INGREDIENTI: astronomia, scienza, fantascienza, narrativa e saggistica scientifica, fumetto, illustrazione scientifica, jazz, musica classica. RICETTA: porre in acqua di mare, durante l'ebollizione aggiungere armonica cromatica, cosmologia, fisica, scienza & arte, sociologia e politiche della scienza + altri ingredienti a piacere. Mescolare più volte in modo da omogeneizzare il tutto e servire in desktop
Ricorrerà infatti l’Equinozio di Primavera, ma, come oramai sanno tutti, nel mattino sarà possibile godere di una eclissi parziale di Sole, un evento che ha fatto passare del tutto in secondo piano l’inizio della nuova stagione.
Per l’occasione, sarò impegnato con ben 175 bambini, alcuni di quinta elementare (primarie Monterumici), altri di terza media (secondarie De Andrè), alloggiati tutti in una strana scuola bolognese: un imponente edificio di ben sei piani che da fuori sembra più un avamposto militare italiano in Iraq che un istituto di istruzione.
Ho già incontrato una volta tutti i bambini per fare una lezione introduttiva sul fenomeno che osserveremo domani e sono rimasto colpito da un aspetto particolare:
ho iniziato e finito la mia spiegazione avvertendo l’uditorio che l’unico modo sicuro di osservare l’eclissi è dato dall’uso degli appositi occhialini con certificazione europea che, per l’occasione, qui in Osservatorio abbiamo ordinato in rete più di un mese fa in numero pari a quello dei bambini. Nonostante ciò, erano tutti interessati, ma che dico interessati?, incuriositi, … no, non va bene e sento di non possedere il termine giusto; insomma, l’unica cosa che davvero sembrava intercettare l’attenzione della media dei presenti (1) era la domanda se fosse o meno possibile osservare l’eclissi con vetri affumicati, negativi fotografici, occhiali da sole, lenti da saldatore, radiografie del femore della nonna, …
Le loro domande, precedute e prenotate da braccia tese in alto al limite della slogatura dell’omero, iniziavano tutte con: “Ma se io…” e continuavano con una imrpobabile soluzione al problema di sorprendere in sicurezza la nostra stella mentre si nasconderà per un po’ alla nostra vista.
Tutto ciò che tra un avvertimento e l’altro ho raccontato sull’eclissi – aiutato nel farlo da Matteo Gaspari (2) e Chiara Circosta, due laureandi in astronomia – sembrava non aver inciso in nessun modo sulla loro attenzione. So che non è così e che tra un giorno, un mese, un anno… la maggior parte di loro si ricorderà di quella volta che gli hanno raccontato quello strano fenomeno, ma l’impressione che ne ho tratto a caldo è che solo quanto c’è di pericoloso, proibito, vagamente splatter (occhi che puzzano di bruciato. Questa sì che è una novità!) può davvero fare breccia nella mente di un bambino.
So di non aver scoperto nulla di nuovo, ma in casi del genere più che in altri ci si rende conto di quanto forte sia una certa tendenza, non solo alla distruzione, ma anche all’auto-distruzione e, come mi capita sempre più spesso di fare da quando sono papà (a proposito: auguri ammé!), mi rallegro per averla scampata sempre, anche quando non c’erano i miei genitori a proteggermi.
Allora, lasciandomi andare a una facile battuta, mi sembra risultare ancora più evidente quanto lo scenario proposto da Darwin vinca sul cosiddetto Intelligent Design (qui di “intelligent” c’è ben poco…). La selezione naturale un tempo agiva anche così: tendi ad autodistruggerti? Molto probabilmente ce la farai e lascerai il gioco ad altri più fortunati o semplicemente meno agitati e sprovveduti di te.
Per l’occasione, ho preparato un piccolo pieghevole in formato A5 che ho inviato a tutte le sedi INAF nello stivale. Noi domani lo stamperemo e lo distribuiremo a tutti le migliaia di bambini che incontreremo nelle scuole e nelle sedi degli Osservatori italiani sperando di distogliere per qualche minuto l’attenzione dei ragazzi da tendenze autolesionistiche.
Non potendo linkare qui i pdf (se qualcuno sa come si fa, lo prego vivamente di farsi vivo con me per spiegarmelo!), vi propongo le quattro pagine sottoforma di jpg, quelle che vedete in alto in questo stesso post.
SZ
1 – vi erano anche dei disinteressati totali e dei nerd iperattenti, ma per fortuna si tratta di elementi a 4 sigma dalla media…
Domani e dopodomani, presso la Palazzina dell’Auditorio dell’Accademia dei Lincei romana in via della Lungara 230, si svolgerà il meeting Astrofrontiere (1) organizzato da Stefano Borgani, Enzo Brocato, Fabrizio Fiore, Monica Tosi e Paolo Vettolani.
L‘incontro è di sicuro interesse: la comunità dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) si riunisce per parlare del futuro dei prossimi grandi progetti di ricerca che riguardano:
ASTROFISICA DELLE STRUTTURE COSMICHE BARIONICHE
SISTEMA SOLARE, SISTEMI PLANETARI E ORIGINE DELLA VITA
COSMOLOGIA
GRAVITA` E FISICA FONDAMENTALE
Una rapida occhiata al programma (2) rivela che alle 10:30 del 18, Michele Cantiello (3) si farà carico di rappresentare la comunità di noi precari con un intervento intitolato “Il punto di vista dei postdoc”. Per un quarto d’ora porterà quindi una discussione sul futuro dell’astrofisica in direzione del tema “il futuro degli astrofisici”, quelli che, si spera, l’astrofisica la faranno.
Ho avuto modo di dare un’occhiata alla sua presentazione power point (in realtà, è stata preparata anche da Deborah Busonero (4), Marcella Di Criscienzo (5), Olga Cucciati (6), Imma Donnarumma, Giuliana Fiorentino (6), Marco Gullieuszik (7), Francesca Panessa (8), Silvia Piranomonte (5), Sabina Sabatini (8)) e sono rimasto a dir poco sorpreso: non pensavo si potesse dire così tanto della nostra situazione e mi sono sentito davvero uno stupido scoprendo di non essere a conoscenza di tutto quanto c’è da sapere su un modo di vivere che è anche il mio (!).
Per certi versi, mi sento giustificato: come tutti i miei colleghi, non potevo che ignorare ciò che ho scoperto scorrendo le slide. Facendolo, mi sono infatti reso conto di quale fosse lo scopo dell’indagine partita in INAF uno o due mesi fa, allorché fu chiesto a quanti di noi sono borsisti, assegnisti o beneficiari di contratti a tempo determinato di compilare una tabella con i dati inerenti la nostra carriera astronomica dal conseguimento della laurea fino a oggi.
Forse buona parte del problema di molti di noi post-doc risiedeva proprio nel fatto di non conoscere a fondo tutto ciò che c’è da sapere della nostra situazione e delle connessioni profonde che essa ha con la condizione socio-economica del paese.
Spesso confondiamo la reale consapevolezza del problema con la nostra percezione personale di esso data dal vivere come precari. Se così è, l’effetto non potrà che essere il restringimento del nostro orizzonte conoscitivo, ma anche del nostro campo di azione, quindi della nostra effettiva capacità di incidere sul futuro della bolla personale che ci include, come anche di quelle limitrofe in contatto con essa.
Spero quindi che l’indagine condotta dai ragazzi autori del Power Point aiuti tutti noi a uscire da questa consapevole inconsapevolezza, permettendoci di inquadrare meglio il la nostra condizione di lavoratori precari.
Io purtroppo non potrò andare al meeting, ma sarò lo stesso presente in quanto Angela Bongiorno (5), Silvia Piranomonte, Marcella Di Criscienzo e Giuliana Fiorentino hanno avuto l’idea di chiedermi di condire con alcune vignette la presentazione di Michele che, come ho avuto modo di dir loro via mail, assomiglia a un vero e proprio corso universitario su “Teoria e analisi del precariato” di sicuro esaustivo.
Approfito allora di questo spazio per ringraziarle dell’opportunità che mi hanno offerto e che, come c’era da attendersi, ho colto al volo: bello poter dare un contributo personale a una causa che mi riguarda così da vicino.
Ed ecco il frutto di questo coinvolgimento: cinque vignette che spero possano aiutare a fissare meglio l’attenzione su un problema annoso del nostro come anche di tanti altri enti di ricerca.
Nel disegnarle, mi sono allegramente immalinconito e so per certo (me lo hanno scritto via mail…) che diversi colleghi hanno reagito allo stesso modo.
Agli altri che non vivono sulla loro pelle il problema del precariato, auguro almeno di ridere di gusto. Inutile dire che, da autore di questi cinque “tasselli di denuncia”, entrambe le reazioni mi darebbero una certa soddisfazione.
Altri due appuntamenti musicali, di cui uno a sfondo scientifico.
Alle 19 di domani sera, presso il locale bolognese Scuderie, suonerò con un gruppo di colleghi astronomi e fisici alla finale bolognese del FameLab (1).
Di cosa si tratta? É presto detto: lo chiamano “l’X-Factor della scienza”, ma raccontarlo così mi infastidisce alquanto. Preferisco vederlo come il figlio povero, quello da tre minuti, dei TEDx (2), brevi conferenze della durata di una ventina di minuti circa in cui vengono raccontati argomenti che val la pena diffondere (traduzione di “ideas worth spreading”, slogan usato per riassumere cosa siano i TED).
Nel caso del FAmeLab, in quei tre minuti i concorrenti – sì, perché alla fine di gara si tratta – sono invitati a spiegare un tema scientifico, una ricerca, magari anche la loro stessa ricerca, cercando di essere coinvolgenti, abbastanza esaustivi, divertenti e quanto più possibile precisi.
L‘inscatolamento in tempi così ristretti può essere interessante, oppure no. Il mio giudizio al proposito oscilla e non posso fare a meno di pensare certi tentativi a volte come chicche divulgative, altre come una pericolosa tendenza alla minimizzazione, alla “transistorizzazione estrema” di tutto, ma tant’é: pare che FameLab piaccia, di conseguenza questa manifestazione deve essere organizzata a tutti i costi.
Intravedo un filtrare prepotente di mode televisive nate in ambiti artistici anche nel mondo della divulgazione. Fare il Davide col Golia non credo che oggi possa premiare e di conseguenza mi adatto, ma sapere che la scienza viene equiparata all’arte non come di solito auspico, ma forse nel senso di banalizzarla, maltrattandola, così come l’arte – musica, balletto, … – viene banalizzata e maltrattata in certa televisione, non mi convince del tutto.
Forse il problema è che non ho mai visto un’edizione di FameLab. Sarà interessante trovarmici dentro e giudicarlo da quella posizione privilegiata con maggiore cognizione di causa.
Il mio coinvolgimento (non posso partecipare come concorrente avendo abbondamtemente superato l’età limite posta a 40 anni), caldeggiato dall’organizzatore Luca Valenziano, astrofisico e ottimo comunicatore dell’INAF-IASF di Bologna, doveva inizialmente essere solo in veste di “completamento” di un gruppo rock già rodato di fisici del CNR.
Purtroppo i vari componenti quella formazione hanno scoperto di essere impegnati altrove in congressi vari e quindi, da semplice astronomo aggiunto a un consesso fisico, sono di colpo diventato organizzatore del piano B.
Ho pensato allora di coinvolgere alcuni colleghi astronomi che, oltre a lavorare in uffici vicini al mio, fanno anche parte del gruppo Joe il Fotone (3), formazione che da qualche anno simpaticamente narra in chiave blues l’evoluzione cosmica.
Hanno risposto all’appello Antonio Sollima, astrofisico dell’INAF- OABO e sassofonista e Alessandro Romeo, dottorando in astrofisica dell’Univeristà di Bologna. A questa formazione si è poi aggiunto Tommaso Chiarusi, fisico dell’INFN e chitarrista e lo straniero della formazione: Gianluigi Santoro, amico carissimo di lunga data, costruttore di Skate-Board, laureato in SCIENZE giuridiche, quindi avvocato ma anche, ed è ciò che qui ci interessa, batterista.
Il nostro compito sarà quello di introdurre i vari concorrenti con brevi “stacchi”. Poi, a competizione ultimata, intratterremo il pubblico con una mezz’ora di musica varia, ottenuta dall’intersezione dei repertori di ogni singolo componente il gruppo.
Come dicevo, nutro dubbi sulla validità dell’operazione in generale, riassumibile come la somministrazione di dosi omeopatiche di scienza, che non disturbino troppo e che addirittura divertano, lasciando l’ascoltatore con la convinzione di saperne abbastanza di un certo tema e di poter quindi passare velocemente ad altro, a cose più cool. Di una cosa pertò sono abbastanza certo: noi musicisti ci divertiremo moltissimo!
Il secondo appuntamento musicale che annuncio qui è invece quello che mi vedrà Giovedì 12/3 al club One and More di Bologna, ex Praga, al fianco del cantautore Federico Stragà (4) e del suo chitarrista Aldo Betto.
In quella occasione avrò il difficile compito di sostituire l’armonicista titolare del gruppo, il bravissimo Marco Pandolfi (5), il quale suona con Stragà già da tempo.
Astrofisica, fumetto, cartone animato, musica, cinema… Tirando le somme, in questo periodo più che in altri mi ritrovo proprio a sguazzare in una bella e interessante zouppa!
Il brano del compositore bolognese Ottorino Respighi (1879 – 1936) che ho scelto questa volta per l’aforisma è I pini del Gianicolo. Lo si trova nella suite Pini di Roma che a sua volta fa parte di un trittico comprendente anche Fontane di Roma e Feste romane, tutti brani dedicati chiaramente alla nostra capitale.
È infatti a Roma che Respighi si trasferì, lavorò e lì morì alquanto giovane.
Come fa notare Pierre Vidal nel testo di accompagnamento al CD della Deutsche Grammophone in mio possesso e contenente le tre suite eseguite dalla Boston Symphony Orchestra diretta da Seui Ozawa:
Nella sua ammirazione per l’opera, la nostra epoca sostiene ostinatamente la tesi secondo la quale la musica italiana sarebbe morta con Puccini. Questo deplorevole atteggiamento fa sì che si dimentichi la generazione dei compositori nati intorno al 1880: Respighi, Pizzetti, Malipiero e Casella, i quali operarono per la rinascita della musica strumentale, trascurata per così tanto tempo nel loro paese
Le sensazioni che l’ascolto delle sue composizioni mi dona, mi fanno vibrare di sacro furore campanilistico, quasi io mi trovi ad assistere a una partita della nostra nazionale (quando gioca bene) ai mondiali di calcio: bello sapere che, oltre alle facili melodie e armonie pucciniane, l’Italia abbia saputo dare il suo contributo anche a correnti musicali di respiro europeo, se non addirittura mondiale.
L‘ascolto di questi brani di Respighi mette infatti a nudo le connessioni profonde esistenti tra certa cultura musicale del nostro paese e le tendenze musicali introdotte da Debussy e Stravinski, facendomi anche sospettare come alcune sue intuizioni possano essere confluite da una parte nella scrittura di Aaron Copland e dall’altra in quella di molti compositori di musica da film, in testa, John Williams.
Mi si consenta una breve deviazione di percorso. Grandi divoratori di nuove tendenze, oltreché come artisti, mi piace riguardare i compositori di colonne sonore come divulgatori di avanguardie musicali capaci di sfruttare sapientemente l’accostamento delle note alle immagini così da consolidare l’uso di formule sonore innovative e, per questo, per il pubblico ancora difficili da capire e assorbire.
Fine della deviazione. Torno a parlare di Respighi.
Avendo vissuto per sei mesi a Roma – nel 2006 ho lavorato al Planetario e Museo Astronomico (1), una splendida struttura chiusa quasi due anni orsono per ristrutturazioni urgentissime, mai iniziate – ed essendomi recato nella “città eterna” innumerevoli volte come turista, ma soprattutto come musicista, non faccio fatica a intuire quale fascinazione Respighi abbia provato vivendo lì.
Rischiando di sbagliarmi, ipotizzo quindi di capire fino in fondo la sensazione di profonda bellezza colta dallo sguardo del compositore in alcuni scorci capitolini, perché credo sia molto simile a quella che chiunque può apprezzare, anche se immagino che la città vissuta da lui, quella di inizio ‘900, sia stata ben più generosa di quella di questo inizio di secolo: la Roma del 2000 immerge turisti e cittadini ben disposti a farsi colpire dalla sua estrema, indicibile bellezza, in un mare di massima entropia di difficilissima gestione. Costringe chiunque ad accettare compromessi che non credo potrebbero oggi convincere un bolognese a lasciare spontaneamente la sua facilissima e bella città preferendole la capitale.
Come dicevo, il brano che ho scelto, il lento I pini del Gianicolo, puntualmente mi calma avallando quanto ho scritto appena più su. Introdotto da un lungo arpeggio del pianoforte, credo riesca a comunicarmi quella sensazione di pace grazie all’ariosità del solo di clarinetto che segue. Interamente giocato sull’uso della semplice penatonica di Fa Diesis e sull’arpeggio di un accordo di Si 9/maj7 (mi piace vederla così) e su periodiche aperture di ottava, tocca elegantemente l’estremo inferiore dell’estensione dello strumento e arriva quasi a raggiungere anche l’estremo superiore. Cede poi il testimone al flauto che in poche battute conduce il tema fino a cederlo agli archi.
Ma, per quanto mi riguarda, nonostante la soavità dei temi iniziali, il bello deve ancora venire: dopo questa fase iniziale, a mio parere una lunga preparazione a ciò che sta per arrivare creata con pianoforte, clarinetto e flauto, si giunge a due battute nelle quali provo un incredibile sensazione di smarrimento creato da pochi, sognanti accordi degli archi e della celesta. Se vi è notizia di una sindrome di Stendhal in musica, credo che gli accordi di quelle due battute, apice del brano, possano essere usati per generarla nelle persone più sensibili.
Rispettando i motivi per cui registro questi aforismi che, oltreché occasioni di studio, costituiscono essenzialmente un modo di “fare mie” prede musicali rappresentanti momenti fondamentali della mia storia musicale personale, mi sono sforzato di andare a tempo con l’orchestra tentando di intuire, senza vederli, i movimenti, quindi i respiri, di Ozawa. Ovvio che il tentativo presenti dei problemi specie su un tempo così lento, a tratti un rubato, come quello del brano. Chiedo venia per le imprecisioni in quello che nei miei programmi doveva essere un unisono.
In conclusione, mi sa che prima o poi dovrò riaffrontare un discorso più ampio di analisi della musica a programma che si propone di descrivere pezzi di Natura. Un’analisi che ho già compiuto limitatamente ad alcune composizioni d’ispirazione astronomica di John Cage. Pubblicata su Il Giornale di Astronomia (2) e raccontata tante volte in giro per l’Italia, sono contento di annunciare – è una notizia di ieri! – che in Agosto avrò modo di andare a parlare di questa mia analisi all’INSAP (3)!
É da poco più di un mese che non scrivevo qualcosa in questo blog, ma ritengo di poter essere considerato un assente giustificato.
É stato un periodo particolarmente intenso e interessante durante il quale, oltre ai quotidiani impegni, ho fatto sei concerti, tenuto due conferenze, ho fatto da guida scientifica per un gruppo di appassionati di trekking, ho parlato a un meeting internazionale riassumendo il contenuto di due poster nei quali raccontavo due progetti, uno di ricerca, l’altro di comunicazione; ho disegnato, scritto, viaggiato e recitato in un corto prodotto dal Laboratorio Creativo Gerebros.
Insomma, un gran bel periodo dal quale sono emerso più o meno integro; stanchissimo, ma felice di avercela fatta a fare tutto, divertendomi davvero tanto.
É stato un periodo così intenso da non essere riuscito ad annunciare nella sezione “prossimi E20” il concerto del 20 Febbraio al teatro San Salvatore di Bologna con il cantautore Vincenzo Scruci. Grande animale da palcoscenico, mi ha chiamato a suonare i suoi bellissimi brani, vere e proprie narrazioni trasudanti italianità, anzi, meridionalità, con lui alla voce e al pianoforte e Giannicola Spezzigu al contrabbasso.
Non ho nemmeno avuto il tempo di annunciare il concerto del 21 Febbraio al teatro di Castello d’Argile (BO) con il pianista e compositore Marco Dalpane. In quell’occasione, con i suoi brani contenuti nel nostro disco Brother Buster, io e Marco abbiamo commentato tutto il film The General di Buster Keaton. Se nel disco ho suonato solo la mia solita armonica cromatica, nell’ultimo concerto ho ricoperto (e riScoperto) anche il ruolo di rumorista: per l’occasione, ho infatti rispolverato tutto l’armamentario di piccole percussioni ed effetti che usavo tempo fa nei concerti con Lara Luppi e Stefano Cappa o con Joyce Yullie, Barbara Evans, Giampiero Briozzo e un bel po’ di altri artisti con i quali giravo il mondo prima che crollassero le due torri.
Il 21 Febbraio, prima di andare a suonare con Marco, lungo un percorso cittadino che connette la chiesa di San Petronio a quella di San Michele in Bosco, ho raccontato la storia e l’uso delle meridiane e degli orologi solari bolognesi più famosi a un gruppo di appassionati di social trekking. L’occasione fornitami da Giuseppe Misurelli era ghiotta: con la scusa di doverlo spiegare a un gruppo di curiosissimi appassionati di passeggiate naturalistiche e culturali, ho studiato sui libri di Giovanni Paltrinieri un argomento al quale prima o poi varrà la pena dedicare almeno un articolo.
Non sono riuscito nemmeno ad annunciare le due conferenze del 27 Febbraio, una al liceo Einstein di Molfetta (BA) e l’altra al Planetario di Bari dove mi hanno invitato a parlare due grandi amici: Fabio Caruso, insegnante di lettere in quella scuola e Pierluigi Catizone, responsabile delle attività divulgative della bellissima cupola ospitata nella Fiera del Levante.
Dopo tanta negligenza, per una sorta di par condicio, non potevo certo comunicare l’arrivo, sempre a fine Febbraio, di ben quattro concerti: tre a Bari (Kabuki, Ladisa) e Trani (Comfort) di presentazione del disco The night has a thousand eyes con gli amici di sempre Guido di Leone, Francesco Angiuli e Mimmo Campanale e l’altro ad Acquaviva delle Fonti con Fabio Caruso e Pasquale Mina.
Intanto ho lavorato a un cartone animato che spero di pubblicare presto qui sul blog, ho lavorato a due progetti astronomici e a un paio di articoli scientifici. Conto di parlare presto di alcune di queste cose, ma nel frattempo mi premeva dire che le ho fatte: pare sia un effetto collaterale generato dall’avere un blog, ma non aver raccontato nulla per un mesetto mi ha fatto sentire davvero in colpa verso quei pochi che mi seguono assiduamente.
Pur non essendo un Ercole, nell’illustrazione jn alto mi sono rappresentato al posto dell’eroe mitologico immortalato nell’omonima costellazione mentre, invece che con l’Idra di Lerna, lotto con un calamaro gigante, il mio alter ego in questo blog. Allora non dodici fatiche, ma dieci tentacoli: i miei interessi che mi hanno tenuto avvinghiato fino a pochi giorni fa in una stretta avviluppante con la quale solo noi stessi possiamo soffocarci.
Con questo post, annuncio quindi una normale ripresa delle trasmissioni sul canale di questa pagina.
Qualche anno fa fui invitato a scrivere su una rivista on-line all’epoca neonata, fondata su iniziativa di Pietro Greco, uno dei più importanti giornalisti scientifici del nostro paese e autore di moltissimi libri di divulgazione. Conosco Pietro dal 2001, anno in cui iniziai a studiare al Master in Comunicazione della Scienza della S.I.S.S.A. di Trieste dove lui insegnava e un simile invito non poteva non trovarmi sostenitore entusiasta dell’iniziativa.
La rivista andò abbastanza bene per un paio d’anni, poi prese a dimostrare segni di cedimento dovuti, credo, al diradarsi dei contributi che noi redattori esterni fornivamo alla redazione. Decelerando progressivamente, arrivò poi a fermarsi del tutto consentendo comunque di leggere i contributi pubblicati in quei primi due primi di vita.
Oggi, con mio grande rammarico, ho scoperto che a quell’indirizzo non esiste più alcuna rivista. Lasciando da parte considerazioni banali, ma non per questo meno vere, sul perché intristisca la fine di qualcosa e su come questo però rappresenti l’inizio di qualcosa d’altro e bla, bla, bla, mi trovo a non aver più in rete una traccia, quella traccia, di quello che facevo in quel periodo.
Poi mi ricordo di avere un blog dove forse quegli articoli, regalandogli una nuova coordinata, possono tornare a vivere offrendomi una maniglia alla quale tenermi per sopportare gli scossoni di un viaggio spesso difficile: quello a ritroso nel mio tempo passato. E allora che faccio? Li ripubblico.
Non so se lo farò con tutti, ma uno almeno lo pubblico di sicuro. Lo scrissi nel Giugno 2010, quindi l’anno dopo essere stato all’INSAP VI, edizione veneziana del 2009 di un congresso sull’ispirazione fornita dai fenomeni astrofisici. Lì presentai nella sezione Poster i miei due libri usciti proprio quell’anno: Pianeti tra le note (Springer) e Storie di Soli e di Lune (Giraldi, Bologna). L’occasione per la ripubblicazione di quell’articolo mi arriva dal fatto che l’altro ieri scadeva il termine ultimo per la presentazione di possibili temi di cui parlare alla prossima edizione che si terrà ad Agosto a Londra.
Ho inviato ben tre abstract e spero davvero ne accettino almeno uno…
Case study: L’INSAP VI
Applicazione di un possibile metodo astrofisico-sociologico a una iniziativa culturale tra arte e scienza
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Da diversi anni, esattamente dal 1994, anno della prima edizione che ha avuto luogo in due sedi vicine, Roma e stato del Vaticano, alcuni studiosi “trasversali”, si incontrano al congresso denominato INSAP, acronimo che sta per INspiration from Astronomical Phenomena.
Come già si può evincere dal nome, con questo appuntamento gli ideatori si proponevano di fare il punto su quelli che sono stati, che sono e che potrebbero in futuro essere i rapporti tra il mondo umanistico – mondo che ospita quello storico, quello religioso, nonché tutti quelli relativi alle arti – e il mondo dell’astrofisica e della cosmologia. Questo per capire in che misura lo studio scientifico dell’universo – con le suggestioni tipiche che scaturiscono dal confronto tra la scala umana e quella di oggetti, tempi e dimensioni cosmiche – può andare ad incidere sul nostro agire qui ed ora, quando usiamo altre modalità espressive altrettanto importanti di quella scientifica.
Di rimando, diventa interessante anche studiare il moto di ritorno, quasi un rigurgito culturale, che fa sì che le nostre elaborazioni di solito riguardate come più genuinamente umane, abbiano una certa incidenza nella direzione che alcune ricerche scientifiche prendono.
Fin qui tutto interessante e, a mio parere, assolutamente necessario.
Dopo tanti anni durante i quali ho sognato di prendervi parte, nello scorso Novembre si è finalmente realizzato il mio vecchio proposito di presentare in questo contesto il frutto delle mie personali indagini. Si sa: da cosa nasce cosa, e la mia partecipazione al congresso, oltre a divertirmi molto, mi ha fornito anche l’occasione di studiare da dentro, e di resocontarlo con questo articolo, lo strano oggetto INSAP che proprio a Venezia ha conosciuto un incremento inflazionario del numero di partecipanti rispetto quelli intervenuti alle cinque edizioni precedenti.
Un successo tale da convincere gli organizzatori a inaugurare con il 2010 una nuova stagione annuale del congresso, interrompendo così la cadenza triennale che l’aveva caratterizzato fin dalla sua nascita avvenuta a Tucson, durante una chiacchierata informale tra Ray White dell’Università dell’Arizona, padre George Coyne, oggi ex direttore della Specola Vaticana, e Rolf Sinclair, della National Science Foundation americana, all’epoca riunitisi per una quantomai proficua colazione mattutina. Inutile dire quanto fossero interessanti molti degli interventi che ho potuto seguire dal vivo a Venezia. Per chi fosse interessato, è possibile farsene un’idea leggendo titoli e relativi abstract all’indirizzo: http://www.insap.org/.
In vista del prossimo appuntamento di Ottobre che, dopo Roma-Vaticano, Malta, Palermo, Oxford, Chicago, Venezia, vede il congresso tornare in terra inglese, a Bath, mi preme invece raccontare una particolare impressione che ho tratto dall’osservazione di insieme del gruppo di studiosi e di curiosi riunitosi all’interno del meraviglioso palazzo veneziano sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.
Oltre a un certo numero, direi non troppo elevato, di avventori occasionali, lo zoccolo duro costituito dalle persone che a vario titolo hanno preso parte fattivamente all’operazione con interventi orali ed esposizione di poster, sarà stato composto da più o meno un centinaio di persone. Denunciando da subito una (spero) perdonabile deformazione professionale, ho riguardato da astronomo questo gruppo, quasi fosse un cluster compatto, cromaticamente abbastanza omogeneo. La distesa di teste bianche era notevole, direi la quasi totalità, e molte di esse, come c’era da aspettarsi per una banale questione di convenienza chilometrica, erano teste italiane.
Esse provenivano per la maggior parte da atenei che, quando non osteggiano apertamente questo genere di commistioni culturali tra ambito scientifico e ambito umanistico-artistico, si limitano a non promuoverle affatto e/o a relegarle in piccole iniziative minori, laterali rispetto al corso degli studi “seri”. La comunicazione subliminale che scaturisce spontanea, come effetto secondario e forse non previsto, da un simile atteggiamento, è che viene suggerita la sola pratica dilettantistica di simili studi a meno che ad occuparsene non sia un professorone blasonato al quale, raggiunto un elevato livello di credibilità nella materia x, è consentito honoris causa di essere altrettanto autorevole in y, z, r, v, …
Tornando alla mia esperienza veneziana, osservando un ammasso così compatto di personaggi-stelle anziane che emettono teorie di così ampio respiro, mi è venuto spontaneo cercare attorno a esse studenti-pianeti nelle cui teste, simili teorie potevano avere preso a vivere e a nutrirsi di nuovi elementi per andare a costruire il futuro dell’INSAP e di questo degnissimoo filone di ricerche, in generale. Gli astrofisici lo sanno bene: dove vi sono stelle vecchie e stabili, è molto probabile che nel loro intorno si sia potuto formare qualcosa che abbia a che fare col fenomeno della vita così come noi la conosciamo, perché proprio noi, abitanti del pianeta Terra, legato a una stella di lungo corso come il Sole, ne siamo la prova.
Bene, l’osservazione da me condotta non ha portato a risultati incoraggianti: attorno a queste teste-stelle bianche dalla posizione accademica stabile e inattaccabile, non c’è molta vita, anzi, se ne trova pochissima. Sarà un problema di fondi, sarà un problema dovuto all’epocale, presunto dissidio tra ragione (scienza) e sentimento (tutto il resto), fatto sta che i giovani erano un insieme povero di elementi e, tra quei pochi, pochissimi (ricordo solo una ragazza inglese) seguiti dai loro docenti per lavorare su queste tematiche. Tra i giovani, anche due italiani, Enrico Maria Corsini ed Elena dalla Bontà, due ricercatori dell’Università di Padova che, pur non avendo presentato ricerche in stile INSAP, hanno almeno dato prova di grande apertura mentale e di grandi capacità organizzative: a loro infatti va il riconoscimento per avere organizzato l’opportunità veneziana della scorsa edizione.
Gli interventi che ho potuto ascoltare – tutti, per motivi diversi, estremamente interessanti – e le metodologie seguite nel raccogliere i “dati” esposti, non sempre ma spesso avevano, a mio parere, molto poco di scientifico e, al solito, presentavano un carattere che definirei umanistico, quando non romantico, addirittura. In questi casi mi è parso che a mancare fosse quindi una cosa fondamentale quale un appropriato, largamente condiviso – perché dimostratosi funzionale – ed usato, metodo di indagine che tenesse conto, ad esempio, di quanto viene fatto in ambiti simili come la sociologia, l’antropologia e tutte le scienze morbide le quali stanno dando tanto a quel modo di gettare sguardi sul mondo che ancora non riesce a passare da quantificazioni esatte come quelle offerte dalle scienze cosiddette dure.
Per elaborare questo metodo ritengo che sia innanzitutto necessario, come è ovvio, possedere una grande conoscenza di quelli che sono il mondo scientifico (nel caso dell’INSAP, almeno della parte fisico-astrofisica) e il mondo umanistico e dell’arte intesa in senso lato. Ma sono altresì sicuro che questo possa comunque non essere abbastanza. Per affilare davvero le armi e affrontare come si deve queste come tutte le altre problematiche, ci vogliono corsi universitari, studenti che pretendano attenzione da docenti preparati a seguirli su queste vie impervie, crescendo anche loro in conseguenza del dover rispondere a nuove domande; ci vogliono possibilità per questi studenti del futuro di affrontare tesi di laurea su simili tematiche; ci vogliono appropriati dottorati e master; è necessario che vi siano riviste di settore che adottino una qualche forma nuova e adatta di peer-reviewing; ci vogliono competenza, responsabilità, militanze artistico-scientifiche, possibilità e volontà dei presidi di facoltà di assumere artist in residence. Infine, last but not least, ci vogliono fondi.
Essendo l’INSAP, per sua stessa vocazione, un contenitore sospeso tra scienza e arte, nel denunciare la mia difficoltà nel discernere un metodo condiviso e condivisibile di indagine usato nella maggioranza delle teorie in esso esposte, e riscontrando invece un’ampia gamma di strategie a mio parere spesso contingenti, anche se di sicuro molto interessanti, ne ho proposto uno da applicare proprio all’analisi del contenitore stesso, mutuandolo da una pratica scientifica, quella astrofisica, che invece si muove lungo le linee di un paradigma che finora ha dimostrato di funzionare bene.
Forse, anzi, ne sono sicuro, il mio non è quello migliore, ma sono sicuro che usare come metodo almeno quello che passa dall’istituzionalizzazione di questi studi, possa contribuire a trovarne diversi altri, stimolando una discussione epistemologica a mio parere oramai necessaria. Prova ne sia il fatto che, tra tutti gli altri, gli interventi di tipo storico presentati al congresso, spiccavano tra tutti per l’elevato grado di analiticità usato, forse conferitogli dalla oramai antica e affinata pratica storiografica che non è affatto estranea all’uso di metodi socio-antropologici, se non addirittura matematici, quando disponibili.
Il mio sospetto è che questo livello superiore di incisività analitica, al di là di tutto, possa essere fatto risalire anche al fatto che l’insegnamento della storia dell’astronomia è entrato di diritto a far parte delle materie di studio universitario e prevede la possibilità di dare tesi, vincere dottorati, borse e assegni a chi decide di proseguire su questa strada. Una strada, quindi, da percorrere se si desidera svecchiare velocemente concezioni divenute stantie.
Questo perché l’INSAP non diventi solo l’occasione per il ritrovarsi di vecchi professori che, dopo una lunghissima militanza costellata da pubblicazioni giustamente soggette al rigoroso vaglio della comunità scientifica, continuino a parlare dei nuovi argomenti usando, alle volte abusando, modalità inevitabili in una fase pionieristica che – i tempi sono maturi per farlo – sarebbe bello lasciarci alle spalle.
Questo perché attorno alle teste-stelle bianche che emettono teorie scientifico-artistiche ancora trattate con un forte e, per il momento, ineludibile “metodo” umanistico, si possa trovare la vita: piccole teste nere, bionde, rosse abitate da nuove idee su come affrontare anche scientificamente – qualsiasi cosa questo vorrà dire – i rapporti tra astronomia e il resto, tra scienza e arte.
SZ
Sottofondo: Miles Davis and John Coltrane: the Complete Columbia Recordings
Come ogni anno, anche stavolta sono riuscito ad andare ad ArteFiera.
É uno di quei classici eventi capace di farti sentire orgoglioso di vivere in una città che prova costantemente ad allinearsi con quanto di bello accade nel resto del mondo.
Farsi una passeggiata dal centro fino al quartiere fieristico, approfittare per prendere un caffé lungo il percorso; arrivare e immergersi in una atmosfera pregna di una certa attesa di bellezza; scoprire che il progetto della bellezza interessa tante persone mentre di solito si è convinti che il progetto più diffuso sia quello della distruzione globale del mondo, dell’imbrattamento e dell'”imbruttamento”, fa bene. Permette di abbassare il diaframma e impone per qualche ora di sotterrare l’ascia di guerra.
Sarà per la crisi, ma anche quest’anno la kermesse risultava ridotta in dimensioni. Nulla a che vedere con le edizioni di tanti anni fa quando, arrivato da poco nella città felsinea, mi perdevo fra padiglioni adiacenti, sovrapposti, connessi, sconnessi e strabordanti proposte artistiche di ogni tipo.
Ma tant’è. Mi rallegro del fatto di aver trovato nei due padiglioni 25 e 26 uno sforzo immutato di dare diversi ritratti non (sempre) banali al periodo storico nel quale viviamo.
Mentre ero lì, compiendo un rapido raffronto mentale con le opere del passato, per un attimo mi sono trovato a valutare non come arte, ma come illustrazioni tecniche le tele, le foto, le sculture, le installazioni che si paravano davanti ai miei occhi nei vari stand. Un giorno, unitamente agli elettrodomestici, alle auto, ai libri, ai film, esse consentiranno a qualcuno di capire tecnicamente cosa stesse succedendo alla gente in quel lontano inizio del XXI secolo.
Il mio giro non è durato molto e dopo poco più di due ore mi sono ritrovato nella luce di una bella Domenica bolognese.
Di solito, il bottino di sensazioni che mi porto a casa è abbastanza ricco.
Confesso che invece quest’anno, se non fosse stato per i soliti Pomodoro, De Chirico, De Pisis, Sironi, Burri, Fontana, Melotti, sarei tornato a casa a mani quasi vuote (in realtà sono stato piacevolmente incuriosito da un lavoro di Spazzoli e da altri di Deodato).
Chissà, forse si tratta di una crisi degli attuali movimenti artistici, orfani di grandi idee da sottoporre al mondo.
Dimenticandomi per un momento quanto nelle edizioni precedenti sia stato piacevolmente suggestionato da diverse nuove proposte, e avendo constatato in questa edizione della Fiera di essere riuscito a vibrare solo di fronte alle opere dei nomi su citati, un dubbio mi sorge: forse dovrei leggere la mia parziale delusione di oggi pensando di essere sì un “uomo del mio tempo”, ma arrendendomi al contempo di fronte al dato di fatto di essere comunque un figlio del ‘900.
Lo dico con una punta d’orgoglio, ma anche come confessione di una certa inerzia mentale: le mie radici culturali sono in quel tempo, a Quindici anni da Qui.
Vado a letto con questo dubbio.
La notte porterà insonnia.
SZ
Sottofondo: silenzio, se non fosse per il gorgogliare del frigo che, freddo conservatore, custodisce pensieri di pancia
Lo scorso 8 Gennaio mi sono imbattuto in una fotografia pubblicata da un musicista mio amico su Facebook. In essa, un sorridente Pino Daniele sedeva a un tavolo in giardino. Davanti a lui vi erano una chitarra, un amplificatore, alcuni CD e un libro famoso tra chi pratica certi generi musicali: il Charlie Parker Omnibook (1).
La cosa non mi ha sorpreso più di tanto: della serietà del suo approccio alla musica, argomento di un mio recente post (2), credo non si possa dubitare e quella foto me lo ha confermato ampiamente.
Perché puoi anche decidere di fare del Pop; puoi anche scoprire che la tua storia ti ha condotto altrove, laddove magari hai pure dato vita a generi diversi, ma credo che almeno un passaggio da certe stazioni della storia della musica mondiale sia obbligatoria. Quello che musicisti come Parker hanno scoperto, quello che hanno detto e scritto, lo si trova masticato, digerito, metabolizzato finache negli assoli dei più grandi rocker come anche in quelli dei più cattivi metallari; negli arrangiamenti di musica da film e in quelli di certa disco-music.
Ignorare, trascurare le creazioni dei geni del passato, recente o lontano che sia, equivale a non avere cultura musicale, quella che fonda da lontano tutto ciò che ascoltiamo, dai più miseri accordi delle canzoncine per bambini alle composizioni di musica contemporanea nate proprio in opposizione a regole precedenemente codificate. Ascoltando un qualsiasi brano moderno, si sta dando per scontata l’esistenza di giri armonici scaturiti dalle ricerche all’epoca trasgressive di una miriade di compositori classici nati prima del ‘900 e di altri, autori classici e jazzisti, nati nel XX secolo.
Credo che per generi come il blues vada fatto un discorso un po’ diverso ma, ne sono convinto, anche per un bluesman è caldamente consigliato studiare i “classici”… Non si possono certo ignorare alcuni nomi che per quel genere hanno la stessa importanza di Beethoven o di Brahms!
É per questo che a volte mi fa sorridere la pretesa di alcuni di suonare jazz senza passare da un ascolto attento e da almeno un tentativo di riproduzione dei discorsi di personaggi che hanno letteralmente causato alcune svolte epocali dell’idioma jazzistico.
Di quell’idioma, il be-bop è una particolare variante rivelatasi virale dopo l’arrivo sulla scena di Parker, da molti considerato il padre di questo nuovo modo di suonare. Nato quindi come modo proprio del giovane Charlie di approcciare la musica, il be bop, spesso detto brevemente bop, è divenuto un dialetto parlato da una comunità sempre più vasta di musicisti che, suonando in giro, hanno infettato il resto del mondo della musica del secolo appena trascorso. E come sempre accade, le mutazioni subite dal bop per adattarsi alle diverse nicchie ambientali, hanno generato nuovi fecondi rami dell’evoluzione musicale. Un esempio ne è la lingua parlata dal parkeriano Phil Woods, musicista al quale di recente ho dedicato un post in questo stesso blog (3).
Studiare Parker assume quindi lo stesso carattere dell’affrontare il latino di Seneca o di Virgilio, il greco di Omero, l’italiano di Dante, l’algebra di al-Khuwarizmi o di Gauss e la geometria di Euclide: è un modo per far proprio il passato così da rafforzarlo o, se si riesce, così da portare avanti il discorso già condotto fino a lì da personaggi che hanno detto cose fondamentali per l’intera cultura umana.
Per poter andare davvero oltre e, nel caso, per avere consapevolezza di star dicendo qualcosa di nuovo, è necessario conoscere almeno le pietre miliari della tradizione del paese nel quale si è deciso di vivere.
Vuoi far musica? Bene, ascolta moltissimo e leggi qualcosa delle glorie del paese musica: affronta Bach, di Mozart, di Stravinskji, di Coltrane, di Bill Evans, di Corea… Se non lo farai, forse riuscirai lo stesso a raccontare una storia interessante, ma molto probabilmente sarà tale solo per chi come te ignora da dove veniamo. Per tutti gli altri, si tratterà soltanto di un simpatico far finta che; un curioso trastullarsi col già detto, glorificandosi di aver trovato l’acqua calda.
Se Parker con i suoi temi e le sue improvvisazioni correva a 300 di metronomo, non era certo per vacuo sfoggio tecnico: quelle frasi gli servivano per esprimere ciò che viveva un nero di Kansas City arrivato nella Grande Mela sul finire degli anni ’40 del secolo scorso. Grazie ai voli di Bird (4), a circa settant’anni da quel periodo e a quasi settemila chilometri di distanza da quei luoghi, possiamo avere una qualche possibilità di ricostruirne le atmosfere, di rivivere parte di quelle sensazioni da lui e da altri provate (il fatto stesso che il suo modo di suonare abbia riscosso un così grande successo, ci garantisce che il pubblico di quel periodo avesse corde capaci di vibrare per simpatia con le note emesse dal suo sassofono) nel tentativo di capire da dove vengono le tensioni, le suggestioni e le angosce tipiche del tempo che viviamo.
Andare veloci sullo strumento non significa quindi esibire qualità ginniche o, perlomeno, non dovrebbe essere solo quello. Vi è un certo indubbio autocompiacimento nel saper emettere cascate di note, tutte di uguale intensità, tutte legate, tutte scandite e pronunciate con la giusta decisione, ma invito a rivedere quelle stesse frasi anche sotto una luce diversa: si consideri sempre che, quando sincere e non semplice espressione di un pedissequo esercizio, si tratta pur sempre del frutto del pensare velocemente: è capacità di organizzare il materiale sonoro in una concatenazione di immagini mentali aventi senso; è un’organizzazione di eventi, di movimenti, di analogie, contestualizzati nel mentre si improvvisa su un argomento musicale proposto da altri che discorrono con te.
Viste in questo modo, quelle note veloci sono da considerarsi al pari di teoremi matematici; al pari di fini pensieri politici, economici, filosofici; al pari di pennellate frenetiche o di scarti danzati alla Pollock su di una tela o alla Nureyev su di un palco. Insomma, quelle note hanno la dignità del più puro dei concetti. Sono esse stesse idee appartenenti a un mondo volatile che fa il suo ingresso nel reale portato dal suono e che altrimenti albergherebbero parte in un iperuranio di curve pure, parte nel più profondo e insondabile recesso del nostro inconscio.
Tempo fa lessi un articolo in rete in cui si elogiava l’andar piano nel suonare. A scrivere era un sedicente jazzista il quale però, suo malgrado, toccava involontariamente un punto fondamentale: a un certo punto si può, anzi, si deve scoprire quale sia la propria cifra espressiva. Non si può rifare sempre il verso ai grandi della storia del pensiero, pretendendo al contempo di dire qualcosa di originale. Se sai suonare Parker alla perfezione, vengo volentieri a sentirti una volta, ma poi compro i suoi dischi, non i tuoi. Vado alla fonte e non bevo sciacquatura (che potrebbe far rima con “spazzatura”).
La lentezza che ha un senso è quella ottenuta accantonando la velocità perché, dopo averla raggiunta, si è scoperto che non ci interessa. Similmente, se il motore Fire della mia vecchia Fiat 600 andava benissimo alle basse velocità consentite nei centri urbani, lo si doveva al fatto che qualcuno da sempre studia come far correre una Formula 1 a 300, non di metronomo, ma in autodromo.
Insomma, viva la lentezza se è il frutto di una scelta consapevole. Se, dopo aver affrontato seriamente lo studio di chi ti ha preceduto, d’un tratto scopri che il tuo mondo musicale è quello delle frasi diradate, dei ritmi lenti, dei sussurri e delle assenze, più che dell’urlo e delle presenze, fai bene a rallentare, a concentrarti su una poetica dal respiro meno frenetico.
Se però non passi dai classici scegliendo di percorrere comode scorciatoie, se pensi che a farlo ti autorizzi il suonare uno strumentino poco conosciuto o col quale in pochi sanno cosa sia davvero possibile suonare; se speri che per questo nessuno ti chiederà spiegazioni su come mai hai evitato di andare almeno per un po’ lungo la strada principale, sappi che infinocchierai moltissimi, ma a un orecchio allenato risulterà chiaro come tu abbia aggirato l’ostacolo scegliendo di non frequentare quella palestra fondamentale.
Le tue frasi lente non avranno mordente, pronuncia, intenzione, ritmo (sì, ritmo. Ce ne vuole tanto anche per andare lentamente). Alla fine, si scopre che non stai suonando jazz. Va benissimo così: ti ascolto lo stesso, ma confessa e dimmi (e ditti) una volta per tutte che stai facendo altro. Non è jazz se sai solo suonare (male) il tema di uno standard e poi, incosciente, hai anche il coraggio di lanciarti in una improbabile improvvisazione. Chi non conosce la musica si farà fuorviare dal tuo ardire, leggendolo in modo errato come consapevolezza, ma tu saprai che non è così. Tu saprai che ti sei lanciato nel buio con la speranza che a salvarti ci siano sempre il tuo pianista, il tuo contrabbassista, il tuo batterista e quel certo odore di jazz che il locale o la situazione regalano alla tua persona lì sul palco.
Ho parlato di pronuncia, di mordente, di ritmo. Aggiungo sincopi, fermate brusche, virate, ripartenze al fulmicotone o ritardate di quell’epsilon che fa soffrire chi impaziente attende la nota successiva. Molti riassumono tutto questo in un termine abbastanza oscuro di cui noi che frequentiamo certi ascolti amiamo far pensare di conoscerne il significato. Inoltre cerchiamo di far passare anche il concetto che si possegga ciò che esso rappresenta.
Il termine fatato è swing e, lo garantiscono tutti: se ascolti, se studi, se provi a rifare per un po’ quello che i maestri hanno fatto, qualcosa dello swing lo capirai, ti rimarrà addosso. Poi è anche vero che quando ti proverai a suonare le tue idee, si paleserà subito quale percentuale di swing tu possieda, quindi anche se ne sei completamente privo. Ma questa è un’altra storia.
L‘aforisma al quale questo post è dedicato è l’assolo su Billie’s Bounce di Parker e, esattamente come accade a tutti i musicisti, a tutti gli oratori, a tutti coloro i quali in qualche modo si esprimono (quindi a tutti…), il modo parkeriano di parlare tradisce una certa bellissima limitatezza di frasi da lui collocate sempre simili, spesso uguali, in particolari punti delle composizioni sue o altrui.
Ad esempio, considerando lo spartito che trovate in alto in questa stessa pagina e tratto dal già citato Omnibook per strumenti in C, la frase che inizia a battuta 22 sull’accordo di G- di Billie’s Bounce la si ritrova molto simile, nell’ordine: ai righi 21 e 29 di Anhropology; al rigo 6 di Celerity; al rigo 8 di Au Privave; al rigo 20 di Constellation; ai righi 18 e al 34 di Ko Ko; al rigo 22 della prima versione e al rigo 13 della seconda versione di Kim; al rigo 7 di Barbados; al rigo 3 dell’impro su Now’s the time; al rigo 9 di Ah-leu-Cha; ai righi 5 e al 16 di Klaun Stance; al rigo 14 di Card Board; all’inizio di Bird gets the worm, ma anche al rigo tredici dello stesso brano; nell’ultimo chorus dell’allegrissimo e spensierato Visa e alla riga 13 dell’impro su Passport; al rigo 13 di The Bird; al rigo 12 di Steeplechase; al rigo 24 di Merry-Go-Round; ai righi 11, 19, 21 e 27 di Leap Frog; al rigo 7 di Si Si; …
In tutti questi brani, eccezion fatta per una delle volte in cui viene suonata nell’impro di Leap Frog, la frase in esame viene usata sul C7 o, quando viene annunciata con un arpeggio, sul G- precedente da dove poi si espande sulla risoluzione in C7.
Provando un po’ a suonare i vari assoli riportati nel libro, si scopre come – geniali deviazioni a parte, frutto dell’ispirazione momentanea o forse di meravigliosi errori – su ogni blocco di accordi Parker avesse a disposizione tutta una serie di frasi direi “preconfezionate”, vere e proprie frecce da scagliare al momento opportuno col suo arco contralto.
Il discorso poi, dagli accordi va allargato alle diverse tonalità: per ognuna di esse, disponeva di un intero repertorio prêt-à-porter di blocchi di idee diverse da usare a suo piacimento. Forse qualche sassofonista potrà confermarmelo: ho la netta impressione che la scelta di quali suonare fra quelle da lui immaginate, fosse il risultato di una selezione ulteriore compiuta fra quelle che, in una particolare tonalità, si dimostravano più facili da eseguire sul contralto.
Difficile allora trovare la frase sotto esame in un assolo in A bemolle. La locuzione di Billie’s Bounce che ho selezionato come esempio, quel modo di dire tutto parkeriano, andava bene in C o in F e veniva usata ogni qualvolta Parker si trovava a passare da una struttura II V I come ad esempio la sequenza di accordi G- C7 F o D7 Gm C7.
Con questo non voglio certo dire che il buon Charlie Parker non fosse un genio. No di certo. Sarei un folle anche solo a pensarlo. Il senso di questo discorso piuttosto vuole essere che la lingua da lui parlata e, in buona parte, da lui inventata, si compone di pronuncia, di cadenze, di pause sapientemente usate a creare suspance. Inoltre nella ricetta vanno incluse diverse frasi fatte, modi di dire, detti, motti, frasi idiomatiche esattamente come accade con le lingue parlate composte esattamente dalle stesse cose.
Uno dei primi passi da compiere per farsi accettare in una comunità è impararne la lingua, i detti, il dialetto, la cadenza (la calata), i termini, gli idiomi. Purtroppo tutti, sia quando parliamo che quando scriviamo, andiamo incontro a ripetizioni: come è normale che sia, possediamo una limitata conoscenza di termini e di verbi e una limitata capacità di impararne di nuovi. Possediamo anche una limitata memoria di come grandi autori hanno usato il materiale linguistico e il tutto ha a che fare solo con i limiti naturali del nostro cervello.
Ma non è poi così grave: è facile scoprire che lo stile di un grande scrittore è spesso contenuto non solo nel suo particolare punto di vista, ma anche nei suoi limiti che ce lo rendono riconoscibile tra tanti: la struttura sempre simile data alle sue frasi, i termini che usa più di frequente per definire le situazioni e gli oggetti che capitano sotto il suo occhio di descrittore; quel respiro sempre presente nei suoi periodi; il suo uso della punteggiatura.
Il jazz è un paese che parla tantissimi dialetti, tutti derivati dall’uso della lingua madre che è stata creata dai suoi Dante, dai suoi Omero, dai suoi Shakespeare. Parker è uno di loro. Se non studi un po’ cosa ha detto per poi progressivamente prenderne le distanze con intelligenza e sincerità, procedendo lungo un percorso tutto tuo, sei solo uno straniero in terra straniera (5), e tale rimarrai.
A pensarci bene, può andarti alla grande: anche il pubblico del jazz sta cambiando, convinto che sia jazz ciò che è spesso solo jazzato. Convinto che una svisata sia quanto di più jazzistico si possa chiedere alla vita. Ma sia io che te lo sappiamo: stai barando a un tavolo attorno al quale chi assiste non conosce il gioco e le sue regole.
Io posso essere molto cattivo con me stesso e spesso, quando suono, mi dico alcune delle cose che hai appena letto. E tu?
4- “Alcuni lo attribuiscono alla sua passione per le ali di pollo fritte…
Altri al fatto che un giorno, girando con la macchina in campagna, investì un pollo (Bird o Yardbird uccello da cortile). si fermò raccolse l’animale, e lo fece cucinare dal cuoco dell’albergo. E con grandi cerimonie ne offrì a tutti coloro che erano a cena con lui quella sera… A me piace pensare che fosse perchè prima di ogni esibizione, diceva a chi stava accanto a lui: ” ora si comincia a volare ” …A New York City gli dedicarono, un locale di Jazz sulla 52^ strada. Il famoso “Birdland” appunto…” (ho trovato questo testo alla pagina: http://www.germanoantonini.it/1/aneddoti_curiosita_582266.html)
5- Titolo di un famoso romanzo di fantascienza di Robert Heinlein
Non volevo scrivere questo post – è spesso ritenuto troppo screditante parlare di simili faccende per chi come me si professa amante della scienza ed è impegnato nelle attività di un istituto di ricerca – ma se lo state leggendo, capirete che alla fine ho ceduto.
Ho letto l’articolo di Rampini (1) di commento alla notizia circa l’ammissione della CIA: gli UFO sono una loro creazione. Si tratterebbe di un esperimento aeronautico iniziato più o meno settant’anni fa e che sembra non interessargli più tenere nascosto al mondo.
Ora lo diranno in tanti: “gli UFO non mi hanno mai convinto”.
Succede sempre così. E allora lo dico pure io, motivandolo almeno un po’.
I problemi connessi con la loro esistenza come veicoli di extraterrestri in visita qui sulla Terra sono tanti e ne cito solo un paio: l’Universo è davvero democratico, non fa sconti a nessuno: la velocità della luce è quella per chiunque abiti il Cosmo e se noi abbiamo i nostri bei problemi nel tentare di raggiungere frazioni importanti di essa, quelle necessarie per spostarsi da qui e andare chissà dove nella Galassia, perché non dovrebbero averne anche loro?
Inoltre, se davvero hanno scoperto come aggirare questo problema così da andare lontano dal loro pianeta in tempi accettabili, come avranno risolto gli altri generati dal semplice fatto di muoversi a velocità relativistiche? Già, perché non penserete mica che andando a velocità prossime ai 300.000 km/s, non capiti nulla oltre il semplice arrivare in anticipo, vero? Volete saperne di più? Se non vi interessa un corso di Relatività (2) ma desiderate solo farvi un’idea di quali sorprese attendano viaggiatori verso luoghi lontani del Cosmo, vi consiglio vivamente la visione di Interstellar, film di cui ho già parlato in questo blog (3).
Il secondo problema (ve l’avevo detto che ne avrei citato solo un paio…) è che tutti, ma proprio tutti vedono gli UFIs, tranne noi astronomi. Trascorriamo montagne di tempo a osservare il cielo a occhio nudo e con strumenti che, anche quando ci distraiamo per andare in bagno o per scaldarci un hamburger, ci raccontano se in nostra assenza è successo qualcosa di strano, ma niente, nulla, il deserto (cit.). Sembra proprio che gli UFIs attuino scelte precise, decidendo sempre di mostrarsi ai vari Tizio e Caio come quello qui a sinistra, ma mai a Sempronio.
Un’occhiata veloce alla parte inerente gli UFO del Dossier (4, 4-bis) reso pubblico dalla CIA, racconta di problemi molto umani e molto poco alieni intervenuti nei programmi dell’agenzia americana e derivati dalla decisione di spiare i cieli, specie quelli sotto il controllo russo, mediante gli aerei U2 per l’epoca rivoluzionari. Di seguito riporto la parte del dossier che ci interessa estrapolandola da un documento di alcune centinaia di pagine:
UFOs, AND OPERATION BLUE BOOK High-altitude testing of the U-2 soon led to an unexpected side effect-a tremendous increase in reports of unidentified flying objects (UFOs). In the mid-1950s, most commercial airliners flew at altitudes between 10.000 and 20.000 feet and military aircraft like the B-47s and B-57s operated at altitudes below 40.000 feet. Consequently, once U-2s started flying at altitudes above 60,000 feet, air-traffic controllers began receiving increasing numbers of UFO reports. Such reports were most prevalent in the early evening hours from pilots of airliners flying from east to west. When the sun dropped below the horizon of an airliner flying at 20,000 feet. the plane was in darkness. But, if a U-2 was airborne in the vicinity of the airliner at the same its horizon from an altitude of 60.000 feet was considerably more distant, and, being so high in the sky, its silver wings would catch and reflect the rays of the sun and appear to the airliner pilot 40000 feet below, to be fiery objects. Even during daylight hours, the silver bodies of the high-flying U-2s could catch the sun and cause reflections or glints that could be seen at lower altitudes and even on the ground. At this time, no one believed manned flights was possible above 60000 feet, so no one expected to see an object so high in the sky.
Not only did the airline pilots report their sightings to air-traffic controllers, but they and ground-based observers also wrote letter to the Air Force unit at Wright Air Development Command in Dayton charged with investigating such phenomena.This, in turn, led to the Air Force’s Operation BLUE BOOK. Based at Wright-Patterson, the operation collected all reports of UFO sightings. Air Force investigators then attempted to explain such sightings by linking them to natural phenomena. BLUE BOOK investigators regularly called on the Agency’s Project Staff in Washington to check reported UFO sightints against U-2 flight logs.This enabled the investigators to eliminate the majority of the UFO reports, although they could not reveal to the letter writers the true cause of the UFO sightings. U-2 and later OXCART flights accounted for more than one-half of all UFO reports during the late 1950s and most of the1960s.
Dalle righe precedenti risulta quindi che più della metà dei casi di avvistamenti di oggetti volanti non identificati fosse dovuta all’attività della CIA. Sommiamo a questa metà il gran numero di fake costruiti ad arte, alcuni dei quali già smascherati dagli inquirenti; sommiamo infine gli errori compiuti da persone che, in perfetta buonafede, hanno preso i classici fischi per fiaschi e scopriamo che il 100% dei casi risulta spiegabile senza invocare l’arrivo di visitatori da altri mondi: insomma, stando alla CIA, gli UFO non esistono, con buona pace di chi vi ha dedicato l’esistenza e che nel frattempo, bisogna dirlo, non è riuscito a produrre davanti alla comunità scientifica nessuna prova valida della provenienza extraterrestre dei dischi volanti.
Non è la prima volta che la CIA si decide a vuotare il sacco. Tra il 2013 e l’anno appena trascorso, quando con un tweet, quando con un articolo, lo ha già fatto in almeno un paio di occasioni. Suona un po’ strano che con un semplice cinguettio si possano liquidare circa settant’anni di avvistamenti, di film, di libri, trasmissioni radiofoniche, dischi, spettacoli, magliette, articoli, barzellette, minkjate, … sui cugini alieni in visita qui da noi, ma dobbiamo rassegnarci all’evidenza: la modernità è anche questo e un pulsante “invio” premuto al momento giusto può annientare secoli di oscurantismo e tonnellate di miti antichi e moderni.
Detto per inciso, questa notizia sugli UFO mi fa attendere fiducioso tweet analoghi scritti da qualcuno a conoscenza di segreti ignoti ai più. Chissà, magari questo qualcuno alle prese col cambio stagionale degli scheletri nel suo armadio, potrà decidere un giorno di rivelare un po’di verità sulla storia recente del nostro paese troppo a lungo taciute. Inoltre, inutile dirlo, spero tanto che, dopo un’attesa millenaria, un futuro profeta laico dotato di carisma e di dati seri, mostrerà un dossier o qualcosa di simile, smascherando definitivamente un famoso esperimento sociale andato fin troppo bene. Se ci sarò, sarà una vera goduria scrivere almeno un post sull’avvento di quel nuovo messia.
Ma torniamo pure agli UFO.
Un’altra ipotesi già da tempo avanzata è che i dischi volanti siano proprio dischi e non aerei, ma di fattura umana. A scuola ci hanno insegnato che dietro ogni leggenda si nasconde sempre una verità e sono assolutamente convinto, e la CIA me lo conferma, che nel caso della leggenda UFO si tratti di una banale verità umana. Se quei sospetti circa l’esistenza di dischi volanti prodotti da ricerche militari di chissà quale nazione terrestre fossero fondati, spero che ci venga presto rivelato ufficialmente: non vedo l’ora di congedare scomodi aerei, bella copia del trabiccolo dei fratelli Wright, per girare il mondo a bordo di un LP o di un piatto da batteria… della U.F.I.P. (5)
Per certi versi, mi dispiace parlare dell’argomento di questo post: come già è stato fatto notare altrove in rete, si è trattato di dire agli adulti che anche il loro Babbo Natale (6), quello che avrebbe dovuto portare in dono conoscenza, saggezza, immortalità, … non esiste. Non credo sia una grossa perdita: la nostra capacità di creare storie non si esaurisce di certo qui e presto avremo qualche altro mito moderno col quale sognare.
E poi, non è detto che la confessione della CIA faccia cambiare idea a chi ha deciso di credere a tutti i costi. La fede incondizionata in qualcosa dimostratosi irrazionale difficilmente si estirpa e non mi sembra così misteriosa nel suo rivelarsi ad alcuni piuttosto che ad altri. Trovo invece misterioso il persistere di quella fede nella testa di tanti piuttosto che solo in quella di alcuni.
Diversamente, trovo più interessante capire come si spieghi l’idea che si trattasse di “dischi” volanti. Dopo aver appreso dalla CIA che al fondo del fenomeno vi fossero aerei, quindi, schematizzando, “croci”, come giustifichiamo da un punto di vista percettivo l’assimilazione di queste croci a oggetti tondi e schiacciati?
Per capirlo, di sicuro andranno chiamate in causa le allucinazioni di massa alle quali da sempre il genere umano si è dimostrato vulnerabile, ma sospetto che una ricerca ben fatta potrebbe rivelare come il motivo di una simile “traveggola” si celi nell’estrema bellezza di quella favola per adulti nella quale per la prima volta si è parlato in modo convincente dell’ avvistamento di UFO discoidali.
Deve essere stata raccontata così tanto bene che, nell’immane passaparola da essa innescato, non ha fatto altro che riversarsi uguale a se stessa in tutte le narrazioni successive. Dall’elemento geometrico tondo e piatto, le nuove versioni di quel mito moderno non hanno potuto proprio prescindere e quel disco è rimasto in cima alle classifiche per almeno settant’anni.
Strano a dirsi, nonostante l’effettiva forma a croce dell’aereo U2, la rivelazione di “qualcuno venuto dal cielo” una volta tanto ha partorito l’esigenza di una figura geometrica diversa: il piatto, un piatto volante. Che sia l’indizio di una nostra tendenza innata ad abbracciare il Pastafarianesimo (7)?
Chiudo questo post con una preghiera: spero che ufologi, dilettanti o “professionisti” che siano, nonché tutti coloro i quali sono stati rapiti dagli alieni (e che per me non sono mai “tornati a casa”), si astengano dal commentare questo post al solo fine di “evangelizzarmi”. A loro va tutta la mia riconoscenza per aver lottato strenuamente nel tentativo di tenere in vita una bellissima storia. Bellissima, ma purtroppo falsa. Parola della CIA!
Mi spiace per loro, in fondo non facevano male a nessuno e – ritengo doveroso riconoscerlo qui – hanno alimentato l’unica fede per me davvero compatibile con la modernità, rendendo più intrigante il mondo nel quale vivono pure gli scettici.
A loro va il mio grazie più sentito e l’invito a darci una mano nell’alimentare le aspettative aperte dall’astrobiologia, la ricerca di vita altrove nel cosmo condotta con metodi scientifici (8), e dalla congiunta ricerca di pianeti extrasolari abitabili.
Il successo di tanti nostri cantautori, si sa, gli è stato regalato da testi molto poetici che pretendevano di diventare canzoni. Da noi, in Italia, terra del bel canto e dell’operetta, un buon testo sorretto da musica semplice e ben arrangiata oggi risulta essere un’accoppiata vincente: è il trionfo del concetto di canzonetta, quella che fa fare incassi facili perché si innesta nel cervello della gente e da lì non la smuove più nessuno. Quella che ancora piace tanto al mercato discografico che oramai mercato più non è.
La commistione di buon testo e di buon arrangiamento che indora musica spesso banale funziona esattamente come un tempo funzionava un buon libretto sostenuto da poche idee melodiche molto cantabili e da una buona orchestrazione. Sono tutti furbi accostamenti capaci di regalare l’impressione di star ascoltando chissà quali chicche musicali estremamente belle e ricercate.
Il problema sorge quando a un falò ferragostano, il principiante di turno prende una chitarra e inizia a intonare una di queste canzonette. In quel momento appare chiaro quanta parte il testo abbia avuto nel decretare il successo di un brano, ma soprattutto emerge subito quanto importante sia stato il sostegno dato dai musicisti che hanno suonato nel disco e che hanno aggiunto sapore a ricette musicali di cantanti molto noti ma spesso incapaci di suonare e di comporre qualcosa di interessante.
Quando si usa una chitarrina strimpellado i quattro accordi riportati in una raccolta di canzoni, capita di frequente che quelle composizioni risultino ricette del tutto insipide, se non addirittura brutte. Il lavoro del turnista, quel musicista esperto del suo strumento che viene chiamato in studio per aiutare a costruire i progetti musicali di altri, è perlopiù questo: fornire l’indoratura a un nulla musicale. Se lui è bravo, se lo sono i suoi colleghi e se l’arrangiatore non è l’ultimo arrivato, assieme renderanno quel nulla un brano di successo.
A un certo punto della serata, se il chitarrista da falò non è un musicista con un po’ di esperienza, capace per questo di dare ritmo e variazioni interessanti a quanto sta suonando, agli altri potrebbe venir voglia di strappargli la chitarra dalle mani e usarla per fare un doppio favore alla comunità: interompere lo strazio e rintuzzare il fuoco.
Nel grande falò dell’Italia della fine degli anni ’70, avvenne qualcosa di strano: in un clima perlopiù canzonettaro, arrivò un personaggio che, oltre a bei testi, a volte struggenti, a volte allegri e cantati in uno dei più bei dialetti dello stivale, aggiunse 1) una voce particolarissima, 2) accordi così diversi da quelli di solito usati nella musica leggera da mettere subito fuorigioco tutti i chitarristi improvvisati, 3) ritmi per nulla banali e 4) una band di professionisti ai quali finalmente si permetteva di suonare sul serio e non di far finta, come spesso accade di sentirsi chiedere quando si lavora in ambiente pop.
L‘aspetto incredibile di questa storia fu che l’italiano medio – cresciuto a interminabili filastrocche dalle parole bellissime, ma spesso sostenute da musiche insulse, noiosissime e sempre uguali – quando si trovò ad ascoltare per la prima volta la musica di quel personaggio nuovo, si dimostrò subito capace di apprezzarla, di capirla, di comprarla.
E questo accadeva nonostante le atmosfere e gli arrangiamenti di quei brani fossero del tipo che di solito viene connesso a generi come il jazz e il blues, quindi di preconcetta difficile fruizione.
La domanda che mi sono posto altre volte, torna allora prepotente: il successo di alcuni prodotti dipende davvero da quanto il pubblico dimostra di gradirli o è piuttosto funzione di ciò che, tramite una azione precisa, potente, capillare, il mercato ci porta a credere che sia il meglio del meglio?
In ogni caso, domandone a parte, il miracolo risultò compiuto: anche il razzista più incallito, si vantava di sapere a memoria le canzoni di quel personaggio nuovo e lo dimostrava storpiando in modo insopportabile la lingua propria di quanti aveva sempre disprezzato e che avrebbe ripreso a osteggiare proprio in questi anni, anche se in modo più subdolo (però avrebbe continuato a cantare Napule è)
Grazie a questo personaggio nuovo, il sud venne così ad avere un nuovo rappresentante che prima, molto prima di essere italiano, era 1) napoletano e 2) meridionale. Il Regno delle due Sicilie in qualche modo tornava a vivere nella cultura, la cultura delle due Sicilie; la cultura delle due Campanie. In quelle parole, quelle proteste, quegli accordi, campani, laziali, pugliesi, calabresi, siciliani, molisani, abbruzzesi e lucani si ritrovavano tutti. Tutti videro in quei testi e in quelle note paesaggi, situazioni, facce tipiche del loro quotidiano di sempre.
Lui, il personaggio nuovo e i suoi artisti non si presentavano certo come i nostri chansonnier più noti, quelli dall’aria intellettuale e macerata nel cocktail della loro pretesa genialità. Alle trasmissioni televisive la band arrivava come fosse appena scesa dal più scalcinato degli autobus cittadini. Una volta giunti negli studi televisivi, suonavano senza playback – e come suonavano! – , sudavano, sporcavano note che erano sempre audaci rispetto alle melodie leccate e agli accordi limati che tutti gli altri proponevano da sempre.
Suonavano e andavano via lasciando il pubblico con il dubbio che fare musica a un certo livello forse non fosse poi cosa da tutti.
La loro esibizione instillava negli astanti l’idea che la musica andasse rispettata perché lontana da quello che di solito erano abituati a sentire. Potevi anche sapere tutto degli accordi “strani”, ma essi sembravano diventare musica solo perché a suonarli erano “animali” che avevano una storia da raccontare che proprio non poteva essere taciuta. Forse è proprio così: in assenza di animalità e storie interessanti da narrare, quegli accordi non sono altro che accrocchi di suoni e, se lui lo desidera, puoi anche mandare tuo figlio a lezione di piano, di chitarra o di chissà quale strumento: sarà di sicuro un’esperienza formativa, ma questo non vorrà dire che automaticamente lui diventerà un musicista. Quella è un’altra faccenda che ha a che fare con un’emergenza espressiva, quella che il personaggio nuovo e i suoi musicisiti chiaramente possedevano.
Quel tale non era stato solo capace di sconvolgere il mondo del pop italiano. Possedeva anche il pregio di radunare attorno a sé un manipolo di adattissimi disadattati (almeno così all’epoca mi apparivano), tutti grandi musicisti e personaggi anche loro, per i quali accordi di tredicesima, sincopi, assoli da suonare per sostenere una canzone, fosse stata anche una canzone d’amore, erano una banale normalità.
Tra le soprese che tutti attendevano a ogni sua uscita discografica, ve n’era una che, mi sa, eravamo in pochissimi a bramare. Nei suoi nuovi dischi ci sarebbero state parole nuove, immagini dal basso di un sud incantato e sofferente, arrangiamenti da copiare. Per me che avevo iniziato a suonare da pochi anni, quegli accordi erano mondi da esplorare attentamente, nei quali perdermi sognando, come tutti i miei coetanei alle prese con la musica, che se li avessi fatti miei, un giorno quel personaggio nuovo avrebbe potuto chiamarmi a suonare con lui.
Quella sorpresa ulteriore che dicevo e che attendevo a ogni sua uscita discografica, era la presenza di un brano suonato con il mio strumento preferito. Davanti a un LP, il mio primo gesto era sempre quello: aprire la confezione alla ricerca dell’elenco dei musicisti per scorrerlo così da vedere se, in mezzo a “piano”, chitarra”, “basso”, “batteria”, “percussioni”, “sassofono”, … vi fosse anche “armonica”.
La mia era vera e propria fame causata da digiuni forzati: non sapevo nulla circa una discografia specifica per quell’aerofono, non c’era ancora internet e a sud nessuno poteva aiutarmi. Sembrava che a nessuno importasse di quel suono incredibile che ascoltavo solo per caso quando mi giungeva all’orecchio da una radio, o peggio, da un’autoradio in una macchina di passaggio.
Ricordo che una volta vidi a Domenica In il personaggio nuovo con un cappellone da cow-boy in testa e la chitarra a tracolla. A un certo punto tirò fuori dal taschino l’armonica cromatica e ferì l’aria con l’aria, suonando quelle famosissime note acute che danno inizio a Je so pazzo (1979). Quell’immagine e quelle note mi colpirono come un pugno in faccia bene assestato e rimasi tumefatto per un bel po’.
Era contenuta nel suo secondo successo dopo Terra mia (1977) e a questi due dischi seguì un capolavoro assoluto: Nero a metà (1980). Nonostante su Je so pazzo fosse lui stesso a suonare l’armonica, il personaggio nuovo non era certo un virtuoso di quello strumento (*) e in questo suo terzo disco, nella canzone I say ‘I sto ccà, preferì chiamare il buon Bruno de Filippi, decano degli armonicisti jazz italiani, il quale si trovò a poggiare le note leggere della sua chromonica su un blocco sonoro solido, entusiasmante e magistralmente costruito dal gruppo.
Impossibile non passare alla storia. Impossibile che la storia ti ignori.
Non credo vi siano altre canzoni con l’armonica dopo Questa primavera, contenuta nell’LP Che Dio ti benedica (1993). Lì l’armonicista era ancora lui, il De Filippi.
Tra la pubblicazione di I say ‘I sto ccà e Questa Primavera sono intercorsi ben tredici, lunghi anni durante i quali la mia speranza di trovare quel suono nei suoi dischi è sempre stata frustrata.
Unica parziale eccezione, l’assolo su E po’che fà, un brano davvero solare contenuto nell’album dell’82 Bella ‘mbriana.
Breve ma a mio parere bellissimo è l’assolo del pianista Joe Amoruso, stavolta alle prese con la melodica, per suono e per funzionamento (ancia libera) una parente stretta dell’armonica.
Qui, oggi, protagoniste sono quelle note alle quali affido il mio ricordo di un periodo stupendo e irripetibile della musica italiana.
SZ
(*) Non lo era, ma non suonava poi così male. Lui però si rese conto dei suoi limiti e in seguito chiamò a suonare con sé un armonicista davvero esperto. Oggi la tendenza mi sembra essere ben altra: se qualcuno si dovesse scoprire capace di suonare quella linea iniziale, sarebbe immediatamente portato a credere di essere un jazzista arrivato, nonché un navigato armonicista cromatico.