CRONACA VIRUS – Giorno 3

                                                    IL PICCOLO E IL GRANDE

Oggi mi sono svegliato con una curiosità precisa.

Pur se sicuro di averlo già letto in questi giorni in chissà quale articolo, ho dovuto compulsivamente cercare in rete il dato circa le dimensioni del Coronavirus.

Ho così (ri)scoperto che il nostro nemico ha una taglia davvero minima: si parla di circa 80-160 nanometri (nm, miliardesimi di metro).

Proprio perché così small-size, può passare attraverso le maglie di una protezione non adeguata e addirittura, secondo un recentissimo studio (poi ritirato…),  sarebbe capace di rimanere in aria indisturbato per ore, colpendo anche a quattro metri e mezzo di distanza dalla posizione dell'”untore”.

So quindi che potrebbe essere qui, tra le mie cose, condividendo con me questo ambiente domestico standosene 1) comodamente adagiato su una delle innumerevoli superfici che complicano la caotica geometria di casa mia; o 2) domiciliato al calduccio, nell’umido delle mie altrettando caotiche vie respiratorie.

Vi è inoltre una certa probabilità che 3) se ne stia educato e paziente ad attendermi al varco, sull’uscio di casa e 4) la certezza che scorazzi da qualche altra parte, lì fuori.

Subito dopo aver trovato il dato circa le sue dimensioni, mi chiedo quando sia il caso di usare gli aggettivi “piccolo” e “grande”.

Piccolo è l’atomo; ancora più piccoli i suoi costituenti. Piccolo è ciò che si cerca negli abissi nei quali fugacemente vive il Bosone di Higgs e tutto ciò che da quelle parti ancora non abbiamo scoperto.

Grande, da astronomo, so che è il cosmo con la sua trama di filamenti di galassie che ne descrivono lo scheletro.

A questo proposito, la cosmologia moderna dovrebbe avermi oramai abituato da tempo al concetto di materia oscura: quel qualcosa di non ancora meglio definito che, se esiste davvero, costituisce il 27% circa della “roba” che riempie l’universo. Un dato da confrontare con il 5% della materia visibile, quella che, proprio come lo stesso nome ci racconta, riusciamo a vedere con i nostri telescopi.

Pur potendo essere quella materia così esotica molto più presente nel cosmo della materia ordinaria con la quale abbiamo a che fare tutti i giorni, siamo comunque portati a vederla come qualcosa di “irreale” per il suo starsene così lontano. Una distanza che ci  consente di oggettivizzarla, di includerla “alla bisogna” nelle nostre meditazioni cosmologiche o, come di solito si fa nella vita di tutti i giorni, di ignorarne del tutto l’esistenza.

Mi accorgo invece che da qualche giorno, piccolo per me è quel virus e grandi sono le macchie rosse di diverse dimensioni che coprono la mappa del mondo divenuta una specie di Pimpa malata di morbillo.

Macchie divenute così grandi da far scattare ieri l’allarme PAN-demia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): il pianeta azzurro rischia di diventare presto una grande macchia rossa da fare invidia al vicino Marte.

E se il virus e quelle macchie sulle mappe hanno assunto per me il valore di limiti dimensionali entro i quali includere la realtà, immagino che ancor di più lo siano per chi invece non ha alcuna dimistichezza con oggetti più piccoli di un granello visibile di polvere e  più grandi di una nave da crociera o del Gran Canyon.

Vero è che noi divulgatori speriamo  sempre di aver fatto entrare i concetti estremi della scienza nella vita di chiunque non si interessi ad essa per lavoro, ma temo dovremo tutti rassegnarci all’idea che solo eventi come quello che stiamo vivendo possano avere una reale capacità di spiegare il mondo a chi lo occupa senza occuparsene.

Insomma, l’invisibile: la materia oscura di quel minuscolo virus, ha fatto irruzione nelle nostre vite e forse anche in molte delle nostre categorie mentali, cambiandole sensibilmente.

Certo, sapevamo già da tempo dell’esistenza dei virus, ma per qualche strano meccanismo mentale, eravamo abituati a pensare che i peggiori tra questi inquilini del mondo colpissero sempre molto lontano da noi, addirittura sull’emisfero opposto del “cosmo terrestre”.

Stavolta però si tratta di una materia oscura che più che contribuire in modo misterioso a modellare le galassie lontane e la loro distribuzione, è venuta a farci visita a casa nostra, modellando le nostre abitudini, rendendoci diffidenti e stranieri all’interno delle nostre città e del nostro stesso ambiente domestico.

E se sull’esistenza della materia oscura di importanza cosmologica sono in tanti a nutrire ancora molti dubbi, sull’esistenza della materia oscura di importanza virologica proprio non possiamo averne: del nostro piccolo nemico possediamo infatti l’identikit con tanto di foto segnaletica e fedina penale (oramai abbastanza lunga da fargli meritare un posto solo a lui dedicato nel Pantheon dei peggiori stragisti della storia).

Allora vien quasi da chiedersi, ancora una volta, cosa sia davvero da intendersi “reale”.

Fino a pochi giorni fa, nell’uso comune del termine rientravano gli oggetti che possiamo vedere, toccare, prendere, spostare. All’estremo opposto, un certo grado di realtà si ammetteva anche parlando della materia oscura cosmologica la quale, se esiste, sappiamo dov’é o dove dovrebbe essere posizionata: alcuni studi, infatti, ne mappano la distribuzione.(*)

Senza entrare in ambiti parapsicologici, paranormali e para- qualcos’altro che proprio non mi interessano, mi appare importante questo cambio di prospettiva: più reale del reale ora può essere il subdolo, il non visto rispetto al visibile; il minuscolo che si insinua e che fa sospettare anche e soprattutto della prossimità amicale, familiare, amorosa: l’amico, la fidanzata, il familiare diventano possibili, diabolici travestimenti, efficacissimi veicoli di qualcosa che invece, a conti fatti (e da fare solo dopo una ventina di giorni di incubazione), può risultare tutt’altro che amoroso, benevolo, irrinunciabile.

Sembra proprio di essere in presenza dell’apoteosi del dubbio, dell’inno al cinismo, del manifesto della malizia e della dietrologia: non sapremo mai quali effetti ha davvero sortito un contatto stretto con qualcuno, chiunque egli sia, al quale abbiamo stretto la mano, dato un abbraccio, accarezzato la testa.

Parimenti, non sapremo nemmeno se, proprio grazie ai nostri sorrisi, abbracci, gesti gentili, siamo stati causa del male altrui.

Allora mi chiedo nuovamente cosa sia da considerarsi reale. É più reale il Jekill che vedi mentre ti sorride, mentre ti porge la spesa, che ti abbraccia, che ti saluta, che ti fa un favore, … o il minuscolo, invisibile Hide capace di stravolgere del tutto il valore di quei gesti?

Questo virus credo rappresenti l’entrata pericolosa del Dubbio, sì, proprio quello con la “d” maiuscola, nelle nostre vite che sembravano procedere inscalfite e inscalfibili lungo binari conosciuti; routinari, addirittura.

Una volta risolto il problema – possiamo starne certi: da un punto di vista biologico, maturando anticorpi o trovando il vaccino, la nostra specie lo risolverà – la cosa davvero difficile da debellare per ritrovare la “normalità” sarà il virus del sospetto.

Quel sospetto generato dal timore profondo che avremo degli altri e di noi stessi per il possibile, inconsapevole, costituire un problema per chi ci sta vicino.

Sembra quasi trattarsi della vittoria finale del razzismo che, da malattia diffusa del confronto noi-loro che era, potrebbe diventare pandemia del confronto io-altri.

Un tutti contro tutti di cui dovremo liberarci al più presto producendo ingenti dosi di adeguati vaccini culturali che purtroppo, ancor prima di essere stati sintetizzati, riscuotono da tempo l’opposizione di una quantità enorme di no-vax (culturali, intendo) sobillati da alcuni personaggi che con la cultura hanno poco a che vedere.

Per il resto, tutto bene, grazie.

 

SZ

 

(*) Tra l’altro, a differenza della mappatura della materia oscura, quella della Terra-Pimpa è parziale in quanto mostra solo le zone dove il virus viene trovato, quindi dove esso viene confinato e fermato. Difficile mappare invece i movimenti dei vettori infetti che si spostano per andare ad arrossare altre zone geografiche.