Stelle e Musica: cose che stanno On Air!

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Stasera, durante la trasmissione ALL ONE JAZZ diretta da Giorgia Barosso dalle 21 alle 23, verranno mandati anche brani tratti dal disco The Night Has A Thousand Eyes, il nuovo disco che ho registrato in trio con Guido Di Leone alla Chitarra e Francesco Angiuli al Contrabbasso e pubblicato dalla Fo(u)r. Si tratta di un progetto discografico interamente dedicato a standards jazz di ispirazione astronomica, nati dalla contemplazione di stelle, pianeti, Luna, Sole.CD-TheNightHas-CL208-rev5-TR

Lo spettacolo dal vivo prevede proiezioni di immagini astronomiche e di mie illustrazioni originali; spiegazioni divulgative che vanno a intercalare gli interventi suonati e tanta, tanta buona musica.

L’indirizzo internet al quale seguire la puntata in diretta è www.radiovertigo1.com, sito ufficiale Web Radio Vertigo One.

Sarà possibile seguire la diretta anche su Facebook. Ecco di seguito le pagine da consultare:

https://www.facebook.com/groups/allonejazz/

http://www.radiovertigo1.com/allonejazz.html

Buon ascolto!

SZ

Sito web dell’etichetta:

http://www.four-edition.com/site/

 

Il punto della situazione

Copertina-Squid-Zoup

A distanza di un anno e mezzo circa dall’apertura di questo Blog, mi sembra sia il caso di capire quale forma abbia preso.

Era il lontano 3 Aprile del 2013 e proprio non potevo sapere cosa davvero sarebbe successo una volta impratichitomi con lo strumento blog che, a dire il vero, ancora devo sondare per bene.

Nel frattempo ho scoperto che mi diverte pubblicare articoli illustrati e fumetti che hanno a che fare con la scienza, con particolare riguardo verso l’astronomia, mia materia elettiva. Una scienza osservata quando da dentro – un punto di vista che di solito stimola articoli di divulgazione propriamente detti – e da fuori, quasi a volo d’angelo, nel tentativo di sviluppare una visione molto in linea con quanto affermato dal noto fisico teorico Jean Marc Levy-Leblond, da tempo convertitosi all’epistemologia.Selfing on the Moon

Una visione che da sempre mi appartiene e che tende a emancipare la funzione di operatori del settore come il sottoscritto dal ruolo abbastanza riduttivo di divulgatore (a mio parere, non è una parola propriamente bella…) per andare a costruire una figura professionale che ancora non esiste: quella del critico del mondo scientifico.

Ecco spiegato come mai nel mio blog vi sia spazio per temi di sociologia della scienza, politiche della scienza, argomenti scientifici propriamente detti (divulgati…), recensioni, …

L’impronta che da subito ho inteso dare a questo spazio è quindi quella di un “luogo” nel quale si parla primariamente di scienza (alle volte capitano anche argomenti di musica, arte in generale, attualità) ma pretendendo sempre da me di “pagare dazio” a una certa comunicazione visiva che prevede la presenza di almeno una illustrazione per articolo.

Il picco massimo di questo genere di comunicazione si ha quando non si trova alcun articolo, ma solo una striscia umoristica o un fumetto intero, addirittura.

A ben vedere, il luogo virtuale del mio blog è quello nel quale intendo realizzare una sintesi, una convivenza più che democratica tra arte e scienza o, se si vuole, tra quelle famose due culture.

Così facendo, sfogo una mia necessità personale di vivere in una atmosfera a due o più componenti fondando un mio paese ideale e realizzando localmente un progetto che mi piacerebbe andasse a stimolare questa pacifica convivenza tra pensiero scientifico e pensiero artistico-umanistico anche nel mondo reale, quello creato da me, dai miei follower e soprattutto da tutti coloro i quali non sanno nemmeno che io esisto (eh, sì: ci sono anche quelli…)

In tutto ciò, la scienza è per me solo un filtro, uno possibile tra i tanti, con il quale leggere, interpretare il mondo.

Trovo estremamente importante averne trovato uno che mi soddisfi e mi ritengo fortunato per il sentirmi a mio agio nell’usarlo. Immagino che chiunque abbia bisogno di adottarne almeno uno per posizionarsi meglio di fronte all’esistenza e, lungi dal temere di perdermi qualcosa di fondamentale guardando solo attraverso di esso, trovo che dal mio filtro transiti l’universo mondo (passatemi la battuta). Beninteso: mi sarei sentito ugualmente  appagato con qualsiasi altro filtro, se solo lo avessi posseduto: il mondo che osservo, sperimento e vivo è lo stesso nel quale vive il politico, il giurista, il barista, ed è un mondo bellissimo.

Il protagonista del mio blog è Squid Zoup, un personaggio che risulta essere una sorta di mia caricatura, ma anche una mia personale rivalsa estetica dato che, osservandolo, appare chiaro come io tenda a renderlo più gradevole, giovane, atletico del sottoscritto.

Credo che questo per costituisca per me un risparmio eccezionale: riesco a curarmi eventuali frustrazioni a costo zero  lanciando nel mondo un mio alter ego, un mio avatar capace di migliorarmi senza per questo dovermi sottoporre a chirurgia plastica di alcuna parte del mio corpo.

Sfido qualsiasi signora non contenta delle sue labbra, del suo seno, delle sue gambe, … a ritagliarsi uno spazio in questa second life nella blogosfera e a trarne beneficio psicologico nella first life reale  quanto il sottoscritto. Disegnandolo mi concedo una second opportunity e mi beo di dar vita a un personaggio ridicolo, sì, ma al punto tale da farmi sperare che possa anche risultare interessante.

Squid non fa altro nella vita che pensare, e quando lo fa, pensa le mie idee migliori (lo so: quest’ultima frase apre il campo a tutta una serie di giusti interrogativi sulla natura dei mei pensieri peggiori…).

In tutto questo discorso, vi è anche un’altra componente non trascurabile: il lungo naso di Squid, chiara esagerazione del mio (esagerato già di suo per lunghezza e ineleganza) mi costringe a una certa forma di sana e catartica autoironia che presenta l’ulteriore vantaggio di farmi vivere l’esperienza di essere un nuovSquid-in-vacanzao Geppetto, se non addirittura un nuovo Collodi, creatore di uno  strano Pinocchio che blatera di verità scientifiche. Esse, si sa, sono per loro stessa natura delle mezze verità, delle bugie parziali, delle verità in progress et similia, e con le “proprietà collodiane” di uno dei più famosi personaggi della nostra cultura occidentale hanno quindi più di qualcosa da condividere.

Squid risulta quindi essere un Epimenide alle prese di continuo con il paradosso dato dal parlare di cose temporaneamente vere o, se preferite, molto probabilmente e sperabilmente false.

Le “avventure” nelle quali coinvolgo il nostro sono essenzialmente di quattro tipi: vi sono le storielle divulgative, ovvero quelle tramite le quali spiego uno o più aspetti di alcune scoperte recenti o passate (esempio: La treccia del tempo. In tre pagine, descrivo come si fa a rilevare la presenza di un pianeta extrasolare con il cosiddetto “metodo dei transiti”).

Prima pagina la treccia del tempo titolo colore

Poi vi sono alcune storie più oniriche o forse più di stampo umanistico-filosofico-psicologico nelle quali tento di dare forma a sensazioni che mi colgono quando entro particolarmente bene in risonanza con qualche tema scientifico.

Di solito mi capita durante la contemplazione di “brani di Natura”. Mi beo della loro bellezza a un livello che non esclude una certa consapevolezza scientifica, che però tendo a lasciare un po’ sullo sfondo o quantomeno in secondo piano rispetto a quello che stimola la visione di ciò che si para davanti all’animale Angelo (esempio: Cosmonet, HowDeep is your World).

3-How-deep-is-your-world

Poi vi è un filone più umoristico costituito, oltre che da alcune strisce, anche da brevi storielle (esempio: quando il Satellite non va, Testa AND Croce).

Infine vi sono, anzi, vi saranno delle storie nelle quali racconterò alcune mie visioni scientifiche che proporrei ai miei collaboratori se solo fossi a capo di un team di ricerca e se avessi quindi i soldi per finanziare uno studio teso a capire se si tratta di idee banali, buone, ottime, cattive, pessime, …

Credo che in ambito scientifico vi siano tanti problemi dei quali uno non secondario è proprio il linguaggio di solito usato per comunicare internamente alla comunità, lasciando che siano altre le modalità di contatto con il mondo esterno.Cielo-falso

Mi piacerebbe che anche gli scienziati iniziassero a vedere la propria comunità alla stregua di un mondo esterno, visione a mio parere resa necessaria  dall’iperspecializzazione dei saperi che fa sì che non ci si comprenda mai veramente gli uni con gli altri.

Approfitto quindi del fatto di non possedere il potere di fare delle ricerche su queste mie intuizioni (passatemi il termine, anche se lo so: è un po’ pretenzioso) e di ricavarne poi degli articoli scientifici scritti nel burocratichese tipico degli ambienti che frequento, per proporre una modalità diversa: il fumetto, appunto, che a un primo livello di analisi potrebbe fare accostare davvero chiunque a ciò che una data ricerca, anche la più complicata, ha da dire sul mondo.

Ed eccomi arrivato finalmente a un punto nodale di questo articolo.

Si tratta di un’idea che forse varrà la pena di riprendere in seguito, spiegandola meglio, anche se so che mai a nessuno verrà in mente di considerarla come una reale possibilità di comunicazione. La si riterrà sempre e solo un’idea inapplicabile, che non ho potuto fare a meno di esprimere.

Slide proposta da Massimiano Bucchi al convegno Pubblica, Twitta, Blogga tenutosi all'Osservatorio di Padova. L'intera presentazione la si può vedere sul blog di Cristina Rigutto www.tuttoslide.com ‎

Slide proposta da Massimiano Bucchi al convegno Pubblica, Twitta, Blogga tenutosi all’Osservatorio di Padova. L’intera presentazione la si può vedere sul blog di Cristina Rigutto http://www.tuttoslide.com

Ultimamente accade che simili operazioni che contemplano l’uso di altri linguaggi, vengano fatte per divulgare i contenuti scientifici a posteriori, ovvero una volta che una certa ricerca è partita e si ha necessità di farlo sapere al mondo dei tax payers.

Come ho già detto poco più in alto, trovo invece che la prima diffusione di una notizia di questo tipo – parlo della comunicazione compiuta all’interno della stessa comunità scientifica – potrebbe e dovrebbe passare dal fumetto come anche dal racconto, dal romanzo o altra forma comunicativa analoga, così da rendere subito chiaro di cosa si tratta e quanto sia interessante (non l’hai davvero capito se non sai spiegarlo) per poi passare a forme più paludate, tronfie, algide, precise, ma proprio per questo anche capaci di celare bufale enormi.

Sarebbe interessante vedere come la gente reagirebbe di fronte alla possibilità di scegliere se finanziare o meno una ricerca dopo avere letto il fumetto, il romanzo, il racconto o dopo avere visto il film che la spiegano.

Ovvio che un simile processo decisionale costituisce un gran pericolo per la scienza. Ovvio anche che intenderei dare una simile possibilità a una giuria di probi viri pescati volta volta nella società dei non scienziati, con metodi che ancora non riesco a immaginare (badate: devono essere proprio probi…). Infine è altrettanto ovvio che chi il potere politico nella scienza l’ha già conquistato da tempo, non vi rinuncerebbe facilmente e, comunque sia composta questa commissione esterna, in capo a pochi giorni/mesi/anni troverebbe il modo di riconquistarlo facendo sempre e comunque passare le sue ricerche come le migliori in assoluto.

In ogni caso, penso che potrebbe valere la pena fare una prova. Credo che, qualsiasi sia l’esito, la società intera si sentirebbe molto più vicina alla scienza, la capirebbe di più e sentirebbe di poter davvero incidere sulla qualità del mondo nel quale vive, facendo così sparire dalla faccia del pubblico quell’aria di perenne sorpresa e impossibilità di intendere cosa davvero si stia dicendo che spesso la divulgazione a posteriori (da intendersi come quella che da sempre viene fatta) regala.

Ho motivo di credere che le ricadute di un certo modo di fare sul mondo dell’arte che vedrebbe finalmente un nuovo mercato dischiudersi di fronte a sé, non sarebbero di minore importanza. Forse non avremmo più gli artist in residence in quanto non avrebbe più senso parlarne per il gran numero di scrittori, pittori, sceneggiatori, musicisti, registi, attori, … coinvolti nel processo di ricerca. O forse no. Va a finire che ci troveremmo di fronte a una inflazione del fenomeno artist in residence, con tutti i creativi braccati, coccolati, corteggiati dalle istituzioni scientifiche bisognose di aiuto. Di una cosa sono abbastanza sicuro: non avremmo più il problema delle due culture. Ne avremmo solo una, solida, intrecciata, interconnessa. Eccitante.

Esco dall’utopia per tornare a parlare del blog.

In esso si trova un’ulteriore tipologia di storia a fumetti: quella ottenuta mescolando le caratteristiche di due o più delle categorie precedenti. É questo il caso di La notte della cometa, storia nella quale elementi onirici, filosofici, ma anche divulgativi trovano spazio in una singola narrazione.

1-Prima-pagina-4-pulita-ma-provvisoriaL’evoluzione ulteriore delle storie di Squid Zoup è legata all’evoluzione dell’omonimo blog nel quale, come già annunciato nella “ricetta” posta in apertura, nella home, comprenderà presto anche argomenti di altro tipo.

Ad esempio, immagino di pubblicare presto storie che abbiano a che fare con la musica, mia grande passione – quindi passione  anche di Squid Zoup – e mio altro lavoro.

Con questi fumetti reclamo diversi diritti, non tanto del lettore, quanto dell’autore.

 

In primis, il diritto a parlare di scienza.

So che è un diritto non difficile da acquisire, ma trovo che, a parte alcune eccezioni, le modalità comunicative più diffuse nel panorama dei blog, come anche del fumetto mondiale e italiano, rispecchino il solito bisogno di incanalare le strutture narrative sempre nelle stesse direzioni. Forse dovrei parlare di “diritto a parlare di scienza come mi va“. Meglio. Ha più senso.

Insomma, peccando di presunzione e arroganza (accidenti che duplice delitto!), se mi guardo in giro, a parte alcune eccezioni non trovo nulla di così particolarmente nuovo e per questo eccitante: tante biografie, tanti articoli, qualche storiella che costringe la scienza nelle solite strutture narrative declinate, al solito, facendo in modo che un intrigo giallesco o fantascientifico siano sempre presenti, …

La paura diffusa di non catturare il lettore mi sembra appiattire le forme narrative sulle stesse dimensioni di sempre e, per quanto si scopra che esse funzionino e pur lasciandomi allettare ogni tanto da simili “gabbie”, sento spesso il bisogno di qualcosa che difficilmente trovo.

Questo qualcosa è quello che spesso tento di raccontare io, e che, non trovandolo da nessun’altra parte, mi sembra sia da classificare per qualche motivo tra le cose “da non raccontare”, quasi si tratti di una pornografia o di una bestemmia epistemica/narrativa.

Non dovendo sottostare a regole e clichet di qualche tipo, essendo il mio blog casa mia, decido di pubblicare quello che mi passa per la testa, così come mi passa per la testa.

Auto-sviolinata moment: la risposta è decisamente positiva: le statistiche di questo sito e i commenti lasciati dai lettori  mi raccontano di come il gradimento stia crescendo sempre più e i picchi di accessi dei cosiddetti followers, occasionali o registrati che siano, in corrispondenza della pubblicazione di articoli e fumetti, sono sempre più incoraggianti.

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Questo immagino possa essere anche importante per condurre un’ analisi di cosa sia di solito da intendere come narrazione, avventura, intrigo, ma anche di cosa queste categorie potrebbero essere; di cosa potrebbero diventare.Lanciato-low simmetrico

Bene. Ho tirato il sasso.

Mi sa che ho ancora tanto da divertirmi.

 

Angelo Adamo/Squid Zoup

 

 

Sottofondo: Bob Berg, Cycles

http://grooveshark.com/#!/album/Cycles/7905548

Signal / Noise

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Ho sempre sospettato che l’origine della parola “Night” fosse “No Light”, ma un madrelingua inglese mi ha assicurato che così non è.

Il sospetto mi è rimasto e oggi ne ho quasi la certezza: parlandone col mio grande amico, nonché mio ex correlatore di tesi di laurea in Astronomia e collega qui all’Osservatorio di Bologna, sono riuscito a incuriosire anche lui sul tema.

Immediato mi è arrivato il suo apporto alla discussione: Nox, notte in latino, potrebbe derivare da Non Lux o da nulla lux, con buona pace del mio conoscente madrelingua che evidentemente non ha ancora assorbito il colpo dell’invasione romana della Bretannia (http://it.wikipedia.org/wiki/Britannia_(provincia_romana)

Trovo meraviglioso rinvenire probabili tracce di fisica nel linguaggio di tutti i giorni…

SZ

P.S.: Ringrazio Memmo, Paola, Pablo e Luna per  avermi ospitato a casa loro e per avermi dato l’opportunità di vedere quel’incredibile cielo stellato

 

Sottofondo: John Cage, 4:33

(GioVannino ci consente una breve pausa di silenzio…)

THE NIGHT HAS A THOUSAND EYES – Il mio nuovo CD

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É appena uscito per la Four Edition il nuovo CD “The Night Has A Thousand Eyes” a nome mio (armonica cromatica), di Guido di Leone (chitarra) e di Francesco Angiuli (contrabbasso).

Si tratta di una raccolta di standards dedicati al cielo, alle stelle, alla Luna, al Sole e il concerto dal vivo potrà prevedere anche una proiezione di mie immagini originali (alcune sono presenti nel booklet) e, tra un brano e l’altro, spiegazioni divulgative di astronomia.

La puntata di stasera di “ANIMAJAZZ” su PUNTORADIO alle 20, anche in streaming su www.puntoradio.fm ed in immediato podcast su http://animajazz.eu, si aprirà proprio con la versione tratta dal nostro CD di “Look To The Sky”, un brano di Antonio Carlos Jobim.

Spero possa piacervi

SZ

http://animajazz.eu/animajazz-n-626-di-giovedi-9-ottobre/

How Deep Is Your World?

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L’idea alla base di questa breve storia è di pochi giorni fa, ma credo si tratti solo dell’emersione di un pensiero finalmente compiuto che si è affacciato a puntate nella mia testa.

Un pensiero composto da vari tasselli che voglio svelare solo ora, approfittando del fatto che oramai avete già letto la storia.

L’immagine del cielo catturata da una macchina fotografica dopo una posa lunga un’intera nottata, restituisce un’aspetto inusuale delle stelle: a causa della rotazione terrestre attorno al suo asse, la loro luce va a impressionare il CCD disegnando piuttosto che punti, cerchi  luminosi centrati sul polo celeste.

L’accostamento tra l’aspetto inusuale di un cielo così pieno di anelli concentrici, il propagarsi nell’aria di onde acustiche grazie alle quali misuriamo la profondità di un pozzo oscuro quando, lasciatovi cadere dentro un sasso, contiamo i secondi che impiega a raggiungere il fondo e infine la propagazione di cerchi nell’acqua in seguito alla caduta in essa di un oggetto qualsiasi, sono gli elementi alla base dell’idea di questo fumetto.

In aggiunta a questi, uno ulteriore: la consapevolezza che spesso la Natura si dimostra frattale, quasi si sia accorta che le convenga replicare a scale diverse qualche meccanismo particolarmente efficace per ottenere il meglio da sé col minimo sforzo.

Ecco che i cerchi nell’acqua e la propagazione delle onde acustiche nel pozzo nero per antonomasia, quello cosmico, mi hanno stimolato l’accostamento con altri cerchi: quelli che si trovano all’interno di un tronco d’albero. Da essi risaliamo facilmente all’età della pianta, un procedimento che va sotto il nome di dendrocronologia.

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Sappiamo che l’ecoscandaglio non è esattamente lo strumento migliore per misurare la profondità del cosmo. Non è possibile lanciare alcunché così da fargli incontrare il limite estremo del nostro universo e, in ogni caso, quand’anche fossimo capaci di farlo, non vi sarebbe nulla, aria, acqua o altro mezzo propagatore, a trasmetterci il rumore dell’impatto (impatto? Col fondo dell’universo? Un giorno proverò a immaginarlo).

In effetti, una eco nel cosmo c’é, ma non è certo quella di un impatto, bensì quella di un’esplosione; un’esplosione muta. Trattasi di una eco termica, la cosiddetta radiazione cosmica di fondo, protagonista di un’altra storia che prima o poi forse racconterò (in parte l’ho già fatto. Si veda Addomesticare il Cosmo del 6/5/13).

Quella di una musica cosmica (o din rumore cosmico) che può rivelarci la grandezza del contenitore universale è un’idea antichissima che si è fatta strada fino ad arrivare finanche ai giorni nostri. Ne ho parlato tanto in alcuni articoli e conferenze, ma soprattutto nel libro Pianeti tra le note pubblicato dalla Springer. La storia a fumetti che ho pubblicato qui sopra – badate bene! – è solo una metafora grafica di quell’idea così affascinante.

Spero che troviate questa metafora comprensibile. Ho provato a facilitarvi le cose ponendo  quelle cifre che trovate vicino a ognuno dei 13 cerchi visibili nel cielo di Squid Zoup. Si tratta di diverse età del nostro universo che vanno dalla sua infanzia, ovvero da quando aveva solo 0,02 miliardi di anni (Giga years, Gy), agli attuali 13,82, cifra che ho posto a sinistra del cerchio più ampio, il tredicesimo.

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13,8 miliardi di anni sembra proprio essere il tempo trascorso dall’inizio del cosmo fino a oggi. Un tempo lunghissimo che è stato misurato non certo tagliando un albero o lanciando pietre verso il fondo del cielo. In quella direzione lanciamo solo sguardi attenti e curiosi, in attesa di essere raggiunti da fotoni chiacchieroni e portatori di segreti di sicuro più interessanti di quelli contenuti negli archivi di Andreotti.

Un’ulteriore metafora rinvenibile nel fumetto è quella offerta dall’apertura progressiva delle linee divisorie poste tra le vignette della seconda e terza pagina. Nelle prime, vi è una curvatura maggiore, poi pian piano esse vanno diventando più rettilinee. Con questa rappresentazione, ho voluto provare a dare l’idea dell’espansione cosmica iniziata col Big Bang ancora in corso: in questo scenario cosmologico, sappiamo che l’universo si è espanso da dimensioni iniziali microscopiche fino a raggiungere quelle attuali dopo una storia meravigliosa durata ben 13,8 miliardi di anni.

Per la cronaca, nonostante la veneranda età, il nostro cosmo non manifesta nessuna voglia di frenare la sua espansione. Anche ora, mentre state leggendo queste parole, sta lievitando e, addirittura, pare stia pure accelerando.

Allacciate le cinture

SZ

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P.S.: ringrazio l’amico Giuseppe (Pippo) Vaccaro (http://www.hortusgiardini.it) il quale mi ha fornito altro cibo per analogie interessanti e che vanno ad accrescere la probabilità di avere altre idee in futuro.

Mi ha infatti segnalato l’opera di uno scultore che delle pietre, della musica e delle connessioni tra questi elementi e il cosmo ha fatto la sua ragione di vita artistica. Trattasi di Pinuccio Sciola

 

Sottofondo: Sarei tentato di scrivere How deep is your love (e alla fine l’ho scritto…), un notissimo brano dei Bee Gees che mi ricorda la mia infanzia e di cui ho chiaramente parafrasato il titolo.

Invece vi suggerirei di ascoltare il bellissimo suono delle pietre di Sciola nei tre video seguenti:

 

IL MONDO CHE FANNO GLI ALTRI – il migliore tra quelli possibili?

Il pezzo di mondo che faccio io-LOWNell’ultimo articolo (Visioni di MoSKA) ho parlato dell’ambiente estremamente connesso degli istituti di ricerca. In esso, le informazioni corrono da un capo all’altro del mondo rimabalzando su monitor, telefoni, fax, articoli. Anche se non organizzato come facebook, Twitter, Linkedin, …, quello scientifico può per molti versi essere paragonato a un social network. E i social network sono l’argomento di oggi.

Credo fermamente nella loro utilità.

Al di là di considerazioni varie, mi sembra che essi valgano soprattutto come strumento di indagine, come “carotaggio sociale”, non tanto per capire come la gente è, ma per farsi un quadro abbastanza preciso di come la gente ami apparire (e, di conseguenza, in seconda battuta, di come davvero sia).

Aprire la home di facebook, per esempio, consente di osservare le correnti di pensiero, le mode, i trend che per periodi più o meno lunghi regnano incontrastati. Buona parte di essi sono simili a quelli che un tempo chiudevamo fuori dalla porta di casa, mentre oggi hanno libero accesso ai nostri ambienti fisici e mentali e ci inseguono fin nel tinello, in cucina, nell’alcova.

Quasi si tratti di scie chimiche, ne senti l’odore (o il puzzo) e non ti resta che seguirlo per arrivare a comprendere quale sia l’immagine di base, quella noumenica, quasi, alla quale chi posta ama essere associato. Se la trovi, sai che l’elemento di verità è lì e non nella persona che a quell’immagine si riferisce. Quella persona assume solo il ruolo di banale e inconsapevole vettore di un’immagine resa interessante per il nostro contesto culturale da chissà chi, chissà dove, chissà quando.

Si tratta di idee-vestiti, anzi, meglio, vestiti-idee, alle volte interessanti, spesso arroganti e alla moda, utili più che altro a nascondere nudità ridicole o senza particolari attributi.

In questo contesto al quale appartengo e nel quale temo (direi di esserne sicuro) di comportarmi allo stesso modo, ciò che mi sorprende è qualcosa di simile a quanto notavo nel mio articolo di qualche giorno fa parlando di ricerca scientifica: la quasi totale mancanza di idee vere e veramente nuove. No, non preoccupatevi: non intendo qui proporre un pistolotto sul valore della sincerità. Per quello, i social network vanno ancora benissimo.

Intendo dire che grazie alla loro frequentazione, mi è apparso in modo più chiaro di quanto non lo fosse nella vita reale ciò che registravo già da tempo senza dirmelo con chiarezza: viviamo tutti da utenti, senza altre specificazioni possibili.

Vado in palestra con la macchina. Per arrivare lì uso il GPS. In palestra mi servo di altre macchine che allenano i muscoli. Mi collego in rete dove, nei social network, riporterò quanto detto da altri, meglio se pensatori del passato. Forse linkerò dei video girati da chissà chi, roba trovata in rete, o la musica composta e suonata dal mio gruppo/artista preferito. Andrò a fare la spesa da TizioCaio, una catena di supermercati davvero conveniente. Tornato a casa, guarderò la partita giocata dalla mia squadra del cuore, composta da undici persone delle quali so tutto e che mi daranno poi la possibilità di parlare del match domani in ufficio, con i miei colleghi.

Mi viene in mente un brano di un cantautore poco conosciuto (http://it.wikipedia.org/wiki/Tullio_Ferro) in quanto agisce nell’ombra di grandi artisti (ritenuti sempre, automaticamente, autori di ciò che cantano) ai quali ha venduto molte delle sue creazioni. Con lui ho avuto l’opportunità di collaborare tanti anni fa e sono contento di essere tra i musicisti che suonano nel suo disco “Il giorno di un giorno” (Storie di Note, 1999). Il brano che ho ricordato si intitola: “Il mondo che fanno gli altri”, ed è proprio così: a fare il mondo sono le persone delle quali seguiamo le gesta in telvisione, in rete o sui giornali. Sono i politici, gli attori, i cantanti, gli ingegneri, gli artisti, gli scienziati, i programmatori, i pittori, gli stilisti, … ma non tutti i politici, gli attori, i cantanti, … Sono solo quelli che, assunti in uno strato sociale più libero, alto e quantisticamente lontano dal nostro, ci bombardano il cervello di continuo, senza dargli scampo, abituandolo a pensare che è giusto assumere il ruolo di spettatori, di consumatori, di popolo da intrattenere.

Questi alti demiurghi sembrano essere tantissimi, ma a ben vedere, sono solo un manipolo di personaggi davvero esiguo se confrontato con il gran numero di tutti coloro i quali vivono grazie alle vere azioni di quei pochi: ci danno occasione di parlare di loro e di quello che a loro accade, ci fanno arrabbiare, indignare; alcuni di loro vendono i dispositivi dei quali non sappiamo fare a meno; costruiscono con i loro soldi la realtà nella quale ci muoviamo. Ci regalano sogni preparandoci anche a delusioni moderne. Spesso da loro dipende la nostra felicità o, addirittura, la mancanza di essa.

La massa (da leggersi come tutti noi) agisce esclusivamente da volano per dare peso a concetti e azioni di questa moderna oligarchia. Noi costituiamo la forza meccanico-economica che regala un ulteriore giro di giostra quando da quella non ci arriva sufficiente spinta per farne uno. Forse è stato sempre così e sono stupido a registrarlo con un simil-candore così anacronistico. Che ci posso fare? Oggi va così.

Se ognuno di noi, invece che mediante tasse, contributi SIAE, canoni televisivi, … desse a questi super-demiurghi anche solo cinquanta centesimi scoprendosi nel mentre li cerca nelle proprie tasche e da lì li raccoglie, gli apparirebbe subito chiaro come mai quelli che fanno il mondo guadagnano le cifre che ci fanno scandalizzare tanto come nel caso dei 27 milioni di buona uscita di Montezemolo e i non so quanti milioni dei vari Balotelli. Il conto è banale: siamo circa 70 milioni. Già solo 50 centesimi al mese da ognuno di noi basterebbero a spiegare molte delle strane alchimie di cui veniamo a sapere dai giornali. E, come tutti sanno, il nostro esborso non è esattamente di soli 50 centesimi di euro al mese.

Per carità! Non fraintendetemi: ritengo anche io assurde quelle cifre. Tanto più assurde se si pensa che sono del tutto disinteressato alle sorti della Formula 1 e ancor più a quelle del calcio, italiano o internazionale che sia. Queste mie non vogliono essre altro che innocenti constatazioni di un deluso di sinistra e non di un nostalgico appartenente all’altra parte della barricata.

Ma torniamo pure ai sogni che ci regalano i personaggi di cui sappiamo tanto, troppo. La loro grande capacità è quella di donarci l’illusione di poter incidere come loro sull’aspetto del mondo che ci circonda. Ci riteniamo importanti se riusciamo ad assomgliare a certi modelli estetici, comportamentali, economici, … da loro introdotti nel nostro mondo attraverso spifferi aperti nelle nostre mail-box, nei giornali, nelle televisioni, nella rete. Modelli che la maggior parte di noi non avrebbe mai avuto la capacità di elaborare se qualcuno non l’avesse fatto per noi. A tal proposito, devo riconoscere a malincuore una certa perversa genialità nell’agire di tutti questi personaggi che, mi piaccia o meno, creano e ricreano di continuo l’aspetto del mondo in cui vivo.

Il popolo dei social network non sembra accorgersi veramente di tutto ciò. O perlomeno, se mostra di averlo appena fatto, si scopre come la sua apparente presa di coscienza derivi in realtà da un post che gli è piaciuto e che ha deciso di condividere, scritto da qualcuno nella sua estesa rete di contatti. Un tempo condividere voleva dire anche lottare per l’affermazione di un concetto, di un ideale. Oggi basta premere un pulsante senza rischiare alcunché della propria vita reale. E l’ideale, come oramai tante altre cose, totalmente svuotato di un suo genuino valore concettuale, altro non è se non una stringa di caratteri alfanumerici, scritta da qualcuno per motivi che solo lui conosce. Forse.

Le risposte al suo post costituiscono di sicuro la parte più bella: sono tutti con lui; si sono accorti tutti della stessa cosa; sono stati preceduti da lui di un soffio in quanto stavano pensando esattamente allo stesso problema; i Mi piace si sprecano, e così via, sbrodolando con questo tenore per un bel po’ di righe, traduzione moderna del fiato sprecato di un tempo.

Inutile dire, poi, che stessa sorte tocca a un post in totale controtendenza rispetto al precedente e che magari appare su quella medesima bacheca.

Anche l’indignazione, la denuncia, l’autoanalisi diventano una Coca-Cola da stappare e bere per poi immancabilmente ruttare in un commento la propria elaborazione. E, ancora una volta, la Coca-Cola l’avranno fatta altri. Forse anche questo post nasce da istanze simili, ma io non me ne accorgo. Ho l’illusione che a differenziarmi dagli altri sia purtroppo una certa persistenza del disagio che provo; un disagio che non si esaurirebbe una volta contati i numerosi mi piace che un post del genere potrebbe classicamente totalizzare. Ma forse mi sbaglio ancora una volta e non sono che un amplificatore di un malessere antico.

In ogni caso, non passa giorno che non mi chieda a cosa accidenti io serva e cosa di così importante sia successo nella giornata che progressivamente, col passare delle ore, mi lascio alle spalle. Immagino che tutto ciò faccia di me un ottimo cliente per orde di strizzacervelli. L’anomalia, se di anomalia davvero si tratta, è non essere sempre contenti delle innumerevoli e irrinunciabili opportunità di felicità che la modernità ci regala.

Siamo utenti, quindi, ma programmati culturalmente in modo tale da non porci con serietà e partecipazione profonda la domanda che credo fondamentale: ma io cosa faccio davvero? Quale è il mio contributo al mondo nel quale vivo?

So che in una società buonista e cattolica fino al midollo come la nostra, la prima pensata che in genere queste ultime due mie righe stimolano sia: “in effetti, dovrei essere più attento al mio prossimo, più pronto a fare del bene, più…”.

Temo che deluderò qualcuno: non me ne frega niente di concetti del genere. Una volta obbedito a regole condivise (la legge) atte a rendere la nostra esistenza qualcosa di affrontabile senza clava in mano, sono pacificato con l’idea di un prossimo da incontrare per strada. Non gli farò del male, né riterrò di dover porgere questa o l’altra guancia a chichessia. I rapporti umani sono importantissimi, ma non intendo amare tutti come hanno inutilmente tentato di insegnarmi. Mi costerebbe una fatica per la quale la Natura non sembra avermi programmato così bene.

Quando mi chiedo quale sia il mio contributo al mondo che abito, intendo quale pezzo di realtà sia riconducibile alla mia esistenza e solo a quella, al di là delle mie deiezioni, metaforiche e non, risultato delle abbuffate (metaforiche e non) a base di cibi… creati da altri.

Siamo utilizzatori finali di tutto, il più delle volte incapaci di porre rimedio a un problema che si può verificare in qualsiasi momento, in uno qualsiasi dei segmenti di realtà che frequentiamo; fra i circuiti e gli ingranaggi di uno qualsiasi degli strumenti che usiamo.

Siamo utenti che vivono questa propaggine storica provando la vertigine regalata dalla modernità, ma con una consapevolezza del meccanismo di tutto in netto ritardo rispetto al tempo che abitano e basterebbe un conflitto, una catastrofe, un “inciampo” di qualche tipo per denudare in tempi brevissimi questa nostra inadeguatezza. La vertigine della propaggine di inizio capoverso  andrebbe piuttosto vista come timore della voragine sulla quale ci affacciamo. Sarebbe più serio e sincero.

Inutile dire che aspirerei a essere uno che il mondo lo crea, anche se – lo giuro! – non lo disegnerei così. Immediatamente dopo aver scritto questa frase così pretenziosa, mi vien da chiedermi con sospetto: “chissà cosa diventerei se fossi davvero capace di cambiare le cose…”

Dal discorso appena fatto, conseguirebbe che dovremmo tutti tutelare, aiutare, preservare coloro i quali, assolutamente innocui, si dimostrano capaci di creare piccoli tasselli della nostra esistenza senza per questo renderci schiavi di alcunché. Fintanto che le loro entrate non siano spiegabili con i centesimi prelevati con un inganno da tutti i milioni di conti correnti delle persone che ci circondano, non credo ci sia nulla da temere. Personaggi che a già esistenti x e y, affianchino una z ottenuta da una somma creativa, positiva e non banale degli elementi precedenti, dimostrano di conoscere l’esistente e di poter davvero incidere sul reale arricchendolo con ciò che non esisteva prima.

Sembrerebbe ovvio che non tutti possano essere così innovativi, specie in un sistema educativo che esalta la ripetizione pedissequa senza premiare l’originalità. Sarei invece portato a credere – e qui si conclude la mia grossolana utopia di oggi – che chiunque, messo in condizione di essere creativo, se non addirittura costretto dagli eventi a dover essere creativo, possa essere un potenziale “accrescitore consapevole” di realtà, quindi potenziale creatore di altri prodotti che non siano solo ciò che resta dall’aver metabolizzato  prodotti e trovate altrui. Forse basterebbe smettere di suggere per ore alla tetta dei social network che distribuisce sempre latte artificiale a lunga conservazione del contenuto minimo di idee.

Poi tento di figurarmi la società ideale che ho descritto. L’immagine che mi arriva è quella di un popolo estremamente laborioso in cui ogni individuo costruisce giorno dopo giorno un piccolo tassello di realtà – l’unico sul quale sa agire – da condividere con gli altri. Zoommando sulle mani delle persone che popolano questa immagine, scopro che maneggiano gli oggetti del quotidiano, ma non solo quelli che sarei tentato di classificare tra i più “nobili” come libri, quadri, sculture, strumenti musicali e finanche teoremi, ma pure e soprattutto quelli che tengono insieme, puntellano la realtà quotidiana.

Quindi scopro tra  quelle mani chiavi inglesi per avvitare; bulloni da avvitare; posate usate per cucinare pietanze sempre uguali e sempre un po’ diverse; penne per stilare contratti che servono a far avanzare l’economia; attrezzi per coltivare; … ed ecco un sospetto farsi strada:

va a finire che – e non sono certo il primo a sospettarlo: vanto illustri predecessori – questo sia da considerare come il migliore dei mondi possibili, la migliore approssimazione alla società ideale, quella alla quale vorrei appartenere. A instillarmi questo dubbio atroce, ad alto contenuto ironico, è stato inaspettatamente un sogno a occhi aperti, quello descritto nelle righe qui sopra. Se le cose vanno così come vediamo, probabilmente è perché non possono andare altrimenti.

L’elevato numero di individui, un numero in continua crescita, si evolve come farebbero gli stati di una immane simulazione sulla quale, dato il run, non è possibile agire significativamente se non arrestando il processo. A noi quindi non resta che assistere allo spettacolo registrandone le fasi con attenzione così da azzardare previsioni su un futuro in minima parte deterministico, ma sempre in bilico sulla voragine caotica.

A questo punto, temo (mi fa schifo anche solo pensarlo, ma tant’è…) che i 27 milioni di euro dati a Montezemolo per abbandonare il team Ferrari siano necessari, e che lo rimangano almeno fintanto che il prezzo di un chilo di pomodori sarà di pochi euro mentre lo stipendio di un professore di liceo ne varrà poco più di mille.

“Il mondo che fanno gli altri” è estremamente complesso e interconnesso. In esso c’è bisogno di creatività alta, ma anche della mancanza di essa per privilegiare una ripetitività utile, fondamentale, necessaria. A questo punto, temo che la mia incapacità di vedere l’utilità sociale della grande coglionaggine alimentata dai nostri post in rete, sia paragonabile alla mia incapacità di accorgermi quanto sia utile all’equilibrio globale di questo mondo una zanzara che di notte mi sveglia pungedomi sotto la pianta del piede.

Dopo una corsa del genere all’inseguimento della mia contraddizione, mi scopro un Menenio Agrippa de noantri, prigioniero di un loop mentale che mi fa temere di assomigliare a un redento capolista del PD. Quasi quasi mi vien da dire “Viva Montezemolo che mi consente di incazzarmi pensando ai suoi 27 milioni di euro; viva me!, perso in una melassa di teorie in attesa della rivoluzione culturale (che verrà, amen) e, perché no?, viva le zanzare.

Imbarazzo.

Impasse.

Mi auguro soltanto che il mio impianto elettrico, quello idraulico, il forno, questo mio computer, non decidano mai di suicidarsi.

Non saprei proprio dove mettere mani in cose che hanno fatto altri.

SZ

 

Sottofondo:

John Zorn, Naked City

http://grooveshark.com/#!/album/Naked+City/358739