CRONACA VIRUS – Giorno 18

                                                     L’ULTIMO FOTOGRAMMA

Dicono che prima di morire si riveda l’intero film della propria vita compresso in pochi secondi. Forse addirittura in uno, prezioso e ultimo. Prezioso perché ultimo.

Mi immagino, allora, nel mentre trasalirò migliaia di volte pensando “Ecco dove accidenti avevo messo quella tal cosa che ho cercato tanto!” o “Nonostante io stia morendo, il mio comportamento di quella volta continua a imbarazzarmi tremendamente,…”.

Capiterà anche di arrabbiarmi, di gioire e di rinnamorarmi innumerevoli volte per poi subito disperarmi per dieci, cento, mille amori finiti; amori velocissimi, ma non per questo poco intensi, anzi. Infine proverò milioni di volte la nostalgia di alcuni momenti che hanno reso la vita degna di essere vissuta e forse sarà proprio questo il motivo per cui morirò. Non credo che a uccidermi sarà una patologia di qualche tipo. Quella servirà solo a condurmi sull’uscio oscuro e misterioso dell’Ade. A farlo, a darmi la spintarella, sospetto che sarà l’eccesso di informazioni emozionali così compresse nel tempo che consumerà l’ultimo millimetro di stoppino; quello che, tenace, separerà la fiammella dalla cera rimasta della mia candela.

Lo penso perché mi rendo conto che la situazione odierna mi sta stimolando la memoria in modo diverso dal solito: sarà che ho più tempo per farlo, ma passo buona parte del mio tempo a compiere l’involontaria operazione di ricordare eventi lontani.

In fondo, è abbastanza normale: da neonati si  parte (apparentemente) senza ricordi e poi, man mano che nei giorni, nei mesi, negli anni si accumulano le esperienze, il materiale esperienziale impilato fa sorgere per la sua gestione il bisogno di qualcosa come il processo di memorizzazione, conscio o inconscio che sia.

Credo, ma purtroppo non ne serbo un ricordo netto, di avere già parlato, in passato in questo stesso blog, del fatto che l’avere accumulato diversi decenni di esperienza in fatto di vita, mi ha dato spesso la possibilità di comprendere a posteriori il perché di alcuni eventi del passato.

Quelli che – quasi fossi affetto da una specie di prematura e duratura presbiopia della visione interiore che impedisce di focalizzare l’adesso vicino – nel mentre li vivevo, sembravano assolutamente privi di alcun valore.

Aver avuto la pazienza di attendere mi ha consentito, a distanza di uno o più decenni, di capirne il significato, di sentire il sapore vero e sottile di cibi che, giovane e affamato di sapori forti, sembravano sciapi.

Questo genere di esperienze mi porta a immaginare il tempo come strutturato in fili: lenze delle quali non vedo l’amo e che pescano molto, molto lontano da qui; nervature lunghissime, stese a connettere gli stimoli odierni con una mia reazione molto lontana nel futuro.

Simili pensieri mi fanno sorridere ancora una volta scoprendo che, se è vero ciò che si dice sull’istante prima di morire, è probabile che scoprirò quale sia la lezione insita in chissà quali eventi di molto precedenti senza poterne fare tesoro per intervenuta decorrenza dei termini.

Ecco, questa potrebbe essere la scoperta in assoluto più importante: l’inutilità della morte che, in barba alla saggezza finalmente conquistata, mi metterà in condizione di dover rinunciare alla possibilità di aggiustare il tiro.

O forse no. La lezione, dopo un’intera esistenza trascorsa a cercare di scorgere insegnamenti da mandare a memoria, potrebbe proprio venirmi dall’accorgermi che è la vita, e non la morte, ad essere stata inutile col suo carico di sovrastrutture che siamo bravissimi a costruire per combattere l’horror vacui.

Come già il pensiero biologico ci ha suggerito, il vero scopo della nostra presenza qui potrebbe non essere connesso ad altro se non alla necessità di propagare i propri geni – la Natura lo vuole! – per creare un altro essere che non potrà esimersi dallo scoprire la stessa nuda verità.

Nel caso, farò spallucce: tutto il film della mia esistenza collasserà su quell’unica, magica scena di quel pomeriggio del 24 Maggio 2012 in cui qui, nella stessa stanza della casa in cui ora mi trovo, aveva davvero inizio l’avventura di mio figlio Giovanni: un’avventura che invece – perpetrando un’inveterata abitudine storica alla inevitabile mistificazione dei dati cronologici di cui i nostri libri sono pieni – all’anagrafe risulta essere iniziata il 27 Febbraio dell’anno successivo.

In un estremo tentativo di salvare la validità di ciò che ho detto prima, mi aggrappo al dato che vede i figli come memorie solide e organiche della nostra struttura biologica di genitori.

Visto così, il significato al momento valutabile come scarso della mia esistenza, avrà modo di prendersi la sua rivincita rivelando la sua importanza quando, una volta che mi sarò tolto dalle balle, mio figlio realizzerà la sua vita, quindi la mia.

Forse dovrei iniziare a preoccuparmi: lo stare chiuso qui dentro senza poter uscire, senza poterr fare le mie lunghe passeggiate, senza poter stimolare in modo adeguato la produzione di vitamina D e soprattutto senza poter confidare in una previsione credibile di quando tutto ciò avrà termine, sta assumendo sempre più il carattere di un viaggio definitivo. Quello oltre l’orizzonte degli eventi collocato all’inizio di questo mese, a partire dal quale non possiamo più fare a meno di spiraleggiare in avvitamento stretto attorno a una destinazione oscura e compatta.

Questo giustificherebbe la lentezza con la quale mi arrivano i ricordi, ma anche il loro giungere a farmi visita sempre più di frequente laddove, in condizioni normali, mi lascerebbero vivere abbastanza in pace.

Qualcuno potrebbe essere stufo di questi discorsi e chiedermi di non tergiversare oltre rivelando finalmente quali sono stati questi famosi ricordi di ieri. E io, se così è, ve lo dico.

In uno ci sono io ragazzino che gioco col Lego a casa del mio amico Ivan. É una casa enorme, risultato dall’unione di due appartamenti, e noi ci troviamo in un ambiente inondato dalla luce lasciata entrare dalla lunghissima vetrata che abbraccia la metà del perimetro di quella abitazione.

Prima che venisse chiusa per diventare a tutti gli effetti un ambiente vivibile, quella doveva essere solo un’enorme veranda dalla quale dominare tutto il quartiere e godere della vista dell’orizzonte che invece da casa mia, più piccola e meno sopraelevata, oramai non si scorgeva più, occultato com’era dai nuovi palazzi costruiti nel circondario.

Eravamo entrambi molto bravi e creativi nell’usare quei pezzi colorati e avevamo costruito ognuno la sua astronave personale. La sua, un analogo della casa dove viveva, aveva dimensioni decisamente notevoli e poteva ospitare un equipaggio di alcuni astronauti. La mia era invece, molto più modesta e piccola della sua e forse, anche nel mio caso, essa rispecchiava la dimensione di casa dei miei, nonché pure una certa diversità di ceto e di disponibilità economica delle mia famiglia rispetto alla sua.

Potrei definire quella mia astronave una semplice monoposto che sotto il pavimento dell’abitacolo celava un ripostiglio. Ripensandolo, mi viene da metterlo in relazione allo scantinato buio e odoroso di muffa, conserve di pomodori e goccie di vino sfuggite da quei fiaschi avvolti in ceste lignee della casa dei miei nonni materni. Odori e luci soffuse che me lo rendevano estremamente affascinante, forse perché, a causa della poca luce, imponeva di orientarsi con tutti i sensi meno che il gusto.

Al ripostiglio della mia astronave, una specie di “doppio fondo” di una 24 ore, si accedeva tramite una botola nel pavimento ed era diviso dalla sala motori da una paratia spessa che, secondo le mie intenzioni, avrebbe dovuto proteggere l’ambiente dalle radiazioni prodotte dai propulsori a fusione nucleare.

Immaginavamo di viaggiare nel cosmo per andare a vedere da vicino le meraviglie di cui si parlava nei libri e in alcuni programmi televisivi (la trasmissione Quark fu inaugurata quando ero in terza media…) e l’angustia di quell’ambiente non mi preoccupava affatto, anzi.

Grazie alla distanza di una quarantina d’anni dalla quale rivisito quei momenti, ho la possibilità di interpretare quella ed altre per l’epoca strane ed episodiche tendenze all’isolamento come possibili espressioni di un viaggio mentale e professionale che avrei percorso sempre più slegato dagli altri.

Una tendenza che, forse intuendo quale fosse davvero ciò che la mia natura più autentica mi avrebbe riservato in futuro, ho sconfessato fino a pochi anni fa conducendo una vita sociale intensissima, all’aperto, muovendomi veloce e affamato in spazi enormi, così ampi da apparire in stridente contrasto con il piccolo ambiente della mia astronave.

Va a finire che stavo solo costruendo una cantina di ricordi sociali d’annata, utili a costruirmi un vitalizio mnemonico cui attingere, come in questo momento, per ubriacarmi e non sentire il peso di ciò che sono diventato.

La solitudine dei miei sogni da ragazzo ammetteva solo una eccezione, quella protagonista del secondo ricordo:

stavolta mi trovo, di sera, a discutere con mio padre nel suo studio, ultima stanza in fondo a sinistra del corridoio del nostro appartamento. A quell’ora mi capitava spesso di essere lì con il primo Giovanni della mia vita a chiacchierare sul sottofondo di note non banali emesse dal solito canale radio della Rai – non ricordo se all’epoca fosse il secondo o se invece si trattasse sempre del terzo…-, nella calma aromatica generata dalla sua pipa o dai sigari che amava concedersi alla sera.

Una calma che, non avendo mai fumato, di tanto in tanto provo a riprodurre affondando il mio lungo naso in un bicchiere di torbido Laphroig.

Una sera, quella sera del ricordo – all’epoca ero già studente di Fisica al primo o secondo anno -, si parlava della bellezza del cosmo: in simili discussioni a me veniva prematuramente affidato il ruolo di consulente scientifico, mentre lui sondava gli aspetti più estetici e cosmogonici della faccenda. Quelli che, da insegnante di filosofia e intellettuale onnivoro quale era, di sicuro gli spettavano per aver conquistato le stellette sul campo di battaglia.

Guardando dalla finestra chiusa il fazzoletto di cielo da lì visibile, immaginai per un attimo di volare via a bordo di quella stanza tappezzata di libri che, come la mia piccola astronave di Lego, staccatasi dal resto della casa, della famiglia, del palazzo, …, conduceva me e lui in giro nel cosmo per vedere ancora una volta da vicino ciò che stando ancorati al terreno poteva solo essere evocato.

Oggi sono ancora qui a immaginare spesso di partire. Lui non ha atteso: impaziente, ventitré anni fa è andato in avanscoperta e ogni tanto mi chiedo se in un fotogramma del suo ultimo film sia riuscito a notare, anche solo per un attimo velocissimo, la mia commozione di quella sera.

SZ

 

2 pensieri su “CRONACA VIRUS – Giorno 18

  1. Provo ancora a risponderti qua, nella speranza che le mie parole non spariscano, una volta cliccato su “pubblica commento” come la volta scorsa.
    Che dire?
    Tante parole e tanti pensieri che cerco di seguire.. parole che diventano lo specchio di una mente fervida e mai statica che riflette se stessa come un caleidoscopio dai mille colori. I tuoi ricordi di oggi mi hanno condotto per mano nei miei, non senza commozione.. i miei giochi di bambina, seduta in terra sul tappeto nell’ingresso dell’appartamento in cui ho vissuto la mia infanzia, intenta alle stesse costruzioni Lego con mia sorella. E poi, il ricordo di mio padre che, sulla spiaggia, ci costruiva con la sabbia una macchina o un motoscafo o una roulotte con la quale noi bambine, immaginavano di partire alla scoperta del mondo.. o di quando, fatte salire sul patino, ci diceva: “Adesso vi porto in America”. Anche mio padre se n’è già andato ma, a differenza di te, solo pochi mesi fa e mi considero veramente fortunata per aver potuto godere della sua presenza per così tanto tempo. E qui mi potrei ricollegare al tuo discorso iniziale sul come, solo dopo tempo, si riescano a vedere le cose nella loro vera essenza e il riuscire a farlo ti cambia veramente il punto di vista sulla vita…

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