cACCA-2-O
Aforisma 7: Stevie Wonder Dixit
Correva l’anno 1984, ma da allora gli anni hanno preso a correre ancora più veloci.
Forse più di altri, l’assolo di oggi rientra nella categoria degli aforismi: brevissimo, incisivo, perfetto nel suo genere. Parte dichiarandosi con pacata ma decisa autorevolezza e dopo una sapiente pausa, esplode in un acuto che è una lama affilata conficcata in un chakra. Dopo aver inferto questo colpo, l’armonica ricama baloccandosi e – mi si passi il termine – “baroccandosi” con le note per poi accompagnare l’ascolto verso la ripresa del canto.
Tra tutti i musicisti, Stevie Wonder forse è quello che ha la maggiore capacità di suonare così come canta. Dire che suona come canta significa affermare che è un grande, immenso armonicista, ma la sua forza non sta certo nella tecnica, se per essa si intende ciò che Jean “Toots” Thielemans e i suoi epigoni sanno fare con quello strumentino.
In sua difesa, c’è da dire che Stevie Wonder non è un jazzista, né credo gli sia mai interessato esserlo. Tra le due, sono i jazzisti a non poter fare a meno di sapere cosa ha detto lui in musica, e non l’inverso. Inoltre, da un punto di vista strettamente strumentale, lui sa fare cose che mi sembra nessun altro sappia ottenere dalla cromatica. Mi riferisco allo staccato che se eseguito da lui, raggiunge la brillantezza di un pizzicato di violino (1).
Insomma, suona il suo mondo e lo suona così bene da far venir voglia di viverci o di trasferirsi lì, di tanto in tanto.
Cercando di ricostruire i miei ricordi circa i primi incontri con la sua musica, arrivo fino a quando per radio sentii la famosissima Isn’t she lovely (2). Il lunghissimo assolo finale fu per me un regalo fin troppo generoso ricevuto da una radio che molto di rado mandava brani suonati con l’armonica. Di solito, quando lo faceva, proponeva lunghissime filastrocche tanto care agli italiani, inframezzate da accordacci random tirati fuori da diatoniche suonate male.
Tra i miei ascolti, random pure quelli, compiuti tra la radio dei miei, lo stereo di mia cugina Felicia e quello di mio zio Francesco, ricordo di essermi imbattuto in uno spelndido That girl (3) con un assolo di armonica che un giorno potrebbe meritare un aforisma tutto suo. Infine, in questo bricoladge sonoro, in una di quelle domeniche a casa del solito zio ho incontrato l’assolo oggetto dell’aforisma di oggi.
Sapendo della tendenza di Wonder a usare l’armonica in almeno un brano per disco, mi sottoposi all’ascolto dell’intero LP The Woman in Red (4), all’epoca una new entry della discoteca del mio parente, nell’attesa del suono del mio strumento preferito. Fui premiato durante l’ascolto del terzo brano, It’s you, nel bel mezzo del quale stanai l’assolo che trovate trascritto più in alto (5).
Si trattava di una vera e propria perla rara: spesso, lo strumento al quale viene affidato l’assolo nella parte centrale di un brano, viene annunciato con brevi interventi a commento del cantato. Invece, ascoltando la prima parte di It’s you, non vi era traccia del suono di armonica e non era quindi possibile intuire la presenza dell’assolo. Questo può forse far immaginare la sopresa e la mia immensa felicità nello scoprire che anche quel disco contenteva un regalo per me.
Se la maggior parte delle persone erano interessate a I just called to say I love you, la canzone più famosa di quel disco, io avevo trovato otto misure che da sole valevano l’intero LP. Dopo l’assolo, l’armonica tornava a tacere e purtroppo non la si udiva nemmeno nella coda del brano, laddove un a mio parere bel costume, molto diffuso tra gli arrangiatori, l’avrebbe fatta suonare consentendole frasi di respiro molto più ampio. Una piccola consolazione venne dallo scoprire che Wonder aveva deciso di suonare il tema dell’ultimo brano del disco, It’s more than you, interamente con la sua cromatica.
L‘ ’84 era anche l’anno in cui Chaka Khan fece la sua versione di I feel for you (6), una canzone scritta da Prince. In televisione passarono il videoclip e grazie a quello riuscii ad ascoltare il bruciante assolo di armonica di Wonder. E credo sia anche l’anno in cui conobbi Mario Falcone e Luigi Negroni, due musicisti della mia città ai quali sono legato da ricordi particolari: il primo, chitarrista e poi batterista, aveva un’incredibile discoteca dalla quale io e mio cugino, il pianista e flautista Gianluca Barbaro (7) col quale negli anni ’80 mi stavo avvicinando a quel genere, abbiamo “rubato” moltissimo. L’altro era un prodigio: riusciva a cantare alla Stevie riproducendone alla perfezione il timbro. Suonava anche l’armonica, stavolta con il suono e il fraseggio di Wonder (8).
La cosa che mi dà da pensare è che i miei ascolti erano così: fortuiti, casuali, non ripetibili a comando: infatti, come ho già raccontato in altre occasioni, a casa non avevamo uno stereo. Di sicuro ho perso molte occasioni, ma credo (o forse voglio solo sperare che sia così) che questo mi abbia regalato la capacità di assaporare le cose in modo diverso, facendomi imparare come mantenere inalterato il ricordo di un sapore, di un odore, di una sensazione per lunghissimi periodi. Ho imparato così bene che nel 2015 li riscopro del tutto inalterati.
É davvero strano poter oggi digitare un titolo in un qualsiasi motore di ricerca e trovare con estrema facilità brani, suoni, frasi. La domanda sorge spontanea: se all’epoca avessi avuto accesso a questo mare di informazione, sarei diventato migliore? Mi piacerebbe dirmi di no, ma temo che le cose stiano in modo diverso. Per fortuna, non mi viene data la possibilità di sperimentare una vita diversa e sono costretto ad accontentarmi di quello che sono, ben sperando per mio figlio, un nativo digitale che avrà il mondo a disposizione.
Intanto sono qui che digito, clicco, ascolto. Seduto su di un divano grigio, guardo di fronte a me le mie gambe, il mio corpo. La musica nelle cuffie è la stessa di trentuno anni fa. Le sensazioni pure.
Le note di It’s you mi fanno ricordare nitidamente un Angelo sedicenne seduto nella stessa posizione su un divano color panna. Il corpo che ho in mente è però diverso da quello che vedo. É più piccolo, più acerbo. Questo nitore del mio ricordo mi uccide.
Sorrido.
Ma vorrei piangere.
SZ
1- https://www.youtube.com/watch?v=_DXrWf0Pe1c
2- https://www.youtube.com/watch?v=9-n3Ydy7ras
3 – https://www.youtube.com/watch?v=eagQKwVendA
4 – colonna sonora dell’omonimo film, campione di incassi, di e con Gene Wilder e la bellissima Kelly LeBrock:
http://en.wikipedia.org/wiki/The_Woman_in_Red_%281984_film%29
5 – Piccola nota tecnica: le acciaccature che ho segnato nella seconda e nella quarta battuta possono sembrare errori di trascrizione: è noto, infatti, che è particolarmente difficile, se non addirittura stupido, tentare di passare in velocità da una nota soffiata a registro premuto a un’altra aspirata sul foro successivo. Il corretto modo di intendere quelle note viene dal riguardarle come piccoli glissati da ottenere con un breve bending nello stesso foro della nota di arrivo. In tal senso, forse avrei dovuto segnarli come appoggiature, ma la durata di questo effetto qui deve essere breve.
6 – https://www.youtube.com/watch?v=04yCea2HOhY
8 – la sua voce da ragazzo all’epoca lo aiutava a essere molto duttile. Ora canta splendidamente riproducendo alla perfezione la bellissima voce di… Luigi Negroni
Densità di Tempo – Per quando sarò un mio lettore
Tra coloro che leggono i miei post, ce n’è uno che ritorna spesso e che conosco molto bene. Si tratta dello stesso autore che ogni tanto sorprendo mentre a distanza di mesi dalla pubblicazione di un articolo, classicamente torna “sul sito del delitto”.
Quando mi colgo con le mani nella mia marmellata, specie quella di mesi e mesi prima, scopro che ricordo poco di ciò che ho scritto e di come l’ho espresso e per un attimo vivo l’illusione di star leggendo i pensieri di uno sconosciuto a me molto, molto affine.
Insomma, scrivere vuol dire anche leggere e leggersi e in quest’ottica tutto ciò che si posta in un blog può essere riguardato come una sorta di diario, di pro-memoria che servirà allo stesso blogger per ricostruire la storia di qualche suo periodo passato.
Sapendolo, non posso certo perdonarmi lunghe assenze da questo spazio virtuale. Assenze che, oltre a deludere chi ha deciso di seguirmi, sfilacciano la trama della mia narrazione costellata di voragini temporali che un giorno mi risulteranno incolmabili.
Ecco perché devo assolutamente riassumere quanto ho fatto nelle ultime due settimane: forse molti lo troveranno molto poco rilevante, ma non intendendo avere oltre il blog, anche un diario personale, devo necessariamente riassumere tutto qui. Sarebbe stato bello poter annunciare volta per volta, nella sezione “Prossimi E20”, quanto sto per scrivere, ma non ne ho avuto proprio il tempo e le energie.
In fondo (excusatio non petita), l’assenza da questa pagina è stata proprio determinata dai troppi impegni presi nel mondo reale al di fuori di qui, e per quanto mi riguarda questo è già di per sé interessante.
Dal 7 al 10 Aprile ho seguito all’Osservatorio di Merate un bel corso tenuto da Marco Landoni sulla riduzione di spettri con il programma IRAF. Un argomento al quale mi sa che prima o poi dedicherò un articolo a parte.
In quei giorni ho dormito nella foresteria di quell’Osservatorio scoprendo che – vuoi per l’età, vuoi per il fatto di avere una famiglia – mi costa sempre più allontanarmi da casa. Continuo a sentire intensamente il fascino delle strutture scientifiche come osservatori e centri di ricerca, nonché di un certo nomadismo legato alle mie attività, quello che un tempo permeava tutta la mia vita, ma poi arriva la sera e ogniqualvolta mi ritrovo lontano dalle mura domestiche, immancabile si impadronisce di me una sensazione di spaesamento; di strana e malinconica inadeguatezza.
Tornato a Bologna, sono ripartito il giorno dopo alla volta di Torino per prendere parte al congresso PLANIt (1), l’associazione dei planetaristi italiani. Sono andato in rappresentanza dell’Osservatorio di Bologna, invitato dagli organizzatori del congresso per riassumere in un intervento quanto è emerso nel workshop “Raccontare e insegnare il cielo e le stelle” (2) che noi dell’O.A.B.O. abbiamo organizzato l’anno scorso alla Fiera del Libro per Ragazzi felsinea.
Ne ho quindi approfittato per rivedere la splendida struttura del Planetario INFINI-TO (3) e per visitare le cupole del vicino Osservatorio di Pino Torinese (4). É stata anche una belissima occasione per rivedere un po’ di colleghi e amici che non vedevo da un po’: Pierluigi Catizone, Andrea Maggiora, Carlo Italo Zanotti, Alberto Cora, Simona Romaniello e Marco Brusa. Erano tanti anni che non incontravo Simona e abbiamo subito quantificato il tempo trascorso in termini di figli: ci eravamo persi di vista quando proprio non era nemmeno immaginabile averne e ci siamo ritrovati entrambi genitori di eredi due-enni. Sì, decisamente un intervallo lungo…
Per non sentire la tristezza che mi donano posti falsamente accoglienti come alberghi & affini, ho dormito la prima sera a casa di Alberto Varaldo, amico di vecchia data, collega musicista e autore di un bellissimo metodo per armonica cromatica (5), e la seconda a casa di Maurizio Scervino, altro amico conterròneo perso di vista addirittura una trentina d’anni fa e recuperato in circostanze fortuite solo due settimane prima di andare a Torino. Con lui l’amarcord è durato fino alle quattro del mattino. Devastante.
Una volta tornato a Bologna, ad attendermi c’era La settimana dell’Astronomia con gli impegni che questa iniziativa ministeriale comporta per noi che lavoriamo nel campo della divulgazione e didattica di quella materia. Il mercoledì 15 sono quindi tornato nella scuola dove ero già stato in Marzo in occasione dell’eclissi e lì ho raccontato a 175 bambini scatenati in quanti modi può ucciderci un buco nero. Al pomeriggio sono stato nel liceo Alberto Magno con il grande Flavio Fusi Pecci per commentare con musica e immagini una sua conferenza sulle distanze cosmiche. Il giorno dopo, Giovedì 16, Flavio, Roberto Bedogni ed io abbiamo intrattenuto il pubblico in Osservatorio con una “chiacchierata” sulla luce e la sua velocità. Il mio intervento è consistito nel commentare i miei fumetti “Guardare Avanti” (6), “La Treccia del Tempo” (7) e “Signal/Noise” (8) già pubblicati in questo blog.
I giorni successivi sono stati occupati a raccogliere le idee e ad analizzare i numerosissimi dati ottenuti con questionari vari che abbiamo distribuito nelle scuole per saggiare, non solo cosa i ragazzi sanno di astronomia (questionario di entrata), ma anche quanto bravi siamo noi a spiegare i nostri argomenti preferiti (questionario di uscita). I risultati di questa ricerca diventeranno presto un articolo che speriamo venga pubblicato da qualche rivista di sociologia della scienza o di pedagogia scientifica, ma nel frattempo, tornato da Torino, ho inviato a “Il Giornale di Astronomia” (9) un mio articolo contenente una ricerca che ho compiuto sulla percezione del cielo e delle costellazioni.
Se verrà accettato, lo annuncerò su queste pagine.
Il 23 Aprile, ovvero giovedì scorso, ero alle Murate di Firenze dove sono stato invitato da Beth Vermeer a raccontare nella manifestazione da lei ideata “Il profumo della luce” quale possa essere “l’odore del cosmo”. Presentatami solo un mesetto fa dal comune amico Pierluigi Catizone, direttore del Planetario Sky-Scan di Bari, Beth è un personaggio davvero peculiare: architetto paesaggista, vedova di un docente universitario di fisica col quale ha condiviso anche molte avventure intellettuali che l’hanno progressivamente avvicinata al nostro mondo, organizza da anni eventi di vario tipo trovando sempre un modo elegante di far dialogare scienza e l’arte.
Parlandole, ho scoperto che collabora da tempo con l’INAF e che conosce diverse persone con le quali anche io lavoro, in testa Stefano Sandrelli del POE di Brera, mio relatore di dottorato in Astrofisica. Esplosiva, sempre in viaggio alla ricerca di un’onnipresenza che le consenta di curare icome una chiocica i suoi progetti, ha fondato il sito Design of the Universe (10), un sito nel quale propone con forza l’esigenza di un dialogo sinestesico tra scienza e arte. A Firenze mi ha dato l’opportunità di parlare di molecole nello spazio, della loro origine, del loro possibile odore e di introdurre al pubblico lì convenuto e intrattenuto con musica, profumi, immagini, video, danza e discorsi di chimici, agronomi, artisti, astronomi (!), gli argomenti che ho esposto nell’ultimo fumetto di Squid Zoup (11) e che Beth mi ha chiesto giustamente di pubblicare solo ad evento finito.
Mentre il 22 sera preparavo quei disegni che trovate nel post precedente a questo, ho ricevuto una richiesta di amicizia su Facebook da parte di un grande musicista molto noto nell’ambiente: il bassista Marcello Sutera. Ovviamente ho accettato e la richiesta, da semplice contatto che poteva essere, con somma sorpresa si è rivelata una offerta di lavoro: mi chiedeva di registrare la mia armonica sul suo nuovo singolo Memory (12). Il brano verrà pubblicato il 4 Maggio e, dato il poco tempo, abbiamo deciso che sarei andato a registrare da lui a Godo di Russi (Ravenna) la sera del 24.
Il 24 mattina, dopo una notte quasi interamente insonne per il mio non trovarmi a mio agio negli alberghi, ho quasi perso il treno, sono arrivato a Bologna, ho portato il pupo al nido, sono andato al lavoro e al pomeriggio, tornato a casa con GIovanni che imperversava, ho studiato il brano di Marcello e i brani che il giorno dopo avrei dovuto suonare nello spettacolo della compagnia Archivio Zeta (13).
Registrazione fatta, tornato a casa felice come una pasqua per come le cose erano andate, dopo qualche ora di sonno ristoratore, mi attendeva lo spettacolo per il quale mi sono alzato prestissimo nonostante fosse il 25 Aprile, giorno di “vacanza”: Eumenidi/Montagne.
Su testo di Pasolini, la compagnia Archivio Zeta che ha il suo nucleo nella coppia Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, ha costruito una splendida sequenza di due scene lungo un percorso che da un prato conduce nel luogo del famoso eccidio compiuto dai tedeschi nel ’44. Mio compito era suonare l’armonica nel tragitto fungendo da pifferaio che attira con la musica la fiumana di gente accorsa per l’occasione, per poi unirmi a un duo di violoncelli col quale proporre una interessante rilettura di due brani incredibilmente belli, scelti da Patrizio Barontini: l’Actus Tragicus (14) di J.S.Bach e Lascia che io pianga (15) di G.F. Handel.
Oggi, Mercoledì 29, ho affrontato altri 25 scalmanati di quinta elementare ai quali ho raccontato come è fatto il Sistema Solare e domani andrò a Como per un seminario scientifico.
L‘estate mi sembra terribilmente/fantasticamente lontana.
SZ
1 – http://www.planetari.org/it/
2 – http://www.bo.astro.it/universo/fieralibro.html
3 – http://www.planetarioditorino.it/infinito/
4 – http://www.oato.inaf.it/index.php?lang=it
5 – http://www.kimwilliamsbooks.com/titles/monographs/120-blow-suonare-l-armonica-cromatica.html
6 – https://squidzoup.com/2014/11/14/visioni-del-futuro-vs-immagini-del-passato/
7 – https://squidzoup.com/2014/06/02/la-treccia-del-tempo/
8 – https://squidzoup.com/2014/10/10/signal-noise/comment-page-1/
9 – http://sait.interlandia.net/giornalediastronomia.html
10 – http://www.design-of-the-universe.it
11 – https://squidzoup.com/2015/04/27/il-senso-dei-sensi/
12 – https://www.youtube.com/watch?v=wrsS2rK3Yr8
13 – http://www.archiviozeta.eu/
Il Senso Dei Sensi
Senza Dio, ma con il suo permesso
A pagina 44 de La Repubblica di oggi ho trovato un nuovo intervento di Vito Mancuso, oramai un giocatore ufficiale della squadra di Scalfari.
La sua interessante recensione al libro di Amir D. Aczel vince quasi due intere pagine centrali e importanti del quotidiano con un titolo che pesa come un postulato: Né atea né devota perché la scienza non respinge l’idea di Dio.
Avevo notato nelle librerie la nuova fatica di Aczel e meditavo di comprarla, anche se il titolo “Perché la scienza non nega Dio” mi disturba alquanto: piuttosto che essere un invito per i lettori a partecipare a quel famoso dialogo critico, ci restituisce già il risultato finale dell’analisi di Aczel. Un risultato che parla di una conciliazione possibile – e forse l’autore pretende in quelle pagine che sia anche necessaria – tra fede e ragione.
Non entrerò nel merito di quanto detto nel libro per l’ovvio motivo che non l’ho ancora letto; né commenterò a lungo, pur avendolo letto, quanto scritto da Mancuso nel suo articolo.
Per il momento, mi limito invece a fare poche, semplici considerazioni: Scalfari da ateo o agnostico che sia, si interroga sul mistero della fede e lo fa chiedendo pubblicamente “lumi” al papa con l’invio di una lettera che pubblica sul suo quotidiano. Del resto, a chi se non a lui? Ovvio che se domani avrete dubbi in tema di fede, scriverete anche voi una letterina a Francesco.
Confesso di non aver letto nemmeno quella, infastidito dall’operazione che dal mio punto di vista non poteva portare a nulla di buono. Volendo oggi colmare questa imperdonabile lacuna, ho digitato nello spazio apposito del mio browser “scalfari papa lettera”.
Col tempo ho capito anche io che ciò che troviamo quando mettiamo in moto simili ricerche è il risultato di quanto la rete ha capito del singolo internauta: in risposta ai nostri quesiti, essa ci propone pagine che ritiene possano piacerci perché la rete, tramite i post che scriviamo, i siti che visitiamo, il tempo che trascorriamo in essi, … ha avuto oramai il tempo di farsi un’idea molto precisa di chi ognuno di noi sia davvero.
Dando quindi per scontato che la parte dell’oceano internet che bagna il mio computer abbia compreso molto bene quanto io non sia mosso da fede religiosa, trovo sorprendente (e, a questo punto, molto veritiero) che la ricerca avviata con quelle tre paroline abbia prodotto i seguenti risultati:
Si vede chiaramente che, nel tentativo di leggere cosa davvero chiedesse il direttore del famoso quotidiano al pontefice, si trova solo la risposta di quest’ultimo mediamente commentata dai lettori di tutti i siti come “vittoria della fede”, “risposta sconvolgente del papa”, “bellissima lettera di risposta del papa”, …
Il tutto procede così per un bel po’ di pagine web e per trovare cosa accidenti chiedesse davvero Scalfari, bisogna faticare tanto. Meglio, perché più veloce, ricostruire la lettera unendo in un file word i vari capoversi ai quali il papa, riportandoli in grassetto, risponde.
Insomma, è andata proprio come ci si poteva aspettare: la fede vince ancora una volta, dimostrandosi “aperta al dialogo”, confermando “la grandezza di questo papa” e via dicendo con tutta una serie di luoghi comuni che tanto piacciono al popolo italiano, un popolo che di certo non ha mai negato attenzione alla sua religione di stato (N.B.: Stato laico).
Nel frattempo Piergiorgio Odifreddi, altra firma assunta da tempo in prima squadra tra le fila degli articolisti di La Repubblica, in occasione della pubblicazione del suo libro Caro Papa ti scrivo, aveva già chiamato in causa Ratzinger inviandogliene una copia.
Entusiasta, aveva poi pubblicato, sempre su Repubblica, un articolo (1) che inizia così:
Pochissime persone al mondo, ed Eugenio Scalfari è una di queste, possono comprendere la sorpresa e l’emozione che si provano nel ricevere a casa propria un’inaspettata lettera di un Papa. Una sorpresa e un’emozione che non vengono scalfite dal fatto di essere dei miscredenti, perché l’ateismo riguarda la ragione, mentre le personalità e i simboli del potere agiscono sui sentimenti.
Chiamare in causa il Papa sembra oramai un must di sicuro dettato da un estremo bisogno di dialogo con chi alla fine perdonerà l’agire ateo regalando la sua benedizione.
Nel caso del nostro matematico più famoso, l’effetto di una ricerca del tutto simile alla precedente ma con i termini “odifreddi papa lettera” ha prodotto il seguente effetto:
Come si può vedere, in questo caso è andata un po’ meglio, almeno dal mio punto di vista: chi vuol capire cosa abbia detto Piergiorgio a Francesco, può tranquillamente trovarlo in quarta posizione tra le pagine proposte da Google. I motori di ricerca sistemano in sequenza le pagine web usando un criterio che, tra i tanti fattori, tiene conto di quanto quella pagina è stata cliccata in precedenza, proponendo le più consultate e via via quelle meno gettonate. Il fatto che ancora una volta, anche se il tutto è partito con l’invio del libro da parte del matematico, le prime pagine siano dedicate alla risposta del Papa, la dice lunga: l’italiano tributa sempre e comunque maggiore importanza alla risposta di quest’ultimo piuttosto che alla provocazione del primo.
Dal confronto tra le due videate potremmo trarre tante conclusioni diverse. Una conduce dritta-dritta ai possibili motivi sottostanti la sostituzione di un papa che, tra le altre cose, non è stato così incisivo da oscurare del tutto un matematico famoso, operazione invece riuscita a Papa Francesco con il suo interlocutore.
Mi sembra lecito immaginare che da questo come da altri momenti del mandato di Ratzinger, potrebbe essere derivato il passaggio di testimone tra il tedesco e l’argentino che invece da un punto di vista mediatico dimostra di funzionare molto, molto bene.
Ora mi chiedo: cosa accidenti si aspettavano i due repubblichini da un Papa? Si sono resi conto di aver regalato al Vaticano altre occasioni di affinare le tecniche retoriche e comunicative che da sempre vedono quello staterello così efficace? La risposta è certamente “sì”.
Perché allora hanno cercato quell’interlocutore? Sarei tentato di proporre alcune facili ipotesi ma non voglio essere egoista e lascio al lettore il gioco banale di immaginarle da sé.
Quando penso a questo affare del rapporto epistolare tra simili personaggi, si impadronisce della mia fantasia l’immagine mentale di due vandali con tanto di borchie, creste, tatuaggi, pantaloni stracciati, sguardo cattivo, … che, dopo aver imbrattato un muro con le bombolette spray, vanno a confessare la marachella al genitore chiedendo dialogo.
Quello, comprensivo e magnanimo, gli tocca pubblicamente il capo (il pubblico ci deve essere sempre: il livello mediatico di simili faccende è il campo nel quale si gioca la partita materiale. Proselitismo religioso da una parte e proselitismo editoriale dall’altra potrebbero anche cagionare simili operazioni, no?) col palmo della mano, pizzica le guance di entrambi lasciandogliele un po’ arrossate e li congeda, forte della consapevolezza di aver vinto.
Il muro non verrà pulito: conviene tenerlo imbrattato a imperitura memoria di quanto fossero discoli quei due, ma anche di quanto fosse, nonostante tutto, più potente e affascianante il genitore che con estrema comprensione li ha perdonati “accettando il dialogo”.
Caso strano, non mi risulta (ma magari mi sbaglio) che alla pubblicazione di un libro o di articoli sulla fede da parte di Wojtila, Ratzinger & Co., siano seguiti invii di copie omaggio di quelle opere ad autorità scientifiche riconosciute. Forse non è capitato per il semplice fatto che non esiste un solo tramite riconosciuto tra uomini e Natura come vi è invece tra uomini e Dio (!), e questo già di suo a me pare dirla lunga sul valore dell’avventura intellettuale scientifica.
Oggi Vito Mancuso ci spiega perché secondo Aczel fede e ragione possono andare a braccetto e per La Repubblica un problema che riguarda scienza e fede può essere tranquillamente risolto nella sola sede filosofico-teologica, senza interpellare rappresentanti della scienza, dolce metà di questo matrimonio acclamato da tutti.
A onor del vero, nel suo articolo Mancuso tenta di dare una parvenza di equidistanza, palesando le sue convinzioni più profonde in un paio di punti soltanto. Un paio, ma decisivi: quando riferisce che “alcuni scienziati sono atei, altri credenti” e specifica i nomi di alcuni di questi ultimi come “il padre della teoria dei quanti Max Planck, il padre del principio di indeterminazione Werner Heisenberg, il padre della teoria del Big Bang George Lamaitre” e poi ancora Francis Collins, gli italiani Nicola Cabibbo, Ugo Amaldi, Elena Cattaneo.
Insomma, un elenco sexy e dettagliato che di sicuro colpisce il lettore molto di più della locuzione “alcuni sono atei”. Inoltre non posso fare a meno di notare quanto gli piaccia il concetto di “padre” che in questo caso odora di saio e tonaca.
In chiusura di articolo, cita uno studio sull’ateismo compiuto dall’editorialista dell’Avvenire Timossi il quale costringe quel fenomeno in quattro comode categorie. RIferisce quindi che: “Secondo il credente Timossi l’ateismo non ha l’ultima parola”.
Il Timossi quell’ultima la cede a un altro credente illustre, nientepopodimenoché il grande Dostoevskij, il quale ebbe modo di scrivere “il perfetto ateo sta sul penultimo gradino prima della fede più perfetta”. Il Mancuso invece concede la chiusura dell’articolo proprio a lui, all’editorialista e alla sua citazione del buon Fedor, sbandando e perdendo di vista la linea di mezzeria del discorso.
Intanto spunta sulla rete una notizia decisamente inquietante:
Texas House Votes To Divert HIV Prevention Funds To Pay For Abstinence Only Education (2)
e la correlazione che mi sembra di poter scorgere tra simili notizie e le tendenze di cui parlo in questo articolo mi appare esserlo ancora di più.
Lancio allora un appello agli altri direttori di giornali, quelli che magari si sentono un po’ più rossi (e un po’ meno temporaneamente rossi) di una guancia appena pizzicata: c’é qualcuno di loro che se la sente di perdere qualche lettore catto-qualcosa invitando uno scienziato non credente a recensire quel libro?
Se dialogo deve essere, che dialogo sia.
Il monologo-omelia mi ha stancato da tanto, oramai, ma sembra essere solo un mio problema.
SZ
P.S.: chiedo scusa per aver riutilizzato un vecchio disegno già pubblicato in questo blog, ma al momento sono fuori sede senza matite, pennini, gomma, scanner.
Cultura Culinaria
Immagine
… e le stelle stanno a guardare – il mio primo cartone animato
Guardandomi indietro, mi sembra che infanzia e adolescenza altro non siano se non periodi utili per darsi dei sogni.
All‘epoca ne avevo tanti, molti di più di quanto ne abbia oggi. Nulla di strano, almeno credo: ritengo che questa riduzione di una certa dimensione onirica possa essere l’effetto del fare i conti con la realtà vera; quella con la quale, mentre ero tutto occupato a sognare, avevano a che fare i miei genitori.
Ho sempre disegnato, prendendo questa passione da mia madre. Inoltre suonavo e ogni tanto scrivevo. Cresciuto a cartoni animati della Walt Disney, della Hanna & Barbera e a Merry Melodies, menu completato dai primi cartoni giapponesi, in testa Goldrake, tra i tanti sogni che avevo vi era anche di fare un cartone animato tutto mio. Lo vedevo come un prodotto nel quale finalmente tutto ciò che amavo fare (nel frattempo, anche l’astronomia aveva fatto l’ingresso tra i miei interessi…) poteva confluire.
All’epoca le leggende metropolitane circa il creare cortometraggi disegnati (avevo trovato solo un piccolo libretto sull’argomento e internet… non c’era), parlavano della necessità di avere un’impalcatura sulla quale porre la “reggetta”: una striscia di legno o di plastica con due pioli affiancati ai quali assicurare i fogli trasparenti contenenti i disegni da animare. L’impalcatura doveva servire per reggere in alto una telecamera capace di fare riprese passo-passo (un fotogramma alla volta) dei disegni sempre dalla stessa posizione e distanza.
In casa non c’era posto per un simile aggeggio, né c’erano i soldi per una telecamera di quel tipo. Forse erano solo scuse, ma mi prendevo volentieri in giro, guadagnando tempo in vista di quell’appuntamento fondamentale: sapevo che avrei dovuto semplicemente attendere perché prima o poi sarebbe arrivato il momento giusto per fare il mio cartone animato. Quel momento è arrivato solo un mesetto fa.
Ispirato dal brano che dà il titolo all’ultimo disco che ho prodotto insieme al chitarrista Guido di Leone e al contrabbassista Francesco Angiuli, ho pensato di mettere a frutto quanto imparato a suo tempo al corso di Animazione Digitale tenuto da Chrstian Ghisellini, docente dell’Accademia di Belle Arti di Bologna dove ho studiato per il biennio specialistico di Linguaggi del Fumetto, per creare questo primo prodotto di una Lulamae Productions che da tempo vorrei istituire in ricordo della mia compagna quadrupede scomparsa quasi un anno fa: il trailer del disco pubblicato dalla Fo(u)r (1).
Sentendomi raccontare come, dall’unione del tema iniziale e quello finale del brano The Night Has A Thousand Eyes, pensavo di ottenere una colonna sonora di un minuto o poco più per il mio cartone animato, il mio amico Renato Geremicca (2) ha provveduto a realizzare al volo, con Vegas, quella “crasi” musicale. Inoltre, con sorprendente intuito, ha creato sul tema finale del nuovo brano, qualcosa che in quello originale non esiste: un interessante unisono tra la mia armonica e la chitarra di Guido di Leone.
Esther Intile, poi, mi ha dato “due dritte” su alcune funzioni fondamentali di iMovie. A questo punto, mancavano solo i miei disegni. Mancavano, ma ora ci sono tutti. Dal risultato di qualità di sicuro mediocre che ho ottenuto, di sicuro non si può intuire come il tutto sia partito osservando i grandi classici che citavo più in alto, ma poco importa: questo è il mio livello al Febbraio-Marzo 2015. Farò meglio in futuro. Almeno spero…
Il titolo THe Night Has A Thousand Eyes ha per me più di un significato.
Pensare che “la notte ha mille occhi”, mi riporta con la memoria a quando, in macchina, di sera, cercavo luoghi dove appartarmi in dolce compagnia. Scoprivo così che più questi posti erano isolati, quindi apparentemente ideali, e più mi facevano temere di divenire, mio malgrado, trastullo di guardoni o, peggio, passatempo di emuli del mostro di Firenze, vera icona della cronaca di quegli anni.
Quindi THe Night Has A Thousand Eyes potrebbe essere anche letta come nessuno si fa i ca… suoi, ma per me c’è anche altro.
Anni fa sentii l’esigenza di comunicare tramite il teatro. Misi allora su uno spettacolo che negli anni è cresciuto da qualcosa di solo musicale e intitolato Quanta, come il mio primo disco (3), a qualcosa d’altro; di un po’ più complesso.
Nella fase successiva, Quanta divenne un commento musicale a sequenze di immagini gestite tramite il programma Power Point. Una di queste si intitolava “… e le stelle stanno a guardare” e le immagini in essa contenute, commentate dal mio brano Farinafredda, erano crude: alcuni dipinti di Grosz; foto delle Due Torri ferite a morte dagli aerei dei terroristi; foto di persone imprigionate nei due grattacieli che, per non morire ustionate in quell’inferno di fuoco, si gettavarono a testa in giù da chissà quante decine di metri; e poi ancora primi piani di armi da fuoco e proiettili, scene di ordinaria violenza osservata in televisione, stupidi incidenti e comicità varie.
A intervallare queste scene così tragiche, avevo posto qui e là fotografie di bellissime nebulose planetarie attorno alle quali avevo disegnato palpebre cigliate. Il messaggio voleva essere banalmente kantiano: le stelle ci guardano, e mute ci giudicano da un punto di vista morale.
La mia cupa Farinafredda non è certo un brano solare come quello composto da Jerry Brainin e Buddy Bernier e, se nei primi anni di questo secolo, le immagini che evocavo erano, guarda caso, di distruzione e morte, ora l’ispirazione, pur avendo a che fare sempre con gli occhi, è del tutto diversa. Ho rappresentato il mio Squid Zoup mentre si muove in un osservatorio al quale sono particolarmente legato: quello dell’Osservatorio di Serra La Nave (CT) (4), dove spesso lavoro e che ospita un telescopio da 92 cm che trovate rappresentato nel filmato. L’immagine dall’alto di quella cupola l’ho tratta da un video (5) creato da Piero Massimino, System Manager dell’Osservatorio Astrofisico di Catania, con un drone da lui stesso pilotato.
La notte ha mille occhi. Noi guardiamo un cielo che, muto, ci osserva non più (solo) ridendo di noi o giudicandoci moralmente: forse, da innumerevoli pianeti extrasolari sui quali vi sarà la vita, ci osservano da lontano, studiandoci così come noi studiamo ciò che accade attorno alle altre stelle.
In ogni caso, smile, you are on cosmic-candid-camera!
SZ
1 – http://www.four-edition.com/site/2014/10/23/adamo-di-leone-angiuli-the-night-has-a-thousand-eyes/
Astronomia, Fumetti, Jazz: tre argomenti divisi in due nuovi appuntamenti
Domani sarà una giornata a dir poco interessante.
Il buon Vincenzo Cossu, organizzatore di una serie di dialoghi su “Fantascienza e Fantasy: Narrazione, Illustrazione e Graphic Novel”, mi ha invitato a prendere parte alla discussione collegandomi via skype, nel pomeriggio di domani mercoledì 25 Marzo, con l’Aula Magna dell’Accademia di Belle Arti Mario Sironi di Sassari dove la manifestazione avrà luogo.
Il mio intervento verterà sul mio modo di interpretare i rapporti tra scienza e fumetto, un rapporto che non vedo sempre in chiave divulgativa e che mi piace pensare possa avere anche una valenza diversa, se vogliamo “più alta”, come ho già raccontato in un post di qualche mese fa (1).
Alla sera, invece, suonerò all’Altotasso (2) di Bologna, un club oramai noto anche per la sua varia e coraggiosa programmazione musicale gestita da un grande amico: il pianista Alessandro Altarocca. Al mio fianco sul palco vi sarà un altro amico di vecchia data con il quale ho condiviso solo sporadiche jam session che ci hanno fatto sempre ipotizzare di poter un giorno collaborare.
Si tratta del chitarrista Domenico Caliri (3) al quale di recente la rivista Musica Jazz ha dedicato un bellissimo articolo-intervista. Domani il nostro duo compirà il primo passo nella costruzione del nostro nuovo progetto musicale da lui battezzato, guarda caso, Steps.
Divulgazione astronomica dal mattino al pomeriggio inoltrato, fumetto e astronomia immediatamente dopo e a seguire jazz.
Ecco il mio mercoledì. Non so cavalcare onde standomene in piedi su una tavola da surf, ma concedetemelo: voglio riguardarlo ugualmente come un mercoledì da leoni.
SZ
1 – https://squidzoup.com/2014/10/19/il-punto-della-situazione/
3 – http://www.domenicocaliri.com/
AstronoGia? ArcheoNomia? PsiCosmologia?
“… e l’archeologia in qualche modo si può accostare alla psicanalisi. A Freud, soprattutto, che ne fa una splendida metafora dello scavo interiore”.
Ad affermarlo sulle pagine di La Repubblica Cult è Andrea Carandini (1), noto archeologo, futuro presidente del Fondo Ambiente Italiano.
In questa interessantissima intervista (molto bello il finale nel quale pericolosamente mi identifico) condotta da Antonio Gnoli, ho trovato spunti che non ho potuto fare a meno di tradurre all’impronta in argomenti a sostegno di idee a me più familiari.
L‘archeologia, si sa, condivide molto anche con l’astronomia e, anzi, credo che l’analogia tra lo studio del cosmo e quello dell’antichità tramite scavi e reperti sia molto più calzante di quanto non lo sia quella con la psicanalisi: la radiazione elettromagnetica alla base delle nostre ricerche sul funzionamento del cosmo ha di sicuro più a che fare con la nostra storia di quanto non competa a tantissimi altri aspetti della nostra cultura.
I fossili di ciò che era la materia prima del nostro arrivo come misuratori umani, possono essere trovati in tutto ciò che la luce in arrivo da lontano ci narra. Stando così le cose, per una sorta di proprietà transitiva delle metafore, grazie al Carandini potremmo dire che l’astronomia è simile alla psicanalisi per il tramite del medio proporzionale archeologia: da qui studiamo un’infanzia cosmica nella quale si annida l’Es universale, quello responsabile dei comportamenti naturali che oggi osserviamo.
E poi è cosa nota: studiando il cosmo, nel suo insieme come nelle sue parti, si pone sotto la lente di ingrandimento anche l’uomo con i suoi errori, i suoi gusti, le sue aspettative e le sue idiosincrasie. Siamo cosmo anche noi. E, evitando di dilungarmi in questa direzione, il cerchio ellitticamente si chiude.
“Lo sa cosa si diceva di Roma?”, confida l’archeologo, “Che era stata fondata tra il sesto e il settimo secolo avanti Cristo. Scavo – tra le case dei consoli, sotto i magazzini della sacra via – e scopro degli edifici che non sono dei templi, ma delle case dell’aristocrazia. Che faccio mi fermo? No, proseguo. Mi accorgo che sotto c’è un mondo diverso. Affino le mie tecniche stratigrafiche e scopro di esere entrato nel regno delle costruzioni effimere, fatte di legno e argilla. É una Roma che non ci si aspetta, databile intorno alla metà dell’ottavo secolo.
A questo punto Gnoli chiede in cosa consista il fascino della fondazione e l’archeologo risponde:
“Si cerca il limite oltre il quale non c’è più nulla. Si va indietro, indietro, inidetro. Perché? Chi ce lo fa fare? Semplice: ogni uomo non può fare a meno della sua origine. E lo stesso dicasi per la città. E perfino per i viaggi.
“L’origine sovente è avvolta in una leggenda”, incalza Gnoli
“La leggenda è il rumore che sta sotto alla storia. A volte è un canto, a volte un grido. A volte un suono stridente”
“E la leggenda di Roma?”
“Si dice che Romolo fondò Roma dal nulla. Possibile? No.”
L‘agnostico Carandini – proprio lui si definisce tale in un video che ho trovato su youtube (2) – mi ha convinto definitivamente dell’analogia tra la sua materia e lo studio delle nostre origini cosmiche come anche del microcosmo e, compiendo un gioco che mi piace spesso fare, mi diverto a sostituire negli estratti di intervista precedenti, “universo” al termine “Roma”, “religione” a “leggenda” e “Dio” a “Romolo”.
A volte, si dice che la fede sia un dono e credo lo si faccia in riferimento allo stato di inebriante estasi che immagino possa regalare il sentirsi a un passo dall’aver compreso tutto, magari avvertendo anche che “tutto ti ama”. Se può condurre al benessere, sono convinto di questo valore del credere. Resta il fatto che come dono, oltreché indesiderato, la fede possa rivelarsi anche un ostacolo enorme che si frappone tra chi cerca e il cercato.
Di parafrasi in parafrasi, e prendendo in prestito proprio le parole dell’intervistato, mi ritrovo allora a immaginarmi astronomo-archeologo di fronte al problema della fondazione del Cosmo. Un dilemma si para dinanzi a me: Che faccio mi fermo? Smetto di scavare?
No, proseguo.
SZ
1 – http://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Carandini
2 – https://www.youtube.com/watch?v=cjoIspRxEhQ
Sottofondo: Elgar, Enigma Variations















