CRONACA VIRUS – Giorno 38

Svegliarsi tutti i giorni in un mondo che vede correlazioni diaboliche tra questo e codesto, tra codesto e quello e, di ritorno, tra quello e questo, comporta che a un certo punto, per quieto vivere, ci si adatti al gioco: ubi maior

Leggo di correlazioni, anelli di complotti, che si chiudono attorno a ulteriori elementi con i quali vanno a costruire una lunghissima catena di San Fake, patrono dell’università della vita e protettore di quella della strada, e scopro che la tentazione è forte.

Allora umanamente cedo, rivaluto sospettoso la giornata di ieri e non posso non notare di avere subito un attacco degli eventi che ha del sospetto, del complotto di non so chi ai miei danni.

E allora denuncio. Sì, lo faccio! “Ma chi?”, direte voi. “Ah, saperlo!”, rispondo io, che per il momento me la prendo contro ignoti, anche se a prima vista sembrerebbe che il mio nemico sia solo il potente fato cinico e baro.

Due sere fa, mentre parlavo con mio figlio, mi è caduto il cellulare. Ero in piedi e la caduta si è rivelata fatale per il display del dispositivo che per metà appariva lesionato e nero: non potevo più digitare il pin né fare tutte le altre operazioni che oramai avvengono per il tramite di quella superficie trasparente e sensibile al tocco che ora, avendo toccato terra, aveva perso conoscenza.

Poche ore prima, proprio digitando e leggendo su di essa, avevo comunicato via whatsapp con un mio vicino, chiedendo se anche lui, che come me vive a piano terra, sentiva cattivi odori salire da lavandini & affini. Avendomi confermato che pure da lui la primavera idraulica arrivava a zaffate mortali – una nuova stagione intubata, capace, pare, di far sentire i suoi effetti malefici anche nelle case degli inquilini al piano superiore -, avevamo deciso che saremmo andati la mattina successiva in giardino a controllare lo stato dei sifoni.

Così abbiamo fatto: armati di mascherina, mai così tanto necessaria e al contempo inutile, guanti, leve metalliche, assi di legno e tanta, tanta pazienza, abbiamo iniziato a ispezionare l’immanenza del nostro condominio. Abbiamo così scoperto che tutti i punti nei quali le varie colonne dei diversi numeri civici del nostro stabile si innestano nella canaletta principale della fogna, presentavano evidenti segni di intasamento.

Inizia così una lunga mattinata di sversamenti di acqua bollente, acido muriatico, santi e madonne, seguiti da rimestamenti con lunghi assi di legno di brodaglie di cui il tacere è bello.

Alla fine, vinti nel fisico, nel naso e nell’anima, decidiamo di chiamare un’azienda specializzata proprio nel frugare nei segreti più intimi della gente: quelli davvero sintetici e forse più veritieri di una comunità all’apparenza variopinta, ma che alla fine si rivela monocolore, estremamente omogenea, sia da un punto di vista cromatico, sia da quelli olfattivo e materico.

L’operazione dei professionisti comprende essenzialmente due fasi: prima si rimuove l’”evidenza” recente e poi, tramite un tubo capace di sparare acqua ad alta pressione, si va su su a indagare “il passato del tombino” fino a raggiungere i più lontani anfratti della LAN locale alla quale si saldano tazze e lavandini dei vari appartamenti.

Il nostro microcosmo inizia così a mugghiare tenebroso, minacciando di far esplodere ovunque tavolette di water e tappi pensati per bloccare il flusso in entrata e che fanno invece temere di non riuscire a resistere al traffico di sommerso in uscita.

Il rumore profondo che squarcia i muri rivela la complessa geometria dello snodarsi del lunghissimo intestino di plastica che, tortuoso di gomiti e sifoni, si concede solo all’indiscreto tubo endoscopico degli esperti.

Ne escono così segreti dall’aspetto tetro e archeologico, quelli davvero responsabili delle peristalsi di strani boli intestinal-fogniari: vere e proprie collane di capelli lunghe anche due metri e rinforzate da fili interdentali, nonché tanto, tantissimo calcare sottoforma di veri e propri ciottoli, frammisti a pomici di detersivi e grassi alimentari.

Un riassunto a dir poco perfetto di ciò che davvero siamo, facciamo, produciamo.

Tale sintesi ci ha scollegato per una mezza giornata dal flusso di informazione della rete principale: quel web interrato nel quale la cruda verità si ritrova nei tre stati liquido, solido e vaporoso.

Per qualche ora tutti noi condomini siamo rimasti scollegati dalla lunga processione di informa-deiezioni e il sistema ci ha inviato un messaggio olfattivo di errore. Una volta andati via gli esperti, ci siamo scoperti salvi, alleggeriti da un bel po’ di quattrini, e finalmente collegati in rete: tutto scorreva, c’era campo, quello che ci evita di scendere in -.

Tornato a quel poco che rimaneva della mia giornata, ho scoperto che mi era arrivato 1) un sollecito dalla società che fornisce l’energia elettrica; 2) un altro da chi, senza avermelo richiesto a suo tempo, ora pretendeva una prova dell’avvenuto pagamento di un bonifico di cui ho parlato alcune cronache fa; 3) un messaggio da un sedicente amico di facebook, poi eliminato, nel quale, senza mezzi termini e per il tramite di un articolo-immondizia apparso su una rivista che forse meriterebbe almeno una segnalazione all’autorità competente, offendeva in vari modi chi come me ha deciso di assecondare i DPCM: una escalation di giudizi a dir poco violenti, conditi da suggestivi aggettivi come “mediocre”, “caricatura”, e tanti altri culminanti con la definizione di “traditore della patria”, vera ciliegina sulla torta.

Qualcuno ha paragonato questa quarantena a una lunga, interminabile Domenica. Dopo la giornata di ieri, mi sento di rilanciare avanzando qui l’ipotesi che si tratti, invece, di un perenne Lunedì classicamente carico di buone nuove.

L’inservibilità del cellulare che, pur continuando a suonare per l’arrivo di telefonate e messaggi, non mi faceva accedere alle sue funzioni, rappresentava un blocco, ma stavolta del mio punto di accesso alla rete telefonica e internet.

 

Sono riuscito a scoprire l’accumulo di acque reflue della mia rete social tramite l’apertura del tombino del pc attraverso il quale ho potuto continuare a rimestare in una materia simile a quella sorpresa ore prima a ribollire nella rete fogniaria e la giornata si è chiusa così come era iniziata.

Con la rottura del cellulare ho perso dati, fotografie, video, sedicenti amici, tempo, pazienza, soldi. In sintesi, ho perso tanto delle mie cose più preziose; così tanto preziose da essere ora del tutto indistinguibili nella melma calcarea dell’indistinto che tutto amalgama e riassume chi sono e chi siamo.

Si è trattato del prezzo pagato per riprendere il mio posto nel grande estuario della storia di questi giorni che della mia assenza di qualche ora, come del mio ritorno, parliamoci chiaro: non si è accorta affatto.

Un’ esperienza che mi ha consentito di fare facili previsioni sulla fine che farà il resto del mio tesoro personale quando non potrò più porre rimedio a blocchi vari delle mie reti artificiali a causa di un irreparabile blocco interno alla rete del mio corpo.

Una coincidenza? A me non pare proprio. Qui qualcuno sta chiaramente agendo alle mie spalle. Lo sento, e il fatto che tutti prima di me abbiano fatto la stessa fine scientificamente lo dimostra.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 37

IL SOFFITTO IMBIANCATO SOPRA DI ME, LA LEGGE MORALE DENTRO IL MIO IPAD

 Le fotografie di Steve McCurry pubblicate ieri da Repubblica on-line ci rinfrescano la memoria di ciò che siamo, o meglio, di ciò che fino a ieri noi italiani eravamo agli occhi di chi italiano non è.

Scatti dai quali sembra emergere una strana declinazione tutta italica del cosiddetto Antropocene: la nuova era geologica caratterizzata dal forte impatto umano sulla Natura ottenuta rubando il lavoro all’Olocene: l’era geologica alla quale si pensava di appartenere ancora, almeno fino a prima di accorgerci di quanto abbiamo inciso sulla salute e sull’aspetto del nostro pianeta.

Quelle foto mostrano una via tutta nostra al dominio dell’ambiente: una rara integrazione tra bellezza del mondo e bellezza di volti, atteggiamenti, architetture.

Lo sappiamo già da tempo, e quelle foto in parte lo riconfermano, che la nostra cifra di popolo è proprio questa: difetti a parte, dimostriamo di possedere una rara capacità di riflettere il sorriso della Natura che abita lo stivale sullo specchio dei nostri visi e delle nostre piccole, grandi opere.

Qui da noi, uno dei tratti fondamentali del modo di vivere è la vicinanza reciproca: un paese più lungo che largo, con strade e marciapiedi che, stretti anche loro, sembrano risentire di quella particolare conformazione geografica: le coste premono dai lati verso l’interno, fanno alzare Appennini ed Alpi e strizzano le città nelle quali le strade, altrove arterie, diventano vene e fragili capillari.

Quella strettezza pare trovare traduzione in uno spontaneo contatto umano (o è l’inverso?): la nostra naturale tendenza ad avvicinarci a poca, pochissima distanza da un amico, un parente, ma anche da qualcuno cui chiedere l’ora, dalla persona casualmente incontrata alla fermata dell’autobus, da chi ci precede in fila in banca (quando non tentiamo di sorpassarla…), all’estero viene spesso vista come una minaccia.

Come mi raccontava un paio di settimane fa la mia amica Sabrina che si è trasferita a Londra già da qualche anno, trovandosi a transitare in senso contrario nello stesso corridoio, due colleghi inglesi tendenzialmente si fermano, o quantomeno rallentano appiattendosi contro il muro così da facilitare il passaggio dell’altro (o per evitare uno sconveniente contatto).

Di contro, l’italiano tende a procedere senza accennare a fermarsi, magari guardando dritto negli occhi, sorridendo e, a volte, pure abbracciando.

Per capire, poi, come questo distanziamento naturale e culturale sia particolarmente diffuso nel resto dell’Europa (immagino che in Spagna, Portogallo e Grecia le cose vadano in modo del tutto simile a quelle italiane), basti vedere come, ad esempio in Svezia, la gestione dell’emergenza sanitaria sia stata improntata sulla fiducia incondizionata nella naturale tendenza di quelle popolazioni a vivere tutti a distanza di sicurezza. Per la cronaca, pare che la cosa non abbia dato affatto i risultati previsti, dimostrando che quel famoso metro di distanza è abbastanza inefficace.

Tra non molto riprenderemo a uscire. Ne sono sicuro: interpretando le numerosissime voci che provengono dalla base, il governo sta lavorando sull’ipotesi di una progressiva ma abbastanza veloce riapertura di tutte le attività commerciali.

Si tratterà della tacita dimostazione di una certa permissività verso coloro i quali decideranno di andare a comprare tutti quei beni che di prima necessità certo non sono e allora non posso fare a meno di chiedermi come potrebbero apparire le fotografie di un Curry tornato qui in visita all’indomani della fine dichiarata del lockdown.

Nelle sue foto, la Natura che sembra proprio aver indossato un vestito botticelliano tra i più belli del suo cambio primaverile, continuerebbe a essere quella già celebrata dai suoi scatti pubblicati ieri.

Così anche i monumenti che, con quello sfondo, rilucono di uno splendore rinnovato. Le persone, un po’ più pallide, stavolta probabilmente stonerebbero su sfondi così variopinti mostrando volti più dimessi, in alcuni casi mesti, spesso impauriti dalla prospettiva di un contatto anche solo casuale con qualche vicino, inconsapevole veicolo di contagio.

Una volta finita la segregazione, non saremo più connessi dalla sola rete che, non toccata dal virus – quello biologico, intendo -, ci ha fino ad ora consentito di comunicare stando tutti alla distanza di almeno un nodo gli uni dagli altri.

Apparirà allora chiaro che solo essa garantisce di stare alla distanza giusta per intavolare una comunicazione interpersonale priva di rischi.

Riallacciare i nodi di una rete reale – quella che per far sì che ci si possa parlare, porta la distanza utile all’ordine del metro, un tratto coperto molto facilmente dalle pericolose particelle di saliva e dagli ancora più pericolosi starnuti – non potrà che farci temere costantemente per la nostra incolumità.

Quando ci incontreremo di nuovo, giudicheremo inopportuno l’avvicinamento cui eravamo avvezzi e non potremo fare a meno di confrontarlo con quello che ci imponeva internet, nel frattempo dimostratosi un ambiente igienico e sicuro.

La rete ci avrà quindi insegnato un codice di comportamento che definirei etico, oltreché elegante: in fondo molti, se non addirittura tutti i codici della cosiddetta buona creanza che mettiamo in relazione a una certa estetica dei rapporti, hanno una precisa e mai abbastanza ricordata origine in antichi modi di risolvere crisi sanitarie.

Avere, ad esempio, le unghie lunghe e sporche è sì antiestetico, ma lo giudichiamo così perché indice di poca igiene, quindi pericoloso per la salute.

Almeno fintanto che si serberà memoria di questa epidemia – memoria cosciente o, come quella di tutti i galatei diffusi, incosciente – il web rappresenterà l’optimum comunicativo; il mezzo più rispettoso per mettersi in contatto con l’altro; la misura minima di distanza per ottenere la misura massima di sicurezza.

La rete potrebbe di conseguenza diventare un modello di buona educazione nel dialogo, andando a risolvere parte dell’annoso problema dell’Intelligenza Artificiale di insegnare a un computer alcuni dei valori morali che fino a ieri non sembrava importante decodificare numericamente.

Questo perché potrebbe essere lei, la rete, il modello cui riferirsi per capire cosa sia meglio fare: l’intelligenza diffusa che risiede nel complesso delle connessioni di fibra, cavo ed etere, rappresenterà un valido template comunicativo cui ispirarsi.

A questo, si aggiunga anche l’introduzione di un’altra classe di connessioni: quella dei malati di COVID 19 o dei portatori asintomatici che, sulla scorta di quanto già fatto in Corea del Sud, pare verranno pure qui mAPPati da opportune app da scaricare su tutti i nostri cellulari.

Una rete nella rete, quindi, che condizionerà molti dei nostri gesti reali suggerendo, ad esempio, tortuosi slalom durante passeggiate altrimenti rilassate.

Se è vero, quindi, che l’era geologica nella quale abbiamo vissuto fino a ieri è stato l’Antropocene, temo si sia trattato della fase più breve di tutta la cronologia del nostro pianeta.

Essa sembra infatti star cedendo velocemente il passo a qualcosa di simile al Silicene o al Web-cene: una fase ulteriore che vede la realtà virtuale innestarsi prepotentemente sul corso degli eventi umani, vendicando così la violenza da noi operata su quelli naturali.

Vero, la rete l’abbiamo creata noi, un dato che parrebbe inserirla di diritto tra le innovazioni dell’Antropocene così come noi siamo figli delle ere naturali precedenti; ma ora siamo noi a subirla, a esserne dipendenti, e per capire quanto, basta fermarsi a meditare su cosa accadrebbe se, come già ventilato diverse volte, crollasse sotto il peso del traffico di dati sempre più ingente che su di essa corre.

Avanzerei addirittura l’ipotesi che si sia arrivati al punto di dover usare gli argomenti di cui a suo tempo si servì Malthus per dimostrare l’impossibilità di sostenere la popolazione terrestre in rapida crescita col solo sfruttamento agricolo delle terre coltivabili.

Se sostituiamo a popolazione terrestre il numero di internauti e a terre coltivabili la rete vere e propria – quindi non il nous che da essa sembra emergere, ma la sua parte hardware che cresce tentando di stare al passo del bisogno sempre maggiore di riversare in essa tutti i nostri dati e i nostri rapporti personali e lavorativi – potremmo arrivare anche noi a scoprire l’insostenibilità del sistema già intravista da Steve Jobs.

In conclusione, sono sicuro che troveremo il modo di declinare il nostro spirito italiano adattandolo alla nuova situazione, ma mi sa che per un po’ nemmeno un occhio attento come quello di Curry riuscirà a cogliere i nostri nuovi sorrisi.2 sulle sue magiche pellicole.1.

SZ

Le Ragioni Di Un Pavido Spiegate Ai Coraggiosissimi Rivoluzionari (che però non si assumono per iscritto alcuna responsabilità)

Riporto di seguito ciò che ho scritto in risposta a un post su facebook di una mia ex-amica.

Mi aveva redarguito sostenendo che, venendo meno al patto alla base stessa dell’esistenza dei social, non avessi nessun diritto di scrivere certe cose sulla sua bacheca.

O tempora! O mores!

SZ

Ciò che il COVID 19 è davvero capace di fare non è chiaro a nessuno. Gli esperti sono tali in riferimento a virus simili, ma capire questo che ci sta aggredendo ora richiede, come gli altri hanno richiesto in passato, una sperimentazione molto più lunga. Chi decide per l’intero paese consulta gli esperti (io non lo sono. E non lo siete nemmeno voi) e, scoprendo che non hanno ancora dati certi, cerca di limitare i danni con decreti precauzionali. Forse troppo precauzionali, o forse troppo poco. La storia futura ce lo spiegherà, ma intanto abbiamo davanti due possibili scenari: Scenario 1) Lo stato non impone regole comportamentali rigide e magari anche esagerate, cui attenersi; a farne le spese è il cittadino X che si ammala e muore. Nel momento in cui questo succede, decine, centinaia di migliaia, milioni di persone se la prendono con lo stato per non essere stato categorico nell’impedire a X di muoversi. Scenario 2) Lo Stato agisce come sta agendo, ovvero decretando che bisogna attenenersi a principi precauzionali dettati dal fatto che ognuno di noi potrebbe involontariamente diventare una cavia utile per capire come davvero si comporta il virus. Si potrebbe anche teorizzare che ammalandosi, X stia in realtà aiutando la scienza, ma il problema è che, andando in giro, X infetta Y, Z, T, … i quali a loro volta ne infettano tanti altri mandando in tilt il sistema sanitario nazionale. Senza quindi stare a fare quelli che spaccando il capello in quattro trattando le persone infette o infettabili principalmente come individui giuridici e giuridicamente liberi (il virus dentro di loro della vostra giurisprudenza se ne fotte bellamente), decidete pure cosa volete fare: se accettate di vivere in uno stato che, magari esagerando, tutela voi, quindi se stesso, o se preferite dichiaravi paladini della libertà di scegliere sempre e comunque cosa fare perché “voi non vi fate mettere i piedi in testa! Che voi non siete mica pecoroni come tutti gli altri!” Ecc. A questo punto, però, fate sapere con chiarezza cosa fate, dove lo fate e quando lo fate, così i pecoroni che tengono alla loro pellaccia (quindi anche alla vostra) e sono costretti a uscire per fare la spesa si fanno da parte e vi lasciano la strada completamente libera per farvi dire: “visto? Avevo ragione!”

CRONACA VIRUS – Giorno 36

EXTRATERRESTRE, MI PORTO VIA

Come era da attendersi, Pasqua e Pasquetta hanno fatto registrare numerose violazioni alla raccomandazione del governo di stare a casa ed evitare assembramenti. I sostenitori del “sì, va bene la regola, però…” hanno provato a far finta che non vi fossero limitazioni, che fosse tutto normale, e sono partiti alla volta delle loro usuali destinazioni da sollazzo per festeggiare all’aperto, fra amici, giorni di grande letizia.

Non è qui che voglio parlare di cose già dette in precedenza, preferendo piuttosto confessare un sogno ricorrente, che ho fatto sia a occhi chiusi che ben aperti.

Mi è capitato spesso di teorizzare la possibilità di prendere in modo definitivo le distanze da chi ha una visione della vita di comunità, del mondo, del rispetto per le regole, della storia così diversa dalla mia, e immagino che la stessa cosa sia capitato a molti, forse a tutti.

Un rifugio mentale che molti hanno tratteggiato nel dettaglio creando classici del pensiero filosofico e politico accomunati dal tratto utopico o eutopico delle loro descrizioni.

Il reiterato tentativo di passare dall’idea pura alla sua realizzazione ha posto l’umanità davanti a bivi che ci hanno visto prendere sempre la strada sbagliata: la storia ci insegna che la realizzazione pratica di alcune belle idee dovrebbe essere evitata, preferendo relegarle all’ambito del possibile, dell’arte o della filosofia, per lasciare la realtà di procedere lungo le sue direzioni naturali.

Ma questa consapevolezza non deve certo impedire di sognare vagheggiando di luoghi recintati, rigorosamente off limits per chi invece coltiva il culto di sogni personali che per te non sono altro che spettri, mostri, segni di un degrado mentale e civile inaccettabili.

In simili paesi del bello, del giusto, del saggio, ci circonderemmo di persone elette, che per entrare devono dimostrare di soddisfare particolari requisiti, credere in determinate idee, quelle che simmetricamente sono gli spettri e i mostri di chi rimane fuori.

La transizione da qui alla dittatura, al culto di un controllore statale o di un tiranno illuminato posto al comando di queste enclave di ben essere è breve: cosa succede, infatti, se una volta entrata e lasciata vivere nell’utopia che ci accomuna tutti, dopo aver messo su famiglia e aver creato interazioni intense con altri eletti, una persona cambia idea su qualcosa? Viene imprigionata? Viene ostracizzata? La si lascia fare, libera di infettare anche altri con le sue idee reazionarie?

L’idea che, vivendo in un paese sulla carta perfetto, sia impossibile che in un suo abitante non sorga l’esigenza di cambiare qualcosa, è un’utopia nell’utopia. Se di paese perfetto si tratta davvero, allora al suo interno si dovrebbe democraticamente accettare il processo referendario o elettivo con la conseguente rivelazione di correnti di pensiero, di forbici con lame di destra e di sinistra, con moderati o sedicenti tali e agguerriti sostenitori di una alternativa invisa a molti altri.

Si scoprirebbe così, che i veri oggetti frattali piuttosto che essere solo quelli geometrici, sono ben altri e si chiamano idee, pensiero, aspirazioni, sogni, desideri. In parole povere, siamo frattali in quanto umani.

Partecipiamo di tutto e, convinti assertori di una idea ma, coinvolti emotivamente in rapporti con parenti o amici che sappiamo pensarla in maniera del tutto opposta, facciamo dentro di noi spazio, pur se piccolo, anche a quel punto di vista.

Siamo sede di tutto, anche del suo contrario. E il nostro paese ideale si popolerebbe della stessa varietà ideologica che ammala e al contempo fa bello il nostro mondo reale.

E che dire poi delle mire espansionistiche, giustificate dalla inevitabile crescita della popolazione di una particolare utopia, che farebbe desiderare ai suoi abitanti di appropriarsi dello spazio, della regione, delle risorse di altri consessi sociali di non eletti  che vivono poco più in là?

La storia ci insegna che non è possibile eludere simili dinamiche e consiglia di riguardare le varie nazioni moderne proprio come la cristallizzazione di quella che un tempo era l’utopia dei suoi fondatori e che poi, nel tempo, è diventata una certa, vaga identità del popolo che lì vive.

In quest’ottica, gli inni, le letterature, le architetture, … assumono il carattere di antiche vestigia di bellissime utopie smussate da violente e incessanti maree di realtà.

Il mio volto non è solo l’espressione dei miei geni, ma anche ciò che rimane di antiche battaglie biologiche sostentue da tutte le generazioni che mi hanno preceduto. Similmente l’arte potrebbe assumere l’ulteriore significato di deposito di utopie politiche e sociali come anche dell’agire degli anticorpi culturali che le sono stati opposti e che ne hanno compromesso la purezza iniziale.

Tutto ciò è avvenuto sempre sull’unico scenario concesso fino ad ora all’umanità: la nostra Terra, il nostro pianeta.

Ora siamo diventati tanti e presto saremo troppi. Se un tempo era forse più facile ignorare chi, lontano da te, decideva di tenere atteggiamenti diametralmente opposti ai tuoi, oggi non è più possibile farlo: l’epidemia ci ha dimostrato l’esiguità dello spazio sul quale prima ci percepivamo lontani e ciò che fa un giapponese oggi ha un’importanza fondamentale e spesso letale per quello che qualcun altro fa a Fregene (e viceversa).

In piena emergenza, ti ritrovi a spiegare per l’ennesima volta al tuo prossimo le tue ragioni, quelle che non sono certo dettate dall’odiato buonsenso e che invece derivano dal rispetto quasi religioso per quanto ti dice chi lavora in campo medico, unico arbitro da ascoltare in casi del genere. Lo fai e lo rifai, ma scopri di parlare a un mondo di sordi.

Allora speri in un futuro non troppo lontano in cui la Terra, oramai soffocata dalle persone e, soprattutto, dai punti di vista, non basterà più a contenere gli uni e gli altri.

Arrivati quel punto, saremo in molti a decidere di andarcene e ci attrezzeremo per farlo sul serio. Colonizzeremo lune, asteroidi, pianeti lontani e tutte queste appprossimative repliche della Terra porteranno i nomi di una particolare idea che ha condotto quegli scontenti e solo loro fin lì perché gli altri, che la pensano in modo diverso, saranno andati su un altro sasso a vivere come più gli aggrada.

L’ostracismo potrà allora prendere il significato di “abbandono del sasso” più che estrazione del l’ostracon: un abbandono che spesso sarà volontario e compiuto da chi comunque saprà di potere autoesiliarsi per andare in direzione di un ulteriore, piccolo mondo sul quale fare atterrare la propria visione… del mondo.

Ricominceranno le guerre tra stati, ma stavolta – mi ripeto – non potranno che essere chiamate in altro modo se non “guerre dei mondi” e sarà un tripudio di riscoperte degli antichi Omero come Clarke, Asimov, Heinlein, … che già di questi scenari avevano predetto molto e dei quali qualcuno si chiederà se fossero da considerarsi singoli poeti o nomi collettivi, quasi si sia trattato di Bourbaki della letteratura “classica”.

Poi si passerà alla fase di pace: un contratto ma apparentemente rilassato federalismo cosmico e di crisi in crisi, di scaramuccia in scaramuccia, arriveremo a dominare la Galassia.

Qualcuno potrà forse leggere in questi miei ultimi periodi un certo compiacimento scientista, ma mi sento di doverlo deludere: non sarà una conquista del pensiero, della conoscenza, della nostra atavica curiosità.

La spinta non sarà così edificante: la nostra storia nello spazio è iniziata nel 1957 con lo Sputnik, un satellite dimostrativo, un guanto di sfida lanciato in orbita, e a farci conquistare il resto dello spazio sarà ancora una volta l’aggressività: una diffusione incontrollata del nosro egoismo che per fortuna si tirerà dietro, tra le altre innumerevoli cose, anche, ora sì!, il pensiero, la conoscenza e la nostra atavica curiosità.

In preda a una voglia incredibile di prendere le distanze da una marea di persone, conosciute – delle quali nella situazione odierna, tramite i social purtroppo vengo a sapere cosa pensano – e sconosciute, dalle quali non riesco ad allontanarmi nemmeno chiudendomi in casa; nemmeno andando ad abitare nella più lontana delle periferie; scopro che anche le visioni più pure della mente sono nulla senza un paesaggio reale nel quale farle scorazzare libere da ostacoli umani.

Quelle idee abbisognano sempre e comunque di paesaggi vuoti, di mondi disabitati, di spazi dove creare utopie solide, architetture.

Senza simili ambienti liberi, le idee sono nulla. Senza metri quadrati, senza chilometri e chilometri di spazio a disposizione le idee rischiano di rivelarsi ciarpame inutile.

Andatevene tutti affanculo.

Anzi, no.

State ancora qui, vi prego.

SZ

 

CRONACA VIRUS – Giorno 35

TRONCARE LA SERIE

Oggi è lunedì. Lo so con certezza perché è Pasquetta.

Me lo confermano la rete, dove leggo un coro di lamentele per la festività da trascorrere al chiuso, e il fatto che ieri Simone mi ha portato i giornali. Senza questi due appigli mentali, oggi probabilmente oscillerei tra la convinzione di star vivendo una lunga Domenica e il sentore che in effetti potrebbe trattarsi di un lunedì strano, senza scadenze, senza ansie (epidemia a parte, ovviamente).

Una osclillazione mentale che, da modo per misurare il tempo mediante un orologio a pendolo, in un periodo in cui i giorni sono tutti uguali, come i secondi, diventa incapacità di decifrarne il suo reale trascorrere.

In pratica, stamattina sono stato svegliato troppo presto da un incubo (troppa cioccolata!) in un giorno indeciso e lungo, sospeso tra Sole e Luna, che pare avere 24 ore, ma anche 48. Una specie di nuova unità di misura del tempo di una settimana di poco più di tre giorni dilatati.

Allora mi intrattengo con una scorsa a quei giornali e trovo sul Domenicale alcuni articoli davvero interessanti, due dei quali sembrano nati apposta per essere messi in comunicazione reciproca.

Mi ci provo.

Nel primo, il fisico Vincenzo Barone, in un bel pezzo che finalmente non è una recensione, delinea una breve storia dell’uso dell’esponenziale come misura dell’evoluzione temporale dei sistemi fisici e conclude notando che, attraverso il distanziamento reciproco,

quello che si sta realizzando in tutto il mondo è, in definitiva, un gigantesco esperimento di rallentamento del tempo, di dilatazione dell’unità di misura incorporata nell’orologio esponenziale dell’infezione. È anche un esperimento sui numeri; quelli su cui ciascuno di noi sta intervenendo con i propri comportamenti per mitigare gli effetti dell’epidemia. Quando la vita tornerà a essere regolata dai giri di lancette degli orologi, il senso comune de tempo e del numero, forse, non sarà più lo stesso.

Mentre nel Domenicale questo primo articolo si trova nella sezione Scienza e Filosofia, per trovare il secondo dovete sfogliare l’inserto fino a raggiungere la sezione Arte dove fa bella mostra di sé la famosa immagine dell’area newyorkese compresa tra la 21ma e la 64ma strada sull’East River dell’Hudson racchiusa in una bolla trasparente.

Quell’immagine fu creata nel 1960 da Buckminster Fuller il quale, da immenso visionario quale era, immaginò di disseminare simili strutture su tutta la superficie terrestre per raggiungere vari desiderabili scopi come una regolazione fine delle piogge, la pulizia dell’aria cittadina, l’ottimizzazione del clima, ecc.

Una serie di partizioni geografiche, quindi, che, come si ricorda nell’articolo di Fabio Irace – anche in questo caso, non si tratta della recensione di una mostra! – all’epoca in cui furono proposte assunsero importanza ache come possibile aiuto per la protezione dagli effetti indesiderati di esplosioni nucleari e pandemie.

La lettura di questo articolo, a sessant’anni dall’elaborazione di quell’idea rivalutata di recente come ipotesi utile per tentare di dare soluzione all’inquinamento della città di Tokyo, nel mentre sono a letto, avviene qui, all’interno della bolla di casa mia.

Mi accorgo così che l’unica realizzazione architettonica dell’idea di Fuller continua ad essere l’antico spazio domestico nel quale non un quartiere, un distretto o un’area, ma giusto la vita di ognuno di noi risulta contenuta proprio con lo stesso obiettivo, col pendolo delle nostre gambe costretto a oscillare meno.

Non posso allora fare a meno di pensare che se nell’ipotesi iniziale di Fuller quelle bolle dovevano servire a tenere fuori le pandemie come anche gli effetti del decadimento radioattivo dei prodotti delle esplosioni atomiche – entrambi fenomeni la cui evoluzione temporale, come si diceva, trova un’adeguata espressione esponenziale – esse altro non sono se non contenitori di tempo: quel tempo al quale, proprio grazie alla loro presenza, verrebbe impedito di correre esponenzialmente per rallentare e scorrere linearmente, più solidi e melassosi, così come la vita di ognuno dovrebbe fare.

Allora mi torna in mente l’appendice alquanto onirica di un articolo serio che ho pubblicato qualche anno fa, incentrato sull’affascinante tema del tempo, fra gli atti di un congresso su Darwin. Sulla scorta di quel ricordo, immagino architetture-astucci di tempo trasparenti e protettivi, capaci di troncare la serie di Taylor che approssima quelle evoluzioni temporali esponenziali trattenendone al loro interno solo i primi termini, quelli linerari.

All’esterno, troncati, tagliati, amputati, sanguinanti fattoriali, tutti gli altri termini con esponenti via via maggiori guardano minacciosi e famelici la popolazione di esseri umani che sarebbero essenziali per la loro sopravvivenza, per non morire come tempo nel tempo.

A loro volta, i cittadini potrebbero osservare quei tremendi pezzi di serie che, tra il vorace e il disperato, occhieggiano minacciosi scorrendo untuosi sull’esterno delle cupole, incapaci di opporsi allo sfaldamento inesorabile che senza cibo umano li attende.

Mi accorgo che sto scrivendo nel mentre sogno; sono presente solo a metà, uno strano calore mi prende alle tempie e le palpebre tendono a cedere alla gravità: il mio corpo mi sta suggerendo come può di provare a riprendere il sonno da dove è stato bruscamente interrotto da quell’ incubo arrivato alle 5:19.

Di solito capita di svegliarsi e di non riuscire più a ricordare cosa si stava sognando.

Ora invece spero di addormentarmi e di continuare a sognare riallacciandomi agli scenari fin qui descritti esattamente come farebbero i personaggi di una serie televisiva di quelle di cui parlavo ieri.

Scusatemi, torno a vivere il mio film.

Ci risentiamo domani (sarà Martedì, vero?)

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 34

IL LIMITE DELLA SERIE

Lo so: oggi sono arrivato molto in ritardo al mio appuntamento quotidiano con questa narrazione de Le mie prigioni.

Lo sono per vari motivi: innanzitutto sento ogni tanto di dovermi concedere anche la voglia di non far niente, ritenendola sana e umana; sono convinto di dover concedere, come ho fatto, spazio a chiacchiere telefoniche con amici, ma soprattutto avverto la stanchezza dovuta a un mio drastico cambio circadiano: vado a dormire troppo tardi.

Oltre al ritmo diverso che in modo molto naturale e graduale si sta impadronendo dei miei riti quotidiani non condizionati da quelli altrui – abito da solo e, a parte alcune videoconferenze, non so come mai, ma in questo periodo non ho particolari impegni lavorativi esterni e altre occasioni di incontrare gente -, vi è l’azione di un elemento nuovo che spinge in modo sistematico il disco orario, ruotandolo con continuità.

Lo confesso subito, così mi tolgo il pensiero: questo elemento è Netflix. A inizio quarantena il mio amico fraterno Tore, temendo che non sapessi come passare il tempo, mi ha passato l’accesso. Mosso di sicuro da affetto e premura, ha fatto entrare qui in casa mia il male assoluto, il demonio vestito da eroina accorsa a salvarmi.

Son qui che faccio una marea di cose per tutto il giorno, sapendo che poi mi gratificherò fino alle 3-4 di notte con la visione di incredibili serie di cui fino a un mese fa avevo solo sentito parlare.

Prima alla sera vedevo un film o due, frammentandoli con zapping compulsivi alla ricerca di qualcosa di meglio che, lo sentivo, poteva/doveva esservi altrove. Il timore di star perdendo qualcosa di meraviglioso per il semplice fatto di non essermi accorto che lo stavano mandando su un altro canale, mi impediva di essere pienamente lì, partecipe della vicenda che già stavo guardando. Le pause della pubblicità diventavano così splendide occasioni per “andare a fare un giro” sugli altri canali e spesso capitava di non tornare più indietro, affascinato da ciò che trovavo.

Ora con Netflix tutto ciò non accade più: so di poter accedere quando voglio a tutto ciò che desidero vedere, e ancora una volta scopro che a mancare è sempre e solo il tempo. Mentre il mio televisore prende ogni giorno più polvere – non ho una smart tv e sono costretto a guardare tutto sul pc – rimango avvinto da serie avvolgenti, vere e proprie spire, che, altroché zapping!, proprio non possono essere lasciate a metà!

Mettiamola così: se con i film in tv potevo essere paragonato a un adolescente in preda alla voglia di provare quante più partner possibili, oggi sono un adulto del futuro che può amare fino in fondo una partner alla volta, sapendo che può e deve dedicarvisi, che deve star lì fino all’ultimo, perché comunque avrà la possibilità di sposarsi ancora con altre e di vedere la curva dei nuovi rapporti crescere, prosperare e con naturalezza morire.

Un totale stravolgimento dei termini e dei paradigmi: la profondità pur nella pluralità. Ho davvero l’impressione che l’esistenza di queste serie sia da prendere come possibile modello dei rapporti sentimentali del futuro e delle vite che verranno.

Il virtuale prenderà sempre più piede fino a cambiare anche l’accezione dello stesso termine “virtuale” come anche, è ovvio, quello di “reale”. Scegliere qualcosa per sempre diverrà gradualmente meno necessario in quanto la fedeltà a una bandiera, a un rapporto, a un lavoro, … non saranno più così necessari.

Il virtuale ci salverà da una realtà nella quale ci siamo da tempo reclusi in sovrastrutture capaci di strangolare le nostre esistenze e, come ho avuto modo di notare già tante volte in queste Cronache, la segregazione ce lo sta mostrando ogni giorno di più.

Tra l’altro, si tratta di serie costruite su un plot dalla intuibile regolarità matematica: in un tempo stabilito, sempre quello, immancabilmente finiscono in modo da dare a chi le guarda la spinta giusta per gettarsi sull’episodio successivo. Sarei quasi tentato di vedere se, in uno stesso episodio, la lunghezza delle varie scene è contingentata in modo preciso: sono sicuro che un’analisi di questo tipo rivelerebbe l’esistenza di una griglia dall’incredibile regolarità, con due o tre durate prefissate che si danno sapientemente il cambio per evitare abbassamenti di tensione narrativa e perdite di attenzione del pubblico.

La cosa incredibile è che, nonostante la struttura regolare del plot, le storie vanno via lisce, senza intoppi, con le trame sviluppate al meglio, così come anche gli intrecci di storie nelle storie; i colpi di scena si susseguono senza tregua, gli attori sono tanto bravi quanto sconosciuti (c’era un gran bisogno di facce nuove!), le musiche stanno perfettamente sullo sfondo e completano il quadro già disegnato in modo magistrale da regia e fotografia.

Insomma, la macchina cinematografica dimostra di aver capito tutto ciò che c’era da capire su come si fa un film e, con budget accettabili, sforna intere saghe e stagioni in luogo di pellicole uniche i cui i pochi sequel (al massimo tre-quattro) erano spesso discutibili e praticamente mai all’altezza del primo episodio.

Beninteso: parlare di serie non vuol certo dire parlare di arte sopraffina: non intendo fare un confronto fra i capolavori della cinematografia mondiale e questi prodotti seriali. Sono altresì convinto che, a furia di essere prodotti, fosse anche solo per sbaglio, prima o poi qualcuno partorirà qualcosa capace di lasciare una traccia indelebile nella storia della cosiddetta settima arte.

Rispetto al film singolo, a me che non sono certo un esperto di cinema tout court (credo di avere qualche competenza maturata sul campo solo nell’ambito della produzione fantascientifica) le serie mi appaiono come il trionfo della complessità: una vicenda riesce a essere sviscerata visitando non solo il punto di vista del protagonista principale, ma tutti quelli dei numerosi personaggi coinvolti, resituiendo così dignità all’estrema caoticità della realtà e dando spazio a una molteplicità di vicende, profili, sensazioni, destini diversi, tutti in frenetica evoluzione attorno alla trave principale sulla quale poggia l’intera trama.

Questo credo significhi solo una cosa: l’umanità, per mezzo di scrittori, sceneggiatori, registi, … dimostra di aver imparato davvero bene l’arte di raccontare storie. Ha imparato così bene a farlo – rivisitando topoi narrativi come anche combinando gli stessi elementi di sempre in modi del tutto inediti – da poter garantire un massimo coinvolgimento del pubblico per un tempo decisamenente molto più lungo di quello che prima veniva concesso alla visione di un film.

Non credo nelle coincidenze e sono piuttosto portato a pensare che vi sia uno spontaneo fine tuning tra tutti gli accadimenti del reale. A posteriori – non so se lo sapevate, ma io sono capace di incredibili previsioni a posteriori -, sospetto che forse avremmo dovuto leggere la tendenza degli ultimi anni a sfornare serie come un indizio del crollo, annunciato già da tempo con innumerevoli crepe della società, che prima o poi sarebbe arrivato: il tempo a disposizione di chiunque era sospettosamente poco, e la cosa non poteva durare; prima o poi, più prima che poi, sarebbe intervenuto qualcosa capace di restituire a tutti le tonnellate di attimi, momenti, periodi persi. Quelli che, ad esempio, servono per godere di una bella storia tanto lunga quanto la lettura pubblica di un poema omerico che un tempo, per intere settimane, teneva raccolte le famiglie al sopraggiungere del buio.

Quando mi capita di trovarmi davanti a eventi della realtà che attirano la mia attenzione – oggi sono le serie televisive, altri giorni… beh, lo sapete – succede quasi sempre che una parola, un’immagine, un suono, un nome, balza sul palcoscenico della mia mente e, impossibile da ignorare, cattura la mia attenzione come un istrionico Proietti sinaptico.

In questo caso, l’elemento attorno al quale è nato l’articolo di oggi è un nome, anzi, ha un nome e un cognome: Emilio Salgari. Perché lui? Me lo sono chiesto, e mi sono risposto credo sia fondamentalmente per due elementi che mi hanno sempre colpito della sua vita. Il primo: aveva scritto veri e propri cicli narrativi comprendenti diversi episodi che, ne sono sicuro, alla loro uscita hanno tenuto avvinti i suoi contemporanei così come le stagioni delle moderne serie cinematografiche fanno con noi.

Consapevole di non star certo parlando di un autore che ha sconvolto la letteratura mondiale – è stato piuttosto uno scrittore dalla più che fervida fantasia, profondo conoscitore della tecnica del narrare scrivendo che ha messo il frutto del suo ingegno al servizio di tutti e non solo di una particolare élite culturale. Per queste sue caratteristiche mi sembra quindi accostabile a tutti quei professionisti che, non visti, operano nell’ombra del marchio Netflix.

Se paragonassimo l’arte a una Ferrari da Formula 1, scopriremmo che la sua utilità consiste nello sperimentare ardite innovazioni tecnologiche le quali poi, una volta dimostrato che funzionano, divengono la normalità diffusa attraverso la produzione in… serie di utilitarie.

In questo contesto, la Fiat non è la Ferrari, il Ciclo dei Pirati della Malesia non è la Divina Commedia, così come le serie Netflix non sono i capolavori di Fellini o di Antonioni, ma la traduzione “popolare” di qualsiasi forma d’arte pura credo rappresenti un passo fondamentale per stabilire che quel tal livello artistico si può considerare definitivamente acquisito dalla società.

Al di là dell’appuntarsi una stelletta sul petto, questa conclusione acquista per me valore per il suo possibile valore predittivo: ci dice che siamo pronti ad andare oltre; che possiamo davvero osare per forzare i termini di un gioco che, nella forma attuale, è fin troppo conosciuto.

Il secondo fattore che mi ha fatto balzare alla mente il nome dello scrittore veronese è il dato peculiare che, pur avendo sempre narrato di luoghi esotici e lontani, non si è mai mosso da casa sua: lui il mondo lo girava sulle mappe che trovava in bliblioteca, muovendosi agile su di esse così come lo erano i nostri antichi autori nel dar vita alle saghe mitologiche nelle quali le divinità olimpiche volavano veloci da un estremo all’altro del Mediterraneo.

Propongo allora un parallelo: se le opere di (o dei vari) Omero – i cui poemi sono per noi arte, e non potrebbero essere altrimenti – altro non sono se non la narrazione di aedi che popolarizzavano il sapere del mondo occidentale all’epoca conosciuto, le opere di Salgari e dei suoi colleghi meno noti possono servire a fissare lo standard successivo: quello deii figli di una consapevolezza narrativa, linguistica e della vita maturate di pari passo alla nuova consapevolezza geografica iniziata con la scoperta del nuovo mondo e culminata nel periodo in cui il nostro scriveva.

La maturità della letteratura popolare dei primi inizi del ‘900, con tutto il suo bagaglio di temi e figure retoriche, è quella che si manifesta allorché la consapevolezza della tecnica narrativa, della tecnologia, della geografia e della vita di un popolo hanno raggiunto un punto nodale a partire dal quale, in quel periodo lo si sentiva, eccome! – nulla sarebbe stato lo stesso.

Ai giorni nostri – a circa un secolo dalle opere di Salgari e alla fine di un ulteriore ciclo di acquisizione di nuove consapevolezze scientifiche, tecnologiche, artistiche, … – dimostriamo di avere una tale conoscenza di come vanno le cose nel mondo e nelle singole vite delle persone da poter rendere letteratura di buon livello qualsiasi occasione ci si presenti o si immagini.

Dominiamo appieno la tecnica narrativa nel suo rapportarsi con la tecnologia che ha pervaso le nostre esistenze e tutto ciò si traduce in una creatività mai doma e magistralmente gestita cambiando la disposizione dei soliti elementi tipici del raccontare.

Da seduti viaggiamo nel mondo in lungo e in largo: fino a un mese fa ci spostavamo con gli aerei, ma ora, moderni Salgari,costretti in casa, lo facciamo aprendo il rubinetto di storie per far affluire nelle nostre abitazioni interi cicli narrativi avvincenti. La tempestività della svolta costituita dall’arrivo delle serie, lo ribadisco: ha quasi del miracoloso: allaga le nostre segregazioni facendoci dolcemente naufragare in un mare di vicende potenzialmente nostre.

Oggi non solo conosciamo bene il pianeta, ma stiamo influendo sui suoi equilibri. Questo nel mentre il livello di consapevolezza creativa ha raggiunto lo standard dimostrato dalle produzioni Netflix. Se allora prendiamo per buono quanto fin’ora detto,  possiamo e dobbiamo attenderci una svolta lenta, forse difficile da cogliere in fieri, ma che porterà a chissà quale evoluzione stilistica e contenutistica di letteratura e cinematografia del prossimo futuro.

Tra l’altro, non solo la tv, ma anche i nostri telescopi da tanto oramai ci fanno guardare film cosmici da lontano, sul lontano.

Se tanto mi dà tanto, assisteremo a questa evoluzione in corrispondenza di una oramai prossima svolta nell’esplorazione del mondo e del cosmo attorno a noi.

Io sono già pronto a prendervi parte per scoprire come la fantascienza di oggi diventerà la scienza di domani.

Un film nel quale non sarebbe male leggere il proprio nome nei titoli di coda.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 33

TRANSENNE (FUORI) DI SENNO

Nel nostro corpo, il malessere si ferma sempre da qualche parte. Sceglie una destinazione, una residenza, un distretto, e lì si siede, intenzionato a fermarsi, a stabilirsi in quel punto per tutta la (tua) vita.

In realtà, credo lo facciano tutte le sensazioni. Si manifestano con un muscoletto contratto qui, con un altro rilassato là; con un tic o con un movimento che – tu non te ne puoi proprio accorgere – inizi a fare in modo leggermente diverso dal solito. E dagli oggi, dagli domani, la piccola variazione fa accumulare in quel segmento del tuo corpo una serie incalcolabile di microstress da renderlo, da un certo punto della tua vita in poi, un atteggiamento macroscopico; qualcosa alla quale non puoi mostrarti indifferente.

Allora il dolore si impone, urla ma non risponde mai alla domanda: “ma come è iniziato? Quale è stato il trigger?”

Un tuo dente potrebbe così portare le tracce di una giornata storta, e non solo perché, digrignando, l’hai magari lesionato. No. É probabile che la sua stessa forma cambi tradendo un uso diverso che fai della mandibola e dei muscoli che la muovono. Non ho le prove, ma qualcosa del genere sono sicuro succeda: in una certa misura, filtrando gli stimoli esterni come anche quelli che noi stessi ci diamo spontaneamente, sospetto che ci auto-disegniamo incidendo dall’interno il nostro marmo duttile col bulino finissimo dei pensieri, delle soddisfazioni come anche delle paure e delle frustrazioni.

È per questo che sono convinto dell’impossibilità di definire scienza la medicina, anche se una simile convinzione non elimina di certo l’infinita gratitudine verso tutti colori che vi si dedicano con, quello sì, metodo scientifico nel tentativo di liberarci dal male.

Ritengo sia il principio stesso sul quale essa, come anche la psicologia, si basa a minare la possibilità che essa rientri di diritto fra gli ambiti scientifici propriamente detti: pensare di trattare un dito isolandolo come fosse una cosa, un oggetto, una particella, un ente a sé, è velleitario: il dito è una cosa, ma è anche una persona: quella che al dito è attaccata (e alla quale lui è attaccato). La parte, per quanto piccola, in questo caso contiente moltissimo di te. Addirittura è te: possiede la tua esperienza di quel dito, le tue consapevolezze spazio-temporali maturate grazie ad esso; quelle che passano attraverso il suo movimento. Infine lì vi sono innumerevoli copie del tuo DNA.

I pensieri, è sicuro, vengono elaborati nel cervello sottoforma di per il momento inestricabili connessioni tra linee nervose, ma le più lunghe di loro arrivano in tutte le periferie del corpo che, per questo, sono convinto lo facciano diventare sede di pensieri cinetici.

Un dito, prima di essere solo un dito, è quindi il veicolo attraverso il quale il cervello percepisce gli oggetti, li indica, li tocca. È un dito solo se lo stacchi, se lo amputi, separandolo dal resto, ma, anche in quel caso, il pensiero di quella posizione spaziale, di quella decodifica mentale, continua a persistere nella mia testa: il pensiero non ha poi così tanto bisogno di avere quel veicolo per continuare a riprodure lo stimolo elettrico che ha gestito già infinite volte e, ostinato, continua a dire al sé che a quelle coordinate il dito c’è, eccome!

Ecco perché i nostri corpi sono sì pensati, ma pensanti, pure. E possono essere l’espressione visibile di pessimi processi mentali o di ottime idee. Le facce lo dimostrano meglio di altre regioni del corpo pensato e pensante, ma non sono le uniche a farlo. Anzi. Quando ci muoviamo, i nostri volumi scrivono riassunti complessi della nostra narrazione interiore. Le braccia sono Appendici e Note; Le gambe interi periodi; il busto è una introduzione; la schiena una sinossi; la testa capiversi e capitoli.

Ieri pomeriggio ero a casa a lavorare e, resomi conto dell’ora tarda, mi sono precipitato al Centro Commerciale nel tentativo di evitare la calca del Sabato prima della festa (sì, Katia, come tu suggerivi di fare, lo spunto per scrivere è arrivato ancora una volta da quella esperienza. Capirai perché).

Al solito, mi sono fatto accompagnare dal mio corpo e nel giro di un paio d’ore ho scoperto che era diventato sede di un bel po’ di frustrazioni: era un pessimo pensiero deambulante.

Per la fretta, ho dimenticato di prendere un libro da leggere in fila col quale tenere a bada me e lui, il corpo. Molto male. Noia. Prime tacche di nervosismo.

Finalmente dentro. Scaffali, gente. Entrambi aspettiamo pazienti che nelle corsie più strette il cliente arrivato prima di noi finisca di soppesare l’acquisto dei prodotti che gli interessano. Operazione lunga e sofferta. Siamo lì, come due idioti che lo guardano sfruttando il carrello come appoggio, ma nel frattempo arriva un altro che non vede ci vede, che non nota il mio corpo (perché non vuole vederlo: è solo una scomoda illusione del suo apparato visivo), se ne fotte della distanza di sicurezza e si mette anche lui a soppesare il suo, di acquisto, a poca distanza dal primo avventore.

Questi finalmente va via e l’altro appena arrivato, nel mentre prende dallo scaffale lo stesso prodotto al quale eravamo interessati noi, mostra finalmente di notare il di noi corpo e gli fa cenno che può avvicinarsi. Allora gli spieghiamo, entrambi evidentmente incazzati, che, dato lo spazio esiguo, preferiamo aspettare e che comunque stavamo aspettando già prima che lui arrivasse.

Con fare falsamente gentile e compassionevole per la richiesta da disagiato mentale del mio corpo, si sposta dicendo “prego, prego” e così scopriamo che quella che lui ha preso prima, era l’ultima confezione del prodotto che volevamo prendere anche noi (se ‘sto racconto non finisce presto, a furia di parlare di me al plurale, inizierò ad avere deliri da sovranista, se non addirittura da sovrano…).

Lo diciamo ad alta voce, ma quel nostro prossimo da amare e rispettare non fa una piega. Smadonniamo al suo indirizzo. Cambiamo obiettivo e corsia.

Il delirio continua. Ovunque gente che non guarda, che non soppesa, che non rispetta le indicazioni scandite dagli altoparlanti. La mia mente, lasciata per un attimo da sola, immagina qualcuno del Centro intento a osservare dalle telecamere di sicurezza il ridicolo balletto da musical americano anni ’50 – uno di quelli nei quali anche dire “ciao!” è occasione per cantare e danzare tutti insieme (l’ho sempre trovato urticante) – che il mio corpo sta inscenando con il carrello-partner: lo fa volteggiare di continuo così da orientarlo sempre in direzione di chi incontra per usarlo a mo’ di distanziatore.

Come già capitato di denunciare qui nelle altre Cronache di spese al Centro Commerciale, pare che quello di mantenere la distanza di sicurezza sia solo un problema mio/nostro e a un certo punto scopr(iam)o di essere isotropicamente circondati/o da diversi nostri prossimi… troppo prossimi.

Non avendo così tanto amore da dare, ma soprattutto non avendo a disposizione una corolla di carrelli a proteggerci, ci arrendiamo, o facciamo finta di farlo, e guadagniamo le casse con le tacche di odio prossime al fine scala.

Fuori da lì, mente e corpo parcheggiano entrambe in fila davanti alla farmacia presente all’interno dello stesso Centro Commerciale, a un metro dall’uscita dello stabile e si sistemano di fianco alla transenna che seleziona lo spazio riservato ai clienti per evitare che intralcino l’uscita dalla struttura.

Finalmente è il turno di quello prima di noi. Gli altri alle nostre spalle, scoraggiati dall’approssimarsi dell’ora di chiusura già annunciata diverse volte dai soliti altoparlanti, sono andati via.

Passa una signora che potrebbe essere coetanea di mia/nostra madre, si rivolge da una distanza di un paio di metri alla farmacista già impegnata a servire il signore prima di noi e chiede: “Scusi, giusto una informazione…” Chi mi precedeva intanto ha finito, saluta e va via. La farmacista, che vede benissimo il mio corpo (è lì, e non è certo piccolo!) conosce la signora e risponde “Salve, signora! Come va? Prego! Dica pure!”

Dalla richiesta di informazioni circa le varie tipologie di mascherine – operazione che non si esaurisce certo in pochi secondi e che, anzi, prende diversi minuti (cazzo, chiude il Centro!) – si passa al loro acquisto. E noi ci ritroviamo anema e core di nuovo secondi, bellamente scavalcati dalla signora.

Approfittiamo del fatto che la farmacista è andata a prenderle il prodotto richiesto, per protestare ad alta voce, ma la signora non fa una piega. Ancora non dimostra di accorgersi del mio corpo. Non esiste. È immateriale. Altroché dito!

Quando la farmacista torna per passarle da dietro la saracinesca abbassata le mascherine richieste, ci rivolgiamo a lei ad alta voce dicendo che se la gente è maleducata, dovrebbe essere compito di chi lì lavora invitare a rispettare la fila.

Lei si scusa, promette di chiamare per servire me un suo collega, ma intanto, con gli occhi di fuori, il mio corpo inoltra alla furbetta il verdetto: quella signora è una maleducata senza speranza. Lei finalmente si accorge del mio corpo e giura di non averlo visto, e la cosa ci fa incazzare a unisono ancora di più. Fine corsa definitivamente raggiunto.

Finalmente tocca a noi. Per fortuna riusciamo a prendere ciò che ci serve e il controllo passa al solo corpo che gestirà tutta una serie di operazioni automatiche; quelle che gli spettano in quanto, seguito all’inizio anche dalla mente e poi ben istruito daì cinquanta e passa anni di reiterazioni a compierle, è diventato pressoché indipendente.

Raggiunge velocemente la macchina spingendo il partner a quattro ruote, apre il baule, mette dentro le buste e, … e la mente sente che la camminata veloce all’aperto come anche i gesti meccanici compiuti per alloggiare la spesa in macchina fanno bene anche a lei.

Allora glorifica il fatto di avere la compagnia di un corpo che quando lavora, agisce a ritroso su di lei donandole una forma completamente diversa, opposta, addirittura, a quella che fino a un attimo prima, lei aveva suggerito a lui di assumere.

Mentre entrambi litigavano con la signora, il mio corpo si muoveva nervosamente su e giù nel ristrettissimo spazio delimitato dalla transenna, quasi fosse una tigre in quella metafora di gabbia con sbarre reali solo su un lato e altre, immaginarie, disegnate sugli altri cinque dalla mente educata a farlo.

Giunto alla macchina, invece, il cervello scopre di essere più rilassato: i pensieri elaborati da gambe e braccia hanno retroattivamente agito su quelli che, privi di braccia e gambe, sono alloggiati dentro la testa. Confinati nella scatola cranica e non in un braccio, in una coscia, in un occhio, sono senza arte, e per sopperire a questa mancanza, per poter esprimersi, abbisognano degli arti.

Il mio corpo ripone il carrello, e il cervello scopre che l’incazzatura è del tutto scemata. L’azione materiale del camminare, nonché quella reiterata nel mettere via la spesa nel portabagagli (sia sempre lodata l’attività fisica!), fa velocemente scemare il giramento di balle che, non esistendo il moto perpetuo,  finalmente si fermano. La mente capisce che, stronza o meno che sia stata la signora, può passare sopra l’accaduto e la cerca con lo sguardo.

Non la vede, e il cervello, ancora un po’ intossicato, avendo voglia di tornare a casa, riprende il controllo pensando: “Va bene, dai! L’avessi vista, ci avrei parlato. Non c’è, quindi vaffanculo! Se l’è cercata”.

Il mio corpo monta in macchina, autorizzato a farlo dal cervello ora appagato per l’aver pensato di scusarsi e, lo confessa, contento di non aver avuto modo di farlo, la fa partire.

Il corpo ora si accorge che fuori dal Centro, quindi lontano dagli altri e protetto dall’abitacolo dell’auto, sta molto meglio. Tutto ciò rilassa anche la mente. Siamo già a circa duecento metri dal Centro Commerciale, e lei si accorge di non avere più fretta.

Bastarda, mi fa valutare la possibilità che la signora, magari rincoglionita, potrebbe davvero non avere visto il mio corpo; me la fa immaginare nel mentre soccombe sotto il peso delle mie, delle nostre parole. Poi regala un’altra chicca: mostra a se stessa anche l’immagine del suo corpo sorpreso nell’atto di macerare sotto il peso del dubbio; nell’atto di soccombere a sua volta al rimorso per una tremenda ipotesi non verificabile.

La mente è bravissima nel costruire occasioni per star male e ripesca da chissà dove il ricordo di un breve racconto letto da giovane in compagnia di Papà.

L’immagine è abbastanza nitida: al solito, siamo tutti nel suo studio e stiamo commentando quel testo che lei crede si intitolasse La morte dell’impiegato, contenuto in una vecchia raccolta Garzanti di opere di Cechov (si accorge che è la prima volta che si trovo a dover scrivere il suo cognome) dalla costa verde militare.

Quella del racconto non era propiamente la stessa situazione che Stavamo Vivendo Io, ma un po’ la ricorda per l’essere incentrata sul concetto che il rimorso e la sua sbagliata gestione può uccidere.

Basta. È un tutt’uno e le mie braccia sterzano, prendono la rotonda per percorre tutti i 360 gradi e non solo i 270 bastevoli per andare verso casa. Torniamo indietro.

Pochi minuti dopo siamo entrambi tesi, di nuovo nel parcheggio. Lui guarda attorno e la vede! Sta sistemando la spesa nel portabagagli della sua auto. Allora arriviamo lì con l’auto, lui abbassa il finestrino e, con ancora la mascherina in faccia, comandato dalla mente, chiede scusa per il suo atteggiamento, cercando giustificazione nella situazione che vede tutti con i nervi a fior di pelle.

La signora ribadisce di non essersi accorta della presenza di lui, del corpo e, mesta, conferma di esserci rimasta veramente male per la reprimenda ad alta voce. Ha un carrello strapieno. A unisono ci offriamo di aiutarla a porre tutto nella sua macchina, ma lei gentilmente rifiuta. Ci lasciamo tutti più leggeri. Salutandoci, ci facciamo gli auguri per la festa di questi giorni e riprendiamo il corso delle nostre vite.

Lungo la strada, il corpo oramai rilassato guida e la mente, libera, ripensa alla situazione. È chiaro: inizialmente aveva ragione, ma poi ha fatto diventare il corpo né più, né meno quello di una bestia in gabbia.

Però, … Sì, c’è un però: se, come in questo periodo, siamo chiusi fra quattro mura costretti ad ascoltare in televisione, alla radio, su internet qualcuno che urla di continuo e che, le poche volte che smette di farlo per parlare, persiste nell’infierire usando concetti sbagliati, parole irritanti, stupide, allusive, … non solo la mente si innervosisce, si incazza, pure.

Tutto si intossica; la mente regredisce; il corpo qui e là si tende e diventa un’incazzatura ambulante di quasi un metro e novanta con muscoli tesi, pronti a scattare, a reagire mostrando le vene del collo gonfie, la pelle stirata del volto e le corde vocali già settate in modalità urlo cui è stato preparato dall’ascolto prolungato delle intemperanze altrui.

Se la televisione e i giornali non ci risparmiano la visione e l’ascolto di chi quotidianamente gioca a gettare benzina sul fuoco, non dovremmo mai cedere alla tentazione di farlo pure noi, fosse anche soltanto per commentare male simili atteggiamenti ripubblicando nei social i video che mostrano certi spettacoli.

Purtroppo il buono che, con grande fatica riusciamo a esprimere, lo leggiamo fuori di noi nei libri, nelle musiche, nei balletti, nelle opere teatrali, nei quadri, … Tutte cose difficili e dalla lunga gestazione, la cui fruizione impegna.

Possiamo produrre tonnellate di scritti positivi, ma certi atteggiamenti da trogloditi, da animali involuti, li abbiamo già stampati dentro in libri semplici, dalla facilissima consultazione, sempre pronti a essere letti da mente e corpo in modo univoco, senza che facciano nascere dissidi interiori.

Le nostre vite e i social che frequentiamo meritano di essere mondati da tutto il deteriume che la vita pbblica ci propina e che, che si sia a favore o che si preferisca condannare, comunque si alimenta della nostra attenzione.

Evitando di dare spazio all’urlo del sedicente politico, alla provocazione della sobillatrice, potremmo amputare quel dito del corpo sociale di cui si serve quel pensiero malato per manifestare al paese frustrazione e diffondere odio. Farlo non estirpa di certo il problema alla base, ma vaccina la società dal manifestarsi di atteggiamenti violenti, estremi, inopportuni, che tendono i muscoli della vita pubblica.

Un dubbio ancora però ancora assale la mente e tende un po’ i muscoli: e se la gentilezza, la civiltà, l’educazione, piuttosto che valori e sentimenti puri, non fossero altro se non modi di manifestarsi di un egoismo impegnato a tutelare la nostra tranquillità per evitarle il rovello del senso di colpa col quale ci marchiano fin da bambini?

In fondo, se sono tornato indietro non l’ho fatto certo perché sono un’anima bella. No, l’ho fatto solo evitarmi il possibile rimorso che mi avrebbe generato immaginare la signora a disperarsi per il mio duro rimprovero.

Va a finire che se una settantenne egoisticamente decide di saltare una fila, è perché scopre di non poterne più di una simile tara culturale e, sentendosi finalmente al di là del bene e del male, segue un forse più sano egoismo.

Me lo chiedo, e mi accorgo di farlo tenendo il naso fuori da quelle maledette sbarre invisibili che ancora transennano lo spazio attorno a me.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 32

UNA PLACIDA DIGNITÀ

Guardo il numero riportato nel titolo di oggi e mi suona strano.

La parola Giorno seguita dal numero 32, pur essendo una combinazione assolutamente plausibile, suona anomala, falsa, tarocca. Un abominio, quasi: i mesi, si sa!, non hanno mai più di 31 giorni!

Una considerazione di sicuro stupida, che ha il potere di spiegarmi ancora una volta la gravità di ciò che stiamo vivendo: per quanto la nostra cultura abbia nei millenni elaborato sotterfugi utili per adattarci all’ambiente e ai suoi ritmi, la Natura dimostra di procedere lungo direzioni tutte sue e poco le importa se io sto dentro casa da trenta giorni o da trentadue.

Sono chiuso dentro, e ancora fuori da qui è cambiato poco o nulla. Non posso che chiedermi, allora, come avremmo contato i mesi se fossimo stati da sempre costretti a guardare il mondo da dietro una finestra chiusa, senza poter osservare bene il mutevole corso dei movimenti solari.

Non appena il mo cervello malato di convenzioni prova quel fastidio nel leggere il titolo di oggi – è la sensazione che provo, ma non la penso come “fastidio”. Verbalizzare le sensazioni è qualcosa che non mi serve per pensare e lo faccio esclusivamente quando scrivo o parlo. Almeno credo sia così. Ci penserò  – tutto e solo l’insieme dei numeri Naturali si accorge di me e ride sommessamente. Gli altri infiniti, invece, continuano indisturbati la loro vita Reale, Immaginaria, Irrazionale (si fa per dire…) e non mi degnano nemmeno di quella fugace occhiata divertita.

Di abominevole qui c’è solo il farsi portare a spasso dalle nostre convenzioni e convinzioni, dai nostri limiti e dai nostri piccoli accorgimenti utili a dare un orientamento a vite altrimenti disorientate e appigli nella difficile impresa di decifrare la realtà.

, sono trentadue giorni di semiclausura – mi è comunque consentito andare a fare la spesa, rivolgermi a un medico, compiere un lavoro che magari comporta di uscire di casa – e la sensazione più o meno dichiarata da tutti è che si sia solo all’inizio della storia.

Possiamo anche ribellarci agli inviti a stare a casa – da notare che si tratta ancora di semplici inviti e non di veri e propri coprifuoco controllati militarmente, eventualità che per certi versi auspicavo e per altri temevo – ma sappiamo tutti molto bene che, pur adottando le deboli strategie retoriche usate qui e là sui social a sostegno di quei punti di vista così rivoluzionari, sfidare la situazione non conviene affatto: a punirci non sarebbe certo il governo che in questa fase sta dimostrando una manica alquanto larga e un certa comprensione paterna per il modo di agire tipico della popolazione peninsulare.

Qualcuno tempo fa ha affermato che nel nostro paese le rivoluzioni finiscono all’ora di pranzo. Come dargli torto? Gli ancora ampi spazi di manovra che sono stati lasciati ai cittadini credo vadano letti come scelte compiute nella consapevolezza che all’italiano medio non puoi chiedere di obbedire alle disposizioni, anche se motivate corredandole di spiegazioni approfondite, dati e pareri degli esperti.

Se gli dici che non può fare ginnastica all’aperto, il giorno dopo milioni di panzoni nostrani decideranno che è arrivato il momento di dimagrire e pur di inscenare una protesta, pur di dimostrare che “a me nessuno può spiegare cosa posso o non posso fare”, per la prima volta nella loro vita faranno una corsa di cinque chilometri… sul loro balcone.

No, non credo proprio che il governo stia dando prova di avere compiuto una scelta dura per combattere il problema. Anche chi protesta – almeno i più informati di loro, gli imbecilli sono un’altra cosa, da trattare a parte con piglio clinico – sa benissimo che è molto, molto più probabile che se uscisse, se davvero riprendesse a vivere come ha sempre fatto, a punirlo sarebbe la Natura che non aspetta altro se non l’esercizio massificato del famoso buonsenso.

Sa anche che lo farebbe senza chiedergli “Concilia?”, senza offrirgli di pagare una cauzione, senza concedergli di chiamare il suo avvocato e soprattutto senza dargli il tempo di dire la classica “Lei non sa chi sono io!”

No, nulla di tutto ciò. La Natura non avrebbe nemmeno la compiacenza di prendere per un attimo la faccia di Totò che gli dice, spingendogli il gomito, “Ma mi faccia il piacere!”.

Piuttosto lo punirbbe con una noncuranza tutt’altro che italica, da far tremare i polsi anche a un contravventore teutonico: con un totale disinteresse per il suo conto in banca, per la bravura del suo avvocato, per il blasone che da sempre lo accompagna, gli darebbe l’opportunità di partecipare alla gara evolutiva assolutamente legittima di un esserino che grazie a lui avrebbe di che nurtrirsi e di che dare da mangiare alle sue numerose repliche; quelle che generosamente lui, il rivoluzionario di turno, distribuirebbe anche ai suoi cari e ai suoi invitati per la grande festa in onore della prematura fine dell’emergenza.

La cosa curiosa è che per anni abbiamo prodotto film, molti dei quali assurdi e scientificamente scorretti, nei quali la protagonista assoluta è una Natura incazzata che si sfoga in modo molto, troppo umano con… l’umanità: in quelle pellicole, la Grande Madre manifesta la sua rabbia come in altre fanno Stallone, Schwarzenegger, Van Damme.

Al posto di calci, pugni, mosse di Karate, troviamo terremoti devastanti, da lesionare anche il televisore durante la visione; tsunami qui così alti da lasciare all’asciutto l’emisfero opposto e altre catastrofi apocalittiche, da gustare col fiato sospeso, il pop corn fermo nella bocca spalancata, l’occhio pallato e la Coca in mano.

Nulla di tutto ciò. La Natura è quella che, gentile come la sequenza infinita di numeri naturali, sta fiorendo ovunque. Ci scalda con giornate sempre più luminose e lunghe; ci coccola con odori che entrano dalle finestre aperte a dare ossigeno alla nostra pianta intossicata dalla rabbia.

Una rabbia potente che, non potendo attaccarla a nulla, scegliamo di concentrare su un decreto o su un modulo da stampare. Lo so, l’obiettivo è salvaguardare il fegato coinvolgendo la pancia, ma continuando comunque a elaborare il problema con la parte al di sotto del diaframma, e non con quella più adatta a simili faccende posizionata al di sopra esso.

E mentre c’è chi, anche fra i miei amici più cari, dopo l’ultimo annuncio del prolungamento del lockdown fino al 3 Maggio, vagheggia tra il serio e il faceto di proteste da inscenare in piazza il giorno successivo, noto una notiziola di quelle usate dalle testate giornalistiche per riempire, per fare volume.

Sta a pie’ di sito (non potendo leggere la pagina del giornale cartaceo, l’ho trovata sulla versione on-line) e sembra regalarmi il polso vero di ciò che siamo, di ciò che è e di ciò che è giusto che sia.

si parla del mestrino Marco Casula, giovane ricercatore del CNR rimasto completamente isolato nella base Artica Dirigibile Italia a Ny-Alesund, nelle isole Svalbard, a un migliaio di chilometri dal Polo Nord.

Un posto dove non c’è traccia di epidemia – che, come la maggior parte dei problemi attuali, viaggia con il vettore uomo – anche se sarà proprio la sua evoluzione a stabilire i termini del suo contratto e della sua permanenza da quelle parti.

Al momento non vi è possibilità alcuna che lui possa tornare dai suoi affetti, ma accetta tutto con la tranquillità di chi si mette davanti i vari elementi di un problema per connetterli tra loro in una sequenza ragionevole, anzi, razionale.

Eppure avrebbe molti più motivi di noi di urlare al mondo la sua disperazione: qui, ad esempio, non passa giorno che qualche operatore dello spettacolo non agiti i pugni asserendo che ci si è scandalosamente dimenticati della cultura; che ancora il governo non si è espresso su un problema fondamentale come lo stabilire una data possibile per la riapertura di cinema, teatri e sale concerto.

Nessuno ancora ha dato a Casula una data per il suo rientro. Semplicemente nessuno può fare una previsione del genere. Lui però se ne sta buono-buono, in silenzio; nel silenzio. Anche se urlasse, nessuno potrebbe decifrare il suo grido d’aiuto: suoi compagni e spettatori sono intatti renne, orsi, ghiaccio.

Muto, lavora al campionamento della neve e dell’aerosol, misure che hanno un’influenza enorme sulla vita presente e futura di tutti noi, e lascia che la bellezza algida della Natura faccia il suo corso. Quella Natura che, come dice nel video con invidiabili serentià e proprietà di linguaggio, “Qua fa da padrona, ti senti molto piccolo. Le dai del Lei”.

Uscendo di casa, qui di certo non ci imbattiamo in renne, orsi o ghiacci, ma sappiamo bene tutti – lo sanno anche i più riottosi – che potremmo imbatterci in quell’esserino così dannoso e subdolo.

Anche se meno romantico dell’incontro con una renna, non si tratta certo di un evento così strano: pure se non fa rumore come in un moderno B-movie, è ancora quella Natura che, vestendo una divisa diversa, qui come al Polo Nord fa imperterrita lo stesso, identico lavoro di sempre.

Magari ricordiamoci di darle del Lei.

E, rispettosi, manteniamo le distanze.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 31

ADENINA, TIAMINA, CITOSINA, GUANINA, CHIOCCIOLINA

 C’è stato un periodo in cui, nonostante i primi vagiti del web e l’assenza totale di social, ho avuto una notevole esposizione mediatica.

All’epoca – parlo del ’98-’99: poco prima della reale esplosione di internet – suonavo spesso al fianco di un noto personaggio dello spettacolo e questo mi ha dato l’opportunità di esibirmi su palchi prestigiosi e sui canali televisivi più seguiti.

Capitava, allora, di venir spesso fermato per strada da sconosciuti interessati addirittura a possedere il mio autografo, a farsi una foto in mia compagnia o per la semplice e gentile voglia di comunicarmi che mi avevano visto in televisione.

Fu per me quindi un periodo di grande ubriacatura mediatica durante il quale venivo additato come uno oramai “arrivato”, dal futuro radioso, da vivere fra le divinità olimpiche dello spettacolo.

Una delle conseguenze di questo successo fu che mi ritrovai non so quante volte invitato a feste molto in nelle quali, a parte l’organizzatore o l’organizzatrice – si trattava spesso di qualcuno presentatomi pochi giorni prima da amicizie comuni – non conoscevo nessuno.

Questo/a lui/lei mi accoglieva con sorrisi e gesti eccessivamente affettati e poi mi conduceva a braccetto o addirittura, se l’ospite era un “lui”, cingendomi le spalle con un braccio così da ostentare un’inesistente confidenza maturata in chissà quali lunghi anni di rapporto d’amicizia, per inscenare, con un sorriso a 70 denti, una passerella gloriosa, da red carpet, quasi: lui/lei elegantissimo/a, io vestito male (“Non ti preoccupare! Tu sei un artista!”). Impossibile non notare un duo così! Impossibile non pensare: “Hai visto con chi è X? Conosce davvero tutti! Anche i più strani!”

Lungo il percorso, venivo presentato a quelli che evidentemente dovevano essere i suoi invitati più importanti, e dopo i primi convenevoli, una volta ottenuta da quelle persone  una certa malsimulata ammirazione alla rivelazione del mio ruolo nel gruppo di quel personaggio famoso, rimanevo da solo, con addosso i miei stracci – lo ribadisco: ero davvero uno zaùrdo. Lo sono ancora, ma per mia fortuna Capitan Santors e i Gerebros hanno deciso che non sia più il caso di lasciarmi da solo a decidere cosa indossare – a girare tra fighetti impomatati e bamboline lignee.

Il mio ruolo, il mio apporto alla buona riuscita della festa era così esaurito. Allora mi prendevo giusto il tempo di ingozzarmi ben bene al buffet e andavo via per la mia strada, nella totale disattenzione di tutti i presenti presi da altri rituali.

Fu così che decisi di non tenere più attaccata alla cintura la fondina di cuoio nella quale sin da quando ero ragazzo alloggiavo la mia armonica. Dovevo verificare se senza quella appendice sulla quale veniva fatto collassare tutto il mio essere, privando così chiunque della possibilità di invitarmi insistentemente a esibirmi per confermare di essere proprio io quello che avevano visto in televisione o sentito alla radio (“Avàà! E mòvati e sòna ‘na cosa! Dai!”), sarei stato chiamato ancora dalle persone.

Da quel momento in poi, la maggior parte dei rapporti secchi si è magicamente auto-sfrondata e a continuare a chiamarmi furono soltanto vecchi, rodati amici e altri nuovi che, molto più autentici degli unti personaggi di prima, scoprendo di avere davvero qualcosa in comune con ciò che di me c’era oltre la musica, dimostravano di accettare la mia persona anche se lontana dalla sua armonica; anche se vestita male dentro e fuori.

Il passato ha tentacoli lunghissimi e ancora di tanto in tanto mi capita che mi presentino qualcuno il quale al mio classico “Piacere, (io sono) Angelo!”, replica “Ah, ma io ti conosco! Tu sei quello che suonava con …” e qui emerge che mi aveva visto in televisione con quel tal personaggio.

Quando capita, mi ritrovo a osservarmi attorno guardingo per cercare di cogliere ciò che io potrei essere l’unico a non sapere: mi aspetto di intravedere uno sguardo strano di qualche sconosciuta/o che ricorda quei miei trascorsi senza che io sappia alcunché di lei/lui. Una senzazione davvero strana e, non lo nego, a volte piacevole, ma che presenta anche risvolti alquanto inquietanti.

Tutto questo cappello iniziale fin qui mi è servito non solo per lasciare libero corso al flusso di ricordi che, almeno loro, possono venire fuori e correre liberi ovunque gli pare, ma anche per cercare di dare un’idea delle sensazioni che mi capita di registrare vivendo a contatto quotidiano, per me una novità: mai scritto così tanto, qui, prima – con questo mio blog.

La mattina, curioso, vado a guardare le statistiche aggiornate degli accessi a questo mio spazio, – un’operazione che si rivela utile anche per ridimensionarmi: scopro che è infatti un’operazione particolarmente utile a scongiurare, scoprendo che sono veramente poche le persone che mi seguono, il pericolo di subire incontrollabili inflazioni ipertrofiche del mio ego.

Dopo questo primo controllo del grezzo numero di accessi, passo all’analisi più fine – in realtà molto poco più fine – di quel dato. WordPress mi permette di sapere da quale nazione si connettono i miei pochi followers e come sono arrivati a quel particolare articolo. Guardando da anni simili dati, alla fine sono stato capace anche io di notare dei trend interessanti, capaci di descrivere un pubblico con gusti alquanto diversi da quelli di chi conosco, o che credo di conoscere, di persona.

Mi spiego. Mentre su Facebook so chi sono i miei interlocutori – avendo accesso a tutti o parte dei loro dati on-line, posso farmi un’idea abbastanza precisa delle loro preferenze, del loro aspetto fisico, di ciò che pensano, … – qui su Squid Zoup mi devo accontentare di sapere che qualcuno si è collegato da questa o quella nazione e che è arrivato seguendo un link trovato in Facebook, Twitter, Linkedin o per altra strada.

Il gioco è quindi completamente diverso da quello dei social: qui ti esponi, decidi tu fino a che livello, e altri guardano, soppesano, giudicano, … ma rimanendo sempre nell’ombra. Qualcuno ogni tanto decide di palesarsi, di metterci la faccia e, a volte, anche il pensiero, interagendo con te tramite un semplice apprezzamento, un like, o addirittura commentando per iscritto un tuo post (capita davvero di rado).

In ogni caso, si rimane isolati nel mentre si inscena uno strano outing, quasi si tratti di un interrogatorio a porte chiuse in cui interpreti anche la parte dell’inquirente cattivo che ti pone le domande.

Ti rispondi marzullianamente da solo, ma sai che i veri inquirenti sono lì a scrutarti da dietro il vetro oscurato della pagina del tuo blog. Li senti, sai che ci sono, ma potrebbero anche essere alieni o unicorni: tu non saprai mai che aspetto hanno davvero.

Lo so: succede anche a chi scrive un libro, recita in un film, registra un disco, … Sono tutte esperienze che, a vari livelli, ho vissuto anche io e proprio per questo mi sembra di poter dire che il blog è differente. Ciò che cambia è l’intimità creata dalla continuità con la quale comunichi. Una continuità che se diventa quotidianeità, mentre sei preso dalle tue abitudini, ti incasella a tua insaputa pure fra le abitudini di qualcuno che non conosci.

Osservando bene quelle statistiche, si ha modo di cogliere aspetti che servono a ridimensionare non solo te, ma anche il pubblico reale col quale pensi di rapportarti sui social.

Mentre, ad esempio, l’aver rimbalzato su Facebook un articolo che hai scritto qui, può fruttarti un successo da centinaia di like e cuoricini, gli accessi veri da quel social ti descrivono una situazione reale del tutto diversa: gli amici che, visto il tuo articolo su faccia-libro, dopo aver messo mi piace, hanno davvero cliccato su quel link sono una frazione decisamente esigua.

Come si interpreta questo dato? Beh, credo sia abbastanza semplice: su Facebook partecipi a una festa nella quale ti vengono fatti sorrisi sia dai soliti, veri amici che da conoscenti cortesi i quali decidono di regalarti una bella sensazione di vicinanza prima di passare oltre nel gran mare di post che lì si incontrano.

I primi non cliccano perché non hanno certo bisogno di leggere cosa scrivi per sapere chi sei e per continuare a volerti bene come hanno sempre fatto. A loro non frega niente di asronomia, sociologia e filosofia della scienza, armonica, jazz, musica classica, fumetto, illustrazione, letteratura, fantascienza, … Sono interessati solo a te perché gli sei simpatico, perché vi legano dei ricordi intensi, e va benissimo così.

I secondi, invece, conoscono bene le regole del bon ton virtual-sociale e sanno che attenersi a esse costa poca fatica. Magari davvero incuriosite da ciò che fai, si accorgono che quella curiosità arriva solo fino a un certo punto e preferiscono alimentare l’idea che di te si sono fatti piuttosto che metterla alla faticosa prova dell’approfondimento da compiere immergendosi nella lettura dei tuoi articoli, nella visione dei tuoi video, ecc.

Ci sta. È il gioco delle parti ed è un gioco al quale partecipi anche tu con atteggiamenti del tutto analoghi.

Bisogna poi considerare che coloro i quali leggono davvero da cima a fondo ciò che scrivi sono una frazione ancora minore di quelli che cliccano sul link. La lunghezza dei miei post di sicuro scoraggia molti avventori i quali si aspetterebbero di trovare in questo spazio articoli della stessa lunghezza di quelli che si trovano nella media degli altri blog.

Lo so, questo è considerato un difetto di Squid Zoup. Ne sono conscio e giuro che è così per una mia scelta consapevole: scrivo per farmi leggere, ma anche, forse soprattutto, per sfogarmi e rintuzzarmi lo stimolo a scrivere: una attività che mi appaga, ma che lo fa solo se a fine articolo mi regala la sensazione di avere detto tutto ciò che intendevo dire.

Se c’è un lettore del mio blog che davvero posso dire di conoscere, quello è di sicuro il suo autore e, sapendo con precisione che gusti ha, mi concentro su di lui tentando di soddisfare almeno la sua curiosità.

Un uno-a-uno che prevale sul comunque fondamentale ma cieco rapporto uno-a-molti che ho con i miei pochi, ignoti lettori.

Altra cosa interessante che emerge è che i post nei quali compaiono disegni hanno un impatto davvero notevole. Specie in questo periodo nel quale sto pian piano riprendendo a pubblicare illustrazioni veloci e vignette – a tal proposito, aspettatevi un’ulteriore impennata: intendo riprendere presto a pubblicare intere storie a fumetti di Squid Zoup! -, vedo schizzare gli accessi verso vette difficilmente raggiungibili dal solo testo di queste CRONACHE, ad esempio.

Forse faccio male a pensare che sia qualcosa di dipendente dalla diversa percezione di un disegno rispetto a un testo. È forse più probabile che, ancora una volta, sia solo ed esclusivamente un problema di lunghezza: in pochi tratti, e con poche battute scritte, una vignetta dice moltissimo.

Se esse sono ben congegnate, è possibile trovarvi tutto ciò che non viene esplicitato da un testo, breve o assente che sia: una caratteristica, questa, che rende il fumetto e l’illustrazione ottimi linguaggi per la rete nella quale è meglio che tutto sia veloce, immediato e poco mediato dall’attenzione che richiede invece un testo, specie se molto lungo.

Qui in Squid Zoup poi scopro che la mia musica non è molto apprezzata: i video musicali che dimostrano (?) di piacere molto altrove, ottengono qui un gradimento davvero basso, se non addirittura nullo. Sembra quasi che, nonostante prima io non pubblicassi molto, con quei radi post io abbia inconsapevolmente selezionato un pubblico molto più visivo e meno propenso all’ascolto, anche se si tratta di ascolti mediati dalla visione di un video.

Un trend, questo, che ha fatto registrare ben poche deviazioni. Una, in particolare, ha costituito a lungo un mistero: parlo del caso di un mio vecchio Aforisma musicale che è stato in vetta alla classifica dei post più (ri)letti per almeno un paio di anni.

Non passava giorno che qualcuno non gli desse un’occhiata, ma anche in questo caso sospetto che l’attenzione fosse più per il testo di commento che non per il video stesso e la musica che in esso producevo con la mia armonica.

Venendo all’oggi e ai misteri di questo periodo, ve ne è uno che invece mi intriga più di altri ed è il seguente: vedo che i miei post più, come dire, … sentimentali, quelli nei quali confesso cose molto personali che, giocoforza, probabilmente mi portano a usare toni e modi più letterari, riscuotono un successo enorme. Di contro, altri più tecnici vengono accolti tiepidamene facendo registrare sempre il solito minimo sindacale di accessi.

Una volta constatata questa verità statistica, la domanda è: “ma come mai avviene tutto ciò, specie tenendo conto che, ad esempio, i titoli di queste cronache ho iniziato a metterli solo pochi giorni fa?” La mia amica Antonella, una delle poche, vere lettrici di Squid Zoup che conosco, anche molto bene nella vita reale, pochi giorni fa mi faceva notare che i miei articoli, partendo sempre da un fatto particolare, poi si allargano come un fascio molto poco collimato (paragone di sicuro stimolatomi dal fatto che lei lavora al CERN) o come pallettoni partiti da un fucile da caccia, per andare a colpire pensieri in direzioni spesso non intuibili né dal titolo, né dalle prime battute.

Dal momento che le statistiche tengono conto di quanti sono gli accessi, ma ovviamente non dicono nulla circa le letture reali, non posso che trovare misterioso osservare che i miei lettori in qualche modo “percepiscono” la durezza tecnica di alcuni post o la morbidezza umanistica di altri, facendosi guidare da questa percezione nello scegliere cosa leggere e cosa no.

Verrebbe quasi da teorizzare l’esistenza di una specie di un improbabile tam-tam, di un passa-parola tra quei pochi followers (“lascia perdere, oggi: ha scritto uno di quei suoi pipponi tecnicistici. Domani ti dirò se è il caso di andare a leggerlo. Certi giorni è davvero pesante e insopportabile…”) che mi leggono spesso, anche se poi torno razionale e mi dico che, non essendo questo un social, il rapporto cieco esistente fra me e ognuno dei miei lettori deve in qualche modo esistere anche fra di loro.

Forse più semplicemente tutti guardano la home e da un’occhiata generica intuiscono il tono che possiede un particolare articolo. Uniche due possibile obiezioni a questa idea sono che 1) da quell’occhiata generica potrebbe non risultare così chiaro se l’articolo avrà un carattere tecnico (raramente pubblico calcoli o formule). Inoltre 2) è molto facile stabilire se si tratta di un articolo lungo o lunghissimo, ma questo non sembra scoraggiare chi ha gusti più umanistici il quale, se l’articolo ha quel carattere lì, lo affronta indipendentemente dal umero di righe che ho prodotto.

In conclusione, l’umanità che qui incontro, è capace con i suoi silenzi di dirmi moltissimo del comportamento del blocco di persone che conosco, moltissimo su come in generale vengo percepito e soprattutto, anche se ancora non sono riuscito a decifrarlo, moltissimo delle persone che incontravo per strada, sull’autobus, in pizzeria, … nel mondo.

L’unica differenza con quanto mi accadeva quando giravo come spalla del personaggio famoso di cui dicevo all’inizio di questo articolo, è che i miei lettori sanno poco del mio aspetto fisico. Ce ne sono tracce nei video che non amano guardare e questo si traduce in una bassa probabilità di sentirmi un giorno rispondere al mio “Piacere, Angelo!”, “Sì, lo so. Ti leggo su Squid Zoup!”.

Come non sospettare che nello stesso istante in cui all’inizio del nuovo secolo internet è diventato uno strumento efficace per intessere rapporti virtuali, siamo diventati gli animali solitari e isolati che solo oggi stiamo dimostrando di essere davvero grazie a questa reclusione strategica?

Forse abbiamo trascorso gli ultimi venti anni affogati nell’illusione di continuare a vivere in un modo che a ben vedere non ci si addiceva più del tutto.

Va a finire che questo ventennio è stata solo una lunga presa di coscienza della nostra vera natura. Una natura definitivamente mutata a partire dal momento stesso in cui abbiamo messo una chiocciolina, la nuova base azotata fondamentale per l’espressione del gene della solitudine, dopo lo username nome.cognome.

 Il suo antidoto, la chiamata alle armi per risvegliarci da torpori solitari e convocare tutti su piazze virtuali, è l’hastag. Qualcosa di molto diverso dal vecchio, oramai datato, proclama urlato al megafono.

 Ora mi produrrò in un ossimoro: buona ♯solitudine a tutti!

 

SZ

La prima delle INVENZIONI A DUE ANCE

Oggi stavo divertendomi tra “me e me” a studiacchiare questa Invenzione a due Ance di Bach (oggi ho inaugurato proprio con questo nome una apposita categoria di brani nel mio canale youtube) e ho deciso di farne un piccolo video che credo rappresenti molto bene cosa non si fa per combattere la solitudine.

Diciamoci la verità: per farla al meglio, bisognerebbe essere non Uno, ma Bino.

Se invece si fosse trattato di un brano a tre ance, avrei dovuto essere trino, in qasi perfetto sincronismo con la festività religiosa in arrivo.

Vi forse vi deluderò: sto in realtà lavorando alla resa in quartetto del brano Lascia ch’io pianga di Handel che spero di pubblicare proprio nei prossimi giorni.

Stay tuned!

 

SX