Aforisma 1: Stan Getz Dixit

Solo-o-grande-amor

L’assolo di Stan Getz sugli accordi di O grande amor fa parte di quella lunga serie di idee che hanno condizionato il mio modo di intendere la musica in generale e il jazz in particolare.

Contenuto in un disco storico, lo ascoltavo quando capitava di andare a casa dei miei zii Francesco e Ornella. Lui aveva una collezione invidiabile di LP dalle bellissime copertine e Getz-Gilberto era uno dei suoi, quindi dei miei, dischi preferiti.
Come si evince facilmente dal titolo, in quel vecchio 33 giri suonava il sax del musicista statunitense il quale ricamava incredibili melodie impiegando solo una frazione del fiato da lui insufflato nello strumento. Il resto finiva tutto ai lati dell’imboccatura – almeno questa è l’impressione che ancora mi regala l’ascoltarlo – dando alle note del suo tenore un’”aura d’aria”, un “soffiato” che ne addolciva ulteriormente il suono.
Sulla scorta dell’entusiasmo che quella registrazione mi aveva suscitato, ho ascoltato altri dischi di Getz e uno, quello registrato in duo con Bill Evans dal titolo enigmatico (Stan Getz & Bill Evans), l’ho pure comprato a scatola chiusa: due nomi del genere non potevano che essere garanzia di goduria uditiva!
Ho così scoperto che la magia del suono e delle idee di Getz sono per me contenute solo in quel primo disco con Joao Gilberto alla voce e alla chitarra, Antonio Carlos Jobim al piano e con la voce aggiuntiva di Astrud Gilberto. Negli altri suoi LP, il mondo di Getz non mi piacque affatto e il mio rifiuto per la poetica in essi contenuta mi faceva risultare il suono di quel sax acidulo, addirittura. Mi ricordava quello grezzo e immaturo di un sassofonista classico alle prima armi, quindi non certo meritevole di un ascolto prolungato.
Come si può intuire, il problema stava in me e non certo nel modo di suonare di Getz anche se credo che mai come in quel disco, la grandezza di un musicista si sia rivelata essere il frutto non solo della sua personale genialità, ma soprattutto dell’incontro fortunato con altre menti, con altri pensieri affini al suo quali di sicuro sono stati quelli dei sudamericani su citati (Getz aveva una certa predilezione per le atmosfere bossa nova).
A rendermi difficile accettare altri suoi dischi che non fossero quello, vi era anche l’unicità dell’atmosfera gioiosa di molte domeniche con nonni, zii e cugini (da quegli ascolti sono nate professionalità nella musica per ben tre di noi nipoti…) di cui Getz-Gilberto era spesso colonna sonora. Evidententemente gli altri lavori di Getz presentavano tutti lo stesso problema: non erano presenti in quella particolare discoteca, disponibili per sottolineare grandi abbuffate condite da risate e chiacchiere rilassate. Capitava spesso che i sottofondi musicali di quelle Domeniche fossero brani di musica classica (di alcuni di essi parlerò prossimamente) per i quali, guarda caso, vale lo stesso discorso fatto fin qui a proposito di Getz/Gilberto.
Qualsiasi sia stata l’origine della magia nata attorno a quell’LP che ho ascoltato fino alla noia, ancora oggi risulta per me così tanto importante da voler iniziare una nuova rubrica di aforismi musicali del mio blog proprio con quelle note.
Tempo fa trovai un libro con le trascrizioni di alcuni assoli di Getz e, con mia grande sorpresa, scoprii che molte erano tratte da brani contenuti nell’LP citato. Mi sa che in futuro proporrò altri pensieri getziani prendendoli da lì.
Purtroppo tra i brani di quel disco scelti dal trascrittore, non vi era O grande amor, il mio preferito, ed è per questo che mi sono sentito chiamato in causa: dovevo colmare una lacuna facendo l’esercizio che tutti i didatti dicono essere fondamentale per la formazione del giovane jazzista (chiaramente qui si parla di me…).

Ho anche un altro bellissimo ricordo connesso con O grande amor. Moilti anni fa, giravo con un gruppo di Bari che proponeva un repertorio interamente brasiliano. Paola Arnesano ne era la bravissima cantante e ad accompagnarla, oltre me all’armonica, c’erano Guido di Leone, chitarrista col quale ho registrato My Foolish Harp (RED RECORDS, 2009) e l’ultimo The Night Has A Thousand Eyes (Fo(u)r, 2014); Paolo Romano al basso elettrico, Michele Vurchio alla batteria.

All’epoca proposi di aggiungere anche questo brano di Jobim al già nutritissimo repertorio di Paola e Guido. Accettarono di buon grado e così coronai il sogno di suonarlo e di farlo nel contesto giusto, sperando ogni volta (invano) di essere capace di creare con la mia piccola cromatica una magia degna di quella di Getz.

In O grande amor, il suo tenore sembra quasi suonare un’improvvisazione tematica, andando a costruire una linea melodica che definirei “necessaria”. Mi dà quasi l’impressione di essere in presenza di un brano nel brano: un pensiero musicale così lucido e pulito da riuscire a competere – forse vince, addirittura – con la bellezza del tema propriamente detto.
Nonostante sia una linea molto semplice da suonare, si scopre che rendere con una trascrizione le reali intenzioni del solista sia cosa per nulla banale. Si considerino pertanto le note che ho trascritto soltanto come una traccia utile per provare a suonare a unisono con il grande Stan Getz usando uno strumento in C come la mia armonica cromatica.

L’intero brano è da suonare attuando un lungo legato tra note e frasi. Mentre sul sassofono e su tutti gli altri strumenti a fiato è un effetto abbastanza facile da ottenere in quanto le dita selezionano di seguito le note ponendole su un’unica, lunga emissione d’aria, sull’armonica risulta molto più difficile, a tratti impossibile, a causa dell’alternanza di note soffiate e aspirate che spezza il flusso d’aria. Altra raccomandazione: meglio non provare a suonarlo in presenza di figli piccoli, specie se muniti di trombetta. 🙂

SZ

http://it.wikipedia.org/wiki/Stan_Getz

Album: Getz/Gilberto

http://grooveshark.com/#!/profile/Stan+Getz+and+Jo+o+Gilberto/22192087

Visioni del futuro VS immagini del passato

Guardare-avanti-prima

4-Guardare-avanti-nuova-seconda-definitiva

 

 

3 Guardare-avanti-terza-definitiva

Guardare-avanti--nuova-quarta-definitiva

 

5 Guardare-avanti-quinta-definitva

SZ

Biblio-web-grafia:

Euclide, Ottica, a cura di Francesca Incardona, Di Renzo Editore

http://www.direnzo.it/dett_libri.php?recordID=8883232626

Congresso di Solvay, 1911

http://en.wikipedia.org/wiki/Solvay_Conference

Sottofondo: Bach, Passione S.Giovanni

http://grooveshark.com/#!/album/J+S+Bach+Chorale+Masterpieces/5385960

Gli Atti del Convegno “Comunicare Fisica 2012”!

Spettro-Elettro-Pubblico

Sono usciti oggi gli atti di un bellissimo convegno, parlo di ComunicareFisica 2012, al quale a suo tempo ho partecipato.

In quell’occasione, ho tenuto due talk: nel primo, descrivevo il mio spettacolo Storie di Soli e di Lune, mutuato dal mio omonimo libro di racconti uscito per i tipi della Giraldi nel 2009, focalizzando l’attenzione sulla strategia comunicativa che adotto ogniqualvolta lo porto in giro in osservatori, planetari, università, associazioni culturali, scuole.

L’altro intervento, invece, intitolato Bias genitoriale, verteva su una attività di divulgazione astronomica organizzata allo storico Osservatorio da 60 cm di Loiano e pensata espressamente per bambini molto piccoli (2 < età bimbo < 6).

Ricordo che il gruppo di Didattica & Divulgazione dell’INAF – Osservatorio di Bologna – gruppo al quale, assieme a Flavio Fusi Pecci, Sandro Bardelli, Roberto Bedogni, Antonio de Blasi e Roberto di Luca, appartengo anche io – all’epoca mi affidò il compito di guidare questa attività proprio nell’estate del 2012.

Nel talk, e nell’articolo che lo riassume, attuo un confronto critico tra l’interazione bambino-divulgatore in assenza del genitore e l’interazione bambino-divulgatore con il genitore presente in cupola.

Per chi fosse interessato, i due articoli che riassumono entrambi i miei interventisi trovano  proprio nel pdf scaricabile sul sito dopo essersi registrati e aver ottenuto la password dal sistema informatico.

Oltre ai miei articoli, nello stesso pdf troverete anche quelli di tutti coloro che hanno preso parte al convegno. Vi erano studiosi di enti privati come anche provenienti dall’INFN e, ovviamente, dall’INAF.

Spero possiate trovare la pubblicazione interessante

SZ

Qui gli atti del convegno:

https://www.lnf.infn.it/sis/frascatiseries/italiancollection/index_ita.php

Informazioni sul mio libro Storie di Soli e di Lune:

http://www.giraldieditore.it/index.php?option=com_abook&view=book&id=804:storie-di-soli-e-di-lune&catid=17:racconti&Itemid=175

 

ealihP

Si teme che il modulo Philae possa essere atterrato male, ritrovandosi dopo vari rimbalzi ad avere il dorso poggiato sulla cometa e i tre sostegni in alto

http://sploid.gizmodo.com/comet-landing-live-coverage-all-systems-go-for-lander-1657715708

Forse è solo un timore, attendiamo altre notizie.

Continuando allora l’analogia tra Rosetta-Philae e insetti e parassiti vari iniziata ieri su questo Blog, mi piacerebbe far dire a Squid (sono al lavoro e non ho con me l’occorrente per disegnare):

“Quando Philae si risvegliò una mattina da sogni tormentosi si ritrovò sulla cometa simile a un insetto gigantesco. Giaceva sulla schiena dura come una corazza e sollevando un poco la telecamera poteva vedere la sua pancia piatta, color metallo, suddivisa in grosse lastre piane. (…) Le sue tre zampe, pietosamente esili se paragonate alle sue dimensioni, gli tremolavano disperate davanti agli occhi eletttronici”

Liberamente tratto da “La metamorfosi” di F. Kafka

SZ

 

 

Cara Scienza, ti scrivo

Scrivere-di-scienzaPer lo SCRIBA FESTIVAL organizzato da Finzioni Associazione Culturale e dalla scuola Bottega Finzioni fondata a Bologna da Carlo Lucarelli, Giampiero RIgosi e Michele Cogo, parlerò di “Scrivere di Scienza”. Nella rilassatissima cornice domenicale de LA LINEA, storico e sinistrorso bar in centro, a Bologna, alle 11:00 di domani cercherò di raccontare in modo oggettivo (e un po’ “soggettivo”) cosa si intenda oggi per “scrivere di temi scientifici”. Che fate, venite a prendere un caffé? Io offro le chiacchiere 🙂 SZ http://www.scribafestival.it/index.html http://www.scribafestival.it/file/persone.html

Ecco un video riassunto della mattinata: https://www.youtube.com/watch?v=hnadnkzLJKI

Se avete pazienza per un minuto e 47 secondi, mi trovate mentre dico qualcosa di rischioso, in quanto estrapolato da chissà quale discorso

Dove i Telescopi (ancora) non vedono – Conferenza alla Specola bolognese

La notte che vorrei

La notte che vorrei

Domani pomeriggio, alle 16:00, nell’aula Magna della Specola Bolognese in via Zamboni 33, terrò una conferenza sul ruolo avuto da alcuni fantastici illustratori scientifici nel promuovere lo sviluppo dell’astrofisica ma anche, e soprattutto, delle tecnologie spaziali.

Questi incontri mensili sono organizzati dal Museo della Specola, dal Dipartimento di Fisica e Astronomia e dall’INAF-Osservatorio di Bologna. Ogni mese, un relatore dell’Osservatorio o del Dipartimento racconta a un pubblico che oramai ci segue attentamente da anni, una tematica inerente la nostra materia preferita.

Il titolo che ho scelto per la conferenza di domani è:

DOVE I TELESCOPI (ANCORA) NON VEDONO – La Luna e Saturno “osservati” con gli occhi di Scriven Bolton, Lucien Rudaux, Étienne Trouvelot, Chesley Bonestell

Sul finire del XIX secolo e fino al 1969, varie istituzioni, in testa la NASA, si sono servite della perizia di artisti, veri e propri visionari, capaci di dare un’idea pittorica dell’aspetto del cosmo immaginando di osservarlo da altri palcoscenici diversi dal nostro pianeta.

Colava la notte

Colava la notte

Raccontare di questo intersecarsi tra arte e scienza, spero abbia l’effetto di mostrare con forza quanto ci sia ancora da guadagnare da una contaminazione continua dei generi e delle culture.

Sull’argomento ho anche scritto un articolo che uscirà presto negli atti del recente Convegno (Maggio 2014) dell’U.A.I., Unione Astrofili Italiani, durante il quale ho tenuto per la prima volta questa conferenza.

SZ

L’articolo completo (in inglese) qui: https://zenodo.org/record/220977#.WMku5BBjHA8

http://davide2.bo.astro.it/

http://www.bo.astro.it/?page_id=271

Astronomia è guardarsi attorno

The-coloured-side-of-Italy

Direi Astronomi-cecchini quelli che il 17 Ottobre scorso sono riusciti a mirare con uno strano fucile un punto in cielo molto particolare: quello che ospita il satellite GAIA.

Il fucile è in realtà il telescopio da un metro e mezzo di diametro posizionato a Loiano, sull’Appennino tra Bologna e Firenze. Un’arma strana che, piuttosto che sparare proiettili per colpire e poi catturare qualcosa o peggio, qualcuno, ne riceve di innocui e li fa propri senza ferire nessuno.

I proiettili ricevuti sono innocui fotoni nel visibile e i cecchini sono l’Astronomo Alberto Buzzoni, il Tecnologo Italo Foppiani e il Tecnico Roberto Gualandi, tutti in forze presso l’INAF-Osservatorio Astronomico di Bologna. Anche se magari non lo crediamo possibile, in barba a presbiopia e miopia, problemi che affliggono almeno due di loro, i tre hanno centrato nel campo del telescopio il satellite GAIA, un puntino nero tra le stelle posto a un milione e mezzo di chilometri da noi.

La preda catturata da Buzzoni & Co. è quindi un satellite che orbita attorno al punto lagrangiano L2, un punto che cambia posizione nello spazio mantenendosi però fermo rispetto al sistema Terra-Sole.

Visitati per la prima volta nel 1722 dalla fantasia matematica dell’italo-francese Joseph Louis de Lagrange, luoghi come L2 sono particolari soluzioni del classico problema dei tre corpi – soluzioni che identificano cinque punti di equilibrio del sistema fisico – nel caso  speciale in cui uno dei tre abbia una massa di molto minore rispetto a quella di ognuno degli altri due.

Punti-Lagrangiani

Se i tre corpi sono il  Sole (massa pari a circa dieci alla trentatré grammi), la Terra (massa dell’ordine di dieci alla 27 grammi) e un satellite delle dimensioni di GAIA (ha una massa di due per dieci alla sei grammi), allora rientriamo perfettamente nella situazione appena descritta. Uno di questi cinque punti di equilibrio, quello che si indica con L1, è situato tra il Sole e la Terra, lungo la congiungente i centri della stella e del pianeta. Lì vi abbiamo posto da tempo SOHO, un altro satellite che osserva stabilmente il nostro astro.

Sempre lungo la retta congiungente i centri di Sole e Terra vi sono altri due punti di equilibrio. L2 giace oltre l’orbita terrestre, mentre L3, rispetto al Sole, sta dalla parte opposta alla posizione del nostro pianeta.

L’aspetto davvero affascinante dell’esistenza dei punti lagrangiani come L2 è che porre lì un ferro da stiro, un’automobile, mia zia o il satellite GAIA, equivale ad aver creato un nuovo, minuscolo pianeta del Sistema Solare che, pur orbitando attorno al Sole descrivendo un giro più ampio di quello tracciato dalla Terra, mantiene lo stesso nostro periodo di rivoluzione.

In pratica, un anno su GAIA equivale a un anno sulla Terra e questo in barba alla terza legge di Keplero che per luoghi via via più distanti dal Sole, prevederebbe tempi di rivoluzione più lunghi.

Ma a quale scopo quel satellite è stato messo lì? Una cosa è certa: così lontano da noi, di sicuro non servirà ad aiutare le telecomunicazioni o a gestire la rete di GPS.

La ragione per sfruttare un punto del genere è che lì ci si trova sul limitare della sfera di influenza gravitazionale della Terra (sfera di Hill), laddove basterebbe uno starnuto per far finire mia zia nella “giurisdizione gravitazionale” esclusiva del Sole o in quella della Terra, interrompendo bruscamente questa magia di gestione cooperativa tra la nostra stella e il nostro pianeta.

Avere quindi la possibilità di sincronizzare il satellite con i nostri movimenti, ci rende molto più facile il compito di controllarlo a distanza e, soprattutto, di riceverne i dati che gli abbiamo chiesto di raccogliere.

Quali dati? Beh, è arrivato il momento di svelare l’arcano: GAIA è un telescopio progettato per catturare la luce proveniente dalle stelle del nostro vicinato così da registrarne vari parametri, in primis la posizione.

La sua esistenza testimonia uno sforzo antichissimo: quello di catalogare la realtà con l’obiettivo di farci un’idea quanto più precisa possibile di come essa sia fatta. Da quell’eremo spaziale, GAIA attuerà un censimento delle stelle della galassia. Un obiettivo titanico perseguito da un consorzio internazionale che vede anche la partecipazione italiana e, in particolare, del gruppo dell’INAF bolognese.

Il padellone da dieci metri visibile nelle immagini che trovate in rete non è uno specchio, bensì una protezione contro i raggi solari che disturberebbero le osservazioni. Detto in soldoni, il satellite ha un lato interamente illuminato dal Sole, mentre dall’altra è del tutto al buio. Dieci metri di diametro del suo sombrero servono a creare sul lato in ombra una notte fittizia, scura e fredda, o, se preferite, una fase costante del pianetino GAIA.

Il Sole è ancora capace di inviare tantissima luce in quella zona: a ben vedere, stiamo parlando di un punto nello spazio lontano solo un milione e mezzo di chilometri da noi che ne distiamo quasi centocinquanta dalla nostra stella. Il telescopio di GAIA, quello responsabile del censimento, è quindi posto sulla Dark Side of The Satellite.

Top-GunDue parole le merita anche il fucile-telescopio con il quale è stato possibile catturare l’immagine di GAIA tra le stelle. Considerando solo gli strumenti ottici presenti sul suolo nazionale, quello di Loiano usato per questa caccia grossa risulta essere al terzo posto per dimensioni. Viene dopo il telescopio Cherenkov – uno strumento un po’ particolare, che meriterebbe un articolo tutto per sé – da poco installato a Serra la Nave (CT) e forte di uno specchio con diametro di quattro metri, seguito da quello di Asiago (VI) da un metro e ottantadue centimetri di diametro.

Se invece di considerare solo quelli posti sullo stivale e isole nostrane, ci ricordiamo anche dei telescopi italiani residenti all’estero (dopo la fuga dei cervelli, la fuga degli specchi? Sì, fuga dall’incredibile e selvaggio inquinamento luminoso delle nostre città), quello di Loiano, dove per un anno e mezzo anche io ho lavorato come assistente notturno alle osservazioni, slitta in quarta posizione.

Prepotente, entra infatti in seconda il telescopio Galileo che, con i suoi tre metri e sessanta centimetri di diametro dello specchio principale, osserva dall’alto dell’isola La Palma, nelle Canarie.

Quindi, ricapitolando, il telescopio di Loiano ha spiato GAIA che a sua volta spia il cosmo.

Avere spiato GAIA significa che l’allegra compagnia bolognese ha centrato un oggetto di dieci metri di dimensione posto a un milione e mezzo di chilometri di distanza da noi, una posizione che fa assumere al satellite una magnitudine pari a 21, quindi debolissima.

Tutto questo è stato reso possibile grazie al sistema di Tracking Differenziale messo a punto dal gruppo bolognese di tecnologi al quale fa capo Foppiani, e alla perizia del tecnico Gualandi.

Per capire la reale valenza scientifica di un simile risultato, sbircio nella pagina web approntata da Buzzoni e scopro che:

“La rilevazione di Gaia segna un punto importante per il nostro telescopio, dal momento che le difficoltà incontrate da ESA nel calcolo della luminosità attesa per il satellite, (diverse magnitudini più debole del previsto, una volta operativo in orbita), si sono dimostrate critiche per il contributo della rete di telescopi ottici a Terra alle operazioni di “station keeping” della nave. Questa “marcia in più” apre la via anche a tutti quei nuovi progetti osservativi (“di nicchia” ma potenzialmente molto competitivi) che riguardano lo studio (soprattutto spettroscopico e polarimetrico) dei NEO e dei PHO (“Potentially Hazardous Objects”, asteroidi e comete in flyby ravvicinato alla Terra). Sarà inoltre possibile utilizzare il telescopio per operazioni di validazione orbitale di satelliti artificiali (commerciali e scientifici) in orbita HEO e GEO terrestre e di caratterizzazione orbitale dei pericolosi “detriti spaziali” (space debris). Potrebbe attendersi, infine, un contributo competitivo del telescopio Cassini anche per il tracking delle future missioni di sonde in orbita perilunare e come supporto ottico al tracking delle manovre di gravity assist (entro circa 5 Milioni di km dalla Terra) delle prossime di missioni interplanetarie a Marte e oltre”.

E fa un po’ pensare il sapere che la big science, quella dei grandi progetti internazionali come GAIA e figlia di un nuovo sentire gigantico che impone gesti estremi come scagliare un telescopio a un milione e mezzo di chilometri da noi, offra occasioni per emozionarsi romanticamente. Lo fa con i mezzi tipici della little science, quella di un piccolo telescopio di classe due metri, posizionato sulla dorsale appenninica.

Da una parte vi è una moltitudine di persone che lavora a un immane progetto, quasi fosse il corrispettivo umano di un immenso corallo. Ognuna di loro è responsabile di una piccola frazione del progetto globale e ognuna di loro è intenta a lavorare vivendo in luoghi diversi del globo. I singoli ricercatori sono solo parzialmente a conoscenza di ciò che gli altri stanno facendo, ma sono comunque accomunati dalla visione scientifica di insieme e dall’emozione di far parte di una grande avventura umana e culturale.

Dall’altra vi sono tre persone che si conoscono da anni e che decidono di condividere una emozionante nottata di osservazione nella control room di un osservatorio. Diverse moka di caffè, probabilmente alcune pizze margherita, da asporto, e tante speranze individuali e collettive da raccontare l’indomani ad amici e comunità scientifica.

Da una parte, compiacimento wagneriano; dall’altro, composta gioia pascoliana.

Una nuova danza estremamente affascinante si svolge davanti ai nostri occhi, tra spinte necessarie e passioni vissute alla vecchia maniera. Mi sembra vengano reiterare dinamiche di più di un secolo fa e, a ballare questa danza, sono ancora romanticismo, positivismo, e una certa critica reciproca, biunivoca, a tratti decadente, che serpeggia tra due fazioni del mondo della ricerca.

Buzzoni, un astronomo molto sui generis (da giovane correva i 100 metri ed era un valente  pianista jazz…), intervistato, descrive così la sua gioia per il risultato ottenuto:

Da una vita me ne sto col naso all’in su a guardare le galassie lontane e le “astronavi” vicine e forse è a questo che devo la mia cervicale… Stavolta ho visto la preda direttamente nel suo nido, in cima all’Everest celeste.

Insomma, quando ci impegniamo, qui sulla Terra scopriamo di essere eredi dell’arte del celeste Orione, ma anche di aver fatto compiere una notevole evoluzione al concetto stesso di “caccia”. Diciamocelo pure, e con un certo vanto: i nostri fucili astronomici sono oramai le armi più precise in assoluto. Oltre tutto, sono le armi dalla gittata più lunga: esse sparano più lontano di quelli di qualsiasi altro cacciatore che imbracci una doppietta.

Mi correggo: i nostri fucili telescopici si fanno sparare da sempre più lontano, andando a catturare immagini della realtà che ci circonda anche laddove pochi sospettano che vi possa essere qualcosa a sparare fotoni.

Apprezzerei molto che il cacciare fosse sempre e solo questo, ovvero un’attività che non preveda più inutile spargimento di sangue per assumere definitivamente il significato di catturare immagini del mondo che ci circonda per meglio capirlo e classificarlo. Bello è sapere che già da tempo qualcuno vi si dedica – si pensi, ad esempio, agli amanti del bird-watching e di fotografia naturalistica in generale – e che per gli astronomi è sempre stato così, e così continuerà sempre a essere. Amen.

Per sapere come è fatto il mondo, bisogna girarlo. Sapendo però che il mondo gira anche senza il nostro aiuto, a noi non rimane da fare altro che guardarci bene attorno.

Ecco, se vogliamo, l’astronomia è proprio questo: guardarsi attorno, in un “attorno” sempre più ampio.

L’orizzonte di alcuni è dato da una beccaccia in volo. Uno scenario limitato nello spazio e nel tempo, che finisce con un “bang”.

Quello dei nostri amici bolognesi il 17 Ottobre passava da L2.

Loro, ma anche altri colleghi, di solito osservano molto, molto più lontano di L2, trovando un orizzonte finito, iniziato con un big bang e in continua espansione.

Chissà, un giorno magari beccheremo anche beccacce aliene e scopriremo che da qui sarà difficile colpirle in quanto protette dalla legge.

Si tratta di una legge fisica.

E, ve lo garantisco, a essa niente e nessuno sfugge.

SZ 

 

Sottofondo: ovviamente The Dark Side of the Moon, dei Pink Floyd

http://grooveshark.com/#!/album/The+Dark+Side+Of+The+Moon/9730519

 

Per saperne di più, consiglio i seguenti link:

Ma quant’è bella Gaia dai colli bolognesi

http://www.bo.astro.it/~eps/buz11401/Gaia.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Cherenkov_Telescope_Array

http://it.wikipedia.org/wiki/Punti_di_Lagrange

 

 

 

 

 

Ancora un appuntamento bolognese

Adamo-2

Domani, Venerdì 31 Ottobre, alle 16:45, sarò di nuovo nell’Aula Magna dell’Associazione Istituto Carlo Tincani per la ricerca scientifica e la diffusione della cultura che ha sede in via Riva Reno 55, a Bologna.

Stavolta terrò una lezione sul Sistema Solare, raccontandolo come ho fatto nel mio libro “Pianeti tra le note – appunti di un astronomo divulgatore” pubblicato nel 2009 dalla Springer nella collana iBlu.

E ancora una volta ad accompagnarmi e a fare da filtro tra me e quel pubblico che lo conosce da tempo, vi sarà Flavio Fusi Pecci, astronomo ordinario, persona straordinaria.

Chissà, magari qualcuno di voi riuscirà a venire…

SZ

http://www.springer.com/astronomy/popular+astronomy/book/978-88-470-1184-7

Un appuntamento bolognese

Disegno-tèssera

Oggi, Venerdì 24 Ottobre, alle 16:45, nell’Aula Magna dell’Associazione Istituto Carlo Tincani per la ricerca scientifica e la diffusione della cultura che ha sede in via Riva Reno 55, a Bologna, terrò una lezione sui rapporti tra astronomia, musica, pittura e fumetto.

A moderarmi, punzecchiarmi, contrastarmi e stimolarmi ci sarà il mio mentore, il professore Ordinario ed ex direttore dell’Osservatorio Astronomico di Bologna Flavio Fusi Pecci. Definirlo un personaggio è dir poco e chi lo conosce, sa già che la sua presenza significa che ci sarà da divertirsi.

Trattandosi di una libera università con tanto di corsi, docenti (sono annover tra questi…) e iscritti, non sarà di certo una lezione aperta al pubblico.

Questo riduce di molto la possibilità che qualcuno domani venga da me a dirmi: ho saputo di questa iniziativa dal blog e sono venuto a conoscere la “controparte materica” di Squid Zoup.

In ogni caso, ho ancora un po’ di ore per immaginarlo possibile.

E lo farò.

SZ