CRONACA VIRUS – Giorno 4

                                                       ELOGIO DELL’OMBRA

Abito al piano terra di una piccola palazzina e un lato di casa mia dà direttamente sulla strada.

A causa di questa posizione per molti versi infelice, tengo le tende chiuse così da evitare che chi passa a piedi possa dare occhiate, intenzionali o distratte che siano, dentro casa.

Si tratta di tende azzurre – una delle tinte preferite da mia madre, che le ha scelte – non così spesse, e che per questo fanno filtrare la luce. E l’ombra.

Ombra che da tempo identifico come la frazione più indiscreta delle persone: in una giornata di sole come questa, quando i muri, tende di pietra, costringono fuori chi passa e le tende di stoffa prevengono i suoi sguardi, lei entra, addirittura; e, dispettosa, si fa un giro veloce sulle pareti che si oppongono alle due finestre.

Non posso così fare a meno di notare che, contravvenendo alle raccomandazioni diramate su giornali, televisioni, radio, web, … di gente tutto sommato ne passa tanta. Troppa, direi, data la situazione.

Mi sa che da queste parti vi è ancora un po’ troppo buonsenso… (mi piace ‘sta frase: suona alquanto assurda!).

Sono qui, autorecluso nei miei pochi metri quadri e per me la realtà esterna, gli altri da me, sono queste ombre indistinte, ogni tanto vocianti – per il tempo che prende tranistare a piedi davanti alle mie due finestre, capto pezzi beckettiani di discorsi urlati nei cellulari -, a volte silenziose.

Devo comunque riconoscerlo: hanno tutte il pregio – in altri periodi non lo avrei certo definito così… – di spiegarmi a modo loro che non sono rimasto solo.

Per comprendere appieno di non essere l’ultimo, sbagliato esemplare della nostra specie sulla Terra, alle volte accendo la radio o guardo un telegiornale, ma al fine di avere una percezione più esatta di cosa sia il mio prossimo, trovo sia meglio operare una somma ideale tra le ombre indistinte e spesso vocianti che passano, le voci della radio e le immagini bidimensionali che trovo sul web e in televisione.

Allora la mente va veloce al mito della caverna di Platone: le ombre che entrano nel mio antro, quelle macchie buie e indistinte in movimento dietro le tende o quelle colorate e dai contorni decisi generate elettronicamente sui monitor, altro non sono se non il riflesso di un mondo che mi regala l’illusione di esserci dentro, di essere qui (le ombre lo dimostrano), ma anche ovunque (il web me lo garantisce); l’illusione di esperirlo, di conoscerlo.

Allora, sospettoso, per sfuggire all’abbaglio,

mi abbandono alla sola conoscenza del

e, per stare più desto, capirmi meglio,

corro in cucina e mi faccio un caffé…

 

SZ

 

CRONACA VIRUS – Giorno 3

                                                    IL PICCOLO E IL GRANDE

Oggi mi sono svegliato con una curiosità precisa.

Pur se sicuro di averlo già letto in questi giorni in chissà quale articolo, ho dovuto compulsivamente cercare in rete il dato circa le dimensioni del Coronavirus.

Ho così (ri)scoperto che il nostro nemico ha una taglia davvero minima: si parla di circa 80-160 nanometri (nm, miliardesimi di metro).

Proprio perché così small-size, può passare attraverso le maglie di una protezione non adeguata e addirittura, secondo un recentissimo studio (poi ritirato…),  sarebbe capace di rimanere in aria indisturbato per ore, colpendo anche a quattro metri e mezzo di distanza dalla posizione dell'”untore”.

So quindi che potrebbe essere qui, tra le mie cose, condividendo con me questo ambiente domestico standosene 1) comodamente adagiato su una delle innumerevoli superfici che complicano la caotica geometria di casa mia; o 2) domiciliato al calduccio, nell’umido delle mie altrettando caotiche vie respiratorie.

Vi è inoltre una certa probabilità che 3) se ne stia educato e paziente ad attendermi al varco, sull’uscio di casa e 4) la certezza che scorazzi da qualche altra parte, lì fuori.

Subito dopo aver trovato il dato circa le sue dimensioni, mi chiedo quando sia il caso di usare gli aggettivi “piccolo” e “grande”.

Piccolo è l’atomo; ancora più piccoli i suoi costituenti. Piccolo è ciò che si cerca negli abissi nei quali fugacemente vive il Bosone di Higgs e tutto ciò che da quelle parti ancora non abbiamo scoperto.

Grande, da astronomo, so che è il cosmo con la sua trama di filamenti di galassie che ne descrivono lo scheletro.

A questo proposito, la cosmologia moderna dovrebbe avermi oramai abituato da tempo al concetto di materia oscura: quel qualcosa di non ancora meglio definito che, se esiste davvero, costituisce il 27% circa della “roba” che riempie l’universo. Un dato da confrontare con il 5% della materia visibile, quella che, proprio come lo stesso nome ci racconta, riusciamo a vedere con i nostri telescopi.

Pur potendo essere quella materia così esotica molto più presente nel cosmo della materia ordinaria con la quale abbiamo a che fare tutti i giorni, siamo comunque portati a vederla come qualcosa di “irreale” per il suo starsene così lontano. Una distanza che ci  consente di oggettivizzarla, di includerla “alla bisogna” nelle nostre meditazioni cosmologiche o, come di solito si fa nella vita di tutti i giorni, di ignorarne del tutto l’esistenza.

Mi accorgo invece che da qualche giorno, piccolo per me è quel virus e grandi sono le macchie rosse di diverse dimensioni che coprono la mappa del mondo divenuta una specie di Pimpa malata di morbillo.

Macchie divenute così grandi da far scattare ieri l’allarme PAN-demia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): il pianeta azzurro rischia di diventare presto una grande macchia rossa da fare invidia al vicino Marte.

E se il virus e quelle macchie sulle mappe hanno assunto per me il valore di limiti dimensionali entro i quali includere la realtà, immagino che ancor di più lo siano per chi invece non ha alcuna dimistichezza con oggetti più piccoli di un granello visibile di polvere e  più grandi di una nave da crociera o del Gran Canyon.

Vero è che noi divulgatori speriamo  sempre di aver fatto entrare i concetti estremi della scienza nella vita di chiunque non si interessi ad essa per lavoro, ma temo dovremo tutti rassegnarci all’idea che solo eventi come quello che stiamo vivendo possano avere una reale capacità di spiegare il mondo a chi lo occupa senza occuparsene.

Insomma, l’invisibile: la materia oscura di quel minuscolo virus, ha fatto irruzione nelle nostre vite e forse anche in molte delle nostre categorie mentali, cambiandole sensibilmente.

Certo, sapevamo già da tempo dell’esistenza dei virus, ma per qualche strano meccanismo mentale, eravamo abituati a pensare che i peggiori tra questi inquilini del mondo colpissero sempre molto lontano da noi, addirittura sull’emisfero opposto del “cosmo terrestre”.

Stavolta però si tratta di una materia oscura che più che contribuire in modo misterioso a modellare le galassie lontane e la loro distribuzione, è venuta a farci visita a casa nostra, modellando le nostre abitudini, rendendoci diffidenti e stranieri all’interno delle nostre città e del nostro stesso ambiente domestico.

E se sull’esistenza della materia oscura di importanza cosmologica sono in tanti a nutrire ancora molti dubbi, sull’esistenza della materia oscura di importanza virologica proprio non possiamo averne: del nostro piccolo nemico possediamo infatti l’identikit con tanto di foto segnaletica e fedina penale (oramai abbastanza lunga da fargli meritare un posto solo a lui dedicato nel Pantheon dei peggiori stragisti della storia).

Allora vien quasi da chiedersi, ancora una volta, cosa sia davvero da intendersi “reale”.

Fino a pochi giorni fa, nell’uso comune del termine rientravano gli oggetti che possiamo vedere, toccare, prendere, spostare. All’estremo opposto, un certo grado di realtà si ammetteva anche parlando della materia oscura cosmologica la quale, se esiste, sappiamo dov’é o dove dovrebbe essere posizionata: alcuni studi, infatti, ne mappano la distribuzione.(*)

Senza entrare in ambiti parapsicologici, paranormali e para- qualcos’altro che proprio non mi interessano, mi appare importante questo cambio di prospettiva: più reale del reale ora può essere il subdolo, il non visto rispetto al visibile; il minuscolo che si insinua e che fa sospettare anche e soprattutto della prossimità amicale, familiare, amorosa: l’amico, la fidanzata, il familiare diventano possibili, diabolici travestimenti, efficacissimi veicoli di qualcosa che invece, a conti fatti (e da fare solo dopo una ventina di giorni di incubazione), può risultare tutt’altro che amoroso, benevolo, irrinunciabile.

Sembra proprio di essere in presenza dell’apoteosi del dubbio, dell’inno al cinismo, del manifesto della malizia e della dietrologia: non sapremo mai quali effetti ha davvero sortito un contatto stretto con qualcuno, chiunque egli sia, al quale abbiamo stretto la mano, dato un abbraccio, accarezzato la testa.

Parimenti, non sapremo nemmeno se, proprio grazie ai nostri sorrisi, abbracci, gesti gentili, siamo stati causa del male altrui.

Allora mi chiedo nuovamente cosa sia da considerarsi reale. É più reale il Jekill che vedi mentre ti sorride, mentre ti porge la spesa, che ti abbraccia, che ti saluta, che ti fa un favore, … o il minuscolo, invisibile Hide capace di stravolgere del tutto il valore di quei gesti?

Questo virus credo rappresenti l’entrata pericolosa del Dubbio, sì, proprio quello con la “d” maiuscola, nelle nostre vite che sembravano procedere inscalfite e inscalfibili lungo binari conosciuti; routinari, addirittura.

Una volta risolto il problema – possiamo starne certi: da un punto di vista biologico, maturando anticorpi o trovando il vaccino, la nostra specie lo risolverà – la cosa davvero difficile da debellare per ritrovare la “normalità” sarà il virus del sospetto.

Quel sospetto generato dal timore profondo che avremo degli altri e di noi stessi per il possibile, inconsapevole, costituire un problema per chi ci sta vicino.

Sembra quasi trattarsi della vittoria finale del razzismo che, da malattia diffusa del confronto noi-loro che era, potrebbe diventare pandemia del confronto io-altri.

Un tutti contro tutti di cui dovremo liberarci al più presto producendo ingenti dosi di adeguati vaccini culturali che purtroppo, ancor prima di essere stati sintetizzati, riscuotono da tempo l’opposizione di una quantità enorme di no-vax (culturali, intendo) sobillati da alcuni personaggi che con la cultura hanno poco a che vedere.

Per il resto, tutto bene, grazie.

 

SZ

 

(*) Tra l’altro, a differenza della mappatura della materia oscura, quella della Terra-Pimpa è parziale in quanto mostra solo le zone dove il virus viene trovato, quindi dove esso viene confinato e fermato. Difficile mappare invece i movimenti dei vettori infetti che si spostano per andare ad arrossare altre zone geografiche.

CRONACA VIRUS – Giorno 2

                                                  IL NON SENSO DEL BUON SENSO

 

Ieri, come del resto era già capitato più volte nei giorni precedenti, in una discussione rigorosamente telefonica con una amica è venuto fuori lui, di nuovo lui, sempre lui.

Parlo di quel fantomatico meccanismo del cervello che dovrebbe intervenire a salvarci in situazioni difficili quando, giunti a un bivio, si palesa il rischio concreto di prendere la via sbagliata.

La Treccani definisce questo sostantivo maschile come “capacità naturale, istintiva, di giudicare rettamente, soprattutto in vista delle necessità pratiche”.

Pur riconoscendo che non si possa fare a meno di enunciare in modo chiaro il significato di un termine o di una espressione della nostra lingua, denuncio l’esigua quantità di voci che condannano definitivamente l’epressione di cui sto parlando.

Allora, essendo io eroico, prendo su di me il grave compito di proporre urbi et orbi la messa al bando, la distruzione, l’estirpazione totale da vocabolari, libri, film, siti, … dell’espressione “buon senso” o, sua variante pure riportata dal già citato vocabolario on-line Treccani, “buonsènso”.

Potrei forse scoprire di essere  più indulgente accettando di abolirne la sola forma singolare e concedendo la libertà vigilata alla sua versione plurale: i “buoni sensi”, o “i buon senso”.

Credo infatti che si debba dichiarare al più presto la nostra resa di fronte all’evidenza: non esiste nulla di simile a ciò che quell’espressione promette: il cosiddetto “buonsenso” sembra pretendere di avere un indubbio grado di universalità e si assume che il genio come l’idiota, messi di fronte a una criticità di qualche tipo, ricorrano ad esso scoprendo, nonostante il notevole differenziale di capacità cognitive esistente tra i due, che si tratta di qualcosa avente una sola forma, un solo significato, un unico, universale, granitico valore.

Detto in soldoni, siamo tutti impegnati a pensare chi cose profonde, chi stupidaggini, chi cose normali, ecc, ma, secondo la vulgata, in condizioni particolari si verifica una specie di miracoloso collasso della funzione d’onda “pensiero”: tutti i cervelli umani, a unisono, rinunciano all’enorme assortimento di propositi, progetti, timori, desideri, dubbi, … per convergere su un solo atteggiamento, un solo proposito, un solo progetto da perseguire senza timore e dubbio alcuno: quello dettato dal… “buonsénso”.

Mentulate.

Non esiste nulla di tutto ciò. Aggiungerei “purtroppo”, ma non farei un grosso favore ad altri termini importanti, molto più importanti, come, ad esempio, “verità” che quasi sempre si accompagna al termine “ricerca”.

Lo so, la “verità” è un’altra chimera, un limite, un asintoto, ma ha dalla sua che non  manifesta le altisonanti pretese dell’imputato di oggi. Essa, la verità, probabilmente (non) esiste, ma impone sforzi incredibili per raggiungerla, vederla o anche solo intravederla e non è affatto qualcosa sotto gli occhi di tutti, pronta a essere usata o trascurata al variare delle situazioni umane.

Quando vi dicono che la verità è evidente senza proporvi in appoggio qualcosa come un grafico ben fatto che lo dimostri, probabilmente stanno ancora una volta parlando tutti di buonsènso: quel subdolo ganglo linguistico che si rigenera a ogni nostra resa di fronte alla necessità di usare la testa rinunciando alle lusinghe della pancia.

Su questo sasso bagnato di soli 6400 km di raggio equatoriale medio che chiamiamo Terra siamo otto miliardi di “teste pensanti” – altro binomio di termini che forse andrebbe abolito o quantomeno limitato – e manifestiamo quindi almeno otto miliardi di differenti mutazioni, termine quantomai attuale, di quel virus linguistico così ottimistico che ancora gode di grande diffusione e salute.

Se ci troviamo a essere monitorati giorno e notte da migliaia di telecamere con una perdita netta e tragica di libertà personale, lo dobbiamo solo all’azione scellerata di persone che agiscono “in preda” al loro buonsénso del momento; se l’Italia è oramai stata uniformemente dichiarata “zona rossa” (in realtà, la fobia del comunismo nel nostro paese è tale da aver spinto tutti ad adottare l’arancione: un colore più sfumato, più tendente al bianco, capace di tranquillizzare lo stivale destro sulla prevenzione di temutissime derive marxiste…), lo dobbiamo a una serie di untori che, in preda al loro buonsénso ventrale, si sono peritati di portare il virus là dove non era ancora arrivato.

Tra l’altro, spesso si scopre che tra quelli che più di altri pretendono di essere dotati di quell’accesso privilegiato alla soluzione migliore dei problemi, vi sono molti appartenenti alle frange più oltranziste del complottismo applicato a qualunque cosa.

Invito allora costoro a valutare una possibilità fantascientifica davvero intrigante: e se il virus fosse capace, non solo di creare crisi respiratorie, ma anche di condizionare i pensieri delle persone spingendole a fare ciò che a lui serve per diffondersi meglio, sopravvivere e arrivare a dominare il mondo?

In fondo, “vìrus” fa rima con “sòros”, no? Se così fosse, dovrebbero tutti rassegnarsi e riconoscere di essere dominati da qualcosa di sì estremamente piccolo, ma capace di occupare tutte le volute del loro altrettanto minuscolo encefalo.

L‘elenco prima iniziato di casi in cui l’imputato di oggi, a partire da un problema personale di gestione della paura manifestato da singoli individui, ha agito generando problemi enormi per la collettività, potrebbe continuare senza mai accennare a finire, ma mi fermo qui, sicuro che abbiate oramai capito ciò che volevo dire.

In fondo, siamo tutti dotati di buonsénso, no?

SZ

 

Per comprendere meglio, in modo semplice-semplice, come evolve la diffusione del virus, consiglio di dare un’occhiata al video che Dario Bressanini ha pubblicato il 9 Marzo scorso

 

 

 

 

 

CRONACA VIRUS – Il mio primo giorno di vera segregazione domestica

                                                           IL FORMAGGIO E I TOPI

L’ansia di non possedere le cose che mi potranno servire in questo periodo di isolamento forzato mi ha dominato fino a ieri. Allora le ho dato ascolto un’ultima volta e, non appena i negozi hanno aperto, sono andato di prima mattina a fare la spesa per prendere qualcosa di fresco da aggiungere alla mia invidiabile collezione di surgelati e scatolame.

Per scrupolo, sono passato anche da una farmacia a chiedere se per caso vi fossero mascherine. Mi è stato detto che è possibile averle solo prenotando e che costano 19 euro. “Quante ce ne sono in una confezione?” ho chiesto, come è normale che sia, sentendo il prezzo.

La tipa, con una espressione supponente che in altri frangenti le avrebbe fatto guadagnare un immediato e sonoro vaf… all’indirizzo suo e dei suoi cari, risponde quasi compiaciuta: “Una”.

“Grazie. Ci penso”.

All‘interno del supermercato mi muovo progettando finemente la traiettoria dei miei spostamenti tra le corsie. Compio in tempo reale tutta una serie di calcoli veloci e di aggiustamenti successivi con l’effetto immediato di sentirmi un esperto della NASA alle prese col problema di stabilire la traiettoria migliore per il rientro di un satellite in atmosfera – in realtà, si tratta solo del mio carrello che, a onor del vero, manifesta una notevole inerzia – o di quella da dare a una sonda da inviare lontano sfruttando al meglio l’effetto fionda.

Ovviamente, dovendo per evitare contagi mantenere almeno un metro di distanza dal mio prossimo, se scopro che la corsia dove avvisto ciò che mi interessa è già “abitata” da qualcuno, non essendo essa larga esattamente quanto la Quinta Avenue, aspetto che prima si liberi e poi mi avvicino.

Mentre sto prendendo alcuni pacchi di pasta integrale (pensavo di averne di più, e invece…), una ragazza si avvicina a me e al mio carrello spaziale e, totalmente incurante di quella raccomandazione circa la distanza, si china a pochi centimetri dalla mia posizione per far suo un prodotto posto nello stesso scaffale della pasta. Fatto questo, colpa forse del mio fascino, non accenna ad andare via.

Io purtroppo scopro di non sentire per lei alcuna attrazione, quindi mi allontano velocemente.

In generale, noto un totale disinteresse per i semplici suggerimenti del governo e dei virologi diffusi tramite radio, televisioni, giornali, internet. Ci si guarda reciprocamente in cagnesco o, che forse è peggio, ostentando indifferenza per te, per il virus, per la situazione, … quasi a dimostrare che lo stato di allerta non è una cosa interessante, degna di attenzione.

Il supermercato inizia a popolarsi, specie in alcune aree geografiche dove sono esposti i prodotti più classicamente adatti a essere consumati in un bunker antiatomico, e conseguentemente le mie traiettorie si fanno più complesse, involute; disperate, a volte.

Decido di accelerare ulteriormente e mi levo dalle balle.

Ecco, qui finisce la mia cronaca molto parziale della giornata di ieri, anzi, del suo inizio. Da qui in poi invece comincia quella di oggi.

E oggi non uscirò. Non ho motivi seri per farlo.

Sulla carta, quindi, questa è la mia prima giornata di vero isolamento.

Una giornata tutta da inventare.

SZ

 

NASCOSTI DIETRO UN “INDICE”

Squid mascherato

In questi giorni sto leggendo su Facebook moltissimi post-invettiva contro il governo stavolta colpevole, si afferma, di non rispettare la cultura che si propaga tramite cinema, teatro, musica dal vivo, …

A tal proposito, un artista mio amico lì su fb, a sostegno della sua idea che comunque ci si possa lo stesso esibire in pubblico, posta il seguente estratto del decreto:

“Sono sospese le manifestazioni, gli eventi e gli spettacoli di qualsiasi natura, ivi inclusi quelli cinematografici e teatrali, svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato, che comportano affollamento di persone tale da non consentire il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro”.

Pur apprezzando molto la specificità del suo messaggio – che, a differenza di tutti gli altri decisamente troppo generici, cita a sostegno della sua idea un punto particolare del documento governativo mostrando così il fianco a chi come me, trovandolo “falsificabile”, desidera controbattere – mi trovo a leggere il passo citato in modo diametralmente opposto.

Non credo affatto che il governo si sia dimenticato della cultura e di chi se ne fa portatore, promotore, promulgatore, interprete, amplificatore, creatore, … o presunto tale. Credo piuttosto che sia riuscito, mostrando una volta tanto grande capacità di sintesi, a esprimere un concetto universale, lasciando agli operatori dei vari settori potenzialmente interessati il compito di valutare la capacità intrinseca della loro attività di aggregare persone, confinandole in spazi che possano implicare, anche solo occasionalmente, una pericolosa promiscuità.

Avessero scelto di elencare le attività, le categorie, i casi specifici, …, avremmo corso il rischio che, in corrispondenza di una possibile dimenticanza, di una possibile assenza di una voce particolare, si sarebbero sviluppati diversi focolai difficili da identificare, isolare, sanare.

Anche io, da mangiapresti quale sono, mi sono subito chiesto cosa ne sarebbe stato degli assembramenti di fedeli in chiese, moschee, ecc… convinto che sarebbe stato chiuso più di un occhio di fronte alla decisione dei singoli capi e sottocapi religiosi di celebrare ugualmente le cerimonie quotidiane.

Scopro, invece, che, pur non essendoci ancora (aggiungerei “purtroppo”) controlli così capillari, il decreto parla davvero chiaro: prevedendo che i fedeli di qualsiasi confessione possano sentirsi protetti dalla mano divina, se non addirittura chiamati a un dovere finanche superiore ai precetti statali, si proibisce di organizzare anche quel genere di manifestazioni, Punto. Non si tratta di una crociata atea. Si tratta di prudenza.

Il decreto è chiaro e non chiede di essere interpretato mettendo in gioco il solito, italico “secondo me…” a cui segue, altrettanto italicamente un comportamento non consono. In questa situazione ci stiamo perdendo tutti – anche io, oramai non più stipendiato, mangio grazie a ciò che faccio. E solo se lo faccio – ma il rischio di perdere molto di più è forte, grande e al momento non quantificabile.

Se addirittura gli esperti consultati dal governo manifestano perplessità sul da farsi, delle nostre piccole, grandi sicurezze di profani “dotati di buon senso” non ce ne facciamo proprio nulla. Non ci devono interessare.

Se si parla di armonizzazioni di scale, gli esperti  da consultare sono di sicuro i musicisti.

Nel caso si parli di come si interpreta un ruolo in un film, in un’opera teatrale, in uno spot, … gli esperti da contattare sono di sicuro gli attori, i registi e tutto il personale che gravita attorno a quel fantastico mondo.

Se si tratta di capire come bloccare una epidemia, gli esperti sono… c’è bisogno di dirlo? Si tratta di professionisti che valutano il pericolo che incombe anche su chi fa o fruisce cultura. Tra l’altro, pare che essa non immunizzi affatto…

Certo, il dissenso ha valore. Di questa emergenza si può e si deve democraticamente discutere senza però gettare benzina sul fuoco e, a tempesta passata, cercheremo di capire tutti insieme se è stata trattata nel modo giusto. Quello che di sicuro invece va evitato… come la peste (!) è l’iniziativa personale, già dichiarata nel decreto come fuori legge.

Se chiedessi ad amici, conoscenti, fan, … di venire a sentire un mio concerto, di venire a vedere un mio spettacolo, di venire a seguire una mia lezione, una mia conferenza, …, probabilmente (ne dubito, ma ragiono per assurdo) riuscirei a convincere un bel po’ di persone a radunarsi per il mio piacere (e guadagno). In ogni caso, sono sicuro che poi, tornato a casa, alla mia solitudine e ai miei consuntivi personali, non sopporterei il peso del dubbio di avere potuto causare la propagazione di un virus di cui ancora non si è capita appieno la perniciosità.

Si, perché un virus non è qualcosa che genera un rapporto uno a uno tra te, probabilmente infetto, e un tuo interlocutore, anche lui magari non proprio a posto. E se già mi risulta un peso insostenibile sapere di aver nuociuto a “uno”, il sospetto che, a causa della lunga incubazione asintomatica, io possa aver nuociuto a molti senza poterlo capire in tempo reale, si rivelerebbe un peso troppo grande da portare da solo.

Quindi questo uso del concetto di cultura, sbandierata come vessillo dietro il quale mi sembra più facile che si nasconda il bisogno di guadagnare la “cento euro” che si va a prendere in un locale, in un teatro, o chissà dove, trovo sia alquanto discutibile e profondamente lesivo del concetto stesso di “cultura”. Un concetto profondo e profondamente legato a quello di rispetto per le scelte, la libertà, la sicurezza e, in definitiva, per la vita altrui.

Insomma, lo Stato non sta affatto tentando di arginare la cultura. Almeno non lo sta facendo in questo frangente. Sta però, questo sì!, tentando di arginare il virus così da non trovarsi presto di fronte a un’emergenza sanitaria che, oltre ai malati, produce enormi disagi pratici, economici, gestionali negli ospedali e nei reparti di terapia intensiva già in grande affanno.

Beninteso: non sono affatto filogovernativo, ma non sopporto l’idea che lo stato debba sempre essere percepito come il nemico del cittadino: sulla carta è, o dovrebbe essere, proprio la somma dei singoli e in questo caso, e forse solo in questo, ravviso una grande capacità decisionale dell’esecutivo di fronte al nemico ignoto: sono infatti ignote la sua origine, i veri rischi che comporta sul lungo periodo come ignota è anche la sua reale capacità di propagazione e, cosa fondamentale, la sua cura.

Se avesse deciso altrimenti, ci saremmo di sicuro trovati a protestare contro uno Stato reo di avere favorito, non tutelandoci con decreti ancora più restrittivi di questo, l’industria farmaceutica, la presunta lobby dei medici, quella dei proprietari di cliniche private che presto sarebbero coinvolte per puntellare il tracollo abbastanza inevitabile delle strutture pubbliche, …

Prendiamo piuttosto la situazione come una splendida occasione per capire come fare a portare in modo sicuro, nonostante il blocco, la nostra vera o presunta arte al pubblico. Immaginiamo nuovi mercati, costruiamo nuove opportunità lavorative, nuovi modi di produzione che, non essendoci prima alcun motivo di teorizzarne l’esistenza, attendevano da tempo di essere scoperti. Sono sicuro che la rete possa offrire molto di più del semplice e abbastanza vacuo sollazzo da social.

Eviterò quindi di elencare, di porre in un indice i singoli post di questi amici che si dicono silurati, “messi all’indice”(scusate la ripetizione, ma mi piace troppo il gioco di parole), messi al bando dal virus della presunta ostilità governativa.

Insomma, siamo ragionevoli.

Mettiamoci non una mascherina, ma un bavaglio ed evitiamo di dire minkjate.

La cultura, quella vera che da sempre vi piace e che in altri momenti avete davvero difeso (faccio finta che l’ultima volta abbiate taciuto), ve ne sarà grata.

 

SZ

 

 

 

 

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Stay alive, stay judicious – Jobs’ offer 2.0

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É delle ultime ore la notizia che, a causa del Coronavirus, lo stato di emergenza va prolungato per almeno un’altra settimana.

La persistenza di questo stato di allarme – che, stando alle ultime valutazioni, se non contrastato seguendo giudiziosamente le disposizioni diramate dal governo, potrebbe conoscere un’impennata esponenziale – mi sembra mettere in evidenza una verità lapalissiana e che, forse proprio per questo, prima era difficile intuire: la rete ci salverà.

No, non parlo di reti di persone reali, di circuiti, di gruppi, di associazioni, di cooperative, di partiti, clan o squadre; parlo proprio della rete internet: quella che spesso noi, che oramai ne dipendiamo, identifichiamo come la causa principale del nostro isolamento; del nostro preferire alle piazze reali quelle virtuali frequentate solo da avatar e sticker.

Eppure non so proprio come immaginare – o forse, semplicemente, non voglio farlo – una emergenza del genere senza avere in casa un cellulare, un terminale, un televisore, …, un tostapane collegato a internet.

Come faremmo a sapere cosa succede? Come faremmo a comunicare?

Certo, ci sarebbero ancora la radio, la televisione, il telefono, … ma internet, lo sappiamo bene, è un’altra cosa: ci consente davvero di fare rete, di rimanere in contatto con gli altri migliorando anche la fruizione di radio, canali televisivi e la gestione delle telefonate.

Insomma, alla fine di tutto questo periodo di ragionevolissima e domestica reclusione forzata, sospetto che scopriremo di essere rimasti umani proprio in funzione di quanto avremo usato il web: più staremo in rete, più sapremo con dovizia di particolari dov’è, cosa fa, cosa pensa, di cosa soffre il nostro prossimo, godendo di aggiornamenti, di refresh istantanei dell’evolversi della situazione.

E se fino a ieri ci è capitato di giustificare la nostra presenza sempre più massiccia sui social usando apologeticamente il poter trovare con un semplice click amici lontani oramai dati per persi, ora ci viene offerta una nuova, grande, giustificata… giustificazione.

Parlo del poter dire: “grazie a internet e ai social, sono riuscito a rimanere molto foolish, e anche un po’ hungry, pur standomene alive, aggrappato alla vita, e saggio, very judicious, al chiuso delle quattro mura di casa mia”.

Sono qui a scambiare informazioni pure con me stesso (scopro che era da un po’ che non lo facevo così…) e con gli altri dei quali posso, anzi, devo prendere poco (alle volte mi sembra essere il meglio), costretto a rifiutare tutto il resto.

Senza voler mancar di rispetto a chi sta male, probabilmente c’era bisogno di qualcosa che finalmente ci aprisse lo sguardo sulla realtà delle cose. Qualcosa che ci imponesse di non agire sempre; di star fermi dopo aver parlato così da meditare meglio, e più a lungo, su quanto appena detto o fatto.

Probabilmente c’era bisogno di denunciare la presenza di tutto un gomitolo di virus comportamentali al cui confronto quello vero, reale, biologico, risulta non essere altro che il bandolo da tirare per sbrogliare il groviglio nel quale ci ingarbugliamo ogni giorno.

A questo punto, spero solo che non arrivi un virus letale per la rete e i nostri computer che, nonostante tutta la loro articifialità, se l’emergenza dovesse protrarsi, potrebbero presto assumere il ruolo fondamentale di unica interfaccia umano-umano.

 

SZ

 

 

 

Per vedere di nascosto l’effetto che fa – Prove tecniche di futuro

Paranoia-1Mi trovo qui a confessare di aver pure io lasciato spazio al turbine di emozioni intense e contrastanti generate dalla notizia della diffusione del nuovo virus proveniente dall’est-remo est.

Pur leggendo di tutto sui social, decisamente impazziti, e su diverse testate (alcune delle quali devono averne date di molto forti, tanto da procurarsi seri danni al lobo redazionale), ho scelto di dare ascolto ai cosiddetti “esperti”.

No, non mi riferisco a chi al bar quotidianamente blatera verità su qualsiasi argomento. A simili personaggi preferisco i ricercatori dell’ISS: ho seguito pedissequamente le loro poche e più che ragionevoli indicazioni sul da farsi, provando a immedesimarmi nel loro punto di vista; quello di chi, di fronte a un nemico ancora sconosciuto, deve comunque tenere sotto controllo la salute di un intero paese, e non solo quella della propria famiglia.

Al contempo, ho pure tentato di comprendere quali meccanismi mentali questa storia ha messo in moto nella mia testa e credo di aver identificato quale sia stato il “meccanismo 0”: quello che ha messo in moto tutto il rosario di stati d’animo che mi sono venuti a fare visita in questi 5 giorni di supposta emergenza.

Nel parlarvene, di certo non pretendo che ciò che ho avvertito abbia un qualche grado di universalità, ma valendo sempre il solito motto di terenziana memoria “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, posso sperare di dire qualcosa che vada nel senso opposto, traducibile con “non ritengo nulla di ciò che io provo (del tutto) estraneo da ciò che prova l’intero genere umano”.

Avendo così gettato le basi per giustificare la voglia di raccontarvi le mie sensazioni, procedo con l’outing annunciato.

Da appassionato di fantascienza, non ho potuto fare a meno di vedere nell’intera situazione – prima inconsapevolmente, poi, a partire da un certo momento in poi, sempre più conscio di ciò che stavo mettendo in atto – una fantastica occasione di vivere da protgonista alcune delle storie costruite sull’idea di una disastrosa pandemia che in passato mi hanno appassionato.

No, ovviamente non parlo della Storia della colonna infame di Manzoni(1), uno scritto del quale qui apprezzo il pregio di offrire un elemento di confronto per capire (e misurare) quanto siamo diventati bravi a spostare i nostri corpi con tutto il corredo di effetti personali, ma anche di batteri e virus, che ci portiamo sempre dietro.

In quella storia, si parla infatti di una diffusione del morbo che in quattro anni, dal 1629 al 1633, si diffuse solo in un’area compresa tra il Granducato di Toscana e la Svizzera. Per avere un idea di quanto “veloce” fu la diffusione del contagio, si pensi che nel giro di un paio di mesi il “nostro” COVID-19 ha viaggiato gratis su distanze planetarie. In ogni caso, la buona notizia delle ultime ore è che è stato scoperto dai controllori e subito arrestato.

Quindi, dicevo, non mi riferisco allo scritto manzoniano, quanto piuttosto a romanzi come, ad esempio, La nube purpurea, Andromeda, o a film come Io sono leggenda e la serie I sopravvissuti che da bambino mi aveva molto impressionato.

Qualche giorno fa, ho quindi di botto scoperto che non mi si chiedeva di fare altro che interpretare un copione in qualche modo già mandato a memoria: in fondo, si tratta oramai di “classici” entrati a far parte del repertorio molto ricco di situazioni, immagini, timori ai quali la modernità ci ha in qualche misura preparato.

Si pensi agli usi, effettivi o solo minacciati, di epidemie artificiali da scatenare per scopi bellici come, ad esempio, nel caso delle presunte armi chimiche di Saddam, delle minacce terroristiche di attentati nelle metropolitane delle grandi città e di tutto il repertorio di simili atrocità messe purtroppo in atto in passato. Con una semplice ricerca su google, si può “venire a contatto” con un campionario estremamente nutrito e variegato di simili macchie sulla fedina penale dell’umanità.

Ho allora colto al volo la ghiottissima occasione di rendere letteratura la mia usuale solitudine – da ex-INAF, disoccupato da un anno e mezzo, vivo la maggior parte del mio tempo confinato in casa a fare le mie cose, ovvero a lavorare da free-lance – scoprendo l’essenzialità del mio modo di vivere e del piccolo spazio che occupo nel mondo (no, una volta tanto non si tratta di una metafora): al suo interno vi è tutto ciò che mi serve e non vi sono metri quadrati da dedicare all’inutile. Dunque non posso permettermi scorte di scatolame da bunker antiatomico e, nel’eventualità di una epidemia reale e molto più perniciosa di questa febbriciattola (qui lo so, pecco di superficialità. Vi prego, consideratela solo come pura strategia narrativa…) , i miei cinquantacinque metri quadri diverrebbero nel giro di pochi giorni il mio modesto cenotafio nel quale sparire definitivamente senza clamore alcuno. Alla fine scopro che una simile frugalità fantascientifica è la normale prosecuzione di una semplicità quotidiana da tempo praticata e la cosa riesce anche a farmi sorridere.

In fondo, tutta la vicenda di questi giorni sembra essere stata solo una specie di prova generale in vista di qualcosa che sembra proprio inevitabile.

Che si tratti di un virus costruito ad hoc in laboratorio o che invece si tratti di qualcosa di nato spontaneamente dal seno di Gaia per decimare un’umanità divenuta, per tracotanza, troppo simile all’Orione del mito (che, lo ricordiamo, millantava di poter cacciare e uccidere qualunque animale esistente sulla faccia della Terra e per questo fu punito), poco importa: la cosa più probabile è proprio che l’umanità si estingua per colpa di qualcosa che finalmente non dominiamo e che non vediamo e per questo capace di insinuarsi nei nostri corpi fottendoci stando alla larga dalla portata delle nostre mani.

Del resto, stiamo parlando di una epidemia analoga a ciò che uccise i marziani del romanzo La guerra dei mondi di Herbert George Wells: in quel testo, l’arroganza tecnologica degli omini verdi – una arroganza del tutto simile a quella di Orione, quindi alla nostra – viene punita dalla genetica, dalla selezione naturale darwiniana, dalla microbiologia e non certo da altri fattori dominabili schiacciando un pulsante del nostro cellulare di ultimissima generazione.

Siamo quindi già passati attraverso la fase che definirei romanzata: forse fino a qualche decennio fa la prospettiva di una nuova pandemia ci appariva distante nel tempo, una sensazione che ci ha consentito di oggettivizzare l’idea di una pandemia riguardandola solo come possibile trama di un romanzo, come un buon soggetto per un film e, in generale, come “passatempo”.

Di contro, lo spreco di retorica allarmistica di Paranoia-2questi ultimi giorni mi è apparso come un importante campanello di allarme: in questa settimana quei romanzi fantascientifici su citati sono stati più volte interpretati (male) e sembrava quasi che, come nel classico Fahrenheit 451, la maggior parte delle persone ne avesse adottato almeno uno rinunciando alla propria libertà di penseiero e preferendole piuttosto  la propria “librità”: una sorta di bisogno molto futuristico di crisi vera, importante, globale, totale, definitiva, si è impossessata di moltissimi – stimolata da un uso terroristico di alcuni titoli giornalistici – col probabile risultato che il loro comportamento possa essere ritenuto alquanto ridicolo.

Dalla prova generale è di sicuro emerso un risultato abbastanza positivo: in media, abbiamo tutti adottato atteggiamenti consoni, ma no, non illudiamoci: non si è trattato di rispetto per gli altri. Era solo fifa. Una fifa blu.

Facendo una breve ricerca in rete, ho trovato un elenco dei morti causati dai vari conflitti mondiali. Poi ho cercato tabelle o grafici analoghi che riportassero in modo chiaro i morti causati dalle pandemie che hanno colpito il pianeta a partire da una qualche data storica fino a oggi, ma quest’ultima ricerca si è rivelata infruttuosa. Perché l’ho fatto? Perché volevo tentare di capire “quanto si moriva un tempo”, un dato che avrei voluto confrontare con quello relativo al “quanto si muore oggi”.

Leggendo le informazioni verbose raccatate qui e là, sembra comunque che nell’ultimo secolo il genere umano abbia imparato a limitare i morti prodotti dai numerosi conflitti militari che non hanno certo (e per fortuna) più avuto le dimensioni dei due conflitti mondiali. Inoltre ha imparato a confinare, limitare e controllare la diffusione e i danni delle malattie infettive, alcune delle quali, pur continuando a essere presenti, nei paesi con adeguati servizi sanitari non causano più l’incredibile numero di vittime che invece facevano registrare le epidemie del passato.

Si tratta di dati di sicuro confortanti, almeno fintanto che non si affronti il problema da un punto d vista diverso. I progressi in campo medico, alimentare, sociale, … hanno fatto sì che in media si arrivi tutti all’appuntamento con la grande mietitrice in età molto più avanzata di quanto non capitava ai nostri nonni.

Quindi, eseguendo una previsione statistica che tenga conto della sempre più elevata aspettativa di vita e del trend negativo seguito dalla fertilità della nostra specie, secondo una recente stima dell’ONU, nel 2050 la popolazione mondiale sarà di quasi dieci miliardi di individui. Considerando, poi, che alcuni conflitti hanno svuotato della loro popolazione intere regioni del mondo, la densità delle zone più vivibili – un aggettivo il cui significato ci impone di fare i conti con i temi del riscaldamento globale e, in generale, della sostenibilità ambientale – crescerà notevolmente raggiungendo, dalle attuali 53 persone per chilometro quadrato,  il valore di circa 70: un dato che va preso solo come stima spannometrica dal momento che  i 149 milioni di chilometri quadrati di terre emerse non sono certo tutti “calpestabili”.

Il catasto mondiale prevede infatti la presenza di tante aree “di servizio” che proprio non possono essere considerate abitabili. Si tratta di strade, laghi, fiumi, vette montane, ghiacciai(2), …  e se già alla fine del XVIII secolo Thomas Malthus metteva in guardia i suoi contemporanei evidenziando come la “terra” avrebbe fatto fatica a fornire sostentamento per tutta la popolazione inglese, una valutazione analoga condotta oggi su scala globale non potrebbe che portare a previsioni ben più catastrofiche, aventi a che fare stavolta con la “Terra”.

Se quindi crediamo nell’esistenza della Gaia del mito, ma non solo – qui mi riferisco all’antica idea, rispolverata nel secolo scorso dall’ambientalista James Lovelock, di un organismo planetario che interagirebbe di continuo e in vari modi con chi ne abita la superficie – potremmo forse arrivare a immaginare che la forte e irrazionale pulsione alla distruzione manifestata di continuo dalla nostra specie, sia in realtà spiegabile razionalmente con la presenza di una specie di “software Darwin” che ci spinge, in modi leciti o illeciti, a tenere sotto controllo la quantità di esseri viventi che qui nasce, vive, prospera, inquina e muore (nel nostro caso, sempre più tardi).

Se così è, come già dicevo prima, non ha alcun valore stabilire se il virus sia stato creato in un laboratorio o se abbia origine animale. Gaia potrebbe essere il mandante, incapace com’è di sopportare la nostra ingombrante, sempre più ingombrante presenza.

E se la prima volta, tra tutti i suoi figli, al suo appello ha risposto solo Crono che la liberò con un gesto violentissimo dal padre-padrone Urano, adesso il falcetto può essere raccolto da tanti, tutti inconsapevoli fantocci nelle mani della Natura e dei suoi sottili equlibri da tutelare.

Al grido di “Gaia lo vuole!” dovremmo quindi attivarci per capire come dare soluzione ai problemi introdotti dal semplice fatto di essere tutti insieme qui a darci fastidio a vicenda, dandone anche al pianeta.

Insomma, a conti fatti, credo che le alternative siano poche: o 1), parafrasando il grande musicista visionario Sun-Ra, ci arrendiamo (rettifico: “vi arrendete”: io sono nato “arreso”!) all’evidenza che “space is the place” e iniziamo a investire tutte le nostre risorse sulla prospettiva cosmica oppure, 2) molto prosaicamente, ci arrendiamo (qui va bene il “ci”: come voi, non mi sono ancora arreso…) all’evidenza che dobbiamo consumare e inquinare meno, che dobbiamo morire e che dobbiamo imparare ad accettare l’evidenza di dovere farlo prima.

Da fine telepate quale sono, so che state tutti pensando “inizia tu!”.

Giuro che prima o poi vi accontentnto, ma intanto suggerisco di guardare allo spazio esterno con occhi diversi: nonostante appaia ostile, lì è la soluzione.

Se è all’eternità che puntiamo, di sicuro le si addice uno spazio più ampio; addirittura cosmico.

Il nostro futuro è là.

 

SZ

 

 

1- Confesso che, pur nella sua grandezza, forse a causa di certa didattica che a suo tempo imponeva di iniziare a leggerlo alle medie e di portarselo dietro fino a buona parte del liceo, Manzoni non mi ha mai appassionato. Quando in futuro scoprirò di aver esaurito la diffidenza e, diciamocelo pure, l’antipatia maturata sui banchi di scuola nei confronti del buon Alessandro, gli concederò una terza possibilità.

2- In tal senso, potrebbe paradossalmente sembrare buona cosa la recente notizia dello scioglimento dei ghiacci dell’Antartide, se non fosse che sarebbe da folli anche solo pensarlo: oltre a significare una incredibile perdita da un punto di vista ambientale, si tratterebbe dell’ultimo risultato di un totale stravolgimento del resto del pianeta che così verrebbe ad essere un luogo di sicuro non adatto alla vita così come la conosciamo.

La Logìa degli Astri – Il cielo sopra e dentro le nostre teste

Ieri ho pubblicato nel mio canale youtube il primo video di una serie che spero sarò capace di continuare fino in fondo.

Si tratta di una panoramica del cielo suddiviso in costellazioni che descriverò a partire dagli oggetti astronomici di maggiore interesse in esse contenuti per continuare poi con la narrazione dei miti e di altri elementi antropologici a esse connessi.

Sono sicuro che questa attività mi stimolerà un gran numero di pensieri laterali che varrà la pena riportare qui con l’effetto di rendermi più regolare, almeno lo spero, nella pubblicazione di articoli in questo blog.

Intanto ecco la prima puntata dedicata al Capricorno, una costellazione della quale finirò di parlare nei prossimi giorni sondando altri aspetti che ho trascurato in questo primo video.

SZ

Sonora è la notte

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Domani pomeriggio, per la rassegna “Guida all’ascolto” organizzata dall’Associazione Musicisti di Ferrara (AMF), rispolvererò una conferenza che in passato ho già portato in giro.

Si tratta dell’analisi di alcuni brani di John Cage ispirati da cataloghi stellari.

Analisi che ho pubblicato nel 2013 sotto forma di articolo ne “Il Giornale di Astronomia”, house-organ della Società Astronomica Italiana, e che potete trovare sia su Research Gate che su Academia.edu col titolo “... e tornammo a riascoltar le stelle”.

L’appuntamento è alle 15:30 di domani alla Scuola di Musica Moderna di Ferrara in via Darsena 57.

La stessa scuola nella quale da Settembre insegno armonica.

A domani!

 

SZ