_Si trattava, appunto, de “Il teorema di Bell“, un bellissimo cartonato della casa editrice Comic Art (numero 72) a opera del fumettista Matthias Schulteiss. Purtroppo in Italia uscì solo il primo numero (pubblicato senza numerazione, quindi fatto passare come episodio autoconclusivo) che ebbe l’effetto di farmi incuriosire moltissimo alle vicende del protagonista Shalby, ma che, in assenza della rete (parlo di un’era pre-internet), non potevo nemmeno sospettare fosse incompleto.

Oggi scopro che vi sono disponibili on-line le altre due puntate, non tradotte, nelle quali immagino che l’importanza del problema fisico citato nel titolo venga finalmente svelata.

Invece all’epoca, dopo averlo letto, mi rimase quel senso di stupore che già connettevo col mondo della meccanica quantistica. Uno stupore che pensavo fosse tutto autocontenuto in quel primo numero.

Oggi, avendo scoperto l’esistenza dello sviluppo ulteriore della storia, il mio stupore è più che altro suscitato dalle scelte editoriali di chi, sapendo che una storia si snoda su tre episodi, decide di pubblicarne solo uno.

L’occasione offerta dall’avere ben due lavori grafici dedicati allo stesso problema fisico ma affrontati con piglio del tutto differente potrebbe essere quella ideale per attuare un raffronto tra il fumetto-infografica comparso su Le Scienze e il cartonato della Comic Art, ma non so se, non conoscendo il contenuto degli altri due episodi, io stia agendo correttamente.

Da un punto di vista divulgativo, la diversa lunghezza delle due pubblicazioni dovrebbe avvantaggiare Il teorema di Bell di Shulteiss: a parte il caso in cui un autore dimostra di saper lavorare meglio in spazi ristretti, esibendo così una grande capacità di sintesi (o una certa incapacità di lavorare a lungo su uno stesso soggetto…), un maggiore spazio per “spiegare” un certo argomento immagino fornisca innegabili vantaggi.

In ogni caso, si tratta di due prodotti diversi, creati in periodi diversi con intenti diversi e dedicati a lettori diversi. Questo già basta a distruggere l’ipotesi di un possibile confronto tra le due opere che ora appare come una operazione impossibile, oltreché illogica.

Da un lato abbiamo un maestro del fumetto che, spinto dalla fascinazione subita per un problema fisico, ha agito in totale solitudine, creando quindi sia la parte testuale che quella grafica. Dall’altro abbiamo un ottimo professionista nel campo dell’illustrazione al quale è stato chiesto di creare una gabbia grafica per il testo elaborato dal fisico Michel Van Ball.

A questo punto un primo aspetto che credo valga la pena sottolineare viene a essere la grande versatilità dello strumento grafico che, similmente a quanto accade per la scrittura o per il cinema suoi parenti stretti, dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, di poter raccontare, descrivere, istruire servendosi di una incredibile varietà di stili, approcci, strategie.

Ciò che qui più mi preme mettere in evidenza, forte della presenza di queste due opere che usano approcci completamente differenti nell’uso del fumetto, è però il seguente aspetto: la “nona arte” può sì essere utilizzata in modo molto vago, abbandonando del tutto l’intento di spiegare alcunché e concentrando gli sforzi sulla resa di una certa carica emotiva (“Il teorema di Bell”. Per quanto vago, gli devo l’essere entrato in contatto da ragazzo con quel teorema…), ma può anche – ed è questo per me il punto davvero importante – essere usata in modo estremamente sintetico e scientificamente corretto così da soddisfare palati molto esigenti in fatto di aderenza a un certo modo di spiegare le cose (il fumetto-infografica di Le Scienze). E lo fa così tanto bene da poter comparire addirittura come sunto di un articolo scientifico.

Il che mi porta a riallacciarmi a quanto ho già raccontato in un altro articolo pubblicato in passato sempre in questo blog.

Insomma, mi trovo ancora una volta entangled come me stesso e con ciò che pensavo: anche se a grande distanza di tempo, scopro di aver mantenuto la stessa “polarizzazione mentale” su un certo argomento. Forse non è il caso di dirlo forte. Mi sa che tutta questa coerenza, questa mancata variazione del valore delle mie variabili non più nascoste, bensì manifeste, non deponga del tutto a mio vantaggio…

SZ

 

1- Si veda l’articolo del 1935 “La descrizione quantistica della realtà fisica può ritenersi completa?” firmato da Einstein, Podolsky, Rosen (EPR): https://pdfs.semanticscholar.org/7861/a9c8b30bcc5fbd32e23b12f980f4a35c1537.pdf

2- O, se esistono, quantomeno, non agiscono.

3- Confesso che la prima lettura di quell’articolo di Le Scienze mi lasciò felice, enstusiasta, affascinato. La seconda mi sembrò rivelare alcuni limiti del testo e la terza restrinse il dominio della mia contentezza alla sola notizia del risultato sperimentale, lasciandomi alquanto tiepido circa il modo in cui l’esperimento veniva descritto. Il paragone con una qualsiasi conferenza di un qualsiasi grande luminare invitato a dire la sua su un argomento X è stato immediato. Un certo “principio di autorità”, complice il fascino del tema trattato, fa sì che spesso non ci si renda conto di ciò che davvero sta avvenendo davanti ai nostri occhi. Alla fine del suo intervento saremo tutti convinti di aver visto/sentito la migliore spiegazione possibile, ma se riuscissimo a rivedere la registrazione di quell’intervento, potremmo forse scoprire quanto alle volte, nel caso di persone reputate come “coloro i quali sanno” o “coloro i quali sanno fare”, la loro fama ci spinga a sopravvalutare il loro operato. Spesso, diciamocelo pure, “compriamo” solo la marca o il contenitore senza capire del tutto se davvero gradiamo il contenuto. Sarà forse un problema di traduzione (ne dubito) dall’inglese all’italiano, sarà forse un problema dovuto al fatto che l’aver studiato meccanica quantistica all’università non fa certo di me un esperto della materia e, soprattutto, dei suoi sviluppi più di frontiera (lo temo), ma l’articolo ora mi risulta carente in alcuni aspetti comunicativi, oltreché in altri più tecnici e mi riservo di parlarne con qualcuno che possiede maggiori conoscenze del sottoscritto così da comprendere dove si nasconde ciò che da qualche parte, in me o in quel testo, manca. Quale che sia il reale motivo della mia perpessità, per una spiegazione esaustiva del problema fisico rimando ovviamente alla lettura di testi tecnici, ma soprattutto consiglio di affrontarne altri capaci di mettere in risalto, in modo chiaro e circostanziato, l’entità della questione senza affrontare troppi tecnicisimi che possono “distrarre” chi non ha dimistichezza con il formalismo fisico. Ad esempio, trovo molto bello il secondo capitolo del Zeilinger Il velo di Einstein pubblicato tra i saggi Einaudi. Se poi l’articolo di Le scienze lascia anche voi un po’ insoddisfatti, vi consiglio di dare un’occhiata all’articolo di ricerca vero e proprio che trovate qui.

4- Si tratta di due pagine tratte da due differenti fumetti di Squid Zoup pubblicati in questo blog: la prima è tratta da Signal / Noise, l’altra da How deep is your world?

 

De REBUS Naturae – Il più bel catalogo del mondo

Crucielementa 3 colore firmato

Orizzontali: 1- Simbolo dell’Idrogeno; 2- Simbolo dell’Elio; 3- Simbolo del Litio; 4- Simbolo del Berillio; 5- Simbolo del Boro; …

Stilare un catalogo quanto più preciso possibile degli enti che compongono il mondo immagino sia un’attività tra le meglio caratterizzanti la specie umana.

Fatta esclusione per tutte quelle azioni strettamente connesse con la sopravvivenza come nutrirsi, riposarsi, socializzare, riprodursi, proteggersi, … che la nostra specie condivide praticamente con tutto il mondo animale cui fa capo, quella di catalogare gli elementi del reale alla ricerca di uno schema o di un indizio da usare per collocare in una sequenza quanto più ordinata possibile oggetti e/o concetti, mi sembra possa essere una capacità appartenente a pochissime specie (1).

Se poi, piuttosto che fermarci a una catalogazione che, con un fare un po’ canzonatorio, si suole indicare come “botanica”, fondata quindi su caratteristiche esteriori come odore, sapore, forma, aspetto, sensazioni tattili, uso, …, ne cerchiamo altre meno istintive, che consentano di dedurre (e di indurre) le caratteristiche di un particolare elemento della realtà basandosi su proprietà sintetiche calcolabili, parametrizzabili, quindi prevedibili sulla base di una regola di qualche tipo, allora non credo ci siano dubbi: in questa zona di universo, gli unici a fare qualcosa del genere siamo noi appartenenti alla razza umana.

Di sicuro la ricerca di una classificazione fine di questo tipo è un approccio alla Natura non banale ma, quando e se riesce, non può che rivelarsi vantaggioso: attua una comoda compressione di una fetta della realtà riconsiderandola come qualcosa di riproducibile a partire da un seme e da un processo che, una volta applicato a quell’elemento zero e ai suoi prodotti successivi, ci mette in condizione di generare gli altri elementi del catalogo senza più doverli ricordare.

Vero quindi che “non fa scienza sanza lo ritener l’aver inteso”. Altrettanto vero è che se riuscissimo a catalogare il mondo usando un criterio basato su un processo di ordinamento che escluda il più possibile caratteristiche esteriori per privilegiare qualcosa che, non visto, ordina da dentro la realtà, il concetto di conoscenza perderebbe buona parte di quel connotato mnemonico che tanto ci limita sia nella dimensione spaziale che in quella temporale, aprendoci le porte a un nuovo approccio conoscitivo.

Nell’attività specifica del classificare, l’animale uomo ha accumulato una grande esperienza: è partito con tentativi alquanto puerili come quello compiuto, pare per la prima volta, dal mio antenato più noto il quale dicono abbia iniziato col dare i nomi agli animali traghettandoli così da un limbo di esistenza potenziale all’esistenza vera e propria.

In seguito abbiamo proceduto attraverso varie tappe, in modo più sistematico e attento, grazie all’operato di tanti personaggi noti e di chissà quanti ignoti. Tra i primi, val la pena qui citare Aristotele, Linneo, Darwin.

Di questa attitudine della nostra specie a classificare possiamo trovare tracce ovunque. Banalmente si pensi, ad esempio, al bisogno di collezionare, ma anche e soprattutto alla propensione a organizzare mostre e “collettive” (alla fine delle quali di soito si pubblica il “catalogo della mostra”), a istituire musei, a scrivere enciclopedie, a gestire biblioteche (2) e nel generare algoritmi di catalogazione che possano aiutarci ad avere contezza della nostra comprensione del mondo.

Proprio quest’anno ricorrono i primi 150 anni tracorsi dalla creazione di una catalogazione che il russo Dmitrij Ivanovič Mendeleev ideò nel 1869.

In essa egli ordinò gli elementi chimici all’epoca conosciuti e le loro caratteristiche in uno schema che, frutto del suo intuito (in seguito si scoprì che l’ordine da lui imposto alla tavola è riconducibile a caratteristiche fisiche degli atomi che all’epoca non erano ancora state comprese, né forse sospettate), presentava il pregio di ordinare la realtà atomica del mondo secondo caratteristiche numeriche progressive e misurabili.

A differenza di altre versioni più o meno coeve della tavola degli elementi elaborate da suoi colleghi, in essa il chimico russo aveva lasciato alcune zone vuote all’interno delle quali nelle sue intenzioni avrebbero dovuto trovare posto altre specie atomiche all’epoca ancora sconosciute e che, prevedeva, avrebbero esibito proprietà intermedie tra quelle note poste sui confini di quelle lacune.

Alla luce di quanto appena detto, proprio per questa possibilità che offre di predire alcune caratteristiche dell’elemento nella casella n+1-esima a partire dai comprotamenti chimici delle precedenti n, la tavola periodica di Mendeleev mi ricorda ben altre tabelline (“tavoline”) che a partire da soli dieci simboli consentono di calcolare la totalità dei prodotti possibili.

A ben vedere, essa quindi possiede una affascinante ambivalenza: è catalogo che contiene tutti gli atomi conosciuti (3) e, indirettamente, anche la totalità delle strutture naturali e artificiali che compongono il nostro mondo e per questo motivo credo meriterebbe la definizione di “catalogo dei cataloghi”.

Ma è anche “tavola”, ovvero “ausilio per il calcolo”: essa, insomma, presenta proprio quelle caratteristiche sintetiche di cui parlavo alcuni capoversi più in alto e consente, qualora non si ricordassero le caratteristiche di alcuni elementi, di calcolarsele a partire da quelle di altri atomi noti, attuando finanche una valutazione approssimativa del loro comportamento chimico.

Nella tavola periodica, infatti, tutte le specie atomiche conosciute sono ordinate secondo il numero atomico Z crescente (numero di protoni) e in base al progressivo riempimento degli orbitali s, p, d, f (riempimento dal quale dipende la loro capacità di legarsi ad altri atomi per formare molecole) in modo tale che possiamo identificare nel suo schema dei trend che la solcano da destra a sinistra, dal margine superiore a quello inferiore, dall’apice destro in alto a quello sinistro in basso, da quello sinistro in alto a quello destro in basso, …

Osservandola in questo modo, essa consente di capire come mutano i comportamenti globali delle varie famiglie atomiche e, di conseguenza, di farsi pure un’idea approssimativa delle caratteristiche delle singole specie atomiche facenti capo a quelle famiglie.

Quasi fosse una regione geografica, lintero schema può essere così esplorato in tutti i sensi, rivelando a sguardi che partono di volta in volta da “punti cardinali” differenti la presenza di “correnti” (seguendo l’approccio dell’Atkins (4), mi verrebbe da dire “del Golfo”), ovvero andamenti chimici che sintetizzano tutto quanto avviene nel grande Tetris della realtà.

Considerando di volta in volta i vari parametri tabulati nelle singole caselle e riferiti a caratteristiche più che microscopiche dei vari atomi, si può così osservare il variare delle caratteristiche macroscopiche delle famiglie atomiche come l’affinità elettronica, la metallicità, la densità, le dimensioni dei singoli atomi, l’energia di ionizzazione,…

Nonostante quindi non si possa dire che nella tavola periodica sia riassunta l’intera ricchezza chimica del cosmo, è bello pensare che, data la regolarità con la quale mutano le proprietà dei vari elementi tra i gruppi (colonne), i periodi (righe) e i vari blocchi in cui si suddivide la tabella, altrove l’universo non dovrebbe riservarci sorprese così tanto… sorprendenti.

La Natura, a partire da Idrogeno ed Elio, “definizioni” (elementi) già presenti nelle fasi iniziali della storia del nostro universo (5) e occupanti la prima e la seconda posizione orizzontale nel mio “crucielementa” mostrato in apertura, in circa tredici miliardi di anni di vita ha creato nelle fornaci stellari tutte le altre “definizioni” che trovano posto a partire dal 3 orizzontale in poi.

In questo lunghissimo lasso di tempo si è inoltre divertita a combinare, a “incrociare” in vari modi queste “definizioni”, sillabe impronunciabili, per creare, grazie alla forza elettrica, composti chimici “pronunciabilissimi”. Addirittura reali.

Una volta creati questi in quantità tali da renderli oggetti macroscopici, la giurisdizione è passata alla forza gravitazionale e, nel caso della materia organica, alle spinte biologiche, ed evolutive che creano e disfano di continuo “parole” nuove e interi componimenti organici.

Tutti questi passaggi successivi durante i quali la complessità del gioco combinatorio è andata crescendo in modo esponenziale, spiegano molto bene la grande difficoltà incontrata da tutti coloro i quali hanno tentato di dare una classificazione precisa della realtà nei termini tipici e imprecisi delle più note tassonomie animali, floreali, minerali, …

La semplicità della tavola periodica degli elementi risulta così essere ordini di grandezza distante dalla complessità (in alcuni casi sembra si tratti piuttosto di “aribitrarietà”) delle catalogazioni degli oggetti reali.

Similmente a quanto si fa nella distinzione tra anodo e catodo, termini che usano i due prefissi greci ana- (trad.: “sopra”) e cata- (“sotto”), sospetto che la parola “catalogo” possa allora derivare da un processo di ordinamento che procede elencando gli item andando dall’alto verso il basso.

Durante questo scorrimento, quando alle volte capita di imbattersi in qualcosa che ricorda uno o più elementi già incontrati in precedenza nello stesso elenco, si torna in su per cercarli: si procede, quindi, in senso contrario alla ricerca dell’ana-logo.

Analogamente, procedendo lungo questa linea di ragionamento, mi diverte pensare che scendendo l’albero cronologico, è proprio grazie alla complessità derivata dai giochi elettrici, gravitazionali, biologico-evolutivi della Natura che siamo in condizione di giocare con le leggi e le forze dell’evoluzione e selezione culturale.

Grazie a esse siamo ritornati ancora una volta alle origini (abbiamo risalito l’albero) creando in lavoratorio nuovi elementi e nuovi modi di combinare quelli già esistenti.

Da un tale gioco nasce buona parte  della zona della tavola periodica occupata dai Lantanidi (58 < Z < 71) e dagli Attinidi (90 < Z < 103), quella che seguendo l’Atkins conviene riguardare come “grande isola dei mari del Sud”:  una “terra” in buona parte emersa dagli studi stimolati dalla ricerca bellica di strumenti di morte che fossero capaci di sfruttare la potenza contenuta nel nucleo atomico. Una ricerca che ci ha svelato la brevissima esistenza di elementi instabili collocati oltre la posizione dell’Uranio e per questo detti “transuranici”.

Insomma, la sintesi di cui festeggiamo il centociquantesimo anniversario è qualcosa di potente, di creativo, di esaustivo, ma soprattutto di unico tra le consapevolezze raggiunte nel mondo animale. Essa è uno splendido riassunto concettuale e visivo di cosa abbiamo compreso e di cosa siamo.

Se la tavola periodica che noi oggi utilizziamo risale al 1869, scopro che il primo cruciverba (in realtà all’inizio si chiamava “parole crociate” e solo in seguito fu battezzato così dall’editore Bompiani), gioco il cui schema da sempre connetto visivamente a quello di Mendeleev – è di pochi anni dopo: l’italiano Giuseppe Airoldi lo ideò nel 1890 anche se poi quel gioco fu associato al nome di Arthur Wymne cui viene erroneamente attribuita l’invenzione (ri)avvenuta nel 1913.

Mi piace pensare che una volta completato lo schema del mio Crucielementa, dall’incrocio di parole inutili, impossibili, senza senso come quelle che si ottengono leggendo il contenuto delle righe e delle colonne (6), vengano fuori tutti i composti esistenti, che possiedono quindi una loro realtà, una loro consistenza, delle loro caratteristiche ben precise.

Allora in principio era il verbo, anzi, erano le “verba” costruite con sillabe strane, le abbreviazioni dei nomi degli elementi chimici, affiancate da numeri che servono a “pesare le parole”.

 

SZ

1- Lo dico sottovoce solo perché sospetto che anche altre specie animali, a qualche livello, cataloghino spontaneamente gli oggetti del loro habitat. Sono molto curioso di saperlo e sarebbe interessante scoprire i limiti di questa affermazione. Spero davvero che possa intervenire un etologo a dirmi come stanno le cose.

2- Mi sembra interessante notare che nel 1841, quindi non molto prima della nascita della Tavola Periodica degli elementi, anche la biblioteconomia accelerava grazie all’introduzione di precise regole di catalogazione a opera di Antonio Panizzi.

3- Una semplice e doverosa precauzione: la storia della scienza mi raccomanda di ricordarmi che viviamo in un distretto infimo di un cosmo immane, laddove l’elemento chiamato “elio” è stato scoperto solo nel 1868, dopo che Janseen e Lockyer ne osservarono la presenza nello spettro del gas che compone la nostra stella Sole. Nulla vieta, quindi, che poco più lontano da qui la “fauna” atomica possa essere molto più variegata e interessante.

4- In questo libro, Atkins invita a considerare la tavola periodica degli elementi alla stregua di un regno da studiare da un punto di vista geografico. Un approccio che trovo estremamente interessante, coinvolgente e vincente da un punto di vista divulgativo

5- Nelle prime fasi di vita del nosro universo vi erano solo Idrogeno e, in misura molto minore, Elio. Due elementi la cui generazione viene di solito indicata come “nucleosintesi primordiale”.

6- Vi sono alcune, poche, eccezioni a quanto detto. Esistono infatti alcune fortunate “definizioni” verticali come il 3 verticale: Li-Na; il 56 verticale: Ba-Ra; il 13 verticale: Al-Ga che, se considerate come semplici parole, un po’ di senso lo possiedono.

 

 

 

 

Il Venerdì di Marte(dì) – Sfogo di un Naufrago della Domenica

Message-in-a-USBottle

Message In A USBottle

Su Robinson di oggi, inserto culturale del quotidiano La Repubblica che ogni Domenica, a soli due giorni dall’uscita del patinato Il Venerdì (chiaramente non si tratta di una coincidenza), arricchisce il contenuto di quella testata, Gabriele Romagnoli ricorda che il 25 Aprile del lontano 1719 venne pubblicato il celebre romanzo di Defoe da cui prende il nome lo stesso inserto.

Un inserto che è un vero e proprio giornale nel giornale: infatti, ricco di più di trenta pagine, lo si può estrarre separandolo dal resto del quotidiano.

E io non mi lascio mai sfuggire questa occasione: avendo deciso da tempo di non interessarmi più alla cronaca, ad altre notizie da rotocalco che impazzano su giornali dal carattere oramai ambiguo e a tutto il chiacchiericcio politico in quanto, da cittadino, non mi sembra di avere più alcuna possibilità di incidere sul corso delle cose (1), focalizzo il mio interesse solo sugli articoli di Robinson e letteralmente butto tutto il resto.

Questo non fa di me un disinformato totale: i social e le edizoni on-line dei vari giornali mi consentono (impogono?) un quotidiano, anche se superficiale contatto con quanto accade nel mondo.

Un contatto, uno sfioramento che mi faccio bastare senza pretendere di più dalla mia testa che si rivela essere un contenitore molto limitato.

Ed è proprio per questa limitatezza della mia “capacità ritentiva” che alla Domenica decido di considerare diverse testate alla stregua di frutti da mondare: tolta la buccia cartacea che trovo non più digeribile, stopposa, dal sapore ripetitivo e e in definitiva inutile, “mangio” l’interno estremamente succoso facendo finta che quanto lì contenuto possa essere considerato indipendente dal contenitore.

Nel paginone iniziale dell’inserto di oggi, impreziosito da una illustrazione di Tullio Pericoli, Dario Olivero spiega perché mai lì in redazione abbiano scelto di chiamare quelle pagine centrali con il nome del protagonista del romanzo di Defoe.

Di quella sua spiegazione voglio salvare alcuni passi, come ad esempio il seguente, che sento risuonare forte nelle mie corde:

“Tra il naufragio titanico negli abissi dell’inconscio di Moby Dick e lo sbarco epifanico nei cieli di Utopia di Gulliver, esiste un modo più umano di andar per mare: sopravvivere. Con gli strumenti della ragione, dell’intuito e dell’intelligenza”.

Sopravvivere.

In pratica si tratta proprio di ciò che ogni Domenica, non essendo né religioso, né tifoso, cerco di fare, spesso da solo. Se infatti non sei devoto a una squadra o a una religione rivelata, non avrai mai un circuito fisso di persone per te interessanti da frequentare con la regolarità che dona una omelia mattutina, un vespro, una processione, un derby…

Un problema che vivo da sempre: durante l’adolescenza le mie domeniche erano interminabili e andavano colmate con quelli che da hobby poi sono diventati lavori.

Se infatti il sabato sera avevo la possibilità di stare con gli amici, alla Domenica venivo tagliato del tutto fuori da qualsiasi occasione di socializzazione: io mi alzavo presto, i miei compagni dormivano fino all’ora di pranzo. Qualcuno di loro andava a messa ma tutti, religiosi o meno, nel primo pomeriggio sparivano dall’orizzonte, sincronicamente ingoiati dal gorgo delle partite da vedere allo stadio o da seguire alla radio e/o alla televisione.

Infine, giunta la Domenica sera, c’era il “necessario resoconto critico” (2) di tutti quegli incontri calcistici: un profluvio di concetti a mio parere molto noiosi, di improbabili interviste, di moviole da analizzare armati di strumenti balistici, geometrici, dinamici, … così evoluti e con grafiche così all’avanguardia da rendere onestamente molto difficile comprendere come mai la scienza nel nostro paese non abbia mai goduto l’appoggio di tanti sostenitori quanti sono i tifosi.

Insomma, la mia Domenica era ed è uno scoglio spesso disabitato sul quale organizzarmi, da naufrago, l’esistenza in attesa del Lunedì che da sempre arriva a salvarmi dalla crescente depressione (alla sera della Domenica raggiunge un livello definibile “da ricovero”) traghettandomi in soli cinque giorni sull’altra riva del continente amico chiamato “Venerdì e Sabato”.

Se quindi la dotazione per il raggiungimento della sopravvivenza di Crusoe era costituita da “logori strumenti di lavoro recuperati e pazientemente adattati”, i miei, e immagino lo siano anche di tanti altri, pur se meno concreti, non sono di certo meno salvifici: alla luce di quanto detto, nei fine settimana in cui non sono con mio figlio o con qualche amico in carne e ossa, i miei complici di sopravvivenza sono, libri, musiche, giornali, teatro, radio, cinema, nonché l’inserto Robinson, il Domenicale del Sole 24 Ore e ogni tanto qualche altro inserto di un paio di quotidiani nazionali.

Grazie a essi realizzo ciò che Olivero descrive quando afferma che “restare vivi è una cosa naturale come lo è passare dalla disperazione di un naufragio su un’isola deserta alla felicità di essere riuscito finalmente a costruirsi ciò che più gli mancava per sentirsi intero: una pipa da fumare davanti al mare godendosi la rinascita”.

Non fumo, ma ho comunque una serie di riti domenicali che danno un sapore netto e al contempo discreto alle piccole abitudini la cui esistenza e persistenza è cagionata dall’essere naufrago sull’isola… “domenicana”.

Riti come ad esempio il sacro gesto del lancio dei giornali nel cestino della carta che mi regala quella splendida sensazione di distacco, di libera scelta di non partecipare al solito gioco comunicativo, quello che vuole venderti l’idea di una res publica interessante, importante, fondamentale, imprescindibile nelle sue dinamiche economiche, politiche, religiose, …, a ben vedere sempre molto violente, angoscianti, urlanti.

Una scelta che fino a pochi anni fa avrei ripudiato con tutte le mie forze ritenendola irresponsabile, quasi da lotofago indegno di stare al cospetto del più attento dei naufraghi, e che oggi invece mi sembra una forma necessaria di resistenza.

Con un euro e cinquanta – un prezzo più che onesto, direi – compro un interessante inserto da leggere e la possibilità di compiere un atto di ribellione civile “efferatamente pacifico” da esercitare sulle restanti pagine del quotidiano.

Nell’articolo di Romagnoli si fa riferimento a tanti altri casi di naufràgi in chiave moderna mettendoli a confronto con quello “primigenio” del Crusoe, e se appare impossibile non citare il film Cast Away con Tom Hanks, non capisco come si faccia a non menzionare il più recente The Martian di Ridley Scott, interpretato da un bravissimo Matt Demon rimasto solo, nel film, a cavarsela come può sul suolo del pianeta rosso.

Sarà una deformazione professionale o di qualche altro tipo, ma da uomo del XXI secolo, leggendo di naufragi, ho connesso questo termine anche a tutta una serie di storie con eroi fantascientifici alle prese col problema di capire come sopravvivere su esopianeti inospitali, strani, esotici, difficili.

In qualche modo una simile dimenticanza (e se fosse stata voluta?) del Romagnoli può forse essere spiegata ipotizzando che quella di naufragare su un’isola deserta del nostro pianeta sia ancora una prospettiva persistentemente più vicina di qualunque altra al nostro sentire, al nostro “orizzonte degli eventi possibili”.

Questo nonostante la Terra si sia ridotta, come lo stesso autore dell’articolo fa notare, a “un puntino espandibile con il movimento di pollice e indice, fino a rivelare qualsiasi isola e scovare il fermo immagine di chi vi è approdato” (3).

Insomma, il messaggio di Cast Away sembra suonare come una minaccia, come una promessa o come una stuzzicante ed esotica ipotesi: “attenti tutti: qui sulla Terra può ancora capitare di perdersi”.

Ne deduco che nell’immaginario collettivo il naufrago non è (ancora) un astronauta, né un extracomunitario che si muove su una affollatissima imbarcazione per andare da un posto difficile e popoloso a un altro già occupato da gente non proprio benevola.

No, scorrendo il breve elenco stilato da Romagnoli, mi sembra di poter evincere che il naufrago contemporaneo sia un giovane hikikomori giapponese, un “Soldini della mente” alle prese con le burrasche del suo subconscio, perso nei suoi inestricabili mondi interiori e impossibile da salvare perché rinserrato nel suo “viaggio allucinante”, protetto dalle quattro mura della sua stanzetta asfittica. Mura che sono veri e propri baluardi contro l’irruzione del mondo esterno che, mai pago, spinge da fuori per invadere anche quella piccola sacca di silenzio.

In alternativa, sempre scorrendo l’elenco proposto nell’articolo, si scopre che un naufrago di oggi è ancora una specie di eroe romantico, perso come in Cast Away in luoghi disabitati o che decide scientemente di far perdere le proprie tracce così come fanno tanti manager di alto profilo e personaggi pubblici in cerca di una nuova dimensione del vivere in aperta contraddizione con il carattere della loro esistenza precedente.

Costoro, in preda a una forte crisi di valori o avendo realizzato di avere accumulato abbastanza danaro da essere in grado di coronare un sogno segreto (chissà, magari nato proprio leggendo Defoe…), lasciano metropoli affollatissime per rifugiarsi in isole lontane, ma non del tutto deserte.

Posti sulle mappe dove la cosiddetta civiltà fatica a completare il processo di omogeneizzazione di quei (non) luoghi ai suoi canoni, alle sue forme, alle sue consuetudini.

Nonostante tutto ciò, il fatto stesso che un film come quello di Ridley Scott abbia avuto un enorme successo di pubblico e critica, immagino apra all’ulteriore ipotesi che il perdersi nello spazio, in un posto buio, diverso e lontano da qui, abbia assunto agli occhi del pubblico una dimensione di quasi realtà, capace di spostare quella avventura dal mondo della fantasia pura a quello di una prospettiva prossima, in procinto di divenire reale, effettiva, esperibile.

Di sicuro vedere la storia del marziano Matt Damon fa sentire oggi un brivido diverso da quelli che la fantascienza di uno o due decenni fa regalava ai telespettatori: si ha la netta percezione che quella del film non sia più una remota prospettiva futura da riguardare soltanto come ipotesi lontana e fantascientifica; come mero topos narrativo.

Sarà un effetto dell’aver infarcito il film di notizie scientifiche una volta tanto corrette, sarà un effetto dell’estremo realismo raggiunto nella realizzazione di riprese ed effetti speciali, ma è evidente che, mai come oggi, la storia dell’astronauta naufragato sul quarto pianeta del Sistema Solare si approssima a diventare prospettiva reale, ipotesi di lavoro, futuro possibile.

Sorpreso, allora, del non aver letto The Martian nell’elenco stilato dal giornalista di La Repubblica – una dimenticanza (?) che non considero certo un errore, ma che sento di dover leggere come prezioso indizio sulle tendenze del pubblico così come interpretate da una persona che per mestiere osserva di continuo la società e le sue evoluzioni – non posso fare a meno di chiedermi: come verrà impostato tra dieci o venti anni un articolo simile, se mai verrà scritto dal Romagnoli di turno, allorché la frontiera dello spazio sarà  alla portata di tutti?

Quale forma di naufragio verrà omessa dall’elenco?

Me lo chiedo dalla mia isoletta “Domenica di Pasqua” sperduta in un oceano oggi molto pacifico, disturbato solo da un profluvio di filmatini con uova colorate che si rompono nel mio whatsapp rivelando la presenza all’interno di pulcini la cui unica ragione di esistere pare sia dirmi con vocine stridule “Buona Pasqua!”.

Da qui, nel ruolo di hikikomori italiano forzato a esserlo da una festa che non sento mia, affido la bottiglia contenente questo post alle onde della rete.

Perché lo faccio? Perché decido di inquinare il nostro oceano virtuale?

Perché, rubando un’ultima volta la voce ad Olivero:

“Il sogno di un’isola dove trovare pace per la nostra buona ma spesso frustrata volontà è un sogno comune. (…) Il sogno di un’isola dove radunare tutte le isole che si sentono solitarie, depresse, disperse è la nostra idea di cultura comune”.

Chissà se un giorno le notizie mi sembreranno così tanto degne da farmi apparire ogni giornale all’altezza del suo inserto migliore e da non spingermi a buttarne via la buccia indigeribile.

Così da non farmi desiderare di naufragare nelle sole pagine centrali che, al di là di tutte le considerazioni precedenti, sono uno stagno nel quale è amaro doverlo fare.

Quella sì sarebbe per me una vera resurrezione!

 

SZ

 

1- non parlatemi di voto: non so proprio a chi darlo. No. Non è una richiesta di suggerimenti…

2- spesso reiterato il giorno dopo, sottoforma di “Processo del Lunedì”, usando argomenti del tutto simili ma pronunciati da persone diverse;

3- tra l’altro, si tratta di approdi mappati proprio di recente in un bellissimo libro intitolato Atlante delle isole remote: una pubblicazione moderna dal forte sapore antico, falsamente polveroso e raro, frutto di una sapiente scelta grafica della casa editrice Bompiani.