CRONACA VIRUS – Giorno 12

                                        TEORIA DELLE EVASIONI

Durante questa quarantena sto aumentando il carico di lavoro cui quotidianamente mi sottopongo. Dal momento che, data la situazione, questo lavoro (il corsivo è d’obbligo), non dà quasi mai (ancora) luogo a un guadagno monetario, profilandosi piuttosto come una azione compiuta “su me stesso” e sulle cose che amo fare, mi appare chiaro che il superimpegno cui mi sottopongo altro non è se non una reazione psicologica, una difesa interna, messa automaticamente in atto per tenere a bada eventuali malumori e depressioni.

Del resto, è una tecnica che conosco bene in quanto, oltre ad avere fatto così anche da giovane in quel lungo periodo di apprendistato in cui le passioni nascono e letteralmente ti travogono con tutto il loro carico di fascino e mistero, nell’ultimo anno e mezzo ho vissuto intensamente un’analaoga situazione di appartamento (nel senso di appartarsi nel proprio…): eccezion fatta per qualche committente rimastomi fedele sin da quando ero un free-lance puro, negli ultimi quindici anni ho lasciato andare molti di loro – in fondo, un lavoro, seppur precario, lo avevo già – e tutto ciò si è inevitabilmente tradotto in un notevole isolamento personale e lavorativo.

Tornando alla tecnica di cui parlavo più sopra, confesserò che consiste nel lavorare senza sosta sui propri progetti tenendosi saldamente aggrappati a un qualsiasi “pensiero felice”. Nell’immensa varietà di tipologie di simili appigli, personalmente tendo a tenere in particolare riguardo quelli che ho battezzato “vigilie”, un termine che mi piace così tanto da avere programmato di renderlo il titolo di un progetto cui sto timidamente lavorando.

Si tratta di eventi capaci di dare molta più felicità nell’attesa di qualcosa che nel suo palesarsi vero e proprio.

 “A giorni arriva Babbo Natale e molto probabilmente sarà bello aprire i regali. O forse no, non lo sarà perché scoprirò di non aver ricevuto ciò che desideravo. Nel dubbio, mi godo l’unica cosa davvero capace di generare positività e felicità: l’attesa della sopresa. L’attesa di Babbo Natale”.

Un fan di Freud forse potrebbe identificare in questa at-tenzione per ciò che deve arrivare e per la tendenza ad essere vigili durante la vigilia che implica, i ruderi di una malsopita o malgestita fase anale, ma tant’è. La società mi sembra adottare di continuo stategie che molto hanno a che fare con essa e alcune tecniche pubblicitarie basate proprio sulla creazione dell’evento, sull’annuncio dell’uscita di un prodotto o sull’esaltazione della data in cui qualcosa succederà, sembrano proprio confermare il mio sospetto.

Nella mia attività da recluso, dopo giorni e giorni di lavoro per i fatti miei, sui fatti miei, quindi di ritenzione, il pensiero felice, la vigilia, l’attesa del regalo d Babbo Natale è sempre stato il momento in cui avrei incontrato gli altri: la data del concerto in cui avrei condiviso il palco con amici musicisti; la conferenza, il seminario o il corso che mi avrebbero portato a vivere un salvifico bagno di folla prima del ritorno alla solitudine; la festa, il barbecue, la cena tra amici; l’appuntamento con una amica per andare a cinema o per altre cose decisamente più interessanti, ecc.

Sapere di avere già in programma qualcosa che, col suo carico emotivo, mi avrebbe fatto sentire giustificato nell’andare fuori e abbandonando per un po’ il lavoro quotidiano su me stesso, sapere che gli altri mi offrivano un’ottima scappatoia per distrarmi da me e portare la mia attenzione su di loro e sul “noi”, mi faceva davvero bene.

A posteriori, anche in questo caso poteva capitare di scoprire che l’evento non valesse l’investimento emozionale compiuto a monte, ma il suo lavoro di pensiero felice lo aveva svolto egregiamente, e questo bastava.

In questi casi, poi sfortunati, bastava allora invertire i ruoli delle immagini mentali e a proteggermi dalla depressione interveniva il ricordo di cosa avrei trovato nel mio ambiente domestico: lì vi erano intatte le mie rassicuranti certezze, i miei interessi, le attività interrotte per uscire. Loro non mi avrebbero tradito: le avrei ritrovate intonse lì a casa, pronte ad accogliermi subito dietro la porta, scondinzolanti e affettuose come solo la mia Lulamae sapeva fare.

Bene, è arrivato il momento di confessarlo: ieri sono andato fuori.

É stata proprio quell’ubriacatura di contatti umani, di strette di mano, di abbracci di cui avevo bisogno e oggi mi sento già meglio e motivato a continuare con la scultura quotidiana della mia persona.

L‘occasione per uscire è arrivata tre  giorni fa, quando i Gerebros, miei amici fraterni di lunghissima data con i quali spesso collaboro anche per interessantissimi progetti di comunicazione (loro si occupano proprio di comunicazione spettacolare), mi hanno chiesto se volevo partecipare a un circle talk: una tavola rotonda da loro organizzata per conto di ENEL e che avrebbe dovuto svolgersi nella serata di ieri. L’argomento è presto detto: si sarebbe parlato di arte.

Di quel cerchio, sarei ovviamente stato solo uno spicchio. Oltre ai fratelli Geremicca, avrei incontrato Marco Tutino, uno dei nostri più grandi compositori contemporanei, e lo scultore Jago Cardillo divenuto nel giro di pochissimo tempo estremamente noto per le sue incredibili capacità artistiche e per il suo modo di sicuro attuale di comunicarle al mondo.

In questo contesto avrei dovuto fare né più, né meno la parte di Angelo, ovvero di chi, pur condividendo un percorso simile a quello dei miei due compagni di merende, ha trovato la propria cifra altrove, nella commistione dei linguaggi attuata tramite il filtro della scienza.

É arrivato il momento di rassicurarvi tutti: no, non sono affatto uscito di casa venendo meno ai principi che ho strombazzato come fondamentali in questi ultimi quindici giorni. La tavola rotonda di cui parlavo si è svolta on-line e ci siamo incontrati tutti sulla rete, rimanendo su maglie ben distanti le une dalle altre e condividendo sì il server, ma anche lo spazio dello studio dei due fratelli Geremicca.

Sì, perché in quello studio vi erano solo i corpi dei due fratelli e i monitor sui quali campeggiavano i tre faccioni degli ospiti, gli altri tre spicchi del cerchio. Marco parlava da Milano, Jago da New York e io da Bologna.

Oltre ai concetti emersi in questa splendida e rara occasione di scambio – tutte idee che, sospetto, costituiranno l’argomento di una o più cronache virus future – l’aspetto di tutta la faccenda che mi ha colpito davvero, quello che, come un cecchino, ha centrato in pieno l’Angelo di carne, sangue e ossa che vive realmente a grande distanza da Milano e New York, è che per due giorni il mio pensiero felice è stato proprio quell’appuntamento:

sapevo, e mi faceva stare molto bene, che avrei condiviso qualcosa con persone di indubbio spessore artistico e umano; sapevo che li avrei “incontrati” e che avremmo discusso pungolandoci vicendevolmente e inscenando un copione al quale, a fare da capoversi per le nostre battute, purtroppo mancavano soltanto i colori sgarianti di una tavola imbandita e i profumi delle cibarie appena sfornate.

Per due giorni, il mio cervello si è venduto la cosa come “domani andrai fuori. Domani uscirai per vedere persone. C’è una festa. C’è una cena. C’è un con-certo da fare.

In pratica, la mia mente non ha solo registrato l’impegno in programma, ma dopo pochi giorni di abitudine al nuovo e necessario stile di vita, ha dimostrato di essersi subito adattata ad esso traducendo, in modo adeguato alla situazione, formule verbali che prima usava per farmi stare bene e che avevano dimostrato di funzionare.

Il cervello umano, si sa, è estremamente flessibile e, nonostante la mia età non più giovanissima, il mio ha superato lo stress-test dimostrando di possedere ancora una rassicurante elasticità e capacità di adattamento al mutare degli stimoli esterni.

Tra l’altro, si è trattato di un momento di condivisione al quale mi sono presentato elegante, curando che in qualche misura lo fosse anche l’ambiente nel quale mi trovavo. Un ambiente che stavolta, assieme alle mie idee e alla mia immagine, mi sono portato dietro.

Se prima l’ambiente domestico rimaneva un elemento estraneo alla fase di incontro con gli altri, se costituiva solo un sottinteso oscuro e indefinito, facente parte di una zona privata del tuo essere nella quale le persone incontrate nel mondo non erano autorizzate ad entrare, ora, prepotente, irrompe nel gioco col ruolo di elemento visivo e sonoro importantissimo per la tua identificazione come persona.

Ne va della tua credibilità: non puoi più dire qualcosa, vestire qualcos’altro e presentarti al mondo con uno sfondo che non confermi l’autenticità delle tue idee e della tua immagine. Il tuo con-testo deve necessasriamente esibire, tramite elementi visibili e/o sonori, l’autenticità di chi dici di (voler) essere e la profonda concordanza tra il tuo apparire e la tua privacy.

Questa situazione generata dall’impossibilità di incontrarsi di persona potrebbe quindi, di primo acchito, sembrare il trionfo dell’esteriorità se non fosse che l’interiorità, quella vera e riflessa dal tuo ambiente e dai gesti che in esso quotidianamente compi, prepotente esce fuori e può uccidere la tua immagine o rafforzarla. L’autenticità finalmente paga, almeno fintanto che non si diffonderà l’uso sapiente di fake background peraltro già disponibili in rete.

Fino a ieri il vestito poteva aiutare a mentire, ad apparire ciò che si desiderava essere, nascondendo ciò che veramente si era. Invece in questa fase, e fintanto che non impareremo ad adulterare i nostri ambienti, il tuo sfondo ti definisce ancora di più di ciò che indossi. Anzi, indossi proprio il tuo ambiente, mentre il vestito propriamente detto viene quasi declassato al ruolo di biancheria intima, ciò che si mette sotto.

Assomiglieremo tutti a lumache bipedi impegnate a portare sul groppone, in giro per il mondo, la propria abitazione: lo sfondo inscindibile alle spalle della nostra immagine virtuale che, forse mai prima di questo momento, è apparsa così reale.

 

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 11

                            PANACEE MODERNE IN UNA MILOCCA DEL NORD

L‘atroieri sera, a letto, tra i fumi del sonno, ho colto di sfuggita in un TG la voce di qualcuno che paventava una possibile, ulteriore stretta del governo sulle uscite di casa.

Come era del resto facile immaginare, si annunciava il possibile arrivo di una disposizione che avrebbe regolamentato finanche le uscite per andare a fare la spesa o per andare in farmacia.

Comprensibilmente intimorito da questa prospettiva, la mattina dopo, di buon ora, mi sono precipitato a rinnovare le mie scorte.

Purtroppo mi è apparso subito chiaro che quella notizia l’avevano sentita in tanti: già all’ora di apertura mi sono infatti ritrovato ad essere uno dei tanti anelli di una lunghissima catena umana in fila davanti al centro commerciale a circa un chilometro da casa mia.

Piccolo antefatto: giorni fa mi ha contattato in chat Marcello Catanzaro, giovanissimo sindaco di Isnello, paesino del palermitano dove ho vissuto per un anno e mezzo, col quale sono rimasto in ottimi rapporti.

In quell’occasione mi ha confidato che è sua intenzione creare una specie di biblioteca on-line di videoletture da mettere a disposizione sul sito del comune e che, per farlo, stava contattando varie persone invitandole a registrare brevi puntate video con le quali esaurire la lettura di un libro a loro scelta.

Inutile dirlo, la sua iniziativa mi è piaciuta parecchio e, avendo valutato la possibilità di dover attendere a lungo prima di poter fare la mia spesa, lì al supermercato mi ero portato da leggere un libro che mi sembrava potesse andare bene per quel progetto.

Usando il carrello a mo’ di scudo così da costringere tutti quelli che, salmonati, risalivano la lunga fiumana di persone in fila a starmi a quella famosa distanza di sicurezza di almeno un metro – sembra che questo sia sempre e solo un problema mio. Nonostante lo spazio, loro ti passerebbero tutti a due cm e sembra quasi che a spingerli sia la voglia di scoprire la tua faccia contrariata così da regalarsi un’ulteriore incazzatura – ho avuto tempo di immergermi nella lettura dei Racconti fantastici di Pirandello.

Quello col quale il libro principia mi ha subito colpito per la sua casuale capacità di accordarsi finemente al periodo che stiamo vivendo. Intitolato Acqua e lì, parte strizzando l’occhio al lettore al quale l’autore chiede se ricorda Milocca

“beato paese, dove non c’è pericolo che la civiltà debba un giorno o l’altro arrivare, guardato com’è dai suoi sapientissimi amministratori? Prevedono costoro, dai continui progressi della scienza, nuove e sempre maggiori scoperte, e lasciano intanto Milocca senz’acqua e senza luce”

Una nota a pie’di pagina mi illumina: nell’ironico racconto Le sorprese della scienza contenuto nella raccolta Novelle per un anno, Pirandello aveva già parlato di quella frazione del nisseno che oggi ha per nome Milena, puntando il dito sulla vacuità di chi, secondo lui, confida nella scienza per risolvere problemi pratici.

Il racconto è presto riassunto svelando che si tratta di una trappola narrativa costruita ad arte nella quale la scienza rimane fatalmente incastrata, impersonata com’è dal povero dottor Calajò

che pare goda nel mondo dei medici (fuori, s’intende, del paese) d’una bella reputazione per certi suoi contributi, come li chiamano, allo studio di non so quali malattie, oggi come oggi, disgraziatamente incurabili. Ma perché mai può esser fatta la scienza medica? Per essere applicata, crede ingenuamente il dottor Calajò

A incastrarlo, oltre agli eventi e alla sua attenzione maniacale per la ricerca che lo distrae dalla vita familiare, vi è anche

un certo Piccaglione (…) che è proprio il medico che ci vuole per Milocca: non ha laurea, non la pretende a scienziato, non compromette in nessun modo la scienza, …

Il racconto finisce così come è iniziato, ovvero con la vittoria totale del secondo. La sua, nonostante egli sia costretto ad abbandonare il paese, è addirittura una vittoria morale: perché Piccaglione, il quale

“tutta la sua farmacia la porta in tasca, in una scatola che s’apre come un libro, da una parte e dall’altra scompartita in tante caselline, ciascuna con un tubetto pieno di pallottoline di zucchero intrise d’alcool con le essenze omeopatiche”

guarisce tutti, o quantomeno non li ammazza come invece fa fare Pirandello al Calajò e alla sua scienza medica.

Correva l’anno 1923, praticamente un secolo fa, e volendo a tutti i costi giustificare il buon Luigi che di cose memorabili ne ha fatte davvero tante, mi sforzo di immaginare possibili giustificazioni per la sua presa di posizione così apertamente antiscientista che immagino molto deve alle posizioni del Croce che in quegli anni, litigando con il matematico Enriquez, combatteva il pensiero scientifico.

Posso allora immaginare come i tentativi della scienza medica, all’epoca ancora goffi in tante situazioni, si dimostrassero molto meno efficaci, specie nel guarire malati immaginari, delle magherìe messe in atto da sedicenti guaritori sciamanici che abitavano le contrade misconosciute dell’entroterra italico.

Non so perché, ma mi è sembrato di vederla, la Milocca di Pirandello. Per un attimo fugace mi è parso di vivere lì e di vedere dalla finestra uno, due, dieci Piccaglione che, nonostante gli inviti a starsene a casa, se ne vanno a spasso. Questo mentre i vari e reali Calajò – quelli che nel frattempo sono stati visti fra noi, infettarsi con noi e spesso morire prima di noi, dimostrandoci definitivamente che non vivono affatto in lontane torri d’avorio – sono stati tutti richiamati a dare una mano negli ospedali per tentare di fronteggiare l’emergenza.

Mi è sembrata di vivere lì e a quel tempo perché, pur se tutti sottoposti ai continui richiami emessi dagli altoparlanti del centro commerciale che a gran voce invitavano la gentile clientela a tenere la distanza di sicurezza, in più occasioni diverse persone mi si sono avvicinate costringendomi a rinnovare l’invito a starsene lontane.

Una di loro, una giovane signora che mi si è accostata chiedendomi se avessi visto non so quale prodotto, evidentemene interdetta per il mio invito a mantenere una distanza adeguata, mi ha detto con un candore disarmante:

“Io almeno ho la mascherina”

e lì mi è sembrato finalmente di capire cosa anima chi, vedendoti a volto scoperto (in tutte le farmacie dove ho cercato  ‘ste benedette mascherine, mi hanno risposto che le avevano terminate…), ti si avvicina così tanto, noncurante delle raccomandazioni ripetute fino alla noia da tv, giornali, operatori sanitari, …

Forse la vista del mio volto scoperto stimola la voglia irrefrenabile di chi invece ha quella protezione di autogratificarsi esibendo ciò che, oramai introvabile, è diventato il nuovo Rolex, il nuovo visone da mostrare con un misto di esibizionismo e di paternalismo compiaciuto e biasimante nei confronti di chi come me, povero idiota, sta rischiando così tanto.

Sarà per il fatto di essere una protezione che ha anche il carattere di indumento molto visibile, quindi un oggetto particolarmente adatto a diventare un capo di moda, fatto sta che, ne sono certo, se Roland Barthes fosse stato ancora fra noi, non avrebbe perso l’occasione di eternare quel tenero presidio medico riconoscendogli il valore di ulteriore mito d’oggi.

Non so, forse hanno ragione i mascherati e tutti colori i quali non si curano del male e vanno avanti. In ogni caso, trovando opportuno ogni tanto mandare in ferie sia il pensiero laterale che e soprattutto quello dietrologico (entrambi potrebbero portare a ipotizzare chissà quali magagne grazie alle quali da tutto ciò guadagnano alcune lobby oscure), decido di affidarmi agli articoli scritti da alcuni colleghi di Calajò nei quali si dice chiaramente che quel presidio non elimina il pericolo di contagio dal virus, avendo il solo effetto di diminuirne il rischio.

Ad esempio, nel sito http://www.salute.gov.it, si trova:

“Per prevenire il rischio di infezione da nuovo coronavirus è prioritario curare l’igiene delle mani e delle secrezioni respiratorie. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di indossare una mascherina solo se sospetti di aver contratto il nuovo coronavirus e presenti sintomi quali tosse o starnuti, oppure se ti prendi cura di una persona con sospetta infezione da nuovo coronavirus. L’uso della mascherina aiuta a limitare la diffusione del virus ma deve essere adottata in aggiunta ad altre misure di igiene respiratoria e delle mani. Non è utile indossare più mascherine sovrapposte.”

Un punto di vista condiviso dal professore Walter Ricciardi, componente del comitato esecutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e consigliere del ministro della Salute, il quale dalle pagine del Corriere della Sera fa sapere che:

«Quelle di garza, che vanno a ruba, servono come misura di precauzione. Quelle sofisticate, che hanno dei filtri, servono a proteggere gli operatori sanitari».

Gli fa eco il presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani (Fofi), Andrea Mandelli secondo il quale

«Bastano le misure di igiene (lavare le mani) ed evitare i contatti ravvicinati, come per l’influenza, mentre (le mascherine, n.d.r.) sono necessarie a chi è già malato per evitare di diffondere i patogeni».

E allora mi torna in mente il risultato di una recente ricerca che credo abbia allarmato un po’ tutti, secondo la quale gli studenti italiani hanno, tra gli altri, un grosso problema di comprensione di ciò che leggono. A questo punto credo di essere autorizzato a pensare  che la stessa ricerca condotta su un campione di adulti non darebbe risultati migliori.

Il racconto di Pirandello si chiude con il povero Calajò al quale un collega più giovane suggerisce di dare ai Milocchesi, come del resto faceva il più furbo Piccaglione, né più, né meno quello che vogliono. Dice, infatti:

(…) e lei, scusi, perché non si mette a fare il medico come lo vogliono a Milocca? Acqua e lì!

-Come, acqua e lì? – domanda stordito Calajò. E quello: Ma sì, illustre collega, acqua, acqua naturale, tinta in rosso o in verde da qualche sciroppino, e lì!

E allora sapete che vi dico?

Mascherina, e lì sia!

 

SZ

 

 

 

 

 

Libero arbitrio e arbitri a piede libero

Siamo un popolo di 60-70 milioni di persone. La gente, lo sappiamo bene, si inventa di tutto per giustificare la propria voglia, il suo bisogno estremo di fare sempre quel che gli pare. Io non ci sto ad attendere le valutazioni di 60-70 milioni di persone che dovrebbero autoregolamentarsi perché non voglio, specie in questo momento storico, ritrovarmi a dover avere fiducia nel mio prossimo. Non ne ho affatto a causa del ben noto malcostume dei nostri connazionali che evadono le tasse, parcheggiano a cazzo perché “devo stare solo 5 minuti”, gettano cicche e carte ovunque, non fanno la raccolta differenziata, non mettono i guanti per prendere la frutta al supermercato (“perchè sono allergico alla plastica dei guanti”), sbraitano per strada, prendono la macchina anche per andare al cesso, vanno in bici sui marciapiedi, non fanno sedere gli anziani in autobus, non timbrano il biglietto, menano gli insegnanti dei propri figli, nei bar, fregandosene degli altri, sequestrano per mezz’ora l’unica copia del giornale messa lì “per consultazione” e ne umettano le pagine per girarle meglio. Alcuni, poi, anche se al verde, spendono minimo 50 euro per andare allo stadio dove sfogano la bestia che è in loro menando l’ultrà dell’altra squadra, rubano lo stipendio senza meritarselo, timbrano i cartellini dei colleghi assenti, fanno i “pianisti” in parlamento, … Tutto ciò e molto altro ancora mi induce a pensare che i distinguo che qualcuno fa vanno forse bene per un popolo molto, molto diverso dal nostro. Le nostre valutazioni vengono sempre e troppo pericolosamente affidate al cosiddetto “buon senso” e non intendo stare qui a valutare se davvero il mio vicino o se quello in Val Gardena ne ha avuto. Dobbiamo fare tutti uno sforzo congiunto e lo stato non può fare distinzioni basate sul dove si ha la residenza e su quanti metri o chilometri si hanno a disposizione per camminare in libertà. Se lo facesse, una volta pubblicata la mappa delle zone dove è consentito agire come ci pare – giustificandolo in tutti i modi quasi si tratti di un dispetto verso il governo (reo di averci avvertito tardi? E allora? Se anche fosse, questo diminuisce in qualche modo la probabilità che io, tu, gli altri possiamo infettarci? Non capisco…) – e avendo visto ciò che è accaduto di recente con i treni verso il Sud, dovremmo aspettarci flussi di benpensanti che subito si trasferirebbero laddove si può andare per i boschi senza temere non solo il virus, ma “soprattutto” la sanzione (sì, perché sono ancora in tanti a non aver colto davvero quale sia il rischio per il loro corpo, dimostrando sempre e solo sensibilità in corrispondenza del proprio portafogli). Sono giorni che, per eludere i consigli e le direttive, leggo tanti punti di vista nei quali si denuncia il nostro governo, il ritardo nel mandare l’allarme, ecc e a questo punto non posso che dire a tutti “andate pure, passeggiate, correte”. Non sono per niente contento di farvi questo invito perché, nonostante i chilometri che possono separarci, ciò che tu fai lì è come mai in precedenza linkato intimimanente a ciò che io faccio qui. In ogni caso, più che dire perchè secondo me (e soprattutto secondo gli esperti) non va bene, non so proprio cosa fare. Io semplicemente non sono d’accordo. Non lo sono affatto. Me ne sto chiuso in casa e lo faccio nonostante abbia una voglia matta di uscire per godermi le mie passeggiate (ultimamente percorrevo a piedi anche 10 km al giorno) al primo sole della bella stagione. Lo faccio e basta. Nessuno mi ha chiesto cosa penso delle disposizioni e, non avendo competenze, ruoli nell’ISS o incarichi governativi, sono felice che non l’abbiano fatto. Però se davvero qualcuno la vede diversamente, è meglio che approfitti subito, in questo stesso momento, della lassità dei decreti varati giorni fa perché tra poco, per costringere finanche i più riottosi, arriverà l’esercito a controllarci e ne faremo tutti (TUTTI) le spese. Provate poi a far valere con i militari le vostre machiavelliche motivazioni. Sono proprio curioso di sapere cosa vi risponderanno.

CRONACA VIRUS – Giorno 10

                                           AVERE IL CORPO DI BEN GRIMM

Abito in questa casa dall’estate del ’98.

In realtà, vi sono stati lunghi periodi in cui mi sono mosso più altrove che qui: due anni di studio alla S.I.S.S.A. di Trieste mi hanno spinto ad abitare in quella splendida città per un paio di settimane al mese. In seguito ho lavorato per sei mesi al Planetario e Museo dell’Astronomia di Roma; poi ho trascorso due anni all’Osservatorio INAF di Asiago e in quel periodo tornavo a casa solo nei fine settimana. Poi è stata la volta di Catania, città nella quale per ben tre anni ho collezionato mesi e mesi di lavoro suddividendo il mio tempo tra la sede cittadina dell’Osservatorio INAF e la stazione osservativa sull’Etna. Senza poi contare i sette anni trascorsi in centro a Bologna dove ho abitato con la madre di mio figlio. Un periodo nel quale qui sono tornato solo ogni tanto, giusto per prendere qualcosa che mi serviva.

L’ultima volta che mi sono allontanato per un po’ da questa casa, l’ho fatto per andare a lavorare tra l’Osservatorio INAF di Palermo e il Centro Astronomico GAL-Hassin di Isnello all’epoca ad esso affiliato. In tutto, altri due anni di assenza.

Insomma, travolto da eventi di studio e di lavoro, nel tempo mi sono preso lunghe pause dalla mia condizione di unico abitante di questa minuscola frazione di mondo che però, da quando l’ho acquistata interrompendo così la tipica indeterminazione heisenbergiana che caratterizza la vita degli studenti, è diventata il centro verso il quale, dopo ogni elongazione, elasticamente torno (Hook docet).

Ricordo che, con i pochi soldi a disposizione che avevamo, fu estremamente difficile trovare questo appartementino. Le agenzie alle quali io e mia madre ci eravamo rivolti  continuavano a proporci l’improponibile e se davvero, perseguendo caparbio l’idea di abitare in centro, avessi accettato di comprare uno dei loculi che mi avevano mostrato, a quest’ora probabilmente vivrei ancora tumulato tra topi, miasmi, umidità e buia infelicità in un immondo sottoscala di un palazzo dall’apparenza signorile.

Ricordo anche che, a un certo punto, il tipo dell’agenzia, oramai disperato, si rivolse a una sua collega di una ditta concorrente per chiederle se avesse qualcosa di adatto al mio caso. E quella fu la svolta: in sella a un motorino venimmo fin qui e, dopo aver storto il naso lungo tutto il percorso osservando di quanto ci stavamo allontanando dall’amato centro cittadino, quando aprirono la porta di questo appartamento a pian terreno, me ne innamorai all’istante.

Fu un vero e proprio colpo di fulmine: la porta aperta rivelò al mio sguardo diffidente una casetta fresca di bianco per la recente ristrutturazione (pare che prima l’intera struttura fosse addirittura un convento) e mi colpì subito la stranezza della sua struttura: a causa di un “vizio di forma” originale e forse anche di un altro creato in corso d’opera per assecondare il bisogno del padrone dello stabile di ottenere più miniappartamenti da vendere, il mio aveva preso una forma triangolare (!).

Di sicuro difficile da arredare, da vuoto faceva però la sua porca figura colpendomi con una originalità geometrica che contrastava nettamente con la “banalità del male” degli scantinati abitabili (a detta degli agenti immobiliari) che mi erano stati mostrati fino al giorno prima.

Come ogni matrimonio che si rispetti, il rapporto tra me e questo ambiente ha conosciuto fasi altalenanti. Pur continuando sempre ad essergli grato per il suo essere “il mio posto nel mondo” – un posto dove, anche se a nord, lontano dalle mie tradizioni, finalmente sentirmi “a casa”; un posto dove sentirmi addirittura bello perché definitivamente autorizzato a essere quello che sono senza limitazioni imposte da assurde convivenze – ho accarezzato tantissime volte l’idea di andar via.

É capitato anche di recente: quasi quattro anni fa, dopo la separazione, sono tornato a vivere qui scoprendo che questa casa non mi bastava più. Oggi sono invaso dai libri, dai film in DVD, dai CD, dagli strumenti di lavoro, dai ricordi solidi, … e lo spazio per muovermi è sempre meno: un problema che vivo soprattutto quando mio figlio viene a stare qui da me.

Vorrei tanto poter avere una stanza tutta per lui e uno studio per me dotato di una porta blindata da serrare al momento giusto così da sancire con un gesto netto che “basta, il lavoro è finito”.

Sì, perché questa casa è fondamentalmente un luogo di lavoro dotato di letto per chi (io) fa gli straordinari che possono protrarsi anche fino a tarda notte. Qui conduco un’esistenza che, non conoscendo tregue sabbatiche, ferie pagate e distanze strategiche da ciò che devo/voglio fare, andando per i 52 autunni (sì, finiamola con ‘sta cosa delle primavere, dai…), inizia a pesarmi alquanto.

I pensieri che mi aiutano a riappacificarmi con queste mura tagliate strane sono diversi, ma i più importanti è facile riassumerli qui: 1) questa è casa mia. Sapendo che molti (e il pensiero va anche ai molti padri separati, costretti a vivere in macchina o in affitto) non ne hanno una, non posso certo intonare un peana autocommiserativo; 2) qui dentro è stato concepito mio figlio, un ricordo che svetta in cima all’Everest di eventi della mia piccola e insulsa storia personale; 3) qui dentro ho vissuto con Lulamae, un essere davvero angelico che chiamavo “la mia can-vivente” e qui ho avuto per circa tre mesi i suoi sette, splendidi cuccioli; 4) ho ancora vivissimo in testa il ricordo degli innumerevoli momenti in cui ho amato davvero tanto queste mura, grato verso di esse per avere contenuto me e tutto ciò di cui ho avuto bisogno in questi ultimi ventidue anni; 5) qui dentro sono nati tantissimi altri miei figli: idee, disegni, scritti, libri, articoli, musiche, CD, cartoni animati, video, … che di sicuro, in qualche misura, sono stati alimentati e forgiati  anche dalla geometria di questo luogo.

Come è facile intuire, l’organizzazione interna dei tantissimi oggetti che possiedo ha sempre costituito un problema. Ho suddiviso l'”antro” – spesso mi rivolgo a questa casa chiamandola così. A renderla tale sono io, una specie di neandhertal che finge di essere evoluto – in regioni scandite soprattutto dalla tipologia di libri che in un particolare settore trovano posto.

Vi è la regione della matematica, quella della fisica, quella dell’astrofisica, quella dell’informatica, quella della biologia e quella della chimica. Poi c’è la regione della filosofia, quella della storia della scienza, quella della letteratura varia, quella dei gialli, quella della fantascienza, quella della musica, quella dell’armonica, quella dell’arte varia, quella del disegno, quella dei fumetti e quella dell’illustrazione. Poi vi è anche quella dei classici latini e greci, quella della mitologia, quella dedicata ai rapporti tra religione e scienza, quella dei libri di mio figlio, quella degli atlanti e quella dei saggi e dei racconti dedicati al mare, altra mia grande passione.

Oltre a queste regioni più normali e nettamente separate, ve ne sono altre in cui invece si attua un raccordo tra discipline diverse come l’area della sociologia, l’area dei libri dedicati alla scrittura, l’area dei libri dedicati ai rapporti tra scienza e arte e quella delle mie produzioni. E quando lavoro a qualcosa, succede che sul pavimento crollino da tutte quelle zone vere e proprie cascate di libri avviando lì un entropico mash up di testi, articoli, fogli, … che poi faccio fatica a rimettere a posto. Questo determina uno stato di continuo affanno dello sguardo che, quando e se capita di mettere a posto, non riposa mai per più di poche ore su superfici ordinate.

Fino a un decennio fa circa, riuscivo ancora a tenere tutto sotto controllo. A tal proposito, ricordo che nel periodo in cui ho vissuto a Roma, ho avuto una storia con una pittrice napoletana la quale per questioni di lavoro ebbe bisogno di venire a Bologna per un paio di giorni. Avendo bisogno di un posto dove andare, ovviamente le offrii di usare casa mia e lei accettò. Una volta arrivata qui mi telefonò per dirmi, con fortissimo accento partenopeo: “Ie pensava ca tu eri un cialtrone destrutturat(o), invece, guardande casa tòje, ho scoperto che sei un cialtrone strutturatissimo!”.

A complicare le cose, a un certo punto è però intervenuta la mancanza di spazio, per cui se tornasse a trovarmi ora, probabilmente sarebbe portata a pensare che io sia diventato totalmente destrutturato.

Personalmente mi sento solo bisognoso di una nuova casa e del tutto giustificato nel desiderarla: come è capitato a noi sul nostro pianeta, ho da tempo superato il punto di non ritorno e ora è praticamente inevitabile ritrovarmi senza più ripiani, scaffali, cassetti, … dove collocare tutto al suo posto, dato che il suo posto non c’è. C’è e sempre ci saranno sul pavimento pile di libri, fogli e oggetti precari, in attesa di collocamento.

Tutto questo casino e il tentativo di avere la meglio su di esso organizzando regioni che  a ben vedere hanno oramai solo un valore nominale, mi spingono a pensare quasi con tenerezza alla mia condizione di impiegato del mio catasto personale. Una condizione che, complice la forma triangolare dell’antro, molti anni fa mi ha fatto iniziare ad associare casa mia al mio cervello del quale sembra un’agile stilizzazione geometrica.

La scuola, l’educazione ricevuta, la società, … mi spiegano che  questo cervello andrebbe organizzato, tenuto in ordine parcellizzando le nozioni che contiene in materie, discipline, orari, … ma lui mescola ben bene il suo contenuto agitando quotidinanamente tutto ciò che contiene prima dell’uso che ne faccio per lavorare. Quindi, nonostante i miei tentativi di mettere in ordine, esso si diverte a mescolare le cose che, stanche di guardarsi da scaffali lontani, non possono fare a meno di cercarsi tra loro e di ritrovarsi sul pavimento, sui tappeti, sul divano e negli angoli difficili da pulire.

Questa la mia testa,

E il resto del mio corpo?

Quello era diffuso nella città, nel mondo, nello spazio. Viaggiavo tantissimo per lavoro: concerti, corsi, conferenze, spettacoli, seminari, … ma quando davvero desideravo chiudere la mia attenzione su qualcosa, sapevo che non avrei avuto altro da fare se non  tornare tra i miei lobi temporale, occcipitale, parietale, … della scatola cranica di mattoni dove ho residenza. Qui avrei avuto a disposizione tutte le informazioni contenute negli scaffali neuronali da connettere con lunghe sinapsi di disordine.

Questo ciò che accadeva fino a pochissimi giorni fa.

Ora però, dopo ben dieci (10) giorni di segregazione, sento che il paragone fra la casa e il mio cervello non rende più giustizia a questo appartamento. Sento che se non verbalizzo la situazione in modo diverso, adottando da ora in poi un nuovo modo di dire, gli mancherò di rispetto.

Ora che mio corpo non può più vagare libero all’esterno, ora che non può più portare il suo sguardo in giro per il mondo perché anche lui è costretto qui dentro, chiuso come le mie idee, a scrutare l’orizzonte di porte e finestre, queste mura sono diventate le mie braccia, le mie gambe, il mio corpo, il mio mondo.

Le mura esterne hanno assunto il ruolo di un vestito attillatissimo molto brutto fuori, ma accogliente dentro. Se si preferisce, sono diventate la nuova placenta nella quale mi muovo in un elemento ovattato capace di nutrirmi, di tenermi in vita e che mi protegge in attesa della (ri)nascita.

Per ora va tutto bene, ma onestamente mi chiedo se sarà sempre così.

Cinquantacinque metri quadri al momento credo siano un vantaggio: mi sento “rintanato” e questa idea mi regala un certo calore mentale; mi fa sentire quasi coccolato dalle parole e dall’immagine mentale che mi regalano. Ho riempito la casa di scorte di cibo e mi sembra quasi di vedermi come un piccolo roditore con la sua scorta di nocciole bastevole per il periodo di letargo.

Quando abbiamo freddo ci rannicchiamo.

Bene, allora io sono rannicchiato tutto attorno al mio io pensante mentre il mio io semovente si sposta poco e al momento ha solo funzioni protettive.

In un cosmo enorme, lui copre al massimo una distanza di un paio di chilometri per fare la temuta spesa bisettimanale.

Ma quanto durerà questo stato di cose? Quando arriverò a sentire l’esigenza di cento metri quadri? E di un chilometro quadrato? E della superficie della regione? Del mare? Del mondo?

La primavera sta esplodendo e noi stiamo invece implodendo sempre più.

Tutto ciò, si sa, non è normale, e forse è il momento di iniziare ad avere paura.

 

SZ

 

 

 

 

 

Musica e illustrazione 1: un sodalizio armonico

Con il video pubblicato stasera nella mia rubrica HarmoniCa Mundi ospitata dal sito per armonicisti Doctor Harp, chiudo il ciclo di tre puntate dedicate alla lunga intervista che mi ha rilasciato Gabriele Guidetti, armonicista blues e illustratore automobilistico.

Prima di scrivere qualcosa sui rapporti tra arti visive e musica, credo sia importante partire dall’esperienza di chi questo rapporto lo vive senza necessariamente chiedersi quali siano le motivazioni che lo inducono a percorrere il breve istmo esistente tra le le due forme espressive.

Guidetti ci offre la possibilità di sondare da vicino il suo approccio al problema.

Un approccio pragmatico di sicuro interessante al quale affiancherò presto l’esperienza di altri artisti che come lui si impegnano su diversi fronti e che, proprio per questo, sento molto vicini e a me affini.

SZ

 

Prima puntata: https://www.doctorharp.it/intervista-a-gabriele-guidetti-i-parte/

Seconda puntata: https://www.doctorharp.it/harmonica-mundi-intervista-a-gabriele-guidetti-ii-parte/

Terza puntata: https://www.doctorharp.it/harmonica-mundi-intervista-a-gabriele-guidetti-iii-parte/

CRONACA VIRUS – Giorno 9

                     DACCI OGGI IL NOSTRO PATIMENTO QUOTIDIANO

Siamo un popolo ridanciano e questa nostra caratteristica ci ha salvato, e continua a farlo, in tantissime situazioni di disagio, malessere, disperazione.

Ridiamo praticamente di tutto e io stesso mi fregio di essere da sempre, nonostante il tono serioso che ostento in questo blog, un grande collezionista di barzellette che alla prima occasione recito con chiunque sia disposto ad ascoltarle.

Questo periodo così problematico ha stimolato nel popolo italiano non solo flash mob musicali, alcuni dei quali a mio parere ridicolmente nazionalistici – un carattere che, come puntualmente faceva notare ieri un acuto osservatore della realtà quale è il mio amico di facebook Marco Fulvio Barozzi – possono risultare alquanto inopportuni e del tutto fuori tema: il virus non è alle porte. Le ha già attraversate.

Oltre a far riscoprire sotto le ceneri la brace musicale, l’emergenza Coronavirus ha rintuzzato il fuoco dell’umorismo italico in tutte le sue forme, dalla più sottile alla più grossolana e irriferibile (e prorpio per questo particolarmente intrigante).

Tra le gag più riuscite, in verità tantissime, ve ne sono alcune con un carattere preciso che sin dall’inizio del periodo di segregazione in qualche modo imposta, anche se camuffata da semplice e giusto suggerimento dato agli italiani, hanno fatto la comparsa nei post whatsapp.

In questo filone si mette in evidenza come la maniacalità sia il tratto distintivo di molte delle tecniche di sopravvivenza messe in atto dai nostri connazionali: c’è chi, orgoglioso, riferisce il numero esatto delle piastrelle di casa, chi quello degli spaghetti contenuti in una confezione; c’è poi chi pulisce casa come non ha mai fatto prima e chi invce preferisce riordinare gli attrezzi e le minutaglie da bricoladge come viti, bulloni, … tra i quali fino a pochi giorni fa regnava il disordine totale.

Infine vi è chi si incaponisce ore e ore nel tentare piccole, impossibili imprese, da giocoleria estrema, come, ad esempio tentare di infilare, lanciandolo, un rotolo di asciugatutto su un’asta piantata sul pavimento (la fine di questo video ne fa uno di quelli irriferibili, ma di sicuro… interessante!).

Insomma, il tempo, nella sua ripetitività estrema, incessante, monotòna e monòtona, sembra proprio suggerire che il modo migliore di affrontarlo quando se ne ha troppo (?) sia proprio combatterlo da dentro, quasi, con la sua stessa arma: la ripetizione, la reiterazione, la folle riproposizione di gesti, parole e, in definitiva, di pensieri che lo mostrano chiaramente: a non dare tregua è sempre un obiettivo particolare che demoniacamente si impadronisce dell’individuo.

Nella maggioranza dei casi, si sa, l’umorismo non fa altro che evidenziare il manifestarsi di tratti fondanti della nostra specie, e lo fa in un modo di sicuro efficace: isolandolo, estremizzandolo e mettendone a nudo davanti agli occhi di tutti quelle che a torto, spesso vengono nascoste come “pudende” comportamentali.

In questo caso, grazie proprio alla pervicacia di certo modo di stimolare il sorriso, mi è sembrato di intravedere una possibile spiegazione del perché molti di noi nella vita hanno intrapreso strade tutt’altro che facili, incaponendosi in attività che, con sorti diverse, poi hanno condizionato il corso intero dell’intera vita.

Grazie a queste gag possiamo quindi affermare con un certo grado di sicurezza che la maniacalità fa parte di chiunque sia posto dagli eventi in condizione di “cattività”: tutti, una volta costretti in tempi e spazi limitati, prima o poi iniziamo a manifestare abitudini e vizi che ci aiutano a solcare più o meno indenni quelli che altrimenti rischierebbero di rivelarsi oceani di noia, bonaccia e calma piatta.

Un dato triste è scoprire, tra il serio e il faceto, che per molti è il proprio lavoro ad avere quel carattere: una attività mai desiderata, per la quale magari non si nutre alcuna simpatia né attitudine, ma che a un certo punto, per la sua salvifica routinarietà, diventa àncora di salvezza e unico modo che realmente funziona per sentirsi vivi.

A questa situazione molto diffusa fa da contraltare la tendenza di alcuni, palesata sin dalla gioventù, a fissare l’attenzione su particolari occupazioni (ovvero attività che “occupano”. Cosa? La mente di sicuro, quindi il tempo).

Simili attitudini hanno rivelato la genialità di alcuni, le storie personali dei quali riempiono i nostri libri scolastici, e molto più di frequente l’estrema dedizione e la determinazione di tantissimi che invece si sono semplicemente distinti in nobili attività con il risultato comunque positivo di aver reso ottimi servigi alla comunità.

Forse dovremmo sentirci debitori nei confronti di certi genitori, insegnanti, tutori, …, i quali, in assenza di una particolare predisposizione di alcuni ragazzi a notarla, gli hanno fatto comunque sentire la brevità e l’asfitticità di quel periodo assediato tra i due nulla epicurei: quello che precede la nascita e quello che segue la morte.

Un’asfitticità cui segue, una volta scoperta, la necessità di dare un carattere affatto diverso alla vita, riempiendola con azioni che per monotonia possano risultare degne dell’altrettanto monotona staticità dei due nulla oltre i confini.

Se ciò fosse vero, ci sarebbe allora da chiedersi se, piuttosto che insistere sempre sull’importanza del relax e del vivere qualsiasi momento della vita fischiettando e infischiandosene di tutto – un insegnamento che in tantissime situazioni dimostra di avere un indubbio valore, ma sul quale, a mio parere, si pone troppo l’accento, esaltandolo a stile di vita sempre e comunque da preferire ad altri – non sia il caso di insegnare a chiunque, sin dalla tenera età, il plusvalore del tempo speso a curare un interesse particolare; un passatempo che possa aiutare a combattere il tempo. Come? Facendo, realizzando, ricercando, intestardendosi su un qualsiasi obiettivo non banale e in qualche misura utile.

L’utilità, infatti, credo sia la chiave di volta. Sì, perché è innegabile: oltre alla evidente nevrosi che si appropria dei protagonisti di quelle gag su whatsapp, se c’è qualcosa di davvero ridicolo è proprio la sconcertante ed evidente irrilevanza degli obiettivi che si dà chi, non sapendo a cosa votarsi per autotraghettarsi, inconsapevole, attraverso le lunghe ore della giornata, si impegna a fare cose del tutto improbabili.

Forse quello suggerito dai genitori o dalla scuola al ragazzo non sarà l’hobby o la professione che lo accompagnerà per tutta la vita, ma non importa: è l’attitudine a impegnarsi senza lesinare energie su un particolare obiettivo che credo abbia un immenso valore.

Impegnarsi rivela il costo dei tantissimi secondi che arrivano nei nostri limitati confini vitali dallo sconfinato serbatorio del tempo; secondi che passano e non tornano e che possono essere usati per scolpire nel tempo azioni e pensieri si spera non banali.

IlVolli, e volli sempre, e fortissimamente volli” credo andrebbe esaltato di più e fatto apprezzare non per la cupa stranezza di un giovane Alfieri dedito allo studio, ma per il valore salvifico che possiede l’esercizio della volontà. Quella stessa che faceva dire ad Einstein: “Non è che io sia così intelligente, è solo che sto più a lungo su un problema”.

Non si tratta certo di regalare ansie e angoscie a chichessia. Si tratta solo di far scoprire a chiunque modi più validi di trascorrere periodi come questo che possono rivelarsi estremamente noiosi o estremamente affascinanti e ricchi di occasioni. Un insegnamento che, se impartito bene, potrebbe svelare l’esistenza di un numero molto più elevato di ottimi professionisti e, perché no?, anche di geni.

Servirebbe di sicuro ad eliminare il terrore di non sapere come fare per “ammazzare il tempo”, pur sapendo che, alla fine, qualsiasi cosa (non) si faccia, sarà lui ad ammazzare noi.

 

SZ

 

CRONACA VIRUS – Giorno 8

                                                             WIRE RUNNER

Ieri sera ho visto in televisione l’episodio intitolato Rete di protezione della serie Il commisario Montalbano e in essa il protagonista, da “cinquantino” medio classicamente in difficoltà con la moderna tecnologia informatica, si sorprendeva di poter interrogare in video-chiamata un ragazzino connesso da casa sua.

Strana coincidenza, proprio poche ore prima avevo sostenuto on-line l’ultima prova di un concorso durante il quale la mia immagine seduta alla scrivania, traduzione in bit e sintesi bidimensionale della mia persona tridimensionale e del suo ambiente di sfondo, mi ha rappresentato davanti a una commissione di quattro analoghi avatar: tre astronomi e una amministrativa.

In tempi normali, sarei andato di persona, facendo viaggiare molto poco sinteticamente la mia novantina di chili per circa 800 chilometri. Piacere di viaggiare (quando e se c’è) a parte, essendo al verde come può esserlo chi è senza lavoro da circa un anno e mezzo, l’aver risparmiato circa 300 euro di biglietto ha costituito per me un notevole vantaggio.

Volendo poi essere pignoli, quei 90 chili hanno il vizio di mangiare anche in trasferta. Hanno persino bisogno, ovunque si trovino, di dormire e di inquinare, e tutto ciò ha un costo che fa aggiungere alla cifra già prima risparmiata un “imponibile” di altri 100 o duecento euro.

Questo il computo bruto di ciò che si può e, nelle mie condizioni economiche, assolutamente si deve calcolare.

Ora invece parliamo dell’imponderabile: prendere un aereo, tra la preparazione del viaggio, andata e ritorno dagli aeroporti, tempi di attesa per l’imbarco, tempi di attesa per scendere dall’aereo, … “consuma” ore e ore del nostro tempo, producendo stress, stanchezza, nervosismo e a volte anche un po’ di depressione.

In aggiunta a questo, vi è il disturbo che si arreca a chi, amico o parente che sia, decide di aiutarti ospitando il sacco delle tue cellule, nutrendolo, permettendogli di inquinare e tollerando ciò che dice e fa.

Incuriosito, sono quindi andato a vedere quanto carburante consuma per passeggero un aereo lanciato su una tratta lunga come quella che avrei dovuto percorrere. Inutile dire che non ho trovato il calcolo esatto per quel caso particolare. Ho però trovato elementi utilissimi per farmi un’idea approssimativa, quella che davvero importa ai fini di questo discorso, di quanto stavolta io abbia risparmiato, a causa degli eventi, trattenendo il mio ingombrante contenitore qui a casa sua, a Bologna.

Ho così scoperto che nelle fasi di decollo/atterraggio, un aereo “secca” circa uno o due terzi del serbatoio, e questo è il motivo per il quale più la tratta è lunga, e più è conveniente. Ho trovato il calcolo per un Boeing 747 che, con una capienza di più di 500 passeggeri, copre la tratta Milano-New York. In quel caso, pare che il consumo di carburante dovuto al peso di ogni singolo passeggero chilometro sia di circa 0,02 litri al chilometro.

Ipotizzando che un aereo come quello che avrei preso per percorrere una tratta circa nove volte più breve di quella usata per il calcolo precedente abbia a regime gli stessi consumi, ho fatto risparmiare (la compagnia aerea ovviamente non lo direbbe così…) alla comunità più o meno 16 litri di carburante: decisamente poco se confrontato al consumo che avrebbe implicato un viaggio in auto o in treno.

Allora ho forse fatto male? Valutazioni personali a parte, quelle che tendono a dare un peso enorme all’imponderabile cui facevo riferimento prima – lo so, sembra un non-sense, almeno fintanto che siate voi a dover viaggiare -, scopro l’acqua calda: standomene qui a occupare solo mezz’ora del mio tempo e consumando meno di un Gbyte, ho conseguito un risultato di tutto rispetto.

In fondo, non ho fatto altro che mandare lontano una sintesi della mia persona: una res extensa, ma stavolta bidimensionale, aggiornata dal computer dalle 30 alle 60 volte per secondo – e una res cogitans rappresentata dall’audio nel quale la prima res sinteticamente riferiva sull’argomento richiesto ciò che e mie cellule hanno fin qui elaborato.

Luce, audio e bit contro chili. Qualcuno forse potrebbe obiettare che, nonostante tutto, dato il basso consumo di carburante per passeggero, sarebbe stato meglio andare di persona. Greta, puntando il dito contro le ingenti emissioni di anidride carbonica prodotte dal velivolo, avrebbe molto da obiettare; e ne avrei anche io, prendendomela con il rumore che produce un aereo quando decolla e atterra: abito vicino a un aeroporto e buona parte della mia giornata si svolge sulla stupida, ripetitiva e cacofonica colonna sonora suonata dalle turbine di centinaia di aerei in transito qui sopra casa mia.

Ma non divaghiamo e, convinto che in futuro, sia che le cose migliorino, sia che peggiorino irrimediabilmente, sarà questa l’informazione veramente utile, vediamo quale è l’equivalente in bit di una persona.

Secondo un calcolo che ho trovato in un bel libro, guarda caso, sul teletrasporto, un corpo umano contiene circa 1028 atomi. Sapendo che la descrizione di un atomo necessita di circa 100 bit (onestamente mi sembra poco, ma mi fido), otteniamo un totale di 1030 bit per persona. Dal momento che un hard disk con una capienza di un Terabyte contiene circa 1012 byte, quindi 8 x 1012 bit, risulta che ci vorrebbero 1018 hard disk da un Tera l’uno per portare in giro l’equivalente in unità di informazione della mia graziosa persona.

Sempre in rete ho trovato che il peso del pacco di spedizione di un piccolo hard disk di quella capienza è di circa 250 grammi, che fanno circa 1017 chili di sintesi di un candidato che si sposta per andare ad affrontare la prova orale del mio concorso.

Quindi, tralasciando l’inquinamento che produrrei in termini di fastidio per il mio eventuale ospite, sembrerebbe che tutto ciò dia ragione allo scettico il quale, ora che abbiamo calcolato quanto “pesano i miei bit” e avendo intuito quanto costerebbe portarli in giro (assumendo, esagerando un po’, un peso medio procapite di 100 chili, portare tutti i miei hard disk equivarrebbe a trasferire il peso di circa 1015 candidati!), propende ancora di più per il viaggio dell’intera mia persona.

In fondo essa, proprio perché reale, è sintetica: in essa, tutte le mie informazioni sono compresse, zippate come solo la Natura sa (ancora) fare.

Purtroppo abbiamo ancora una volta valutato come trasferire il tutto che, qui lo ricordo più che mai, è di più della somma delle parti di cui ci siamo fin qui occupati.

Allora preferisco mandare una qualche differenza conveniente tra me e la somma delle mie parti e scelgo quella convenientissima compressione, anch’essa frutto della genialità naturale, costituita dal mio simulacro. La nostra “figura” (immagine, luce) e il nostro aspetto interiore reso manifesto da concetti espressi a voce (suono), ci consente di dimenticarci che siamo pesanti, ingombranti, inquinanti, per permetterci di focalizzare la nostra attenzione su aspetti che potrebbero addirittura essere piacevoli e, a ben vedere, vista la sintesi che attuano, non così banali.

Tutte cose già note da tempo ma che, come tantissime altre, davamo per scontate. Sappiamo bene che in futuro, a emergenza finita, non dovremo abbassare la guardia e che dovremo ancora temere il virus e i suoi colleghi. Ciò che fa paura non si dimentica facilmente mentre, caso strano, ciò che fa bene e che per questo non temiamo, tendiamo a dimenticarlo.

La procedura concorsuale tramite videoconferenza ci offre un ottimo esempio di ciò che sto dicendo: si tratta di una opzione già contemplata in precedenti concorsi, ma riservata solo a casi eccezionali. Da ora in poi, sarebbe meglio che si invertissero le voci, definendo eccezionale la necessità (non la possibilità) di incontrare il candidato di persona e preferendo sempre vederlo… de visu (nuova accezione possibile del vedersi in video chiamata?).

Alla fin fine, abbandonata, perché divenuta pericolosa, la retorica della stretta di mano, dare dignità alla persona e alla sua res extensa così fragile e ingombrante, significherà anche consentirle di non pagare in denaro, stress, debiti morali e soprattutto tanto, troppo tempo, ciò che potrebbe costarle solo pochi minuti e giga.

Sembra quasi il temuto trionfo della dimensione dell’apparire sull’essere, ma a fare la differenza sarà ovviamente ciò che l’apparente avrà da dire (l’app-adire?)

Con buona pace di Cartesio, con un piatto di pasta e un bicchiere di vino oggi quindi festeggio sì l’estensione reale del mio corpo, ma anche e soprattutto la sua evidenza, la sua res manifesta atque loquens, sintesi compressa, res brevis, del mio reale tridimensionale. Una differenza che ieri ha fatto risparmiare alla somma solida delle mie parti un bel po’ di soldi e fatica.

Praticamente oggi festeggio il mio mp4.

 

SZ

 

Ringrazio qui pubblicamente la mia carissima amica Margherita Pellegrino, fantastica insegnante di Latino e Greco dello stesso liceo che da studenti ha ospitato entrambi per ben cinque anni. Il suo aiuto nel trovare la forma latina delle estensioni alle definizioni di Cartesio che mi servivano in questo articolo mi è stato a dir poco fondamentale.

 

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 7

                              MIO CUGINO HA GLI OCCHI A MANDORLA

Mi appassiona osservare il cielo stellato. Da ciò ne consegue che mi affascina anche tutto ciò che riguarda le costellazioni delle quali racconto le caratteristiche in una serie di video che sto proponendo, mese dopo mese, e nei quali racconto quali elementi di cielo profondo contengono, quali miti sono da associare a esse, ecc…

Alla fin fine, però, si potrebbe pensare che si tratti di un discorso abbastanza vacuo: pur essendoci davvero, all’interno dei confini che abbbiamo dato a quelle regioni di cielo, gli elementi astronomici di cui parlo in quei video, si scopre che le costellazioni, intese come aree bidimensionali che ritagliano la volta celeste, non esistono.

Si tratta di illusioni ottiche generate dall’incapacità del nostro sguardo di valutare le diverse distanze che separano i puntini stellari, quelli che il nostro cervello unisce con segmenti immaginari per fomrare geometrie familiari.

Forme piatte di sicuro comode per orientarci in cielo, ma che da un punto di vista astrofisico non hanno molto senso e aventi a che fare molto più da vicino con le motivazioni antropologiche, sorrette dai nostri limiti fisici, che ci hanno storicamente portato a “scorgerle” in cielo.

In realtà si scopre che, se davvero fossimo interessati a partizionare il cielo in costellazioni reali, ovvero scegliendo punti che siano effettivamente correlati da fattori fisici e non da altri meramente antropologici, potremmo attuare la scelta non certo intuitiva e di sicuro poco comoda di congiungere solo le stelle che condividono una stessa metallicità, una stessa età e un comune moto proprio: una misura di quanto e come esse si spostano nello spazio e nel tempo e capace di mostrare se quegli astri provengono da un punto particolare nel quale tutte hanno avuto origine e dal quale, nel tempo, si sono allontanate, “evaporando”.

Simili insiemi stellari vengono indicati con vari nomi: gruppi cinematici, associazioni stellari o, un termine forse più evocativo degli altri, correnti stellari.

Di simili aggregazioni se ne conoscono già molte e, come credo sia facile intuire, restituiscono una immagine del cielo alquanto diversa da quella alla quale siamo avvezzi.

A questo punto del discorso, qualcuno forse si starà chiedendo perché, in una rubrica quotidiana che parla della vita ai tempi del coronavirus, io oggi abbia iniziato parlando di costellazioni.

É presto detto: ieri mi è capitato sotto gli occhi un altro articolo molto interessante che proponeva un’ipotesi ancora in attesa di essere corroborata da nuovi dati circa la diffusione dell’epidemia sul globo terrestre.

In questo articolo si avanza l’ipotesi che il veloce propagarsi del virus sia in qualche modo aiutato dagli spostamenti delle persone che avvengono soprattutto all’interno di una particolare fascia di latitudini, quella tra i 30 e i 50 gradi a Nord dell’Equatore. Quella fascia abbraccia una serie di regioni caratterizzate da un valore simile dell’umidità e da un preciso profilo di temperatura: due parametri che, su periodi di qualche mese, mostrano di rimanere abbastanza stabili in un ristretto range di valori.

I ricercatori dell’Università del Maryland che hanno proposto questa ipotesi – afferenti alla collaborazione mondiale Global Virus Network la quale monitora l’evoluzione delle epidemie – chiamano quella stretta fascia che circonda il pianeta la cintura del coronavirus e avanzano l’ipotesi che, man mano che ci avviciniamo all’estate boreale, all’innalzarsi progressivo della temperatura, il virus smetterà di essere lì così aggressivo  preferendo migrare in altre cinture meno calde dove si troverà più a suo agio.

Una previsione che ha il pregio di rendere questa ipotesi falsificabile, conferendole così, da un punto di vista squisitamente epistemologico, quel carattere necessario per essere considerata una vera e propria teoria scientifica: presto il processo di peer review giungerà a conclusione grazie a ciò che sperimenteranno i nostri pari. No, non si tratta delgi scienziati, ma dei nostri simili che vivono altrove.

Accade così che noi europei che ci affacciamo sul Mediterraneo, ci ritroviamo associati nella sorte all’Iran, a una lontanissima area della Cina, alla Corea del Sud, al Giappone e all’America del Nord: zone molto distanti da noi non solo da un punto di vista geografico, ma anche e soprattutto da quello culturale: eccezion fatta per il nord America, figlio del colonialismo del vecchio continente, ed escludendo i fattori che, subendo la spinta dei mercati mondiali, tendono a omogeneizzare il patchwork di culture e tradizioni, da un punto di vista storico abbiamo ben poco da spartire con la visione del mondo dei paesi posti molto più a oriente della nostra posizione.

Eppure, nonostante queste indubbie differenze, credo farei meglio ad usare l’imperfetto, e non solo a causa della globalizzazione di origine antropica cui facevo cenno, dicendo che avevamo ben poco da spartire con quei lontani paesi. Infatti la globalizzazione naturale causata dall’emergenza epidemica ha accomunato tutte quelle nazioni nella paura, nel dolore e nelle strategie di fronte al nemico comune.

In definitiva, il coronavirus ha donato alle popolazioni che occupano quella cintura un importante elemento comune che di sicuro troverà posto tra gli aggiornamenti dei libri di storia che in quelle nazioni verranno stampati in un prossimo futuro.

Probabilmente l’evidenza di essere così strettamente accomunati da alcuni parametri fisici a quelle lontane aree del globo poteva già da tempo essere notata ma, climatologi a parte, non credo che qualcun altro lo abbia davvero fatto. Ora, però, che anche i colori sgargianti delle mappe mostrate nell’articolo citato ci aiutano a farlo, credo sia il caso di cominciare a chiederci cosa davvero significhino termini come nazione, regione, area geografica.

Oggi, infatti, grazie allo sguardo oggettivizzante dei satelliti che pongono la pallina terrestre sul tavolo per osservarla meglio e consentendoci di disegnare quelle mappe colorate, possiamo vedere in modo chiaro le correlazioni esistenti tra noi e gli altri.

Si tratta di una visione moderna che deve di sicuro spingerci a valutare retrospettivamente quanto di comune con quelle lontane culture abbiamo avuto anche in passato.

Una volta compreso, e intuendo come in futuro di sicuro avremo molte più prove analoghe di correlazione a distanza (alla fin fine, il nostro è un pianeta davvero piccolo…), è probabile che si debba rivedere il concetto di nazione e di regione, da intendere come aggregazioni di persone che convivono in un’area geografica, che condividono una cultura, una tradizione, una lingua. Una revisione del tutto simile a quella che invitavo a fare in apertura per le costellazioni di stelle.

Si, perché si tratta, anche in questo caso, di immagini di sicuro comode e utili, quasi si tratti di  “costellazioni nazionali” e/o di “asterismi regionali”, ma solo a una prima, superficiale analisi della situazione globale.

Una situazione in rapida evoluzione che in futuro immagino ci porterà a scoprire come forse si condivida molto di più con chi, pur se metricamente lontano, sperimenta le nostre stesse temperature, umidità, latitudini e chissà quale altro parametro fisico che, non visto, agisce dal basso, imparentandoci.

Forse questo in parte spiega anche come mai, di fronte alla minaccia del coronavirus, siano state adottate le differenti strategie di cui parlavo ieri. Le nazioni del vecchio continentena vivono secche differenze di temperatura che potrebbero trovare tranduzione nell’ostentanzione di notevoli, umide differenze di temperamento.

Lo studio del “moto proprio” dell’epidemia ce lo sta mostrando in modo molto chiaro: le regioni vere, costellazioni della volta terrestre, sono ben altra cosa.

 

SZ

 

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 6

PASTORALE INGLESE

La notizia è di ieri, e ha fatto ovviamente scalpore: il primo ministro inglese ha scelto di dare pieni poteri alla Natura che avrà il compito di scegliere, iuxta principia sua, chi dei suoi connazionali dovrà vivere e chi no.

Chiamando in causa l’immunità di gregge, un processo che – senza le precauzioni adottate da Italia e, soprattutto Cina e Corea del Sud – si prevede ucciderà il 60% dei sudditi di sua maestà la Regina Elisabetta lasciandone in vita il 40% che così risulterà automaticamente più forte perché selezionato, Boris Johnson getta la spugna: confessa di fatto l’impontenza del suo servizio sanitario nazionale (e forse anche di quello pensionistico) nel duello contro l’escalation epidemica che ci si attende in Inghilterra nei prossimi giorni.

In pratica, sembra proprio che, dopo aver tentennato per un paio di anni, una volta fatto il primo passo, la Gran Bretagna abbia preso gusto al processo di Brexit, e ora abbia addirittura varato, col 60% di voti inevitabilmente favorevoli, quello che mi appare come il progetto “BreBrixit”, una sorta di “Brexit for British”.

Questi i fatti che sembrano mettere in evidenza quel non so che prima chiaro a tutti, ma che, agostinianamente, non si sapeva spiegare a parole: noi mediterranei siamo radicalmente diversi da loro, dai nordici. Una affermazione pericolosa per il vago odore di discriminazione razziale che emana, ma che ora, potendo finalmente verbalizzare e spiegare in cosa siamo davvero diversi, appare in tutta la sua tragicomicità.

Si prova quasi sollievo a scoprire di aver sempre avuto ragione nel dire a mezza voce quella che sembrava proprio una verità corroborata solo da decine di narrazioni personali, ma mai suffragata da dati certi, numeri, fatti eclatanti e statisticamente rilevanti.

Non è però certo il caso di esaltarci, intonando quello che rischia di essere il classico canto del cigno. Come infatti spiega una interessantissima analisi nella quale mi sono imabattuto oggi grazie al post su facebook di una mia amica che la citava, una volta capito perché “loro sono diversi da noi”, scopriamo per quali, veri motivi “noi siamo diversi da loro”.

E sono dolori.

Loro ragionano strategicamente. Un modo di affrontare il problema che a questo punto definirei “darwiniano” e che forse spiega come mai non sia stato un etologo di Gallarate o un biologo di Petralia Sottana a scoprire la legge di evoluzione per mezzo della selezione naturale.

Gli italiani sono pucciniani e il singolo, nell’annunciare che all’alba vincerà, lo afferma così forte e chiaro da non far dormire più nessuno. C’è quindi da supporre che, se la Turandot fosse stata composta nella gelida Albione, Calaf avrebbe sussurrato tra sé e sé la sua convinzione di vincere, favorendo così il sonno altrui e lasciando tutti nell’inconsapevolezza del futuro cinico e baro che li avrebbe attesi nelle cliniche inglesi.

In conclusione di quell’articolo, che ovviamente invito a leggere, si dice:

“(…) la scelta italiana del modello 2 ha ragioni superficiali e consapevoli nei nostri difetti politici e istituzionali, e ragioni profonde e semiconsapevoli nei pregi della civiltà e della cultura a cui, quasi senza più saperlo, l’Italia continua ad ispirarsi, specie nei momenti difficili: siamo stati senz’altro umani e civili,  e forse anche strategicamente lungimiranti, senza sapere bene perché. Però lo siamo stati, e di questo dobbiamo ringraziare i nostri antenati defunti, i Lari il cui culto, sotto diversi nomi, si perde nei secoli e millenni; e che senza saperlo, oggi onoriamo e veneriamo facendo tutto il possibile per curare i nostri padri, madri, nonni, anche se non servono più a niente.”

I grassetti sono miei e servono a mettere in evidenza quello che, tornando più e più volte nell’articolo, sembra essere ciò che più di ogni altro aspetto ci caratterizza: l’inconsapevolezza, l’ignoranza, l’incapacità di tenere sotto controllo qualunque cosa ci riguardi.

C‘è quindi forse da pensare che se fossimo consapevoli, accorti, meno ignoranti, … agiremmo come inglesi, tedeschi, e “nordici” in generale? Non lo so, e forse non lo voglio nemmeno sapere. Res ita sunt.

Non potendo fare altro, stiamo alla finestra e aspettiamo di vedere come andranno a finire i vari esperimenti biologico-sociali che il mondo sta portando avanti nei vari laboratori-nazione.

Intanto, grazie all’emergenza coronavirus, un ottimo risultato mi sembra sia stato già raggiunto: finalmente sappiamo cosa davvero intendiamo quando diciamo noi.

E quando diciamo loro.

 

SZ

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 5

                                            IL MiO MOB NON FLASHIA

Due giorni fa ho avuto modo di ragionare su come siano cambiate le mie, e forse quelle di chiunque, percezioni dei concetti di “piccolo” e di “grande”.

In sintesi, notavo come nell’uso comune il piccolo sembra essere diventato più grande e di come il grande mi appaia proporzionalmente diventato… più piccolo.

Ieri mi è sembrato di ravvisare ancora una volta la possibilità che davvero qualcosa sia cambiato nella percezione di quei due concetti. L’occasione mi è stata offerta da una simpatica iniziativa circolata in rete: un flash mob sonoro: chiunque, musicista o semplicemente in posssesso di uno strumento musicale, è stato invitato sui social ad aprire le finestre alle 18:00 e ad inondare il proprio quartiere con la sua musica.

Il fine del progetto era chiaro e ben esposto: in barba all’abbrutimento che l’isolamento coatto potrebbe generare in tutti noi, una simile iniziativa avrebbe voluto riaccostarci al concetto di bellezza – quella che solo la nostra specie sa creare in modi così articolati e organizzati – e alla sua continua ricerca compiuta da chiunque, da chi la crea e da chi la fruisce.

Prima di raccontare come si è evoluta l’iniziativa, mi piace attenermi al progetto annunciato in apertura, dicendo cosa credo di aver intravisto.

Cercando in rete il significato della locuzione flash mob (dall’ inglese flash, lampo, inteso come evento rapido, improvviso, e mob, folla, calca, orda, fonte: Wikipedia e Word reference), ho scoperto che si tratta di:

“un termine coniato nel 2003 per indicare un assembramento improvviso di un gruppo di persone in uno spazio pubblico, che si dissolve nel giro di poco tempo, con la finalità comune di mettere in pratica un’azione insolita. Il raduno viene generalmente organizzato via internet (mail o reti sociali) o telefonia cellulare. Le regole dell’azione di norma vengono illustrate ai partecipanti pochi minuti prima che questa abbia luogo, ma se necessario possono essere diffuse con un anticipo tale da consentire ai partecipanti di prepararsi adeguatamente”

Il termine “assembramento”, poi, sta a significare (fonte: Treccani):

Riunione occasionale di persone all’aperto per dimostrazioni o altro

e tra i suoi sinonimi, come già detto, contempla anche calca: Moltitudine fitta di gente.

Il concetto, quindi mi sembra chiaro: una grande quantità di persone – grande da intendersi rispetto alla capacità del “contenitore” – che desiderano manifestare qualcosa, convengono in un punto così da fare aumentare di molto la normale densità di individui di quel luogo. Luogo che, di conseguenza, in quel momento si rivelerà piccolo rispetto a ciò che lì si sta eccezionalmente svolgendo.

Il flash mob di ieri era distribuito, e credo ci imponga di rivedere l’idea stessa di assembramento, di calca, di grande densità (fitto) in un luogo piccolo.

Il grande, riferito al numero di persone che hanno partecipato e alla loro densità, mi sembra esserlo stato molto meno del solito grande che caratterizza simili manifestazioni le quali normalmente si svolgono in strade, piazze, parchi, …: di solito, sono coloro i quali fanno qualcosa che, irrompendo in un luogo, fanno salire, occupandolo, la densità di persone lì presenti. Gli altri, quelli che già si trovavano in zona, rimangono più o meno invariati in numero. Ebbene, guardando i vari video, i musicisti presenti sui balconi non davano l’impressione di essere esattamente una calca tale da poter aumentare la densità di alcun che.

Il piccolo, invece, riferito alla dimensione del luogo scelto, dal momento che lo spazio condiviso è stato più che altro la rete (se ci atteniamo al significato su enunciato di flash mob, dobbiamo assumere che il web sia il nuovo significato della locuzione “all’aperto”?) e calcolando che, come me, molti musicisti non hanno avuto pubblico reale, mi è sembrato decisamente più grande: un luogo ampio quanto una enormità di pixel e bit da raggiungere e, credo, finanche superare le dimensioni delle macchie rosse sulle mappe di cui parlavo l’altro ieri.

Piuttosto direi che, come c’era da aspettarsi, l’aspetto davvero interessante sia un altro: anche poca gente, al limite uno, può sperare di apparire come un mob: la rete ha procurato a una folla striminzita di volenterosi la possibilità di occupare un luogo piccolo come il loro balcone, ma enorme come il web. Ecco, una cosa del genere forse meriterebbe un nuovo nome e questo, che forse è stato il primo a essersi svolto principalmente in rete, lo chiamaerei web mob. Suona abbastanza bene, no?

Certo, non è una novità che uno o pochi possano, volendolo e organizzandosi, fare molto rumore in rete. I cosiddetti leoni da tastiera, i disseminatori compulsivi di fake news e i produttori indefessi di spam lo sanno bene. La novità, che poi novità non è, credo possa essere il sistematico comparire di occasionali, piccoli Davide che, facendosi amplificare la voce dalla rete, decidano di compiere dei blitz per riempire la rete di una bellezza coinvol-GENTE: una bellezza, cioé, che richieda la partecipazione della gente per costruire bellissimi castelli di sabbia. Quelli che, si sa, non resisteranno alla marea notturna di internet, ma che per qualche secondo, minuto, ora, potrano mettere sotto scacco il gigante Golia del web sorretto da chi ne fa un uso inapropriato e inquinante.

E se ieri, prima della condivisione in rete, quella reale, tra persone che si guardavano e si ascoltavano, c’è comunque stata, in futuro temo che quella virtuale possa davvero diventare l’unica realtà.

Nel caso dovesse succedere, condivisione significherebbe null’altro che lanciarsi messaggi da un computer all’altro, da un cellulare all’altro, da un social all’altro, mentre abbracciarsi potrebbe diventare davvero unico, sintetico sinonimo di “inviarsi quel simpatico emoticon che sorride con le braccia al petto” e nulla di più.

É proprio temendo una simile prospettiva che ho trovato l’idea di lanciare note, quelle vere, nell’etere vero, da una finestra vera o da un vero balcone, per raggiungere, senza filtri elettronici, orecchie vere di persone vere che con occhi veri guardano chi le produce davvero, mi è sembrata una buona idea, anche se so che a molti non è piaciuta affatto.

Nei giornali on-line ho visto in rete diversi video di persone, amici, colleghi, … che, come me, lungo tutto lo stvale, hanno accolto l’invito, e l’ho trovato molto bello. A tratti toccante, addirittura.

Scorgere sui balconi d’Italia musicisti improvvistati e professionisti improvvisare e vedere come tutti (tranne me 😀 ) hanno ricevuto gli applausi di un vicinato grato a chi regalava spontaneamente un breve ma intenso spettacolo, mi ha dato una bella sensazione.

In fondo, per quanto molti di noi stiano ancora contribuendo alla sua diffusione con atteggiamenti improbi, quindi alla sua evoluzione come organismo, il virus è ancora molto, molto lontano dal poter arrivare a creare musica, arte, letteratura, scienza e, in una sola parola, bellezza (su questo concetto varrebbe la pena parlare più a lungo, ma non è certo questo il momento).

Un esserino di quelle dimensioni e con quella complessità ancora di basso livello (intendo rispetto alla nostra…) può di sicuro ispirarla, e di fatto lo sta facendo, ma non credo potrà mai pensare la bellezza, o anche solo sentirne l’esigenza.

Insomma, è stato come spiegare al coronato minimo che può anche farci ammalare, ma, cazzo!, non è capace di suonare!

Come già accennato, ho partecipato anche io: ho dato il mio piccolo contributo  lanciando attraverso le sbarre di una di quelle famose finestre che danno sulla strada di cui parlavo ieri, cacofonie disorganizzate con l’armonica cromatica.

Purtroppo non ho ricevuto alcun applauso (in effetti, si è trattato di una performance assolutamente “s-memorabile”, da dimenticare), una sconfitta che provo a giustificare notando che a) era la mia prima diretta facebook (nel video, oltre all’entropia totale della mia scrivania, si vede sul monitor del Mac il tutorial dell’immancabile Aranzulla dedicato proprio a come fare le dirette di questo tipo), b) non avevo fatto caso all’orario e le 18:00 mi sono piombate addosso senza che me ne avvedessi, quasi fossero un bolide elettrico che, silenziosissimo, rischia di investirti metre attraversi la strada, c) non avevo preparato nulla, d) tenevo il cellulare con una mano e l’armonica con l’altra, e) …

Insomma, diciamocelo pure: uno schifo.

L‘importante credo sia davvero averlo fatto. Temevo che il mio strumentino, tra tutti i sax, le trombe, le batterie, le tastiere, … che mi attendevo di sentire suonare dai palazzi vicini, non sarebbe stato udito, ma nel silenzio generale, mi sa che ho fatto un bel po’ di “scrùsciu” (rumore).

Un silenzio che mi ha fatto scoprire di essere solo anche in questo: nel mio quartiere non abitano musicisti (o forse ci sono, ma non sono connessi; o forse ci sono, sono connessi, ma non hanno gradito l’iniziativa; o forse ci sono, l’hanno gradita ma erano in bagno; o forse…)!

Allora ho pensato che lo scarso successo qui riscosso dal flash mob potesse essere dovuto alla bassa densità di popolazione del mio quartiere, un dato che avrebbe potuto anche giustificare una bassa densità di musicisti, come di qualsiasi altra categoria di lavoratori atipici.

L‘ipotesi meritava una accurata indagine e così ho controllato in rete scoprendo che invece abito in una zona mediamente popolosa, posta al terzo posto per densità di persone per chilometro quadrato.

Che dire… oggi temo che il problema sia tutto concentrato nel chilometro quadrato qui attorno a me: un’area abitata di sicuro da brava gente, ma che non sembra dimostrare particolare sensibilità alla musica (anche e soprattutto a quella brutta) e, temo, a molto di ciò che ancora ci differenzia da un virus.

In alternativa, sospetto che si tratti di un quartiere nel quale alle 18:00 tutti, musicisti e non, vanno in bagno e non sui balconi a suonare o a tentare di capire, tendendo le orecchie, se vi è vita sul pianeta di fronte.

Giuro che quando tutto ciò finirà, mi organizzerò per cambiare pianeta.

Se solitudine deve essere, che solitudine, quella vera, sia.

Non voglio più viverne una fittizia che, con grandi difficoltà, mi procuro da me perché mi è necessaria per lavorare e resa metaforica dal rumore di centinaia di aerei che quotidianamente atterrano e decollano; da quello di centinaia di macchine in transito; da quello generato da altre che parcheggiano dove non devono e dai loro motori lasciati accesi anche quando possono essere spenti; dal chiacchiericcio vacuo che si coglie al passaggio di ogni pedone, …

Spero che il silenzio di questi giorni serva a spiegare a tutti il suo valore assoluto e il peso dell’inquinamento sonoro, ma non solo di quello, che in condizioni normali produciamo in grande quantità senza che ve ne sia alcuna necessità.

Spero, poi, che si colga pure la necessità di confessarci l’un l’altro che quando produciamo cose che non siano rumore, vero e metaforico, dimostriamo di essere molto più evoluti di un virus posto in basso nella gerarchia degli abitanti di questo pianeta: un tristissimo (viv)ente che si occupa solo di nurtrirsi per campare e riprodursi in quantità.

Insomma, spero in un mob di civiltà che non sia flash fugace come durante una emergenza. Se un giorno riusciremo a realizzare tutto ciò, lo capiremo facilmente: il prossimo riuscirà ad abbaglierà anche questa strada dimenticata pure da chi ci vive.

 

SZ

 

 

(*) qualcuno su whatsapp ha trovato da ridire sulla simpatia e opportunità di questa iniziativa. Subito dopo avere bollato dentro di me simili polemiche come dovute a un certo benaltrismo di questi tempi molto di moda secondo il quale in questo frangente ci sono cose ben più serie da fare, accolgo la polemica in quanto ha un certo grado di legittimità: posta in termini civili, merita di essere valutata come importante. Dopo anni di rumori subiti, mi sono però riservato la possibilità di emettere per cinque (5) minuti note che ho scelto io. Chiedo scusa perché sono sicuro di avere disturbato qualcuno. Giuro che non si ripeterà.