Il cielo sopra Scicli

Armonica cosmica BN

 

Alle 21 di domani 6/9/2014 terrò una conferenza nel giardino della Chiesa di S.Giovanni, nella splendida cittadina di Scicli (RG) nota anche per essere lo sfondo di tante avventure del famosissimo commissario Montalbano.

Il titolo del mio intervento sarà: Il cosmo tra le note (di un astronomo divulgatore),  parafrasi di quello del mio libro Pianeti tra le note – appunti di un astronomo divulgatore, pubblicato nel 2009 dalla Springer

http://www.springer.com/astronomy/popular+astronomy/book/978-88-470-1184-7

Domani non sarò solo. A condividere il palco con me ci sarà il mio collega Daniele Spadaro, Astronomo Associato dell’INAF-Osservatorio Astrofisico di Catania.

Il titolo del suo intervento sarà: L’avventura dello studio dell’Universo

Alla fine delle due conferenze ci sarà spazio per chiacchiere, domande e, se il pubblico lo vorrà, un po’ di musica adeguata all’atmosfera del luogo.

Ringrazio Franco Causarano e Paolo Nifosì del circolo Vitaliano Brancati di Scicli per aver immediatamente appoggiato l’iniziativa mia e di Daniele e per aver supportato l’Osservatorio Astrofisico di Catania nell’organizzazione della manifestazione.

SZ

Vedute di MoS.K.A.

Lobi-globo

Avrei voluto scrivere queste righe già a fine Giugno.

Poi, non so perché, mi sono ritrovato a procrastinare. Forse l’ho fatto per far sedimentare quelle che all’inizio erano solo sensazioni forti.

É probabile quindi che io abbia ritardato questo momento nell’intento di far diventare una matassa di sensazioni, qualcosa di più facilmente modellabile, scalfibile tramite le parole, quasi si trattasse di un progetto di scultura piuttosto che di scrittura.

Ora mi sa che è giunto il momento di dare forma ai pensieri, ed eccomi qui seduto a provare a scheggiare la matassa con le prime parole-scalpello.

Era il 7 Giugno e, da poco arrivato a Catania per riprendere il lavoro al fianco di Giuseppe Cutispoto, responsabile delle attività divulgative dell’OACT, sono stato gentilmente invitato da Grazia Umana, direttrice dell’istituto, a partecipare come semplice osservatore ai lavori del congresso SKA (Square Kilometer Array) che si sarebbe svolto a Giardini Naxos dal 9 al 13/6.

Non mi sono certo fatto pregare e così ho iniziato a fare su e giù tra Catania e Giardini in compagnia di colleghi con i quali non ci vedevamo da un anno, cogliendo l’occasione per fare simpatiche chiacchierate su varie ed eventuali.

Intanto mi sembra doveroso dire in due parole cosa si intende per Square Kilometer Array.

Si tratta di un network di radiotelescopi posizionati parte in sud Africa, parte in Australia, che complessivamente andranno a disegnare sulla superficie terrestre una macchia estesa più o meno un chilometro quadrato.

Questi radiotelescopi lavoreranno in un range abbastanza ampio di frequenze e, grazie al posizionamento nei due continenti (distanza tra la stazione africana e quella australiana di circa 3000 chilometri) e alla grande superficie di raccolta della radiazione, raggiungeranno interferometricamente una precisione cinquanta volte superiore a quella degli odierni radiotelescopi.

Una rapida occhiata al programma del congresso (http://astronomers.skatelescope.org/documents/aaska14-presentations/), fa capire bene come si sia trattata di una lunga e interessante dichiarazione di intenti scientifici ad ampissimo raggio nell’attesa del varo ufficiale del progetto che partirà nel 2018.

La prima giornata è stata interamente dedicata alla cosmologia e a chiusura lavori risultavo essere del tutto intossicato dal concetto di reionizzazione che ho assaggiato in tutte le salse. Ho visto lo stesso grafico in almeno una decina di talk, ho seguito gli interventi di speaker decisi a usare SKA per studi cosmologici che differivano di un epsilon gli uni dagli altri e – cosa che trovo sia da evitare quando mi esibisco su un palco (credo che un palco sia sempre un palco e che un pubblico sia sempre un pubblico, anche se si parla di cosmologia) – la consapevolezza della sovrapposizione a volte parziale, a volte notevole, tra l’argomento del proprio talk e quello di chi precedeva/seguiva, non sembrava generare alcun imbarazzo in loro.

Anzi, cosa strana, sembrava proprio che a una maggiore sovrapposizione tra argomenti e modi espressivi, corrispondesse una maggiore soddisfazione di relatore e astanti. Si sa, repetita iuvant, specie in una fase preliminare alla partenza. Le ripetizioni servono a regolare bene tutti i parametri in vista dell’inizio così da essere sicuri che non vi siano (troppe) sorprese dell’ultim’ora. Questo implicitamente significa che cose analoghe avvengono anche in altri meeting e che quindi non ci sia stato niente di così grave e sconvolgente (ma neanche eccitante) in quel primo giorno di congresso.

Al di là di questa necessità oserei dire logistica di ripetere il già noto, non ho potuto fare a meno di notare ciò che già in molti hanno denunciato: a dispetto dei passi da gigante compiuti da un punto di vista tecnologico, quindi sperimentale, siamo fermi a concetti teorici vecchi di cento anni e, pur sapendo alla perfezione tutto ciò che c’è da sapere in un certo ambito (questo valeva per i relatori e molti convenuti, non certo per me, purtroppo), non riusciamo a sbloccarci da un impasse lungo un secolo.

Forse il problema è proprio dato dal fatto che tutti coloro i quali devono sapere certe cose, le sanno benissimo, anche se le sanno allo stesso modo, le dicono allo stesso modo, le progettano allo stesso modo.

Fatto sta che ci ritroviamo tutti ad affollare il margine estremo della ricerca (quella detta “di punta”) in attesa che siano gli strumenti a darci il LA per poter azzardare un timido passo in avanti.

Il balzo più recente che abbiamo compiuto – parlo della scoperta del bosone di Higgs – appoggiava su quella che forse è stata l’ultima teoria davvero interessante da un punto di vista di una certa fantasia scientifica, quella che consente di farsi un’idea di come stanno le cose in netto anticipo sulla creazione della tecnologia che potrebbe avvalorarla.

Prima di essere una scoperta, il suddetto bosone è stato una pura idea e questo lo rende interessante quanto le onde gravitazionali, il multiverso, le stringhe e pochi altri concetti che sono emersi da una certa capacità di guardare la Natura con occhi disintossicati dai trend, ovvero da ciò che viene pedissequamente fatto in tutti gli istituti di ricerca.

In questo periodo storico, le idee su come potenziare la tecnologia in nostro possesso si sprecano e sembra quasi che gli strumenti siano gli unici a poter indirizzare la comunità scientifica verso nuovi orizzonti della fisica.

La fantasia, perché di fantasia si tratta, di grandi visionari del passato non trova più posto nei congressi, nelle pubblicazioni, nei libri.

Nessuno si sbilancia a dire qualcosa di nuovo, ad azzardare nuovissime idee sconvolgenti, forse perché nuove idee non ve ne sono; forse perché si sta tutti attenti a che il vicino, se ne ha, non le esponga, stando pronti a tacciarlo di antiscientificità qualora decidesse di arrischiare un nuovo punto di vista. O forse il motivo per l’assenza di nuovissime idee (parlo di quelle capaci di sconvolgere un paradigma. Ovvio che piccole, nuove idee vengono proposte ogni giorno) è da ricercare nella constatazione che elaborarne vuol dire correre il rischio che esse non vengano considerate, riprese, approfondite da altri. Tutto ciò inciderebbe negativamente sull’impact factor, un parametro sociologico strettamente connesso alla piccola frazione di finanziamenti dedicati alla ricerca e che per questo tiene in ostaggio la comunità scientifica.

La paura.

Il terrore di dire la cosa sbagliata. Il timore di essere additati come stupidi, ignoranti, incapaci. Questa paura ha agito sulla mente di noi “uomini di scienza” per tutti gli anni della formazione universitaria. Di sicuro è cosa in parte sana, ma credo che non ci siano stati forniti sufficienti antidoti per vincerla a partire da un certo momento in poi e sono pochi coloro i quali riescono a emanciparsene così da andare al di là di essa. Gli stessi lavori di tesi sono sempre frutto di idee altrui, da potenziare, verificare, estendere così da non dover temere di incorrere in un giudizio negativo; così da non finire in un perpetuo indice dei casi risibili; così da non rischiare di finire in un eterno registro delle barzellette accademiche.

Ma quando si era studenti, nessuno ci chiedeva cosa pensavamo davvero; mai nessuno ci invitava a “giocare” con il linguaggio fisico-matematico imparato sui banchi universitari.

Il risultato è che oramai la scienza appare spesso essere una sorta di culto con dei mantra che vanno ripetuti e riconfermati.

Il dato nuovo ogni tanto si fa strada a forza fra la ridda di misure sempre simili o forse solo riguardate in modo sempre uguale ma, quando accade che qualcosa di inaspettato finalmente emerge, si scopre che si è trattato perlopiù di serendipity e non certo di folgorazioni che oramai appartengono solo alla storia della scienza e agli aneddoti circa figure mitiche di un recente passato apparentemente irrecuperabile.

Ecco che se Einstein pubblicava ben cinque sconvolgenti articoli nel giro di un anno standosene da solo e lontano dai tanti, oggi i tanti firmano insieme un articolo che, come ho già avuto modo di raccontare in un mio precedente post, non potrà mai essere sottoposto a una decente operazione di peer-review. Perché? Per il fatto stesso che tutti coloro i quali sono in grado di esaminarlo, sono lì tra i firmatari e non metteranno mai in moto un inopportuno conflitto di interessi scientifico.

Inoltre un altro dei principi aurei su cui si basa la ricerca, quello della riproducibilità dell’esperimento, viene perso per strada: dove mai si potrà tentare di riprodurre ciò che è stato misurato al CERN?

Insomma, mi sembra che l’enunciazione di cosa sia il metodo scientifico necessiti di una ritoccatina tale da risultare quantomeno coerente con quanto davvero si fa nella pratica scientifica di altissimo livello.

Quando mi trovo a divulgare e a raccontare come proceda la scienza per abbattere il rischio di errori tramite il controllo delle affermazioni condotto con metodo scientifico, spesso mi sento un millantatore che racconta il falso per puro amore di una certa retorica epistemica e/o per eccesso di corporativismo.

Il problema, oltre che epistemologico, credo davvero sia di ordine didattico: una volta impartiti i rudimenti del linguaggio che va usato per colloquiare con la Natura – La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto… – bisognerebbe affrettarsi a spiegare agli studenti come giocare con esso, come fare per imbastire discorsi propri in questa lingua; come fare a intavolare personali chiacchierate con ciò che circonda tutti. Nulla di tutto ciò. Ci ritroviamo spesso a essere ragionieri del computo scientifico, continuatori pedissequi di meravigliose, interessantissime litanie (che, tra l’altro, ritengo assolutamente necessarie, da continuare), ma sono davvero pochi i docenti che si sognano di dare fiducia alla capacità del singolo così da spingerlo a tentare di trovare un modo nuovo di guardare il mondo.

Nessuno ci insegna questo, ma tutti ci lasciano intendere come stare nel solco di ricerche che hanno già dato ottimi frutti. Ecco che le virtù di chi lavora in ambito scientifico diventano nella maggioranza dei casi la costanza, l’abnegazione, la precisione, la puntualità, l’attenzione e una certa capacità di capire dove si è posizionati, di capire cosa si può dire e cosa proprio non può essere detto; quando parlare e quando far parlare il proprio capo. Insomma, bisogna aver presente in quale anello della filiera si è arrivati e comportarsi di conseguenza, stando attenti a non uscire dal solco. E se non si spingono i giovani a mettere in discussione tutto, non credo ci si debba aspettare che siano gli anziani a farlo.

Ovvio che non pretendo di compendiare in questo discorso tutti e tutta la ricerca che viene compiuta nel mondo. Io stesso ho avuto la fortuna di imbattermi in alcuni docenti illuminati e inoltre non mi è dato sapere come vanno le cose oltre il limitato orizzonte che si si osserva dal mio computer. In ogni caso, se su grande scala la situazione differisse davvero da come la descrivo, credo avremmo meeting scoppiettanti, pieni di interventi stimolanti e ci troveremmo a vivere in un mondo in cui, a furia di nuove teorie e idee, avremmo già da tempo trovato un bel po’ di soluzioni aggiuntive a problemi interessanti.

Certo, avremmo di sicuro a che fare con una certa quantità di idee sbagliate, da smaltire, ma che credo risulterebbero affascinanti e – perché no? – finanche trainanti per trovarne altre più probabilmente “vere”. Senza scomodare i soliti noti, da quanto tempo non ci imbattiamo in un Fred Hoyle con le sue trovate a volte strampalate ma di sicuro geniali? Riuscite a immaginare oggi un giovane scienziato che prenda la parola in un congresso internazionale per esporre qualcosa di equivalente alla teoria dello stato stazionario?

Se l’aspetto inerente una certa fantasia scientifica non viene curato nelle università e nei centri di ricerca, trovo normale che poi si abbia uno eccesso incontrollato e incontrollabile di fantasia pseudo-scientifica nel mondo che circonda l’accademia.

Lasciare il campo delle idee libero a qualcuno, vuol dire trovarlo occupato nel giro di poco tempo da squatter del pensiero, altrimenti detti complottisti e analfabeti scientifici.

Insomma, la Big-Science è necessaria, di questo ne sono stra-convinto.

Ciò che non mi convince e che scopro non convincere nemmeno i miei colleghi Antonio Frasca, Ettore Marilli e Corrado Trigilio, è che oramai la scienza debba procedere solo lungo le linee tracciate nei grandi progetti.

Buco Nero ginevrino -  Angelo Adamo - Questa illustrazione è stata pubblicata per la prima volta sulla rivista SISSA News, House-Organ della SISSA di Trieste

Buco Nero ginevrino – Angelo Adamo – Questa illustrazione è stata pubblicata per la prima volta sulla rivista SISSA News, House-Organ della SISSA di Trieste

Si tratta di percorsi che, dovendo combattere con ingenti attriti socio-politici, portano a inventare strategie inaspettate di coinvolgimento del pubblico. Esse vanno dalla diffusione di paure per un possibile buco nero ginevrino che si sarebbe potuto creare in seguito all’accensione di un LHC potenziato (2008), all’articolo sulla “gara di velocità” tra fotoni e neutrini, vinta dai bit che trasportavano la falsa e prematura informazione.Falsa partenza

Ben venga la Big-Science con la quale potremo finalmente arrivare a scoprire ciò che giace a distanze enormi da noi, ai due estremi micro e macro del nostro universo, ma lavorare con la little-science, a esempio quella dei piccoli telescopi, potrebbe essere la palestra per stimolare fantasie che ora dormono per il nostro erroneo ritenere che degli oggetti raggiungibili con strumenti normali sappiamo già tutto ciò che di interessante c’era da sapere.

Sarebbe bello almeno allenarsi a rivedere con sguardi diversi, prima educati e poi rieducati a essere maleducati, tutto ciò che crediamo di conoscere così bene da non richiedere ulteriori studi.

Mi viene in mente una bella storiella circa un esame di Fisica 1 che aveva per oggetto il calcolo dell’altezza di un palazzo mediante l’uso di un barometro e come protagonista uno studente che proprio non voleva saperne di ripetere la lezione così come sapeva che il prof avrebbe gradito sentirla.

Tornando a SKA, di sicuro premierà posizionare due “pezze” radiotelescopiche in Africa e Australia e scopriremo cose incredibili, ne sono certo. Immagino quindi che, facendo un fantascientifico e fantapolitico passaggio al limite della funzione progresso della ricerca, l’optimum possa essere rappresentato dall’uso di una quantità enorme di radiotelescopi che vada a ricoprire, se non proprio l’intero orbe terraqueo, almeno la parte di terre emerse.

Una terra che assomigli più a un occhio di mosca che a un pianeta ci donerebbe una visione completa, profonda, dettagliata dell’ambiente cosmico nel quale ci troviamo a fluttuare.

Mettere insieme i segnali provenienti dalle antenne di SKA richiederà una potenza di calcolo incredibile e per capire la portata del problema informatico e ingegneristico da risolvere, vi invito a dare un’occhiata alla seguente pagina:

https://www.skatelescope.org/signal-processing-2/

Un occhio del genere implica una ricerca nella ricerca.

Già, perché programmare questo network di radiotelescopi per coordinarne i numerosissimi segnali così da farli convergere in modo adeguato nella realizzazione di visioni estremamente dettagliate di oggetti posti molto, molto lontano da noi nello spazio e nel tempo, implica sforzi intellettuali enormi che immagino sconfinino anche in ricerche di Intelligenza Artificiale.

Si tratterà di far cooperare milioni di assoni e neuroni di fibre ottiche e rame il cui schema di connessioni prevedo assomiglierà molto da vicino a una possibile cartina delle nostre connessioni cerebrali.

Il nostro occhio non è un luogo dove le idee vengono elaborate, ma fa intimamente parte di quella rete posta più a monte e con essa coopera nell’elaborazione del concetto di realtà esterna.

Devo aver letto da qualche parte che la specializzazione delle cellule nervose dell’occhio è un processo capace di lavorare su cellule inizialmente simili a quelle che abbiamo nell’encefalo, differenziandole in un secondo momento per ottenere da esse prestazioni diverse. Forte di ciò, spero di non sbagliare troppo spingendomi ad affermare che una certa “intelligenza” corra già lungo i nostri nervi ottici e chissà: magari la primissima forma di intelligenza è stata proprio di tipo visivo.

Si pensi poi a quanto le nostre capacità intellettive siano debitrici nei confronti dell’evoluzione del nostro senso visivo: la visione stereoscopica e il posizionamento degli occhi nella parte alta della struttura corporea grazie alla conquistata posizione eretta, ha regalato ai nostri antenati la possibilità di rivestire un ruolo di sicuro dominio nell’ecosistema terrestre.

Credo che andare a costruire una rete di telescopi come SKA sia il risultato, forse inconsapevole, dell’aver capito che non possiamo più avere idee davvero originali su una Natura che ora abbisogna di interlocutori più capaci con i quali colloquiare. É possibile che per avere nuove e sconvolgenti idee dovremo attendere che a elaborarle, o quantomeno a suggerircele con la produzione di dati inaspettati, siano le nostre macchine di prossima generazione che ci accingiamo a costruire.

Una simile, possibile ammissione di incapacità ad andare avanti nel dialogo tra la realtà e il solo cervello umano non collegato ad appendici che ne potenzino le prestazioni mi affascina, ma mi fa anche un po’ paura e voglio credere che vi sia ancora margine per delle idee completamente nuove e umane, per delle visioni scientifiche sconvolgenti in anticipo sui tempi tecnologici, quindi politici.

Se nella prima parte di questo articolo mi sono concentrato sulla sola prima giornata del meeting è anche perché quel giorno sui giornali è uscita la notizia inerente un computer che sembrava aver superato il famoso test di Turing (http://loebner.net/Prizef/TuringArticle.html) colloquiando con un uomo in modo da fargli credere di essere il sedicenne russo Eugene Goostman e non una macchina.

Rileggendo la conversazione intercorsa tra il computer e i suoi interlocutori, credo risulti chiaro quanto sia stato prematuro gioire per il risultato annunciato e ancora una volta, come nel caso della presunta scoperta del neutrino superluminale, possiamo registrare la maggiore velocità dell’informazione sul reale contenuto informativo (sembra proprio un ossimoro).

Una maggiore velocità frutto, anche questa volta, dell’accelerazione impartita da strategie pubblicitarie che poco hanno a che fare con la scienza e che invece molto condividono con la necessità di sensibilizzare il pubblico alla bellezza della ricerca e della sua necessità (e delle sue necessità…).

In ogni caso, ciò che mi interessa mettere in evidenza è che la strada sulla quale procediamo è quella che prima o poi condurrà a una emancipazione di pensiero delle macchine, fine ultimo (almeno credo) della ricerca nel campo dell’Intelligenza Artificiale.

Aver letto la notizia sul test di Turing proprio nel giorno in cui si parlava di una rete di telescopi che assomiglieranno a una rete neuronale estesa, mi ha rincuorato.

Probabilmente stiamo generando un meta-organismo che sarà capace di andare oltre localismi, piccole meschinità, razzismi e altre aberrazioni che tipicamente affliggono i nostri piccoli encefali da passeggio. Esso avrà le dimensioni del nostro pianeta, avrà la fantasia che al momento non riusciamo ad avere e sarà migliore di noi, salvo poi scoprire che replicherà i nostri difetti quando entrerà in relazione, se mai ci riuscirà, con altri meta-organismi lontani.

Magari ci stiamo avviando a diventare hardware organici posti a valle di un processo scientifico-creativo che ci renderà classificatori di spettri di idee visive suggerite dalle macchine della Big-Science. Nostro ruolo sarà quello di sistemare questi fantasmi in un quadro più o meno coerente e assolveremo le funzioni quasi da App al servizio di una intelligenza visiva che ancora non potrà fare determinate operazioni.

Da amante della fantascienza, questa visione di un moderno nous inteso alla maniera di Anassagora mi soddisfa pienamente.

Illustrazione apparsa per la prima volta sul trimestrale SISSA News, house organo della Sissa di Trieste

NOUS – Angelo Adamo – Illustrazione apparsa per la prima volta sul trimestrale SISSA News, house organo della Sissa di Trieste

Spero solo che vi sia ancora un po’ di margine per divertirci con quello che siamo e che da sempre sappiamo fare molto bene.

Avere nuove, grandi idee può ancora essere una prerogativa del genere umano e, senza dover abbandonare le migliori che abbiamo elaborato in passato, credo sia il caso di compiere ulteriori sforzi per trovarne qualcuna prima di abdicare del tutto a favore di una intelligentissima e fantasiosissima GAIA*.

SZ

 

VIdeo del mio fast talk (5 minuti) del 3/10/2014 ALL’OAPD sugli argomenti di questo post. Ero al convegno Pubblica, blogga, twitta sulle nuove tecniche di comunicazione per ricercatori (info alla pagina http://www.scicomm.it/p/relatori.html):

* Un mio racconto parla del nostro pianeta proprio in questi termini. Lo si trova nella raccolta Storie  di Soli e di Lune – racconti di sogni, racconti di scienza, Giraldi, Bologna, 2009  http://www.giraldieditore.it/index.php?option=com_abook&view=book&id=804:storie-di-soli-e-di-lune&catid=17:racconti&Itemid=175

Sottofondo:

Herbie Hancock – Maiden Voyage

http://grooveshark.com/#!/album/Maiden+Voyage/246017

Velocissime, eventuali agostane

Squid-in-vacanza

Francamente pensavo che avere un blog implicasse dinamiche di tipo diverso. Invece trovarmi pubblicato in alcuni siti che, assieme alla mia, avvertono anche dell’attività (o dell’inattività…) di altri blogger, mi ha fatto capire che alla fine Darwin aveva ragione: il blog è il figlio di un animale (il blogger, appunto) il quale, in quanto tale, deve proteggere la sua prole.

Allora, ancora inesperto di come qui vanno le cose, scopro che il gioco della selezione naturale applicato alla rete impone che, per conquistare quell’ambitissima prima posizione in alto nell’elenco dei blog, io scriva qualcosa anche se a) non ho pensato nulla che valga la pena di essere riferito, b) non ho disegnato nulla di così figo da valere la pena di essere pubblicato, c) nessuno, ma proprio nessuno, mi ha richiesto via mail “quando ci racconti qualcosa di nuovo?”.

Quindi?

Quindi potrei accettare di buon grado di escludere mentalmente l’irrilevante attività degli altri (a me sembra tale se confrontata con quella succosa, dovuta invece a reale emergenza espressiva che caratterizza i loro post più ispirati e che ogni tanto seguo anche io) e starmene in vacanza come sono, al mio posto al sole, quello vero. Altra possibilità:  potrei mettermi a sfornare idee-non idee così da reclamare un mio giusto (?) posto al sole dei pixel di questo monitor.

Proviamo ad adattarci al gioco.

Ecco i miei contenuti di oggi:

Non mi è successo nulla di particolare. Sono in ferie dal 13 sera, a mente leggera grazie alla consapevolezza di aver lavorato bene e sodo fino alla fine e sono finalmente con la famiglia a Cava d’Aliga (RG), a godermi la compagnia di parenti e amici di vecchia data, sole, mare spiaggia, cibo, letture, Elisa e Giovanni.

Pazzesco, vero?

Ci rivediamo presto, molto probabilmente con un altro inutilissimo post dal valore esclusivamente evolutivo, così da sopravvivere in questa nicchia biologica della blogosfera che ha regole molto simili a quelle di un qualunque social network, digitale o analogico che sia. Tra l’altro, ho il computer ma non lo scanner, quindi fino a fine mese di pubblicare disegni nuovi non se ne parla proprio. Se servirà, riciclerò vecchie immagini. Proprio come ho fatto in questo stupidissimo post…

Ciao!

SZ

P.S.: a ben vedere, ho solo da imparare. Guardando le statistiche di questa mia pagina, mi rendo conto di non poter proprio competere con gli altri blogger di cui sopra. Da tutto ciò non posso che dedurre che hanno ragione loro e che devo assolutamente capire, una volta per tutte, come si fa per avere successo qui. Non sono polemico, cerco solo di essere obiettivo, anche al costo elevato di dure constatazioni. Ringrazio Mariantonietta Montone (Relaxing Cooking) la quale mi ha scritto ciò che avevo già notato: non appena si manca di scrivere per un po’, si osserva un calo impressionante delle visite (praticamente l’equivalente del più famoso e accademico publish or perish). Può sembrare banale, o forse no. É la realtà e basta.

Insisto: Darwin aveva ragione anche su cose che non poteva affatto conoscere.

Panspermia e Spermaceti

Il 6 Agosto scorso, dopo dieci anni di viaggio interplanetario, la sonda Rosetta ha finalmente raggiunto la cometa 67P/Churyumov–Gerasimenko. Per maggiori dettagli, consiglio di consultare la pagina dell’ESA: http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta/Rosetta_arrives_at_comet_destination 1-Prima-pagina-4-pulita-ma-provvisoria 2-Seconda-pagina-la-notte-della-cometa3-Terza-pagina-la-notte-della-cometa

4-quarta-pagina-definitiva-la-notte-della-cometa 5-quinta-pagina-corretta-la-notte-della-cometa

6-sesta-pagina-definitiva-la-notte-della-cometa-corretta 7-pagina-sette-2-la-notte-della-cometa   Sottofondo:

Shostakovich: Concerto per Violoncello e Orchestra n° 2

http://grooveshark.com/#!/album/Cello+Concerto+No+2/4389954

Una LUNA troppo POP

Selfing on the MoonPochi giorni fa, precisamente il 20 Luglio, ricorreva il quarantacinquesimo anniversario dell’allunaggio. Sì, parlo proprio di quel famoso passo compiuto da un uomo e che si è rivelato da subito essere un grande balzo compiuto dall’umanità intera.

O quasi. Immagino che già da quel 21 Luglio del 1969 sia partita la mania di pensare che fosse tutta una balla, che l’uomo sulla Luna non sia mai andato davvero. Pur non sapendo in quale istante esatto sia nata questa fola, possiamo datare con buona approssimazione l’inizio della sua diffusione al 1976, anno in cui venne pubblicato il libro di Bill Kaysing “Non siamo mai andati sulla Luna”.

Questo libro e la teoria in esso descritta ebbero un successo enorme, tant’è che ancora oggi chi fa divulgazione in campo astronomico si ritrova a dover difendere il dato storico dell’allunaggio dalle obiezioni, sempre le stesse, che puntualmente gli vengono opposte dal complottista di turno (ce n’è sempre almeno uno…) in visita a Osservatori e Planetari. Senza voler entrare nel dettaglio della faccenda che di sicuro è intrigante e che viene ben riassunta nella pagina http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_del_complotto_lunare, mi soffermerei su alcuni aspetti a essa connessi che trovo essere decisamente più interessanti.

In primis, mi attira la passione tutta umana per l’intrigo, la dietrologia, l’idea del complotto. Conosco bene questa passione per il semplice fatto, in quanto umano, di esserne affetto anche io e di avere lo stesso sentore, spesso una certezza, che molto della realtà ci sfugga perché artatamente occultato da chi ha interesse nel non farci sapere. Giusto per fare un esempio tra tanti, pochi giorni fa ricorrevano trentaquattro anni dalla strage di Bologna del 2 Agosto 1980 e ancora, a dispetto del lungo tempo trascorso, non si sa chi fossero i mandanti.

Al di là di casi come questo in cui è evidente come vi sia un gioco politico teso a insabbiare responsabilità di personaggi illustri, credo agisca nella maggior parte di noi una “emozionante malafede” capace di farci vibrare ancora di più quando supponiamo che chi sa qualcosa circa limitazioni della nostra libertà, ci tenga all’oscuro per privilegiare se stesso e una accolita di oscuri individui interessati al potere. In pratica, una specie di “nascondino” per adulti, mescolato a un surrogato di “sindrome di Stoccolma”.  Una mescola che ci fa indignare, ma anche appassionare alle storie di mafia, ad esempio.

Va da sé che nell’immaginario collettivo, essere tra quelli che invece sanno tutto di simili intrighi e che nascondono la verità agli altri debba donare emozioni ancora più forti. Con queste premesse, proprio non riesco a capire come mai io mi ritrovi spesso a dover difendere non solo il dato storico circa l’allunaggio, ma anche me stesso da sguardi, allusioni o addirittura accuse esplicite di non dire tutta la verità circa Luna e UFO (con, alle volte, anche il tema aggiuntivo che va sotto il nome di scie chimiche…), quasi io faccia parte di una consorteria cosmica, un “club” scientifico, astronomico, astronautico, astro-non-so-cosa del quale devo difendere i segreti.

Io, un 46-enne precario che va avanti a borse di studio e assegni di ricerca, a volte vengo guardato come depositario di un sapere quasi magico, occulto e occultato dietro dati, foto, video costruiti per non rivelare la verità: sulla Luna non siamo mai andati e gli UFO esistono, sono fra noi. Sì, perché diversi tra coloro i quali vengono in Osservatorio per sentire parlare di Astronomia, sono in realtà interessati a queste faccende e ti intortano con l’espressione facciale di chi vorrebbe dire ad alta voce “con me ti puoi aprire, ho capito tutto. Non sono come gli altri che si bevono le solite fesserie”. Puoi starne certo: prima o poi, durante la serata qualcuno ti chiederà: “Avete mai visto qualcosa di strano qui?”.

Pensando a simili cose, non ho potuto fare a meno di notare come la modernità ha fatto nascere, tra gli altri, un fenomeno che mi sembra abbastanza nuovo. No, non sto parlando del complottismo. Sono sicuro che, pur non avendo ricevuto a suo tempo un nome, o meglio, non avendo ricevuto questo nome, sia comunque qualcosa di molto antico; qualcosa che non aveva bisogno di ricevere l’investitura di un termine apposito per fare breccia nell’animo umano e, in definitiva, qualcosa che non aveva bisogno di un nome per esistere.

Parlo piuttosto di una sorta di dimostrazione tramite argomenti sociali. Mi spiego: la dimostrazione in matematica è un processo che, con una serie di passaggi logici, conduce a trovare un risultato sul quale, date le premesse, non si può fare a meno di essere tutti d’accordo. Leggendo la pagina wiki dedicata alla teoria che sulla Luna non siamo mai andati, si scopre che una delle tante obiezioni contro di essa, una obiezione così forte da costituire una specie di “dimostrazione per assurdo”, non fa leva su argomentazioni logico-matematico-fisiche ma sul fatto che nelle missioni Apollo furono coinvolte circa 400.000 persone. É un nuovo tipo di dimostrazione che nasce dall’esplosione demografica, dal controllo reciproco, dalla politica estera, dalla necessità di una Big Science e di una Big Technology, quasi si viva tutti in una continua ed enorme simulazione Montecarlo. Un modo di dimostrare “teoremi” che non poteva certo essere scoperto da Euclide o altri matematici dell’antichità: a quel tempo, a vivere su questo pianeta c’era una popolazione mondiale composta da poche decine di milioni di individui in tutto e minimamente connessa tramite lunghissimi ed estenuanti viaggi.

Gli anni delle missioni Apollo erano quelli della Guerra Fredda e la NASA non sarebbe mai e poi mai stata capace di costruire una messinscena come quella descritta nel film Capricorne one, senza che la cosa divenisse subito di pubblico dominio.

Un’altra dimostrazione sociale dello stesso tipo è quella che scaturisce dall’assurdità di pretendere, ad esempio, che tutte le persone come me, coinvolte in lavori scientifici e laureate in Fisica o Astrofisica, siano al corrente di alcune verità scomode. Se 400.000 persone che lavoravano alla NASA negli anni del programma Apollo vi sembra un numero molto, troppo grande di intimi tra i quali far girare un segreto, figuriamoci di quale potere di convincimento dovrebbero essere capaci i vari istituti scientifici mondiali per far tacere chi lavora per loro. Avrebbero da indottrinare e controllare non solo i dipendenti, ma anche e soprattutto i contrattisti a tempo determinato che, una volta perso il lavoro, non avrebbero più alcun vincolo e potrebbero raccontare a giornali, radio e televisioni il loro appetibile segreto.

Se fosse poi così facile accedere a simili informazioni, immagino avremmo un boom di iscrizioni a facoltà scientifiche (per inciso: gli studenti dimostrano di avere ben altre vocazioni…). In tantissimi intraprenderebbero questo genere di studi per tentare di conquistare posizioni lavorative che prevedono la conoscenza della verità su questioni alla Kazzenger.

Ed è questo il punto. Se quello di Fisici e Astrofisici (parlo di loro perché conosco meglio i loro ambienti di altri. Ovvio che il discorso possa essere applicato anche ad altre comunità di ricercatori) fosse una specie di club esclusivo, quasi un Bilderberg del complotto scientifico, allora per poter avere l’accesso e comprendere quel modo di vedere le cose, “basterebbe” decidere di fare un serio percorso di studi, universitario o privato, grazie al quale imparare i modi e la lingua di chi certe cose le fa. Come per ogni altra attività, verrebbe richiesto un certo impegno, quello che di solito i complottisti non vogliono profondere, ma poi si verrebbe ampiamente ripagati. Chiunque, anche senza raccomandazioni, famiglie potenti alle spalle e tutti gli addentellati politici di solito necessari  per entrare in logge di vario tipo, potrebbe far parte di questo circuito così poco esclusivo. Inoltre, e la cosa è abbastanza democratica, il capitale da investire per farne parte  sarebbe al massimo quello delle tasse universitarie. Solo quello. Perché non farlo?

In fondo, se dovessi decidere di abbracciare la teoria del complotto per diventare, oltre che un suo sostenitore, anche un suo fervente divulgatore, credo che sceglierei di combattere il sistema da dentro, quindi studierei le “armi” dei miei “avversari” sforzandomi di comprendere davvero cosa affermano per trovarne i punti deboli, se esistono. Omero docet: volendo espugnare Troia, Ulisse intuì cosa fare per farsi “accettare” dai suoi abitanti. Come è noto, si fece portare dagli stessi troiani dentro le mura nascondendosi in un enorme ex voto di legno a forma di  cavallo e, uscitone nottetempo, mise a ferro e fuoco una città che da fuori proprio non poteva essere scalfita.

Se qualcuno che di solito non si occupa di scienza volesse davvero farsi ascoltare da tutti, anche da chi la scienza invece la fa o da chi “la frequenta” assiduamente, avrebbe in un primo momento la fantastica possibilità di allinearsi studiando materie scientifiche (matematica, fisica, chimica, ingegneria aerospaziale, … ) così da riuscire in un secondo momento a disallinearsi con argomenazioni assolutamente pertinenti.

So che mi potrebbe esser rivolta la seguente obiezione: “Allora ci stai dicendo che la scienza è solo di chi la fa?” A dirmi una cosa del genere, è stato proprio di recente un collega musicista il quale ha aggiunto: “É come dire che anche la musica è solo di chi la fa”. Ovvio che mi guardo bene dal sottoscrivere una simile castroneria, anche se poi ci sarebbe da parlare a lungo di una certa deriva dell’offerta musicale generata proprio dal concetto che chiunque può fare musica.

Le decisioni circa ciò che della scienza ha a che fare con la società devono essere prese collegialmente: la gente deve poter scegliere cosa vuole e cosa non le piace. Proprio per questo, più che dei sospetti dei complottisti, c’è bisogno di una maggiore consapevolezza scientifica, quindi di una istruzione migliore, di scuole che sappiano impartirla e di persone che continuino a interessarsi seriamente di scienza anche quando la stagione delle interrogazioni scolastiche è finita.

In un paese che le statistiche danno tragicamente in coda al resto del mondo in fatto di istruzione scientifica, la democraticità dell’accesso al voto su questioni che non si conosce, pur rimanendo un sacrosanto diritto davanti al quale mi inchino, credo diventi una questione sulla quale tornare a meditare più volte.

Sì, perché studiare scientificamente la Natura è, a ben vedere, la cosa più in-Naturale che esista. Non c’entra il buon senso, non c’entra il credo, la fede e tutto ciò che invece entra in gioco in tante altre attività umane. Ciò che, come dicevo, fa della scienza la cosa più innaturale cui un uomo può sottoporsi è la frustrazione data dallo scoprire che proprio il buon senso, il credo, la fede e tutto il resto, è meglio che rimangano fuori dal laboratorio il più a lungo possibile. Sono programmi che girano sullo sfondo, nella testa di chi fa ricerca e che si spera si sia allenato bene a tenere disgiunti questi due piani di pensiero, quello personale e quello oggettivo.

Occupandosi di scienza, si impara a supporre di avere torto e, se non lo si fa, si troverà sempre qualcuno pronto a dircelo, dimostrandoci in poche mosse quanto si sia presa una imbarazzante cantonata. La differenza con il complottismo è evidente: per praticare quest’ultimo, basta imparare a supporre (e non a dimostrare) che sia la scienza stessa, stavolta, ad avere volontariamente torto.

Queste parole, lo giuro, non sono dettate da arroganza e rileggerle sortisce anche l’effetto di farmi sentire un po’ ridicolo: conosco bene i miei limiti e i ristretti confini del mio orizzonte scientifico. In ogni caso, credo che la vera arroganza sia pensare che si possa avere qualcosa di interessante da dire su argomenti che non si conoscono affatto. E questo dovrebbe far sentire ridicoli anche altri. Vuol dire che ci faremo assieme due risate.

Il complottista, forse un po’ annoiato dalla realtà – quella stessa realtà che non annoia mai chi decide di studiarne a fondo alcuni pezzi – ama l’intrigo perché capace di rendere la vita un luogo interessante anche senza avere passioni di qualsiasi tipo o senza l’ausilio di telescopi, microscopi, acceleratori, … Probabilmente è a ragione rancoroso nei confronti del poco tempo libero che non gli permette di approfondire gli argomenti che scopre tardivamente come appassionanti e, proprio per questo, sceglie di intraprendere quella che gli sembra una scorciatoia. Armato di acume, furbizia, buon senso e forse anche un po’ di esibizionismo nel voler essere colui il quale per primo urla “il re è nudo!”, getta nella società la sua idea aspettando di vedere se e come essa attecchirà.

Già poco più di un decennio dopo le prime scoperte astronomiche di Galileo, Francesco Bacone scriveva nel suo Novum Organum: Gli idoli della tribù sono fondati sulla stessa natura umana e sulla stessa tribù o genere degli uomini. É infatti falso affermare che il senso è la misura delle cose; anzi, al contrario, tutte le percezioni, sia del senso che della mente, sono in relazione all’uomo, non in relazione all’universo. L’intelletto umano è come uno specchio che riflette in modo irregolare i raggi provenienti dalle cose e che mescola la propria natura con quella delle cose, deformandole e corrompendole.

Aggiungeva poi: L’intelletto umano, quando abbia adottato una certa concezione (o perché ricevuta da altri e ritenuta vera, o perché soddisfacente), induce anche tutto il resto a convalidarla e ad accordarsi con essa. Anche se la forza e il numero delle istanze contrarie sono maggiori, tuttavia o non le considera o le disprezza o, introducendovi delle distinzioni, le rimuove e le respinge, non senza grave e dannoso pregiudizio, pur di mantenere inviolata l’autorità di quelle prime concezioni.  (…) Il medesimo modo è proprio di tutte le superstizioni, come l’astrologia, i sogni, le divinazioni, le maledizioni, eccetera; in esse gli uomini, compiaciuti di simili frivolezze, prendono in considerazione i casi che venno a buon fine, mentre trascurano e omettono di constare quelli che non vanno a buon fine (anche se sono molto più frequenti).

É ancora così. Infatti chi procede nell’analisi delle teorie complottiste (che, detto per inciso, presentano l’unico pregio di essere davvero falsificabili), pubblica la loro smentita sottoforma di articoli scientifici che però nessuno della corrente di pensiero opposta si prende la briga di leggere. Perché? Forse proprio perché sono articoli scientifici, quindi, oltre che difficili da intendere se non si è capaci di parlare l’idioma giusto, anche passibili di critiche in quanto scritti da persone appartenenti a quel famoso club degli scienziati. In parole povere, appaiono al complottista articoli scritti da persone istruite per coprire il mistero.

Insomma, non se ne esce e riscopro con Bacone che certi idola sono antichi di almeno quattrocento anni. Quasi quasi mi rassegno e faccio contenti gli amanti dell’intrigo.

Sulla Luna non siamo mai andati.

Noi no.

Loro, una dozzina di astronauti, sì.

SZ

Sottofondo: Wolfgang Amadeus Mozart – Clarinet Quintet in A major, K.581

I              Allegro

II              Larghetto

III              Minuetto

IV             Allegretto con variazioni

http://grooveshark.com/#!/search?q=clarinet+quintet+mozart

TOMINO ALLA SCIENZA – La futura, nuova alleanza.

In principio era il numero - Dedicato a Tobia Ravà

In principio era il numero – Dedicato a Tobia Ravà

La vita, specie quella di abitudinari come chi scrive, è costellata da tanti riti. Una bella consuetudine è per me fare colazione con un giornale a portata di mano.

Intanto un distinguo: quando sono a Bologna, colazione vuol dire caffè, cornetto alla crema e bicchiere d’acqua. Qui a Catania le cose si complicano piacevolmente e, oltre ad acqua e caffè, ci vuole una granita di mandorle o di gelsi (quelle che amo di più, ma ce ne sono anche di altri gusti) e una brioche calda. Altro distinguo: a Bologna mi piace dare un’occhiata a Il Resto del Carlino nella pagina dedicata alla città mentre qui sull’isola è d’obbligo dare una scorsa alle pagine catanesi de La Sicilia.

La Domenica, poi, l’abitudine si fa lusso, addirittura, e il giornale me lo compro. I motivi per farlo sono vari, ma tra tutti spicca il tentativo di evitare almeno per un giorno di farmi il sangue acido nell’osservare come alcuni incivili, irrispettosi degli altri e convinti che chi gli sta attorno sia solo una fastidiosa proiezione del loro smisurato e fantasiosissimo ego, prendono in ostaggio per mezz’ora o finanche un’ora il giornale del bar – sì, quello che sarebbe solo da consultare velocemente – per leggere ed evidentemente mandare a memoria finanche i necrologi. Dedico tutto il mio disprezzo di oggi a questi imbecilli.

L’ho detto, sono abitudinario e alcune consuetudini vengono spesso tramandate da padre in figlio. Mio padre, che comprava tutti i giorni La Repubblica e il Corriere della Sera con ogni tanto l’aggiunta de Il Manifesto, mi ha involontariamente lasciato in eredità un certo piacere fisico nello sfogliare almeno il primo dei tre. Lo so, concordo con molti di voi: è una testata che alle volte lascia perplessi, ma pare che la nuova politica della sinistra non solo lo ammetta, pretendendolo, addirittura. In ogni caso, l’abitudine ha sempre la meglio su di me e una certa cura nella confezione di quelle pagine mi aiuta a passare sopra certi “difetucci”. In ogni caso, ho scoperto che la mia sindrome da attaccamento compulsivo a quella testata non è neanche tra le più eclatanti. Mi sono infatti imbattuto in un blog tenuto da persone che hanno deciso di commentare con estremo rigore finanche le font usate dalla redazione di quel giornale. Se può interessarvi, ecco l’indirizzo:

http://pazzoperrepubblica.blogspot.it

Nonostante tutto, La Repubblica è per me il giornale (… non quel giornale. Vi prego, non fraintendetemi), anche se poi scopro che, se mi venisse dato il potere di farlo, riassumerei l’intera pubblicazione in poche pagine o, meglio, in poche rubriche. Salverei L’amaca di Michele Serra, le vignette di Bucchi (quando presenti), e le pagine culturali, specie quando non vengono affidate ai soliti personaggioni, tuttologi di professione, che tanto piacciono agli italiani (per forza: glieli propinano in tutte le salse e alla fine… Gutta cavat lapidem).

Alla Domenica, poi, capita che tutti o quasi i quotidiani si arricchiscano oltremodo con inserti di vario tipo e La Repubblica non è da meno. Offre infatti l’inserto La Domenica Cult che contiene un bel po’ di articoli in grado di soddisfare un gran range di palati.

E la scorsa Domenica il mio palato ha festeggiato. Sì, perché a pagina 35 ho trovato l’articolo di Jaime Dalessandro L’immaginazione è finita, non ci resta che la scienza, un bellissimo pezzo incentrato sull’intervista fatta al disegnatore Yoshiyuki Tomino (http://it.wikipedia.org/wiki/Yoshiyuki_Tomino), padre di Gundam il quale afferma: “Ho immaginato il futuro per più di trent’anni. L’ho scritto, l’ho disegnato, l’ho trasformato in intrattenimento”. L’intervista poi si chiude con un’affermazione che di solito non si immagina di ascoltare dalla bocca di un disegnatore di fumetti: “Credo nella ricerca scientifica. Non è molto forse, ma è quello che mi resta”. Beninteso: sono convinto che si possa e si debba credere nella ricerca. A sorprendermi piacevolmente è stato scoprire che per un artista la ricerca scientifica possa arrivare a essere tutto ciò che gli resta da credere.

A pagina 50 invece mi imbatto nell’intervista concessa da Carlo Cellucci (http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Cellucci) ad Antonio Gnoli. Non conoscevo il personaggio e confesso: a farmi fermare su quella pagina è stato il bel ritratto fattogli dal solito Riccardo Mannelli, un altro fumettista abbastanza sui generis, da tempo convertitosi all’illustrazione. Il suo stile non sempre è in grado di colpirmi e ritengo di averlo apprezzato di più quando faceva il dissacratore, cioè quando rappresentava il laido, lo squallore riuscendo a metterlo in evidenza col semplice disegnare le cose (e le persone, alcune persone) così come sono. All’epoca era puntuale nel dimostrare come la realtà, disegnata in stile quasi iperrealista, possa rivelare ciò che l’occhio stanco, uso e abusato, non nota più nemmeno in una foto.

Ma torniamo al Cellucci. Se Mannelli mi ha fatto indugiare su quelle due pagine, il sottotitolo (in realtà, era in alto nella pagina. Era un sopratitolo?) e il titolo mi hanno definitivamente convinto a leggere l’intero l’articolo. Promettevano, rispettivamente: “Dagli studi di filosofia alla grande passione per la matematica e la logica, con in mente sempre il detto di Cartesio: Per costruire qualcosa bisogna prima distruggere ogni certezza”. “Carlo Cellucci – Il vero è solo un fantasma la scienza cerca il plausibile”.

Mi ha divertito seguire la sua narrazione del supramondo nel quale galleggiano vere e proprie icone della cultura del ‘900 (in ordine di apparizione nel testo): Lucio Colletti, Imre Lakatos, Karl Popper, Paul Feyerabend, Thomas Kuhn, Vittorio Somenzi, Ludovico Geymonat, Bertrand Russell, Alfred North Whitehead, Noam Chomsky, Ludwig Wittgenstein, Stephen Hawking, Kurt Goedel, David Hilbert, John von Newmann, Rudolf Carnap, Georg Cantor, Charles Sanders Peirce…

Ciò che più mi ha fatto pensare, oltre a certe sue definizioni e visioni di e sulla scienza, è quella familiarità dell’intervistato nel citare nomi di personaggi (alcuni di loro Cellucci li ha conosciuti sul serio, di persona) e concetti appartenenti al mondo della filosofia della scienza che, pur vivendo in un ambiente di ricerca per molte ore della mia giornata media, non sento mai pronunciare.

Che la filosofia, almeno quella della scienza, proprio non abbia appeal in ambiente scientifico, me lo dice con una certa durezza il saggio del 2009 di Gabriella Fazzi Così vicini, così lontani – visioni di scienza nei ricercatori del CNR (Editore Bonanno, prezzo: 28,00 euro). Un testo che, tra le altre cose, mi fa capire come non sia cambiato nulla da quando, molti anni fa, una volta iscrittomi a Fisica e costretto a presentare un’idea di piano di studi, scelsi tra gli esami complementari Epistemologia, da seguire a Filosofia. Dopo solo un paio di giorni, fui convocato d’urgenza nientepopodimenoché dal direttore del mio corso di Laurea il quale mi chiese spiegazioni per quella mia scelta così “bizzarra”. Gli dissi che, venendo dal liceo classico, avevo imparato a non fare a meno di certe speculazioni che alla scienza non potevano che fare bene. La sua risposta fu: “Sarà, ma tenga presente che io sono arrivato qui dove sono senza sapere queste cose” (esticà…!). Per inciso: per quanti sforzi io faccia, non riesco proprio a ricordare il nome di quello arrivato lì. Insomma, Croce avrà anche perso (per fortuna, aggiungerei… ) nel suo tentativo di demonizzare la scienza, ma, come ho già avuto modo di notare in un altro mio post (https://squidzoup.com/2013/12/30/testa-and-croce/), direi che i vincitori non vadano comunque cercati nel bel paese.

“Chissà”, mi dico, “forse in ambiente filosofico o matematico è più facile sentire parlare dei su citati epistemologi ai quali noi “scienziati”, consapevolmente debitori nei confronti del pensiero di Galileo, di Cartesio, di Newton e Einstein, dobbiamo pure molto (anche se lo dimentichiamo), specie in riferimento alla plausibilità delle modalità di azione tipiche di chi fa ricerca”, ma poi, a convincermi che così non può essere, c’è una certa brutta sensazione, avvalorata da ciò che riferiscono alcuni filosofi di mia conoscenza.

La loro opinione è che la filosofia della scienza nel mondo accademico non abbia poi così tanto spazio, almeno in quello italiano. Me lo conferma anche Aurelia, laureata in filosofia, bravissima e competente libraia di un bookstore catanese molto in vista, mentre mi individua un libello di Lucio Russo dalla costa sottile e bassa (La cultura componibile – Dalla frammentazione alla disgregazione del sapere, Liguori Editore, 2008, prezzo: 12,49 euro) che soccombe e quasi soffoca tra decine di pubblicazioni dalle dimensioni prepotenti.

E mi sembrano confermarmelo anche a) il dato che in libreria non sia possibile trovare così tante pubblicazioni su questi argomenti, b) una rapida ricerca nei siti di alcuni atenei italiani dai quali mi pare di capire che forse sarà anche possibile studiare la filosofia della scienza in qualche corso, ma poi è difficile immaginare un percorso professionale in quella direzione, c) il dato che la filosofia della scienza non riesca ancora a farsi apprezzare in ambiente scientifico. Se ho ragione, tutto ciò rappresenta il triste fallimento dell’idea di Jean-Marc Levy Leblond di cui ho parlato con un certo entusiasmo in un precedente post (https://squidzoup.com/2013/12/10/zibaldon-di-leblond/). Confido in vostri commenti che sconfessino me e i miei referenti. Sarebbe una bellissima, vittoriosa sconfitta.

Parlavo di alcune affermazioni interessanti di Cellucci. Eccole: “Il richiamo alla verità mi fa sorridere. É un fantasma. La sua ricerca esiste nella teologia, forse nella filosofia, magari in qualche frase che due innamorati si scambiano. La scienza non cerca la verità. Ho sostituito il concetto di verità con quello di plausibilità. (…) Se la scienza si occupasse di verità si dovrebbe concludere che la sua storia è la somma di una serie di fallimenti. (…) Non esiste approssimazione alla verità ultima. (…) Non esistono verità ultime. Ciò che costruiamo umanamente serve a conoscere parti del mondo e a sopravvivere in esso. Limito molto il valore della scienza”

Sospendo il giudizio su molte di esse, ma ce n’è una che mi piace in modo particolare ed è: ciò che costruiamo umanamente serve a conoscere parti del mondo e a sopravvivere in esso.

Questo connettere l’intera attività intellettuale alla sopravvivenza di chiunque, includendo in “tutta” non solo le discipline di cui è facile sperimentare la ricaduta nella vita di tutti i giorni, ma anche la logica, la filosofia e qualsiasi altra forma di speculazione teorica… (le costruiamo umanamente) che così diventano strumenti elettivi per superare le prove evolutive, mi fa stare decisamente meglio.

La visione del Cellucci potrebbe far apparire dei praticoni, dei supereroi, dei boy-scout che aiutano la vecchina ad attraversare la strada anche i più teorici dei fisici teorici o i più distratti dei filosofi teoretici.

E se un artista, disegnatore di fumetti ed esperto di animazione il quale a bordo delle sue creazioni grafiche ha condotto intere generazioni verso il futuro lungo la direzione indicata dalla scienza, può scoprirsi fiducioso nella ricerca scientifica, sono felice di poter urlare con Cellucci che filosofi della scienza, matematici, logici, cosmologi… si muovono lungo pensieri complicati e apparentemente astrusi, inutili e lontani dalla quotidianità per tornare dalla speculazione teorica alla società con validi suggerimenti e forse con la soluzione al problema di come meglio sopravvivere in futuro.

Insomma, ci si vede in centro: In medio stat humanitas.

SZ

 

Sottofondo:

Personal Moutains – ECM

 

Copertina personal Mountains

 

Cos-MONET: un diario di viaggio

Cos-Monet pag 1 con testo quarta versioneCosMOnet seconda pagina correttaterza pagina Cos-Monet

 

SZ

 

Sottofondo:          Debussy, Ravel: String Quartets / Emerson String Quartet

Release Date: 09/19/1995   Label: Dg Masters   Catalog: 445509   Number of Discs: 1

Composer: Maurice Ravel,  Claude Debussy
Performers: David Finckel,  Philip Setzer,  Lawrence Dutton,  Eugene Drucker
Orchestra/Ensemble: Emerson String Quartet
Per saperne di più:

La Treccia del Tempo

Prima pagina la treccia del tempo titolo colore

 

Seconda pagina La treccia del tempo

SZ

Sottofondo: GYORGY LIGETI: Chamber Concerto, Ramifications, String quartet No.2 (Lasalle Quartet), Aventures, Ensemble Contemporain, Pierre Boulez; Lux Aeterna, Chor des Norddeutschen Rundfunks Hamburg, Helmut Franz, Director; Deutsche Grammophon

Leggi l’articolo scientifico! Lo trovi qui:

http://arxiv.org/abs/1404.4368