Sic Transit Imago Mercuri

 Da un punto di vista astronomico, il 2016 sarà ricordato come l’anno nel quale è stato possibile osservare un evento raro: il transito di Mercurio sul disco solare.

Raro non perché quel pianeta transiti di rado da dove sta per passare. Tutt’altro!

L’eccezionalità dell’evento è solo data dal trovarsi nella posizione giusta per assistere a quel passaggio sfruttando bene lo sfondo luminoso del Sole.

Ogni pianeta, Terra compresa, gira attorno alla nostra stella standosene alla sua distanza particolare da essa e girando su un’orbita esclusiva, quindi non condivisa da altri pianeti.

Come spiega bene la terza legge di Keplero(1), a ogni distanza da una stella, corrisponde una diversa velocità di rivoluzione.

Se preferite, il contenuto di quella legge è che due pianeti posti a distanze differenti da un astro, impiegano tempi diversi a percorrere ognuno la sua orbita.

Per comprendere meglio questo punto, dovrebbe essere sufficiente il dato che la Terra impiega 365 giorni (un anno) a completare un intero giro intorno al Sole(2), mentre Mercurio  lo fa in un lasso di tempo pari a soli 88 giorni terrestri…

Questo implica che, con la Terra posta a circa 150 milioni di chilometri dal Sole e con Mercurio che se ne sta a circa 58, è molto difficile che tra i due pianeti si verifichi un allineamento tale da consentirci di apprezzare il passaggio del secondo sul disco solare.

Ma perché continuare a parlare?

Se la cosa vi interessa, leggetevi ‘sto fumettino, che spero possa tornarvi utile per raccontare l’evento ai vostri figli/nipoti/parenti/amici/…

Buon divertimento!

 

SZ

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Mercurio, il transito a fumetti

  1. https://it.wikipedia.org/wiki/Leggi_di_Keplero

2.  https://squidzoup.com/2014/04/20/giro-quasi-tondo/

 

 

Euclid, la Musica dei Cerchi (e l’origine delle Sfere)

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Questo fumetto nasce da un’idea, mia e del collega Sandro Bardelli, che presenteremo al prossimo convegno SAIt(1): provare con simili pubblicazioni a sfruttare l’opportunità offerta dai grandi progetti di ricerca europei che, a corredo della parte scientifica, impongono alle istituzioni selezionate di impiegare un’importante frazione delle risorse nella divugazione dei risultati ottenuti.

A volte accade che questa frazione di outreach venga interpretata sfumandola con strategie che a mio parere, più che con la divulgazione, hanno a che fare con un’ottima comunicazione istituzionale. Lo so, può sembrare una tautologia, ma chi lavora in questi ambiti sa quanto ambiguo e scivoloso possa essere il linguaggio quando opera simili distinzioni.

Proprio per non rischiare di creare qualcosa che possa muoversi sul confine tra atteggiamenti comunicativi adiacenti ma al contempo molto diversi, abbiamo  deciso di proporci per la creazione di fumetti che per natura possiedono almeno un pregio: molto più di quanto facciano depliantes, foto istituzionali, comunicati e cartelle stampa ben congegnati (dei quali crediamo che i fumetti costituiscano un ottimo complemento), mostrano di aver accolto l’invito a essere divulgativi.

Detto il pregio, parliamo di uno dei tanti possibili difetti del lavoro qui pubblicato e di quelli che verranno (li farò io, di conseguenza lo stile non sarà così diverso): indulgendo verso una presunta, agognata artisticità, queste mie tavole forse non spiegano così come fanno quelli a cui è avvezzo chi segue le evoluzioni della rara letteratura scientifica a fumetti presente sul mercato.

Ma del resto, come si misura l’artisticità (o la presunta tale)? E con quale metro si valuta il carattere divulgativo di una sequenza di immagini con testo? Insomma, prendetevi ‘sto fumetto così com’è e, se vi va, … divulgatelo.

Iniziamo allora con un fumetto che descrive la missione Euclid(2) gli obiettivi scientifici della quale speriamo siano stati già in qualche misura intuiti grazie alla lettura del fumetto.

Contiamo di continuare la sequenza dedicandoci alla divulgazione dei progetti CTA(3) e MAORY(4) dei quali ora non dico nulla, invitandovi però ad attendere i fumetti che li descrivono e che presto pubblicherò in questo blog.

Buon divertimento, sempre che troviate divertente ciò che faccio… 😦

 

SZ

Sottofondo: Concerto for Orchestra, Sz.116

 

1.- https://www.ict.inaf.it/indico/event/329/

2. –  http://www.asi.it/it/attivita/esplorare-lo-spazio/cosmologia-e-fisica-   fondamentale/euclid

3. – https://portal.cta-observatory.org/Pages/Home.aspx

4. – http://davide2.bo.astro.it/maory-bo/

 

 

Aforisma 8: John Cage (non) Dixit – Prima di scolpire l’aria

 

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L’anno scorso, grazie alla mia memoria di massa: gli ordinatissimi hard disk dei miei amici Gerebros1, sono tornato in possesso di un video che pensavo oramai definitivamente perduto.

Si tratta della mia interpretazione di 4’33” di John Cage eseguito, in anteprima mondiale, su una armonica cromatica: sulla mia armonica cromatica!

La registrazione venne fatta a Imola, presso la Fondazione Gottarelli2, dove il 4/12/2012 tenni una lezione-concerto su alcune composizioni di John Cage di ispirazione astronomica costruite a partire da cataloghi stellari, e sul loro rapporto con alcuni lavori di Kandinski, argomento dal quale ho poi tratto un articolo3.

Una volta ritrovato, per evitare di perderlo nuovamente, l’ho subito pubblicato sul mio canale youtube e, analogamente a quanto fatto con gli altri sette aforismi precedenti, avei voluto corredare il video di un articoletto qui sul blog.

Cage-al-tratto-costellazioni-atlas-1Purtroppo quando sono andato a cercare la bibliografia di cui mi ero servito per preparare la conferenza, mosso dall’intenzione di riprendere il contatto con concetti che avevo letto, assorbito e in buona parte dimenticato, ho scoperto di non essere solo capace di perdere i video, ma di essere addirittura in grado di smarrire una decina di volumi, alcuni dei quali anche… voluminosi.

La depressione seguita a questa perdita fu all’epoca così forte che decisi di rinunciare a scrivere alcunché, ma la scorsa settimana, provando per l’ennesima volta ad averla vinta sul disordine che impera da sempre in casa mia, quei libri sono saltati fuori tutti insieme dal recesso di fogli e ciarpame che li nascondeva alla vista.

Pur non provando più l’entusiasmo che avevo un anno fa, per continuità con gli altri post precedenti, mi precipito quindi a segnalarvi l’esistenza a) del video e, per chi avesse voglia di leggerlo, b) dell’articolo su Il Giornale di Astronomia.

L’esperimento condotto alla Fondazione Gottarelli mi diede molta soddisfazione: se nel lontano 29 Agosto del 1952, alla fine dell’”esecuzione” di 4’33” alla Maverick Concert Hall, riscuotendo più che applausi, il pianista David Tudor incassò il vibrato disappunto di molti dei presenti4, il pubblico di Imola si è invece dimostrato dotato di un gran senso dello humor o quantomeno di essere capace di cogliere un’occasione per rilassarsi.5.stef6968

I sessant’anni intercorsi tra la mia esecuzione e quella famosa prima del ’52 sono evidentemente serviti all’umanità per fare proprie istanze che all’epoca non potevano non apparire pionieristiche, per non dire inaccettabili. Inoltre, prima di “suonare” aprendo e chiudendo tre volte l’astuccio dell’armonica5 per sottolineare l’inizio e la fine dei tre movimenti – Tudor aprì e chiuse il coperchio che protegge la tastiera del pianoforte -, ebbi modo di preparare in modo adeguato il pubblico all’ascolto raccontando quali fossero le reali intenzioni del compositore.

Tutto ciò ha permesso agli spettatori di vedere la faccenda sotto una luce diversa e di sentirsi coinvolti in qualcosa di forse interessante per il ruolo “attivo” che gli richiedeva: in fondo, a differenza di quanto accade con la musica, il silenzio non viene creato o rovinato dal solo musicista, ma anche e soprattutto dal pubblico presente in sala.

, perché l’idea fondamentale di Cage era di attuare quello che chiamò framing, ovvero l’incorniciare momenti in un preciso intervallo temporale nel quale sarebbero stati i suoni casuali, quindi anche i rumori in esso accidentalmente contenuti, a formare il brano musicale.

rsz_john_cage_433_soundcloud_dj_detweilerIn un interessantissimo articolo di Smoje6, trovo l’occasione per accorgermi dell’esistenza di diversi tipi di silenzio che conoscevo già senza averne colto appieno il vero carattere: quello di Pärt e quello di Ligeti, quello di Stockhausen e quello di Nono, quello di Boulez, … Leggendo, mi sono quindi reso conto dell’importanza crescente che l’assenza di suoni ha rivestito nel ‘900, un secolo inflazionato dal frastuono di fabbriche (a dire il vero, già ampiamente iniziato nel XIX secolo), guerre, veicoli, impianti sonori, cellulari ai quali nessuno toglie la suoneria in treno, discorsi vacui che più lo sono e più vanno urlati e tanta, tanta musica indesiderabile e non richiesta che ci inquina i pensieri mangiandoci il sacrosanto diritto ad avere ognuno un “tempo proprio” interiore.

Grazie alla lettura di questo breve saggio, mi si è così rafforzata un’idea che definirei “a cage-433togliere”: il silenzio è la materia sulla quale agisce chi fa musica esattamente come il marmo è il materiale sul quale lavora chi scolpisce per togliere a quel blocco la forma originale e donargli quella voluta.

Mi piace pensare che la musica sia “scultura del silenzio” e da qui deriva il sottotitolo di questo post che, se non fossi così attaccato a una certa continuità tra alcuni tipi di post – in questo caso, gli aforismi musicali -, avrei messo al posto del titolo propriamente detto.

Tornando alla sera cui il video si riferisce, ricordo che alla fine del brano, mi venne offerta la seguente vista: un paesaggio di persone sedute comode con gli occhi chiusi, meditabonde, sonnecchianti, con la testa piegata indietro o con il mento a poggiare sul petto; braccia conserte, o sulla borsa o lasciate pendere ai lati della poltrona. Qualcuno le teneva in tasca; nessuno addormentato, ma tutti chiaramente alla ricerca curiosa di qualcosa nell’aria che non avevano mai notato o che avevano provato e subito dimenticato.

La mia sensazione fu che, una volta terminato l’esperimento (a tutti gli effetti, di questo si trattava…), fossero tutti sì scontenti, ma della breve durata di quel silenzio; una fuga dal pieno; il più bello dei brani.
SZ

1) http://www.gerebros.it/

2) www.fondazionetoninogottarelli.com

Il 2012 è stato il centenario della nascita del grande musicista statunitense, ma anche il ventennale della sua morte avvenuta nel ’92. In quell’anno le manifestazioni in suo onore sono state tante, specie qui a Bologna e provincia dove sono in molti a ricordare un suo “passaggio” di diversi anni fa.

3) … e tornammo a riascoltar le stelle, pubblicato nel numero 3 del Settembre 2013 del trimestrale “Il Giornale di Astronomia”, house-organ della S.A.It. (Società Astronomica Italiana); http://giornaleastronomia.difa.unibo.it/

4) Cage raccontò che “a causa di questo, persi degli amici ai quali tenevo moltoPensavano che chiamare musica qualcosa che non sei stato tu a fare, equivalesse, in un certo senso, a gettare fumo negli occhi. (…) Nessuno rise, si irritarono quando si accorsero che non sarebbe accaduto nulla e di sicuro dopo trent’anni non l’hanno ancora dimenticato. Sono ancora arrabbiati”

(…) Dopo il concerto ci fu una tumultuosa sessione di domande fra il pubblico e i compositori culminata nell’esortazione di un artista: “Brava gente di Woodstock, cacciamo via dal paese questa gente!” (Tratto da: Gann, Kyle, Il silenzio non esiste, Isbn Edizioni)

 5) Confesso che, pur sapendo come il compositore avesse stabilito esattamente le durate dei tre movimenti nei quali il brano è suddiviso, quella sera non le ricordavo e avevo pure dimenticato di appuntarle su qualcuno dei fogli che avevo con me.

6) Smoje, Duika, L’udibile e l’inudibile, Enciclopedia della Musica vol. 1, Einaudi

 

fatta eccezione per la seconda immagine creata da me, le altre le ho prese da vari siti su Google.

La prima qui: https://allisyar.com/2013/09/30/the-most-notorious-4-minutes-33-seconds-of-er-well-music-ever-cage-stories-from-the-pros/

La terza qui: http://www.chartattack.com/news/2015/11/30/4-33-john-cage-remix/

La quarta qui: http://www.artribune.com/tribnews/2012/11/avete-presente-i-433-di-silenzio-di-john-cage-come-ogni-brano-che-si-rispetti-ce-anche-uno-spartito-anzi-sei-la-versione-piu-antica-tra-quelle-esistenti-finisce-al-moma-di-new-york/

 

Alieni cugini, figli di nostra CIA

Non volevo scrivere questo post – è spesso ritenuto troppo screditante parlare di simili faccende per chi come me si professa amante della scienza ed è impegnato nelle attività di un istituto di ricerca – ma se lo state leggendo, capirete che alla fine ho ceduto.

Ho letto l’articolo di Rampini (1) di commento alla notizia circa l’ammissione della CIA: gli UFO sono una loro creazione. Si tratterebbe di un esperimento aeronautico iniziato più o meno settant’anni fa e che sembra non interessargli più tenere nascosto al mondo.

Ora lo diranno in tanti: “gli UFO non mi hanno mai convinto”.

Succede sempre così. E allora lo dico pure io, motivandolo almeno un po’.

I problemi connessi con la loro esistenza come veicoli di extraterrestri in visita qui sulla Terra sono tanti e ne cito solo un paio: l’Universo è davvero democratico, non fa sconti a nessuno: la velocità della luce è quella per chiunque abiti il Cosmo e se noi abbiamo i nostri bei problemi nel tentare di raggiungere frazioni importanti di essa, quelle necessarie per spostarsi da qui e andare chissà dove nella Galassia, perché non dovrebbero averne anche loro?

Inoltre, se davvero hanno scoperto come aggirare questo problema così da andare lontano dal loro pianeta in tempi accettabili, come avranno risolto gli altri generati dal semplice fatto di muoversi a velocità relativistiche? Già, perché non penserete mica che andando a velocità prossime ai 300.000 km/s, non capiti nulla oltre il semplice arrivare in anticipo, vero? Volete saperne di più? Se non vi interessa un corso di Relatività (2) ma desiderate solo farvi un’idea di quali sorprese attendano viaggiatori verso luoghi lontani del Cosmo, vi consiglio vivamente la visione di Interstellar, film di cui ho già parlato in questo blog (3).

Immagine pubblicata per la prima volta nel Dossier "La vita nell'Universo": http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Immagine pubblicata per la prima volta nel Dossier “La vita nell’Universo”: http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Il secondo problema (ve l’avevo detto che ne avrei citato solo un paio…) è che tutti, ma proprio tutti vedono gli UFIs, tranne noi astronomi. Trascorriamo montagne di tempo a osservare il cielo a occhio nudo e con strumenti che, anche quando ci distraiamo per andare in bagno o per scaldarci un hamburger, ci raccontano se in nostra assenza è successo qualcosa di strano, ma niente, nulla, il deserto (cit.). Sembra proprio che gli UFIs attuino scelte precise, decidendo sempre di mostrarsi ai vari Tizio e Caio come quello qui a sinistra, ma mai a Sempronio.

Un’occhiata veloce alla parte inerente gli UFO del Dossier (4, 4-bis) reso pubblico dalla CIA, racconta di problemi molto umani e molto poco alieni intervenuti nei programmi dell’agenzia americana e derivati dalla decisione di spiare i cieli, specie quelli sotto il controllo russo, mediante gli aerei U2 per l’epoca rivoluzionari. Di seguito riporto la parte del dossier che ci interessa estrapolandola da un documento di alcune centinaia di pagine:

UFOs, AND OPERATION BLUE BOOK
High-altitude testing of the U-2 soon led to an unexpected side effect-a tremendous increase in reports of unidentified flying objects (UFOs). In the mid-1950s, most commercial airliners flew at altitudes between 10.000 and 20.000 feet and military aircraft like the B-47s and B-57s operated at altitudes below 40.000 feet. Consequently, once U-2s started flying at altitudes above 60,000 feet, air-traffic controllers began receiving increasing numbers of UFO reports. Such reports were most prevalent in the early evening hours from pilots of airliners flying from east to west. When the sun dropped below the horizon of an airliner flying at 20,000 feet. the plane was in darkness. But, if a U-2 was airborne in the vicinity of the airliner at the same its horizon from an altitude of 60.000 feet was considerably more distant, and, being so high in the sky, its silver wings would catch and reflect the rays of the sun and appear to the airliner pilot 40000 feet below, to be fiery objects. Even during daylight hours, the silver bodies of the high-flying U-2s could catch the sun and cause reflections or glints that could be seen at lower altitudes and even on the ground. At this time, no one believed manned flights was possible above 60000 feet, so no one expected to see an object so high in the sky.

Not only did the airline pilots report their sightings to air-traffic controllers, but they and ground-based observers also wrote letter to the Air Force unit at Wright Air Development Command in Dayton charged with investigating such phenomena.This, in turn, led to the Air Force’s Operation BLUE BOOK. Based at Wright-Patterson, the operation collected all reports of UFO sightings. Air Force investigators then attempted to explain such sightings by linking them to natural phenomena. BLUE BOOK investigators regularly called on the Agency’s Project Staff in Washington to check reported UFO sightints against U-2 flight logs.This enabled the investigators to eliminate the majority of the UFO reports, although they could not reveal to the letter writers the true cause of the UFO sightings. U-2 and later OXCART flights accounted for more than one-half of all UFO reports during the late 1950s and most of the1960s.

Dalle righe precedenti risulta quindi che più della metà dei casi di avvistamenti di oggetti volanti non identificati fosse dovuta all’attività della CIA. Sommiamo a questa metà il gran numero di fake costruiti ad arte, alcuni dei quali già smascherati dagli inquirenti; sommiamo infine gli errori compiuti da persone che, in perfetta buonafede, hanno preso i classici fischi per fiaschi e scopriamo che il 100% dei casi risulta spiegabile senza invocare l’arrivo di visitatori da altri mondi: insomma, stando alla CIA, gli UFO non esistono, con buona pace di chi vi ha dedicato l’esistenza e che nel frattempo, bisogna dirlo, non è riuscito a produrre davanti alla comunità scientifica nessuna prova valida della provenienza extraterrestre dei dischi volanti.

Illustrazione pubblicata la prima volta nel Dossier "La vita nell'Universo", http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Illustrazione pubblicata la prima volta nel Dossier “La vita nell’Universo”, http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Non è la prima volta che la CIA si decide a vuotare il sacco. Tra il 2013 e l’anno appena trascorso, quando con un tweet, quando con un articolo, lo ha già fatto in almeno un paio di occasioni. Suona un po’ strano che con un semplice cinguettio si possano liquidare circa settant’anni di avvistamenti, di film, di libri, trasmissioni radiofoniche, dischi, spettacoli, magliette, articoli, barzellette, minkjate, … sui cugini alieni in visita qui da noi, ma dobbiamo rassegnarci all’evidenza: la modernità è anche questo e un pulsante “invio” premuto al momento giusto può annientare secoli di oscurantismo e tonnellate di miti antichi e moderni.

Detto per inciso, questa notizia sugli UFO mi fa attendere fiducioso tweet analoghi scritti da qualcuno a conoscenza di segreti ignoti ai più. Chissà, magari questo qualcuno alle prese col cambio stagionale degli scheletri nel suo armadio, potrà decidere un giorno di rivelare un po’di verità sulla storia recente del nostro paese troppo a lungo taciute. Inoltre, inutile dirlo, spero tanto che, dopo un’attesa millenaria, un futuro profeta laico dotato di carisma e di dati seri, mostrerà un dossier o qualcosa di simile, smascherando definitivamente un famoso esperimento sociale andato fin troppo bene. Se ci sarò, sarà una vera goduria scrivere almeno un post sull’avvento di quel nuovo messia.

Ma torniamo pure agli UFO.

Un’altra ipotesi già da tempo avanzata è che i dischi volanti siano proprio dischi e non aerei, ma di fattura umana. A scuola ci hanno insegnato che dietro ogni leggenda si nasconde sempre una verità e sono assolutamente convinto, e la CIA me lo conferma, che nel caso della leggenda UFO si tratti di una banale verità umana. Se quei sospetti circa l’esistenza di dischi volanti prodotti da ricerche militari di chissà quale nazione terrestre fossero fondati, spero che ci venga presto rivelato ufficialmente: non vedo l’ora di congedare scomodi aerei, bella copia del trabiccolo dei fratelli Wright, per girare il mondo a bordo di un LP o di un piatto da batteria… della U.F.I.P. (5)

Per certi versi, mi dispiace parlare dell’argomento di questo post: come già è stato fatto notare altrove in rete, si è trattato di dire agli adulti che anche il loro Babbo Natale (6), quello che avrebbe dovuto portare in dono conoscenza, saggezza, immortalità, … non esiste. Non credo sia una grossa perdita: la nostra capacità di creare storie non si esaurisce di certo qui e presto avremo qualche altro mito moderno col quale sognare.

E poi, non è detto che la confessione della CIA faccia cambiare idea a chi ha deciso di credere a tutti i costi. La fede incondizionata in qualcosa dimostratosi irrazionale difficilmente si estirpa e non mi sembra così misteriosa nel suo rivelarsi ad alcuni piuttosto che ad altri. Trovo invece misterioso il persistere di quella fede nella testa di tanti piuttosto che solo in quella di alcuni.

Diversamente, trovo più interessante capire come si spieghi l’idea che si trattasse di “dischi” volanti. Dopo aver appreso dalla CIA che al fondo del fenomeno vi fossero aerei, quindi, schematizzando, “croci”, come giustifichiamo da un punto di vista percettivo l’assimilazione di queste croci a oggetti tondi e schiacciati?

Per capirlo, di sicuro andranno chiamate in causa le allucinazioni di massa alle quali da sempre il genere umano si è dimostrato vulnerabile, ma sospetto che una ricerca ben fatta potrebbe rivelare come il motivo di una simile “traveggola” si celi nell’estrema bellezza di quella favola per adulti nella quale per la prima volta si è parlato in modo convincente dell’ avvistamento di UFO discoidali.

Deve essere stata raccontata così tanto bene che, nell’immane passaparola da essa innescato, non ha fatto altro che riversarsi uguale a se stessa in tutte le narrazioni successive. Dall’elemento geometrico tondo e piatto, le nuove versioni di quel mito moderno non hanno potuto proprio prescindere e quel disco è rimasto in cima alle classifiche per almeno settant’anni.

Strano a dirsi, nonostante l’effettiva forma a croce dell’aereo U2, la rivelazione di “qualcuno venuto dal cielo” una volta tanto ha partorito l’esigenza di una figura geometrica diversa: il piatto, un piatto volante. Che sia l’indizio di una nostra tendenza innata ad abbracciare il Pastafarianesimo (7)?

Chiudo questo post con una preghiera: spero che ufologi, dilettanti o “professionisti” che siano, nonché tutti coloro i quali sono stati rapiti dagli alieni (e che per me non sono mai “tornati a casa”), si astengano dal commentare questo post al solo fine di “evangelizzarmi”. A loro va tutta la mia riconoscenza per aver lottato strenuamente nel tentativo di tenere in vita una bellissima storia. Bellissima, ma purtroppo falsa. Parola della CIA!

Mi spiace per loro, in fondo non facevano male a nessuno e – ritengo doveroso riconoscerlo qui – hanno alimentato l’unica fede per me davvero compatibile con la modernità, rendendo più intrigante il mondo nel quale vivono pure gli scettici.

Astrobiologia - Illustrazione pubblicata per la prima volta nel Dossier "La vita nell'Universo", http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Astrobiologia – Illustrazione pubblicata per la prima volta nel Dossier “La vita nell’Universo”, http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

A loro va il mio grazie più sentito e l’invito a darci una mano nell’alimentare le aspettative aperte dall’astrobiologia, la ricerca di vita altrove nel cosmo condotta con metodi scientifici (8), e dalla congiunta ricerca di pianeti extrasolari abitabili.

SZ

1- http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/01/03/il-tweet-verita-della-cia-altro-che-extraterrestri-gli-ufo-eravamo-noi17.html

2- http://it.wikipedia.org/wiki/Relativit%C3%A0_ristretta

3- https://squidzoup.com/2014/11/25/lamore-ai-tempi-di-interstellar/

4) http://www.universetoday.com/104174/cias-declassified-documents-reveals-secrets-about-area-51-and-ufos/

4-bis) http://www.gwu.edu/sites/www.gwu.edu/files/downloads/U2%20%20history%20complete.pdf

5- http://www.ufip.it/index.html

6- http://news.leonardo.it/ufo-anni-50-cia-rivela-erano-nostri-aerei-spia/

7- http://it.wikipedia.org/wiki/Pastafarianesimo

8- Nel 2001 ne ho parlato in un Dossier. Lo si trova in rete, all’indirizzo:

http://www.torinoscienza.it/dossier/la_vita_nell_universo_2517.html

Sottofondo: Charlie Parker, Bird of Paradise

http://grooveshark.com/#!/album/Bird+Of+Paradise/2375981

Aforisma 3: Phil Woods Dixit

 

Solo-Just-the-way-you-are-1

Solo-Just-the-way-you-are-2

Forse è triste triste sapere che, nonostante la gran mole di cose interessanti dette o i tanti sforzi fatti per cercare di dirne, si viene ricordati quasi esclusivamente per quelle che riteniamo più banali.

Nel mio piccolo, anche io mi sono trovato in una situazione simile. Quando ci penso, scopro di vivermela in modo altalenante: a volte la cosa mi butta giù, altre mi esalta e ringrazio il caso o chissà cosa per avermi fatto fare quell’azione dal valore per me così controverso.

Mi sa che ogni tanto bisogna “indursi stanchezza”. Intendo con questo dire che, quando se ne presenta l’occasione, bisogna regalarsi la possibilità di sentirsi stanchi di lottare rassegnandosi a ciò che la collettività ci dimostra essere un’evidenza: quando si viene chiamati a dare un contributo al lavoro altrui, può capitare di riuscire meglio di quando si lavora per sé, in piena libertà, senza paletti, compromessi e costrizioni.

Si riesce meglio o forse, semplicemente, si è più semplici, più facili da capire per un pubblico più vasto ed eterogeneo. Può essere un bene, può essere un male. Certo è che se non ci chiamassero mai, se non ci invitassero a mettere il naso fuori dal nostro guscio, si rimarrebbe sempre a marcire dentro noi stessi, incapaci di vedere il mondo da un punto di vista diverso.

Probabilmente anche il grande alto-sassofonista Phil Woods vive qualcosa di simile quando pensa che, pur avendo detto cose eccezionali, da moltissimi verrà ricordato esclusivamente per il suo assolo sul brano Just the way you are di Billy Joel.

In una intervista rilasciata a Marc Myers e pubblicata su JazzWax, Woods racconta che ancora viene fermato per strada da chi lo riconosce come colui che ha suonato con Joel:

People come up to me all the time to ask me about that. My favorite was the young saxophonist who came up to me on some gig I was playing and said, “Are you the guy on the Billy Joel record?” I said, “Yes I am.” He said, “Have you done anything on your own.” [laughs] I said, “A couple of things”.

Pubblicato nel 1977 nell’album The Stranger, a nove anni, completamente rapito, ascoltavo Just the way you are alle feste di mia cugina Felicia di quattro anni più grande di me. Se lo scrivo, non è certo perché voglia far credere che all’epoca fossi così tanto cosciente di ciò che quel brano generasse in me.

Ancora bambino, non mi era chiaro nemmeno che dopo due-tre anni avrei iniziato a suonare. Fatto sta che di quelle feste, oltre al mio perenne innamoramento per le ragazze più grandi che lì incontravo e che avrei tanto voluto invitare a ballare (ma che non ebbi mai il coraggio di avvicinare…), ricordo molto bene i brani dei Bee Gees e questo di Billy Joel.

Detto per inciso, due anni dopo sarebbe toccato a me dare delle feste di compleanno o andare a quelle dei miei coetanei, ma già la musica era cambiata: per fortuna si ballava ancora su canzoni come Do ya think I’m sexy di Rod Stewart, ma poi immancabilmente qualcuno metteva sul piatto anche i dischi di Viola Valentino e Pupo…

Il successo che Just the way you are all’epoca riscosse, fu tale che l’anno successivo anche Barry White decise di farne una sua versione prolungando la vita del brano di Joel e dandomi modo di sentirlo ancora alle feste per diversi anni. Senza nulla togliere alla  versione dance di White, la bellezza dell’originale rimase comunque infissa nella mia memoria e col passare degli anni e col mio progressivo interessarmi alla musica, divenne per me via via più facile dipanare la matassa emozionale che connettevo a quelle note nel tentativo capire come quella magia fosse stata costruita.

Innanzitutto era una canzone americana, e all’epoca tutto ciò che veniva da oltreoceano, esercitava un fascino irresistibile su chiunque. Poi, una volta imparato a mettere le mani sul pianoforte, divenne chiaro cosa apprezzassi di quel brano: oltre alla provenienza “esotica”, il suo ulteriore carattere vincente era di sicuro l’armonia.

Per nulla banale, assomigliava nei movimenti degli accordi e nella modulazione dell’inciso agli standard che si suonano tutt’ora in ambienti jazzistici. Per chi come me muoveva i primi passi nel mondo della musica suonata, scoprire che accanto ai giri armonici classici, vi erano quelli di Stevie Wonder o questo di Billy Joel che iniziava con un accordo di Mi minore settima quinta bemolle con basso Re che urlava vendetta, pretendendo a gran voce una soluzione sul Re maggiore che non si faceva attendere, voleva dire trovarsi di fronte a un universo che chiedeva solo di essere esplorato, promettendo di non finire subito dietro l’angolo.

Infine, come ciliegina su questa torta a stelle e strisce cucinata con una ricetta armonica di prim’ordine, vi era l’arrangiamento estremamente equilibrato costruito con chitarra ritmica, piano Rhodes (d’obbligo in quegli anni), basso, batteria, percussioni, sezione archi e assolo di sassofono contralto.
Il clima jazz del brano era quindi esplicito, ma, qualora ve ne fosse stato bisogno, veniva confermato dal suono e dalle note che Phil Woods aveva scelto per dire, a modo suo, Just the way you are.

Phil Woods è un parkeriano purosangue, e questa sua eredità appare evidente dall’ascolto dei suoi video e dei suoi dischi, stranamente difficili da trovare a Bologna.

Ne possiedo giusto uno, Just Friends, in cui l’alto-sassofonista viene accompagnato da Renato Sellani e Massimo Morriconi, ma purtroppo questo suo lavoro non mi piace per vari motivi. Uno di essi è che i tre mi sembrano non essere perfettamente accordati, e non sto certo parlando di affiatamento, ma proprio di frequenze. Degli altri motivi invece taccio per non inimicarmi la comunità dei jazzisti con considerazioni pericolosamente contro corrente.

Tra le tracce di Just Friends vi è anche una Billie’s Bounce nella quale, quasi a conferma di ciò che si è sempre detto di lui, ripropone intere frasi del solo che Parker ha registrato sullo stesso brano. Detto in altre parole, lì Woods suona aforismi

Nel brano di Joel invece Woods dimostra qualità che raccontano, oltre che la grande dimestichezza con lo strumento (che scoperta…), l’incredibile padronanza del materiale musicale. Una padronanza che non gli viene dall’aver studiato per giorni su quella struttura armonica, ma che possiede per il semplice fatto di avere chiaro in testa cosa sia la musica. Una chiarezza che durante l’intervista lui esprime nel seguente modo:

JW: Did you hear the Billy Joel song before you went into the booth?
PW: Yeah, of course. It was just me and Phil Ramone. He played me the track and showed me the music.
JW: Did you work on the solo concept before recording?
PW: I’m a professional musician. I sight read and play it. That same day I had recorded on Phoebe Snow’s Never Letting Go, also produced by Phil.

La moderata velocità del brano e, anche se declinata in un brano pop, la sua chiara ispirazione jazzistica, fa sì che a mio parere venga fuori il musicista più vero che è in lui. Quello che la lezione di Parker l’ha digerita e che ora, satollo, parla finalmente il suo linguaggio più vero.

Nelle sedici battute che gli sono state affidate dal produttore Phil Ramone, le sue figurazioni si assestano abbastanza omogeneamente sugli ottavi, con i quali Woods riesce a dare l’impressione di aver fatto molto più di quello che ha effettivamente suonato, come si scopre trascrivendo il suo semplice assolo.

Pochissime semiminime, qualche terzina, qualche pausa e una gran quantità di pure, semplici crome, danno l’impressione che egli abbia eseguito chissà quali virtuosismi sia melodici che ritmici. Andando a guardare lo spartito, si scopre invece che si tratta solo di un sapiente porre nei punti “nevralgici” della battuta le note che possono conferire un significato in più a quanto suona, dando l’impressione che si tratti di accenti quando invece sono sempre e solo note dalla intensità e dalla durata uguale, sempre quella: ottavi.

Il discorso cambia sulla coda: lì il demone bopparolo riprende piacevolmente il sopravvento ed è giusto che sia così, ma per me le sedici battute precedenti costituiscono la vera perla che l’ostrica Just the way you are ha generato.

A Phil Woods hanno richiesto più di seicento volte di essere se stesso su dischi di altri. Per tutte e seicento probabilmente è stato molto Phil Woods.

Phil Woods ha chiesto a se stesso di essere… se stesso un’infinità di volte. Ogni volta che lo ha fatto, ha ottenuto di somigliare molto a Charlie Parker.

Il mio studio da ora in poi sarà cercare di capire se trarre o meno un’insegnamento dal suo solo, ma anche da questa semplice storia.

SZ

Dedico questo post al mio carissimo amico Alberto Nagy, musicista col quale in passato, durante i miei anni di studio padovani, ho suonato spesso il brano di Joel

Per leggere l’intera intervista a Woods:

http://www.jazzwax.com/2009/02/interview-phil-woods-part-4.html

ealihP

Si teme che il modulo Philae possa essere atterrato male, ritrovandosi dopo vari rimbalzi ad avere il dorso poggiato sulla cometa e i tre sostegni in alto

http://sploid.gizmodo.com/comet-landing-live-coverage-all-systems-go-for-lander-1657715708

Forse è solo un timore, attendiamo altre notizie.

Continuando allora l’analogia tra Rosetta-Philae e insetti e parassiti vari iniziata ieri su questo Blog, mi piacerebbe far dire a Squid (sono al lavoro e non ho con me l’occorrente per disegnare):

“Quando Philae si risvegliò una mattina da sogni tormentosi si ritrovò sulla cometa simile a un insetto gigantesco. Giaceva sulla schiena dura come una corazza e sollevando un poco la telecamera poteva vedere la sua pancia piatta, color metallo, suddivisa in grosse lastre piane. (…) Le sue tre zampe, pietosamente esili se paragonate alle sue dimensioni, gli tremolavano disperate davanti agli occhi eletttronici”

Liberamente tratto da “La metamorfosi” di F. Kafka

SZ