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Sfide Astronomiche di Frontiera: Cosmologia e Contratti
Domani e dopodomani, presso la Palazzina dell’Auditorio dell’Accademia dei Lincei romana in via della Lungara 230, si svolgerà il meeting Astrofrontiere (1) organizzato da Stefano Borgani, Enzo Brocato, Fabrizio Fiore, Monica Tosi e Paolo Vettolani.
L‘incontro è di sicuro interesse: la comunità dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) si riunisce per parlare del futuro dei prossimi grandi progetti di ricerca che riguardano:
- ASTROFISICA DELLE STRUTTURE COSMICHE BARIONICHE
- SISTEMA SOLARE, SISTEMI PLANETARI E ORIGINE DELLA VITA
- COSMOLOGIA
- GRAVITA` E FISICA FONDAMENTALE
Una rapida occhiata al programma (2) rivela che alle 10:30 del 18, Michele Cantiello (3) si
farà carico di rappresentare la comunità di noi precari con un intervento intitolato “Il punto di vista dei postdoc”. Per un quarto d’ora porterà quindi una discussione sul futuro dell’astrofisica in direzione del tema “il futuro degli astrofisici”, quelli che, si spera, l’astrofisica la faranno.
Per certi versi, mi sento giustificato: come tutti i miei colleghi, non potevo che ignorare ciò che ho scoperto scorrendo le slide. Facendolo, mi sono infatti reso conto di quale fosse lo scopo dell’indagine partita in INAF uno o due mesi fa, allorché fu chiesto a quanti di noi sono borsisti, assegnisti o beneficiari di contratti a tempo determinato di compilare una tabella con i dati inerenti la nostra carriera astronomica dal conseguimento della laurea fino a oggi.
Forse buona parte del problema di molti di noi post-doc risiedeva proprio nel fatto di non conoscere a fondo tutto ciò che c’è da sapere della nostra situazione e delle connessioni profonde che essa ha con la condizione socio-economica del paese.
Spesso confondiamo la reale consapevolezza del problema con la nostra percezione personale di esso data dal vivere come precari. Se così è, l’effetto non potrà che essere il restringimento del nostro orizzonte conoscitivo, ma anche del nostro campo di azione, quindi della nostra effettiva capacità di incidere sul futuro della bolla personale che ci include, come anche di quelle limitrofe in contatto con essa.
Spero quindi che l’indagine condotta dai ragazzi autori del Power Point aiuti tutti noi a uscire da questa consapevole inconsapevolezza, permettendoci di inquadrare meglio il la nostra condizione di lavoratori precari.
Io purtroppo non potrò andare al meeting, ma sarò lo stesso presente in quanto Angela
Bongiorno (5), Silvia Piranomonte, Marcella Di Criscienzo e Giuliana Fiorentino hanno avuto l’idea di chiedermi di condire con alcune vignette la presentazione di Michele che, come ho avuto modo di dir loro via mail, assomiglia a un vero e proprio corso universitario su “Teoria e analisi del precariato” di sicuro esaustivo.
Approfito allora di questo spazio per ringraziarle dell’opportunità che mi hanno offerto e che, come c’era da attendersi, ho colto al volo: bello poter dare un contributo personale a una causa che mi riguarda così da vicino.
Ed ecco il frutto di questo coinvolgimento: cinque vignette che spero possano aiutare a fissare meglio l’attenzione su un problema annoso del nostro come anche di tanti altri enti di ricerca.
Nel disegnarle, mi sono allegramente immalinconito e so per certo (me lo hanno scritto via mail…) che diversi colleghi hanno reagito allo stesso modo.
Agli altri che non vivono sulla loro pelle il problema del precariato, auguro almeno di ridere di gusto. Inutile dire che, da autore di questi cinque “tasselli di denuncia”, entrambe le reazioni mi darebbero una certa soddisfazione.
SZ
1 – https://www.ict.inaf.it/indico/event/84/
2 – https://www.ict.inaf.it/indico/event/84/contributions
3 – INAF-Osservatorio Astronomico di Teramo
4 – INAF-Osservatorio Astronomico di Torino
5 – INAF-Osservatorio Astronomico di Roma
6 – INAF-Osservatorio Astronomico di Bologna
7 – INAF-Osservatorio Astronomico di Padova
8 – INAF-IAPS Roma
Sull’ispirazione fornita dai fenomeni astrofisici
Qualche anno fa fui invitato a scrivere su una rivista on-line all’epoca neonata, fondata su iniziativa di Pietro Greco, uno dei più importanti giornalisti scientifici del nostro paese e autore di moltissimi libri di divulgazione. Conosco Pietro dal 2001, anno in cui iniziai a studiare al Master in Comunicazione della Scienza della S.I.S.S.A. di Trieste dove lui insegnava e un simile invito non poteva non trovarmi sostenitore entusiasta dell’iniziativa.
La rivista andò abbastanza bene per un paio d’anni, poi prese a dimostrare segni di cedimento dovuti, credo, al diradarsi dei contributi che noi redattori esterni fornivamo alla redazione. Decelerando progressivamente, arrivò poi a fermarsi del tutto consentendo comunque di leggere i contributi pubblicati in quei primi due primi di vita.
Oggi, con mio grande rammarico, ho scoperto che a quell’indirizzo non esiste più alcuna rivista. Lasciando da parte considerazioni banali, ma non per questo meno vere, sul perché intristisca la fine di qualcosa e su come questo però rappresenti l’inizio di qualcosa d’altro e bla, bla, bla, mi trovo a non aver più in rete una traccia, quella traccia, di quello che facevo in quel periodo.
Poi mi ricordo di avere un blog dove forse quegli articoli, regalandogli una nuova coordinata, possono tornare a vivere offrendomi una maniglia alla quale tenermi per sopportare gli scossoni di un viaggio spesso difficile: quello a ritroso nel mio tempo passato. E allora che faccio? Li ripubblico.
Non so se lo farò con tutti, ma uno almeno lo pubblico di sicuro. Lo scrissi nel Giugno 2010, quindi l’anno dopo essere stato all’INSAP VI, edizione veneziana del 2009 di un congresso sull’ispirazione fornita dai fenomeni astrofisici. Lì presentai nella sezione Poster i miei due libri usciti proprio quell’anno: Pianeti tra le note (Springer) e Storie di Soli e di Lune (Giraldi, Bologna). L’occasione per la ripubblicazione di quell’articolo mi arriva dal fatto che l’altro ieri scadeva il termine ultimo per la presentazione di possibili temi di cui parlare alla prossima edizione che si terrà ad Agosto a Londra.
Ho inviato ben tre abstract e spero davvero ne accettino almeno uno…
Case study: L’INSAP VI
Applicazione di un possibile metodo astrofisico-sociologico a una iniziativa culturale tra arte e scienza
Da diversi anni, esattamente dal 1994, anno della prima edizione che ha avuto luogo in due sedi vicine, Roma e stato del Vaticano, alcuni studiosi “trasversali”, si incontrano al congresso denominato INSAP, acronimo che sta per INspiration from Astronomical Phenomena.
Come già si può evincere dal nome, con questo appuntamento gli ideatori si proponevano di fare il punto su quelli che sono stati, che sono e che potrebbero in futuro essere i rapporti tra il mondo umanistico – mondo che ospita quello storico, quello religioso, nonché tutti quelli relativi alle arti – e il mondo dell’astrofisica e della cosmologia. Questo per capire in che misura lo studio scientifico dell’universo – con le suggestioni tipiche che scaturiscono dal confronto tra la scala umana e quella di oggetti, tempi e dimensioni cosmiche – può andare ad incidere sul nostro agire qui ed ora, quando usiamo altre modalità espressive altrettanto importanti di quella scientifica.
Di rimando, diventa interessante anche studiare il moto di ritorno, quasi un rigurgito culturale, che fa sì che le nostre elaborazioni di solito riguardate come più genuinamente umane, abbiano una certa incidenza nella direzione che alcune ricerche scientifiche prendono.
Fin qui tutto interessante e, a mio parere, assolutamente necessario.
Dopo tanti anni durante i quali ho sognato di prendervi parte, nello scorso Novembre si è finalmente realizzato il mio vecchio proposito di presentare in questo contesto il frutto delle mie personali indagini. Si sa: da cosa nasce cosa, e la mia partecipazione al congresso, oltre a divertirmi molto, mi ha fornito anche l’occasione di studiare da dentro, e di resocontarlo con questo articolo, lo strano oggetto INSAP che proprio a Venezia ha conosciuto un incremento inflazionario del numero di partecipanti rispetto quelli intervenuti alle cinque edizioni precedenti.
Un successo tale da convincere gli organizzatori a inaugurare con il 2010 una nuova stagione annuale del congresso, interrompendo così la cadenza triennale che l’aveva caratterizzato fin dalla sua nascita avvenuta a Tucson, durante una chiacchierata informale tra Ray White dell’Università dell’Arizona, padre George Coyne, oggi ex direttore della Specola Vaticana, e Rolf Sinclair, della National Science Foundation americana, all’epoca riunitisi per una quantomai proficua colazione mattutina. Inutile dire quanto fossero interessanti molti degli interventi che ho potuto seguire dal vivo a Venezia. Per chi fosse interessato, è possibile farsene un’idea leggendo titoli e relativi abstract all’indirizzo: http://www.insap.org/.
In vista del prossimo appuntamento di Ottobre che, dopo Roma-Vaticano, Malta, Palermo, Oxford, Chicago, Venezia, vede il congresso tornare in terra inglese, a Bath, mi preme invece raccontare una particolare impressione che ho tratto dall’osservazione di insieme del gruppo di studiosi e di curiosi riunitosi all’interno del meraviglioso palazzo veneziano sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.
Oltre a un certo numero, direi non troppo elevato, di avventori occasionali, lo zoccolo duro costituito dalle persone che a vario titolo hanno preso parte fattivamente all’operazione con interventi orali ed esposizione di poster, sarà stato composto da più o meno un centinaio di persone. Denunciando da subito una (spero) perdonabile deformazione professionale, ho riguardato da astronomo questo gruppo, quasi fosse un cluster compatto, cromaticamente abbastanza omogeneo. La distesa di teste bianche era notevole, direi la quasi totalità, e molte di esse, come c’era da aspettarsi per una banale questione di convenienza chilometrica, erano teste italiane.
Esse provenivano per la maggior parte da atenei che, quando non osteggiano apertamente questo genere di commistioni culturali tra ambito scientifico e ambito umanistico-artistico, si limitano a non promuoverle affatto e/o a relegarle in piccole iniziative minori, laterali rispetto al corso degli studi “seri”. La comunicazione subliminale che scaturisce spontanea, come effetto secondario e forse non previsto, da un simile atteggiamento, è che viene suggerita la sola pratica dilettantistica di simili studi a meno che ad occuparsene non sia un professorone blasonato al quale, raggiunto un elevato livello di credibilità nella materia x, è consentito honoris causa di essere altrettanto autorevole in y, z, r, v, …
Tornando alla mia esperienza veneziana, osservando un ammasso così compatto di personaggi-stelle anziane che emettono teorie di così ampio respiro, mi è venuto spontaneo cercare attorno a esse studenti-pianeti nelle cui teste, simili teorie potevano avere preso a vivere e a nutrirsi di nuovi elementi per andare a costruire il futuro dell’INSAP e di questo degnissimoo filone di ricerche, in generale. Gli astrofisici lo sanno bene: dove vi sono stelle vecchie e stabili, è molto probabile che nel loro intorno si sia potuto formare qualcosa che abbia a che fare col fenomeno della vita così come noi la conosciamo, perché proprio noi, abitanti del pianeta Terra, legato a una stella di lungo corso come il Sole, ne siamo la prova.
Bene, l’osservazione da me condotta non ha portato a risultati incoraggianti: attorno a queste teste-stelle bianche dalla posizione accademica stabile e inattaccabile, non c’è molta vita, anzi, se ne trova pochissima. Sarà un problema di fondi, sarà un problema dovuto all’epocale, presunto dissidio tra ragione (scienza) e sentimento (tutto il resto), fatto sta che i giovani erano un insieme povero di elementi e, tra quei pochi, pochissimi (ricordo solo una ragazza inglese) seguiti dai loro docenti per lavorare su queste tematiche. Tra i giovani, anche due italiani, Enrico Maria Corsini ed Elena dalla Bontà, due ricercatori dell’Università di Padova che, pur non avendo presentato ricerche in stile INSAP, hanno almeno dato prova di grande apertura mentale e di grandi capacità organizzative: a loro infatti va il riconoscimento per avere organizzato l’opportunità veneziana della scorsa edizione.
Gli interventi che ho potuto ascoltare – tutti, per motivi diversi, estremamente interessanti – e le metodologie seguite nel raccogliere i “dati” esposti, non sempre ma spesso avevano, a mio parere, molto poco di scientifico e, al solito, presentavano un carattere che definirei umanistico, quando non romantico, addirittura. In questi casi mi è parso che a mancare fosse quindi una cosa fondamentale quale un appropriato, largamente condiviso – perché dimostratosi funzionale – ed usato, metodo di indagine che tenesse conto, ad esempio, di quanto viene fatto in ambiti simili come la sociologia, l’antropologia e tutte le scienze morbide le quali stanno dando tanto a quel modo di gettare sguardi sul mondo che ancora non riesce a passare da quantificazioni esatte come quelle offerte dalle scienze cosiddette dure.
Per elaborare questo metodo ritengo che sia innanzitutto necessario, come è ovvio, possedere una grande conoscenza di quelli che sono il mondo scientifico (nel caso dell’INSAP, almeno della parte fisico-astrofisica) e il mondo umanistico e dell’arte intesa in senso lato. Ma sono altresì sicuro che questo possa comunque non essere abbastanza. Per affilare davvero le armi e affrontare come si deve queste come tutte le altre problematiche, ci vogliono corsi universitari, studenti che pretendano attenzione da docenti preparati a seguirli su queste vie impervie, crescendo anche loro in conseguenza del dover rispondere a nuove domande; ci vogliono possibilità per questi studenti del futuro di affrontare tesi di laurea su simili tematiche; ci vogliono appropriati dottorati e master; è necessario che vi siano riviste di settore che adottino una qualche forma nuova e adatta di peer-reviewing; ci vogliono competenza, responsabilità, militanze artistico-scientifiche, possibilità e volontà dei presidi di facoltà di assumere artist in residence. Infine, last but not least, ci vogliono fondi.
Essendo l’INSAP, per sua stessa vocazione, un contenitore sospeso tra scienza e arte, nel denunciare la mia difficoltà nel discernere un metodo condiviso e condivisibile di indagine usato nella maggioranza delle teorie in esso esposte, e riscontrando invece un’ampia gamma di strategie a mio parere spesso contingenti, anche se di sicuro molto interessanti, ne ho proposto uno da applicare proprio all’analisi del contenitore stesso, mutuandolo da una pratica scientifica, quella astrofisica, che invece si muove lungo le linee di un paradigma che finora ha dimostrato di funzionare bene.
Forse, anzi, ne sono sicuro, il mio non è quello migliore, ma sono sicuro che usare come metodo almeno quello che passa dall’istituzionalizzazione di questi studi, possa contribuire a trovarne diversi altri, stimolando una discussione epistemologica a mio parere oramai necessaria. Prova ne sia il fatto che, tra tutti gli altri, gli interventi di tipo storico presentati al congresso, spiccavano tra tutti per l’elevato grado di analiticità usato, forse conferitogli dalla oramai antica e affinata pratica storiografica che non è affatto estranea all’uso di metodi socio-antropologici, se non addirittura matematici, quando disponibili.
Il mio sospetto è che questo livello superiore di incisività analitica, al di là di tutto, possa essere fatto risalire anche al fatto che l’insegnamento della storia dell’astronomia è entrato di diritto a far parte delle materie di studio universitario e prevede la possibilità di dare tesi, vincere dottorati, borse e assegni a chi decide di proseguire su questa strada. Una strada, quindi, da percorrere se si desidera svecchiare velocemente concezioni divenute stantie.
Questo perché l’INSAP non diventi solo l’occasione per il ritrovarsi di vecchi professori che, dopo una lunghissima militanza costellata da pubblicazioni giustamente soggette al rigoroso vaglio della comunità scientifica, continuino a parlare dei nuovi argomenti usando, alle volte abusando, modalità inevitabili in una fase pionieristica che – i tempi sono maturi per farlo – sarebbe bello lasciarci alle spalle.
Questo perché attorno alle teste-stelle bianche che emettono teorie scientifico-artistiche ancora trattate con un forte e, per il momento, ineludibile “metodo” umanistico, si possa trovare la vita: piccole teste nere, bionde, rosse abitate da nuove idee su come affrontare anche scientificamente – qualsiasi cosa questo vorrà dire – i rapporti tra astronomia e il resto, tra scienza e arte.
SZ
Sottofondo: Miles Davis and John Coltrane: the Complete Columbia Recordings
A quindici anni di distanza da Qui
Come ogni anno, anche stavolta sono riuscito ad andare ad ArteFiera.
É uno di quei classici eventi capace di farti sentire orgoglioso di vivere in una città che prova costantemente ad allinearsi con quanto di bello accade nel resto del mondo.
Farsi una passeggiata dal centro fino al quartiere fieristico, approfittare per prendere un caffé lungo il percorso; arrivare e immergersi in una atmosfera pregna di una certa attesa di bellezza; scoprire che il progetto della bellezza interessa tante persone mentre di solito si è convinti che il progetto più diffuso sia quello della distruzione globale del mondo, dell’imbrattamento e dell'”imbruttamento”, fa bene. Permette di abbassare il diaframma e impone per qualche ora di sotterrare l’ascia di guerra.
Sarà per la crisi, ma anche quest’anno la kermesse risultava ridotta in dimensioni. Nulla a che vedere con le edizioni di tanti anni fa quando, arrivato da poco nella città felsinea, mi perdevo fra padiglioni adiacenti, sovrapposti, connessi, sconnessi e strabordanti proposte artistiche di ogni tipo.
Ma tant’è. Mi rallegro del fatto di aver trovato nei due padiglioni 25 e 26 uno sforzo immutato di dare diversi ritratti non (sempre) banali al periodo storico nel quale viviamo.
Mentre ero lì, compiendo un rapido raffronto mentale con le opere del passato, per un attimo mi sono trovato a valutare non come arte, ma come illustrazioni tecniche le tele, le foto, le sculture, le installazioni che si paravano davanti ai miei occhi nei vari stand. Un giorno, unitamente agli elettrodomestici, alle auto, ai libri, ai film, esse consentiranno a qualcuno di capire tecnicamente cosa stesse succedendo alla gente in quel lontano inizio del XXI secolo.
Il mio giro non è durato molto e dopo poco più di due ore mi sono ritrovato nella luce di una bella Domenica bolognese.
Di solito, il bottino di sensazioni che mi porto a casa è abbastanza ricco.
Confesso che invece quest’anno, se non fosse stato per i soliti Pomodoro, De Chirico, De Pisis, Sironi, Burri, Fontana, Melotti, sarei tornato a casa a mani quasi vuote (in realtà sono stato piacevolmente incuriosito da un lavoro di Spazzoli e da altri di Deodato).
Chissà, forse si tratta di una crisi degli attuali movimenti artistici, orfani di grandi idee da sottoporre al mondo.
Dimenticandomi per un momento quanto nelle edizioni precedenti sia stato piacevolmente suggestionato da diverse nuove proposte, e avendo constatato in questa edizione della Fiera di essere riuscito a vibrare solo di fronte alle opere dei nomi su citati, un dubbio mi sorge: forse dovrei leggere la mia parziale delusione di oggi pensando di essere sì un “uomo del mio tempo”, ma arrendendomi al contempo di fronte al dato di fatto di essere comunque un figlio del ‘900.
Lo dico con una punta d’orgoglio, ma anche come confessione di una certa inerzia mentale: le mie radici culturali sono in quel tempo, a Quindici anni da Qui.
Vado a letto con questo dubbio.
La notte porterà insonnia.
SZ
Sottofondo: silenzio, se non fosse per il gorgogliare del frigo che, freddo conservatore, custodisce pensieri di pancia
La giusta distanza (tra tori topologici e cancri astrologici)
Domenica scorsa mi sono regalato il solito rito di cui in passato ho già parlato in questo blog (1): la lettura del quotidiano La Repubblica.
Ho così scoperto quanto l‘inserto domenicale La domenica Cult (2) fosse particolarmente ricco di articoli succosi, capaci di farmi gioire e di fornirmi occasioni per riflettere su alcuni temi che da sempre mi interessano.
In particolare, segnalo l’intervista alla Fabiola Gianotti, prossimo direttore del CERN, dalla quale ho estrapolato brandelli di un articolo a tratti simpatico, ma che durante la lettura mi è sovente apparso il risultato di una strana e lacunosa sbobinatura dell’intervista audio rilascicata a Dario Cresto-Dina.
Inizio col primo frammento. Alla domanda “La felicità porta con sé un’aura di bellezza. Che cos’è la bellezza?”, la scienziata risponde:
“Attingo dalla fisica: la bellezza è la simmetria imperfetta. La fisica ha una sua estetica che si può contemplare nelle leggi della natura fino agli esseri microscopici. Comprenderla è un gioco intellettuale relativamente semplice. Pensi che le equazioni fondamentali del Modello standard delle particelle elementari si possono scrivere su una t-shirt. Sono tre righe appena “.
Il giornalista poi le chiede se al CERN si stia cercando Dio. Trovo la risposta della Gianotti impeccabile:
“No. Non credo che la fisica potrà mai rispondere alla domanda. Scienza e religione sono discipline separate, anche se non antitetiche. Si può essere fisici e avere fede oppure no. È meglio che Dio e la scienza mantengano la giusta distanza”.
Cresto-Dina: (…) “Chi non è aiutato dalla fede può esserlo da qualche grammo di follia?”
Gianotti: “Non follia, ma creatività. Forse le due cose hanno confini che possono sembrare comuni quando si addentrano nello spazio del sogno. Lo scienziato deve essere capace di sognare. Ho sempre pensato che il mestiere del fisico si avvicini a quello dell’artista perché la sua intelligenza deve andare al di là della realtà che ha ogni giorno davanti agli occhi. Credo che la musica e la pittura siano le arti più prossime alla fisica “.
Confesso di aver trovato l’ultima domanda leggermente ruffiana, fatta per compiacere buona parte del pubblico che immagina alcuni scienziati un po’ fuori di testa. Sembra quasi che per un fisico, una lucida follia sia l’unica alternativa possibile al sentimento religioso.
Poi mi sono invitato a smetterla di irritarmi per qualsiasi sciocchezza, concedendomi di scoprire un nuovo punto di vista: posta in quel modo, la domanda è stata un regalo natalizio fatto alla Gianotti alla quale l’intervistatore di sicuro esperto, ha offerto sul vassoio la possibilità di difendere la categoria degli scienziati di fronte a un pubblico che altrimenti lei non avrebbe, dai soliti, taciuti sospetti di follia che le vengono rivolte.
Appena pochi post fa (3), lamentavo una certa diradata presenza di pubblicazioni che sappiano inneggiare alla bellezza della fisica, e proprio oggi mi ritrovo a terminare la lettura di un meraviglioso libro di Rovelli di cui presto vi parlerò. In aggiunta, mi scopro a divertirmi con la lettura di questo articolo che in più punti va a innestarsi con estrema naturalezza proprio nel discorso sul rapporto tra scienza e arte che tanto mi interessa.
E capita a fagiolo il video segnalatomi oggi dalla mia amica Antonella del Rosso, responsabile della rivista CERN Bulletin (4): girato proprio al CERN, in esso si possono vedere vari fisici nel mentre suonano una simpatica composizione ottenuta, così dicono, dalla sonorizzazione dei dati dei vari esperimenti che hanno rivelato la presenza del Bosone di Higgs (5).
Fra i diversi esecutori, in chiusura del video è possibile ascoltare anche la Gianotti al pianoforte mentre cita il Preludio n°20 di Chopin. Né folle, né altro, quindi. Per quanto mi riguarda, è solo molto colta e sensibile.
Che dire… tutto sommato una Domenica gustosa, resa ancora più saporita dall’aver trovato poche pagine più oltre, nello stesso quotidiano, un articolo di Natalia Aspesi col quale la giornalista ci introduce il personaggio Marco Pesatori.
Lo fa affermando in apertura che questo signore nella vita si è trovato di fronte alla difficile scelta di cosa diventare da grande:
… poteva essere un critico d’arte, un giornalista di riviste intellettuali, un poeta di massima raffinatezza, un esperto di calcio, un solista jazz, un monaco buddista. (…) Alla fine Marco Pesatori è diventato la star che confabula coi pianeti per dirci chi siamo, chi potremmo essere, quali sogni potremmo realizzare e quali disastri dovremmo evitare: si immerge nel nel cielo sventolando una data di nascita e compone oroscopi simili a poesie segnate da un ritmo jazz, mosse da un vigore calcistico, elevate da una filosofia buddista e basate su una visione molto dada della vita.
Leggendo l’articolo, si è portati a pensare che il punto forte dei suoi oroscopi sia la nebulosità: non chiedono di essere capiti “e infatti in tanti non li capiscono e per questo li adorano, ma interpretarli con il turbinare della fantasia e adattarli ai nostri desideri, per consolarci dei personali casini: con lui (l’autore), si entra in un mondo fatato e possibile, con il permesso di inventarcelo”.
La Aspesi è notoriamente brava e mi ha quasi fatto venir voglia di provare a concedermi, di tanto in tanto, la lettura di un bell’oroscopo nebuloso di questo autore di sicuro particolare. L’idea della professione di astrologo che emerge da questo pezzo, la apparenta a quella di chi si dedica a generi letterari ai quali, chissà, potrei anche rivelarmi sensibile se solo apparisse tutto un bel gioco dichiaratamente senza pretese, oltre quella di intrattenere i lettori annoiati da interviste a fisici folli.
Alla domanda della Aspesi: “E lei, Pesatori, ci crede?”, il nostro si lascia sfuggire: “Io non credo in niente, ma l’astrologia è una scienza molto precisa, il cielo non mente, basta studiarlo”,
facendo così franare all’istante un piccolo edificio costruito poche righe prima in uno spiazzo libero della mia benevola fantasia domenicale.
Il concetto di “scienza” e l’aggettivo “scientifico” usati per reclamizzare tutto, dalla crema idratante alla politica estera, dal tortellino ai funghi, all’oroscopo poetico mi intristisce profondamente.
Il risultato di un uso così poco ricercato di questi termini dalla loro dignità troppo spesso ignorata, è quello di creare una gran confusione – resa ancora più grande dall’accostamento tra “scienza” e “mondo fatato e possibile” – nella testa dei fruitori di simili messaggi. La stessa confusione che, ad esempio, potrebbe generare in chi non conosce la sua musica, l’assurda affermazione “Beethoven non aveva senso del ritmo”.
Se non si sa davvero cosa la scienza sia, se non si ha la benché minima idea di cosa si debba intendere per musica classica, …, se non si hanno i giusti riferimenti per qualsiasi cosa, chi dovesse decidere di confonderci (non è di certo il caso del Pesatori che ha tutta l’aria di essere un intellettuale in buona fede), avrebbe di sicuro gioco facile affermando che si può trovare la risposta a queste domande in banalizzazioni tanto in voga.
Il Pesatori poi cita, come ho già sentito fare ad altri in discussioni analoghe, Galileo, Tolomeo e altri illustri personaggi come testimonial della scientificità della sua attività.
Mentre sull’uso dell’astrologia da parte di Galileo ci sarebbe da ricordare con una certa onestà come il poveretto, senza crederci, se ne servisse per arrotondare entrate all’epoca misere, nel caso di altri tirati in ballo nell’articolo (Sumeri, Tolomeo, Keplero) potrei attaccarmi al dato storico che molti di loro ragionassero di astrologia in un lasso di tempo molto lungo e lontano da noi (3000 a.C. – 1600 d.C.) durante il quale il concetto di scienza e di scienziato non erano ancora stati elaborati.
Non capisco poi perché debba risultare un punto a favore dell’astrologia l’ulteriore dato citato dal Pesatori che Andy Wahrol, Doris Lessing e chissà chi altri ne facessero uso per capire quali scelte attuare nella loro vita. Non trascorro di certo tutto il giorno a palleggiare solo perché Franz Beckenbauer da giovane lo faceva…
Nel suo Dialogo sul metodo, Paul Feyerabend invita con ottimi argomenti noi che lavoriamo in campo scientifico a non pronunciarci negativamente sull’astrologia. Dal momento che, a differenza di quanto afferma l’intellettuale intervistato, gli scienziati difficilmente dicono qualcosa di positivo su di essa (semplicemente non possono farlo. Se, basandosi su delle prove empiriche, potessero, non le negherebbero di certo il loro sostegno), direi che potremmo semplificare il pensiero dell’epistemologo americano suggerendo: in generale, è meglio evitare di pronunciarsi sull’astrologia.
Parimenti sarebbe auspicabile che gli astrologi decidessero di non pronunciarsi sulla scienza. Fintanto che non verranno prodotti argomenti validi e incontrovertibili provanti la validità empirica della loro disciplina, l’astrologia con la scienza non avrà niente da spartire.
Insomma, ignoriamoci vicendevolmente, evitando di citarci a sproposito. E se Kary Mullis – un premio Nobel per la chimica, anche lui nominato nell’articolo della Aspesi – crede che pianeti e stelle abbiano qualcosa da dire sul nostro destino, buon per lui.
Mi diverte immaginarlo alterato, nel mentre bolla di antiscientificità qualche sostenitore di teorie chimiche strampalate e senza alcun fondamento. Mi sento quindi di bollare a mia volta il suo sostegno a una teoria basata su una presunta influenza di stelle e pianeti su di noi come qualcosa riguardante solo la sua graziosa persona che di gravitazione temo sappia quanto ne so io di filologia romanza.
Proprio per questo mi sento di poter dire, senza tema di sbagliarmi troppo, che una affermazione inerente l’influenza degli astri sul nostro destino pronunciata dal Mullis, nonostante il premio Nobel, abbia la stessa forza di quella di un Wharol, della Lessing o della famosissima massaia di Voghera: quella della confessione di una propria, legittima propensione personale.
In conclusione, non trovo certo sbagliato parlare con Pesatori, del Pesatori. Tutt’altro. Torno alla Gianotti e apprezzo che, chi ha progettato la scaletta degli articoli da pubblicare nell’inserto domenicale, abbia scelto di porre il pezzo su di lei “alla giusta distanza” da quello dell’astrologo.
Fosse dipeso da me, “la giusta distanza” sarebbe stata di sicuro maggiore in quanto avrei stimolato una scelta precisa: pubblichiamo l’articolo sulla futura direttrice del CERN o quello sull’astrologo? Lo so, questa scelta avrebbe dato un carattere forse troppo netto al quotidiano con, temo, disastrose conseguenze sulle vendite di quella edizione della domenica, ma posso divertirmi a giocare nell’immaginarmi direttore per soli cinque minuti, no?
Immagino che all’interno della redazione non si siano nemmeno resi conto di quanto per lettori paranoici come me, possa risultare un po’azzardato quel riferimento alla scienza (6).
O forse, proprio come nel caso della domanda alla Gianotti, simili accostamenti sono consapevoli, voluti e servono a stimolare le mie reazioni come pure quelle di chissà quanti altri (già, quanti altri?). Chi, come la Aspesi, sa fare il proprio mestiere, sa anche come catturare l’attenzione di tanti, quindi anche la mia.
Ma questa considerazione, più che spingermi a fare spallucce e a essere più morbido, mi porta a pensare che il problema si annidi proprio lì: nel fatto che persone coltissime e attentissime non si accorgano o facciano finta di non accorgersi di come alcuni concetti, termini, aggettivi vengano usati un po’ con leggerezza.
Così agendo, mi pare che venga fatto un torto a un ambito già sofferente come quello scientifico, regalando, di contro, valore aggiunto a un altro che di sicuro, dato il grande successo che riscuote l’astrologia pur non avendo ancora dato prove definitive della sua validità, non mi sembra abbia bisogno di ulteriori aiuti.
Diversamente dall’osservarzione del cielo condotta dagli astrologi, la fisica delle particelle elementari conferisce a persone come la Gianotti e i suoi colleghi una capacità predittiva sulle sorti del mondo pari a zero. Semplificando, direi che, dal momento che non usano la sfera del cielo (mi adatto e faccio il tolemaico…), il loro toro (7) non può predire nulla, ma proprio nulla, di cosa accadrà prossimamente a Pesci e Capricorni.
Come futura direttrice, la Gianotti potrebbe allora provvedere a suddividere il grande anello in dodici settori da trenta gradi d’ampiezza ciascuno, dedicando ognuno di essi a un segno zodiacale differente.
Purtroppo mi sa che, se anche decidesse di farlo, arriverebbe solo a confermare quanto affermato in precedenza: forse è vero, “il cielo non mente”.
Invece, aggiungo io, il microcosmo, più furbo, sul futuro tace.
SZ
Sottofondo: Ahmad Jamal – Ahmad’s Blues
http://grooveshark.com/#!/album/Ahmad+s+Blues+Live/3946601
1 – L’articolo cui faccio riferimento è Tomino alla Scienza, del primo Agosto scorso:
2 – É possibile scaricare il pdf dell’intero inserto al seguente indirizzo: http://download.repubblica.it/pdf/domenica/2014/28122014.pdf
3 – https://squidzoup.com/2014/12/11/quando-il-teorema-e-uno-scalpello/
4- http://cds.cern.ch/journal/CERNBulletin/2014/51/News%20Articles/?ln=it
5- https://www.youtube.com/watch?v=gPmQcviT-R4
6 – Per comodità di chi legge, riporto come giustificazione del termine “azzardato” l’indirizzo alla pagina wikipedia in cui si parla di astrologia e del giudizio su di essa espresso dalla comunità scientifica:
http://it.wikipedia.org/wiki/Astrologia#Giudizio_della_comunit.C3.A0_scientifica
7 – In topologia, il toro è una figura ottenuta piegando un settore cilindrico fino a farne combaciare gli estremi. http://it.wikipedia.org/wiki/Toro_%28geometria%29
Spettroscopia del mio buio
Per la prima volta dopo chissà quanto tempo, mi sono ritrovato a scrivere una lettera a una persona cara.
Quando dico “una lettera”, intendo dire proprio una lettera.
E quando dico “scrivere”, so che è difficile a credersi, ma intendo proprio quel gesto che fino a qualche tempo fa significava solo una cosa: trovare un foglio bianco o accettabilmente pulito, trovare “una penna che scrive” e prepararsi a combattere con una attività che non ammette correzioni, ripensamenti.
Il prezzo da pagare per essi è l’illegibilità, la bruttezza entropica che si manifesta con cancellature e aggiunte “fra le righe”, frecce che corrono tra parole, numeri a bordo pagina, sopra o sotto il testo; e ancora, testi scritti di sbieco o poggiando su “V” stilizzate che incuneano parole e pensieri tra altri altrimenti ritenuti incompleti.
A un certo punto, la scelta è d’obbligo: considerare ciò che si è scritto come “brutta” e trovare un altro foglio sul quale fare una “bella”. Nella nostra realtà fino a qualche anno fa, non esistevano memorie riscrivibili. Si riscriveva, certo, ma utilizzando fogli diversi che non cancellavano i precedenti orrori. Quelli rimanevano liberi di accumularsi in pile di ripensamenti, lordure, brutture inenarrabili e spesso inconfessabili.
Da un certo punto di vista, sarei tentato di dire che, piuttosto che di errori, si riempiva il mondo di verità. Forse scomode, spessissimo inutili, ma pur sempre verità.
Oggi la mia “brutta”, leggermente più vera della “bella” ha sortito subito l’effetto di fami chiedere: ma quando è iniziato tutto questo? Quando è stato che ho perso confidenza con la mia “brutta copia”? Nel chiedermelo, so anche di essere particolarmente cattivo e irriconoscente verso me stesso. Sì, perché sono sicuro che tanti come me affidano ancora moltissimi loro pensieri a diari, block-notes, agende personali nate per “non essere lette da altri all’infuori di me”.
Questo primo comandamento serve a tutelare proprio la verità inalienabile di molti di noi che non rinunciano alla pagina bianca, meglio se giallina; alla penna nera; al pensiero incasinato ma che, se riletto dopo dieci anni, riesce a far vibrare chi è nato in anni del secolo scorso che gli anno insegnato ad apprezzare ancora, forse troppo, tradizioni millenarie di pensiero affidato alla carta e non a file.
Ora sono terrorizzato all’idea che qualcuno possa rovistare dentro di me attraverso l’account dimenticato aperto sul terminale pubblico di quel foglio. Su di esso, indelebile, giace la mia calligrafia. Su di esso ho spalmato segreti che non conosco.
Lì pochi percentili di informazione sono registrati sottoforma di periodi che, se fossero digitali, come sempre accade ai miei post in questo blog, correggerei migliaia di volte prima e soprattutto dopo la loro pubblicazione.
La maggior parte della mia Dark Mental Matter e della mia Dark Mental Energy è invece racchiusa lì, proprio tra quelle linee che da tanto, da troppo, non chiedono più di essere intellegibili per altri utenti diversi da me.
Lì in quella pagina ci sono io, proprio io!, con ciò che sarei in potenza; con le mie “g” spesso storte e indecise, con le mie “i” sottintese, con le mie “d” che sembrano “l” e con altre lettere alle quali, chissà perché solo a loro, ho affidato il compito in anni antichi di farmi sembrare un tipo anche elegante; capace di apprezzare pure il fronzolo oltre l’ostentata poca attenzione per ciò che il mio conscio ha scelto di considerare suprefluo.
La mia capacità di analizzarmi si ferma qui, ma immagino che, chi sa farlo, potrebbe indagare molto più a fondo nel mio pozzo nero alla ricerca di ciò che accetto che esista senza doverlo per forza censire.
Allora mi avvalgo del diritto ad avere un sommerso e a non volerlo conoscere e curo in due modi il mio timore di essere sorpreso con le mani nella marmellata da un esperto. Il primo è chiedermi: chi vorrebbe mai sapere cosa accidenti io sia nel profondo? Cui prodest?
Il secondo è andare con la memoria a epistolari di personaggi già famosi. La pubblicazione di quei documenti ha fruttato loro un surplus di gradimento da parte del pubblico, piuttosto che un imbarazzo per tutta le sconcertanti verità che il dispositivo carta + inchiostro trattiene così bene.
Di sicuro, orde di grafologi avranno esaminato quelle pagine alla ricerca di chissà quale scoop, ma alla fine si scopre che di quei semidei nessuno vuole realmente conoscere i difetti: essi fanno notizia per un giorno o due, mentre i loro pensieri belli, quelli che li hanno resi famosi, sono notizia per sempre.
Mi rendo conto solo in momenti come questi di tenere sempre un atteggiamento medio tra un me che forse non verrebbe né capito, né apprezzato e un lui, quel lui che gli altri conoscono, leggono e incontrano. Nonostante ciò che mi piace pensare di me, scopro di essere un inquadrato, uno che è sceso a compromessi enormi e che ha imparato a vivere lasciando tonnellate del più autentico sé in quella casa senza luci che non consente altri inquilini, nemmeno Angelo, oltre il noumeno di Angelo.
Ne deduco che di solito mi faccio misurare dagli altri solo dopo aver automaticamente eliminato il mio rumore (chissà se lo faccio bene! É un’operazione fatta dal sistema non riprogrammabile, in quella scatola strabordante di gatti vivi e morti). Scelgo di farmi misurare solo dopo aver normalizzato – mai termine tecnico è stato più appropriato! – il mio segnale mondandolo del mio io più grezzo, ma anche più vero. Quello che darebbe luogo a emissioni scomposte e indecifrabili.
Ogni giorno, una simile operazione viene attuata da sette miliardi di persone con un risultato netto pari a una enorme perdita di informazione. É di sicuro un bene, anche se non posso fare a meno di pensare che nel processo di pulizia del sistema, molti cookies di bella umanità vadano perduti per sempre.
Fuori da me, specie quando scrivo, arriva un segnale che non presenta particolari righe di assorbimento o di emissione e lo spettro del mio essere è affidato solo ai concetti che esprimo con la scrittura, con l’aggiunta dei miei disegni.
La scrittura a mano chiede, come la nostra faccia, il nostro corpo, i nostri gesti, di essere accettata o rigettata. Va a colpire con forza il gusto di chi potrebbe leggerci e questo, come il nostro aspetto fisico e il nostro comportamento, genera la scelta di frequentarci o meno.
Scrivere col computer equivale a fare la plastica alla nostra cacografia per renderla calligrafia. Equivale a usare il botulino, le diete a zona e il fitness per curare la linea di lettere e numeri.
Immagino che tutti considerino più vere le linee tracciate per rappresentare il mondo piuttosto che per disegnare le lettere dell’alfabeto. Pur esistendo anche per quelle linee pittoriche una serie di regole dette e non dette che, come per le lettere, ne condizionano l’aspetto, le linee disegnate sembrano sempre essere bagnate, intrise di quegli umori che allontanerebbero tutti se venissero espressi a parole.
Se ho ragione, questo distinguo forse ha a che fare col concetto di “arte” che rende tutto più accettabile. Un concetto che, a scuola come nella vita, si impara presto ad associare alla pittura e alla scultura, ma che la stessa scuola fatica a spiegare che può essere cercato anche nella letteratura.
E poi, se praticamente nessuno scrive più a mano, mi viene difficile immaginare qualcuno che ancora tracci “pascarièddi” su un foglio durante una telefonata. Il disegno a mano sopravvive di sicuro negli ambienti degli artisti, ma anche lì va trasformandosi a causa dell’introduzione delle tavolette grafiche.
Per finire, tornando alla scrittura, si scopre che capirsi (sia in senso riflessivo che tra persone diverse) scrivendo, vuol dire rinunciare a tanto di sé. Paradossalmente, capirsi significa in buona parte ignorarsi.
In astronomia, per semplificare alcuni calcoli si usa parlare di “Sole Medio”.
Lui non lo sa, ma illumina un “mondo medio”. Quello che, salvandolo da una divertente follia con un algoritmo di selezione inconsapevole e automatico, tutti quotidianamente costruiamo.
SZ (in corsivo per farlo sembrare più vero)
Sottofondo: sono in treno diretto a Como, ergo sto ascoltando lo sferragliare di questo regionale e le banalità urlate al cellulare della signora qui davanti.
Del primo rumore, Cage avrebbe cose interessanti da dire. Del secondo, avrei cose poco interessanti da dire. E poi avrei anche da ridire.
Visioni del futuro VS immagini del passato
SZ
Biblio-web-grafia:
Euclide, Ottica, a cura di Francesca Incardona, Di Renzo Editore
http://www.direnzo.it/dett_libri.php?recordID=8883232626
Congresso di Solvay, 1911
http://en.wikipedia.org/wiki/Solvay_Conference
Sottofondo: Bach, Passione S.Giovanni
http://grooveshark.com/#!/album/J+S+Bach+Chorale+Masterpieces/5385960
Signal / Noise
Ho sempre sospettato che l’origine della parola “Night” fosse “No Light”, ma un madrelingua inglese mi ha assicurato che così non è.
Il sospetto mi è rimasto e oggi ne ho quasi la certezza: parlandone col mio grande amico, nonché mio ex correlatore di tesi di laurea in Astronomia e collega qui all’Osservatorio di Bologna, sono riuscito a incuriosire anche lui sul tema.
Immediato mi è arrivato il suo apporto alla discussione: Nox, notte in latino, potrebbe derivare da Non Lux o da nulla lux, con buona pace del mio conoscente madrelingua che evidentemente non ha ancora assorbito il colpo dell’invasione romana della Bretannia (http://it.wikipedia.org/wiki/Britannia_(provincia_romana)
Trovo meraviglioso rinvenire probabili tracce di fisica nel linguaggio di tutti i giorni…
SZ
P.S.: Ringrazio Memmo, Paola, Pablo e Luna per avermi ospitato a casa loro e per avermi dato l’opportunità di vedere quel’incredibile cielo stellato
Sottofondo: John Cage, 4:33
(GioVannino ci consente una breve pausa di silenzio…)
Windows
Immagine
How Deep Is Your World?
L’idea alla base di questa breve storia è di pochi giorni fa, ma credo si tratti solo dell’emersione di un pensiero finalmente compiuto che si è affacciato a puntate nella mia testa.
Un pensiero composto da vari tasselli che voglio svelare solo ora, approfittando del fatto che oramai avete già letto la storia.
L’immagine del cielo catturata da una macchina fotografica dopo una posa lunga un’intera nottata, restituisce un’aspetto inusuale delle stelle: a causa della rotazione terrestre attorno al suo asse, la loro luce va a impressionare il CCD disegnando piuttosto che punti, cerchi luminosi centrati sul polo celeste.
L’accostamento tra l’aspetto inusuale di un cielo così pieno di anelli concentrici, il propagarsi nell’aria di onde acustiche grazie alle quali misuriamo la profondità di un pozzo oscuro quando, lasciatovi cadere dentro un sasso, contiamo i secondi che impiega a raggiungere il fondo e infine la propagazione di cerchi nell’acqua in seguito alla caduta in essa di un oggetto qualsiasi, sono gli elementi alla base dell’idea di questo fumetto.
In aggiunta a questi, uno ulteriore: la consapevolezza che spesso la Natura si dimostra frattale, quasi si sia accorta che le convenga replicare a scale diverse qualche meccanismo particolarmente efficace per ottenere il meglio da sé col minimo sforzo.
Ecco che i cerchi nell’acqua e la propagazione delle onde acustiche nel pozzo nero per antonomasia, quello cosmico, mi hanno stimolato l’accostamento con altri cerchi: quelli che si trovano all’interno di un tronco d’albero. Da essi risaliamo facilmente all’età della pianta, un procedimento che va sotto il nome di dendrocronologia.
Sappiamo che l’ecoscandaglio non è esattamente lo strumento migliore per misurare la profondità del cosmo. Non è possibile lanciare alcunché così da fargli incontrare il limite estremo del nostro universo e, in ogni caso, quand’anche fossimo capaci di farlo, non vi sarebbe nulla, aria, acqua o altro mezzo propagatore, a trasmetterci il rumore dell’impatto (impatto? Col fondo dell’universo? Un giorno proverò a immaginarlo).
In effetti, una eco nel cosmo c’é, ma non è certo quella di un impatto, bensì quella di un’esplosione; un’esplosione muta. Trattasi di una eco termica, la cosiddetta radiazione cosmica di fondo, protagonista di un’altra storia che prima o poi forse racconterò (in parte l’ho già fatto. Si veda Addomesticare il Cosmo del 6/5/13).
Quella di una musica cosmica (o din rumore cosmico) che può rivelarci la grandezza del contenitore universale è un’idea antichissima che si è fatta strada fino ad arrivare finanche ai giorni nostri. Ne ho parlato tanto in alcuni articoli e conferenze, ma soprattutto nel libro Pianeti tra le note pubblicato dalla Springer. La storia a fumetti che ho pubblicato qui sopra – badate bene! – è solo una metafora grafica di quell’idea così affascinante.
Spero che troviate questa metafora comprensibile. Ho provato a facilitarvi le cose ponendo quelle cifre che trovate vicino a ognuno dei 13 cerchi visibili nel cielo di Squid Zoup. Si tratta di diverse età del nostro universo che vanno dalla sua infanzia, ovvero da quando aveva solo 0,02 miliardi di anni (Giga years, Gy), agli attuali 13,82, cifra che ho posto a sinistra del cerchio più ampio, il tredicesimo.
13,8 miliardi di anni sembra proprio essere il tempo trascorso dall’inizio del cosmo fino a oggi. Un tempo lunghissimo che è stato misurato non certo tagliando un albero o lanciando pietre verso il fondo del cielo. In quella direzione lanciamo solo sguardi attenti e curiosi, in attesa di essere raggiunti da fotoni chiacchieroni e portatori di segreti di sicuro più interessanti di quelli contenuti negli archivi di Andreotti.
Un’ulteriore metafora rinvenibile nel fumetto è quella offerta dall’apertura progressiva delle linee divisorie poste tra le vignette della seconda e terza pagina. Nelle prime, vi è una curvatura maggiore, poi pian piano esse vanno diventando più rettilinee. Con questa rappresentazione, ho voluto provare a dare l’idea dell’espansione cosmica iniziata col Big Bang ancora in corso: in questo scenario cosmologico, sappiamo che l’universo si è espanso da dimensioni iniziali microscopiche fino a raggiungere quelle attuali dopo una storia meravigliosa durata ben 13,8 miliardi di anni.
Per la cronaca, nonostante la veneranda età, il nostro cosmo non manifesta nessuna voglia di frenare la sua espansione. Anche ora, mentre state leggendo queste parole, sta lievitando e, addirittura, pare stia pure accelerando.
Allacciate le cinture
SZ
P.S.: ringrazio l’amico Giuseppe (Pippo) Vaccaro (http://www.hortusgiardini.it) il quale mi ha fornito altro cibo per analogie interessanti e che vanno ad accrescere la probabilità di avere altre idee in futuro.
Mi ha infatti segnalato l’opera di uno scultore che delle pietre, della musica e delle connessioni tra questi elementi e il cosmo ha fatto la sua ragione di vita artistica. Trattasi di Pinuccio Sciola
Sottofondo: Sarei tentato di scrivere How deep is your love (e alla fine l’ho scritto…), un notissimo brano dei Bee Gees che mi ricorda la mia infanzia e di cui ho chiaramente parafrasato il titolo.
Invece vi suggerirei di ascoltare il bellissimo suono delle pietre di Sciola nei tre video seguenti:



























