CRONACA VIRUS – Giorno 27

L’opera d’arte nell’epoca della sua appropriazione tecnica da parte del pubblico

 Tra le innumervoli strategie messe in atto dal popolo di internet per rendere vivibile e interessante questa quarantena, mi ha colpito la #GettyMuseumChallenge: una sfida lanciata dal Getty Museum di Los Angeles che ha invitato il suo pubblico reale e virtuale a ricreare le opere d’arte lì esposte usando i propri corpi o tre oggetti trovati in giro per casa.

Il guanto della sfida è stato raccolto da tantissimi che, come si può vedere dalla simpatica e sintetica collezione offerta dal quotidiano on-line La Repubblica, hanno esposto il risultato sui loro profili social.

Guardando quelle immagini, la mente non può che andare a ciò che, confermando una finissima capacità di analisi e una notevole predisposizione alla predizione del futuro, scriveva nel 1936 Walter Benjamin nel suo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

A stimolare la breve ma intensissima analisi contenuta nel suo saggio, furono evidentemente la fotografia e, soprattutto, l’avvento del cinema che in quegli anni si impose con prepotenza all’attenzione di tutto il mondo della critica per la sua capacità di mutare i pesi nel rapporto tra artista e pubblico, tra creatore e spettatore.

Ripensare oggi alle sue parole e chiedersi quindi cosa scriverebbe oggi dell’arte contempoanea e, in particolare, di questa iniziativa del famoso museo californiano è stato per me tutt’uno. Allora lo faccio, e provo a dare risposta attraverso la citazione di una scelta di passi che ho operato sulla base di ciò che mi ha stimolato la rilettura gettyana che ne ho dato oggi.

Tra l’altro, in quel saggio, viene spesso chiamato in causa il pensiero di Paul Valéry, altro grande visionario suo contemporaneo, il quale, come riportato da Benjamin, appuntava nel suo Scritti sull’arte del 1934:

Come l’acqua, il gas o la corrente elettrica, entrano grazie a uno sforzo quasi nullo, provvedendo da lontano, nelle nostre abitazioni per rispondere ai nostri bisogni, così saremo approvigionati di immagini e di sequenze di suoni, che si mannifestano a un piccolo gesto, quasi un segno, e poi subito ci lasciano.

 Uno streaming che all’epoca poteva sembrare quasi una rivelazione di Fatima e che ora travolge anche queste stesse mie parole, portandole a poter essere potenzialmente lette ovunque sgorgando, senza fatica, dai rubinetti dei vostri terminali.

É convinzione di Benjamin che, una volta persa quella che lui chiama aura di un’opera d’arte, l’unicità dell’hic et nunc posseduta dall’originale che a partire da un certo momento in poi sarà tecnologicamente riprodotto in un numero qualsivoglia alto di copie, si

sottrae il riprodotto all’ambito della tradizione. Moltiplicando la riproduzione, essa pone al posto di un evento unico una serie quantitativa di eventi. E permettendo alla riproduzione di venire incontro a colui che ne fruisce nella sua particolare situazione, attualizza il riprodotto. Entrambi i processi portano a un violento rivolgimento che investe ciò che viene tramandato – a un rivolgimento della tradizione, che è l’altra faccia della crisi attuale e dell’attuale rinnovamente dell’umanità. Essi sono strettamente legati ai movimenti di massa dei nostri giorni. Il loro agente più potente è il cinema. Il suo significato sociale, anche nella sua forma più positiva, e anzi proprio in essa, non è pensabile senza quella distruttiva, catartica: la liquidazione del valore tradizionale dell’eredità culturale.

E ancora, sempre a proposito del concetto di aura applicato a un’opera d’arte come anche alla visione estatica e compiaciuta di un oggetto reale quale potrebbe essere una lontana catena montuosa, sottolina la grande importanza che ha assunto

l’esigenza a impossessarsi dell’oggetto da una distanza il più possibile ravvicinata nell’immagine, o meglio nell’effigie, nella riproduzione. E inequivocabilmente la riproduzione, quale viene proposta dai giornali illustati o dai settimanali, si differenzia dall’immagine diretta, dal quadro. L’unicità e la durata s’intrecciano strettissimamente in quest’ultimo, quanto la labilità e la ripetibilità nella prima. La liberazione dell’oggetto dalla sua guaina, la distruzione dell’aura sono il contassegno di una percezione la cui sensibilità per ciò che nel mondo è dello stesso genere è cresciuta a un punto tale che essa, mediante la riproduzione, attinge l’uguaglianza di genere anche in ciò che è unico. Così, nell’ambito dell’intuizione si annuncia ciò che nell’ambito della teoria si manifesta come un incremento dell’importanza della statistica. L’adeguazione della realtà alle masse e delle masse alla realtà è un problema di portata illimitata sia per il pensiero, sia per l’intuizione.

Nel definire un oggetto come opera d’arte, è cosa nota, interveniva anche la modalità stessa con la quale esso veniva percepito. Qualcosa, quindi, che va oltre l’oggetto e che mira a definirlo in relazione al contesto nel quale veniva collocato:

Un’antica statua di Venere, per esempio presso i Greci, che la rendevano oggetto di culto, stava in un contesto tradizionale completamente diverso da qiello in cui la ponevano i monaci medievali, che vedevano in essa un idolo maledetto. Ma ciò che si faceva incontro sia aiprimi che ai secondi era la sia unicità, in altre parole: la sua aura. Il modo originario di articolazione dell’opera d’arte dentro il contesto della tradizione trovava la sua espressione nel culto. Le opere d’arte più antiche sono nate, com’è noto, al servizio di un rituale, dapprima magico, poi religioso. Ora, riveste un significato decisivo il fatto che questo modo di esistenza, avvolto da un’aura particolare, non possa mai staccarsi dalla sua funzione rituale. In altre parole, il valore unico dell’opera d’arte autentica trova una sua fondazione nel rituale, nell’ambito del quale ha avuto il suo primo e originario valore d’uso. Questo fondarsi, per meditato che sia, è riconoscibile, nella forma di un rituale secolarizzato, anche nelle forme più profane del culto della bellezza.

Il teorema benjaminiano allora si chiude col la constatazione che:

La riproducibilità dell’opera d’arte emancipa per la prima volta nella storia del mondo quest’ultima dalla sua esistenza parassitaria nell’ambito del rituale. L’opera d’arte riprodotta diventa in misura sempre maggiore la riproduzione di un’opera d’arte predisposta alla riproducibilità. Di una pellicola fotografica per esempio è possibile tutta una serie di stampe; la questione della stampa autentica non ha senso. Ma nell’istante in cui il criterio dell’autenticità nella produzione dell’arte viene meno, si trasforma anche l’intera fruizione dell’arte. Al posto della sua fondazione nel rituale s’instaura la fondazione su un’altra prassi: vale a dire il suo fondarsi sulla politica.

E se già all’epoca il filosofo intuiva che “l’attualità cinematografica fornisce a ciascuno la possibilità di trasformarsi da passante in comparsa cinematografica. In certi casi può addirittura vedersi immesso (…) in un’opera d’arte”, la sfida lanciata dal Getty rappresenta davvero uno step fondamentale del processo che, passata attraverso l’edonismo sfrenato del selfie – un fenomeno si spera transitorio e vicino alla sua fine – porta a usare la tecnologia non più per sdoganare l’improbabile tesi che ognuno di noi è sempre e comunque arte che val la pena diffondere, ma per affermare che siamo arte quando davvero com-prendiamo; quando, anche con ironia e leggerezza, dopo averla studiata, soppesata, introiettata, o abbiamo fatta creativamente nostra la sua lezione, o ci immedesimiamo in un’opera d’arte universalmente riconosciuta come tale.

In qualche modo, ancora una volta torna qui la suggestione del bradburiano Farhenheit 451 già citato pochi giorni fa, e lo fa stavolta nella sua versione visiva, quella che ha a che fare con l’immedesimazione dell’individuo in opere appartenenti alla storia dell’arte: una materia resa finalmente viva da persone aiutate dagli eventi a riscoprire i memi fondanti la nostra cultura.

Riprendendo a citare passi del saggio che avrebbe potuto anche farmi optare per il titolo Leggere Benjamin nel 2020, il filosofo nota che

Colui che si raccoglie davanti all’opera d’arte vi si sprofonda; penetra nell’opera (…) Inversamente, la massa distratta fa sprofondare nel proprio grembo l’opera d’arte. Ciò avviene nel modo più evidente per gli edifici. L’architettura ha sempre fornito il prototipo di un’opera d’arte la cui ricezione avviene nella distrazione da parte della collettività. Le leggi della sua ricezione sono le più istruttive.

La distrazione architettonica, per dirla alla Benjamin, rispetto a ciò che prende polvere nei nostri musei, si può forse spiegare con la mancata attenzione a ciò che ci hanno chiesto di studiare con metodi che già nel secolo scorso dimostravano una efficacia traballante. In tal senso, l’iniziativa del museo Getty potrebbe essere assunta a paradigma: un teatro dell’arte, inteso come messinscena di quadri famosi, e non solo l’arte del teatro.

Spesso scopriamo di avere abitato il nostro periodo di formazione scolastica con quella stessa disattenzione che ora, invitati a riconsiderare tutto durante un periodo che ci vede particolarmente attenti alle anguste architetture delle nostre case, ci costringe a riconsiderarCi con la dovuta attenzione; ci consente di notare ciò che, volenti o nolenti, da tanto abbiamo in grembo.

Cambia così il rito, cambia la fruizione dell’arte che ora diventa vestito, atteggiamento, posa, luce domestica, rivelandone l’attualità anche nell’apparente stridore generato dalla lettura della data di creazione dell’opera cui ci stiamo ispirando.

E, facendo ancora mie le parole di Benjamin,

sarebbe errato sottovalutare il valore di queste tesi per la lotta di classe. Esse eliminano un certo numero di concetti tradizionali – quali i concetti di creatività e di genialità, di valore eterno e di mistero -, concetti la cui applicazione incontrollata induce a un’elaborazione in senso fascista del materiale concreto.

Una elaborazione che si tenta ancora di scongiurare grazie anche, ad esempio, all’invito dei musei di andare a visitare le esposizioni nei loro siti on-line. Un invito che ci dà la misura di quanto sia cambiata la situazione rispetto a quando Benjamin scriveva

il valore culturale come tale induce a mantenere l’opera d’arte nascosta: certe statue degli déi sono accessibili soltanto al sacerdote nella sua cella. Certe immagini della Madonna rimangono invisibili per quasi tutto l’anno, certe sculture dei duomi medievali non sono visivile per il visitatore che stia in basso. Con l’emancipazione di determinati esercizi artistici dall’ambito del rituale, le occasioni di esposizione dei prodotti aumentano.

Nella postilla con la quale il saggio si chiude, commendando alcuni passi del manifesto marinettiano a favore dell’occupazione coloniale in Etiopia, si evidenzia come per i futuristi l’unico modo di rendere onore alla tecnica e alla meccanica che sbalordiva all’inizio del ‘900 fosse applicare tutto l’armamentario disponibile di acquisizioni scientifiche e gli armamenti accumulati per mettere in scena il grande spettacolo pirotecnico della guerra. Quella stessa guerra che in un manifesto più famoso del precedente definì igiene del mondo.

Oggi la rete ci mostra finalmente un orizzonte molto più alto e igienico di quello coloniale e conflittuale: se per i futuristi il progresso, il dominio sulla Natura non poteva fare altro che assumere il fetore della decomposizione, la consistenza dei metalli, il grigio delle ciminiere, l’ingombro dei rottami, già da un po’ internet propone la leggerezza delle fibre ottiche, il silenzio dei flussi di dati, la compattezza dei server, la mancanza di odore dei bit.

A completare questo quadro di sparizione progressiva della massa con tutti i suoi attrivuti futuristici è ancora lui, il piccolo COVID 19 il quale, costringendoci in casa e limitando traffico e produzioni, sta creando il vuoto, ripulendo l’aria dalle scorie anacronistiche che, cosa assurda!, farebbero sentire a suo agio un qualsiasi futurista di un secolo fa venuto nel 2000 per una visita di piacere.

Non so se ve ne ricordate, ma fino a ieri, stando sempre fuori casa, eravamo perlopiù rumore.

Oggi, da semisegregati, possiamo anche diventare arte.

A voi la scelta se occupare questa Domenica rimpiangendo lo smog o impersonando la Gioconda.

SZ

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 26

                               A QUALE NORMALITA’ VOLETE TORNARE?

Ricordo che tanti anni fa – senza tema di sbagliare, direi pure “troppi” – in uno dei tanti incontri pomeridiani con docenti universitari organizzati dal mio liceo per dare a noi maturandi una panoramica delle materie da scegliere per gli studi successivi, incontrammo anche un esperto di informatica teorica.

Come per gli altri, non ne ricordo il nome e a fatica metto a fuoco la sua fisionomia. Più o meno cinquantenne, statura più o meno alta, vestito beige, cravatta, camicia chiara. Non ricordo quasi nulla del suo discorso ma una frase, una definizione che propose, mi si infisse bene in testa, e ancora mi accompagna.

Prima di continuare, mi rivolgo ai più giovani fra voi, invitandovi a entrare nell’ordine di idee che parlare di informatica e di computer nel 1986-1987 non fosse la stessa cosa del parlarne oggi: i cellulari, all’epoca oggetti di lusso, non erano ancora diffusi (inizieranno ad esserlo nel ’90) ed erano nient’altro che telefoni senza fili, mentre i computer domestici non erano né così potenti, né soprattutto così presenti nelle nostre case.

Li si guardava ancora come un elemento quasi magico che stava entrando gradualmente, ma con decisione, nelle nostre vite. Un ingresso che non potevamo proprio intuire quanto si sarebbe rivelato scovolgente e pervasivo.

Tornando a quel docente, con un guizzo geniale fu capace di destarmi dal torpore provocato dall’innaturalezza dello star seduto, di pomeriggio, a quell’età, per sentire ancora una volta qualcuno parlare dopo aver già trascorso in quella poszione tutta la mattinata.

Ci riuscì definendo il computer uno scemo veloce: un esaustivo riassunto di quello che davvero quell’oggetto è.

Ci assiste con la sua incredibile capacità di eseguire velocemente tutte quelle operazioni che a noi costerebbero tempi anche infiniti (pensate soltanto a cosa significherebbe procurarsi tutte le informazioni cui accediamo con un click quando effettuiamo una qualsiasi delle innumerevoli ricerche che quotidianamente compiamo in rete) e agisce quasi fosse un nostro arto al quale comandiamo di eseguire, senza aspettarci da lui domande o obiezioni morali, estetiche, religiose, …, tutte quelle azioni comandate da stimoli partiti dal nostro cervello.

Non ha anima (se solo stabilissimo davvero cosa essa sia, potremmo forse scoprire che ne ha una), non ha gusto, pensieri, antipatie e simpatie. Fa quello che gli si dice di fare, e lo fa subito.

Non ci sogneremmo mai di dire che il nostro pc è cattivo come non lo diremmo di un nostro arto. Semplicemente dirlo non sarebbe cosa sensata. Lui è strumento, appendice, innocente come un bambino, anzi, anche di più, dal momento che ancora nessuno si è peritato di traslare il concetto di peccato originale su questa lattina di intelligenza passiva e introversa.

In ogni caso, lui, lo scemo veloce, è una nostra creazione (ancora) al nostro servizio.

Tra le nostre creazioni che hanno presto preso il controllo della nostra vita in misura confrontabile con quanto hanno fatto i computer, vi è anche un altro mostro; un vero e proprio Frankenstein che invece non è veloce, ma pretende la tua velocità; che non ha anima, gusto, pensieri, ma agisce sulla tua e si impone sui tuoi. Dimenticavo: gli stiamo tutti antipatici.

Si tratta della burocrazia alla quale si pretende di dare l’aspetto di meccanismo perfetto ed equo, coprendo maldestramente la realtà: è una macchina del tutto imperfetta, disumanizzante e spesso alquanto cinica. Forse la macchina più cinica che abbiamo inventato e che, come un golem, una volta apposta in calce la nostra firma sulla sua fronte (e magari anche sul retro), sembra animarsi ed essere al nostro serivizio, rivelando presto le sue reali e traditrici intenzioni: essa può anche rivoltarsi contro l’indirizzo, ripetuto almeno quattro volte nello stesso documento, di chi l’ha firmata.

Puoi anche chiudere la porta, puoi anche mettere una mascherina e i guanti, puoi anche non avvicinarti agli altri, puoi anche morire di fame, puoi anche andare a farti fottere, ma lei, la burocrazia, non demorde, non arretra, non ha dubbi e non ascolta quelli altrui.

Non ci sono né metri, né chilometri di sicurezza a salvarti. Agisce su grandi scale spaziali e temporali; è sorda, ma pretende ascolto; brutta, ma “se la tira” con atteggiamenti da  altera Afrodite.

Il problema è che siamo stati noi a farle credere tutto ciò facendola crescere a dismisura, ipertrofica, algida e tronfia, dallo sguardo vitreo, fesso e fisso.

Come tutti, in questo periodo tento di schermarmi dai pericoli noti ma, più subdolo di un virus che non vedi, ce n’è sempre uno enorme che incombe su di me e che sai che potrebbe agire quando meno te l’aspetti.

A prima vista è paragonabile, per la letalità che dimostra nei confronti del tuo tempo e del tuo buonumore, a una semplice influenza, ma può aggredire presto tutti gli organi della tua vita, facendoli irrimediabilmente rabbuiare per malinconia, noia, senso di impotenza, mancanza di bellezza.

Ma come mai proprio oggi me la prendo con questa macchina a volte utile, ma alienante e infinitamente meno affascinante di una macchina inutile (che Munari non me ne voglia per averlo citato qui)?

Lo faccio perché due-tre giorni orsono mi è arrivata via mail una documentatissima comunicazione da parte di uno dei miei più o meno recenti datori di lavoro (oltre quela istituzionale, ho sempre avuto una abbastanza intensa attività da free-lance). In essa mi si diceva che, per un errore di conteggio non mio, ma di qualcuno/qualcosa nella filiera amministrativa, si è scoperto a distanza di tempo che devo restituire una cifra di ben 2,01 euro.

Lo si dimostrava con la sfilza di calcoli e documenti su carta intestata che mi sono arrivati in allegato e che, francamente, pur avendo studiato cose generalmente ritenute complicate, mi risultano oscuri, ma soprattutto brutti. Così brutti che riuscrirebbero ad adombrare finanche la bellezza di un paesaggio marino, l’ascolto della quarta di Mahler o, che so, … una passeggiata nel mondo senza la minaccia di un virus letale.

A inviarla è stato un impiegato che non conosco e che, lo ammetto, piacevolmente colpito dai suoi modi, è stato anche molto, molto gentile e garbato. Nella mail pregava un’altra sua collega che invece conosco bene (una cara amica), di farmi pervenire il frutto di quella indagine interna arrivata da chissà quale computer manovrato da chissà quale altro oscuro e lontano impiegato.

L’ordine, mascherato da richiesta, è tra l’altro di pagare subito la cifra dovuta perché, me lo si fa intuire con il solito carico di sottintesi di cui solo il burocratichese è capace, ho solo da perderci nel rifiutarmi di farlo o ritardando l’operazione. Insomma, “concilio” o no?

Tutto ciò è entrato a gamba tesa nella mia giornata, sorprendendomi nel mentre pensavo ai casi miei, intento a dare un senso a un tempo che, come quello di tutti, a perderlo impiega pochissimo e che a guadagnarlo richiede lunghi e intensi sforzi, spesso inutili.

Ora forse voi direte che anche quelli sono casi miei, che sto esagerando, che dovrei essere contento della cifra esigua (lo sono, eccome! Ma prima di capire che fosse solo quello l’importo, ho avuto tempo di farmi venire le coliche), ma la realtà è che simili cose capitano spessissimo e hanno il potere di distogliere la tua attenzione dagli aspetti che più ti interessano della tua vita, pretendendo che tu ti sintonizzi all’istante su ciò che dicono e su ciò che impongono.

D’un tratto, una macchina messa in moto da noi si sostituisce al suo creatore e pretende che sia tu stesso a diventare lo scemo veloce. Non hai più un cervello, un’anima, un sentire. Sei come il tuo dito, sei come il tuo gomito o come il tuo alluce: solo un’appendice nella quale il cervello viene bypassato, spento, ridotto a groviglio di fili attraversati da un segnale esterno da non processare, almeno per il tempo che prende l’operazione.

Certe cose vanno fatte su-bi-to.

Punto.

Devi agire con una celerità che nessuno ti ha insegnato a usare per ciò che ci piace. Nessun ci ha spiegato quanto importante potrebbe rivelarsi scegliere di premiarci subito, quando possibile, regalandoci qualcosa di per noi desiderabile.

Nella nostra cultura pervasa da un peloso peccato originale, così persistente da accompagnarci per tutta la vita e che ci abbandona solo quando il nostro corpo non è più l’organismo migliore da occupare (sembra quasi io stia parlando della Cosa di Stephen King…), tutto ciò che ti fa stare bene viene dopo.

L’esistenza di questa sovrastruttura amministrativa dalla stabilità geodetica così soffocante impone una revisione del concetto stesso di peccato originale. Non più inquantificabile, ora assume un valore economico e giuridico precisi: non appena ti verrà assegnato un codice fiscale, graveranno su di te le nefandezze compiute da tutti i tuoi predecessori e avrai accise che macchieranno per tutta la vita la tua fedina economica.

Garantito da quella macchia, saprai che in qualsiasi momento  potranno scoprirne una ulteriore sconosciuta anche a te; soprattutto a te. Un’onta sotterranea e invisibile che in qualsiasi momento potrà costarti un aberrante processo kafkiano.

In ogni caso, ricorda: si deve fare ciò che va fatto, è ciò che va fatto non coincide mai con ciò che fa stare bene, nemmeno quando il benessere assume la sua forma più sfumata e misurata. Ciò che va fatto non coincide mai con il godere.

Tra l’altro, la caratteristica più becera – fondamentalmente l’unica con la quale me la sto prendendo – del sistema burocratico è che io sono chiamato a risolvere subito, con i miei soldi e il mio tempo, quindi con due volte i miei soldi (pare che il tempo sia denaro…) un problema che ha generato il sistema stesso al quale però non si può chiedere di essere autocorrettivo.

No, il sistema pretende di apparire infallibile. Me lo immagino, il sistema, con una forte calvizie che ha risparmiato solo pochi capelli posti lungo il parallelo della testa subito sopra le orecchie.

Me lo immagino con le sopracciglia alzate in atteggiamento falsamente paternalistico; con il doppio mento, con la pancetta, la penna sull’orecchio e l’aspetto di chi odia la vita vera dei vivi; quella che lui, da sistema, desidera invano.

Se lui, il sistema – o, per la par condicio, se lei, la macchina burocratica – fallisce, si sa che sei tu a dover porre rimedio. Lui tenterà di non sbagliare perché farlo non è cosa che si addice a un sistema; non è bello per una macchina fallire.

Ma se capita (e meno male che capita: vuol dire che ancora, nonostante tutto, ha conservato un indizio dell’umanità di chi lo ha creato), sarà suo piacere importi di porre rimedio al suo errore.

Nella vita recente del lunghissimo idra burocratico, più persone sono state interessate dal grave problema indicato nel documento come importo netto a debito. Sono stati costretti, come lo sono pure io, a impiegare il loro tempo, la loro esperienza pluriennale e le loro energie mentali per propagare un’inezia dall’imponente importanza.

In definitiva, sono vittima io, è vittima chi mi ha girato la mail, è vittima chi gliel’ha inviata, è vittima, …

Una lunghissima fila di vittime che, se solo potessero guardarsi tutte negli occhi, si ribellerebbero con un estremo e violento gesto luddista, smantellandola subito ‘sta macchina infernale (King ritorna…).

Ho provato a dire a chi conosco che il bonifico di due euro mi costa altri due euro di operazione on-line (altra assurdità figlia di una forma diversa, ma molto simile di burocrazia); che avrei preferito pagarne anche di più per un apertitivo, un caffè, una colazione, da offrire quando ci saremmo visti di persona, ma non è stato possibile: la “logica” cieca e sorda della macchina amministrativa pretende il mio intervento; pretende la mia certificata attenzione: devo dimostrare con tanto di firma e codice iban che il tempo immolato alla giusta causa è stato il mio.

Ergo, una simile cosa si mette di traverso almeno tra due persone, interrompendo così il normale corso delle faccende umane… disumanizzandolo, gelandolo, piegandolo alla logica senza faccia del golem di cui sopra.

E mentre fior di ricercatori cercano di far in modo che la macchina ci somigli sempre più elaborando teorie e tecniche all’avanguardia per arrivare al Graal dell’intelligenza artificiale, scopo della macchina burocratica è farci assomigliare a lei per installarci una desiderata forma di stupidità reale.

Ed è così che quella che potrebbe e dovrebbe solo essere una necessaria e utile burocrazia comprensibile anche da noi che burocrati non siamo, si tramuta nel suo opposto: una stupida, lenta, (in casi come questo) inutile, pretenziosa, violenta, cieca, sorda, esagerata, …, burocrazia.

Io non voglio tornare a vivere in un mondo che non sa fermare simili maelstrom nemmeno in un periodo del genere; nemmeno per importi del genere, ma soprattutto, nemmeno per errori non miei.

Vi prego, lasciatemi essere un uomo, lasciatemi essere persona. 

Se simili dinamiche fanno parte del mondo al quale non vedete l’ora di tornare, accomodatevi, ma lasciatemi fuori o quantomeno occupatevene voi al posto mio.

Voglio credere che questo periodo sia un’occasione anche per trovare soluzione a questo genere di problemi. Si parla da tanto di semplificazione delle procedure burocratiche e forse è arrivato il momento di passare dalle parole all’azione.

Io a quel mondo non voglio tornare perché, nell’immensa gioia di dover pagare solo due euro e zero un centesimi, scopro di non volere più sforzarmi di trovare sempre il lato positivo di situazioni paradossali come questa.

Il bello e necessario sta altrove. E non richiede sforzi di immaginazione per essere riconosciuto e coltivato.

 

SZ

 

CRONACA VIRUS – Giorno 25

BAROMETRI, RUMORE E TRAFFICO

Paese che vai, storielle che trovi.

Nel paese dei fisici ne girano tante e, tra le più simpatiche, vi è quella dello studente all’esame di fisica che si rifiuta di dare la risposta canonica, l’unica che il docente vorrebbe sentire, alla domanda: “lei ha un barometro. Mi dica come lo usa per calcolare l’altezza di un grattacielo”.

Il ragazzo, ostinandosi a dribblare quello che intuisce essere l’unico argomento al quale il docente è interessato, ne trova di alternativi, tutti corretti, estremamente creativi e capaci di far intuire, oltre una certa dose di umorismo, la sua grande conoscenza della materia.

Uno degli aspetti per me più interessanti di questa storia, è che in essa, da strumento che misura le differenze di pressione atmosferica, il barometro diventa un oggetto qualsiasi, senza particolari funzioni e importante solo perché ha una dimensione, un peso (importante solo per dare una necessaria tensione alla corda alla quale a un certo punto viene appeso) e un valore monetario.

In alcune versioni della storiella, le risposte così eccentriche fanno irritare il docente, che dimostra così di essere molto meno flessibile e capace del giovane studente, rivelando così – Ὁ μῦθος δηλοῖ ὅτι… – la presenza in questa favola di più di una morale.

Per inciso, sembra che in realtà si tratti di un aneddoto, ovvero di una fatto realmente accaduto nel quale il ruolo dello studente è toccato a un certo Niels Bohr.

Questo breve cappello introduttivo mi serve solo per legittimare l’uso, a mo’ di strumento di misura, che ho fatto ieri di una situazione alquanto irritante che mi sono trovato a vivere.

Ho già parlato in queste cronache del rumore che affligge questa casa, posta com’è al piano terra, per il semplice fatto di affacciarsi sulla strada che corre a una distanza di al massimo tre-quattro metri da qualsiasi posizione io decida di occupare nella mia abitazione.

Da programma, uno degli obiettivi della mia giornata di ieri doveva essere la registrazione di un nuovo video musicale nel quale, come ho già fatto di recente, mi sarei clonato tre volte per suonare con un assembramento di mie copie ispirato dal favoloso delirio interpretato da John Malkovich.

Purtroppo, dopo vari, snervanti tentativi, ho dovuto accettare la sconfitta: a differenza di quanto a fatica mi è riuscito il 21 Marzo scorso, il rumore proveniente dalla strada ieri era così tanto da non consentire di realizzare una registrazione anche solo lontanamente decente.

Tra l’altro, ho registrato il passaggio di numerose macchine molto più rumorose del normale: vecchie auto smarmittate (la finestra sulla strada mi permette di vedere quale sia la fonte del rumore) e modelli sportivi che del rumore prodotto fanno un carattere distintivo, un vanto tencologico futuristico, quindi decisamente anacronistico, oltrechè stupido.

Se poi si aggiunge che il finestrino dalla parte del conducente in molti casi risultava aperto per rivelare al mondo, fino a un attimo prima incurante di simili aspetti del reale così importanti, pure il numero di watt che gli impianti stereo di quei pescherecci da strada riescono a produrre, il gioco è fatto: forse cadendo in un discutibile, ma abbastanza veritiero luogo comune, si riesce da questi pochi elementi a intuire anche la caratura umana degli autisti così impegnati e professionali nel lesionare il sacco scrotale altrui.

Tutto ciò mi fa sentire di essere prigioniero non tanto dei muri di casa che, anzi, mi dimostrano di accogliermi, di cullarmi, di tentare di proteggermi, quanto dai muri sociali, imposti dalle mie ridicole tasche che non mi danno scampo: devo accettare questa difficile promuscuità e il carico di aspetti più deteriori cui essa mi sottopone sine ulla spe.

Una buona parte della mia giornata di ieri è stata inconsapevolmente sacrificata in onore della noncurante presenza altrui. Un fetta importante, fatta di secondi, minuti, ore preziosi, di obiettivi e investimenti mentali e spirituali che, disattesi, anche con le migliori intenzioni, nessuno mai potrà restituirmi.

Dal numero di tentativi per ora (tentativi/ora) effettuati durante la sfortunata sessione di registrazione – praticamente l’equivalente del barometro di Bohr – ho dedotto quale più o meno dovesse essere l’ordine di grandezza dell’aumento generale di traffico di automobili: vivo in una strada periferica nella quale il numero di macchine in transito è sempre una frazione abbastanza costante del traffico del centro cittadino e, tramite una telefonata a un mio amico che lì abita, ho avuto una parziale ma comunque importante verifica di quanto sospettato: in giro vi è molta gente che amabilmente circola a piedi, in bici, in macchina, in moto o motorino, nei mezzi pubblici.

Qualcuno forse potrà romanticamente leggere – anzi, vorrà leggere – questo dato come un inevitabile ritorno alla vita. Personalmente, oramai credo si sia capito, temo possa rivelarsi un indizio di tutt’altro tenore e i dati di questi giorni, pur nel suggerire che possa esservi un qualche miglioramento in atto, in qualche misura lo confermano: ancora ci si ammala, ancora si può finire in terapia intensiva, ancora si muore.

Allora, con grande preoccupazione, una apprensione motivata esclusivamente da altruismo e sconfinato amore per il mio prossimo, mi chiedo, e vi chiedo: me la fate fare ‘sta registrazione???

 

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 24

                         LA FACCIA DEI LIBRI ALL’EPOCA DI FACCIA-LIBRO

La gradualità, anche se veloce, è l’inevitabile carattere che assume il cambiamento.

Si tratta soprattutto di una qualità auspicabile: la variazione repentina, netta, fulminea, è di solito irreversibile e siamo più propensi a connetterla con l’imprevisto, con il negativo, e con l’indesiderato che con il positivo, con la svolta risolutiva.

Capita così che, giorno dopo giorno, muti il concetto di prossimità, e non parlo solo di quella metaforica, dipendente da fattori come amicizia, famiglia, affinità elettive, …

In questa fase di rimescolamento delle carte in vista di una partita che non sappiamo ancora se mai si disputerà, può capitare di ritrovarsi vicini alla donna di quadri o, peggio, a quella di “picche”, quando invece si progettava di passare molto tempo insieme a quella di fiori.

Va così, non ci si deve soprendere. I rapporti virtuali, specie nei social, sono fili che non vanno pettinati, che spotaneamente si cercano affannosi e che a volte fissano i capi in maniera random. Forse lo fanno temendo di rimanere sospesi come stringhe inutilizzate e inconcludenti che, nate per legare, per accostare almeno due capi, rimangono lì a ingarbugliarsi solo con loro stesse.

In questo gioco combinatorio però alla fine si scopre che abbiamo ancora bisogno di rapporti con interlocutori concreti, che abbiano uno spessore, una massa, un peso, un volume.

Sarebbe meglio avessero carne e ossa, ma al momento gli è consentito avere al massimo una voce, quella di una telefonata, e le dimensioni e il peso di un cellulare, strumento che tramite una videochiamata può rivelare anche una faccia, delle espressioni, dei tratti umani.

É così che ieri ho sentito un amico lontano; è così che vedo i miei compagni di corso al Conservatorio di Rovigo; è così che vedo mio figlio col quale gioco anche a nascondino sfruttando gli angoli ciechi della telecamera del cellulare.

Alla spasmodica ricerca di un contatto fisico che poi si coniughi anche con idee ben espresse, condivise o anche solo condivisibili, ci si guarda intorno e si scoprono loro: i libri.

Ebook a parte, che a turno prendono le dimensioni del tuo pc, del tuo kindle o del tuo tablet, hanno corpi tutti simili e al contempo diversi. Sono volumi a base rettangolare con area di base e spessore variabili. Hanno un peso, un colore, un odore. Una caratteristica, questa, che – particolarmente marcata per alcune pubblicazioni esattamente come lo è di alcune persone – mi ha fatto riemergere alla memoria un ricordo che avevo perso per strada: mio cugino Emilio da ragazzo apriva i libri per immergervi subito l’intera faccia alla ricerca di quel tratto olfattivo in alcuni casi molto intenso e caratterizzante.

Sembrava quasi che per lui il vero significato della parola “libro” fosse “contenitore di idee olfattive” piuttosto che “contenitore di parole e idee”. Lui forse preferiva andare a fiutare un libro, piuttosto che a leggerlo, ma so per certo che poi ha cambiato idea, laureandosi in ingegneria.

I libri hanno una faccia, anche se, a parte casi particolari come i Meridiani Mondadori, non ti trovi praticamente mai davanti i volti che scopri in rete essere stati quelli degli autori che li hanno scritti.

No, essi piuttosto prendono il volto di illustrazioni, di tratti grafici, di copertine monotinteggiate e per te quel nome famoso diventa indissolubilmente legato non ai tratti fiosionomici degli scrittori, ma a quella immagine, a quelle linee o a quel colore che non tinteggia altro se non se stesso.

É per questo che ci si lega a quella copia, a quella edizione, e non a quell’altra magari più nuova, più aggiornata, ma decisamente meno desiderabile.

I libri, certi libri, invecchiano con te e riconosci sul loro volto le stesse rughe che gli hai regalato tu. Tu sei il tempo che li consuma; sei tu e/o la tua incuria, la polvere di casa tua, che poi in buona parte altro non è se non la tua pelle la quale, rinnovandosi, si sfalda e si posa nel tuo ambiente. A volte le rughe dei libri sono le stesse che hai tu, e queste caratteristiche, che spesso si ritrovano anche nei volti dei parenti e degli amici più stretti, non sono barattabili.

Inoltre, poi, specie in periodi come questo e non avendo a disposizione l’Overlook Hotel, non posso certo dispiacermi di non avere per casa Conrad, Hemingway, Platone, Einstein, Asimov, Clarke, Boltzmann, Poe, Calvino, … in persona.

Avrebbero bisogno di mangiare, dormire, andare in bagno, … e poi di frequente si scopre, leggendone le biografie, che a dispetto di ciò che di loro si immagina attraverso i loro scritti, erano persone difficili, quando non addirittura sgradevoli.

Fossero qui, molto probabilmente li sbatterei fuori, loro e le loro idee, dopo pochi minuti di chiacchiere “rilassate (o, cosa ancora più probabile, deciderebbero loro di allontanarsi da me). Invece ho un archivio del “meglio di” che mi consente di selezionare proprio quanto di meglio i loro cervelli hanno sintetizzato.

Purtroppo con loro, con i libri, non si può dialogare apertamente, anche se credo che una certa forma metaforica di chiacchierata silenziosa possa pure essere il semplice annotare i pensieri che la loro lettura suscita. Puoi starne certo: avranno il buon gusto di non ribattere e – chi tace acconsente – potrai bearti di aver raccolto la loro muta accettazione.

Questo aspetto ha il potere di rendere esclusivo il nostro rapporto: ciò che davvero quella copertina dice al sottoscritto, lo dice solo a me. Potrebbe dire qualcosa di simile anche a qualcun altro, ma so per certo che la somma delle mie sensazioni che si mescolano intimamente al significato invece universale di quei concetti, rende il loro discorso unico, mio, esclusivo, troppo complesso da trasmettere per intero.

Le copertine di quei libri diventano così facce che declamano versi, aforismi, formule, interi capitoli su mondi reali o alternativi. Hanno simili cose da dire sulla punta della lingua posta poche pagine dopo; le puoi zittire quando vuoi o lasciarle a parlare, a faccia aperta, alla superficie del pavimento dando loro l’illusione di star lì ad ascoltarli.

Averne tanti fuori dagli scaffali, poi, magari tutti buttati alla rinfusa sul pavimento o su divani e letti perché da te richiamati per disegnare meglio il filo rosso di un a volte azzardato pensiero sinestesico, sfaccettato e sinergico, regala una piacevole illusione: che casa tua sia diventata, per un tempo limitato e irripetibile, sede di un convegno folle e meraviglioso tra teste che non si sono mai incontrate, ognuna accorsa lì per parlare con te e con gli altri del mondo visto con i suoi occhi.

Insomma, non siamo soli. Siamo arrivati fin qui grazie anche a loro che ci guardano di costa dalle nostre librerie.

Se poi a queste narrazioni si sommano pure quelle contenute nei cd per i quali valgono gli stessi discorsi fatti più su per i libri, il gioco è fatto e cent’anni di solitudine, nella loro disumanità, possono apparire umanamente sopportabili.

Disumanità e umanità. Se c’è qualcosa che ci può davvero aiutare in questo momento storico è proprio quest’ultima intesa come insieme di persone, ma anche e soprattutto come valore assoluto della cifra intellettuale dei migliori di noi.

Una cifra memorizzata su vivi supporti di carta dalla capacità che, in onore della visione orwelliana assolutamente poetica di persone-libri (o libri-persone), non misurerei più in bit e byte, ma in Farhenheit.

Ecco, propongo proprio che, se un giorno riusciremo davvero a mettere le memorie intere dei nostri cervelli su un supporto fisico per renderci immortali, se un giorno avremo davvero una porta USB, magari sulla nuca, da cui prelevare, downloadare chi siamo, cosa proviamo, cosa pensiamo, cosa ricordiamo, …, allora si opti per un cambio di unità di misura:

la capacità di memoria umana, piuttosto che ancora in bit e byte, merita di essere misurata in Fahrenheit, con l’acca in mezzo, rubando così il nome a quello di una scala di temperature meno usata delle più famose scale kelvin e centigrada, e che, per questo, un giorno potrebbe anche prenderne un altro, non trovate?

🙂

SZ

 

 

 

 

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 23

                              LA VITA DELLA RETE E LA SUA EVOLUZIONE DAL BASSO

Per motivi intuibili, in questo periodo mi trovo spesso a comunicare on-line con colleghi musicisti con i quali condivido il bisogno di “sentirci” per suonare insieme.

In questa situazione di allontanamento reciproco, quasi fossimo diventati tutti galassie di un universo umano in espansione (fino al mese scorso collassavamo tutti gli uni sugli altri), mi sono addirittura cimentato nella composizione di una colonna sonora di un corto: stando a Bologna, ho contribuito alla stesura della partitura lavorando “di concerto”, tramite telecamera e microfono, con la mia amica Francesca connessa da Ragusa.

Tutto fantastico, se non fosse che già in due intasavamo la banda usata dalla app per videoconferenze. Quando il traffico delle nostre note diventava intenso, per garantire la trasmissione di almeno un segnale, il sistema agiva con una serie di algoritmi di scelta attenuandone uno fino, alle volte, a sopprimerlo del tutto per privilegiare la chiarezza dell’altro.

La capacità di appropriarsi di uno strumento prevede che da esso si sappia trarre il meglio sfruttandone i pregi, ma anche i difetti e stiamo imparando a volgere a nostro vantaggio quella paticolare gestione dell’interferenza del segnale per creare “togliendo”, asciugando a monte le idee e stimolando nel sistema proprio quelle ineludibili scelte che abbiamo eletto a strategia compositiva.

Ma, a parte il curioso vantaggio offerto da quella limitazione che, giocoforza, suggerisce nuovi modi di fare comunicazione e composizione, essa non può che essere avvertita come un problema, anzi, come un nuovo problema.

Eppure ricordo che fino a un mese fa la app in questione era considerata rivoluzionaria rispetto ad altre le quali prima garantivano la sola comunicazione on-line uno a uno. Essa finalmente dava spazio a tutte le situazioni nelle quali era necessario trovarsi in tanti in uno stesso ambiente virtuale, quasi si fosse in una sala conferenze, in un bar, o in un’aula scolastica.

Per queste normali esigenze era divenuta quasi uno standard e oramai non si poteva fare a meno di averla fra le applicazioni subito disponibili sul desktop del proprio pc.

L’aver sperimentato a mie spese il limite di questa tecnologia mi ha permesso, non solo di sperimentare nuove modalità di composizione musicale, ma anche di intravedere un aspetto forse interessante della faccenda. Un aspetto che mi piace riguardare come indizio di una possibile “evoluzione darwiniana della specie rete”.

Mi spiego. L’impennata nell’uso di quella come anche di altre app utili per consentire la convergenza in tempo reale di più utenti, di sicuro stimolerà da parte dei gestori dei server e degli sviluppatori un potenziamento del supporto sul quale corrono le nostre comunicazioni, nonché un notevole incremento delle capacità dei programmi di contenere i rumori e di gestire suoni e immagini senza perdite di segnale.

Entro un anno, ne sono sicuro, cooperazioni a distanza come quella descritta in apertura di questo articolo saranno efficientissime e l’unica strategia utile per comporre decentemente, sapendo che del tuo brano si sentirà tutto ciò che avrai scritto e non ciò che della partitura verrà salvato dalla app, sarà quella di… saper comporre, .

Sarà quindi l’industria elettronica, pungolata dalle nuove esigenze di tutti, ad adattarsi entro breve ai nostri desiderata e – un punto che immagino possa sembrare banale, ma che a ben vedere non lo è affatto – non l’inverso.

Eravamo oramai abituati a sapere che la tecnologia avrebbe continuato a spiegarci di cosa abbiamo bisogno. Viziati dal genitore tecnologico che, prevedendo ciò che ci avrebbe fatto comodo – ma soprattutto ciò che ci avrebbe fatto buttare i prodotti vecchi di pochi mesi per sostituirli con i nuovi – ci avebbe consigliato l’acquisto delle novità spingendo molti a fare assurde file davanti ai negozi.

Venivamo sempre stimolati a cambiare il cellulare, il computer, l’automobile, … da chi aveva un chiaro interesse economico nello spiegarci che avevamo necessità assoluta del nuovo modello, della nuova funzionalità, della nuova capacità.

Non intendo di certo qui scagliarmi contro una simile modaltà evolutiva della specie tecnologica che, pur nell’assurdita di certi aspetti sociologici, ha anche portato nelle nostre vite molti innegabili vantaggi.

Qui però credo torni a essere importante un processo bottom-up che a partire da bisogni concreti della società, e nell’impossibilità di fare ulteriori file davanti ai negozi, stimoli il raggiungimento di un upper-level tecnologico in barba al processo top-down che ci ha dominato fino a tempi recenti (per il quale, tra l’altro, non credo esista il comparativo top-downer: più in giù di così non si può andare nemmeno a parole…)

Stiamo senza dubbio, e a grande velocità, maturando nuove esigenze e, con esse, matura la consapevolezza di ciò che davvero serve; una consapevolezza che prima era solo indotta da provider i quali ci spiegavano, spesso a ragione, cosa fosse per noi meglio.

Ma ora voglio convicermi che l’esserci accorti di alcuni malfunzionamenti del vecchio sistema senza che a suggerircelo sia stata l’industria, il commercio, la pubblicità, possa essere letto come il segnale positivo di un cambiamento futuro da noi indotto. Attendo di  assistere a una prossima rivoluzione fondamentale: torneremo a essere anche noi, la base, a imporre l’evoluzione tecnologica finalizzata alla soddisfazione di nostre reali esigenze, e non sempre e solo il viceversa.

Voglio sperare che tutto ciò sia l’indizio dell’imporsi di un modo di concepire la nostra vita e il concetto di comfort che dilagherà anche in altri ambiti come, ad esempio, la sanità (sarà importante assecondare l’esigenza di capire da sé, con adeguati strumenti di autodiagnosi, se si è malati, immuni, asintomatici, … bypassando così l’intervento pachidermico, lento, costoso delle strutture pubbliche); il lavoro (privilegiare sempre, laddove possibile, il telelavoro come soluzione a problemi di traffico, inquinamento, mancanza di parcheggi, stress, perdita della qualità della vita, dipendenza da junk food, …); l’istruzione (che finalmente potrebbe essere garantita ovunque e a tutti), la vita sociale (addebito delle pensioni sul conto corrente, snellimento delle operazioni burocratiche da condurre tutte on-line senza file negli uffici, …), decentralizzando, infine, tutti i servizi sociali a beneficio di chi vive nelle periferie.

Vedo che una delle frasi più ricorrenti in rete è “ritornare alla vecchia vita e alle vecchie abitudini”.

Ecco, spero proprio che l’obiettivo non sia questo.

Non siamo stati in grado di avanzare in modo spontaneo nella direzione di una auspicabile decrescita felice già proposta da molti in un recente passato.

Davanti a noi abbiamo un chiaro scenario di decrescita economica dovuta invece a motivi che la classificano di sicuro come infelice, ma sono però portato a credere che, se persisteremo nel percepirla così, sarà ancora una volta a causa del rumore nella banda che abbiamo scelto per parlarne.

Vi prego, ripuliamo la comunicazione così da far emeregere la voce di chi è stato sempre zittito dal vecchio sistema di gestione della rete.

Non abbiamo alcun bisogno di tornare allo status quo ante.

Abbiamo invece un assoluto bisogno di ripartire, stavolta andando a piedi lungo il sentiero nell’erba alta che al bivio precedente abbiamo trascurato per scegliere di correre in auto sulla corsia di asfalto nero.

Se lo faremo, spodesteremo il concetto di profitto fine a se stesso e potremo tornare presto a mettere l’uomo al centro dell’interesse della società.

E, paradosso dei paradossi, se ci riusciremo, lo dovremo solo a un minuscolo, insignificante ma anche rivoluzionario virus.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 12

                                        TEORIA DELLE EVASIONI

Durante questa quarantena sto aumentando il carico di lavoro cui quotidianamente mi sottopongo. Dal momento che, data la situazione, questo lavoro (il corsivo è d’obbligo), non dà quasi mai (ancora) luogo a un guadagno monetario, profilandosi piuttosto come una azione compiuta “su me stesso” e sulle cose che amo fare, mi appare chiaro che il superimpegno cui mi sottopongo altro non è se non una reazione psicologica, una difesa interna, messa automaticamente in atto per tenere a bada eventuali malumori e depressioni.

Del resto, è una tecnica che conosco bene in quanto, oltre ad avere fatto così anche da giovane in quel lungo periodo di apprendistato in cui le passioni nascono e letteralmente ti travogono con tutto il loro carico di fascino e mistero, nell’ultimo anno e mezzo ho vissuto intensamente un’analaoga situazione di appartamento (nel senso di appartarsi nel proprio…): eccezion fatta per qualche committente rimastomi fedele sin da quando ero un free-lance puro, negli ultimi quindici anni ho lasciato andare molti di loro – in fondo, un lavoro, seppur precario, lo avevo già – e tutto ciò si è inevitabilmente tradotto in un notevole isolamento personale e lavorativo.

Tornando alla tecnica di cui parlavo più sopra, confesserò che consiste nel lavorare senza sosta sui propri progetti tenendosi saldamente aggrappati a un qualsiasi “pensiero felice”. Nell’immensa varietà di tipologie di simili appigli, personalmente tendo a tenere in particolare riguardo quelli che ho battezzato “vigilie”, un termine che mi piace così tanto da avere programmato di renderlo il titolo di un progetto cui sto timidamente lavorando.

Si tratta di eventi capaci di dare molta più felicità nell’attesa di qualcosa che nel suo palesarsi vero e proprio.

 “A giorni arriva Babbo Natale e molto probabilmente sarà bello aprire i regali. O forse no, non lo sarà perché scoprirò di non aver ricevuto ciò che desideravo. Nel dubbio, mi godo l’unica cosa davvero capace di generare positività e felicità: l’attesa della sopresa. L’attesa di Babbo Natale”.

Un fan di Freud forse potrebbe identificare in questa at-tenzione per ciò che deve arrivare e per la tendenza ad essere vigili durante la vigilia che implica, i ruderi di una malsopita o malgestita fase anale, ma tant’è. La società mi sembra adottare di continuo stategie che molto hanno a che fare con essa e alcune tecniche pubblicitarie basate proprio sulla creazione dell’evento, sull’annuncio dell’uscita di un prodotto o sull’esaltazione della data in cui qualcosa succederà, sembrano proprio confermare il mio sospetto.

Nella mia attività da recluso, dopo giorni e giorni di lavoro per i fatti miei, sui fatti miei, quindi di ritenzione, il pensiero felice, la vigilia, l’attesa del regalo d Babbo Natale è sempre stato il momento in cui avrei incontrato gli altri: la data del concerto in cui avrei condiviso il palco con amici musicisti; la conferenza, il seminario o il corso che mi avrebbero portato a vivere un salvifico bagno di folla prima del ritorno alla solitudine; la festa, il barbecue, la cena tra amici; l’appuntamento con una amica per andare a cinema o per altre cose decisamente più interessanti, ecc.

Sapere di avere già in programma qualcosa che, col suo carico emotivo, mi avrebbe fatto sentire giustificato nell’andare fuori e abbandonando per un po’ il lavoro quotidiano su me stesso, sapere che gli altri mi offrivano un’ottima scappatoia per distrarmi da me e portare la mia attenzione su di loro e sul “noi”, mi faceva davvero bene.

A posteriori, anche in questo caso poteva capitare di scoprire che l’evento non valesse l’investimento emozionale compiuto a monte, ma il suo lavoro di pensiero felice lo aveva svolto egregiamente, e questo bastava.

In questi casi, poi sfortunati, bastava allora invertire i ruoli delle immagini mentali e a proteggermi dalla depressione interveniva il ricordo di cosa avrei trovato nel mio ambiente domestico: lì vi erano intatte le mie rassicuranti certezze, i miei interessi, le attività interrotte per uscire. Loro non mi avrebbero tradito: le avrei ritrovate intonse lì a casa, pronte ad accogliermi subito dietro la porta, scondinzolanti e affettuose come solo la mia Lulamae sapeva fare.

Bene, è arrivato il momento di confessarlo: ieri sono andato fuori.

É stata proprio quell’ubriacatura di contatti umani, di strette di mano, di abbracci di cui avevo bisogno e oggi mi sento già meglio e motivato a continuare con la scultura quotidiana della mia persona.

L‘occasione per uscire è arrivata tre  giorni fa, quando i Gerebros, miei amici fraterni di lunghissima data con i quali spesso collaboro anche per interessantissimi progetti di comunicazione (loro si occupano proprio di comunicazione spettacolare), mi hanno chiesto se volevo partecipare a un circle talk: una tavola rotonda da loro organizzata per conto di ENEL e che avrebbe dovuto svolgersi nella serata di ieri. L’argomento è presto detto: si sarebbe parlato di arte.

Di quel cerchio, sarei ovviamente stato solo uno spicchio. Oltre ai fratelli Geremicca, avrei incontrato Marco Tutino, uno dei nostri più grandi compositori contemporanei, e lo scultore Jago Cardillo divenuto nel giro di pochissimo tempo estremamente noto per le sue incredibili capacità artistiche e per il suo modo di sicuro attuale di comunicarle al mondo.

In questo contesto avrei dovuto fare né più, né meno la parte di Angelo, ovvero di chi, pur condividendo un percorso simile a quello dei miei due compagni di merende, ha trovato la propria cifra altrove, nella commistione dei linguaggi attuata tramite il filtro della scienza.

É arrivato il momento di rassicurarvi tutti: no, non sono affatto uscito di casa venendo meno ai principi che ho strombazzato come fondamentali in questi ultimi quindici giorni. La tavola rotonda di cui parlavo si è svolta on-line e ci siamo incontrati tutti sulla rete, rimanendo su maglie ben distanti le une dalle altre e condividendo sì il server, ma anche lo spazio dello studio dei due fratelli Geremicca.

Sì, perché in quello studio vi erano solo i corpi dei due fratelli e i monitor sui quali campeggiavano i tre faccioni degli ospiti, gli altri tre spicchi del cerchio. Marco parlava da Milano, Jago da New York e io da Bologna.

Oltre ai concetti emersi in questa splendida e rara occasione di scambio – tutte idee che, sospetto, costituiranno l’argomento di una o più cronache virus future – l’aspetto di tutta la faccenda che mi ha colpito davvero, quello che, come un cecchino, ha centrato in pieno l’Angelo di carne, sangue e ossa che vive realmente a grande distanza da Milano e New York, è che per due giorni il mio pensiero felice è stato proprio quell’appuntamento:

sapevo, e mi faceva stare molto bene, che avrei condiviso qualcosa con persone di indubbio spessore artistico e umano; sapevo che li avrei “incontrati” e che avremmo discusso pungolandoci vicendevolmente e inscenando un copione al quale, a fare da capoversi per le nostre battute, purtroppo mancavano soltanto i colori sgarianti di una tavola imbandita e i profumi delle cibarie appena sfornate.

Per due giorni, il mio cervello si è venduto la cosa come “domani andrai fuori. Domani uscirai per vedere persone. C’è una festa. C’è una cena. C’è un con-certo da fare.

In pratica, la mia mente non ha solo registrato l’impegno in programma, ma dopo pochi giorni di abitudine al nuovo e necessario stile di vita, ha dimostrato di essersi subito adattata ad esso traducendo, in modo adeguato alla situazione, formule verbali che prima usava per farmi stare bene e che avevano dimostrato di funzionare.

Il cervello umano, si sa, è estremamente flessibile e, nonostante la mia età non più giovanissima, il mio ha superato lo stress-test dimostrando di possedere ancora una rassicurante elasticità e capacità di adattamento al mutare degli stimoli esterni.

Tra l’altro, si è trattato di un momento di condivisione al quale mi sono presentato elegante, curando che in qualche misura lo fosse anche l’ambiente nel quale mi trovavo. Un ambiente che stavolta, assieme alle mie idee e alla mia immagine, mi sono portato dietro.

Se prima l’ambiente domestico rimaneva un elemento estraneo alla fase di incontro con gli altri, se costituiva solo un sottinteso oscuro e indefinito, facente parte di una zona privata del tuo essere nella quale le persone incontrate nel mondo non erano autorizzate ad entrare, ora, prepotente, irrompe nel gioco col ruolo di elemento visivo e sonoro importantissimo per la tua identificazione come persona.

Ne va della tua credibilità: non puoi più dire qualcosa, vestire qualcos’altro e presentarti al mondo con uno sfondo che non confermi l’autenticità delle tue idee e della tua immagine. Il tuo con-testo deve necessasriamente esibire, tramite elementi visibili e/o sonori, l’autenticità di chi dici di (voler) essere e la profonda concordanza tra il tuo apparire e la tua privacy.

Questa situazione generata dall’impossibilità di incontrarsi di persona potrebbe quindi, di primo acchito, sembrare il trionfo dell’esteriorità se non fosse che l’interiorità, quella vera e riflessa dal tuo ambiente e dai gesti che in esso quotidianamente compi, prepotente esce fuori e può uccidere la tua immagine o rafforzarla. L’autenticità finalmente paga, almeno fintanto che non si diffonderà l’uso sapiente di fake background peraltro già disponibili in rete.

Fino a ieri il vestito poteva aiutare a mentire, ad apparire ciò che si desiderava essere, nascondendo ciò che veramente si era. Invece in questa fase, e fintanto che non impareremo ad adulterare i nostri ambienti, il tuo sfondo ti definisce ancora di più di ciò che indossi. Anzi, indossi proprio il tuo ambiente, mentre il vestito propriamente detto viene quasi declassato al ruolo di biancheria intima, ciò che si mette sotto.

Assomiglieremo tutti a lumache bipedi impegnate a portare sul groppone, in giro per il mondo, la propria abitazione: lo sfondo inscindibile alle spalle della nostra immagine virtuale che, forse mai prima di questo momento, è apparsa così reale.

 

SZ

Musica e illustrazione 1: un sodalizio armonico

Con il video pubblicato stasera nella mia rubrica HarmoniCa Mundi ospitata dal sito per armonicisti Doctor Harp, chiudo il ciclo di tre puntate dedicate alla lunga intervista che mi ha rilasciato Gabriele Guidetti, armonicista blues e illustratore automobilistico.

Prima di scrivere qualcosa sui rapporti tra arti visive e musica, credo sia importante partire dall’esperienza di chi questo rapporto lo vive senza necessariamente chiedersi quali siano le motivazioni che lo inducono a percorrere il breve istmo esistente tra le le due forme espressive.

Guidetti ci offre la possibilità di sondare da vicino il suo approccio al problema.

Un approccio pragmatico di sicuro interessante al quale affiancherò presto l’esperienza di altri artisti che come lui si impegnano su diversi fronti e che, proprio per questo, sento molto vicini e a me affini.

SZ

 

Prima puntata: https://www.doctorharp.it/intervista-a-gabriele-guidetti-i-parte/

Seconda puntata: https://www.doctorharp.it/harmonica-mundi-intervista-a-gabriele-guidetti-ii-parte/

Terza puntata: https://www.doctorharp.it/harmonica-mundi-intervista-a-gabriele-guidetti-iii-parte/

CRONACA VIRUS – Giorno 7

                              MIO CUGINO HA GLI OCCHI A MANDORLA

Mi appassiona osservare il cielo stellato. Da ciò ne consegue che mi affascina anche tutto ciò che riguarda le costellazioni delle quali racconto le caratteristiche in una serie di video che sto proponendo, mese dopo mese, e nei quali racconto quali elementi di cielo profondo contengono, quali miti sono da associare a esse, ecc…

Alla fin fine, però, si potrebbe pensare che si tratti di un discorso abbastanza vacuo: pur essendoci davvero, all’interno dei confini che abbbiamo dato a quelle regioni di cielo, gli elementi astronomici di cui parlo in quei video, si scopre che le costellazioni, intese come aree bidimensionali che ritagliano la volta celeste, non esistono.

Si tratta di illusioni ottiche generate dall’incapacità del nostro sguardo di valutare le diverse distanze che separano i puntini stellari, quelli che il nostro cervello unisce con segmenti immaginari per fomrare geometrie familiari.

Forme piatte di sicuro comode per orientarci in cielo, ma che da un punto di vista astrofisico non hanno molto senso e aventi a che fare molto più da vicino con le motivazioni antropologiche, sorrette dai nostri limiti fisici, che ci hanno storicamente portato a “scorgerle” in cielo.

In realtà si scopre che, se davvero fossimo interessati a partizionare il cielo in costellazioni reali, ovvero scegliendo punti che siano effettivamente correlati da fattori fisici e non da altri meramente antropologici, potremmo attuare la scelta non certo intuitiva e di sicuro poco comoda di congiungere solo le stelle che condividono una stessa metallicità, una stessa età e un comune moto proprio: una misura di quanto e come esse si spostano nello spazio e nel tempo e capace di mostrare se quegli astri provengono da un punto particolare nel quale tutte hanno avuto origine e dal quale, nel tempo, si sono allontanate, “evaporando”.

Simili insiemi stellari vengono indicati con vari nomi: gruppi cinematici, associazioni stellari o, un termine forse più evocativo degli altri, correnti stellari.

Di simili aggregazioni se ne conoscono già molte e, come credo sia facile intuire, restituiscono una immagine del cielo alquanto diversa da quella alla quale siamo avvezzi.

A questo punto del discorso, qualcuno forse si starà chiedendo perché, in una rubrica quotidiana che parla della vita ai tempi del coronavirus, io oggi abbia iniziato parlando di costellazioni.

É presto detto: ieri mi è capitato sotto gli occhi un altro articolo molto interessante che proponeva un’ipotesi ancora in attesa di essere corroborata da nuovi dati circa la diffusione dell’epidemia sul globo terrestre.

In questo articolo si avanza l’ipotesi che il veloce propagarsi del virus sia in qualche modo aiutato dagli spostamenti delle persone che avvengono soprattutto all’interno di una particolare fascia di latitudini, quella tra i 30 e i 50 gradi a Nord dell’Equatore. Quella fascia abbraccia una serie di regioni caratterizzate da un valore simile dell’umidità e da un preciso profilo di temperatura: due parametri che, su periodi di qualche mese, mostrano di rimanere abbastanza stabili in un ristretto range di valori.

I ricercatori dell’Università del Maryland che hanno proposto questa ipotesi – afferenti alla collaborazione mondiale Global Virus Network la quale monitora l’evoluzione delle epidemie – chiamano quella stretta fascia che circonda il pianeta la cintura del coronavirus e avanzano l’ipotesi che, man mano che ci avviciniamo all’estate boreale, all’innalzarsi progressivo della temperatura, il virus smetterà di essere lì così aggressivo  preferendo migrare in altre cinture meno calde dove si troverà più a suo agio.

Una previsione che ha il pregio di rendere questa ipotesi falsificabile, conferendole così, da un punto di vista squisitamente epistemologico, quel carattere necessario per essere considerata una vera e propria teoria scientifica: presto il processo di peer review giungerà a conclusione grazie a ciò che sperimenteranno i nostri pari. No, non si tratta delgi scienziati, ma dei nostri simili che vivono altrove.

Accade così che noi europei che ci affacciamo sul Mediterraneo, ci ritroviamo associati nella sorte all’Iran, a una lontanissima area della Cina, alla Corea del Sud, al Giappone e all’America del Nord: zone molto distanti da noi non solo da un punto di vista geografico, ma anche e soprattutto da quello culturale: eccezion fatta per il nord America, figlio del colonialismo del vecchio continente, ed escludendo i fattori che, subendo la spinta dei mercati mondiali, tendono a omogeneizzare il patchwork di culture e tradizioni, da un punto di vista storico abbiamo ben poco da spartire con la visione del mondo dei paesi posti molto più a oriente della nostra posizione.

Eppure, nonostante queste indubbie differenze, credo farei meglio ad usare l’imperfetto, e non solo a causa della globalizzazione di origine antropica cui facevo cenno, dicendo che avevamo ben poco da spartire con quei lontani paesi. Infatti la globalizzazione naturale causata dall’emergenza epidemica ha accomunato tutte quelle nazioni nella paura, nel dolore e nelle strategie di fronte al nemico comune.

In definitiva, il coronavirus ha donato alle popolazioni che occupano quella cintura un importante elemento comune che di sicuro troverà posto tra gli aggiornamenti dei libri di storia che in quelle nazioni verranno stampati in un prossimo futuro.

Probabilmente l’evidenza di essere così strettamente accomunati da alcuni parametri fisici a quelle lontane aree del globo poteva già da tempo essere notata ma, climatologi a parte, non credo che qualcun altro lo abbia davvero fatto. Ora, però, che anche i colori sgargianti delle mappe mostrate nell’articolo citato ci aiutano a farlo, credo sia il caso di cominciare a chiederci cosa davvero significhino termini come nazione, regione, area geografica.

Oggi, infatti, grazie allo sguardo oggettivizzante dei satelliti che pongono la pallina terrestre sul tavolo per osservarla meglio e consentendoci di disegnare quelle mappe colorate, possiamo vedere in modo chiaro le correlazioni esistenti tra noi e gli altri.

Si tratta di una visione moderna che deve di sicuro spingerci a valutare retrospettivamente quanto di comune con quelle lontane culture abbiamo avuto anche in passato.

Una volta compreso, e intuendo come in futuro di sicuro avremo molte più prove analoghe di correlazione a distanza (alla fin fine, il nostro è un pianeta davvero piccolo…), è probabile che si debba rivedere il concetto di nazione e di regione, da intendere come aggregazioni di persone che convivono in un’area geografica, che condividono una cultura, una tradizione, una lingua. Una revisione del tutto simile a quella che invitavo a fare in apertura per le costellazioni di stelle.

Si, perché si tratta, anche in questo caso, di immagini di sicuro comode e utili, quasi si tratti di  “costellazioni nazionali” e/o di “asterismi regionali”, ma solo a una prima, superficiale analisi della situazione globale.

Una situazione in rapida evoluzione che in futuro immagino ci porterà a scoprire come forse si condivida molto di più con chi, pur se metricamente lontano, sperimenta le nostre stesse temperature, umidità, latitudini e chissà quale altro parametro fisico che, non visto, agisce dal basso, imparentandoci.

Forse questo in parte spiega anche come mai, di fronte alla minaccia del coronavirus, siano state adottate le differenti strategie di cui parlavo ieri. Le nazioni del vecchio continentena vivono secche differenze di temperatura che potrebbero trovare tranduzione nell’ostentanzione di notevoli, umide differenze di temperamento.

Lo studio del “moto proprio” dell’epidemia ce lo sta mostrando in modo molto chiaro: le regioni vere, costellazioni della volta terrestre, sono ben altra cosa.

 

SZ

 

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 6

PASTORALE INGLESE

La notizia è di ieri, e ha fatto ovviamente scalpore: il primo ministro inglese ha scelto di dare pieni poteri alla Natura che avrà il compito di scegliere, iuxta principia sua, chi dei suoi connazionali dovrà vivere e chi no.

Chiamando in causa l’immunità di gregge, un processo che – senza le precauzioni adottate da Italia e, soprattutto Cina e Corea del Sud – si prevede ucciderà il 60% dei sudditi di sua maestà la Regina Elisabetta lasciandone in vita il 40% che così risulterà automaticamente più forte perché selezionato, Boris Johnson getta la spugna: confessa di fatto l’impontenza del suo servizio sanitario nazionale (e forse anche di quello pensionistico) nel duello contro l’escalation epidemica che ci si attende in Inghilterra nei prossimi giorni.

In pratica, sembra proprio che, dopo aver tentennato per un paio di anni, una volta fatto il primo passo, la Gran Bretagna abbia preso gusto al processo di Brexit, e ora abbia addirittura varato, col 60% di voti inevitabilmente favorevoli, quello che mi appare come il progetto “BreBrixit”, una sorta di “Brexit for British”.

Questi i fatti che sembrano mettere in evidenza quel non so che prima chiaro a tutti, ma che, agostinianamente, non si sapeva spiegare a parole: noi mediterranei siamo radicalmente diversi da loro, dai nordici. Una affermazione pericolosa per il vago odore di discriminazione razziale che emana, ma che ora, potendo finalmente verbalizzare e spiegare in cosa siamo davvero diversi, appare in tutta la sua tragicomicità.

Si prova quasi sollievo a scoprire di aver sempre avuto ragione nel dire a mezza voce quella che sembrava proprio una verità corroborata solo da decine di narrazioni personali, ma mai suffragata da dati certi, numeri, fatti eclatanti e statisticamente rilevanti.

Non è però certo il caso di esaltarci, intonando quello che rischia di essere il classico canto del cigno. Come infatti spiega una interessantissima analisi nella quale mi sono imabattuto oggi grazie al post su facebook di una mia amica che la citava, una volta capito perché “loro sono diversi da noi”, scopriamo per quali, veri motivi “noi siamo diversi da loro”.

E sono dolori.

Loro ragionano strategicamente. Un modo di affrontare il problema che a questo punto definirei “darwiniano” e che forse spiega come mai non sia stato un etologo di Gallarate o un biologo di Petralia Sottana a scoprire la legge di evoluzione per mezzo della selezione naturale.

Gli italiani sono pucciniani e il singolo, nell’annunciare che all’alba vincerà, lo afferma così forte e chiaro da non far dormire più nessuno. C’è quindi da supporre che, se la Turandot fosse stata composta nella gelida Albione, Calaf avrebbe sussurrato tra sé e sé la sua convinzione di vincere, favorendo così il sonno altrui e lasciando tutti nell’inconsapevolezza del futuro cinico e baro che li avrebbe attesi nelle cliniche inglesi.

In conclusione di quell’articolo, che ovviamente invito a leggere, si dice:

“(…) la scelta italiana del modello 2 ha ragioni superficiali e consapevoli nei nostri difetti politici e istituzionali, e ragioni profonde e semiconsapevoli nei pregi della civiltà e della cultura a cui, quasi senza più saperlo, l’Italia continua ad ispirarsi, specie nei momenti difficili: siamo stati senz’altro umani e civili,  e forse anche strategicamente lungimiranti, senza sapere bene perché. Però lo siamo stati, e di questo dobbiamo ringraziare i nostri antenati defunti, i Lari il cui culto, sotto diversi nomi, si perde nei secoli e millenni; e che senza saperlo, oggi onoriamo e veneriamo facendo tutto il possibile per curare i nostri padri, madri, nonni, anche se non servono più a niente.”

I grassetti sono miei e servono a mettere in evidenza quello che, tornando più e più volte nell’articolo, sembra essere ciò che più di ogni altro aspetto ci caratterizza: l’inconsapevolezza, l’ignoranza, l’incapacità di tenere sotto controllo qualunque cosa ci riguardi.

C‘è quindi forse da pensare che se fossimo consapevoli, accorti, meno ignoranti, … agiremmo come inglesi, tedeschi, e “nordici” in generale? Non lo so, e forse non lo voglio nemmeno sapere. Res ita sunt.

Non potendo fare altro, stiamo alla finestra e aspettiamo di vedere come andranno a finire i vari esperimenti biologico-sociali che il mondo sta portando avanti nei vari laboratori-nazione.

Intanto, grazie all’emergenza coronavirus, un ottimo risultato mi sembra sia stato già raggiunto: finalmente sappiamo cosa davvero intendiamo quando diciamo noi.

E quando diciamo loro.

 

SZ