SOLO, DUO, TRIO – Senza un Piano di Riferimento

Copertina-Solo-DUO-TRIO

É finalmente uscito il mio nuovo CD SOLO, DUO, TRIO.

Dico “finalmente” in quanto l’ho registrato ben otto anni fa.

Per pubblicarlo ho atteso il momento giusto e, soprattutto, l’etichetta giusta e, una volta trovata nella label bolognese a simple lunch, ad essa ho affidato il precedente CARONTE, questo nuovo CD e anche il prossimo, PAIDEIA, che uscirà entro l’anno.

In SOLO; DUO, TRIO esploro diverse soluzioni di impiego del mio strumento, l’armonica cromatica. L’idea di SOLO non poteva che partire da Bach il quale, forse per primo, ha evidenziato le enormi capacità tecniche ed espressive di strumenti prima trattati più come elementi comprimari di una formazione che come unici protagonisti della scena.

I brani in TRIO tentano di riprodurre la bellezza essenziale, pulita e necessaria di quella formazione così come interpretata da Joe Henderson, Chet Baker, Bill Evans, Keith Jarrett, Brad Meldhau, …

In essi, come anche in quelli in DUO, uso quindi la mia armonica cromatica come strumento… armonico, chiedendole non solo di assolvere al ruolo di strumento solista, che le è proprio, ma anche a quello di strumento che accompagna con pezzi, brani, sunti di accordi (e il ritmo del mio dito indice sinistro) uno sferzante flauto dolce basso, una caldissima voce femminile e l’azione sonora di contrabbasso e batteria.

Un grazie di cuore a Paolo, Giancarlo, Lara e Gianluca per il loro indispensabile e prezioso apporto.

01 Da Solo                                          (Angelo Adamo)

02 Prelude From Cello Suite N° 1 in G BWV 1007 / All Blues / Second Minuet From Cello Suite N° 1 in G BWV 1007       (J.S.Bach/Miles Davis)

03 A Child Is Born1                             (Thad Jones)

04 Pre Baby Blues2                             (Angelo Adamo)

05 Homework Song1                           (Angelo Adamo)

06 Footprints                                      (Wayne Shorter)

07 Song For My Father3                     (Horace Silver)

08 Goodbye Porky Pie Hat                 (Charlie Mingus)

09 Sunday Walk Blues4                       (Angelo Adamo)

10 Prelude from Cello Suite n° 2 in D minor BWV 1008 / So What (J.S.Bach / Miles Davis)

11 Get Lost                                         (Gianluca Barbaro)

12 Freddie Freeloader                       (Miles Davis)

13 My Romance                                  (R.Rodgers, L.Hart)

14 Sunday Walk Blues 2nd take          (Angelo Adamo)

15 Rifiorirai In Quel Prato3                (Angelo Adamo)

 

  • Dedicato a Giovanni Adamo, mio figlio.
  • Dedicato a Elisa Manelli
  • Dedicato a Giovanni Adamo, mio padre.
  • Dedicato a Elena Codogno

Angelo Adamo: Chromatic Harmonica

Paolo Ghetti: Double Bass

Giancarlo Bianchetti: Drums

Guests:

Lara Luppi: Voice on 7, 13

Gianluca Barbaro: Bass Recorder on 5, 11

Angelo Adamo plays Suzuki Harmonicas

Photo: Elisa Manelli

Recorded on 4 June 2012 at

MODULAB RECORDING STUDIO

Via Del Lavoro 9 – 40033 Casalecchio Di Reno (BO)

http://www.modulab.it/

Mixed By Marco BiscariniProva 3 copertina

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 44

STESSO MAZZO, MA SEME SBAGLIATO

Giorni fa mi è capitato di vedere il commento di un mio amico di Facebook che se la prendeva con chi, a suo dire, si fa portatore di un uso “violento e intimidatorio della propria millantata scienza”. In quel post concede che esista l’arroganza degli ignoranti, ma trova “quella degli eruditi doppiamente ingiustificabile”.

Non so perché – in fondo, non vengo citato – ma mi sono sentito egocentricamente tirato in ballo: come ho già avuto modo di raccontare, un blog non permette di sapere chi ti segue, almeno fintanto che qualcuno non decida di esplicitare la sua appartenenza alla schiera dei tuoi lettori (o dei detrattori). Questo mio amico non ha mai rivelato alcunché, ma come Facebook mi ha mostrato il suo post, così immagino abbia fatto anche con i miei, avvertendolo che ho pubblicato diversi articoli (e poi, diciamo che ho anche qualche metodo per verificare alcune ipotesi…).

Se sono (anche) io il bersaglio di quelle parole, credo di essere stato davvero frainteso, e cercherò qui di spiegare perché. Avrei preferito di gran lunga una chiacchierata a 4 occhi, ma evidemente, chiunque fosse il suo obiettivo, l’accusatore ha evitato di infastidire direttamente l’accusato (“Tenetemi! TENETEMI! Ti è andata bene che mi hanno tenuto, sennò…”).

Ci arrivo da lontano, ma non preoccupatevi: convergo presto.

 Lo studio della cosmologia pare suggerire che del cosmo vediamo solo il 4-6% della materia presente al suo interno. Tutto il resto, il suo contenuto oscuro suddiviso tra materia esotica ed energia di non si sa bene quale natura, ci sfugge. Questa, se volete, è una bellissima occasione per dare una valutazione numerica della nostra limitatezza o, se preferite, della nostra ignoranza abissale.

Ciò però non vuol certo dire che, parlando di simili argomenti aventi a che fare con la natura del cosmo su grande scala, la sua storia e la sua estensione, quella percentuale possa far tentennare davanti alla possibilità di chiedere lumi sulla materia astrofisica a un pizzicagnolo, a un virologo, a un bancario o a un cosmologo.

È chiaro che, per quanto socraticamente ignorante – in fondo, sono gli stessi cultori di quella materia ad aver dichiarato di non conoscere più del 90 % della loro materia – il miglior referente rimane il cosmologo al quale smetterò di far domande nello stesso preciso istante in cui la discussione virerà su argomenti tipo la ricetta della carbonara, come si combatte il CORONA Virus o i tassi di interesse attualmente previsti per un mutuo.

Se davvero sono io il destinatario degli strali del mio amico, o se anche, uno fra tanti, facessi parte della categoria che intendeva colpire, mi dispiaccio per l’aver dato un’idea di me di quel tipo e a mia difesa faccio notare che in tutti i miei post non ho fatto altro che rimarcare la mia estraneità ai fatti: in quanto esperto, anzi, in quanto venditore di una “millantata scienza” diversa da quella di cui mediamente parlo in questi giorni, ho sempre tenuto a dire che mi rimetto nelle mani degli esperti, quelli veri.

Cerco quindi di attenermi a quello che dice l’Istituto Superiore di Sanità, scelgo di seguire i consigli della Protezione Civile, quelli dei medici e virologi che anche ora, mentre sto scrivendo, sono impegnati sul fronte della malattia, piuttosto che seguire i grafici dei miei colleghi astronomi come anche i consigli di chi non fa altro che cercare che tentare di dedurre da presunti principi universali la giustificazione per la propria comprensibile, ma non per questo meno insana voglia di uscire di casa.

Se non sono io il destinatario, trovo comunque che si tratti di uno di quei post strappa applausi – inutile dire che ne ha ricevuti tantissimi – in cui si spara in aria cercando solo di far rumore. I botti della festa del patrono, si sa: piacciono. Non li ho mai graditi, ma non posso che riconoscere il loro successo mediatico.

Il cecchino, di contro, è efficace e decisamente più onesto in quanto sceglie un obiettivo preciso. Colpendolo, con la sua azione dichiara in modo non ambiguo cosa davvero voglia e non lascia spazio a rose con troppi petali di interpretazioni possibili.

Prendersela con tutti equivale a non prendersela con nessuno. Il ruggito del coniglio (cit.) non credo serva a molto se non, come in questo caso, a spargere un insano dubbio.

Di contro, sempre in queste giornate, un altro mio amico e collega (che lui mi perdoni se lo definisco tale: nel nostro campo non sono di sicuro alla sua altezza, e nell’affermarlo, credetmi, non sono affatto ironico), mi ha fatto sapere, stavolta con apprezzabilissima chiarezza, ma finendo poi con l’usare toni non del tutto leciti (lo perdono: si esprime meglio con i numeri), di non essere d’accordo con me sulla spinosa questione di stabilire se i dati forniti dalle autorità siano da considerarsi attendibili o meno.

A parte concordare su una certa nebulosità comunicativa degli enti prima citati, tutta giocata su accezioni dei termini usati precise per gli esperti, ma del tutto ambigue per un pubblico generico – chissà, forse parlerò di questo problema nei prossimi giorni – credo che si tratti sempre e solo del solito spostare il problema: non sarà certo l’ostensione dei “grafici e dei tabulati giusti” debellare il COVID 19.

La sola competenza scientifica di un argomento seppur vasto, ma comunque specifico come la cosmologia, credo sia quanto di più pericoloso esista per farsi una idea precisa di pezzi specifici della realtà che non siano quelli appartenenti a questo ambito di studi e a suoi strettissimi parenti.

Mi spiego, anche se mi sento un po’ idiota a rimarcare ciò che dovrebbe essere lapalissiano: se devo parlare del contenuto di materia dell’universo, tu cosmologo sei di sicuro l’interlocutore ideale, ma qui – immagino tu l’abbia notato – si sta parlando dell’incidenza di un particolare fenomeno di cui si occupa una scienza non tua.

Ergo, qui l’esperto non è il pizzicagnolo, non è l’economista, ma non sei nemmeno tu. Qui, che ti piaccia o no, l’interlocutore giusto è il medico in corsia, il ricercatore dell’ISS o l’infermiere.

, all’ordinario di astrofisica e cosmologia che può divertirsi a studiare l’evoluzione dell’epidemia come fosse l’evoluzione chimica del cosmo, preferisco l’infermiera che abita sopra di me e che mi racconta di quanto le strutture sanitarie pubbliche e private nelle quali lavora siano allo stremo.

Preferisco anche la narrazione del mio amico pneumologo e finanche quella dell’ortopedico, quest’ultimo tra l’altro impegnato pure lui contro un virus che non aggredisce di certo le ossa e costretto a rimandare a data da destinarsi tutte le operazioni di anca e ginocchio: quelle di solito garantite da una clinica specializzata nella soluzione di quel tipo di problemi e da un mese e più piena di malati di CORONA virus: la sua nuova priorità; il suo nuovo e si spera temporaneo core business.

Il frutto del divertimento dei miei colleghi – se avrò tempo, e se sarò capace di farlo – forse lo affronterò a emergenza finita, riguardandolo come un bellissimo e importantissimo case study da citare per rafforzare quella famosa idea di uniformità della natura di cui evidentemente sia io che il mio collega siamo ferventi assertori, ma che mi perdoni: dei suoi sofismi (sì, al momento non sono nulla di più), giustificati o meno che siano dai dati che ha scelto di assumere come buoni per motivi suoi – la sua voglia di uscire? La sua voglia di essere “contro”? Esibizionismo? … – al momento nessuno sa proprio che farsene.

Quando il mio amico scrive (tra l’altro, esprimendosi molto bene) che “lo spessore intellettuale richiede un’attitudine, una predisposizione, che può esistere o non esistere a prescindere dall’erudizione, e che ha a che fare con la capacità di intuire e di desiderare”, arrivando poi a citare il motto socratico che esalta il valore del capire di non sapere; quando condanna l’assenza totale di saccenteria tipica degli stolti, pur dicendolo con una eleganza e una chiarezza da far quasi venire voglia di credergli e tributargli un ulteriore applauso, a bocce ferme rivela il punto debole del suo punto di vista.

Punto debole che cercherò di evidenziare con una battuta iperbolica, esagerata, ma giustificata da quanto da lui affermato.

Se davvero crede in ciò che dice, assumiamo subito nelle strutture sanitarie maghi, santoni e uomini della medicina reclutati in lontani e sperduti villaggi di chissà dove: chi meglio di loro potrà soddisfare il suo bisogno di scoprire che l’esperto alla fine non esiste, che il re è nudo, che tutti possono dire ciò che vogliono sperando, anzi, prentendendo di essere sempre e comunque ascoltati anche su argomenti così particolari e delicati come la soluzione di una pandemia?

Che dimostri lui per primo cosa e come bisogna fare, chiedendo aiuto per un suo eventuale problema medico non al servizio sanitario nazionale, già in ginocchio per il troppo da fare, bensì al suo vicino di casa, al pizzicagnolo, al cosmologo e al bancario.

Se sei dottore in giurisprudenza o che so io, in casi come questo che stiamo vivendo devi scegliere di avere solo giuste e difendibili opinioni, abdicando però pubblicamente a favore di chi sa davvero ciò che serve sapere, o di chi ha i titoli per affermarlo. Puoi pretendere un dialogo, ma non credo sia un bene armarsi di rabbia e scagliarsi con una ùbris simile, anche se generica, a quella che condanni.

Mi sono accorto anche io dell’esistenza di personaggi che, oramai divenuti fastidiosi riferimenti televisivi, meritano di sicuro i tuoi attacchi, ma per ognuno di loro, ce ne sono tanti altri che raccontano dal basso la stessa situazione con toni più umani e accettabili e con consapevolezze spesso maggiori di chi oramai tiene d’occhio più lo share, la diffusione virale della sua faccia che non i dati circa la diffusione del virus, quello vero.

Fare polemica contro quei personaggi li rafforza, ma se il bersaglio non è dichiarato in modo preciso, ha anche l’effetto di indebolire chi davvero sa e, proprio per questo, si sporca le mani in corsia.

Troverai così folle di persone che come me e te non sanno nulla di medicina e affini e che, incoraggiate anche dalle tue parole, pretenderanno di spiegare ai medici come si opera, ai capi della protezione civile come si agisce sul territorio, ai virologi la vera origine del virus.

Personalmente so che devo farmi da parte, scegliendo di giudicare solo gli atteggiamenti dei miei pari e accettando con umiltà che i fari utili a vedere chiaro fra le carte del problema odierno siano quelli in mano ad altri.

Caro amico e caro amico-collega, riconoscete con me di non sapere nulla del gioco che si sta facendo a questo tavolo; tu, collega, riconosci il limite della nostra bellissima scienza e tu, amico generico, quello della tua materia umanistica; facciamocene una ragione e calmiamoci tutti, anche se ci sembra proprio di avere in mano carte bellissime, veri e propri “carichi”.

Chiudiamoci in casa e attendiamo, che la briscola non è a prosciutto, galassie o mutui. Dobbiamo giocare subito una carta, e la briscola è a virus.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 43

(RI)NASCERE DENTRO

 Esiodo narra dei figli di Gaia, la madre Terra, e di Urano, il Cielo, che nascevano nel ventre della madre ma non vedevano mai la luce per la opprimente presenza del padre che copriva incessantemente la dea, fecondandola senza sosta.

La ribellione a un certo punto fu forte e carbonara: Crono, uno dei tanti figli nati in cattività, accettò di farsi armare la mano dalla madre la quale gli consegnò un falcetto col quale lui evirò il padre.

Questi, in preda a un dolore fisico e morale indicibili, finalmente liberò la consorte dal suo abbraccio serrato e si allontanò lasciando ai figli la possibilità di venire alla luce, di venire al mondo, sul mondo, e di vivere la loro vita.

Crono, armato di falcetto – a questo punto, mi chiedo se non abbia poi trovato traduzione nell’immagine della grande mietitrice – diventerà il nuovo padrone del mondo. La storia si ripete: anche lui verrà a sua volta destituito da Zeus, uno dei suoi figli ma, a differenza di suo padre Urano, riuscirà a mantenere un notevole controllo su tutto: quasi un governo ombra, agisce indisturbato insinuandosi in tutti gli avvenimenti col suo potere… temporale.

Questo accadeva nella notte dei tempi. Invece nel giorno dei tempi, al giorno d’oggi, a oscurare i nostri cieli è stata l’emergenza: se prima avevamo stelle, ora abbiamo lampadari; se prima la promessa era quella degli ampi spazi aperti, ora siamo chiusi nell’aria viziata dalla nostra stessa presenza.

In queste condizioni si può ancora nascere dentro come pure fecero i fratelli e le sorelle di Crono? La mia personale risposta è sì, e ne ho le prove: oggi, 21 Aprile 2020 è ufficialmente nato un mio nuovo figlio.

Ufficialmente la fecondazione è avvenuta il lontano 4 Giugno del 2012 nella sala di registrazione Modulab Studio di Casalecchio di Reno (BO), ma da allora non si erano ancora verificate le condizioni giuste per farlo venire alla luce. Non era ancora Crono; non era ancora tempo.

E oggi, dopo quasi otto anni, posso presentarvi SOLO, DUO, TRIO: il mio nuovo CD nato in cattività dall’incontro tra il mio progetto e la casa discografica a simple lunch che ha già accolto due miei lavori: il primo, Brother Buster, è un CD registrato in duo con il pianista e compositore Marco dal Pane col quale interpretiamo sue musiche originali, nate per commentare il film The General di Keaton. Il secondo, Caronte – tra Calabria e Sicilia, è invece un progetto del tutto diverso: lì affronto da solo, sovraincidendo diversi strumenti, un repertorio di miei brani originali dedicati alle mie origini miste.

Si tratta di un disco di jazz con alcune brevi divagazioni classiche compiute grazie ad alcuni brani di Bach per violoncello solo che ovviamente affronto con un piglio  jazzistico, diverso da quello classico che ho usato nei video del progetto Te Mundum (Laudamus).

In questo progetto convergono almeno tre anime differenti, entrambe accomunate dal bisogno di emanciparmi dalla presenza di strumenti armonici che sostengano le note della mia armonica. A differenza degli altri strumenti a fiato, l’armonica può fare pezzi di accordo e da tempo mi sono dedicato a sviluppare una tecnica che mi consente di suonarli facendo intuire le note che, pur se assenti, suonano nella testa di chi ascolta quasi per simpatia.

Una delle due anime di cui dicevo è quella che spesso spera di rimanere… SOLO e lo dichiara procedendo lungo il percorso già tracciato in QUANTA (Map, 2000) e CARONTE, due CD di ispirazione decisamente ECM. Un meta-progetto, quindi, tutt’altro che concluso e che prevede per il futuro la registrazione di un disco in totale solitudine, senza cioè l’apporto di altri e altro (qui altro sta per le elettroniche usate in molti brani di QUANTA e CARONTE).

Quando sarà, e sarà molto presto, affronterò la sala di incisione così come già da tempo affronto molti palchi: da solo con l’armonica e null’altro a distrarmi (e aiutarmi) dalla ricerca di ciò che davvero posso dire quando costretto, come in questo periodo, a un certo solipsismo musicale. Tra le tracce di questo nuovo lavoro, è possibile trovare due tracce registrate in totale solitudine e che per questo anticipano il carattere di quel progetto futuro.

La seconda anima è quella che ama intavolare un intimo dialogo tra due interlocutori. Seguendo questa tendenza, mi sono ritrovato a far colloquiare la mia armonica con la voce di Lara Luppi e il flauto dolce basso del polistrumentista Gianluca Barbaro: due persone alle quali sono profondamente legato da anni, sia da un punto di vista artistico che, soprattutto, umano.

La terza e ultima anima è invece quella che, stimolata dall’ascolto di pietre miliari che portano il nome di Joe Henderson, Chet Baker, Bill Evans, Keith Jarrett, Police, … – registrazioni nelle quali il perfetto equilibrio del TRIO rivela tutta la sua rotondità – tenta, irriverente, di produrre con un’armonica qualcosa che abbia anche solo lontanamente la stessa essenziale ed equilibrata bellezza.

Suonando la mia armonica in modo… armonico, mi ritrovo così a completare il quadro di insieme già perfettamente delineato dalle note del contrabbasso di Paolo Ghetti, mentre il mio dito indice sinistro, battendo sulla piccola cassa armonica della SUZUKI SCX 64, si sovrappone alle complesse tessiture ritmiche della batteria di Giancalro Bianchetti.

In definitva, sono felice che sia arrivato il tempo di ribellarsi alla condizione di innascibilità che fino a poco tempo fa aveva relegato il master della mia registrazione in un cassetto. Paradossalmente, è venuto alla luce durante un’emergenza che ha convinto me e i produttori a optare per la produzione del solo formato digitale, rimandando la sua realizzazione come CD fisico a tempi migliori, se mai arriveranno.

Figlio nato in cattività, quindi. Qualcosa che potrebbe anche intristire. Per non farlo, mi ricordo che si tratta pur sempre di una nascita e che il mondo online sfugge da sotto la fessura della porta chiusa di casa mia e dai difetti dei miei infissi per effondere nel mondo della rete nel quale correre libero, lui può, per andare su tutte le piattaforme di vendita.

SOLO, DUO, TRIO – Senza un piano di riferimento ha così abbandonato anche questo mio piano terra. Trattasi dell’evasione perfetta: grazie a lui, io sono qui e altrove; ubiquo e ambiguo; metà fisico e metà metafisico; analogico e digitale; vivo e morto (cit.); SOLO e in compagnia; SOLO e DUO; TRIO e trito.

Consideratelo come un messaggio in bottiglia che spero raccogliate in tanti.

No, non lo faccio certo con l’obiettivo di arricchirmi: è onestamente molto, molto improbabile che io ci riesca con la musica che produco e con le ridicole quote sui proventi che spettano a chi, artista o produttore che sia, si lancia in simili operazioni.

Si tratta solo di lasciare traccia, indizi del mio passaggio che, oltre ai soliti fornitori di acqua, luce e gas i quali mi scrivono interessati esclusivamente a ciò che ho (?), possano condurre chi mi ascolterà fino a questa tana perché interessato a ciò che sono.

Il solito problema dei due ausiliari…

Nel frattempo, nel mentre la casa discografica combatte con un problema al server che non le consente di aggiornare subito il sito – dovrete credere sulla parola quanto detto fin qui -, ho scoperto di avere vinto un concorso all’INAF-Osservatorio di Catania.

Si torna a fare l’astronomo divulgatore!

E si torna in Sicilia!

Mi sa che stasera festeggio in compagnia: invito il mio alter-ego Angelo a dividere con me una pizza…

 

SZ

 

CRONACA VIRUS – Giorno 42

UN SALICE NERO

Maurizio, un mio grande amico e fantastico musicista che ha lasciato l’Italia per trasferirsi prima in Inghilterra, poi in Francia, ieri ha fatto avere a un po’ di noi che con lui suonavamo quando viveva ancora qui, il frutto del suo nuovo passatempo da autosegregazione:

la riorganizzazione delle foto che parlano del passato da musicisti trascorso insieme: quelle di un capodanno, una data che era l’occasione principe per guadagnare di più; quelle in locali dove lui stesso gestiva la musica, …

Un passato per moltissimi versi magico del quale ho ricordi così frammentari da farmi spesso dubitare delle mie ricostruzioni a posteriori.

Le foto che mi ha inviato, più o meno si riferiscono tutte allo stesso periodo: sono gli ultimi anni del secolo scorso e lo capisco dal look e dai miei capelli che all’epoca portavo molto, molto lunghi.

Una lunghezza che rivelava la mia natura fino a quel momento insospettata di “riccio”: bastò lasciarli liberi di crescere anche poco oltre il limite che fino a qualche anno prima ritenevo normale, per scoprire come si tendessero ad avvolgersi su loro stessi creando veri e propri tubi elicoidali nei quali mi divertivo a infilare le dita per sentirne la geometria.

Ricci che sintetizzavano perfettamente la gran confusione mentale di anni in cui gli eventi rimestavano vorticosi, senza sosta, i miei pensieri e le sensazioni, impedendogli così di coagulare a formare gangli di convinzioni granitiche: la morte di mio padre “in testa”, e poi le collaborazioni importanti, la fine del servizio militare risalente a due anni prima; il ritardo col quale mi laureai, l’incapacità di dirmi una volta per tutte che non avrei dovuto affatto decidere cosa privilegiare dei miei interessi – una priorità dei miei e non certo mia –, scegliendo piuttosto di vivere circondato da tutti loro e grazie a tutti loro; le presenze femminili che volevo tutte mie senza dovermi fermare con nessuna; l’incontro fortuito con Lulamae, la mia prima e ultima can-vivente, … mi hanno arricciato ben bene le radici mentali di quel salice piangente e nero che si rivelava all’esterno come un casco protettivo; che invitava tutti ad avvicinarsi, ma solo fino a un certo punto; solo fino a una certa distanza di sicurezza, …

Erano anni in cui la comunicazione tra le persone aveva già subito più di un boost: nelle ultime propaggini del secolo, le mail avevano iniziato a funzionare a regime e i primi cellulari dai prezzi abbastanza abbordabili concorrevano a usurpare il primo posto ai telefoni fissi.

In ogni caso, per un musicista era ancora importante trovarsi lì a casa per ricevere la chiamata di un committente su quell’aggeggio che, inamovibile, incatenato come era, stile bicicletta parcheggiata in sicurezza, a uno di quei due punti della casa dove vi era la presa Telecom, diveniva quasi un mobile: condizionava l’arredamento attorno a esso imponendo che dove vi era un telefono, doveva esserci anche una rubrica cartacea, a volte un contascatti, uno sgabello e una prolunga che si snodava come un lunghissimo boa domestico; esso, infido, si insinuava sotto le porte chiuse di stanze occupate da coinquilini con i quali non si era nemmeno apparentati dicendoti che no: non avresti chiamato e non saresti stato contattato fino alla conclusione telefonata già in corso.

A causa delle enormi differenze tra le tariffe delle chiamate su rete fissa e quelle su rete mobile, si preferiva ancora l’uso del telefono di casa. Le chiamate tra rete fissa e rete mobile erano poi da evitare come la peste: una specie di punizione divina che interveniva a ricordarti la colpa, tua o del tuo interlocutore: uno dei due era lontano da casa. Una colpa che prevedeva l’immediata condanna consistente in una spesa stupidamente, evitabilmente salata. Una consapevolezza stressante, che rendeva molte comunicazioni estremamente frettolose e scorbutiche, quasi.

In tutto questo contesto, ci si vedeva comunque di più: complice anche la giovane età, non passava sera che non fossimo tutti nei locali dove si suonava ed era lì e così che nasceva l’idea, l’esigenza di incrociare strumenti e idee, di costruire gruppi, progetti o di registrare CD.

La sensazione che non essere presenti avrebbe fatto perdere qualcosa di fondamentale, non solo soldi, ma anche occasioni, era fortissima. Allora si inseguiva un’illusoria ubiquità fisica che proprio nessuno poteva sospettare sarebbe divenuta la moderna ubiquità virtuale; quella che non possiamo proprio intuire cosa diventerà fra altri trent’anni.

Riguardo quelle foto e mi rendo conto, anche grazie al look dei miei amici e colleghi, che l’aspetto giocava un ruolo fondamentale: forse ancora troppo culturalmente vicini all’epoca pre cellulare e mail, forse scettici circa le possibilità che si stavano aprendo nella comunicazione interpersonale, il nostro modo di vestirci, di apparire, di muoverci, di arredarci, … oggi mi sembra non più un vezzo – come asserivano molti nostri detrattori – ma più che altro un vessillo, una divisa utile a a collocarci in modo preciso in una società che ci imponeva di lottare contro l’indistinzione generalizzata.

Sottoinsiemi tra sottoinsiemi, necessitavamo di spiegare le nostre capacità, il nostro ruolo, il nostro curriculum, con l’aspetto spesso bizzarro dei nostri vestiti, delle nostre acconciature e dei nostri comportamenti perché questo era o speravamo fosse farsi pubblicità; questo era promuoversi, attirare lavoro anche stando lontano dal telefono fisso: un virus stavolta domestico che ci avrebbe voluto a esso incatenati fra le mura di casa.

Oggi, me ne rendo conto solo ora, il musicista non ha più un look così appariscente. Sono pochi, e spesso appaiono ridicolmente démodé, gli artisti che si ostinano a spiegare cosa sono, cosa fanno e come vorrebbero essere considerati tramite un orpello del vestiario, un’asimmetria nell’acconciatura, un eccesso di attenzione in qualche tratto del loro apparire.

Questo ruolo è oramai lasciato a fotografie reperibili in rete, nei siti web, nei social, mentre ciò che si cerca nella vita di tutti i giorni è proprio quella indistinguibilità prima combattuta, e ora divenuta una protezione della nostra privacy.

L’odierno periodo di lockdown a parte, in casa si sta comunque molto di più, reclamando il nostro diritto a non essere disturbati, a essere contattati con parsimonia e tramite i canali consentiti.

Spesso abbiamo il numero di cellulare lavorativo e quello per la cerchia di amici. Il telefono fisso è solo un ricordo e le mail sono suddivise in tante caselle diverse. La rubrica è online, non vi sono serpenti di filo telefonico nei quali inciampare; in casa, infine, non vi è più un pezzo di arredamento, quindi un luogo, deputato alla comunicazione.

Paradossalmente oggi siamo fissi noi, mentre il cellulare è mobile.

E poi diciamocelo: foto e video di certo non ci mancano: se prima il telefono era un mobile che rappresentava se stesso, ora è mobile e, consentendoci anche di fare scatti e filmati, ci autorappresenta.

Abbiamo un repertorio così nutrito di nostre rappresentazioni visive che non so propriom come faremo tra dieci o venti anni a gestire l’eccesso di notizie circa il nostro passato. Uno zelo archivistico che, mi rendo conto, all’epoca purtroppo esprimevo solo attraverso disegni, scritti e, a volte, registrazioni audio seppellite dentro supporti oramai difficilmente riascoltabili: ho la casa piena di faldoni da commercialista che catalogano chi davvero fossi, e le foto che ieri sera mi ha mandato Maurizio servono a disegnare il contorno, il contenitore di ciò di cui qui a casa serbo memoria più per quello che conteneva, per quello che nascondeva senza però avere una memoria così precisa del nascondiglio esterno che all’epoca usavo.

Tutti questi pensieri e immagini arrivano come una piacevole pugnalata che accetto nel mentre gira nella carne allontanando strati e stati appiccicati tra loro da anni di disuso. Allora una citazione famosa, un refrain anestetizzante, mi gira in testa sotto capelli ora perlopiù bianchi e irrigiditi: confesso di aver vissuto.

Inizio questa settimana col freno a mano tirato, nel tentativo di rimanere parcheggiato ancora un po’ in quel tempo, ma so che tra poco dovrò allentare la presa.

Ancora cinque minuti e, lo giuro, mi saluto per tornare ad assecondare la folle corsa.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 41 bis

UNA SALVIFICA AUTOCENSURA

Anche per oggi avevo preparato un pezzo lunghissimo e articolato che doveva servire a motivare l’arrabbiatura generata dalla lettura di alcuni post di amici di Facebook.

Per un attimo forse irrecuperabile, mi sono osservato nel mentre scrivevo parole su parole e, spero, anche concetti su concetti, in riposta a questo e quello; destreggiandomi come un espertissimo ninja nel distribuire colpi a destra e a manca ad aggressori che mi avevano circondato quando con la loro vacua magniloquenza, quando con i loro argomenti specifici ma mal posti ed espressi in modo elementare.

Mi sono visto da fuori e ho notato come fossi alquanto ridicolo nel fare esattamente ciò che si attendevano che facessi.

Fino a quel momento avevo cancellato, riscritto, tagliato interi pezzi di discorso poi reinseriti più giù, … no, più su, sopra, sotto, di lato, … ma poi mi sono rotto le scatole.

Invito eventuali, ombrosi lettori che poi, come ieri, magari se la prenderanno con me scrivendo post falsamente generici sulle loro bacheche per evitare lo scontro diretto e riscuotendo il facile plauso dei loro amici intimi, a leggere (rileggere?) quanto espresso qui ieri e vado a godermi la mia Domenica.

La compulsività del meccanismo che porta a rispondere sempre e comunque a tutti è dannosa, quindi pericolosa.

Vado a pulire la testa dall’immondizia delle parole di chi, non appena può, dimostra di avere in uggia chi come me li richiama a una socialità consapevole e rispettosa degli altri e delle regole condivise e me ne fotto di loro e della loro retorica da quattro soldi.

E con questa seconda versione di ciò che avevo già scritto, con questo bis della mia CRONACA numero 41, chiudo la rubrica di oggi.

Buona giornata a tutti.

SZ

 

 

 

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 39

SACCHETTI DANZANTI

 La mia nuova amica di Facebook Silvia preferisce non rispondere al mio messaggio privato nel quale la ringrazio per la sua richiesta di collegamento, ma in qualche modo, senza volerlo, lo fa lo stesso.

Scorrendo giusto un po’ la sua bacheca per capire cosa pensa, cosa le piace, chi è, mi imbatto in un video che vale mille messaggi o anche una telefonata, se solo si usasse chiamarsi dopo aver stabilito un contatto virtuale.

Un video che mi sembra dire molto di lei anche se poi, si sa, certe cose dicono cose attendibili solo di te che le guardi scoprendo che per te sono così belle da ritenerle erroneamente degli universali, capaci di parlare a tutti allo stesso modo.

Abbiamo sempre una gran voglia di trovare punti in comune, raccordi fra binari persi nell’universo di possibili percorsi, corridoi nei quali camminare insieme almeno per un breve tratto, ma poi si scoprie che chissà cosa accidenti ci ha visto lei, in quel video; chissà cosa davvero l’ha spinta a pubblicarlo…

In esso, un giovane sceso in strada a buttare la spazzatura, si ritrova tutto a un tratto a calcare una scena che fino a un mese fa non poteva essere altro se non una traversa asfaltata, incorniciata da macchine parcheggiate.

Opera inconsapevole di automobilisti scenografi che, obbedendo al bisogno di lasciare da qualche parte la loro auto, da marionette in mano a un Mangiafuoco del caso che ama nascondersi, hanno contribuito come sempre ad arredare uno spazio: una scena che pedissequa ripete se stessa e ciò che è sempre stata.

Solo se vissuto con questa uguale monotonia qualcosa può, per contrasto, diventare altro e questo video sembra quasi ribaltare il famoso motto “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” rendendolo “se vogliamo che tutto cambi, bisogna che tutto rimanga com’è”-;

Sullo sfondo, il pezzo d’arte consapevole di un graffitaro che, protestando, non poteva certo immaginare di vedere la sua opera inglobata in un altra più grande e non prevista, per la quale c’è anche la possibilità che di protesta non si tratti.

Magari godrà nel sapere che le sue idee gireranno il mondo grazie a un video, e poi forse gli monterà la rabbia, pure, per aver contribuito al bello nel bello; un bello che ha neutralizzato il suo tentativo di rovinare col bello (?) il brutto (?).

Il tipo, dicevo, scende a buttare l’immondizia rigorosamente in mascherina. Sa che a osservarlo vi è un folto pubblico assiepato su una serie di palchi di primo, secondo e terz’ordine: i balconi e le finestre contemporaneamente abitati, come non mai, da segregati curiosi. Forse vi è anche il loggione dei piani più alti, quelli che vedranno meno ed è forse a loro beneficio che ciò che farà di lì a poco prevederà gesti ampi, ben discernibili anche da una grande altezza.

Parte la musica per piano solo che inonda la strada da chissà quale finestra. Una musica struggente che trasforma di colpo un tipo con una busta dell’immondizia in mano in una statua in movimento che in ciò che andrà buttato trova un prezioso partner, un necessario contrappeso/contraltare quasi da salvare.

Il suo costume di scena è quello tipico del look urbano che siamo da tempo abituati a vedere: un abbigliamento essenziale, quasi da guerriglia urbana improntato a una semplicità e praticità che di questi tempi spesso si rivela necessaria. Vestendolo lì, il giovane lascia finalmente spazio alla possibilità che diventi anche un bel vestire: lo è sempre stato, ma forse non è mai stato detto abbastanza.

Intanto al solo pianoforte si aggiungono altri strumenti: una sezione d’archi, percussioni, forse dei wood-block, un Udu Drum; una coralità latina e struggente prosegue parallela al crescere della coreografia flamenca che difficilmente può essere stata provata: per studiarla così, senza lasciare un bel po’ di spazio alla pura improvvisazione, credo sarebbe stato necessario disporre di una palestra di asfalto e saracinesche, di macchine parcheggiate e di padroni di cani che proprio non so come facciano a rimanere impassibili e a tirare oltre senza rendersi conto di essere diventati, anche solo per un attimo, parte di un’opera d’arte irripetibile, estemporanea e, grazie al video, duratura.

Nella scena musicale entra anche un coro di bambini, un elemento che d’un tratto rende una suggestione musicale da grandi qualcosa di più universale. Immagino una assurda etichetta pubblicitaria del disco preparata da un furbo venditore sulla quale si legge: adatta per un pubblico da 0 a 99 anni, e lo stesso vale anche per il video: non allude a niente di più di ciò che si vede: un’arte dal basso che fa fatica a farsi trattenere dal budello nel quale ci siamo infilati; esattamente come la Natura che in assenza di auto e persone sta pian piano, sempre più temeraria, irrompendo negli ambienti umani, l’arte si appropria, pulita, degli spazi ora disponibili, eleggendoli a teatro, atelier, tela, sala da concerto, …

Nel frattempo il danzatore continua imperterrito, dimostrando di poter anche guadagnare un rapporto diverso con l’asfalto: fino a ieri uno degli ambienti più immondi della nostra realtà, lordato da pneumatici e piscio, da cartuzze e mozziconi di sigarette, e ora palco che non scricchiola e che si accorda perfettamente con una maglietta nera; con un pantalone verde militare; con scarponi pesanti ma ora aggraziati, quasi, nati per sferrare calci o per camminare nel fango e non certo per accompagnare le evoluzioni della danza urbana.

Intanto nemmeno una macchina passa a disturbare l’esibizione. La paura e le disposizioni che hanno bloccato la frenesia autrice dello scenario, ora cooperano per far sì che il frutto dello stress possa finalmente emergere: cosa avremmo prodotto se avessimo sempre tutelato la bellezza della Natura? Forse cose meravigliose, o forse ci saremmo ripetuti all’infinito e, stanchi, avremmo iniziato a chiederci se non fosse arrivato il momento di inizare ad apprezzare il brutto.

Ovviamente non lo so, nessuno lo sa; ma so per certo che abbiamo scelto da subito di percorrere un’altra strada e ora il mondo sembra quasi dire: “ bene, è arrivato il momento di vedere quanto brutto è ‘sto brutto. Vediamo se abbiamo fatto bene ad abbandonare l’arte del bel paesaggio, della sola rappresentazione del bello in Natura. Vediamo se è valsa la pena di rovinare buona parte del mondo con strade insulse tutte uguali, contornate da auto e palazzi, tutti uguali; palazzi da adornare, imbrattandoli, con brutti graffiti che, nel tentativo di lordare col brutto ciò che i palazzinari hanno imposto come bello e desiderabile, diventano bello nel bello, bello stimolato dal bello insospettato”.

Finisce il brano, finisce l’esibizione perfetta, necessaria, pulita. Albert Garcia Sauri, questo il nome del danzatore, riprende tra le urla compiaciute e gli applausi dei loggionisti il sacchetto casus belli di questa arte povera e, immagino, si avvia a compierne il destino sapendo che ne ha comunque eternato il valore; che lo ha eletto a eroe vendicatore di tutta i sacchetti di spazzatura fin qui riempiti, chiusi e buttati via senza che nessuno o quasi si sia mai reso conto di quanto fossero belli e pregni di sintesi di realtà (sì, però continuiamo a buttarli, ok?).

Finisce tutto, ringrazio e applaudo anche io, un bel po’ commosso, dalla finestra spalancata del pc delle mie brame che mi fa vedere tutto il reame e non posso evitare che una paura torni a farmi visita: quella generata dal crescente refrain che vuole tutti in attesa di tornare alla vita di prima.

Ma davvero avete così tanta fretta? Davvero non vogliamo attendere ancora un po’ per vedere se, tenendo duro, strade, palazzi, schifo, folla, piscio, traffico, immondizia, cicche, segregazione, virus, paura, … non saranno capaci di darci ancora altro? Non abbiamo voglia di vedere quanti altri palchi nuovi e insospettati vi sono nel mondo che abbiamo creato? Non abbiamo voglia di sentire la voce di altre teste che, prima che non abbassissimo il volume di chi urla di continuo, non potevano essere ascoltate?

Vedo anche miei amici da sempre scontenti del mondo che abitavamo, non chiedere altro che un presto ritorno, e mi sorge il sospetto che le loro proteste altro non fossero che bisogno estremo di avere un nemico, e non, come professavano, sincero desiderio di vivere in un mondo diverso.

E dire che un mondo come quello nel quale danza il giovane del video di nemici ne avrebbe comunque tanti: tutti coloro i quali hanno guadagnato dalla costruzione di libere e aperte prigioni di mattoni veri e metaforici e unici, veri beneficiari di una economia drogata, continuerebbero a essere lì sullo sfondo, pronti a tornare a valle per riprendersi i loro privilegi. Ma no: molti dei vecchi nemici del regime precedente, chiamando in causa un realismo mai dimostrato prima, evidentemente amavano il mondo di prima di un amore inconfessabile, vittime incurabili di una sindrome di Stoccolma oramai conclamata.

Qualcuno potrebbe obiettare che già l’arte era entrata nelle strade; che non c’è niente di mai visto nel video. Non sono d’accordo: l’arte nelle strade è entrata da tempo, ma lo ha fatto sempre con il benestare del traffico, del rumore, della disattenzione delle strutture. Stavolta invece i rapporti di forza si sono invertiti: è il traffico che si ferma a guardare; è la gente che finalmente tace, almeno fino all’acclamazione finale; e le strutture non sono disattente: seguono piuttosto un copione.

Nel suo nuovo flash mob da solitario, Albert Garcia Sauri – questo pare sia il nome del danzatore – ci ha mostrato che, come in un blocco di marmo qualcuno vedeva una statua, dentro una persona che va a buttare l’immondizia potrebbe nascondersi una sensibilità e una varietà di movimenti altrimenti non sospettabile.

Il suo sacchetto ha poi suggerito di poter essere quando partner, quando ispirazione, quando interlocutore muto mentre la strada ha esibito virtù da palcoscenico, i palazzi di Valencia quelle di teatro; la gente ha scoperto di poter essere interessata alla danza, e io sono proprio curioso di vedere dove potrebbe portarci tutto ciò una volta spinto alle estreme conseguenze.

, perché ora credo sia giunto il momento di estremizzare l’autoanalisi fredda e spietata del processo che ci ha dominato e non credo sia il caso di assolverlo anzitempo come farebbe un genitore troppo morbido dopo solo un mese di mea culpa del figlio ribelle.

Al diavolo l’economia, anzi, al diavolo la macroeconomia, almeno quella di ieri, prodotto di un processo malato che a cascata ne genera altri evidentemente insani. Pensare solo alle tasche nel modo in cui si è sempre fatto temo ci farebbe dimenticare ancora una volta di cosa davvero sia una persona.

Una persona è quella che creerebbe straordinaria e commovente bellezza danzando anche con un sacchetto di immondizia, se solo il mondo le insegnasse a farlo e ad apprezzarlo sempre; se solo gli concedesse di farlo senza prenderlo per matto e senza schiacciarlo con la stupida fretta vestita da automobile.

 

SZ

 

 

CRONACA VIRUS – Giorno 38

Svegliarsi tutti i giorni in un mondo che vede correlazioni diaboliche tra questo e codesto, tra codesto e quello e, di ritorno, tra quello e questo, comporta che a un certo punto, per quieto vivere, ci si adatti al gioco: ubi maior

Leggo di correlazioni, anelli di complotti, che si chiudono attorno a ulteriori elementi con i quali vanno a costruire una lunghissima catena di San Fake, patrono dell’università della vita e protettore di quella della strada, e scopro che la tentazione è forte.

Allora umanamente cedo, rivaluto sospettoso la giornata di ieri e non posso non notare di avere subito un attacco degli eventi che ha del sospetto, del complotto di non so chi ai miei danni.

E allora denuncio. Sì, lo faccio! “Ma chi?”, direte voi. “Ah, saperlo!”, rispondo io, che per il momento me la prendo contro ignoti, anche se a prima vista sembrerebbe che il mio nemico sia solo il potente fato cinico e baro.

Due sere fa, mentre parlavo con mio figlio, mi è caduto il cellulare. Ero in piedi e la caduta si è rivelata fatale per il display del dispositivo che per metà appariva lesionato e nero: non potevo più digitare il pin né fare tutte le altre operazioni che oramai avvengono per il tramite di quella superficie trasparente e sensibile al tocco che ora, avendo toccato terra, aveva perso conoscenza.

Poche ore prima, proprio digitando e leggendo su di essa, avevo comunicato via whatsapp con un mio vicino, chiedendo se anche lui, che come me vive a piano terra, sentiva cattivi odori salire da lavandini & affini. Avendomi confermato che pure da lui la primavera idraulica arrivava a zaffate mortali – una nuova stagione intubata, capace, pare, di far sentire i suoi effetti malefici anche nelle case degli inquilini al piano superiore -, avevamo deciso che saremmo andati la mattina successiva in giardino a controllare lo stato dei sifoni.

Così abbiamo fatto: armati di mascherina, mai così tanto necessaria e al contempo inutile, guanti, leve metalliche, assi di legno e tanta, tanta pazienza, abbiamo iniziato a ispezionare l’immanenza del nostro condominio. Abbiamo così scoperto che tutti i punti nei quali le varie colonne dei diversi numeri civici del nostro stabile si innestano nella canaletta principale della fogna, presentavano evidenti segni di intasamento.

Inizia così una lunga mattinata di sversamenti di acqua bollente, acido muriatico, santi e madonne, seguiti da rimestamenti con lunghi assi di legno di brodaglie di cui il tacere è bello.

Alla fine, vinti nel fisico, nel naso e nell’anima, decidiamo di chiamare un’azienda specializzata proprio nel frugare nei segreti più intimi della gente: quelli davvero sintetici e forse più veritieri di una comunità all’apparenza variopinta, ma che alla fine si rivela monocolore, estremamente omogenea, sia da un punto di vista cromatico, sia da quelli olfattivo e materico.

L’operazione dei professionisti comprende essenzialmente due fasi: prima si rimuove l’”evidenza” recente e poi, tramite un tubo capace di sparare acqua ad alta pressione, si va su su a indagare “il passato del tombino” fino a raggiungere i più lontani anfratti della LAN locale alla quale si saldano tazze e lavandini dei vari appartamenti.

Il nostro microcosmo inizia così a mugghiare tenebroso, minacciando di far esplodere ovunque tavolette di water e tappi pensati per bloccare il flusso in entrata e che fanno invece temere di non riuscire a resistere al traffico di sommerso in uscita.

Il rumore profondo che squarcia i muri rivela la complessa geometria dello snodarsi del lunghissimo intestino di plastica che, tortuoso di gomiti e sifoni, si concede solo all’indiscreto tubo endoscopico degli esperti.

Ne escono così segreti dall’aspetto tetro e archeologico, quelli davvero responsabili delle peristalsi di strani boli intestinal-fogniari: vere e proprie collane di capelli lunghe anche due metri e rinforzate da fili interdentali, nonché tanto, tantissimo calcare sottoforma di veri e propri ciottoli, frammisti a pomici di detersivi e grassi alimentari.

Un riassunto a dir poco perfetto di ciò che davvero siamo, facciamo, produciamo.

Tale sintesi ci ha scollegato per una mezza giornata dal flusso di informazione della rete principale: quel web interrato nel quale la cruda verità si ritrova nei tre stati liquido, solido e vaporoso.

Per qualche ora tutti noi condomini siamo rimasti scollegati dalla lunga processione di informa-deiezioni e il sistema ci ha inviato un messaggio olfattivo di errore. Una volta andati via gli esperti, ci siamo scoperti salvi, alleggeriti da un bel po’ di quattrini, e finalmente collegati in rete: tutto scorreva, c’era campo, quello che ci evita di scendere in -.

Tornato a quel poco che rimaneva della mia giornata, ho scoperto che mi era arrivato 1) un sollecito dalla società che fornisce l’energia elettrica; 2) un altro da chi, senza avermelo richiesto a suo tempo, ora pretendeva una prova dell’avvenuto pagamento di un bonifico di cui ho parlato alcune cronache fa; 3) un messaggio da un sedicente amico di facebook, poi eliminato, nel quale, senza mezzi termini e per il tramite di un articolo-immondizia apparso su una rivista che forse meriterebbe almeno una segnalazione all’autorità competente, offendeva in vari modi chi come me ha deciso di assecondare i DPCM: una escalation di giudizi a dir poco violenti, conditi da suggestivi aggettivi come “mediocre”, “caricatura”, e tanti altri culminanti con la definizione di “traditore della patria”, vera ciliegina sulla torta.

Qualcuno ha paragonato questa quarantena a una lunga, interminabile Domenica. Dopo la giornata di ieri, mi sento di rilanciare avanzando qui l’ipotesi che si tratti, invece, di un perenne Lunedì classicamente carico di buone nuove.

L’inservibilità del cellulare che, pur continuando a suonare per l’arrivo di telefonate e messaggi, non mi faceva accedere alle sue funzioni, rappresentava un blocco, ma stavolta del mio punto di accesso alla rete telefonica e internet.

 

Sono riuscito a scoprire l’accumulo di acque reflue della mia rete social tramite l’apertura del tombino del pc attraverso il quale ho potuto continuare a rimestare in una materia simile a quella sorpresa ore prima a ribollire nella rete fogniaria e la giornata si è chiusa così come era iniziata.

Con la rottura del cellulare ho perso dati, fotografie, video, sedicenti amici, tempo, pazienza, soldi. In sintesi, ho perso tanto delle mie cose più preziose; così tanto preziose da essere ora del tutto indistinguibili nella melma calcarea dell’indistinto che tutto amalgama e riassume chi sono e chi siamo.

Si è trattato del prezzo pagato per riprendere il mio posto nel grande estuario della storia di questi giorni che della mia assenza di qualche ora, come del mio ritorno, parliamoci chiaro: non si è accorta affatto.

Un’ esperienza che mi ha consentito di fare facili previsioni sulla fine che farà il resto del mio tesoro personale quando non potrò più porre rimedio a blocchi vari delle mie reti artificiali a causa di un irreparabile blocco interno alla rete del mio corpo.

Una coincidenza? A me non pare proprio. Qui qualcuno sta chiaramente agendo alle mie spalle. Lo sento, e il fatto che tutti prima di me abbiano fatto la stessa fine scientificamente lo dimostra.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 37

IL SOFFITTO IMBIANCATO SOPRA DI ME, LA LEGGE MORALE DENTRO IL MIO IPAD

 Le fotografie di Steve McCurry pubblicate ieri da Repubblica on-line ci rinfrescano la memoria di ciò che siamo, o meglio, di ciò che fino a ieri noi italiani eravamo agli occhi di chi italiano non è.

Scatti dai quali sembra emergere una strana declinazione tutta italica del cosiddetto Antropocene: la nuova era geologica caratterizzata dal forte impatto umano sulla Natura ottenuta rubando il lavoro all’Olocene: l’era geologica alla quale si pensava di appartenere ancora, almeno fino a prima di accorgerci di quanto abbiamo inciso sulla salute e sull’aspetto del nostro pianeta.

Quelle foto mostrano una via tutta nostra al dominio dell’ambiente: una rara integrazione tra bellezza del mondo e bellezza di volti, atteggiamenti, architetture.

Lo sappiamo già da tempo, e quelle foto in parte lo riconfermano, che la nostra cifra di popolo è proprio questa: difetti a parte, dimostriamo di possedere una rara capacità di riflettere il sorriso della Natura che abita lo stivale sullo specchio dei nostri visi e delle nostre piccole, grandi opere.

Qui da noi, uno dei tratti fondamentali del modo di vivere è la vicinanza reciproca: un paese più lungo che largo, con strade e marciapiedi che, stretti anche loro, sembrano risentire di quella particolare conformazione geografica: le coste premono dai lati verso l’interno, fanno alzare Appennini ed Alpi e strizzano le città nelle quali le strade, altrove arterie, diventano vene e fragili capillari.

Quella strettezza pare trovare traduzione in uno spontaneo contatto umano (o è l’inverso?): la nostra naturale tendenza ad avvicinarci a poca, pochissima distanza da un amico, un parente, ma anche da qualcuno cui chiedere l’ora, dalla persona casualmente incontrata alla fermata dell’autobus, da chi ci precede in fila in banca (quando non tentiamo di sorpassarla…), all’estero viene spesso vista come una minaccia.

Come mi raccontava un paio di settimane fa la mia amica Sabrina che si è trasferita a Londra già da qualche anno, trovandosi a transitare in senso contrario nello stesso corridoio, due colleghi inglesi tendenzialmente si fermano, o quantomeno rallentano appiattendosi contro il muro così da facilitare il passaggio dell’altro (o per evitare uno sconveniente contatto).

Di contro, l’italiano tende a procedere senza accennare a fermarsi, magari guardando dritto negli occhi, sorridendo e, a volte, pure abbracciando.

Per capire, poi, come questo distanziamento naturale e culturale sia particolarmente diffuso nel resto dell’Europa (immagino che in Spagna, Portogallo e Grecia le cose vadano in modo del tutto simile a quelle italiane), basti vedere come, ad esempio in Svezia, la gestione dell’emergenza sanitaria sia stata improntata sulla fiducia incondizionata nella naturale tendenza di quelle popolazioni a vivere tutti a distanza di sicurezza. Per la cronaca, pare che la cosa non abbia dato affatto i risultati previsti, dimostrando che quel famoso metro di distanza è abbastanza inefficace.

Tra non molto riprenderemo a uscire. Ne sono sicuro: interpretando le numerosissime voci che provengono dalla base, il governo sta lavorando sull’ipotesi di una progressiva ma abbastanza veloce riapertura di tutte le attività commerciali.

Si tratterà della tacita dimostazione di una certa permissività verso coloro i quali decideranno di andare a comprare tutti quei beni che di prima necessità certo non sono e allora non posso fare a meno di chiedermi come potrebbero apparire le fotografie di un Curry tornato qui in visita all’indomani della fine dichiarata del lockdown.

Nelle sue foto, la Natura che sembra proprio aver indossato un vestito botticelliano tra i più belli del suo cambio primaverile, continuerebbe a essere quella già celebrata dai suoi scatti pubblicati ieri.

Così anche i monumenti che, con quello sfondo, rilucono di uno splendore rinnovato. Le persone, un po’ più pallide, stavolta probabilmente stonerebbero su sfondi così variopinti mostrando volti più dimessi, in alcuni casi mesti, spesso impauriti dalla prospettiva di un contatto anche solo casuale con qualche vicino, inconsapevole veicolo di contagio.

Una volta finita la segregazione, non saremo più connessi dalla sola rete che, non toccata dal virus – quello biologico, intendo -, ci ha fino ad ora consentito di comunicare stando tutti alla distanza di almeno un nodo gli uni dagli altri.

Apparirà allora chiaro che solo essa garantisce di stare alla distanza giusta per intavolare una comunicazione interpersonale priva di rischi.

Riallacciare i nodi di una rete reale – quella che per far sì che ci si possa parlare, porta la distanza utile all’ordine del metro, un tratto coperto molto facilmente dalle pericolose particelle di saliva e dagli ancora più pericolosi starnuti – non potrà che farci temere costantemente per la nostra incolumità.

Quando ci incontreremo di nuovo, giudicheremo inopportuno l’avvicinamento cui eravamo avvezzi e non potremo fare a meno di confrontarlo con quello che ci imponeva internet, nel frattempo dimostratosi un ambiente igienico e sicuro.

La rete ci avrà quindi insegnato un codice di comportamento che definirei etico, oltreché elegante: in fondo molti, se non addirittura tutti i codici della cosiddetta buona creanza che mettiamo in relazione a una certa estetica dei rapporti, hanno una precisa e mai abbastanza ricordata origine in antichi modi di risolvere crisi sanitarie.

Avere, ad esempio, le unghie lunghe e sporche è sì antiestetico, ma lo giudichiamo così perché indice di poca igiene, quindi pericoloso per la salute.

Almeno fintanto che si serberà memoria di questa epidemia – memoria cosciente o, come quella di tutti i galatei diffusi, incosciente – il web rappresenterà l’optimum comunicativo; il mezzo più rispettoso per mettersi in contatto con l’altro; la misura minima di distanza per ottenere la misura massima di sicurezza.

La rete potrebbe di conseguenza diventare un modello di buona educazione nel dialogo, andando a risolvere parte dell’annoso problema dell’Intelligenza Artificiale di insegnare a un computer alcuni dei valori morali che fino a ieri non sembrava importante decodificare numericamente.

Questo perché potrebbe essere lei, la rete, il modello cui riferirsi per capire cosa sia meglio fare: l’intelligenza diffusa che risiede nel complesso delle connessioni di fibra, cavo ed etere, rappresenterà un valido template comunicativo cui ispirarsi.

A questo, si aggiunga anche l’introduzione di un’altra classe di connessioni: quella dei malati di COVID 19 o dei portatori asintomatici che, sulla scorta di quanto già fatto in Corea del Sud, pare verranno pure qui mAPPati da opportune app da scaricare su tutti i nostri cellulari.

Una rete nella rete, quindi, che condizionerà molti dei nostri gesti reali suggerendo, ad esempio, tortuosi slalom durante passeggiate altrimenti rilassate.

Se è vero, quindi, che l’era geologica nella quale abbiamo vissuto fino a ieri è stato l’Antropocene, temo si sia trattato della fase più breve di tutta la cronologia del nostro pianeta.

Essa sembra infatti star cedendo velocemente il passo a qualcosa di simile al Silicene o al Web-cene: una fase ulteriore che vede la realtà virtuale innestarsi prepotentemente sul corso degli eventi umani, vendicando così la violenza da noi operata su quelli naturali.

Vero, la rete l’abbiamo creata noi, un dato che parrebbe inserirla di diritto tra le innovazioni dell’Antropocene così come noi siamo figli delle ere naturali precedenti; ma ora siamo noi a subirla, a esserne dipendenti, e per capire quanto, basta fermarsi a meditare su cosa accadrebbe se, come già ventilato diverse volte, crollasse sotto il peso del traffico di dati sempre più ingente che su di essa corre.

Avanzerei addirittura l’ipotesi che si sia arrivati al punto di dover usare gli argomenti di cui a suo tempo si servì Malthus per dimostrare l’impossibilità di sostenere la popolazione terrestre in rapida crescita col solo sfruttamento agricolo delle terre coltivabili.

Se sostituiamo a popolazione terrestre il numero di internauti e a terre coltivabili la rete vere e propria – quindi non il nous che da essa sembra emergere, ma la sua parte hardware che cresce tentando di stare al passo del bisogno sempre maggiore di riversare in essa tutti i nostri dati e i nostri rapporti personali e lavorativi – potremmo arrivare anche noi a scoprire l’insostenibilità del sistema già intravista da Steve Jobs.

In conclusione, sono sicuro che troveremo il modo di declinare il nostro spirito italiano adattandolo alla nuova situazione, ma mi sa che per un po’ nemmeno un occhio attento come quello di Curry riuscirà a cogliere i nostri nuovi sorrisi.2 sulle sue magiche pellicole.1.

SZ

Le Ragioni Di Un Pavido Spiegate Ai Coraggiosissimi Rivoluzionari (che però non si assumono per iscritto alcuna responsabilità)

Riporto di seguito ciò che ho scritto in risposta a un post su facebook di una mia ex-amica.

Mi aveva redarguito sostenendo che, venendo meno al patto alla base stessa dell’esistenza dei social, non avessi nessun diritto di scrivere certe cose sulla sua bacheca.

O tempora! O mores!

SZ

Ciò che il COVID 19 è davvero capace di fare non è chiaro a nessuno. Gli esperti sono tali in riferimento a virus simili, ma capire questo che ci sta aggredendo ora richiede, come gli altri hanno richiesto in passato, una sperimentazione molto più lunga. Chi decide per l’intero paese consulta gli esperti (io non lo sono. E non lo siete nemmeno voi) e, scoprendo che non hanno ancora dati certi, cerca di limitare i danni con decreti precauzionali. Forse troppo precauzionali, o forse troppo poco. La storia futura ce lo spiegherà, ma intanto abbiamo davanti due possibili scenari: Scenario 1) Lo stato non impone regole comportamentali rigide e magari anche esagerate, cui attenersi; a farne le spese è il cittadino X che si ammala e muore. Nel momento in cui questo succede, decine, centinaia di migliaia, milioni di persone se la prendono con lo stato per non essere stato categorico nell’impedire a X di muoversi. Scenario 2) Lo Stato agisce come sta agendo, ovvero decretando che bisogna attenenersi a principi precauzionali dettati dal fatto che ognuno di noi potrebbe involontariamente diventare una cavia utile per capire come davvero si comporta il virus. Si potrebbe anche teorizzare che ammalandosi, X stia in realtà aiutando la scienza, ma il problema è che, andando in giro, X infetta Y, Z, T, … i quali a loro volta ne infettano tanti altri mandando in tilt il sistema sanitario nazionale. Senza quindi stare a fare quelli che spaccando il capello in quattro trattando le persone infette o infettabili principalmente come individui giuridici e giuridicamente liberi (il virus dentro di loro della vostra giurisprudenza se ne fotte bellamente), decidete pure cosa volete fare: se accettate di vivere in uno stato che, magari esagerando, tutela voi, quindi se stesso, o se preferite dichiaravi paladini della libertà di scegliere sempre e comunque cosa fare perché “voi non vi fate mettere i piedi in testa! Che voi non siete mica pecoroni come tutti gli altri!” Ecc. A questo punto, però, fate sapere con chiarezza cosa fate, dove lo fate e quando lo fate, così i pecoroni che tengono alla loro pellaccia (quindi anche alla vostra) e sono costretti a uscire per fare la spesa si fanno da parte e vi lasciano la strada completamente libera per farvi dire: “visto? Avevo ragione!”

CRONACA VIRUS – Giorno 36

EXTRATERRESTRE, MI PORTO VIA

Come era da attendersi, Pasqua e Pasquetta hanno fatto registrare numerose violazioni alla raccomandazione del governo di stare a casa ed evitare assembramenti. I sostenitori del “sì, va bene la regola, però…” hanno provato a far finta che non vi fossero limitazioni, che fosse tutto normale, e sono partiti alla volta delle loro usuali destinazioni da sollazzo per festeggiare all’aperto, fra amici, giorni di grande letizia.

Non è qui che voglio parlare di cose già dette in precedenza, preferendo piuttosto confessare un sogno ricorrente, che ho fatto sia a occhi chiusi che ben aperti.

Mi è capitato spesso di teorizzare la possibilità di prendere in modo definitivo le distanze da chi ha una visione della vita di comunità, del mondo, del rispetto per le regole, della storia così diversa dalla mia, e immagino che la stessa cosa sia capitato a molti, forse a tutti.

Un rifugio mentale che molti hanno tratteggiato nel dettaglio creando classici del pensiero filosofico e politico accomunati dal tratto utopico o eutopico delle loro descrizioni.

Il reiterato tentativo di passare dall’idea pura alla sua realizzazione ha posto l’umanità davanti a bivi che ci hanno visto prendere sempre la strada sbagliata: la storia ci insegna che la realizzazione pratica di alcune belle idee dovrebbe essere evitata, preferendo relegarle all’ambito del possibile, dell’arte o della filosofia, per lasciare la realtà di procedere lungo le sue direzioni naturali.

Ma questa consapevolezza non deve certo impedire di sognare vagheggiando di luoghi recintati, rigorosamente off limits per chi invece coltiva il culto di sogni personali che per te non sono altro che spettri, mostri, segni di un degrado mentale e civile inaccettabili.

In simili paesi del bello, del giusto, del saggio, ci circonderemmo di persone elette, che per entrare devono dimostrare di soddisfare particolari requisiti, credere in determinate idee, quelle che simmetricamente sono gli spettri e i mostri di chi rimane fuori.

La transizione da qui alla dittatura, al culto di un controllore statale o di un tiranno illuminato posto al comando di queste enclave di ben essere è breve: cosa succede, infatti, se una volta entrata e lasciata vivere nell’utopia che ci accomuna tutti, dopo aver messo su famiglia e aver creato interazioni intense con altri eletti, una persona cambia idea su qualcosa? Viene imprigionata? Viene ostracizzata? La si lascia fare, libera di infettare anche altri con le sue idee reazionarie?

L’idea che, vivendo in un paese sulla carta perfetto, sia impossibile che in un suo abitante non sorga l’esigenza di cambiare qualcosa, è un’utopia nell’utopia. Se di paese perfetto si tratta davvero, allora al suo interno si dovrebbe democraticamente accettare il processo referendario o elettivo con la conseguente rivelazione di correnti di pensiero, di forbici con lame di destra e di sinistra, con moderati o sedicenti tali e agguerriti sostenitori di una alternativa invisa a molti altri.

Si scoprirebbe così, che i veri oggetti frattali piuttosto che essere solo quelli geometrici, sono ben altri e si chiamano idee, pensiero, aspirazioni, sogni, desideri. In parole povere, siamo frattali in quanto umani.

Partecipiamo di tutto e, convinti assertori di una idea ma, coinvolti emotivamente in rapporti con parenti o amici che sappiamo pensarla in maniera del tutto opposta, facciamo dentro di noi spazio, pur se piccolo, anche a quel punto di vista.

Siamo sede di tutto, anche del suo contrario. E il nostro paese ideale si popolerebbe della stessa varietà ideologica che ammala e al contempo fa bello il nostro mondo reale.

E che dire poi delle mire espansionistiche, giustificate dalla inevitabile crescita della popolazione di una particolare utopia, che farebbe desiderare ai suoi abitanti di appropriarsi dello spazio, della regione, delle risorse di altri consessi sociali di non eletti  che vivono poco più in là?

La storia ci insegna che non è possibile eludere simili dinamiche e consiglia di riguardare le varie nazioni moderne proprio come la cristallizzazione di quella che un tempo era l’utopia dei suoi fondatori e che poi, nel tempo, è diventata una certa, vaga identità del popolo che lì vive.

In quest’ottica, gli inni, le letterature, le architetture, … assumono il carattere di antiche vestigia di bellissime utopie smussate da violente e incessanti maree di realtà.

Il mio volto non è solo l’espressione dei miei geni, ma anche ciò che rimane di antiche battaglie biologiche sostentue da tutte le generazioni che mi hanno preceduto. Similmente l’arte potrebbe assumere l’ulteriore significato di deposito di utopie politiche e sociali come anche dell’agire degli anticorpi culturali che le sono stati opposti e che ne hanno compromesso la purezza iniziale.

Tutto ciò è avvenuto sempre sull’unico scenario concesso fino ad ora all’umanità: la nostra Terra, il nostro pianeta.

Ora siamo diventati tanti e presto saremo troppi. Se un tempo era forse più facile ignorare chi, lontano da te, decideva di tenere atteggiamenti diametralmente opposti ai tuoi, oggi non è più possibile farlo: l’epidemia ci ha dimostrato l’esiguità dello spazio sul quale prima ci percepivamo lontani e ciò che fa un giapponese oggi ha un’importanza fondamentale e spesso letale per quello che qualcun altro fa a Fregene (e viceversa).

In piena emergenza, ti ritrovi a spiegare per l’ennesima volta al tuo prossimo le tue ragioni, quelle che non sono certo dettate dall’odiato buonsenso e che invece derivano dal rispetto quasi religioso per quanto ti dice chi lavora in campo medico, unico arbitro da ascoltare in casi del genere. Lo fai e lo rifai, ma scopri di parlare a un mondo di sordi.

Allora speri in un futuro non troppo lontano in cui la Terra, oramai soffocata dalle persone e, soprattutto, dai punti di vista, non basterà più a contenere gli uni e gli altri.

Arrivati quel punto, saremo in molti a decidere di andarcene e ci attrezzeremo per farlo sul serio. Colonizzeremo lune, asteroidi, pianeti lontani e tutte queste appprossimative repliche della Terra porteranno i nomi di una particolare idea che ha condotto quegli scontenti e solo loro fin lì perché gli altri, che la pensano in modo diverso, saranno andati su un altro sasso a vivere come più gli aggrada.

L’ostracismo potrà allora prendere il significato di “abbandono del sasso” più che estrazione del l’ostracon: un abbandono che spesso sarà volontario e compiuto da chi comunque saprà di potere autoesiliarsi per andare in direzione di un ulteriore, piccolo mondo sul quale fare atterrare la propria visione… del mondo.

Ricominceranno le guerre tra stati, ma stavolta – mi ripeto – non potranno che essere chiamate in altro modo se non “guerre dei mondi” e sarà un tripudio di riscoperte degli antichi Omero come Clarke, Asimov, Heinlein, … che già di questi scenari avevano predetto molto e dei quali qualcuno si chiederà se fossero da considerarsi singoli poeti o nomi collettivi, quasi si sia trattato di Bourbaki della letteratura “classica”.

Poi si passerà alla fase di pace: un contratto ma apparentemente rilassato federalismo cosmico e di crisi in crisi, di scaramuccia in scaramuccia, arriveremo a dominare la Galassia.

Qualcuno potrà forse leggere in questi miei ultimi periodi un certo compiacimento scientista, ma mi sento di doverlo deludere: non sarà una conquista del pensiero, della conoscenza, della nostra atavica curiosità.

La spinta non sarà così edificante: la nostra storia nello spazio è iniziata nel 1957 con lo Sputnik, un satellite dimostrativo, un guanto di sfida lanciato in orbita, e a farci conquistare il resto dello spazio sarà ancora una volta l’aggressività: una diffusione incontrollata del nosro egoismo che per fortuna si tirerà dietro, tra le altre innumerevoli cose, anche, ora sì!, il pensiero, la conoscenza e la nostra atavica curiosità.

In preda a una voglia incredibile di prendere le distanze da una marea di persone, conosciute – delle quali nella situazione odierna, tramite i social purtroppo vengo a sapere cosa pensano – e sconosciute, dalle quali non riesco ad allontanarmi nemmeno chiudendomi in casa; nemmeno andando ad abitare nella più lontana delle periferie; scopro che anche le visioni più pure della mente sono nulla senza un paesaggio reale nel quale farle scorazzare libere da ostacoli umani.

Quelle idee abbisognano sempre e comunque di paesaggi vuoti, di mondi disabitati, di spazi dove creare utopie solide, architetture.

Senza simili ambienti liberi, le idee sono nulla. Senza metri quadrati, senza chilometri e chilometri di spazio a disposizione le idee rischiano di rivelarsi ciarpame inutile.

Andatevene tutti affanculo.

Anzi, no.

State ancora qui, vi prego.

SZ