Il MEDIUM È IL RUMORE – piccola apologia delle fake news

NOUS

Illustrazione apparsa per la prima volta sul trimestrale SISSA News, house organo della Sissa di Trieste

Affrontando un articolo scientifico, attraverso varie fasi che immagino, mi accomunino a tutti i miei colleghi alle prese con la stessa attività.

Se non so per altre vie (come, ad esempio, quella offerta dall’efficacissimo passaparola) che quel tal lavoro può interessarmi, mi faccio condurre nella scelta dalle parole chiave che mi facilitano la sua ricerca nei vari motori di ricerca, generalisti o specialistici che siano.

Come è ovvio che sia, anche nel caso di un articolo scientifico il titolo gioca un ruolo fondamentale: può avere un carattere squisitamente informativo o, se gli autori sanno giocare bene con le parole e se il tema lo consente, può esibirne uno più ammiccante e provocatorio che non faccia però rinunciare al primo, fondamentale obiettivo: spiegare il contenuto dell’articolo così da accalappiare un lettore che già di suo non chiede altro se non di essere accalappiato.

Detto così, il compito dovrebbe risultare abbastanza facile, e in effetti lo è.

A differenza, infatti, del caso di articoli pubblicati su testate non specialistiche per i quali il problema è che il lettore è di solito distratto da pensieri suoi, dagli annunci pubblicitari e da chissà quali altri fattori ambientali – una situazione nella quale è di fondamentale importanza usare titoli capaci di catturare l’attenzione su un qualsiasi tema pur sapendo che difficilmente la “cattura” durerà per più di pochi secondi – nel caso delle riviste scientifiche, l’editore sa già che il suo lettore medio 1) desidera/deve leggere quell’articolo; 2) per farlo, deve concedersi un tempo anche molto lungo così da comprenderlo sul serio; 3) non desidera “fronzoli” e abbellimenti stilistici, preferendo piuttosto una scansione dei temi che sia sequenziale e logica, nonché uno stile asciutto, non ambiguo, diretto.

Dopo il titolo, la prima cosa che si legge di un articolo scientifico è l’abstract, ovvero un riassunto del contenuto dell’intero pezzo che consenta al potenziale lettore di comprendere il contesto, gli obiettivi, il metodo della ricerca cui l’articolo si riferisce. Tutto ciò mette il potenziale lettore in condizione di comprendere definitivamene se il sospetto generato dal titolo che lì si parla di cose di suo interesse è confermato o meno.

Se, dopo averlo letto, continuerà a essere convinto che quell’articolo gli serva, andrà avanti affrontando l’introduzione e, di seguito, tutte le sezioni previste da una certa “maniera” necessaria e necessariamente logica di organizzare i contenuti fino alla conclusioni finali.

Spesso mi capita di non capire alcuni passaggi, alcune formule, alcuni rimandi a teorie e risultati che non ricordo o che giacciono in altri articoli ancora da leggere.

Negli anni ho imparato a saltare a pie’ pari questi “fossi” presenti lungo il sentiero, ripropondendomi di tornarci su alle letture successive (la rilettura è d’obbligo) e proseguo oltre aggrappandomi alle cose che so, che comprendo o che, consapevole di essermi lasciato alle spalle delle lacune, penso e spero di avere compreso.

Se, nonostante le lacune che ho lasciato inesplorate, riesco ad arrivare fino in fondo, attuo un confronto tra ciò che penso di aver compreso e quanto prometteva l’abstract.

Le due cose coincidono?

Se la risposta è sì, allora posso dire di aver più o meno compreso l’articolo e la mia autostima prende valori > 0, altrimenti, con una valutazione delle mie capacità e competenze pari o minore a zero, cerco gratificazioni altrove, ripromettendomi di prendermi la rivincita dopo attenta e fantascientifica rivisitazione di tutte le materie universitarie (delle quali, nel frattempo, il mio cervello ha trattenuto solo una frazione piccola e, a quanto pare, inutile).

Ho usato l’esempio di ciò che (mi) accade durante la lettura di un articolo scientifico perché ritengo che si tratti della forma di attenzione più alta che un autore possa attendersi da un suo lettore: un’attenzione lenta, pesata, reiterata e critica nei due sensi: la si esercita nei confronti di ciò che si legge e nei confronti di chi legge.

Inoltre partire da questo genere di resoconti scientifici vuol dire iniziare il discorso andando direttamente alla fonte delle cosiddette fake news: notizie false e spesso tendenziose che diventano tali nei numerosi passaggi e filtraggi alle quali sono sottoposte le ricerche scientifiche non appena vengono comunicate e man mano che passano dal laboratorio ad alcuni tra radio, televisioni, giornali e riviste cartacee e on-line.

Supponendo che la lettura dell’articolo scientifico non abbia dato esiti così negativi, la mia comprensione di quel lavoro sarà “a macchia di leopardo”: una somma di informazioni abbastanza sconnesse, tenute insieme dalla bolla dalle pareti sottilissime dell’abstract e messe in relazione le une con le altre grazie a mie ricostruzioni del tessuto mancante tra le parti dell’articolo in cui mi sono invece dimostrato capace di decifrare il discorso.

La comprensione così raggiunta, se non completata con successivi ritorni e integrazioni dei dati che mi mancavano al momento della prima lettura, farà di me un vettore di informazioni frammentate, quindi non così attendibile se posto di fronte al compito di riferirle ad altri.

Quei “ponti” logici – come, del resto, la mia stessa comprensione, vera o presunta, dei passi dell’articolo che mi risultano più chiari – rifletteranno miei modi di ricucire gli strappi, modi che prevedono l’uso di “fili e spilli” appartenenti a un mio baule di “pezze d’appoggio” che potrebbero avere un’origine e un carattere solo in parte scientifico.

Qualcosa che potrebbe anche risultare interessante, affacinante, illuminante, ma che molto probabilmente avrà l’effetto indesiderabile di generere rumore.

Se, nonostante tutto, deciderò di comunicare ciò che penso di aver capito, la mia propagazione delle informazioni che ho realmente compreso o solo nebulosamente intuito sarà quindi affetta dalla inevitabile e subdola presenza di questo rumore che io stesso ho introdotto nella mia comunicazione.

Nel gioco continuo delle trasmissioni, delle ricezioni e delle nuove trasmissioni a opera di individui che prima costituivano il mio pubblico, la mia trasmissione originale potrebbe quindi, in ultima analisi, risultare essere una emissione del solo rumore.

Infatti, in presenza di persone-recettori che si dimostrano, per loro attitudini personali, sensibili esclusivamente alle frequenze spurie che più o meno consapevolmente un emettitore come me produce, a loro volta, privi come saranno dell’informazione vera e/o della capacità di comprenderla, propagheranno e amplificheranno il rumore puro. Dopo vari step esso potrebbe arrivare ad assumere addirittura il ruolo di vero messaggio.

Fin qui nulla di nuovo.

Il processo ci è noto e assomiglia fin troppo al gioco del “passa-parola” col quale tutti da bambini ci siamo trastullati almeno una volta.

Il riconoscimento di pattern visivi, acustici, verbali, … dipende dall’antenna emittente che seleziona il messaggio e la modalità della sua trasmissione, ma è normale che la sua ricezione da parte di altre antenne umane risentirà di bias analoghi legati alla loro “impedenza”, alla loro capacità di riprodurre il concetto o alla loro capacità di empatia – qualcosa che pretendiamo essere una caratteristica generale di un individuo, ma il cui valore poi si scopre essere funzione anche di chi si ha di fronte.

Questo comporta che sentendo un discorso in autobus, guardando un cartellone pubblicitario, leggendo un articolo – tutti messaggi creati da qualcuno affetto da suoi bias personali stimolati, anche loro, da chissà chi o cosa – il nostro cervello coglierà sì l’”embedding” generale (l’abstract), ma selezionerà alcuni particolari con i quali risuoniamo più facilmente.

Col tempo, che ci piaccia o no, potrà capitare che quel particolare diventerà ogni giorno di più il sunto, il vero significato di quello che all’origine era un messaggio più complesso e articolato.

Se oggi questi concetti non costituiscono una novità, lo erano invece negli anni Cinquanta allorché, a causa della crescita della complessità delle linee telefoniche, ci si pose per la prima volta il problema di compiere una analisi quantitativa della propagazione dell’informazione.

Possiamo rivedere il filmino della nascita di queste domande rileggendo il seguente passo tratto dal libro del 1950 Introduzione alla cibernetica di Norbert Wiener1:

Con l’introduzione dei sistemi delle correnti vettrici, le linee telefoniche sono state impiegate nella trasmissione dei dispacci con un rendimento sempre più alto. È sorto così il problema della quantità di informazioni che può essere inviata attraverso una linea, e, collegato con esso, il problema della misura delloinformazione in generale. Entrambi questi problemi sono diventati più pressanti allorché si è scoperto che la presenza stessa di correnti elettriche su una linea determina quelli che si chiamano disturbi di linea, che confondono i messaggi e ontroducono un limite massimo alla loro capacità di trasmettere informazioni. I primi controbuti alla teoria dell’informazione furno informati dal fatto che essi gnroavano i livelli di disturbo e tuttle le altre qualntità di natura accidentale. Solo quando l’idea della casualità fu perfettamente compresa, e fu quindi possibile applicare i connessi concetti di probabilità, il problema della capacità di trasmissione delle linee telegrafiche e telefoniche poté esere formultao rigorosamente. Fu chiaro allora che il problema della misura della quantitè di informazione s’identificava con il problema connesso della regolarità o della irrefgolarità di un modello. (…) È stato provato che il concetto di informazione è soggetto a una legge analoga, e cioè che un messaggio, nel corso della trasmissione, può perdere spontaneamente il suo ordine, ma non può mai acquistarlo. Per esempio, se in una converssazione telefonica si parla mentre interferiscono fortiu disturbi di linea, così da causare una considerevole perdita di energia nel messaggio principale, la persona che riceve all’altro apparecchio può non intendere alcune delle parole che sono state detto e dovrà quindi ricostruirle sulla base del significato del contesto. Così pure nella trduzione di un libro da una lingua a un’altra non si puà rendere l’esatto significato dell’originale perché fra le due lingue non esiste una precisa equivalenza.

 Wiener poi prosegue e nel passo successivo il suo discorso prende la forma proprio di ciò che sto tentando di raccontare in questo articolo:

 Un’applicazione interessante del concetto di quantità di informazione si può trovare nei complessi dispacci telegrafici trasmessi in occasione del Natale o dei compleanni o in altre circostanze particolari. In questi casi il testo del messaggio può essere anche di una intera pagina, ma ciò che è trasmesso è semplicemente la cifra di un codice, come ad esempio C7, che significa il settimo dispaccio convenzionale da inviarsi in occasione dei compleanni. Questi messaggi speciali sono possibili appunto perché i sentimenti espressi sono meramente generici e convenzionali. Se il mittente volesse manifestare una certa originalità di sentimenti, non potrebbe più usufruire delle tariffe ridotte. Il significato del dispaccio a tariffa ridotta è sproporzionatamente piccolo rispetto alla lunghezza del testo. Ancora una volta, quindi, osserviamo che il messaggio è un modello trasmesso che acquista il suo significato per il fatto di esere stato scelto tra un gran numero di possibili modelli. La quantità di significato può essere misurata. Può darsi infatti che quanto meno un messaggio è probabile, tanto più esso comunichi un significato perfettamente ragionevole dal punto di vista del nostro senso comune.

 Mutatis mutandis, dovremmo quindi dire che “quanto più un messaggio è probabile come può essere una comunicazione scientifica, quindi precisa, scritta dallo scienziato A per il collega B e fatta recapitare a lui e solo a lui, tanto meno esso comunica un significato perfettamente ragionevole dal punto di vista del nostro senso comune”.

Tutto questo panegirico mi serve solo ad arrivare al seguente concetto: molto probabilmente quelle che indichiamo come fake news altro non sono che rumore spesso non voluto, ma inevitabilmente generato dall’intersecarsi caotico dei numerosissimi circuiti sociali che veicolano tutte le variazioni rumorose e meno desiderabili, quindi meno prevedibili, di un messaggio iniziale che viene continuamente tradotto e cristallizzato in memi più facilmente riconoscibili.

Se vogliamo, una fake new è la diva delle notizie e, come a tutte le vere dive, non sempre le si chiede di essere brava, colta, corretta. Basta che sia pop, quindi bella e carismatica.

Con questo non voglio certo scagionare quanti cavalcano consapevolmente e per fini propri e non condivisibili, la comoda propagabilità di notizie false. Essendo una diva, attorno a lei ruoteranno sempre interessi di qualche tipo.

Mi affascina tantissimo l’idea di chi in prima approssimazione associa la società a un sistema fisico che, vista così, risponde agli stimoli esterni con modi vibrazionali propri: essa assorbe in modo molto naturale parti dell’informazione – quelle che incontrano i moltissimi “modi propri” della “massa” – e smorza alcune armoniche (nella metafora, parti fondamentali dell’informazione) che nell’urto con l’informazione dura, che andrebbe invece com-presa, vengono dissipate.

La massa quindi privilegia alcuni input che “risuonano” più facilmente in quanto più compatibili con la sua struttura sociale, con la sua elasticità, con la sua deformabilità e con i suoi “calori specifici”: tutte metafore rese possibili dalla grande quantità di accezioni e usi dei vocaboli della nostra lingua che, fluidissima, prende la forma dei contesti in cui viene usata.

A questo livello di approssimazione, credo che la società con tutte le sue parti, vista come sistema fisico interconnesso, non vada solo giudicata con metri etici, meritando anche una analisi “acustica” o basata sulla teoria dell’informazione, cosa che si fa con tutti i sistemi fisici complessi.

In un sistema fisico come un filo usato per trasmettere musica, alcuni parametri rivestono particolare importanza: la densità, la tensione, la già citata impedenza, …

Analoghi di questi parametri credo siano facilmente reperibili in un sistema sociale e lo sono ancora di più in un momento storico in cui tutti noi, vere e proprie antenne umane o sinapsi di un nous diffuso, siamo in connessione grazie ai vecchi media e soprattutto a una gran quantità di nuovi, potentissimi strumenti ogni giorno più efficaci.

La densità con la quale ci presentiamo al segnale esterno potrebbe essere di tipo culturale, quindi misurabile con vari strumenti forniti ad esempio dall’ISTAT, da OBSERVA e da altre agenzie e istituzioni che si occupano di fotografare la nostra nazione misurandone le varie dimensioni e calcolandone i valori dei parametri fondamentali.

Tali istituzioni si sforzano di osservare la realtà alla vecchia maniera, quindi usando statistiche del tutto differenti da quelle che invece stanno modellando da dentro la nostra società: mi riferisco ai meccanismi della rete che alimentano il problema dei big data.

Un problema che ho cercato di comprendere meglio leggendo Che cosa sognano gli algoritmi2, un libro interessante scritto dalla sociologa Dominique Cardon nel quale, tra le altre cose, si legge:

Al contrario del mondo naturale osservato dalla scienza, la società adatta il proprio comportamento alle informazioni statistiche che vengono fornite si di lei. L’ideale dell’oggettività strumentale delle scienze naturali è essenziale per fissare dei “fatti”. Esso infonde agli oggetti statistici la fiducia di cui hanno bisogno per inquadrare il dibattito pubblico. Tuttavia nella nostra società dei calcoli, è sempre più difficile misurare mantenedosi in una posizione esterna. I principali indicatori della statistica sociale sono accusati di non sapere rappresentare correttamente. Soggetti a sospetti metodologici e a presunte strumentalizzazioni, essi hanno perso credito. Negli anni Settanta, la sociologia aveva contribuito a produrre rappresentazioni di insieme delle categorie socioprofessionali, permettendo così di allestire un quadro della società e di far emergere delle inequaglianze nelle traiettorie della mobilità sociale o nell’accesso alla formazione scolastica o ai beni culturali. Le politiche neiliberai degli anni Ottanta hanno contribuito a far perdere autorevolezza a tali categorie, assegnando nuovi usi agli strumenti statistici: questi, ormai, più che a rappresentare la realtà, servono ad agire su di essa. (…) Le verità statistiche sono diventate strumentali: ciò che importa non è più il valore proprio della cifrà, bensì ‘evoluzione del valore misurato tra due registrazioni- “Non appena una misura diventa un obiettivo, essa cessa d’essere una buona misura”, sottolinea la famosa legge di Goodhart. Ma agli indicatori è stata assegnata anche un’altra finalità: trasformare in calcolatori gli attori stessi, inserendoli in un ambiente che detti loro i mezzi pe automisurarsi e allo stesso tempo lasci loro una certa autonomia. Mal connessi l’uno con l’altro, gli indicatori in gatteria conon costituiscono più un sistema. La competenza dei calcolatori soppianta l’autorità professionale. Il fatto che le misure siano false non è più considerato un problema.

 Queste considerazioni, una volta coniugate con il concetto di entropia e di sua propagazione, credo spieghino bene l’ineludibile esistenza e circolazione di fake news. Esse, similmente alle persone più o meno famose che le partoriscono o le amplificano, che siano essi influencer, youtuber oppure oscuri produttori di contenuti pagati o meno per farlo, nascono in modo spontaneo anche grazie all’intima struttura che abbiamo dato alla rete, la quale agisce cercando di

Impiantare un ciclo riflessivo che porti gli attori a sapersi osservati da un sistema metrico e a orientare le loro azioni secondo gli effetti che esse avranno sulla misura. Le misurazioni servono a fabbricare il futuro. (La realtà) non viene più misurata dall’esterno, bensì dall’interno. (…) Così diventa sempre più frequente che una misura di una attività sia presa per una misura del fenomeno sul quale si esercita tale attività: il numero delle denunce di donne che vengono pucchiate diventa il numero delle donne che vengono picchiate, i ricercatori più citati diventano i migliori, i licei che hanno i migliori risultati agli esami di maturità sono le scuole migliori ecc.

 Stando così le cose, non dovremmo sorprenderci della grande diffusione di notizie sbagliate, almeno di quelle scientifiche, dato che, proprio come spiegato nelle citazioni precedenti, anche la valutazione della qualità della ricerca è stata oramai affidata all’automisurazione del mondo scientifico compiuta mediante l’uso di parametri come l’impact factor o l’h-index3

Per quanti “clic” possa totalizzare un articolo scientifico, per quanti ricercatori possanno leggere un certo lavoro, la sua traduzione divulgativa irrimediabilmente affetta da rumore e messa in circolazione nei siti dei giornali a grande diffusione avrà un impatto di gran lunga più grande nel mondo esterno, rendendo il rumore che ha preso il posto della notizia decisamente più conosciuto, comprensibile, affascinante dello stesso concetto scientifico originale. Parimenti, il giornalista, o colui che millanta di esserlo, responsabile della diffusione della fake new, sarà considerato di gran lunga più autorevole e meritevole dell’ignoto scienziato, rimasto molto indietro, a monte del processo.

Il mondo scientifico mi sembra che stia cercando di organizzarsi per adattarsi a questi nuovi trend, anche se trovo che spesso lo faccia in modi discutibili e alquanto maldestri, rendendosi a sua volta responsabile della generazione di altre notizie false.

Mi riferisco, ad esempio, al tentativo di fare apparire che a compiere una scoperta sia stata una sola persona scelta nel gruppo seguendo alcune mode del momento storico o per presunte qualità estetiche che dovrebbero rendere la ricerca collettiva, il team, l’istituzione di appartenenza più sexy, più telegenica, più facilmente cliccabile dai fruitori generici.

Far collassare il lavoro di intere equipe, spesso numerosissime, sulla faccia e il nome di una o due persone penso sia anch’essa una imperdonabile fake new, stavolta prodotta dal mondo scientifico, che non credo porterà grandi vantaggi, generando piuttosto 1) false aspettative del pubblico, 2) false immagini della scienza moderna sempre più alla ricerca di eroine ed eroi che, col loro volto, facciano dimenticare come nel frattempo la ricerca, avendo perso quel carattere romantico riassumibile con l’idea del singolo scienziato seduto al suo tavolino, sia diventata big science e 3) grandi frustrazioni di tutti gli altri componenti i gruppi di lavoro che si vedono adombrati, ridotti a un cognome e una iniziale nell’intestazione dell’articolo scientifico che in pochissimi leggeranno.

Se per un attimo immaginiamo i due contenitori sociali, quello nel quale vi sono gli scienziati e quello che contiene il pubblico, separati da una porticina, ci siamo messi nelle condizioni di un famoso esperimento mentale. Un diavoletto pensa di poter cambiare le cose selezionando notizie, volti, nomi facendoli transitare da un serbatoio all’altro.

Tra l’altro, questa osmosi tra i due ambienti fa sì che, una volta chiusa la porticina giusto in tempo per far filtrare concetti dal mondo della ricerca all’altro impedendo il percorso opposto, rende il processo irreversibile. Non si può agire più di tanto su quanto avviene nel pubblico che, caotico, procede lungo le vie evolutive che gli sono proprie. Il ritorno sui concetti originari come quello che leggendo un articolo scientifico si compie per capire davvero cosa lì vi è scritto non è ammesso: la fonte dell’informazione è praticamente esclusa dal processo.

L‘unico modo è che essa filtri nel mondo di qua, nel mondo occupato dal pubblico, al seguito del suo prodotto, della sua scoperta, e nel farlo diventa pop. Inutile attendersi che qualcuno vada a stanarla nel mondo dietro la porticina: il diavoletto non lo consente.

Credo che alla fine scopriremo ancora una volta, e per via sociale, la validità del secondo principio: l’entropia globale aumenterà lo stesso e forse lo farà più velocemente del solito. In generale, facciamo divulgazione in modi che assomigliano ancora a quelli in voga quando le categorie sociali di cui parla la Cardon erano reali, statiche e non fluide, continuamente sottoposte, come oggi sono, a ridefinizione dei loro confini.

Il gioco di far passare le notizie scientifiche più capaci di altre di eccitare il pubblico da quella porticina fa aumentare il temperatura sociale: la gente si “accalora” per un tema e l’energia così si disperde in modo caotico e non recuperabile, mentre nell’ambiente di ricerca altri si deprimono e si “raffreddano” per il fatto che gli è stato negato di passare di là, rimanendo nel posto più freddo, meno osservato, più buio.

No, questo non credo sia un calo di entropia. Credo sia morte termica: calo di entusiasmi da una parte, ricerca dei riflettori e di finanziamenti dall’altra, generale diminuzione del livello del dibattito scientifico e sociale.

Infine, poi, se pensiamo che gli stessi specialisti di una certa disciplina sono fruitori generici delle discipline altrui, il quadro caotico credo sia completo.

Non credo ci sia al momento una soluzione.

Tutti noi speriamo che il pubblico premi il nostro sforzo divulgativo prendendo la decisione di approfondire ciò che raccontiamo, ma questo non potrà mai impedire la nascita di inevitabili misunderstandings che ci renderanno certi non tanto della crescita della consapevolezza di dove la scienza stia andando, ma solo della crescita esponenziale delle “eresie scientifiche” che in ogni istante vengono prodotte a causa dell’impossibilità di comunicare un concetto in una forma che rispetti la sua originale correttezza formale: per quanto le locuzioni da noi usate per tradurre dati e formule siano caute e asciutte, non avremo nessun controllo sulla loro traduzione istintiva operata all’altro capo del telefono.

So che di solito le fake news, oltre a molta rabbia, generano reazioni come quella di Barbujani il quale, in un accorato articolo sul Domenicale del Sole 24 Ore di ieri in cui parla del sul suo incontro da genetista con questo problema, scrive:

Su una cosa non ho dubbi: tutto questo non va bene. (…) Per poter leggere Proust bisogna cominciare con la grammatica. Ammetto che ho delle belle pretese: pretendo che i lettori, a letto o sul sofà, si concentrinio, diciamo, su come e perché si formano le ali dei moscerini.

Concordo del tutto con il genetista, ma forse, per ridurre (eliminare credo sia impossibile) il serpeggiare di teorie bislacche sul mondo, più che la scienza, dovremmo insegnare la filosofia della scienza e l’etica dell’agire scientifico, curando però di non coniugare entrambe con la paura della materie cosiddette “dure” (che poi è quello che a volte capita nelle scuole…), ma solo il rispetto e la cautela che certe discipline esigono.

Il pubblico generico – una categoria alla quale, in tutte le situazioni meno quelle poche che ci vedono esperti, tutti, nessun escluso, apparteniamo – non sarà mai capace di affrontare le real news di tutte le discipline apprendendole dagli innumerevoli articoli specialistici che di continuo vengono prodotti (si sa: bisogna pubblicare. Serve a far salire ricercatori e università nei rankig internazionali…).

La conversione, poi, di un linguaggio scientifico preciso, composto da pochi termini, numeri, formule, grafici, dati, … in un altro verboso o di sole immagini, un processo tipico di molta divulgazione (forse tutta), viene di solito paragonato all’operazione del tradurre. A tal proposito, cito di nuovo il Wiener quando afferma:

Così pure nella traduzione di un libro da una lingua a un’altra non si può rendere l’esatto significato dell’originale perché fra le due lingue non esiste una precisa equivalenza, In queste condizioni, il traduttore ha soltanto due soluzioni: o impiegare frasi che sono più generiche, più vaghe di quelle dell’originale e che certamente non conservano tutto il significato emotivo del testo originale, oppure alterare l’originale introducendovi un messaggio che non è precisamente quello del testo e che possiede un significato diverso da quello che l’autore ha voluto attribuire al testo. In entrambi i casi, qualcosa dell’idea dell’autore è andata perduta.

Se nel testo precedente sostituiamo emotivo con scientifico, e calcoliamo la degradazione del messaggio iniziale ottenuta dopo n traduzioni compiute da parte di persone non informate dei fatti, probabilmente otterremo un risultato insperato: che la mole di notizie sbagliate con le quali ci troviamo ad avere a che fare è minore di quella con la quale potremmo trovarci a combattere.

Ma a questo punto sorge una domanda fondamentale, stimolata dalla lunga intervista pubblicata su Robinson di ieri e rilasciata a Enrico Franceschini da Ian Mc Ewan. Parlando del suo ultimo romanzo Macchine come me, l’autore racconta:

In testa al libro ho messo un’epigrafe di Kipling: gli uomini non sono fatti per distinguere la verità dalla menzogna. Ovvero non sempre capiscono se la persona che hanno di fronte racconta balle. Un robot potenzialmente sì. E questo potrebbe sembrare un progresso. Ma come sarebbero le relazioni umane se tutti sapessimo, tutto il tempo, cosa pensa la persona che abbiamo davanti? Credo che non resterebbe in piedi alcun matrimonio. (…) Il mio non è un elogio della menzogna. Ma ci sono menzogne che effettivamente si dicono a fin di bene. (…) E in assoluto non credo che un mondo perfetto, in cui sappiamo tutto, sarebbe più felice di quello attuale, in cui ci accontentiamo di cercare di capire, procedendo nel buio, fra sprazzi di luce

In conclusione, forse le fake news ci danno, più delle statistiche che sfruttano strani parametri e diversi indicatori, una misura in termini di temperatura di quanto la società sia ancora viva e risponda come può (ma almeno risponde…) ai pizzicotti e ai morsi che i beccamorti le infieriscono. Va a finire che per imanere umani, ci serve proprio non sapere fino in fondo la verità su nulla (in particolare, continuiamo a mentire, vi prego, sull’amore).

Quando Wiener nel 1950 scriveva:

La società può essere compresa soltanto attraverso lo studio dei messaggi e dei mezzi di comunicazione relativi ad essi; nello sviluppo futuro di questi messaggie mezzi di comunicazione, i messaggi fra l’uomo e le macchine, fra le macchine e l’uomo, e fra macchine e macchine sono destinati ad avere una parte sempre più importante.

ci invitava a guardare il fenomeno da una certa distanza, oggettivizzandolo, quindi oggettivizzando noi stessi (da notare che dimentica di parlare di messaggi tra persone e persone. Che avesse già intuito come saremmo finiti a usare sempre una interfaccia informatica per palrare con i nostri simili?)

Propongo una ulteriore, possibile lettura del fenomeno fake news: riempire il mondo e la rete di idee strampalate potrebbe finanche salvarci dal collasso previsto da molti i quali vedono nell’avvento di robot e dell’intelligenza artificiale la prossima fine dell’umanità.

In realtà, a differenza di quanto accade nei romanzi di fantascienza dove macchine e uomini vivono fianco a fianco, ma senza mescolarsi, stiamo insegnando alla rete e alle macchine ad assomigliarci in molti nostri aspetti, anche quelli più deteriori (vedi i ranking universitari truccati…).

Insomma, stiamo insegnando alle macchine quanto siamo furbi, quindi, inconsapevolmente, stiamo insegnando ai circuiti elettronici come fare i furbi dicendo, calcolando balle o verità parziali.

La rete è già alleata di molti che la manipolano e sta imparando, in ogni momento, i nostri piccoli trucchetti per sopravvivere.

 

SZ

 

1 – Wiener, Norbert, Introduzione alla Cibernetica – L’uso umano degli esser umani, Bollati Boringhieri, 2012

Un appunto di una certa importanza, almeno credo. Al fine di mettere alla prova la mia reale comprensione del testo che, in alcuni punti tra quelli citati, mi sembrava un po’ ambiguo, ho cercato in rete la versione in inglese. Trovatola, ho scoperto che molti capoverso del primo capitolo di quella versione originale non compaiono nella traduzione italiana e che, parimenti, alcune delle parti cui faccio riferimento trovate in quella italiana, non si trovano in quella inglese. Spero qualcuno sappia darmi lumi su questo strano problema di… traduzione (!)

https://www.bollatiboringhieri.it/libri/norbert-wiener-introduzione-alla-cibernetica-9788833923451/

2 – Cardon, Dominique, Che cosa sognano gli algoritmi – Le nostre vite al tempo dei big data, Mondadori, 2018

CHE COSA SOGNANO GLI ALGORITMI

3 – Suggerisco la lettura della recensione di Lorenzo Tomasin sul Sole 24 Ore di ieri agli interventi di Giuseppe de Nicolao pubblicati su roars.it.

-https://www.roars.it/online/vi-spiego-il-doping-delle-classifiche-degli-atenei-intervista-a-giuseppe-de-nicolao/

-https://www.roars.it/online/giuseppe-de-nicolao-le-politiche-della-ricerca-al-tempo-dei-rankings/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quattro minuscoli buchi neri a pochi chilometri dalla Terra

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Quando sono stati scoperti “nella radio”, avevano una dimensione di 3,4 mm ed erano tutti e quattro costretti a condividere uno spazio di appena 34,6 x 9,7 x 12,8 mm.

Nonostante la grande prossimità tra loro (solo 2,4 mm di separazione tra l’uno e l’altro) da farli quasi sembrare un particolare di un tipico “Concetto spaziale”1 di Fontana2, essi non collassarono mai in un unico buco nero più grande, né generarono un’onda gravitazionale: in fondo, la massa di tutto il sistema non era che di 18.1 grammi… Con simili numeri, non era certo il caso di scomodare la relatività generale!

Piccola divagazione: attirare l’attenzione dei lettori, si sa, non è cosa banale.

Il titolo di un articolo, di un libro, di un film, … è di solito lo strumento principe per tentare di farlo: deve colpire il lettore promettendo ciò che probabilmente non verrà mai dato, ottenendo però che nel frattempo il malcapitato si avventuri nella lettura del primo capoverso: nell’epoca di Twitter, già questo costituisce un ottimo risultato…

Ecco perché mi trovo a chiedere scusa a te che, sapendomi astronomo, hai pensato (forse addirittura temuto) di trovare in questo articolo lo scoop circa l’esistenza di ben quattro oggetti stellari collassati e capitati nottetempo, non si sa come e in perfetto stile Interstellar3, 4, nei dintorni del nostro pianeta.

Mi sento di poterti tranquillizzare: la tua settimana non verrà turbata da proclami allarmistici e allarmati. Lo so: alcuni confidano proprio nel brivido fantascientifico che solo certe notizie possono donare, ma a mia discolpa confesserò che non ho mentito del tutto: nelle righe che seguono, parlerò davvero di quattro minuscoli forellini bui che si sono trovati a transitare nello spazio a poca distanza dalle nostre teste!

E non a caso ho deciso di farlo solo ora: questo articolo, oltre a celebrare ciò che presto scoprirete, serve anche a dare un contributo, spero un po’ diverso da tutti gli altri, alla grande narrazione dell’allunaggio di cui sabato prossimo festeggeremo il cinquantesimo anniversario.

Un allunaggio a lungo desiderato, preparato e ottenuto tramite diversi passi e numerose missioni durante le quali le nuove tecnologie che venivano via via messe a punto con quell’obiettivo, venivano sottoposte alla prova del buio oltre la siepe della nostra atmosfera.

Quindi, come si diceva, niente onda gravitazionale ottenuta dal collasso di buchi neri vicini.

Eppure di onde – anche se banalmente si trattava solo di onde sonore – quei quattro buchini neri il 6 Dicembre del 1965 ne hanno generate parecchie, e tutte molto piacevoli.

Infatti alcune delle otto piccole (9 mm di lunghezza) ance di ottone in essi alloggiate il 16 Dicembre del 1965 vibrarono nell’aria della capsula della missione Gemini VI5 per costruire il noto motivo Jingle Bell.

Sì, perché i quattro buchi neri altro non erano se non i fori di una Little Lady6, 7, una 4179AAMTXULpocket harmonica della Hohner che, come mi è stato riferito da Martin Häffner del German Harmonica Museum8, fu lanciata sul mercato nel 1923 e che nel tempo, unitamente all’astuccio che la conteneva, negli anni ha subito diversi cambiamenti estetici9.

Tra l’altro, lo stesso Häffner ha tenuto ad anticiparmi che per festeggiare i cento anni dalla creazione di questo fortunato modello tra i più piccoli mai costruiti10, 11, la Hohner ha intenzione di allestire presto, immagino nella sede di Trossingen, una mostra a esso dedicata.

Tornando ai buchini neri, una Little Lady all’epoca fu portata clandestinamente in orbita dall’astronauta Walter Shirra12, 13 nella missione Gemini VI. Si era in periodo prenatalizio e, accompagnato dai sonaglini14 suonati dall’astronauta Tom Stafford, Schirra, che era notoriamente un mattacchione, fece una serenata alla Terra suonando il celebre motivo natalizio15.

Come lo stesso Shirra riferì una volta rientrato sul nostro pianeta:

I started fooling around with the harmonica as a boy. Just a couple of the people at NASA knew that I planned on taking a harmonica with me. It was pretty close to Christmas, so I played “Jingle Bell”. It came out quite well. People all over the world sent me harmonicas. They put me in the Atlanta musicians’ union.16

Del resto, voce a parte, a causa di problemi di peso e spazio, all’epoca non era proprio consentito portare in orbita strumenti musicali: le norme molto rigide che dai primordi dell’astronautica regolamentano il trasporto dei cosiddetti “effetti personali” a bordo di una navicella spaziale, non erano state certo elaborate per motivi morali o estetici (anche se – Schirra lo sapeva bene – un’ armonica, per quanto piccola, non sarebbe di sicuro passata ai controlli…).

Piuttosto esse avevano e tutt’ora hanno a che fare con la sicurezza a bordo e con il bruto calcolo, non proprio banale17, di quanto peso in più dello stretto necessario è consentito all’equipaggio imbarcare su un razzo con dimensioni e peso dati e dotato di motori di una potenza adeguata ma comunque limitata.

Tornando al Jingle Bell di Schirra, credo valga la pena

sottolineare che, dopo aver udito quel “messaggio extraterrestre”, circa 40 milioni di americani hanno tentato di suonare l’armonica. Oggi forse definiremmo quell’astronauta un “influencer” che, se avesse avuto a disposizione i social, avrebbe diffuso il verbo armonicistico non solo urbi (il territorio statunitense), ma soprattutto orbi.

Quel messaggio da fuori l’atmosfera mi fa andare con la memoria a quell’altro di solito indicato usando l’acronimo LGM (Little Green Man): un segnale pulsato estremamente regolare e per questo capace di far sorgere il sospetto che a emetterlo nel tentativo di comunicare con noi fosse stato un “piccolo omino verde”, ovvero un alieno secondo una certa iconografia in voga negli anni ’60 e mai del tutto tramontata.

Jocelynn Burnell fu l’astrofisica che nel ’67  riconobbe per prima il tracciato radio di quel segnale e che, dopo aver ipotizzato che si trattasse di un tentativo di comunicare con noi terrestri a opera di un nostro coinquilino cosmico, lo interpretò in modo corretto, ovvero come la prima prova dell’esistenza delle radiopulsar18.Jocelyn Bell

La Bell aveva immaginato un omino verde, invece Tom Stafford, collega di missione di Schirra, prima che quest’ultimo si lanciasse nell’esecuzione in tongue blocking19 di Jingle Bells, fece intendere di avere avvistato un UFO, letteralmente un “oggetto volante non identificato”, la cui vera identità fu svelata proprio dall’ascolto del celebre motivetto: nelle loro intenzioni doveva trattarsi addirittura di Babbo Natale a bordo della sua slitta trainata da renne (!). Insomma, non certo un omino verde, bensì un omone vestito di rosso.

Più precisamente, le parole di Stafford furono:

We have an object, looks like a satellite going from north to south, probably in polar orbit….very low, looks like he might be going to re-enter soon….Standby one, you might just let me try to pick up that thing.

MuHa Weltall Münchner Abenzeitung 1965_12_17Val la pena qui ricordare che quel Jingle Bell fu il primo brano di musica suonato ”live” fuori dall’atmosfera del nostro pianeta. Questo implica che la Little Lady detiene il primato assoluto di primo strumento ad essere stato suonato nello spazio. Un primato che, come mi ha segnalato Roger Trobridge, grande armonicista britannico ed esperto di storia del nostro strumento, ha spinto la Hohner a commemorare l’esibizione di Schirra con una edizione speciale della Little Lady20.

Da allora non so quanti altri esperimenti musicali siano stati condotti in orbita. Ricordo che di recente ha avuto un enorme successo mediatico la bella performance dell’astronauta canadese Chris Hadfield che si è fatto riprendere mentre, accompagnandosi con una chitarra, dopo cinque mesi di permanenza nello spazio, diceva addio alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) cantando Space Oddity di David Bowie21. Come giustamente Hadfield fa notare22:

When you’re a long way from home — when you have left the planet — it’s really important not just to take care of all of the technical stuff, but also to take care of the people.

Un’affermazione che fa capire come, rispetto ai tempi pionieristici di Schirra e Stafford (i due, non dimentichiamolo, dovettero tenere nascoste alla NASA le loro intenzioni musicali fino al momento in  cui si esibirono via radio), oggi vi sia una normale inversione di tendenza negli ambienti che si occupano di ricerca aerospaziale.

Le oramai lunghe permanenze degli equipaggi in orbita, nonché un certo bisogno degli enti di ricerca di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica così da rendere più accettabili le ingenti spese che quel genere di ricerche implicano, fanno sì che fare video, foto, musica fuori dall’atmosfera sia attualmente ritenuto una fondamentale forma di rispetto per il morale e la sensibilità degli astronauti e di quanti rimangono qui al suolo tenendo lo sguardo al cielo.

Inoltre, dal confronto dei due casi Schirra-Stafford e Hadfield, si può evincere che la quantità di “effetti personali” imbarcabili su un vettore è nel tempo cambiata in proporzione all’aumento di potenza dei motori e all’aumento di spazio disponibile pro-capite: se il cosiddetto PPK (Personal Preference Kit) per Schirra & Co. si riduceva al contenuto di un sacchetto23, 24, nei decenni esso è cresciuto fino a consentire finanche il trasporto di una chitarra (!)25.

Nel tentativo di scoprire di più circa la storia e la produzione di quel piccolo gioiello di meccanica che è la Little Lady (che ribattezerei come l’ “armonica delle sfere”), quella “singolarità” nel mondo degli strumenti musicali, vera protagonista di questo articolo e minimo comune multiplo fra tutte le vicende qui raccontate, ho consultato molto di ciò che di disponibile vi è in rete e sui libri che sono riuscito a reperire.

2012-08 pmccartneyHo così scoperto che molti divi come ad esempio Paul Mc Cartney e Cate Blanchett si sono divertiti a farsi ritrarre con questa armonichina tra le labbra.

Tra i libri consultati, non è possibile non citare la meritatamente nota Encyclopedia of the harmonica26 di Pete Krampert grazie alla quale sono venuto a sapere che questo strumentino è all’origine della passione per l’armonica finanche del grande Stevie Wonder il quale, ricevutala in regalo, dopo averla suonata per un po’, è rapidamente passato alla cromatica con esiti ben noti a tutti.

In generale, però, ho scoperto che la storia dei singoli modelli spesso rimane sconosciuta anche agli addetti ai lavori. Di sicuro vi saranno archivi nei quali giacciono tutte le informazioni che potrebbero interessare per condurre una ricerca storica degna di questo nome, ma la cosa non sembra essere una priorità nemmeno dei costruttori.

Il già citato Gerhard Müller, Product Manager del settore armoniche della Hohner mi ha comunque assicurato che:

Tutte le parti come il pettine di legno (legno di pero), le piastre porta-ance in ottone, le ance in ottone e le piastre di copertura in acciaio inossidabile vengono prodotte a mano da personale qualificato. Questo significa che nella produzione di questo strumento non vengono utilizzate macchine controllate automaticamente. La Little Lady viene venduta in oltre 80 paesi in tutto il mondo.

Bild 10 Hohner and Hollywood 1923

Bild 10 Hohner and Hollywood 1923. Source: German harmonica and accordion museum

Confesso che, quando ho deciso di iniziare questa piccola ricerca, nutrivo anche la speranza di reperire eventuali disegni originali, notizie sull’ingegnere che l’ha ideata e progettata, nonché altri documenti utili a delineare meglio la storia di questo piccolo strumento, ma pare che nulla di tutto ciò sia di facile reperibilità ad eccezione di due documenti (li trovate qui di fianco) davvero interessanti che mi sono stati forniti da Martin Häffner (anche lui già citato in precedenza).

Da essi si può evincere ciò che è stato già anticipato, ovvero che nel 1923 lo strumento di sicuro esisteva e che nel 1978 ha subito alcune variazioni nell’aspetto esteriore.

1978-10

Source: German harmonica and accordion museum”.

Se da un lato non è stato possibile sapere alcunché sull’oscuro ideatore di questo piccolo modello di armonica, dall’altro è stato davvero facile reperire materiale circa il nostro “collega”, l’astronauta-armonicista Schirra27.

In particolare, leggendo il bel libro La stoffa giusta di Tom Wolfe28, di informazioni su questo personaggio, vero protagonista dell’era pre-allunaggio, ne ho trovate decisamente tante.

Nel libro il nostro eroe ricorre spesso con la sua incredibile capacità di pilotare pericolosissimi prototipi mantenendo sempre una assoluta freddezza e un autocontrollo quasi disumani, per poi, di contro, diventare decisamente umano nella vita di tutti i giorni. Eccone un primo variopinto ritratto che ne delinea l’autore del libro:

 

Shirra, a trentacinque anni, aveva eccezionali precedenti in combattimento ed era il genere di persona che in tutta evidenza stava ottenendo successo in Marina. Si era diplomato all’Accademia navale e sua moglie Jo era la figliastra dell’ammiraglio James Holloway, che fu al comando del teatro bellico del Pacifico durante la Seconda guerra mondiale. Wally Schirra aveva preso parte a novanta missioni di guerra in Corea e abbattuto due Mig. Era stato scelto per il collaudo iniziale del missile aria-aria Sidewinder a China Lake, in Califronia, aveva collaudato l’F-4H per la Marina alla stessa Edwards – tutto ciò prima di aggregarsi al Gruppo 20 per completare il suo addestramento al volo di collaudo. Wally godeva di molte simpatie. Era un tipo tracagnotto con un gran faccione sincero, dedito alle burle, a sonnellini cosmici, alle auto veloci e a tutti gli altri modi per “mantenere una costante tensione”, per usare uno schirraismo. Era un burlone del genere più amabile. Telefonava e diceva: “Ehi, devi venire qui a trovarmi! Non indovineresti mai che cos’ho catturato nei boschi… Una mangusta! Non sto scherzando… una mangusta! La devi vedere!” E ciò suonava talmente incredibile che andavi da lui a dare un’occhiata. Wally posava su un tavolo una scatola che sembrava fungere da gabbia, e diceva: Ecco, apro un poco il coperchio così la puoi vedere. Ma non metterci dentro la mano, perché te la stacca. Questa bimba è dispettosa”. Ti chinavi per dare un’occhiata e – tombola! – il coperchio si splancava con violenza e quella grossa striscia grigia balzava verso la tua faccia – e, bé, mio Dio, veterani dell’aria rinculavano terrorizzati, buttandosi sul pavimento – e solo dopo realizzavi che la striscia grigia era una specie di finta coda di volpe e che tutta quella cosa non era altro che una scatola col pupazzo a molla, stile Schirra. Era uno scherzo rozzo, a dirla tutta, ma la gioia che Wally traeva da cose come questa arrivava come una mareggiata, un’ondata talmente possente da trascinarti in avanti malgrado te stesso. Un sorriso di una trentina di centimetri gli si allargava sul viso e le gote sgorgagano in un paio di pance da angioletto, sul genere natializio, un’incredibile risata da druido barcollante veniva su dalla gabbia toracica scuotendo e rimbombando, e lui diceva: “Te l’ho fatta!”. Erano famosi i “te l’ho fatta!” di Schirra. Wally era una di quelle percsone che non si preoccupano di mostrare le loro emozioni, felicità, rabbia, frustrazione e così via. Ma nei cieli era freddo quanto chi l’aveva concepito. Suo padre era stato un asso nella prima guerra mondiale, aveva abbattuto cinque aerei tedeschi, e dopo la guerra sia il padre che la madre si erano esibiti in acrobazie aeree. Nonnostante tutta la sua voglia di far baldoria, Wally era assolutamente serio riguardo alla carriera. E quello era il suo atteggiamento mentale ora che si trovavano di fronte a quella faccenda dell’”astronauta”.

La storia, come spesso accade, si ripete: se i pionieri, i coloni, i cercatori d’oro, grazie alle sue dimensioni ridotte, al basso costo, alla facilità con la quale si emettono gli accordi fondamentali della musica popolare e al suo suono caldo ed evocativo, trovarono nell’armonica diatonica un’ideale compagna di viaggio per la conquista del Far West, anche i coloni dello spazio, per motivi del tutto simili, hanno scoperto che questo strumento merita un suo piccolo posto nella grande narrazione della conquista del nostro vicinato cosmico.

E se lo chiamassimo il Far Up (o il Far Out?).

SZ

 

Per scrivere questo articolo, ho ricevuto l’apporto fondamentale di diversi amici e professionisti che mi sembra giusto ringraziare pubblicamente: si tratta, in ordine alfabetico, di Martin Häffner, Gerhard Müller, Alessandro Quintino, Leonardo Triassi, Roger Trobridge.

1- https://www.valutazionearte.it/blog/eventi/concetto-spaziale-terra-e-oro-a-galleria-borghese/attachment/concetto-spaziale-1961-lucio-fontana/

2- https://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Fontana

3-https://squidzoup.com/2014/11/20/un-film-fantascientifico-avvincente-e-scientificamente-esatto-fallo-tu/

4- https://squidzoup.com/2014/11/25/lamore-ai-tempi-di-interstellar/

5-https://it.wikipedia.org/wiki/Gemini_6

6-https://www.hohner.de/en/instruments/harmonicas/diatonic/miniatures/little-lady

7- In questa pagina si trova un dato non riportato dalle altre: il peso di questo strumento:

https://www.amazon.co.uk/HOHNER-39-Hohner-Harmonica-Little/dp/B000XEFN1Y

8- Sito del Museo dell’Armonica a Trossingen: https://harmonika-museum.de/en/start_e/

9- In questa pagina si può vedere come apparivano sia la Little Lady che il suo astuccio (sembra di cartone, come quello di altri modelli più grandi) prima che prendesse l’aspetto attuale:

https://www.rubylane.com/item/134693-MS–1176/Miniature-Toy-Harmonica-x93Little-Ladyx94-Hohner?search=1

10- In questa pagina è possibile vedere diversi modelli di mini armoniche che per dimensioni minime e minimo numero di ance, concorrono con la Little Lady e spesso vincono il confronto:

https://riskas513.blogspot.com/2018/12/docs-vintage-harmonica-collectables_31.html

11- Altra pagina con diversi esempi di mini armoniche in commercio e costruite da marche diverse dalla Hohner:

https://thea.com/2/Harmonica-Mini-Harmonica/

12- https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Schirra

13- https://www4.ti.ch/can/oltreconfiniti/dal-1900-al-1990/vite-di-emigranti-e-discendenti/?user_oltreconfiniti_pi1%5BidPersonaggio%5D=683

14- Gli strumenti di Stafford e Schirra esposti allo Smithsonian National Air and Space Museum:

https://airandspace.si.edu/stories/editorial/tom-stafford%E2%80%99s-jingle-bells-and-wally-schirra%E2%80%99s-harmonica

15-La registrazione della trasmissione tra Stafford, Shirra e il centro di controllo durante la quale i due astronauti suonano Jingle Bell:

https://www.youtube.com/watch?v=RmsOmqf7Hso&list=RDRmsOmqf7Hso&start_radio=1&t=68

16- Field, Kim, Harmonicas, Harps, and Heavy Breathers: The Evolution of the People’s Instrument, https://www.amazon.com/Harmonicas-Harps-Heavy-Breathers-Instrument-ebook/dp/B00BZC1UTM

17- Consiglio la lettura della sezione 11.5 intitolata Restricted Staging in Field-Free Space del seguente testo: Curtis, Howard, Orbital Mechanics for Engineering Students, Elsevier Aerospace Engineering Series, http://www.nssc.ac.cn/wxzygx/weixin/201607/P020160718380095698873.pdf

Lì si parla anche del caso specifico del cosiddetto payload della Gemini sulla quale viaggiò Schirra.

Ringrazio  l’ingegnere aerospaziale Alessandro Quintino che me lo ha gentilmente suggerito

18- Una storia affascinante che val la pena di farsi raccontare direttamente dalla protagonista: http://www.bigear.org/vol1no1/burnell.htm

19- All’ascolto, sembra trattarsi della classica tecnica del Tongue-Blocking usato “a martello” per ottenere l’effetto di accompagnamento ritmico e armonico di cui potete trovare una descrizione nell’interessante articolo di Luigi Orrù all’indirizzo: https://www.doctorharp.it/riflessioni-sul-tongue-blocking-blocco-con-la-lingua-o-coprendo-di-luigi-orru/

Può darsi, invece, che sia un sovrapporsi delle frequenze dell’armonica e quelle dei sonaglini suonati da Stafford, il tutto reso ancora meno intellegibile dai rumori tipici dell’ambiente della capsula e dai disturbi tipici delle trasmissioni radio dell’epoca. Per sapere qualcosa di più circa i rumori di quegli ambienti, consiglio di consultare il capitolo 13 del libro di Neil F. Comins Viaggiare nello spazio – Guida per turisti galattici, Kowalski, 2007

https://www.amazon.it/Viaggiare-nello-spazio-turisti-galattici/dp/8874967233

20- https://www.mandoharp.com/Harmonicas/152786-HMIN_Hohner_M91560_LittleLadyAR/index.html

21- https://www.youtube.com/watch?v=lc8BcBZ0tAI

22- http://www.vancouversun.com/technology/astronaut+chris+hadfield+space+station+guitar+built+vancouver/8414940/story.html

23- Contenuto “dichiarato” (manca la voce “harmonica Little Lady”) del Goodie Bag di Schirra: http://www.collectspace.com/resources/flown_gt6_pltppk.html, http://spaceflownartifacts.com/flown_ppks.html

24- Informazioni aggiuntive sui PPK: https://www.forbes.com/sites/quora/2018/06/26/how-many-personal-items-can-astronauts-bring-to-space/#7a8898963a30

25- Le tabelle riportate in questa pagina consentono di apprezzare come al variare dei vettori siano cambiati nel tempo i pesi dei PPK:

http://spaceflownartifacts.com/flown_ppks.html

26- https://www.amazon.com/Encyclopedia-Harmonica-Mr-Peter-Krampert/dp/0786658959

27- https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Schirra

28- https://www.librimondadori.it/libri/la-stoffa-giusta-tom-wolfe/

29- A partire dal 1862 la Hohner iniziò a importare i suoi prodotti anche in territorio americano. Fonte:

Harmonica History

 

 

 

Essere entangled con i propri fumetti – Una nuova frontiera per il cosplay?

Domenica 7 Aprile, quindi esattamente un mese fa, stavo sfogliando il mensile “Le Scienze” fresco di stampa.

La mia attenzione fu subito catturata dall’articolo Azione inquietante di Hanson e Shalm. In introduzione i due autori annunciavano mirabilia: promettevano di chiarire come si è giunti alla conclusione che le presunte “variabili nascoste” teorizzate da Einstein (1) per spiegare l’altrimenti inspiegabile correlazione (entanglement) tra gli stati di particelle atomiche “gemelle” portate a grande distanza tra loro, non esistono (2).

Come raccontano i due autori, diversi gruppi di ricerca sono riusciti a compiere alcuni esperimenti progettati proprio per aggirare la possibile influenza di ignoti fattori locali che, non visti, potrebbero “rinnovare” la correlazione tra particelle inizialmente vicine, quindi reciprocamente “entangled”, che vengono poi allontanate a distanze tali da non permettere alcuna comunicazione tra loro.

Tali esperimenti hanno dimostrato che la correlazione tra stati entangled (es.: lo spin degli elettroni) continua a persistere anche a grande distanza, mantenendosi pure allorché, durante la fase di allontanamento reciproco delle due particelle, si agisce su una delle due apportando una variazione casuale al suo stato.

57180205_10216088661263282_7064396851667009536_oAnche in questo caso, quindi, la seconda particella, oramai troppo distante dalla prima per poter essere raggiunta in breve tempo da un segnale luminoso che l’avverta della variazione avvenuta nello stato della sua gemella, dimostra di “accorgersi” subito che qualcosa è mutato, riadattando la propria configurazione così da farla risultare nuovamente correlata con quella della prima.

Insomma, la meccanica quantistica esibisce ancora una volta il suo carattere decisamente controintuitivo, dimostrando di farsi beffe della nostra idea di realtà e ravvivando l’alone di mistero che la circonda mediante la persistenza di questo paradosso che ricorda un altro ben più famoso: quello cosiddetto “dei due gemelli” della teoria della relatività.

Una similitudine che mi spinge ad “appuntarmi mentalmente” questo riguardante non più persone, ma elementi dell’atomo come “il paradosso delle due particelle gemelle”.

Senza entrare nei particolari della teoria (3) che a grandi, grandissime linee mi era già nota, tra i vari aspetti per me rilevanti dell’articolo citato vi era il fatto che dopo le prime due pagine, il sunto di quanto raccontato nel testo fosse affidato a due facciate occupate da un ibrido: un interessante incrocio tra un fumetto autoconclusivo e una infografica creato da Matthew Twomby su testo di Michel Van Ball.

A mio parere, si tratta di un’opera dal grande valore comunicativo, capace di fornire un  aiuto fondamentale alla comprensione dell’articolo dal quale è tratto.

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E ora passiamo a dire di un altro entanglement: il 3 Aprile scorso, in un suo articolo pubblicato su Media INAF, la collega Francesca Aloisio citò la presenza di due mie tavole (4) tra le opere che a partire dall’8 Aprile sarebbero state esposte nella mostra “La scienza tra le nuvole”.

L’ esposizione, inserita nel cartellone del festival della Scienza capitolino, sarebbe stata visitabile presso il Parco della Musica e Davide Coero Borga, il suo curatore, il 5 pubblicò sempre su Media INAF un pezzo nel quale ancora una volta venivo menzionato come raro caso di scienziato-artista lì presente con le sue opere (pare ce ne fosse anche un altro, tale Stefano Bortolotti dell’Istituto Italiano di Tecnologia).

Sapevo già da mesi del progetto di allestire questa mostra in quanto Stefano Sandrelli, coordinatore nazionale delle attività 56696890_10216088655303133_4103841045169569792_odivulgative dell’INAF, mi aveva invitato con un certo anticipo a proporre alcune mie tavole in vista di quell’occasione. I numerosi eventi intercorsi tra quella prima convocazione e il festival mi avevano però fatto dimenticare del tutto la cosa e la sorpresa di scoprire che effettivamente due tavole di Squid Zoup fossero lì esposte è stata tanta e, inutile dirlo, decisamente piacevole.

Il presunto entanglement, a parte la circostanza fortuita ma decisamente simpatica di trovare proprio in quei giorni un articolo su “Le Scienze” a spiegare quell’argomento di fisica, è stato quindi sentirsi “finalmente” misurato, a quasi quattrocento chilometri di distanza dalla mia posizione, da tutti coloro i quali vedendo le mie tavole, potete starne certi: hanno misurato i miei stati interiori ancora altamente entangled con quanto quelle due tavole raccontano di me.

Come tutti, anche io “vesto i miei panni” tutti i giorni, e il mio personaggio Squid Zoup fa lo stesso, cristallizando alcuni momenti della mia vita o alcuni miei sogni a occhi aperti.

Per dirla in altro modo, vesto i miei panni, ma anche quelli del mio alter ego in bianco e nero col quale mi identifico sempre. Questo – chissà? – mio malgrado, fa di me un cosplayer davvero convincente…

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Squid Zoup e me

Ovviamente quello cui faccio riferimento è un entanglement blando, praticamente inesistente se non come metafora usata per sottolineare una banale verità: le nostre azioni hanno una grande influenza a distanza, sia di spazio che di tempo, con il risultato di far sapere ad altri  come siamo o come eravamo “mentalmente polarizzati” al momento in cui abbiamo prodotto, detto, fatto qualcosa.

E più le nostre azioni sono precise, più lo sono le “cose” che facciamo e più la decodifica di chi siamo o di chi eravamo al momento dell’emissione del nostro stato mentale concretizzatosi con il nostro prodotto, non lascia spazio a pericolose interpretazioni e revisionismi.

Chissà se gli sviluppi della ricerca in meccanica quantistica riusciranno un giorno a regalare un nuovo significato al concetto di “Storia”…

In questa vicenda entra prepotente un  ricordo: quello che ha a che fare proprio con il problema delle particelle entangled e con il cosiddetto “Teorema di Bell” enunciato nel 1964 dal fisico john Stewart Bell dal quale prende il nome. Un teorema di cui venni a sapere grazie a una pubblicazione del lontanissimo 1991.

51PQ4gareEL._SX378_BO1,204,203,200_Si trattava, appunto, de “Il teorema di Bell“, un bellissimo cartonato della casa editrice Comic Art (numero 72) a opera del fumettista Matthias Schulteiss. Purtroppo in Italia uscì solo il primo numero (pubblicato senza numerazione, quindi fatto passare come episodio autoconclusivo) che ebbe l’effetto di farmi incuriosire moltissimo alle vicende del protagonista Shalby, ma che, in assenza della rete (parlo di un’era pre-internet), non potevo nemmeno sospettare fosse incompleto.

Oggi scopro che vi sono disponibili on-line le altre due puntate, non tradotte, nelle quali immagino che l’importanza del problema fisico citato nel titolo venga finalmente svelata.

Invece all’epoca, dopo averlo letto, mi rimase quel senso di stupore che già connettevo col mondo della meccanica quantistica. Uno stupore che pensavo fosse tutto autocontenuto in quel primo numero.

Oggi, avendo scoperto l’esistenza dello sviluppo ulteriore della storia, il mio stupore è più che altro suscitato dalle scelte editoriali di chi, sapendo che una storia si snoda su tre episodi, decide di pubblicarne solo uno.

L’occasione offerta dall’avere ben due lavori grafici dedicati allo stesso problema fisico ma affrontati con piglio del tutto differente potrebbe essere quella ideale per attuare un raffronto tra il fumetto-infografica comparso su Le Scienze e il cartonato della Comic Art, ma non so se, non conoscendo il contenuto degli altri due episodi, io stia agendo correttamente.

Da un punto di vista divulgativo, la diversa lunghezza delle due pubblicazioni dovrebbe avvantaggiare Il teorema di Bell di Shulteiss: a parte il caso in cui un autore dimostra di saper lavorare meglio in spazi ristretti, esibendo così una grande capacità di sintesi (o una certa incapacità di lavorare a lungo su uno stesso soggetto…), un maggiore spazio per “spiegare” un certo argomento immagino fornisca innegabili vantaggi.

In ogni caso, si tratta di due prodotti diversi, creati in periodi diversi con intenti diversi e dedicati a lettori diversi. Questo già basta a distruggere l’ipotesi di un possibile confronto tra le due opere che ora appare come una operazione impossibile, oltreché illogica.

Da un lato abbiamo un maestro del fumetto che, spinto dalla fascinazione subita per un problema fisico, ha agito in totale solitudine, creando quindi sia la parte testuale che quella grafica. Dall’altro abbiamo un ottimo professionista nel campo dell’illustrazione al quale è stato chiesto di creare una gabbia grafica per il testo elaborato dal fisico Michel Van Ball.

A questo punto un primo aspetto che credo valga la pena sottolineare viene a essere la grande versatilità dello strumento grafico che, similmente a quanto accade per la scrittura o per il cinema suoi parenti stretti, dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, di poter raccontare, descrivere, istruire servendosi di una incredibile varietà di stili, approcci, strategie.

Ciò che qui più mi preme mettere in evidenza, forte della presenza di queste due opere che usano approcci completamente differenti nell’uso del fumetto, è però il seguente aspetto: la “nona arte” può sì essere utilizzata in modo molto vago, abbandonando del tutto l’intento di spiegare alcunché e concentrando gli sforzi sulla resa di una certa carica emotiva (“Il teorema di Bell”. Per quanto vago, gli devo l’essere entrato in contatto da ragazzo con quel teorema…), ma può anche – ed è questo per me il punto davvero importante – essere usata in modo estremamente sintetico e scientificamente corretto così da soddisfare palati molto esigenti in fatto di aderenza a un certo modo di spiegare le cose (il fumetto-infografica di Le Scienze). E lo fa così tanto bene da poter comparire addirittura come sunto di un articolo scientifico.

Il che mi porta a riallacciarmi a quanto ho già raccontato in un altro articolo pubblicato in passato sempre in questo blog.

Insomma, mi trovo ancora una volta entangled come me stesso e con ciò che pensavo: anche se a grande distanza di tempo, scopro di aver mantenuto la stessa “polarizzazione mentale” su un certo argomento. Forse non è il caso di dirlo forte. Mi sa che tutta questa coerenza, questa mancata variazione del valore delle mie variabili non più nascoste, bensì manifeste, non deponga del tutto a mio vantaggio…

SZ

 

1- Si veda l’articolo del 1935 “La descrizione quantistica della realtà fisica può ritenersi completa?” firmato da Einstein, Podolsky, Rosen (EPR): https://pdfs.semanticscholar.org/7861/a9c8b30bcc5fbd32e23b12f980f4a35c1537.pdf

2- O, se esistono, quantomeno, non agiscono.

3- Confesso che la prima lettura di quell’articolo di Le Scienze mi lasciò felice, enstusiasta, affascinato. La seconda mi sembrò rivelare alcuni limiti del testo e la terza restrinse il dominio della mia contentezza alla sola notizia del risultato sperimentale, lasciandomi alquanto tiepido circa il modo in cui l’esperimento veniva descritto. Il paragone con una qualsiasi conferenza di un qualsiasi grande luminare invitato a dire la sua su un argomento X è stato immediato. Un certo “principio di autorità”, complice il fascino del tema trattato, fa sì che spesso non ci si renda conto di ciò che davvero sta avvenendo davanti ai nostri occhi. Alla fine del suo intervento saremo tutti convinti di aver visto/sentito la migliore spiegazione possibile, ma se riuscissimo a rivedere la registrazione di quell’intervento, potremmo forse scoprire quanto alle volte, nel caso di persone reputate come “coloro i quali sanno” o “coloro i quali sanno fare”, la loro fama ci spinga a sopravvalutare il loro operato. Spesso, diciamocelo pure, “compriamo” solo la marca o il contenitore senza capire del tutto se davvero gradiamo il contenuto. Sarà forse un problema di traduzione (ne dubito) dall’inglese all’italiano, sarà forse un problema dovuto al fatto che l’aver studiato meccanica quantistica all’università non fa certo di me un esperto della materia e, soprattutto, dei suoi sviluppi più di frontiera (lo temo), ma l’articolo ora mi risulta carente in alcuni aspetti comunicativi, oltreché in altri più tecnici e mi riservo di parlarne con qualcuno che possiede maggiori conoscenze del sottoscritto così da comprendere dove si nasconde ciò che da qualche parte, in me o in quel testo, manca. Quale che sia il reale motivo della mia perpessità, per una spiegazione esaustiva del problema fisico rimando ovviamente alla lettura di testi tecnici, ma soprattutto consiglio di affrontarne altri capaci di mettere in risalto, in modo chiaro e circostanziato, l’entità della questione senza affrontare troppi tecnicisimi che possono “distrarre” chi non ha dimistichezza con il formalismo fisico. Ad esempio, trovo molto bello il secondo capitolo del Zeilinger Il velo di Einstein pubblicato tra i saggi Einaudi. Se poi l’articolo di Le scienze lascia anche voi un po’ insoddisfatti, vi consiglio di dare un’occhiata all’articolo di ricerca vero e proprio che trovate qui.

4- Si tratta di due pagine tratte da due differenti fumetti di Squid Zoup pubblicati in questo blog: la prima è tratta da Signal / Noise, l’altra da How deep is your world?

 

De REBUS Naturae – Il più bel catalogo del mondo

Crucielementa 3 colore firmato

Orizzontali: 1- Simbolo dell’Idrogeno; 2- Simbolo dell’Elio; 3- Simbolo del Litio; 4- Simbolo del Berillio; 5- Simbolo del Boro; …

Stilare un catalogo quanto più preciso possibile degli enti che compongono il mondo immagino sia un’attività tra le meglio caratterizzanti la specie umana.

Fatta esclusione per tutte quelle azioni strettamente connesse con la sopravvivenza come nutrirsi, riposarsi, socializzare, riprodursi, proteggersi, … che la nostra specie condivide praticamente con tutto il mondo animale cui fa capo, quella di catalogare gli elementi del reale alla ricerca di uno schema o di un indizio da usare per collocare in una sequenza quanto più ordinata possibile oggetti e/o concetti, mi sembra possa essere una capacità appartenente a pochissime specie (1).

Se poi, piuttosto che fermarci a una catalogazione che, con un fare un po’ canzonatorio, si suole indicare come “botanica”, fondata quindi su caratteristiche esteriori come odore, sapore, forma, aspetto, sensazioni tattili, uso, …, ne cerchiamo altre meno istintive, che consentano di dedurre (e di indurre) le caratteristiche di un particolare elemento della realtà basandosi su proprietà sintetiche calcolabili, parametrizzabili, quindi prevedibili sulla base di una regola di qualche tipo, allora non credo ci siano dubbi: in questa zona di universo, gli unici a fare qualcosa del genere siamo noi appartenenti alla razza umana.

Di sicuro la ricerca di una classificazione fine di questo tipo è un approccio alla Natura non banale ma, quando e se riesce, non può che rivelarsi vantaggioso: attua una comoda compressione di una fetta della realtà riconsiderandola come qualcosa di riproducibile a partire da un seme e da un processo che, una volta applicato a quell’elemento zero e ai suoi prodotti successivi, ci mette in condizione di generare gli altri elementi del catalogo senza più doverli ricordare.

Vero quindi che “non fa scienza sanza lo ritener l’aver inteso”. Altrettanto vero è che se riuscissimo a catalogare il mondo usando un criterio basato su un processo di ordinamento che escluda il più possibile caratteristiche esteriori per privilegiare qualcosa che, non visto, ordina da dentro la realtà, il concetto di conoscenza perderebbe buona parte di quel connotato mnemonico che tanto ci limita sia nella dimensione spaziale che in quella temporale, aprendoci le porte a un nuovo approccio conoscitivo.

Nell’attività specifica del classificare, l’animale uomo ha accumulato una grande esperienza: è partito con tentativi alquanto puerili come quello compiuto, pare per la prima volta, dal mio antenato più noto il quale dicono abbia iniziato col dare i nomi agli animali traghettandoli così da un limbo di esistenza potenziale all’esistenza vera e propria.

In seguito abbiamo proceduto attraverso varie tappe, in modo più sistematico e attento, grazie all’operato di tanti personaggi noti e di chissà quanti ignoti. Tra i primi, val la pena qui citare Aristotele, Linneo, Darwin.

Di questa attitudine della nostra specie a classificare possiamo trovare tracce ovunque. Banalmente si pensi, ad esempio, al bisogno di collezionare, ma anche e soprattutto alla propensione a organizzare mostre e “collettive” (alla fine delle quali di soito si pubblica il “catalogo della mostra”), a istituire musei, a scrivere enciclopedie, a gestire biblioteche (2) e nel generare algoritmi di catalogazione che possano aiutarci ad avere contezza della nostra comprensione del mondo.

Proprio quest’anno ricorrono i primi 150 anni tracorsi dalla creazione di una catalogazione che il russo Dmitrij Ivanovič Mendeleev ideò nel 1869.

In essa egli ordinò gli elementi chimici all’epoca conosciuti e le loro caratteristiche in uno schema che, frutto del suo intuito (in seguito si scoprì che l’ordine da lui imposto alla tavola è riconducibile a caratteristiche fisiche degli atomi che all’epoca non erano ancora state comprese, né forse sospettate), presentava il pregio di ordinare la realtà atomica del mondo secondo caratteristiche numeriche progressive e misurabili.

A differenza di altre versioni più o meno coeve della tavola degli elementi elaborate da suoi colleghi, in essa il chimico russo aveva lasciato alcune zone vuote all’interno delle quali nelle sue intenzioni avrebbero dovuto trovare posto altre specie atomiche all’epoca ancora sconosciute e che, prevedeva, avrebbero esibito proprietà intermedie tra quelle note poste sui confini di quelle lacune.

Alla luce di quanto appena detto, proprio per questa possibilità che offre di predire alcune caratteristiche dell’elemento nella casella n+1-esima a partire dai comprotamenti chimici delle precedenti n, la tavola periodica di Mendeleev mi ricorda ben altre tabelline (“tavoline”) che a partire da soli dieci simboli consentono di calcolare la totalità dei prodotti possibili.

A ben vedere, essa quindi possiede una affascinante ambivalenza: è catalogo che contiene tutti gli atomi conosciuti (3) e, indirettamente, anche la totalità delle strutture naturali e artificiali che compongono il nostro mondo e per questo motivo credo meriterebbe la definizione di “catalogo dei cataloghi”.

Ma è anche “tavola”, ovvero “ausilio per il calcolo”: essa, insomma, presenta proprio quelle caratteristiche sintetiche di cui parlavo alcuni capoversi più in alto e consente, qualora non si ricordassero le caratteristiche di alcuni elementi, di calcolarsele a partire da quelle di altri atomi noti, attuando finanche una valutazione approssimativa del loro comportamento chimico.

Nella tavola periodica, infatti, tutte le specie atomiche conosciute sono ordinate secondo il numero atomico Z crescente (numero di protoni) e in base al progressivo riempimento degli orbitali s, p, d, f (riempimento dal quale dipende la loro capacità di legarsi ad altri atomi per formare molecole) in modo tale che possiamo identificare nel suo schema dei trend che la solcano da destra a sinistra, dal margine superiore a quello inferiore, dall’apice destro in alto a quello sinistro in basso, da quello sinistro in alto a quello destro in basso, …

Osservandola in questo modo, essa consente di capire come mutano i comportamenti globali delle varie famiglie atomiche e, di conseguenza, di farsi pure un’idea approssimativa delle caratteristiche delle singole specie atomiche facenti capo a quelle famiglie.

Quasi fosse una regione geografica, lintero schema può essere così esplorato in tutti i sensi, rivelando a sguardi che partono di volta in volta da “punti cardinali” differenti la presenza di “correnti” (seguendo l’approccio dell’Atkins (4), mi verrebbe da dire “del Golfo”), ovvero andamenti chimici che sintetizzano tutto quanto avviene nel grande Tetris della realtà.

Considerando di volta in volta i vari parametri tabulati nelle singole caselle e riferiti a caratteristiche più che microscopiche dei vari atomi, si può così osservare il variare delle caratteristiche macroscopiche delle famiglie atomiche come l’affinità elettronica, la metallicità, la densità, le dimensioni dei singoli atomi, l’energia di ionizzazione,…

Nonostante quindi non si possa dire che nella tavola periodica sia riassunta l’intera ricchezza chimica del cosmo, è bello pensare che, data la regolarità con la quale mutano le proprietà dei vari elementi tra i gruppi (colonne), i periodi (righe) e i vari blocchi in cui si suddivide la tabella, altrove l’universo non dovrebbe riservarci sorprese così tanto… sorprendenti.

La Natura, a partire da Idrogeno ed Elio, “definizioni” (elementi) già presenti nelle fasi iniziali della storia del nostro universo (5) e occupanti la prima e la seconda posizione orizzontale nel mio “crucielementa” mostrato in apertura, in circa tredici miliardi di anni di vita ha creato nelle fornaci stellari tutte le altre “definizioni” che trovano posto a partire dal 3 orizzontale in poi.

In questo lunghissimo lasso di tempo si è inoltre divertita a combinare, a “incrociare” in vari modi queste “definizioni”, sillabe impronunciabili, per creare, grazie alla forza elettrica, composti chimici “pronunciabilissimi”. Addirittura reali.

Una volta creati questi in quantità tali da renderli oggetti macroscopici, la giurisdizione è passata alla forza gravitazionale e, nel caso della materia organica, alle spinte biologiche, ed evolutive che creano e disfano di continuo “parole” nuove e interi componimenti organici.

Tutti questi passaggi successivi durante i quali la complessità del gioco combinatorio è andata crescendo in modo esponenziale, spiegano molto bene la grande difficoltà incontrata da tutti coloro i quali hanno tentato di dare una classificazione precisa della realtà nei termini tipici e imprecisi delle più note tassonomie animali, floreali, minerali, …

La semplicità della tavola periodica degli elementi risulta così essere ordini di grandezza distante dalla complessità (in alcuni casi sembra si tratti piuttosto di “aribitrarietà”) delle catalogazioni degli oggetti reali.

Similmente a quanto si fa nella distinzione tra anodo e catodo, termini che usano i due prefissi greci ana- (trad.: “sopra”) e cata- (“sotto”), sospetto che la parola “catalogo” possa allora derivare da un processo di ordinamento che procede elencando gli item andando dall’alto verso il basso.

Durante questo scorrimento, quando alle volte capita di imbattersi in qualcosa che ricorda uno o più elementi già incontrati in precedenza nello stesso elenco, si torna in su per cercarli: si procede, quindi, in senso contrario alla ricerca dell’ana-logo.

Analogamente, procedendo lungo questa linea di ragionamento, mi diverte pensare che scendendo l’albero cronologico, è proprio grazie alla complessità derivata dai giochi elettrici, gravitazionali, biologico-evolutivi della Natura che siamo in condizione di giocare con le leggi e le forze dell’evoluzione e selezione culturale.

Grazie a esse siamo ritornati ancora una volta alle origini (abbiamo risalito l’albero) creando in lavoratorio nuovi elementi e nuovi modi di combinare quelli già esistenti.

Da un tale gioco nasce buona parte  della zona della tavola periodica occupata dai Lantanidi (58 < Z < 71) e dagli Attinidi (90 < Z < 103), quella che seguendo l’Atkins conviene riguardare come “grande isola dei mari del Sud”:  una “terra” in buona parte emersa dagli studi stimolati dalla ricerca bellica di strumenti di morte che fossero capaci di sfruttare la potenza contenuta nel nucleo atomico. Una ricerca che ci ha svelato la brevissima esistenza di elementi instabili collocati oltre la posizione dell’Uranio e per questo detti “transuranici”.

Insomma, la sintesi di cui festeggiamo il centociquantesimo anniversario è qualcosa di potente, di creativo, di esaustivo, ma soprattutto di unico tra le consapevolezze raggiunte nel mondo animale. Essa è uno splendido riassunto concettuale e visivo di cosa abbiamo compreso e di cosa siamo.

Se la tavola periodica che noi oggi utilizziamo risale al 1869, scopro che il primo cruciverba (in realtà all’inizio si chiamava “parole crociate” e solo in seguito fu battezzato così dall’editore Bompiani), gioco il cui schema da sempre connetto visivamente a quello di Mendeleev – è di pochi anni dopo: l’italiano Giuseppe Airoldi lo ideò nel 1890 anche se poi quel gioco fu associato al nome di Arthur Wymne cui viene erroneamente attribuita l’invenzione (ri)avvenuta nel 1913.

Mi piace pensare che una volta completato lo schema del mio Crucielementa, dall’incrocio di parole inutili, impossibili, senza senso come quelle che si ottengono leggendo il contenuto delle righe e delle colonne (6), vengano fuori tutti i composti esistenti, che possiedono quindi una loro realtà, una loro consistenza, delle loro caratteristiche ben precise.

Allora in principio era il verbo, anzi, erano le “verba” costruite con sillabe strane, le abbreviazioni dei nomi degli elementi chimici, affiancate da numeri che servono a “pesare le parole”.

 

SZ

1- Lo dico sottovoce solo perché sospetto che anche altre specie animali, a qualche livello, cataloghino spontaneamente gli oggetti del loro habitat. Sono molto curioso di saperlo e sarebbe interessante scoprire i limiti di questa affermazione. Spero davvero che possa intervenire un etologo a dirmi come stanno le cose.

2- Mi sembra interessante notare che nel 1841, quindi non molto prima della nascita della Tavola Periodica degli elementi, anche la biblioteconomia accelerava grazie all’introduzione di precise regole di catalogazione a opera di Antonio Panizzi.

3- Una semplice e doverosa precauzione: la storia della scienza mi raccomanda di ricordarmi che viviamo in un distretto infimo di un cosmo immane, laddove l’elemento chiamato “elio” è stato scoperto solo nel 1868, dopo che Janseen e Lockyer ne osservarono la presenza nello spettro del gas che compone la nostra stella Sole. Nulla vieta, quindi, che poco più lontano da qui la “fauna” atomica possa essere molto più variegata e interessante.

4- In questo libro, Atkins invita a considerare la tavola periodica degli elementi alla stregua di un regno da studiare da un punto di vista geografico. Un approccio che trovo estremamente interessante, coinvolgente e vincente da un punto di vista divulgativo

5- Nelle prime fasi di vita del nosro universo vi erano solo Idrogeno e, in misura molto minore, Elio. Due elementi la cui generazione viene di solito indicata come “nucleosintesi primordiale”.

6- Vi sono alcune, poche, eccezioni a quanto detto. Esistono infatti alcune fortunate “definizioni” verticali come il 3 verticale: Li-Na; il 56 verticale: Ba-Ra; il 13 verticale: Al-Ga che, se considerate come semplici parole, un po’ di senso lo possiedono.

 

 

 

 

Il Venerdì di Marte(dì) – Sfogo di un Naufrago della Domenica

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Message In A USBottle

Su Robinson di oggi, inserto culturale del quotidiano La Repubblica che ogni Domenica, a soli due giorni dall’uscita del patinato Il Venerdì (chiaramente non si tratta di una coincidenza), arricchisce il contenuto di quella testata, Gabriele Romagnoli ricorda che il 25 Aprile del lontano 1719 venne pubblicato il celebre romanzo di Defoe da cui prende il nome lo stesso inserto.

Un inserto che è un vero e proprio giornale nel giornale: infatti, ricco di più di trenta pagine, lo si può estrarre separandolo dal resto del quotidiano.

E io non mi lascio mai sfuggire questa occasione: avendo deciso da tempo di non interessarmi più alla cronaca, ad altre notizie da rotocalco che impazzano su giornali dal carattere oramai ambiguo e a tutto il chiacchiericcio politico in quanto, da cittadino, non mi sembra di avere più alcuna possibilità di incidere sul corso delle cose (1), focalizzo il mio interesse solo sugli articoli di Robinson e letteralmente butto tutto il resto.

Questo non fa di me un disinformato totale: i social e le edizoni on-line dei vari giornali mi consentono (impogono?) un quotidiano, anche se superficiale contatto con quanto accade nel mondo.

Un contatto, uno sfioramento che mi faccio bastare senza pretendere di più dalla mia testa che si rivela essere un contenitore molto limitato.

Ed è proprio per questa limitatezza della mia “capacità ritentiva” che alla Domenica decido di considerare diverse testate alla stregua di frutti da mondare: tolta la buccia cartacea che trovo non più digeribile, stopposa, dal sapore ripetitivo e e in definitiva inutile, “mangio” l’interno estremamente succoso facendo finta che quanto lì contenuto possa essere considerato indipendente dal contenitore.

Nel paginone iniziale dell’inserto di oggi, impreziosito da una illustrazione di Tullio Pericoli, Dario Olivero spiega perché mai lì in redazione abbiano scelto di chiamare quelle pagine centrali con il nome del protagonista del romanzo di Defoe.

Di quella sua spiegazione voglio salvare alcuni passi, come ad esempio il seguente, che sento risuonare forte nelle mie corde:

“Tra il naufragio titanico negli abissi dell’inconscio di Moby Dick e lo sbarco epifanico nei cieli di Utopia di Gulliver, esiste un modo più umano di andar per mare: sopravvivere. Con gli strumenti della ragione, dell’intuito e dell’intelligenza”.

Sopravvivere.

In pratica si tratta proprio di ciò che ogni Domenica, non essendo né religioso, né tifoso, cerco di fare, spesso da solo. Se infatti non sei devoto a una squadra o a una religione rivelata, non avrai mai un circuito fisso di persone per te interessanti da frequentare con la regolarità che dona una omelia mattutina, un vespro, una processione, un derby…

Un problema che vivo da sempre: durante l’adolescenza le mie domeniche erano interminabili e andavano colmate con quelli che da hobby poi sono diventati lavori.

Se infatti il sabato sera avevo la possibilità di stare con gli amici, alla Domenica venivo tagliato del tutto fuori da qualsiasi occasione di socializzazione: io mi alzavo presto, i miei compagni dormivano fino all’ora di pranzo. Qualcuno di loro andava a messa ma tutti, religiosi o meno, nel primo pomeriggio sparivano dall’orizzonte, sincronicamente ingoiati dal gorgo delle partite da vedere allo stadio o da seguire alla radio e/o alla televisione.

Infine, giunta la Domenica sera, c’era il “necessario resoconto critico” (2) di tutti quegli incontri calcistici: un profluvio di concetti a mio parere molto noiosi, di improbabili interviste, di moviole da analizzare armati di strumenti balistici, geometrici, dinamici, … così evoluti e con grafiche così all’avanguardia da rendere onestamente molto difficile comprendere come mai la scienza nel nostro paese non abbia mai goduto l’appoggio di tanti sostenitori quanti sono i tifosi.

Insomma, la mia Domenica era ed è uno scoglio spesso disabitato sul quale organizzarmi, da naufrago, l’esistenza in attesa del Lunedì che da sempre arriva a salvarmi dalla crescente depressione (alla sera della Domenica raggiunge un livello definibile “da ricovero”) traghettandomi in soli cinque giorni sull’altra riva del continente amico chiamato “Venerdì e Sabato”.

Se quindi la dotazione per il raggiungimento della sopravvivenza di Crusoe era costituita da “logori strumenti di lavoro recuperati e pazientemente adattati”, i miei, e immagino lo siano anche di tanti altri, pur se meno concreti, non sono di certo meno salvifici: alla luce di quanto detto, nei fine settimana in cui non sono con mio figlio o con qualche amico in carne e ossa, i miei complici di sopravvivenza sono, libri, musiche, giornali, teatro, radio, cinema, nonché l’inserto Robinson, il Domenicale del Sole 24 Ore e ogni tanto qualche altro inserto di un paio di quotidiani nazionali.

Grazie a essi realizzo ciò che Olivero descrive quando afferma che “restare vivi è una cosa naturale come lo è passare dalla disperazione di un naufragio su un’isola deserta alla felicità di essere riuscito finalmente a costruirsi ciò che più gli mancava per sentirsi intero: una pipa da fumare davanti al mare godendosi la rinascita”.

Non fumo, ma ho comunque una serie di riti domenicali che danno un sapore netto e al contempo discreto alle piccole abitudini la cui esistenza e persistenza è cagionata dall’essere naufrago sull’isola… “domenicana”.

Riti come ad esempio il sacro gesto del lancio dei giornali nel cestino della carta che mi regala quella splendida sensazione di distacco, di libera scelta di non partecipare al solito gioco comunicativo, quello che vuole venderti l’idea di una res publica interessante, importante, fondamentale, imprescindibile nelle sue dinamiche economiche, politiche, religiose, …, a ben vedere sempre molto violente, angoscianti, urlanti.

Una scelta che fino a pochi anni fa avrei ripudiato con tutte le mie forze ritenendola irresponsabile, quasi da lotofago indegno di stare al cospetto del più attento dei naufraghi, e che oggi invece mi sembra una forma necessaria di resistenza.

Con un euro e cinquanta – un prezzo più che onesto, direi – compro un interessante inserto da leggere e la possibilità di compiere un atto di ribellione civile “efferatamente pacifico” da esercitare sulle restanti pagine del quotidiano.

Nell’articolo di Romagnoli si fa riferimento a tanti altri casi di naufràgi in chiave moderna mettendoli a confronto con quello “primigenio” del Crusoe, e se appare impossibile non citare il film Cast Away con Tom Hanks, non capisco come si faccia a non menzionare il più recente The Martian di Ridley Scott, interpretato da un bravissimo Matt Demon rimasto solo, nel film, a cavarsela come può sul suolo del pianeta rosso.

Sarà una deformazione professionale o di qualche altro tipo, ma da uomo del XXI secolo, leggendo di naufragi, ho connesso questo termine anche a tutta una serie di storie con eroi fantascientifici alle prese col problema di capire come sopravvivere su esopianeti inospitali, strani, esotici, difficili.

In qualche modo una simile dimenticanza (e se fosse stata voluta?) del Romagnoli può forse essere spiegata ipotizzando che quella di naufragare su un’isola deserta del nostro pianeta sia ancora una prospettiva persistentemente più vicina di qualunque altra al nostro sentire, al nostro “orizzonte degli eventi possibili”.

Questo nonostante la Terra si sia ridotta, come lo stesso autore dell’articolo fa notare, a “un puntino espandibile con il movimento di pollice e indice, fino a rivelare qualsiasi isola e scovare il fermo immagine di chi vi è approdato” (3).

Insomma, il messaggio di Cast Away sembra suonare come una minaccia, come una promessa o come una stuzzicante ed esotica ipotesi: “attenti tutti: qui sulla Terra può ancora capitare di perdersi”.

Ne deduco che nell’immaginario collettivo il naufrago non è (ancora) un astronauta, né un extracomunitario che si muove su una affollatissima imbarcazione per andare da un posto difficile e popoloso a un altro già occupato da gente non proprio benevola.

No, scorrendo il breve elenco stilato da Romagnoli, mi sembra di poter evincere che il naufrago contemporaneo sia un giovane hikikomori giapponese, un “Soldini della mente” alle prese con le burrasche del suo subconscio, perso nei suoi inestricabili mondi interiori e impossibile da salvare perché rinserrato nel suo “viaggio allucinante”, protetto dalle quattro mura della sua stanzetta asfittica. Mura che sono veri e propri baluardi contro l’irruzione del mondo esterno che, mai pago, spinge da fuori per invadere anche quella piccola sacca di silenzio.

In alternativa, sempre scorrendo l’elenco proposto nell’articolo, si scopre che un naufrago di oggi è ancora una specie di eroe romantico, perso come in Cast Away in luoghi disabitati o che decide scientemente di far perdere le proprie tracce così come fanno tanti manager di alto profilo e personaggi pubblici in cerca di una nuova dimensione del vivere in aperta contraddizione con il carattere della loro esistenza precedente.

Costoro, in preda a una forte crisi di valori o avendo realizzato di avere accumulato abbastanza danaro da essere in grado di coronare un sogno segreto (chissà, magari nato proprio leggendo Defoe…), lasciano metropoli affollatissime per rifugiarsi in isole lontane, ma non del tutto deserte.

Posti sulle mappe dove la cosiddetta civiltà fatica a completare il processo di omogeneizzazione di quei (non) luoghi ai suoi canoni, alle sue forme, alle sue consuetudini.

Nonostante tutto ciò, il fatto stesso che un film come quello di Ridley Scott abbia avuto un enorme successo di pubblico e critica, immagino apra all’ulteriore ipotesi che il perdersi nello spazio, in un posto buio, diverso e lontano da qui, abbia assunto agli occhi del pubblico una dimensione di quasi realtà, capace di spostare quella avventura dal mondo della fantasia pura a quello di una prospettiva prossima, in procinto di divenire reale, effettiva, esperibile.

Di sicuro vedere la storia del marziano Matt Damon fa sentire oggi un brivido diverso da quelli che la fantascienza di uno o due decenni fa regalava ai telespettatori: si ha la netta percezione che quella del film non sia più una remota prospettiva futura da riguardare soltanto come ipotesi lontana e fantascientifica; come mero topos narrativo.

Sarà un effetto dell’aver infarcito il film di notizie scientifiche una volta tanto corrette, sarà un effetto dell’estremo realismo raggiunto nella realizzazione di riprese ed effetti speciali, ma è evidente che, mai come oggi, la storia dell’astronauta naufragato sul quarto pianeta del Sistema Solare si approssima a diventare prospettiva reale, ipotesi di lavoro, futuro possibile.

Sorpreso, allora, del non aver letto The Martian nell’elenco stilato dal giornalista di La Repubblica – una dimenticanza (?) che non considero certo un errore, ma che sento di dover leggere come prezioso indizio sulle tendenze del pubblico così come interpretate da una persona che per mestiere osserva di continuo la società e le sue evoluzioni – non posso fare a meno di chiedermi: come verrà impostato tra dieci o venti anni un articolo simile, se mai verrà scritto dal Romagnoli di turno, allorché la frontiera dello spazio sarà  alla portata di tutti?

Quale forma di naufragio verrà omessa dall’elenco?

Me lo chiedo dalla mia isoletta “Domenica di Pasqua” sperduta in un oceano oggi molto pacifico, disturbato solo da un profluvio di filmatini con uova colorate che si rompono nel mio whatsapp rivelando la presenza all’interno di pulcini la cui unica ragione di esistere pare sia dirmi con vocine stridule “Buona Pasqua!”.

Da qui, nel ruolo di hikikomori italiano forzato a esserlo da una festa che non sento mia, affido la bottiglia contenente questo post alle onde della rete.

Perché lo faccio? Perché decido di inquinare il nostro oceano virtuale?

Perché, rubando un’ultima volta la voce ad Olivero:

“Il sogno di un’isola dove trovare pace per la nostra buona ma spesso frustrata volontà è un sogno comune. (…) Il sogno di un’isola dove radunare tutte le isole che si sentono solitarie, depresse, disperse è la nostra idea di cultura comune”.

Chissà se un giorno le notizie mi sembreranno così tanto degne da farmi apparire ogni giornale all’altezza del suo inserto migliore e da non spingermi a buttarne via la buccia indigeribile.

Così da non farmi desiderare di naufragare nelle sole pagine centrali che, al di là di tutte le considerazioni precedenti, sono uno stagno nel quale è amaro doverlo fare.

Quella sì sarebbe per me una vera resurrezione!

 

SZ

 

1- non parlatemi di voto: non so proprio a chi darlo. No. Non è una richiesta di suggerimenti…

2- spesso reiterato il giorno dopo, sottoforma di “Processo del Lunedì”, usando argomenti del tutto simili ma pronunciati da persone diverse;

3- tra l’altro, si tratta di approdi mappati proprio di recente in un bellissimo libro intitolato Atlante delle isole remote: una pubblicazione moderna dal forte sapore antico, falsamente polveroso e raro, frutto di una sapiente scelta grafica della casa editrice Bompiani.

 

 

Overblow e Overdraw per persone Underblowing e Underdrawing

PolmoNeon-low

PolmoNeon (strumento della stessa famiglia del Bandoneon)

Questo articolo è stato già pubblicato il 15 Marzo 2019 nel sito Doctor Harp (www.doctorharp.it), in una mia rubrica dal titolo “HarmoniCa Mundi” che ho inaugurato il 23 Febbraio scorso questo video di presentazione dell’intero progetto:

Ho deciso di iniziare quella mia nuova rubrica parlando di un tema nel quale mi ero imbattuto già qualche anno fa e che all’epoca mi aveva molto colpito: si trattava di uno studio scientifico in cui si sosteneva la validità di una particolare pratica medica pensata per curare problemi polmonari anche molto gravi e basata sull’uso terapeutico del canto, del flauto, del flauto a coulisse, della melodica e… dell’armonica.

Prima di allora, per me l’unica commistione tra argomenti a prima vista così lontani come l’armonica e la salute era tutta contenuta, oltre che nella frase “suonare il mio strumento mi fa sentire bene”, in quella bellissima storia di soldati al fronte salvati dalle loro armoniche che avevano ricevuto il proiettile altrimenti destinato a loro [1]. Insomma, vere e proprie armoniche antiproiettili.
Non cercatele in rete: mi sa che non ne producono più…

Tornando a quello studio scientifico cui facevo riferimento più sopra, esso mi è tornato in mente proprio allorchè mi sono riproposto di tenere questa rubrica: mi sembra infatti un tema avente le caratteristiche giuste per dare un colpo d’ariete alle pareti entro le quali di solito si svolge il dibattito tra noi armonicisti e strumentisti in generale: scoprire che parlare di armonica può significare anche andare a toccare argomenti di medicina, è qualcosa che di sicuro apre l’orizzonte verso lande tutte da esplorare.

Decidendo quindi di parlarvene, ho voluto informarmi sull’argomento leggendo direttamente gli articoli scientifici fino a ora pubblicati e che ho immaginato sarebbe stato facile reperire nel web.

Purtroppo, pur avendone trovato un certo numero, questa letteratura on-line mi ha aperto gli occhi sulla gravità di un problema di cui ho sempre e soltanto sentito parlare senza mai averlo davvero subito: l’impossibilità di avere accesso gratis a ricerche scientifiche che non riguardano argomenti legati alla tua disciplina. Avendo infatti lavorato a lungo in un istituto di ricerca astronomica, non ricordo di avere mai subito limitazioni nell’ottenere l’accesso ai lavori pubblicati dai miei colleghi italiani ed esteri impegnati nel mio stesso ambito.

Muovendomi invece in un campo, quello medico, che evidentemente non è il mio, ho subito compreso quanto sia frustrante non poter prendere visione delle ricerche altrui, una limitazione che a suo tempo ha addirittura stimolato la nascita di un movimento di opposizione all’esistenza di questi vincoli imposti dagli editori alla libera fruizione di tutte le ricerche scientifiche [2].

La maggior parte degli articoli scientifici inerenti l’uso dell’armonica in ambito clinico di cui ho trovato traccia in rete è purtroppo soggetta a embarghi che costringono un privato il quale abbia deciso di informarsi su un certo argomento consultando direttamente i lavori specialistici, a comprarli, a volte a prezzi assolutamente proibitivi, o a rinunciare del tutto alla soddisfazione della sua legittima curiosità.

Per fortuna mi sono imbattuto in una pubblicazione scaricabile liberamente [3] che ho poi integrato con la lettura degli abstract – brevi riassunti di solito posti all’inizio dell’articolo così da consentire a chiunque di farsi un’idea di massima del contenuto delle pagine seguenti – degli altri testi non scaricabili.

Spero quindi di avere sufficientemente compreso quali siano gli obiettivi che questo genere di ricerche si propongono di raggiungere e delle strategie – sono essenzialmente due – con le quali i ricercatori hanno di volta in volta affrontano la problematica in esame.

Iniziamo quindi col dire brevemente cosa si propongono gli autori dell’articolo riportato.

!La loro idea è che, accanto alle classiche terapie farmaceutiche, ottimi risultati nella cura di alcune specifiche problematiche dell’apparato respiratorio possano essere ottenuti adottatando “semplici” strumenti musicali – come si diceva più su, tra essi troviamo anche la nostra armonica! – riguardandoli come nuovi presìdi medici.

Schermata 2019-02-21 alle 14.32.05Quando gli autori dell’articolo si riferiscono a problemi dell’apparato respiratorio – problemi che, come si evince dalle due tabelle che trovate di seguito, affliggono una fetta notevole della popolazione americana e, immagino, mondiale – gli autori intendono tutte quelle malattie riassumibili con l’acronimo COPD che sta per Chronic Obstructive Pulmonary Disease, ovvero Schermata 2019-02-21 alle 14.31.34disfunzioni che limitano le capacità respiratorie di un individuo con conseguenze disastrose sulla qualità della sua vita: non è infrequente, infatti, che in pazienti affetti da queste patologie , oltre a tristezza, pessimismo, depressione, bassa autostima, …, si riscontrino finanche tendenze suicide più o meno marcate.

Lo studio descritto nell’articolo è stato effettuato presso l’ospedale newyorkese “Mount Sinai Beth Israel” [4], ma ho trovato anche diversi lavori che si riferiscono a ricerche analoghe eseguite in altre strutture sparse sul territorio americano. A uno di questi, condotto presso il Senior Friendship Center, in Florida, fa addirittura riferimento il sito della marca Seydel la quale ha provveduto a creare Pulmonica [5], un’armonica che, come assicurano i costruttori tedeschi, è stata appositamente progettata per supportare simili ricerche alle quali danno anche un interessante contributo programmatico dedicando un’intera pagina web a indicazioni sugli esercizi da compiere usando il loro strumento [6].

Nella home page del sito del “Mount Sinai Beth Israel” si legge che è notable for its unique approach to combining medical excellence with clinical innovation.

Una frase con la quale già si prepara l’internauta a scoprire che lì si adotta un atteggiamento improntato a una grande apertura a favore di approcci clinici olistici, quindi che prestano attenzione non solo al corpo del paziente, ma anche alla sua complessità caratteriale ed emozionale.

Facendo una rapida ricerca nel sito usando la parola chiave “harmonica”, ho trovato un solo riferimento: lì vi lavora un certo Richard A. Frieden, esperto di Riabilitazione e Medicina Fisica (non so come tradurre correttamente Physical Medicine…) nel cui profilo si dice esplicitamente che suona armonica, tastiere e chitarra.

Pur non essendo tra i firmatari dell’articolo che ho letto, immagino sia in qualche modo coinvolto nella riabilitazione dei soggetti affetti da COPD…

Per misurare l’efficacia di un approccio integrato, ovvero che affianchi alle normali terapie polmonari anche una cura basata sull’uso clinico della musica e di altre cure non convenzionali, i ricercatori hanno deciso di confrontare i risultati ottenuti lavorando su un campione di pazienti curati con questa strategia multidisciplinare con quelli emersi dall’adozione della sola terapia polmonare standard (con questo aggettivo intendo quella che la medicina clinica di solito suggerisce in casi del genere) somministrata a un secondo campione di pazienti indicato come “gruppo di controllo”.

Ma veniamo finalmente alla ricerca descrita nell’articolo e al metodo adottato dai suoi autori.

Tabella 1 copia.jpgLo studio è durato ben cinque anni, dal 2008 al 2013 e, come si evince dalla tabella di seguito, ha coinvolto inizialmente 88 persone dei due sessi aventi un’età compresa tra i 48 e gli 88 anni, suddivisi con un processo automatico e casuale nei due gruppi: quello impegnato nella terapia integrata (Terapia Musicale, Visualizzazione grafica delle proprie condizioni fisiche – tra poco lo capiremo meglio – sommate alla Terapia Polmonare Standard) e l’altro parallelamente impegnato in quella standard.

AIR: Advances in Respiration - Music therapy in the treatment ofIn seguito il campione si è ridotto a 68 persone in quanto 30 dei soggetti coinvolti, a causa di vari motivi tra i quali anche il complicarsi improvviso delle condizioni fisiche di alcuni di loro, non sono riusciti a completare il numero di incontri previsto.

 

Come è ovvio attendersi, l’esperimento si è poi concluso con il confronto dei risultati ottenuti con i due metodi.

Nel caso della terapia integrata, durante sessioni settimanali di 45 minuti, i pazienti sono stati istruiti da personale specializzato sulle tecniche di respirazione e su come suonare semplici melodie – si è cercato di privilegiare i gusti musicali dei pazienti così da potenziare gli effetti benefici di tutta l’operazione – con gli strumenti messi a loro disposizione.

Prima e dopo le sessioni musicali, ai soggetti in cura sottoposti alla terapia multimodale è stato chiesto di dare una rappresentazione visuale del proprio stato fisico tramite la selezione dell’immagine che, tra tutte quelle sottoposte, meglio rappresentava la loro personale percezione del proprio apparato polmonare e, conseguentemente, della propria dispnea.

Una visualizzazione che credo sia particolarmente importante non tanto per la “scientificità” dell’output, ma per il fatto di stimolare una certa autorappresentazione di sé in pazienti che dimostrano scarsa autostima e consapevolezza del proprio stato fisico e psicologico.

Microsoft Word - Apendix A.docCome si può vedere dalla figura, in essa vi sono rappresentati polmoni liberi e polmoni a vari livelli sofferenti per costrizioni che ne limitano la portata.

Dopo aver introdotto il metodo usato, l’articolo continua mostrando i risultati riferiti a ogni singolo problema clinico che la terapia tenta di curare.

Per quanto concerne la dispnea, gli effetti della terapia ottengono una valutazione comparabile con il MCID, Minimal Clinically Important Differences, un punteggio di riferimento il cui valore viene deciso a priori con metodi statistici e che serve a valutare il migliorare o il peggiorare, rispetto a quel valore limite, delle condizioni del paziente sottoposto a una certa terapia.

Risultati un po’ meno entusiasmanti ma per i ricercatori comunque positivi, si registrano nella cura dell’affaticamento, praticamente il fiato corto, mentre un successo netto emerge dalla valutazione delle funzioni emozionali dei pazienti e, come è logico attendersi da chi, suonando uno strumento, impara a economizzare il fiato, della loro capacità di gestire consapevolmente la respirazione.

Come si è già detto, lo studio tende a porsi in quella corrente di pensiero che guarda alla salute dei pazienti non più come un aspetto dipendente in modo esclusivo da parametri fisici, ma immaginandola piuttosto come il risultato finale della somma di più dimensioni strettamente connesse tra loro e aventi a che fare con una sfera più ampia, centrata sul paziente e inclusiva di altri aspetti come la qualità generale della sua vita.

In tal senso, pur permamendo qualche piccola perplessità circa la validità del metodo nei soli suoi aspetti inerenti l’impatto della terapia sui parametri fisiologici – si tratta di dubbi a mio parare stimolati dagli stessi numeri riportati nello studio – credo sia innegabile e universalmente noto quanto la fruizione consapevole della musica, e soprattutto il suonarla, siano esperienze capaci di dare qualità alla vita di chiunque, quindi anche a quella delle persone affette da COPD la cui autostima viene migliorata tramite l’esercizio della sensibilità artistica e della creatività.

Di sicuro suonare uno strumento musicale aumenta la consapevolezza di sé.

Questo, per quei musicisti che non improvvisano, credo sia vero almeno nella parte della disciplina avente a che fare con il controllo emotivo e muscolare.

Inoltre, nel caso di chi si dedica allo studio di uno strumento a fiato, vi è anche una notevole crescita di consapevolezza del proprio apparato respiratorio con conseguente miglioramento del controllo della nostra ossigenazione (quindi si cade ancora una volta nell’ambito del controllo muscolare in quanto respirare nello strumento e, conseguentemente, emettere un bel suono sono attività che coinvolgono il diaframma, la muscolatura intercostale, quella facciale, quella linguale, …).

Questa ricerca non è certo la prima nel suo genere: nello stesso articolo si fa riferimento ad altri studi condotti con metodi analoghi e, in particolare, a uno, di cui ho potuto leggere solo l’abstract, in cui l’obiettivo era misurare l’efficacia di una strategia per la cura delle COPD che facesse uso anche della musica e interamente basata sull’utilizzo della sola armonica [7].

Un aspetto che potrebbe rendere questo studio più interessante per noi armonicisti di quanto non lo sia l’articolo [3] da me esaminato (nel quale, lo ricordo, si parla invece di una terapia basata sull’uso di diversi strumenti) se non fosse che in questo caso il risultato finale è che non si riscontrano sostanziali differenze tra i benefici ottenuti dall’applicazione del metodo standard e quelli derivanti da una terapia che, oltre alle cure normali, insegni ai pazienti come respirare grazie all’uso dell’armonica.

Nel commentare questo articolo, i ricercatori del Mount Sinai Beth Israel si dicono certi che a determinare l’esito di quella ricerca sia stata la scelta di  non avvalersi del contributo di infermieri, musicoterapisti e fisiologi appartenenti a un albo di professionisti formati proprio con l’obiettivo di guidare i pazienti in una lunga terapia integrata, quindi basata anche sull’uso della musica e dell’armonica.

Queste lacune curriculari avrebbero quindi indebolito la validità di quella prima ricerca in quanto gli operatori forse più importanti, quelli a strettissimo contatto con i pazienti, non erano sufficientemente preparati a prestare la giusta attenzione a “variabili psicoterapeutiche miscelate con conoscenze mediche”.

Basandosi su questo fattore a loro parere determinante, i ricercatori del Mount Sinai Beth Israel liquidano quindi i dubbi emersi dallo studio antagonista affermando che invece la loro ricerca, prima nel suo genere, è stata capace di “combinare un intervento multimodale (comprendente quindi la visualizzazione, il canto terapeutico, …) con la riabilitazione polmonare standard (PR), così da valutare l’impatto della musicoterapia sulla depressione, sulla dispnea percepita e sulla qualità della vita correlata alla salute (HRQL, Health Related Quality of Life) in pazienti affetti da malattia polmonare da moderata ad avanzata”.

Nell’articolo si fa inoltre menzione del fatto non secondario che la depressione colpisce i soggetti affetti da COPD in ragione di più del doppio della percentuale dei soggetti senza questo genere di patologia. Una depressione chiaramente dovuta all’elevato tasso di mortalità e alla bassa qualità della vita che le insufficienze polmonari possono generare.

La ricerca in tal senso fa registrare un netto successo della terapia multimodale già dopo soltanto sei settimane di trattamento, nonché una marcata divergenza dai risultati ottenuti con la sola terapia polmonare standard cui è stata sottoposta l’altra metà dei 66 pazienti raggruppati nel cosiddtto “gruppo di controllo”.

Un punto in particolare, messo in evidenza dagli autori dell’articolo, credo possa essere molto interessante anche per gli appassionati che decidono di avvicinarsi allo studio dell’armonica: alla fine dell’intero percorso terapico, alcuni dei partecipanti hanno commentato l’attività appena conclusa definendola “stancante”.

I ricercatori hanno messo in relazione questo giudizio con i bassi punteggi ottenuti da alcuni dei pazienti in riferimento alla parte di terapia dedicata al problema del “fiato corto” e hanno ipotizzato che quel giudizio sia da imputare all’incapacità di alcuni di loro di riprodurre corretti “pattern respiratori” tendendo piuttosto a iperventilare.

Detto in altri termini, i ricercatori ritengono che chi ha faticato troppo nel tentativo di suonare il suo strumento, abbia sempre fatto transitare nei polmoni troppa aria rispetto alla quantità necessaria per attivare la produzione del suono.

Un problema al quale gli esperti musicoterapeuti ritengono si possa dare una semplice soluzione consistente nel fornire ai pazienti un supporto ritmico col quale dirigere la respirazione.

Che sia un invito, rivolto a tutti, a studiare qualsiasi cosa (brani ed esercizi) col metronomo?

In chiusura d’articolo, viene sottolineato più volte come accanto alla cura di problemi respiratori specifici, l’approccio multimodale comprendente l’autovisualizzazione del proprio stato organico, l’attività musicale, per definizione creativa e culturalmente stimolante, il canto, …, abbia degli innegabili effetti sulla socialità dei pazienti con conseguente miglioramento delle condizioni di vita generali.

L’articolo si conclude con la seguente, condivisibile, affermazione (traduzione mia):

“La musicoterapia somministrata in un contesto di gruppo presenta vantaggi intrinseci attraverso il suonare strumenti a fiato, il canto e – forse l’aspetto più importante dell’intera faccenda – in un ambiente creativo dipendente dallo sforzo collaborativo nel quale l’esperienza di gruppo alleggerisce il peso dell’impotenza che spesso si prova quando la capacità di respirare è compromessa”.

E ora veniamo finalmente a quelli che penso possano essere gli aspetti di maggior interesse per noi armonicisti.

Intanto credo sia importante scoprire che, in quanto esperti dell’unico strumento a fiato da suonare sia soffiando che inspirando, un’azione che secondo molti offre anche il pregio di “ripulire” i polmoni da impurità varie, tutti noi armonicisti possediamo un potenziale appeal per istituzioni mediche eventualmente interessate ad avviare un percorso terapeutico che si serva anche di docenti esperti di strumenti a fiato e, in particolare, dell’armonica.

Scoprire che vi sono studi sulla funzionalità del polmone soggetto allo stress del suonare credo serva a sottolineare l’importanza dello sviluppo del muscolo diaframmatico che, probabilmente più nel nostro caso che in altri, deve essere molto veloce nell’invertire la “rotta”.

Qui mi riferisco soprattutto all’incredibile abilità di tutti quei fantastici armonicisti blues i quali riescono a simulare il tipico sferragliare e sbuffare dei treni a vapore che vitalizzavano le lande sperdute del vecchio west rurale [8]: i mezzi da loro rappresentati in musica partono adagio da stazioni improbabili per poi progressivamente arrivare a velocità vertiginose, sferragliando su rotaie arruginite; un quadro sonoro dipinto con incredibile perizia modulando il fiato con la lingua e tutto il cavo orale, ma soprattutto grazie a una non comune velocità nell’alternare rilassamento e contrazione del muscolo diaframmatico.

In altri generi musicali sappiamo bene come la capacità di far lavorare velocemente quel muscolo favorisca comunque l’esecuzione di brani classici molto difficili come anche di improvvisazioni jazzistiche ardite.

Volendo fare un esempio per aiutare la comprensione di quanto appena affermato, suggerisco l’ascolto del terzo movimento del concerto di Malcolm Arnold per armonica cromatica e orchestra sinfonica [9]: come si può notare dai due passaggi che riporto più in basso, lì il solista è chiamato più volte a correre lungo quasi tutta l’estensione di una armonica cromatica a 48 voci suonando sì una semplice scala diatonica, ma  a velocità decisamente elevata (♩. = 144. Consiglio l’ascolto dell’interpretazione del grande Tommy Reilly [10]):

Primo esempio Arnold

Secondo esempio ArnoldUna velocità che, come qualsiasi altro parametro, può essere allenata fino a incontrare il limite fisico che ognuno di noi ha trascritto nei suoi geni: la qualità delle fibre muscolari e la frazione di quelle veloci e di quelle resistenti allo sforzo prolungato varia da individuo a individuo e – cosa che si evince facilmente osservando una qualsiasi competizione d’atletica leggera – a parità di impegno e preparazione, non tutti possono ottenere uguali prestazioni.

A tal proposito, mi torna in mente una famosa frase di Borzov, ex atleta e grande allenatore degli sprinter nazionali, il quale una volta pare ebbbe a dire: “sono moltissimi i velocisti, pochi i veloci”.

Gli studi medici condotti per migliorare le condizioni di vita dei pazienti affetti da COPD un giorno forse potranno dare indicazioni più precise e generali anche su come allenare e sviluppare meglio le qualità veloci di quel muscolo diaframmatico che c’è, ma non si vede e dal quale – senza aver letto quella ricerca, forse non ne sarei mai stato così consapevole – dipende moltissimo del nostro equilibrio psico-fisico.

Uno studio del genere credo abbia fatto notare anche quanto poco tempo e attenzioni si dedichino allo studio della respirazione tout court. Attenzioni che potrebbe pure aiutarci a migliorare la capacità volumetrica dei polmoni così da non avere grosse difficoltà nell’esecuzione di quei passaggi che impongono di suonare intere frasi composte di sole e molte note aspirate o, equivalentemente, di sole e molte soffiate.

Come già accennato – sarà banale ma ritengo valga la pena sottolinearlo – a mio parere da questo studio emerge pure che lo studio con il metronomo prepara ad affrontare passaggi difficili ma che soprattutto è da considerarsi “allenante” anche per tante altre qualità extramusicali.

A questo punto ritengo ci si debba interrogare su quanto il pensiero di un musicista jazz sia condizionato dalle proprie limitazioni fisiche. Forse, senza accorgercene, privilegiamo frasi di un certo tipo solo perché il nostro corpo sa di non riuscire ad andare oltre, di non poter concedersi e concederci di pensare in modo più ardito.

Accorgersene potrebbe fare di noi dei frustrati, facendoci rientrare alla lontana, almeno spero, nella schiera di coloro i quali soffrono di una forma seppur lieve di COPD con conseguenti piccoli e grandi problemi di autostima.

Abbiamo sempre la pretesa di dominare i nostri gesti con il pensiero, e scoprire che in alcuni casi è il corpo a dominare i nostri “gesti mentali” credo possa costituire una scoperta molto, troppo scomoda da accettare, specie per chi ritiene di essere un intellettuale che secondo il dizionario Treccani, altro non è se non un “individuo che svolge attività lavorativa di tipo culturale o nella quale prevalenti sono la riflessione e l’elaborazione autonoma”.

Stante questa definizione sono portato a pensare, anzi, a temere che, se non si domina il proprio respiro, la nostra riflessione musicale non potrà essere affatto autonoma.

Non voglio certo chiudere questo articolo con un pensiero così difficile da digerire. Preferisco vedere tutto sotto una luce ottimistica notando che tutti noi armonicisti abbiamo ottime probabilità di avere polmoni che funzionano davvero bene.

Così tanto bene da avere una qualità della vita superiore alla media, quindi:

1) respirate a pieni polmoni.
2) Buona musica a tutti!
E
3) ricordatevi di essere felici.

SZ

 

Biblio-Disco-Sitografia

1- Poggi, Fabrizio, L’armonica a bocca: il violino dei poveri, https://www.amazon.it/Larmonica-bocca-violino-dei-poveri-ebook/dp/B07M75J1RM

2- https://it.wikipedia.org/wiki/Open_access

3- Canga, B.; Azoulay R.; Raskin, J.; Loewy, J., AIR: Advances in Respiration e Music therapy in the treatment of chronic pulmonary disease, Respiratory Medicine 109 (2015) 1532e1539

3- https://www.mountsinai.org/locations/beth-israel

4- https://www.mountsinai.org/locations/beth-israel

5- https://www.seydel1847.de/epages/Seydel1847.sf/en_US/?ObjectPath=/Shops/Seydel/Products/PULM_/SubProducts/PULM_2.0_book

6- http://www.pulmonica.com/Program.htm

7- J.L. Alexander, C.L. Wagner, Is harmonica playing an effective adjunct therapy to pulmonary rehabilitation? Rehab Nurse. 37 (4) (July Aug 2012) 207e212

8- Stowers, Freeman, Railroad Blues, https://open.spotify.com/artist/5L4L6VsAxyYi0ENgYrzMqi

9- https://en.wikipedia.org/wiki/Concerto_for_Harmonica_and_Orchestra_(Arnold)

10- Reilly, Tommy, T.R. plays Harmonica Concertos, Chandos, 1993

11- Intervista a Gianandrea Pasquinelli – Prima parte:

12- Intervista a Gianandrea Pasquinelli – Seconda parte:

13- Intervista a Gianandrea Pasquinelli – Terza e ultima parte: