CRONACA VIRUS – Giorno 6

PASTORALE INGLESE

La notizia è di ieri, e ha fatto ovviamente scalpore: il primo ministro inglese ha scelto di dare pieni poteri alla Natura che avrà il compito di scegliere, iuxta principia sua, chi dei suoi connazionali dovrà vivere e chi no.

Chiamando in causa l’immunità di gregge, un processo che – senza le precauzioni adottate da Italia e, soprattutto Cina e Corea del Sud – si prevede ucciderà il 60% dei sudditi di sua maestà la Regina Elisabetta lasciandone in vita il 40% che così risulterà automaticamente più forte perché selezionato, Boris Johnson getta la spugna: confessa di fatto l’impontenza del suo servizio sanitario nazionale (e forse anche di quello pensionistico) nel duello contro l’escalation epidemica che ci si attende in Inghilterra nei prossimi giorni.

In pratica, sembra proprio che, dopo aver tentennato per un paio di anni, una volta fatto il primo passo, la Gran Bretagna abbia preso gusto al processo di Brexit, e ora abbia addirittura varato, col 60% di voti inevitabilmente favorevoli, quello che mi appare come il progetto “BreBrixit”, una sorta di “Brexit for British”.

Questi i fatti che sembrano mettere in evidenza quel non so che prima chiaro a tutti, ma che, agostinianamente, non si sapeva spiegare a parole: noi mediterranei siamo radicalmente diversi da loro, dai nordici. Una affermazione pericolosa per il vago odore di discriminazione razziale che emana, ma che ora, potendo finalmente verbalizzare e spiegare in cosa siamo davvero diversi, appare in tutta la sua tragicomicità.

Si prova quasi sollievo a scoprire di aver sempre avuto ragione nel dire a mezza voce quella che sembrava proprio una verità corroborata solo da decine di narrazioni personali, ma mai suffragata da dati certi, numeri, fatti eclatanti e statisticamente rilevanti.

Non è però certo il caso di esaltarci, intonando quello che rischia di essere il classico canto del cigno. Come infatti spiega una interessantissima analisi nella quale mi sono imabattuto oggi grazie al post su facebook di una mia amica che la citava, una volta capito perché “loro sono diversi da noi”, scopriamo per quali, veri motivi “noi siamo diversi da loro”.

E sono dolori.

Loro ragionano strategicamente. Un modo di affrontare il problema che a questo punto definirei “darwiniano” e che forse spiega come mai non sia stato un etologo di Gallarate o un biologo di Petralia Sottana a scoprire la legge di evoluzione per mezzo della selezione naturale.

Gli italiani sono pucciniani e il singolo, nell’annunciare che all’alba vincerà, lo afferma così forte e chiaro da non far dormire più nessuno. C’è quindi da supporre che, se la Turandot fosse stata composta nella gelida Albione, Calaf avrebbe sussurrato tra sé e sé la sua convinzione di vincere, favorendo così il sonno altrui e lasciando tutti nell’inconsapevolezza del futuro cinico e baro che li avrebbe attesi nelle cliniche inglesi.

In conclusione di quell’articolo, che ovviamente invito a leggere, si dice:

“(…) la scelta italiana del modello 2 ha ragioni superficiali e consapevoli nei nostri difetti politici e istituzionali, e ragioni profonde e semiconsapevoli nei pregi della civiltà e della cultura a cui, quasi senza più saperlo, l’Italia continua ad ispirarsi, specie nei momenti difficili: siamo stati senz’altro umani e civili,  e forse anche strategicamente lungimiranti, senza sapere bene perché. Però lo siamo stati, e di questo dobbiamo ringraziare i nostri antenati defunti, i Lari il cui culto, sotto diversi nomi, si perde nei secoli e millenni; e che senza saperlo, oggi onoriamo e veneriamo facendo tutto il possibile per curare i nostri padri, madri, nonni, anche se non servono più a niente.”

I grassetti sono miei e servono a mettere in evidenza quello che, tornando più e più volte nell’articolo, sembra essere ciò che più di ogni altro aspetto ci caratterizza: l’inconsapevolezza, l’ignoranza, l’incapacità di tenere sotto controllo qualunque cosa ci riguardi.

C‘è quindi forse da pensare che se fossimo consapevoli, accorti, meno ignoranti, … agiremmo come inglesi, tedeschi, e “nordici” in generale? Non lo so, e forse non lo voglio nemmeno sapere. Res ita sunt.

Non potendo fare altro, stiamo alla finestra e aspettiamo di vedere come andranno a finire i vari esperimenti biologico-sociali che il mondo sta portando avanti nei vari laboratori-nazione.

Intanto, grazie all’emergenza coronavirus, un ottimo risultato mi sembra sia stato già raggiunto: finalmente sappiamo cosa davvero intendiamo quando diciamo noi.

E quando diciamo loro.

 

SZ

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 5

                                            IL MiO MOB NON FLASHIA

Due giorni fa ho avuto modo di ragionare su come siano cambiate le mie, e forse quelle di chiunque, percezioni dei concetti di “piccolo” e di “grande”.

In sintesi, notavo come nell’uso comune il piccolo sembra essere diventato più grande e di come il grande mi appaia proporzionalmente diventato… più piccolo.

Ieri mi è sembrato di ravvisare ancora una volta la possibilità che davvero qualcosa sia cambiato nella percezione di quei due concetti. L’occasione mi è stata offerta da una simpatica iniziativa circolata in rete: un flash mob sonoro: chiunque, musicista o semplicemente in posssesso di uno strumento musicale, è stato invitato sui social ad aprire le finestre alle 18:00 e ad inondare il proprio quartiere con la sua musica.

Il fine del progetto era chiaro e ben esposto: in barba all’abbrutimento che l’isolamento coatto potrebbe generare in tutti noi, una simile iniziativa avrebbe voluto riaccostarci al concetto di bellezza – quella che solo la nostra specie sa creare in modi così articolati e organizzati – e alla sua continua ricerca compiuta da chiunque, da chi la crea e da chi la fruisce.

Prima di raccontare come si è evoluta l’iniziativa, mi piace attenermi al progetto annunciato in apertura, dicendo cosa credo di aver intravisto.

Cercando in rete il significato della locuzione flash mob (dall’ inglese flash, lampo, inteso come evento rapido, improvviso, e mob, folla, calca, orda, fonte: Wikipedia e Word reference), ho scoperto che si tratta di:

“un termine coniato nel 2003 per indicare un assembramento improvviso di un gruppo di persone in uno spazio pubblico, che si dissolve nel giro di poco tempo, con la finalità comune di mettere in pratica un’azione insolita. Il raduno viene generalmente organizzato via internet (mail o reti sociali) o telefonia cellulare. Le regole dell’azione di norma vengono illustrate ai partecipanti pochi minuti prima che questa abbia luogo, ma se necessario possono essere diffuse con un anticipo tale da consentire ai partecipanti di prepararsi adeguatamente”

Il termine “assembramento”, poi, sta a significare (fonte: Treccani):

Riunione occasionale di persone all’aperto per dimostrazioni o altro

e tra i suoi sinonimi, come già detto, contempla anche calca: Moltitudine fitta di gente.

Il concetto, quindi mi sembra chiaro: una grande quantità di persone – grande da intendersi rispetto alla capacità del “contenitore” – che desiderano manifestare qualcosa, convengono in un punto così da fare aumentare di molto la normale densità di individui di quel luogo. Luogo che, di conseguenza, in quel momento si rivelerà piccolo rispetto a ciò che lì si sta eccezionalmente svolgendo.

Il flash mob di ieri era distribuito, e credo ci imponga di rivedere l’idea stessa di assembramento, di calca, di grande densità (fitto) in un luogo piccolo.

Il grande, riferito al numero di persone che hanno partecipato e alla loro densità, mi sembra esserlo stato molto meno del solito grande che caratterizza simili manifestazioni le quali normalmente si svolgono in strade, piazze, parchi, …: di solito, sono coloro i quali fanno qualcosa che, irrompendo in un luogo, fanno salire, occupandolo, la densità di persone lì presenti. Gli altri, quelli che già si trovavano in zona, rimangono più o meno invariati in numero. Ebbene, guardando i vari video, i musicisti presenti sui balconi non davano l’impressione di essere esattamente una calca tale da poter aumentare la densità di alcun che.

Il piccolo, invece, riferito alla dimensione del luogo scelto, dal momento che lo spazio condiviso è stato più che altro la rete (se ci atteniamo al significato su enunciato di flash mob, dobbiamo assumere che il web sia il nuovo significato della locuzione “all’aperto”?) e calcolando che, come me, molti musicisti non hanno avuto pubblico reale, mi è sembrato decisamente più grande: un luogo ampio quanto una enormità di pixel e bit da raggiungere e, credo, finanche superare le dimensioni delle macchie rosse sulle mappe di cui parlavo l’altro ieri.

Piuttosto direi che, come c’era da aspettarsi, l’aspetto davvero interessante sia un altro: anche poca gente, al limite uno, può sperare di apparire come un mob: la rete ha procurato a una folla striminzita di volenterosi la possibilità di occupare un luogo piccolo come il loro balcone, ma enorme come il web. Ecco, una cosa del genere forse meriterebbe un nuovo nome e questo, che forse è stato il primo a essersi svolto principalmente in rete, lo chiamaerei web mob. Suona abbastanza bene, no?

Certo, non è una novità che uno o pochi possano, volendolo e organizzandosi, fare molto rumore in rete. I cosiddetti leoni da tastiera, i disseminatori compulsivi di fake news e i produttori indefessi di spam lo sanno bene. La novità, che poi novità non è, credo possa essere il sistematico comparire di occasionali, piccoli Davide che, facendosi amplificare la voce dalla rete, decidano di compiere dei blitz per riempire la rete di una bellezza coinvol-GENTE: una bellezza, cioé, che richieda la partecipazione della gente per costruire bellissimi castelli di sabbia. Quelli che, si sa, non resisteranno alla marea notturna di internet, ma che per qualche secondo, minuto, ora, potrano mettere sotto scacco il gigante Golia del web sorretto da chi ne fa un uso inapropriato e inquinante.

E se ieri, prima della condivisione in rete, quella reale, tra persone che si guardavano e si ascoltavano, c’è comunque stata, in futuro temo che quella virtuale possa davvero diventare l’unica realtà.

Nel caso dovesse succedere, condivisione significherebbe null’altro che lanciarsi messaggi da un computer all’altro, da un cellulare all’altro, da un social all’altro, mentre abbracciarsi potrebbe diventare davvero unico, sintetico sinonimo di “inviarsi quel simpatico emoticon che sorride con le braccia al petto” e nulla di più.

É proprio temendo una simile prospettiva che ho trovato l’idea di lanciare note, quelle vere, nell’etere vero, da una finestra vera o da un vero balcone, per raggiungere, senza filtri elettronici, orecchie vere di persone vere che con occhi veri guardano chi le produce davvero, mi è sembrata una buona idea, anche se so che a molti non è piaciuta affatto.

Nei giornali on-line ho visto in rete diversi video di persone, amici, colleghi, … che, come me, lungo tutto lo stvale, hanno accolto l’invito, e l’ho trovato molto bello. A tratti toccante, addirittura.

Scorgere sui balconi d’Italia musicisti improvvistati e professionisti improvvisare e vedere come tutti (tranne me 😀 ) hanno ricevuto gli applausi di un vicinato grato a chi regalava spontaneamente un breve ma intenso spettacolo, mi ha dato una bella sensazione.

In fondo, per quanto molti di noi stiano ancora contribuendo alla sua diffusione con atteggiamenti improbi, quindi alla sua evoluzione come organismo, il virus è ancora molto, molto lontano dal poter arrivare a creare musica, arte, letteratura, scienza e, in una sola parola, bellezza (su questo concetto varrebbe la pena parlare più a lungo, ma non è certo questo il momento).

Un esserino di quelle dimensioni e con quella complessità ancora di basso livello (intendo rispetto alla nostra…) può di sicuro ispirarla, e di fatto lo sta facendo, ma non credo potrà mai pensare la bellezza, o anche solo sentirne l’esigenza.

Insomma, è stato come spiegare al coronato minimo che può anche farci ammalare, ma, cazzo!, non è capace di suonare!

Come già accennato, ho partecipato anche io: ho dato il mio piccolo contributo  lanciando attraverso le sbarre di una di quelle famose finestre che danno sulla strada di cui parlavo ieri, cacofonie disorganizzate con l’armonica cromatica.

Purtroppo non ho ricevuto alcun applauso (in effetti, si è trattato di una performance assolutamente “s-memorabile”, da dimenticare), una sconfitta che provo a giustificare notando che a) era la mia prima diretta facebook (nel video, oltre all’entropia totale della mia scrivania, si vede sul monitor del Mac il tutorial dell’immancabile Aranzulla dedicato proprio a come fare le dirette di questo tipo), b) non avevo fatto caso all’orario e le 18:00 mi sono piombate addosso senza che me ne avvedessi, quasi fossero un bolide elettrico che, silenziosissimo, rischia di investirti metre attraversi la strada, c) non avevo preparato nulla, d) tenevo il cellulare con una mano e l’armonica con l’altra, e) …

Insomma, diciamocelo pure: uno schifo.

L‘importante credo sia davvero averlo fatto. Temevo che il mio strumentino, tra tutti i sax, le trombe, le batterie, le tastiere, … che mi attendevo di sentire suonare dai palazzi vicini, non sarebbe stato udito, ma nel silenzio generale, mi sa che ho fatto un bel po’ di “scrùsciu” (rumore).

Un silenzio che mi ha fatto scoprire di essere solo anche in questo: nel mio quartiere non abitano musicisti (o forse ci sono, ma non sono connessi; o forse ci sono, sono connessi, ma non hanno gradito l’iniziativa; o forse ci sono, l’hanno gradita ma erano in bagno; o forse…)!

Allora ho pensato che lo scarso successo qui riscosso dal flash mob potesse essere dovuto alla bassa densità di popolazione del mio quartiere, un dato che avrebbe potuto anche giustificare una bassa densità di musicisti, come di qualsiasi altra categoria di lavoratori atipici.

L‘ipotesi meritava una accurata indagine e così ho controllato in rete scoprendo che invece abito in una zona mediamente popolosa, posta al terzo posto per densità di persone per chilometro quadrato.

Che dire… oggi temo che il problema sia tutto concentrato nel chilometro quadrato qui attorno a me: un’area abitata di sicuro da brava gente, ma che non sembra dimostrare particolare sensibilità alla musica (anche e soprattutto a quella brutta) e, temo, a molto di ciò che ancora ci differenzia da un virus.

In alternativa, sospetto che si tratti di un quartiere nel quale alle 18:00 tutti, musicisti e non, vanno in bagno e non sui balconi a suonare o a tentare di capire, tendendo le orecchie, se vi è vita sul pianeta di fronte.

Giuro che quando tutto ciò finirà, mi organizzerò per cambiare pianeta.

Se solitudine deve essere, che solitudine, quella vera, sia.

Non voglio più viverne una fittizia che, con grandi difficoltà, mi procuro da me perché mi è necessaria per lavorare e resa metaforica dal rumore di centinaia di aerei che quotidianamente atterrano e decollano; da quello di centinaia di macchine in transito; da quello generato da altre che parcheggiano dove non devono e dai loro motori lasciati accesi anche quando possono essere spenti; dal chiacchiericcio vacuo che si coglie al passaggio di ogni pedone, …

Spero che il silenzio di questi giorni serva a spiegare a tutti il suo valore assoluto e il peso dell’inquinamento sonoro, ma non solo di quello, che in condizioni normali produciamo in grande quantità senza che ve ne sia alcuna necessità.

Spero, poi, che si colga pure la necessità di confessarci l’un l’altro che quando produciamo cose che non siano rumore, vero e metaforico, dimostriamo di essere molto più evoluti di un virus posto in basso nella gerarchia degli abitanti di questo pianeta: un tristissimo (viv)ente che si occupa solo di nurtrirsi per campare e riprodursi in quantità.

Insomma, spero in un mob di civiltà che non sia flash fugace come durante una emergenza. Se un giorno riusciremo a realizzare tutto ciò, lo capiremo facilmente: il prossimo riuscirà ad abbaglierà anche questa strada dimenticata pure da chi ci vive.

 

SZ

 

 

(*) qualcuno su whatsapp ha trovato da ridire sulla simpatia e opportunità di questa iniziativa. Subito dopo avere bollato dentro di me simili polemiche come dovute a un certo benaltrismo di questi tempi molto di moda secondo il quale in questo frangente ci sono cose ben più serie da fare, accolgo la polemica in quanto ha un certo grado di legittimità: posta in termini civili, merita di essere valutata come importante. Dopo anni di rumori subiti, mi sono però riservato la possibilità di emettere per cinque (5) minuti note che ho scelto io. Chiedo scusa perché sono sicuro di avere disturbato qualcuno. Giuro che non si ripeterà.

CRONACA VIRUS – Giorno 4

                                                       ELOGIO DELL’OMBRA

Abito al piano terra di una piccola palazzina e un lato di casa mia dà direttamente sulla strada.

A causa di questa posizione per molti versi infelice, tengo le tende chiuse così da evitare che chi passa a piedi possa dare occhiate, intenzionali o distratte che siano, dentro casa.

Si tratta di tende azzurre – una delle tinte preferite da mia madre, che le ha scelte – non così spesse, e che per questo fanno filtrare la luce. E l’ombra.

Ombra che da tempo identifico come la frazione più indiscreta delle persone: in una giornata di sole come questa, quando i muri, tende di pietra, costringono fuori chi passa e le tende di stoffa prevengono i suoi sguardi, lei entra, addirittura; e, dispettosa, si fa un giro veloce sulle pareti che si oppongono alle due finestre.

Non posso così fare a meno di notare che, contravvenendo alle raccomandazioni diramate su giornali, televisioni, radio, web, … di gente tutto sommato ne passa tanta. Troppa, direi, data la situazione.

Mi sa che da queste parti vi è ancora un po’ troppo buonsenso… (mi piace ‘sta frase: suona alquanto assurda!).

Sono qui, autorecluso nei miei pochi metri quadri e per me la realtà esterna, gli altri da me, sono queste ombre indistinte, ogni tanto vocianti – per il tempo che prende tranistare a piedi davanti alle mie due finestre, capto pezzi beckettiani di discorsi urlati nei cellulari -, a volte silenziose.

Devo comunque riconoscerlo: hanno tutte il pregio – in altri periodi non lo avrei certo definito così… – di spiegarmi a modo loro che non sono rimasto solo.

Per comprendere appieno di non essere l’ultimo, sbagliato esemplare della nostra specie sulla Terra, alle volte accendo la radio o guardo un telegiornale, ma al fine di avere una percezione più esatta di cosa sia il mio prossimo, trovo sia meglio operare una somma ideale tra le ombre indistinte e spesso vocianti che passano, le voci della radio e le immagini bidimensionali che trovo sul web e in televisione.

Allora la mente va veloce al mito della caverna di Platone: le ombre che entrano nel mio antro, quelle macchie buie e indistinte in movimento dietro le tende o quelle colorate e dai contorni decisi generate elettronicamente sui monitor, altro non sono se non il riflesso di un mondo che mi regala l’illusione di esserci dentro, di essere qui (le ombre lo dimostrano), ma anche ovunque (il web me lo garantisce); l’illusione di esperirlo, di conoscerlo.

Allora, sospettoso, per sfuggire all’abbaglio,

mi abbandono alla sola conoscenza del

e, per stare più desto, capirmi meglio,

corro in cucina e mi faccio un caffé…

 

SZ

 

CRONACA VIRUS – Giorno 3

                                                    IL PICCOLO E IL GRANDE

Oggi mi sono svegliato con una curiosità precisa.

Pur se sicuro di averlo già letto in questi giorni in chissà quale articolo, ho dovuto compulsivamente cercare in rete il dato circa le dimensioni del Coronavirus.

Ho così (ri)scoperto che il nostro nemico ha una taglia davvero minima: si parla di circa 80-160 nanometri (nm, miliardesimi di metro).

Proprio perché così small-size, può passare attraverso le maglie di una protezione non adeguata e addirittura, secondo un recentissimo studio (poi ritirato…),  sarebbe capace di rimanere in aria indisturbato per ore, colpendo anche a quattro metri e mezzo di distanza dalla posizione dell'”untore”.

So quindi che potrebbe essere qui, tra le mie cose, condividendo con me questo ambiente domestico standosene 1) comodamente adagiato su una delle innumerevoli superfici che complicano la caotica geometria di casa mia; o 2) domiciliato al calduccio, nell’umido delle mie altrettando caotiche vie respiratorie.

Vi è inoltre una certa probabilità che 3) se ne stia educato e paziente ad attendermi al varco, sull’uscio di casa e 4) la certezza che scorazzi da qualche altra parte, lì fuori.

Subito dopo aver trovato il dato circa le sue dimensioni, mi chiedo quando sia il caso di usare gli aggettivi “piccolo” e “grande”.

Piccolo è l’atomo; ancora più piccoli i suoi costituenti. Piccolo è ciò che si cerca negli abissi nei quali fugacemente vive il Bosone di Higgs e tutto ciò che da quelle parti ancora non abbiamo scoperto.

Grande, da astronomo, so che è il cosmo con la sua trama di filamenti di galassie che ne descrivono lo scheletro.

A questo proposito, la cosmologia moderna dovrebbe avermi oramai abituato da tempo al concetto di materia oscura: quel qualcosa di non ancora meglio definito che, se esiste davvero, costituisce il 27% circa della “roba” che riempie l’universo. Un dato da confrontare con il 5% della materia visibile, quella che, proprio come lo stesso nome ci racconta, riusciamo a vedere con i nostri telescopi.

Pur potendo essere quella materia così esotica molto più presente nel cosmo della materia ordinaria con la quale abbiamo a che fare tutti i giorni, siamo comunque portati a vederla come qualcosa di “irreale” per il suo starsene così lontano. Una distanza che ci  consente di oggettivizzarla, di includerla “alla bisogna” nelle nostre meditazioni cosmologiche o, come di solito si fa nella vita di tutti i giorni, di ignorarne del tutto l’esistenza.

Mi accorgo invece che da qualche giorno, piccolo per me è quel virus e grandi sono le macchie rosse di diverse dimensioni che coprono la mappa del mondo divenuta una specie di Pimpa malata di morbillo.

Macchie divenute così grandi da far scattare ieri l’allarme PAN-demia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): il pianeta azzurro rischia di diventare presto una grande macchia rossa da fare invidia al vicino Marte.

E se il virus e quelle macchie sulle mappe hanno assunto per me il valore di limiti dimensionali entro i quali includere la realtà, immagino che ancor di più lo siano per chi invece non ha alcuna dimistichezza con oggetti più piccoli di un granello visibile di polvere e  più grandi di una nave da crociera o del Gran Canyon.

Vero è che noi divulgatori speriamo  sempre di aver fatto entrare i concetti estremi della scienza nella vita di chiunque non si interessi ad essa per lavoro, ma temo dovremo tutti rassegnarci all’idea che solo eventi come quello che stiamo vivendo possano avere una reale capacità di spiegare il mondo a chi lo occupa senza occuparsene.

Insomma, l’invisibile: la materia oscura di quel minuscolo virus, ha fatto irruzione nelle nostre vite e forse anche in molte delle nostre categorie mentali, cambiandole sensibilmente.

Certo, sapevamo già da tempo dell’esistenza dei virus, ma per qualche strano meccanismo mentale, eravamo abituati a pensare che i peggiori tra questi inquilini del mondo colpissero sempre molto lontano da noi, addirittura sull’emisfero opposto del “cosmo terrestre”.

Stavolta però si tratta di una materia oscura che più che contribuire in modo misterioso a modellare le galassie lontane e la loro distribuzione, è venuta a farci visita a casa nostra, modellando le nostre abitudini, rendendoci diffidenti e stranieri all’interno delle nostre città e del nostro stesso ambiente domestico.

E se sull’esistenza della materia oscura di importanza cosmologica sono in tanti a nutrire ancora molti dubbi, sull’esistenza della materia oscura di importanza virologica proprio non possiamo averne: del nostro piccolo nemico possediamo infatti l’identikit con tanto di foto segnaletica e fedina penale (oramai abbastanza lunga da fargli meritare un posto solo a lui dedicato nel Pantheon dei peggiori stragisti della storia).

Allora vien quasi da chiedersi, ancora una volta, cosa sia davvero da intendersi “reale”.

Fino a pochi giorni fa, nell’uso comune del termine rientravano gli oggetti che possiamo vedere, toccare, prendere, spostare. All’estremo opposto, un certo grado di realtà si ammetteva anche parlando della materia oscura cosmologica la quale, se esiste, sappiamo dov’é o dove dovrebbe essere posizionata: alcuni studi, infatti, ne mappano la distribuzione.(*)

Senza entrare in ambiti parapsicologici, paranormali e para- qualcos’altro che proprio non mi interessano, mi appare importante questo cambio di prospettiva: più reale del reale ora può essere il subdolo, il non visto rispetto al visibile; il minuscolo che si insinua e che fa sospettare anche e soprattutto della prossimità amicale, familiare, amorosa: l’amico, la fidanzata, il familiare diventano possibili, diabolici travestimenti, efficacissimi veicoli di qualcosa che invece, a conti fatti (e da fare solo dopo una ventina di giorni di incubazione), può risultare tutt’altro che amoroso, benevolo, irrinunciabile.

Sembra proprio di essere in presenza dell’apoteosi del dubbio, dell’inno al cinismo, del manifesto della malizia e della dietrologia: non sapremo mai quali effetti ha davvero sortito un contatto stretto con qualcuno, chiunque egli sia, al quale abbiamo stretto la mano, dato un abbraccio, accarezzato la testa.

Parimenti, non sapremo nemmeno se, proprio grazie ai nostri sorrisi, abbracci, gesti gentili, siamo stati causa del male altrui.

Allora mi chiedo nuovamente cosa sia da considerarsi reale. É più reale il Jekill che vedi mentre ti sorride, mentre ti porge la spesa, che ti abbraccia, che ti saluta, che ti fa un favore, … o il minuscolo, invisibile Hide capace di stravolgere del tutto il valore di quei gesti?

Questo virus credo rappresenti l’entrata pericolosa del Dubbio, sì, proprio quello con la “d” maiuscola, nelle nostre vite che sembravano procedere inscalfite e inscalfibili lungo binari conosciuti; routinari, addirittura.

Una volta risolto il problema – possiamo starne certi: da un punto di vista biologico, maturando anticorpi o trovando il vaccino, la nostra specie lo risolverà – la cosa davvero difficile da debellare per ritrovare la “normalità” sarà il virus del sospetto.

Quel sospetto generato dal timore profondo che avremo degli altri e di noi stessi per il possibile, inconsapevole, costituire un problema per chi ci sta vicino.

Sembra quasi trattarsi della vittoria finale del razzismo che, da malattia diffusa del confronto noi-loro che era, potrebbe diventare pandemia del confronto io-altri.

Un tutti contro tutti di cui dovremo liberarci al più presto producendo ingenti dosi di adeguati vaccini culturali che purtroppo, ancor prima di essere stati sintetizzati, riscuotono da tempo l’opposizione di una quantità enorme di no-vax (culturali, intendo) sobillati da alcuni personaggi che con la cultura hanno poco a che vedere.

Per il resto, tutto bene, grazie.

 

SZ

 

(*) Tra l’altro, a differenza della mappatura della materia oscura, quella della Terra-Pimpa è parziale in quanto mostra solo le zone dove il virus viene trovato, quindi dove esso viene confinato e fermato. Difficile mappare invece i movimenti dei vettori infetti che si spostano per andare ad arrossare altre zone geografiche.

CRONACA VIRUS – Giorno 2

                                                  IL NON SENSO DEL BUON SENSO

 

Ieri, come del resto era già capitato più volte nei giorni precedenti, in una discussione rigorosamente telefonica con una amica è venuto fuori lui, di nuovo lui, sempre lui.

Parlo di quel fantomatico meccanismo del cervello che dovrebbe intervenire a salvarci in situazioni difficili quando, giunti a un bivio, si palesa il rischio concreto di prendere la via sbagliata.

La Treccani definisce questo sostantivo maschile come “capacità naturale, istintiva, di giudicare rettamente, soprattutto in vista delle necessità pratiche”.

Pur riconoscendo che non si possa fare a meno di enunciare in modo chiaro il significato di un termine o di una espressione della nostra lingua, denuncio l’esigua quantità di voci che condannano definitivamente l’epressione di cui sto parlando.

Allora, essendo io eroico, prendo su di me il grave compito di proporre urbi et orbi la messa al bando, la distruzione, l’estirpazione totale da vocabolari, libri, film, siti, … dell’espressione “buon senso” o, sua variante pure riportata dal già citato vocabolario on-line Treccani, “buonsènso”.

Potrei forse scoprire di essere  più indulgente accettando di abolirne la sola forma singolare e concedendo la libertà vigilata alla sua versione plurale: i “buoni sensi”, o “i buon senso”.

Credo infatti che si debba dichiarare al più presto la nostra resa di fronte all’evidenza: non esiste nulla di simile a ciò che quell’espressione promette: il cosiddetto “buonsenso” sembra pretendere di avere un indubbio grado di universalità e si assume che il genio come l’idiota, messi di fronte a una criticità di qualche tipo, ricorrano ad esso scoprendo, nonostante il notevole differenziale di capacità cognitive esistente tra i due, che si tratta di qualcosa avente una sola forma, un solo significato, un unico, universale, granitico valore.

Detto in soldoni, siamo tutti impegnati a pensare chi cose profonde, chi stupidaggini, chi cose normali, ecc, ma, secondo la vulgata, in condizioni particolari si verifica una specie di miracoloso collasso della funzione d’onda “pensiero”: tutti i cervelli umani, a unisono, rinunciano all’enorme assortimento di propositi, progetti, timori, desideri, dubbi, … per convergere su un solo atteggiamento, un solo proposito, un solo progetto da perseguire senza timore e dubbio alcuno: quello dettato dal… “buonsénso”.

Mentulate.

Non esiste nulla di tutto ciò. Aggiungerei “purtroppo”, ma non farei un grosso favore ad altri termini importanti, molto più importanti, come, ad esempio, “verità” che quasi sempre si accompagna al termine “ricerca”.

Lo so, la “verità” è un’altra chimera, un limite, un asintoto, ma ha dalla sua che non  manifesta le altisonanti pretese dell’imputato di oggi. Essa, la verità, probabilmente (non) esiste, ma impone sforzi incredibili per raggiungerla, vederla o anche solo intravederla e non è affatto qualcosa sotto gli occhi di tutti, pronta a essere usata o trascurata al variare delle situazioni umane.

Quando vi dicono che la verità è evidente senza proporvi in appoggio qualcosa come un grafico ben fatto che lo dimostri, probabilmente stanno ancora una volta parlando tutti di buonsènso: quel subdolo ganglo linguistico che si rigenera a ogni nostra resa di fronte alla necessità di usare la testa rinunciando alle lusinghe della pancia.

Su questo sasso bagnato di soli 6400 km di raggio equatoriale medio che chiamiamo Terra siamo otto miliardi di “teste pensanti” – altro binomio di termini che forse andrebbe abolito o quantomeno limitato – e manifestiamo quindi almeno otto miliardi di differenti mutazioni, termine quantomai attuale, di quel virus linguistico così ottimistico che ancora gode di grande diffusione e salute.

Se ci troviamo a essere monitorati giorno e notte da migliaia di telecamere con una perdita netta e tragica di libertà personale, lo dobbiamo solo all’azione scellerata di persone che agiscono “in preda” al loro buonsénso del momento; se l’Italia è oramai stata uniformemente dichiarata “zona rossa” (in realtà, la fobia del comunismo nel nostro paese è tale da aver spinto tutti ad adottare l’arancione: un colore più sfumato, più tendente al bianco, capace di tranquillizzare lo stivale destro sulla prevenzione di temutissime derive marxiste…), lo dobbiamo a una serie di untori che, in preda al loro buonsénso ventrale, si sono peritati di portare il virus là dove non era ancora arrivato.

Tra l’altro, spesso si scopre che tra quelli che più di altri pretendono di essere dotati di quell’accesso privilegiato alla soluzione migliore dei problemi, vi sono molti appartenenti alle frange più oltranziste del complottismo applicato a qualunque cosa.

Invito allora costoro a valutare una possibilità fantascientifica davvero intrigante: e se il virus fosse capace, non solo di creare crisi respiratorie, ma anche di condizionare i pensieri delle persone spingendole a fare ciò che a lui serve per diffondersi meglio, sopravvivere e arrivare a dominare il mondo?

In fondo, “vìrus” fa rima con “sòros”, no? Se così fosse, dovrebbero tutti rassegnarsi e riconoscere di essere dominati da qualcosa di sì estremamente piccolo, ma capace di occupare tutte le volute del loro altrettanto minuscolo encefalo.

L‘elenco prima iniziato di casi in cui l’imputato di oggi, a partire da un problema personale di gestione della paura manifestato da singoli individui, ha agito generando problemi enormi per la collettività, potrebbe continuare senza mai accennare a finire, ma mi fermo qui, sicuro che abbiate oramai capito ciò che volevo dire.

In fondo, siamo tutti dotati di buonsénso, no?

SZ

 

Per comprendere meglio, in modo semplice-semplice, come evolve la diffusione del virus, consiglio di dare un’occhiata al video che Dario Bressanini ha pubblicato il 9 Marzo scorso

 

 

 

 

 

CRONACA VIRUS – Il mio primo giorno di vera segregazione domestica

                                                           IL FORMAGGIO E I TOPI

L’ansia di non possedere le cose che mi potranno servire in questo periodo di isolamento forzato mi ha dominato fino a ieri. Allora le ho dato ascolto un’ultima volta e, non appena i negozi hanno aperto, sono andato di prima mattina a fare la spesa per prendere qualcosa di fresco da aggiungere alla mia invidiabile collezione di surgelati e scatolame.

Per scrupolo, sono passato anche da una farmacia a chiedere se per caso vi fossero mascherine. Mi è stato detto che è possibile averle solo prenotando e che costano 19 euro. “Quante ce ne sono in una confezione?” ho chiesto, come è normale che sia, sentendo il prezzo.

La tipa, con una espressione supponente che in altri frangenti le avrebbe fatto guadagnare un immediato e sonoro vaf… all’indirizzo suo e dei suoi cari, risponde quasi compiaciuta: “Una”.

“Grazie. Ci penso”.

All‘interno del supermercato mi muovo progettando finemente la traiettoria dei miei spostamenti tra le corsie. Compio in tempo reale tutta una serie di calcoli veloci e di aggiustamenti successivi con l’effetto immediato di sentirmi un esperto della NASA alle prese col problema di stabilire la traiettoria migliore per il rientro di un satellite in atmosfera – in realtà, si tratta solo del mio carrello che, a onor del vero, manifesta una notevole inerzia – o di quella da dare a una sonda da inviare lontano sfruttando al meglio l’effetto fionda.

Ovviamente, dovendo per evitare contagi mantenere almeno un metro di distanza dal mio prossimo, se scopro che la corsia dove avvisto ciò che mi interessa è già “abitata” da qualcuno, non essendo essa larga esattamente quanto la Quinta Avenue, aspetto che prima si liberi e poi mi avvicino.

Mentre sto prendendo alcuni pacchi di pasta integrale (pensavo di averne di più, e invece…), una ragazza si avvicina a me e al mio carrello spaziale e, totalmente incurante di quella raccomandazione circa la distanza, si china a pochi centimetri dalla mia posizione per far suo un prodotto posto nello stesso scaffale della pasta. Fatto questo, colpa forse del mio fascino, non accenna ad andare via.

Io purtroppo scopro di non sentire per lei alcuna attrazione, quindi mi allontano velocemente.

In generale, noto un totale disinteresse per i semplici suggerimenti del governo e dei virologi diffusi tramite radio, televisioni, giornali, internet. Ci si guarda reciprocamente in cagnesco o, che forse è peggio, ostentando indifferenza per te, per il virus, per la situazione, … quasi a dimostrare che lo stato di allerta non è una cosa interessante, degna di attenzione.

Il supermercato inizia a popolarsi, specie in alcune aree geografiche dove sono esposti i prodotti più classicamente adatti a essere consumati in un bunker antiatomico, e conseguentemente le mie traiettorie si fanno più complesse, involute; disperate, a volte.

Decido di accelerare ulteriormente e mi levo dalle balle.

Ecco, qui finisce la mia cronaca molto parziale della giornata di ieri, anzi, del suo inizio. Da qui in poi invece comincia quella di oggi.

E oggi non uscirò. Non ho motivi seri per farlo.

Sulla carta, quindi, questa è la mia prima giornata di vero isolamento.

Una giornata tutta da inventare.

SZ

 

NASCOSTI DIETRO UN “INDICE”

Squid mascherato

In questi giorni sto leggendo su Facebook moltissimi post-invettiva contro il governo stavolta colpevole, si afferma, di non rispettare la cultura che si propaga tramite cinema, teatro, musica dal vivo, …

A tal proposito, un artista mio amico lì su fb, a sostegno della sua idea che comunque ci si possa lo stesso esibire in pubblico, posta il seguente estratto del decreto:

“Sono sospese le manifestazioni, gli eventi e gli spettacoli di qualsiasi natura, ivi inclusi quelli cinematografici e teatrali, svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato, che comportano affollamento di persone tale da non consentire il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro”.

Pur apprezzando molto la specificità del suo messaggio – che, a differenza di tutti gli altri decisamente troppo generici, cita a sostegno della sua idea un punto particolare del documento governativo mostrando così il fianco a chi come me, trovandolo “falsificabile”, desidera controbattere – mi trovo a leggere il passo citato in modo diametralmente opposto.

Non credo affatto che il governo si sia dimenticato della cultura e di chi se ne fa portatore, promotore, promulgatore, interprete, amplificatore, creatore, … o presunto tale. Credo piuttosto che sia riuscito, mostrando una volta tanto grande capacità di sintesi, a esprimere un concetto universale, lasciando agli operatori dei vari settori potenzialmente interessati il compito di valutare la capacità intrinseca della loro attività di aggregare persone, confinandole in spazi che possano implicare, anche solo occasionalmente, una pericolosa promiscuità.

Avessero scelto di elencare le attività, le categorie, i casi specifici, …, avremmo corso il rischio che, in corrispondenza di una possibile dimenticanza, di una possibile assenza di una voce particolare, si sarebbero sviluppati diversi focolai difficili da identificare, isolare, sanare.

Anche io, da mangiapresti quale sono, mi sono subito chiesto cosa ne sarebbe stato degli assembramenti di fedeli in chiese, moschee, ecc… convinto che sarebbe stato chiuso più di un occhio di fronte alla decisione dei singoli capi e sottocapi religiosi di celebrare ugualmente le cerimonie quotidiane.

Scopro, invece, che, pur non essendoci ancora (aggiungerei “purtroppo”) controlli così capillari, il decreto parla davvero chiaro: prevedendo che i fedeli di qualsiasi confessione possano sentirsi protetti dalla mano divina, se non addirittura chiamati a un dovere finanche superiore ai precetti statali, si proibisce di organizzare anche quel genere di manifestazioni, Punto. Non si tratta di una crociata atea. Si tratta di prudenza.

Il decreto è chiaro e non chiede di essere interpretato mettendo in gioco il solito, italico “secondo me…” a cui segue, altrettanto italicamente un comportamento non consono. In questa situazione ci stiamo perdendo tutti – anche io, oramai non più stipendiato, mangio grazie a ciò che faccio. E solo se lo faccio – ma il rischio di perdere molto di più è forte, grande e al momento non quantificabile.

Se addirittura gli esperti consultati dal governo manifestano perplessità sul da farsi, delle nostre piccole, grandi sicurezze di profani “dotati di buon senso” non ce ne facciamo proprio nulla. Non ci devono interessare.

Se si parla di armonizzazioni di scale, gli esperti  da consultare sono di sicuro i musicisti.

Nel caso si parli di come si interpreta un ruolo in un film, in un’opera teatrale, in uno spot, … gli esperti da contattare sono di sicuro gli attori, i registi e tutto il personale che gravita attorno a quel fantastico mondo.

Se si tratta di capire come bloccare una epidemia, gli esperti sono… c’è bisogno di dirlo? Si tratta di professionisti che valutano il pericolo che incombe anche su chi fa o fruisce cultura. Tra l’altro, pare che essa non immunizzi affatto…

Certo, il dissenso ha valore. Di questa emergenza si può e si deve democraticamente discutere senza però gettare benzina sul fuoco e, a tempesta passata, cercheremo di capire tutti insieme se è stata trattata nel modo giusto. Quello che di sicuro invece va evitato… come la peste (!) è l’iniziativa personale, già dichiarata nel decreto come fuori legge.

Se chiedessi ad amici, conoscenti, fan, … di venire a sentire un mio concerto, di venire a vedere un mio spettacolo, di venire a seguire una mia lezione, una mia conferenza, …, probabilmente (ne dubito, ma ragiono per assurdo) riuscirei a convincere un bel po’ di persone a radunarsi per il mio piacere (e guadagno). In ogni caso, sono sicuro che poi, tornato a casa, alla mia solitudine e ai miei consuntivi personali, non sopporterei il peso del dubbio di avere potuto causare la propagazione di un virus di cui ancora non si è capita appieno la perniciosità.

Si, perché un virus non è qualcosa che genera un rapporto uno a uno tra te, probabilmente infetto, e un tuo interlocutore, anche lui magari non proprio a posto. E se già mi risulta un peso insostenibile sapere di aver nuociuto a “uno”, il sospetto che, a causa della lunga incubazione asintomatica, io possa aver nuociuto a molti senza poterlo capire in tempo reale, si rivelerebbe un peso troppo grande da portare da solo.

Quindi questo uso del concetto di cultura, sbandierata come vessillo dietro il quale mi sembra più facile che si nasconda il bisogno di guadagnare la “cento euro” che si va a prendere in un locale, in un teatro, o chissà dove, trovo sia alquanto discutibile e profondamente lesivo del concetto stesso di “cultura”. Un concetto profondo e profondamente legato a quello di rispetto per le scelte, la libertà, la sicurezza e, in definitiva, per la vita altrui.

Insomma, lo Stato non sta affatto tentando di arginare la cultura. Almeno non lo sta facendo in questo frangente. Sta però, questo sì!, tentando di arginare il virus così da non trovarsi presto di fronte a un’emergenza sanitaria che, oltre ai malati, produce enormi disagi pratici, economici, gestionali negli ospedali e nei reparti di terapia intensiva già in grande affanno.

Beninteso: non sono affatto filogovernativo, ma non sopporto l’idea che lo stato debba sempre essere percepito come il nemico del cittadino: sulla carta è, o dovrebbe essere, proprio la somma dei singoli e in questo caso, e forse solo in questo, ravviso una grande capacità decisionale dell’esecutivo di fronte al nemico ignoto: sono infatti ignote la sua origine, i veri rischi che comporta sul lungo periodo come ignota è anche la sua reale capacità di propagazione e, cosa fondamentale, la sua cura.

Se avesse deciso altrimenti, ci saremmo di sicuro trovati a protestare contro uno Stato reo di avere favorito, non tutelandoci con decreti ancora più restrittivi di questo, l’industria farmaceutica, la presunta lobby dei medici, quella dei proprietari di cliniche private che presto sarebbero coinvolte per puntellare il tracollo abbastanza inevitabile delle strutture pubbliche, …

Prendiamo piuttosto la situazione come una splendida occasione per capire come fare a portare in modo sicuro, nonostante il blocco, la nostra vera o presunta arte al pubblico. Immaginiamo nuovi mercati, costruiamo nuove opportunità lavorative, nuovi modi di produzione che, non essendoci prima alcun motivo di teorizzarne l’esistenza, attendevano da tempo di essere scoperti. Sono sicuro che la rete possa offrire molto di più del semplice e abbastanza vacuo sollazzo da social.

Eviterò quindi di elencare, di porre in un indice i singoli post di questi amici che si dicono silurati, “messi all’indice”(scusate la ripetizione, ma mi piace troppo il gioco di parole), messi al bando dal virus della presunta ostilità governativa.

Insomma, siamo ragionevoli.

Mettiamoci non una mascherina, ma un bavaglio ed evitiamo di dire minkjate.

La cultura, quella vera che da sempre vi piace e che in altri momenti avete davvero difeso (faccio finta che l’ultima volta abbiate taciuto), ve ne sarà grata.

 

SZ

 

 

 

 

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Stay alive, stay judicious – Jobs’ offer 2.0

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É delle ultime ore la notizia che, a causa del Coronavirus, lo stato di emergenza va prolungato per almeno un’altra settimana.

La persistenza di questo stato di allarme – che, stando alle ultime valutazioni, se non contrastato seguendo giudiziosamente le disposizioni diramate dal governo, potrebbe conoscere un’impennata esponenziale – mi sembra mettere in evidenza una verità lapalissiana e che, forse proprio per questo, prima era difficile intuire: la rete ci salverà.

No, non parlo di reti di persone reali, di circuiti, di gruppi, di associazioni, di cooperative, di partiti, clan o squadre; parlo proprio della rete internet: quella che spesso noi, che oramai ne dipendiamo, identifichiamo come la causa principale del nostro isolamento; del nostro preferire alle piazze reali quelle virtuali frequentate solo da avatar e sticker.

Eppure non so proprio come immaginare – o forse, semplicemente, non voglio farlo – una emergenza del genere senza avere in casa un cellulare, un terminale, un televisore, …, un tostapane collegato a internet.

Come faremmo a sapere cosa succede? Come faremmo a comunicare?

Certo, ci sarebbero ancora la radio, la televisione, il telefono, … ma internet, lo sappiamo bene, è un’altra cosa: ci consente davvero di fare rete, di rimanere in contatto con gli altri migliorando anche la fruizione di radio, canali televisivi e la gestione delle telefonate.

Insomma, alla fine di tutto questo periodo di ragionevolissima e domestica reclusione forzata, sospetto che scopriremo di essere rimasti umani proprio in funzione di quanto avremo usato il web: più staremo in rete, più sapremo con dovizia di particolari dov’è, cosa fa, cosa pensa, di cosa soffre il nostro prossimo, godendo di aggiornamenti, di refresh istantanei dell’evolversi della situazione.

E se fino a ieri ci è capitato di giustificare la nostra presenza sempre più massiccia sui social usando apologeticamente il poter trovare con un semplice click amici lontani oramai dati per persi, ora ci viene offerta una nuova, grande, giustificata… giustificazione.

Parlo del poter dire: “grazie a internet e ai social, sono riuscito a rimanere molto foolish, e anche un po’ hungry, pur standomene alive, aggrappato alla vita, e saggio, very judicious, al chiuso delle quattro mura di casa mia”.

Sono qui a scambiare informazioni pure con me stesso (scopro che era da un po’ che non lo facevo così…) e con gli altri dei quali posso, anzi, devo prendere poco (alle volte mi sembra essere il meglio), costretto a rifiutare tutto il resto.

Senza voler mancar di rispetto a chi sta male, probabilmente c’era bisogno di qualcosa che finalmente ci aprisse lo sguardo sulla realtà delle cose. Qualcosa che ci imponesse di non agire sempre; di star fermi dopo aver parlato così da meditare meglio, e più a lungo, su quanto appena detto o fatto.

Probabilmente c’era bisogno di denunciare la presenza di tutto un gomitolo di virus comportamentali al cui confronto quello vero, reale, biologico, risulta non essere altro che il bandolo da tirare per sbrogliare il groviglio nel quale ci ingarbugliamo ogni giorno.

A questo punto, spero solo che non arrivi un virus letale per la rete e i nostri computer che, nonostante tutta la loro articifialità, se l’emergenza dovesse protrarsi, potrebbero presto assumere il ruolo fondamentale di unica interfaccia umano-umano.

 

SZ