CRONACA VIRUS – Giorno 10

                                           AVERE IL CORPO DI BEN GRIMM

Abito in questa casa dall’estate del ’98.

In realtà, vi sono stati lunghi periodi in cui mi sono mosso più altrove che qui: due anni di studio alla S.I.S.S.A. di Trieste mi hanno spinto ad abitare in quella splendida città per un paio di settimane al mese. In seguito ho lavorato per sei mesi al Planetario e Museo dell’Astronomia di Roma; poi ho trascorso due anni all’Osservatorio INAF di Asiago e in quel periodo tornavo a casa solo nei fine settimana. Poi è stata la volta di Catania, città nella quale per ben tre anni ho collezionato mesi e mesi di lavoro suddividendo il mio tempo tra la sede cittadina dell’Osservatorio INAF e la stazione osservativa sull’Etna. Senza poi contare i sette anni trascorsi in centro a Bologna dove ho abitato con la madre di mio figlio. Un periodo nel quale qui sono tornato solo ogni tanto, giusto per prendere qualcosa che mi serviva.

L’ultima volta che mi sono allontanato per un po’ da questa casa, l’ho fatto per andare a lavorare tra l’Osservatorio INAF di Palermo e il Centro Astronomico GAL-Hassin di Isnello all’epoca ad esso affiliato. In tutto, altri due anni di assenza.

Insomma, travolto da eventi di studio e di lavoro, nel tempo mi sono preso lunghe pause dalla mia condizione di unico abitante di questa minuscola frazione di mondo che però, da quando l’ho acquistata interrompendo così la tipica indeterminazione heisenbergiana che caratterizza la vita degli studenti, è diventata il centro verso il quale, dopo ogni elongazione, elasticamente torno (Hook docet).

Ricordo che, con i pochi soldi a disposizione che avevamo, fu estremamente difficile trovare questo appartementino. Le agenzie alle quali io e mia madre ci eravamo rivolti  continuavano a proporci l’improponibile e se davvero, perseguendo caparbio l’idea di abitare in centro, avessi accettato di comprare uno dei loculi che mi avevano mostrato, a quest’ora probabilmente vivrei ancora tumulato tra topi, miasmi, umidità e buia infelicità in un immondo sottoscala di un palazzo dall’apparenza signorile.

Ricordo anche che, a un certo punto, il tipo dell’agenzia, oramai disperato, si rivolse a una sua collega di una ditta concorrente per chiederle se avesse qualcosa di adatto al mio caso. E quella fu la svolta: in sella a un motorino venimmo fin qui e, dopo aver storto il naso lungo tutto il percorso osservando di quanto ci stavamo allontanando dall’amato centro cittadino, quando aprirono la porta di questo appartamento a pian terreno, me ne innamorai all’istante.

Fu un vero e proprio colpo di fulmine: la porta aperta rivelò al mio sguardo diffidente una casetta fresca di bianco per la recente ristrutturazione (pare che prima l’intera struttura fosse addirittura un convento) e mi colpì subito la stranezza della sua struttura: a causa di un “vizio di forma” originale e forse anche di un altro creato in corso d’opera per assecondare il bisogno del padrone dello stabile di ottenere più miniappartamenti da vendere, il mio aveva preso una forma triangolare (!).

Di sicuro difficile da arredare, da vuoto faceva però la sua porca figura colpendomi con una originalità geometrica che contrastava nettamente con la “banalità del male” degli scantinati abitabili (a detta degli agenti immobiliari) che mi erano stati mostrati fino al giorno prima.

Come ogni matrimonio che si rispetti, il rapporto tra me e questo ambiente ha conosciuto fasi altalenanti. Pur continuando sempre ad essergli grato per il suo essere “il mio posto nel mondo” – un posto dove, anche se a nord, lontano dalle mie tradizioni, finalmente sentirmi “a casa”; un posto dove sentirmi addirittura bello perché definitivamente autorizzato a essere quello che sono senza limitazioni imposte da assurde convivenze – ho accarezzato tantissime volte l’idea di andar via.

É capitato anche di recente: quasi quattro anni fa, dopo la separazione, sono tornato a vivere qui scoprendo che questa casa non mi bastava più. Oggi sono invaso dai libri, dai film in DVD, dai CD, dagli strumenti di lavoro, dai ricordi solidi, … e lo spazio per muovermi è sempre meno: un problema che vivo soprattutto quando mio figlio viene a stare qui da me.

Vorrei tanto poter avere una stanza tutta per lui e uno studio per me dotato di una porta blindata da serrare al momento giusto così da sancire con un gesto netto che “basta, il lavoro è finito”.

Sì, perché questa casa è fondamentalmente un luogo di lavoro dotato di letto per chi (io) fa gli straordinari che possono protrarsi anche fino a tarda notte. Qui conduco un’esistenza che, non conoscendo tregue sabbatiche, ferie pagate e distanze strategiche da ciò che devo/voglio fare, andando per i 52 autunni (sì, finiamola con ‘sta cosa delle primavere, dai…), inizia a pesarmi alquanto.

I pensieri che mi aiutano a riappacificarmi con queste mura tagliate strane sono diversi, ma i più importanti è facile riassumerli qui: 1) questa è casa mia. Sapendo che molti (e il pensiero va anche ai molti padri separati, costretti a vivere in macchina o in affitto) non ne hanno una, non posso certo intonare un peana autocommiserativo; 2) qui dentro è stato concepito mio figlio, un ricordo che svetta in cima all’Everest di eventi della mia piccola e insulsa storia personale; 3) qui dentro ho vissuto con Lulamae, un essere davvero angelico che chiamavo “la mia can-vivente” e qui ho avuto per circa tre mesi i suoi sette, splendidi cuccioli; 4) ho ancora vivissimo in testa il ricordo degli innumerevoli momenti in cui ho amato davvero tanto queste mura, grato verso di esse per avere contenuto me e tutto ciò di cui ho avuto bisogno in questi ultimi ventidue anni; 5) qui dentro sono nati tantissimi altri miei figli: idee, disegni, scritti, libri, articoli, musiche, CD, cartoni animati, video, … che di sicuro, in qualche misura, sono stati alimentati e forgiati  anche dalla geometria di questo luogo.

Come è facile intuire, l’organizzazione interna dei tantissimi oggetti che possiedo ha sempre costituito un problema. Ho suddiviso l'”antro” – spesso mi rivolgo a questa casa chiamandola così. A renderla tale sono io, una specie di neandhertal che finge di essere evoluto – in regioni scandite soprattutto dalla tipologia di libri che in un particolare settore trovano posto.

Vi è la regione della matematica, quella della fisica, quella dell’astrofisica, quella dell’informatica, quella della biologia e quella della chimica. Poi c’è la regione della filosofia, quella della storia della scienza, quella della letteratura varia, quella dei gialli, quella della fantascienza, quella della musica, quella dell’armonica, quella dell’arte varia, quella del disegno, quella dei fumetti e quella dell’illustrazione. Poi vi è anche quella dei classici latini e greci, quella della mitologia, quella dedicata ai rapporti tra religione e scienza, quella dei libri di mio figlio, quella degli atlanti e quella dei saggi e dei racconti dedicati al mare, altra mia grande passione.

Oltre a queste regioni più normali e nettamente separate, ve ne sono altre in cui invece si attua un raccordo tra discipline diverse come l’area della sociologia, l’area dei libri dedicati alla scrittura, l’area dei libri dedicati ai rapporti tra scienza e arte e quella delle mie produzioni. E quando lavoro a qualcosa, succede che sul pavimento crollino da tutte quelle zone vere e proprie cascate di libri avviando lì un entropico mash up di testi, articoli, fogli, … che poi faccio fatica a rimettere a posto. Questo determina uno stato di continuo affanno dello sguardo che, quando e se capita di mettere a posto, non riposa mai per più di poche ore su superfici ordinate.

Fino a un decennio fa circa, riuscivo ancora a tenere tutto sotto controllo. A tal proposito, ricordo che nel periodo in cui ho vissuto a Roma, ho avuto una storia con una pittrice napoletana la quale per questioni di lavoro ebbe bisogno di venire a Bologna per un paio di giorni. Avendo bisogno di un posto dove andare, ovviamente le offrii di usare casa mia e lei accettò. Una volta arrivata qui mi telefonò per dirmi, con fortissimo accento partenopeo: “Ie pensava ca tu eri un cialtrone destrutturat(o), invece, guardande casa tòje, ho scoperto che sei un cialtrone strutturatissimo!”.

A complicare le cose, a un certo punto è però intervenuta la mancanza di spazio, per cui se tornasse a trovarmi ora, probabilmente sarebbe portata a pensare che io sia diventato totalmente destrutturato.

Personalmente mi sento solo bisognoso di una nuova casa e del tutto giustificato nel desiderarla: come è capitato a noi sul nostro pianeta, ho da tempo superato il punto di non ritorno e ora è praticamente inevitabile ritrovarmi senza più ripiani, scaffali, cassetti, … dove collocare tutto al suo posto, dato che il suo posto non c’è. C’è e sempre ci saranno sul pavimento pile di libri, fogli e oggetti precari, in attesa di collocamento.

Tutto questo casino e il tentativo di avere la meglio su di esso organizzando regioni che  a ben vedere hanno oramai solo un valore nominale, mi spingono a pensare quasi con tenerezza alla mia condizione di impiegato del mio catasto personale. Una condizione che, complice la forma triangolare dell’antro, molti anni fa mi ha fatto iniziare ad associare casa mia al mio cervello del quale sembra un’agile stilizzazione geometrica.

La scuola, l’educazione ricevuta, la società, … mi spiegano che  questo cervello andrebbe organizzato, tenuto in ordine parcellizzando le nozioni che contiene in materie, discipline, orari, … ma lui mescola ben bene il suo contenuto agitando quotidinanamente tutto ciò che contiene prima dell’uso che ne faccio per lavorare. Quindi, nonostante i miei tentativi di mettere in ordine, esso si diverte a mescolare le cose che, stanche di guardarsi da scaffali lontani, non possono fare a meno di cercarsi tra loro e di ritrovarsi sul pavimento, sui tappeti, sul divano e negli angoli difficili da pulire.

Questa la mia testa,

E il resto del mio corpo?

Quello era diffuso nella città, nel mondo, nello spazio. Viaggiavo tantissimo per lavoro: concerti, corsi, conferenze, spettacoli, seminari, … ma quando davvero desideravo chiudere la mia attenzione su qualcosa, sapevo che non avrei avuto altro da fare se non  tornare tra i miei lobi temporale, occcipitale, parietale, … della scatola cranica di mattoni dove ho residenza. Qui avrei avuto a disposizione tutte le informazioni contenute negli scaffali neuronali da connettere con lunghe sinapsi di disordine.

Questo ciò che accadeva fino a pochissimi giorni fa.

Ora però, dopo ben dieci (10) giorni di segregazione, sento che il paragone fra la casa e il mio cervello non rende più giustizia a questo appartamento. Sento che se non verbalizzo la situazione in modo diverso, adottando da ora in poi un nuovo modo di dire, gli mancherò di rispetto.

Ora che mio corpo non può più vagare libero all’esterno, ora che non può più portare il suo sguardo in giro per il mondo perché anche lui è costretto qui dentro, chiuso come le mie idee, a scrutare l’orizzonte di porte e finestre, queste mura sono diventate le mie braccia, le mie gambe, il mio corpo, il mio mondo.

Le mura esterne hanno assunto il ruolo di un vestito attillatissimo molto brutto fuori, ma accogliente dentro. Se si preferisce, sono diventate la nuova placenta nella quale mi muovo in un elemento ovattato capace di nutrirmi, di tenermi in vita e che mi protegge in attesa della (ri)nascita.

Per ora va tutto bene, ma onestamente mi chiedo se sarà sempre così.

Cinquantacinque metri quadri al momento credo siano un vantaggio: mi sento “rintanato” e questa idea mi regala un certo calore mentale; mi fa sentire quasi coccolato dalle parole e dall’immagine mentale che mi regalano. Ho riempito la casa di scorte di cibo e mi sembra quasi di vedermi come un piccolo roditore con la sua scorta di nocciole bastevole per il periodo di letargo.

Quando abbiamo freddo ci rannicchiamo.

Bene, allora io sono rannicchiato tutto attorno al mio io pensante mentre il mio io semovente si sposta poco e al momento ha solo funzioni protettive.

In un cosmo enorme, lui copre al massimo una distanza di un paio di chilometri per fare la temuta spesa bisettimanale.

Ma quanto durerà questo stato di cose? Quando arriverò a sentire l’esigenza di cento metri quadri? E di un chilometro quadrato? E della superficie della regione? Del mare? Del mondo?

La primavera sta esplodendo e noi stiamo invece implodendo sempre più.

Tutto ciò, si sa, non è normale, e forse è il momento di iniziare ad avere paura.

 

SZ

 

 

 

 

 

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