Gli Atti del Convegno “Comunicare Fisica 2012”!

Spettro-Elettro-Pubblico

Sono usciti oggi gli atti di un bellissimo convegno, parlo di ComunicareFisica 2012, al quale a suo tempo ho partecipato.

In quell’occasione, ho tenuto due talk: nel primo, descrivevo il mio spettacolo Storie di Soli e di Lune, mutuato dal mio omonimo libro di racconti uscito per i tipi della Giraldi nel 2009, focalizzando l’attenzione sulla strategia comunicativa che adotto ogniqualvolta lo porto in giro in osservatori, planetari, università, associazioni culturali, scuole.

L’altro intervento, invece, intitolato Bias genitoriale, verteva su una attività di divulgazione astronomica organizzata allo storico Osservatorio da 60 cm di Loiano e pensata espressamente per bambini molto piccoli (2 < età bimbo < 6).

Ricordo che il gruppo di Didattica & Divulgazione dell’INAF – Osservatorio di Bologna – gruppo al quale, assieme a Flavio Fusi Pecci, Sandro Bardelli, Roberto Bedogni, Antonio de Blasi e Roberto di Luca, appartengo anche io – all’epoca mi affidò il compito di guidare questa attività proprio nell’estate del 2012.

Nel talk, e nell’articolo che lo riassume, attuo un confronto critico tra l’interazione bambino-divulgatore in assenza del genitore e l’interazione bambino-divulgatore con il genitore presente in cupola.

Per chi fosse interessato, i due articoli che riassumono entrambi i miei interventisi trovano  proprio nel pdf scaricabile sul sito dopo essersi registrati e aver ottenuto la password dal sistema informatico.

Oltre ai miei articoli, nello stesso pdf troverete anche quelli di tutti coloro che hanno preso parte al convegno. Vi erano studiosi di enti privati come anche provenienti dall’INFN e, ovviamente, dall’INAF.

Spero possiate trovare la pubblicazione interessante

SZ

Qui gli atti del convegno:

https://www.lnf.infn.it/sis/frascatiseries/italiancollection/index_ita.php

Informazioni sul mio libro Storie di Soli e di Lune:

http://www.giraldieditore.it/index.php?option=com_abook&view=book&id=804:storie-di-soli-e-di-lune&catid=17:racconti&Itemid=175

 

Astronomia è guardarsi attorno

The-coloured-side-of-Italy

Direi Astronomi-cecchini quelli che il 17 Ottobre scorso sono riusciti a mirare con uno strano fucile un punto in cielo molto particolare: quello che ospita il satellite GAIA.

Il fucile è in realtà il telescopio da un metro e mezzo di diametro posizionato a Loiano, sull’Appennino tra Bologna e Firenze. Un’arma strana che, piuttosto che sparare proiettili per colpire e poi catturare qualcosa o peggio, qualcuno, ne riceve di innocui e li fa propri senza ferire nessuno.

I proiettili ricevuti sono innocui fotoni nel visibile e i cecchini sono l’Astronomo Alberto Buzzoni, il Tecnologo Italo Foppiani e il Tecnico Roberto Gualandi, tutti in forze presso l’INAF-Osservatorio Astronomico di Bologna. Anche se magari non lo crediamo possibile, in barba a presbiopia e miopia, problemi che affliggono almeno due di loro, i tre hanno centrato nel campo del telescopio il satellite GAIA, un puntino nero tra le stelle posto a un milione e mezzo di chilometri da noi.

La preda catturata da Buzzoni & Co. è quindi un satellite che orbita attorno al punto lagrangiano L2, un punto che cambia posizione nello spazio mantenendosi però fermo rispetto al sistema Terra-Sole.

Visitati per la prima volta nel 1722 dalla fantasia matematica dell’italo-francese Joseph Louis de Lagrange, luoghi come L2 sono particolari soluzioni del classico problema dei tre corpi – soluzioni che identificano cinque punti di equilibrio del sistema fisico – nel caso  speciale in cui uno dei tre abbia una massa di molto minore rispetto a quella di ognuno degli altri due.

Punti-Lagrangiani

Se i tre corpi sono il  Sole (massa pari a circa dieci alla trentatré grammi), la Terra (massa dell’ordine di dieci alla 27 grammi) e un satellite delle dimensioni di GAIA (ha una massa di due per dieci alla sei grammi), allora rientriamo perfettamente nella situazione appena descritta. Uno di questi cinque punti di equilibrio, quello che si indica con L1, è situato tra il Sole e la Terra, lungo la congiungente i centri della stella e del pianeta. Lì vi abbiamo posto da tempo SOHO, un altro satellite che osserva stabilmente il nostro astro.

Sempre lungo la retta congiungente i centri di Sole e Terra vi sono altri due punti di equilibrio. L2 giace oltre l’orbita terrestre, mentre L3, rispetto al Sole, sta dalla parte opposta alla posizione del nostro pianeta.

L’aspetto davvero affascinante dell’esistenza dei punti lagrangiani come L2 è che porre lì un ferro da stiro, un’automobile, mia zia o il satellite GAIA, equivale ad aver creato un nuovo, minuscolo pianeta del Sistema Solare che, pur orbitando attorno al Sole descrivendo un giro più ampio di quello tracciato dalla Terra, mantiene lo stesso nostro periodo di rivoluzione.

In pratica, un anno su GAIA equivale a un anno sulla Terra e questo in barba alla terza legge di Keplero che per luoghi via via più distanti dal Sole, prevederebbe tempi di rivoluzione più lunghi.

Ma a quale scopo quel satellite è stato messo lì? Una cosa è certa: così lontano da noi, di sicuro non servirà ad aiutare le telecomunicazioni o a gestire la rete di GPS.

La ragione per sfruttare un punto del genere è che lì ci si trova sul limitare della sfera di influenza gravitazionale della Terra (sfera di Hill), laddove basterebbe uno starnuto per far finire mia zia nella “giurisdizione gravitazionale” esclusiva del Sole o in quella della Terra, interrompendo bruscamente questa magia di gestione cooperativa tra la nostra stella e il nostro pianeta.

Avere quindi la possibilità di sincronizzare il satellite con i nostri movimenti, ci rende molto più facile il compito di controllarlo a distanza e, soprattutto, di riceverne i dati che gli abbiamo chiesto di raccogliere.

Quali dati? Beh, è arrivato il momento di svelare l’arcano: GAIA è un telescopio progettato per catturare la luce proveniente dalle stelle del nostro vicinato così da registrarne vari parametri, in primis la posizione.

La sua esistenza testimonia uno sforzo antichissimo: quello di catalogare la realtà con l’obiettivo di farci un’idea quanto più precisa possibile di come essa sia fatta. Da quell’eremo spaziale, GAIA attuerà un censimento delle stelle della galassia. Un obiettivo titanico perseguito da un consorzio internazionale che vede anche la partecipazione italiana e, in particolare, del gruppo dell’INAF bolognese.

Il padellone da dieci metri visibile nelle immagini che trovate in rete non è uno specchio, bensì una protezione contro i raggi solari che disturberebbero le osservazioni. Detto in soldoni, il satellite ha un lato interamente illuminato dal Sole, mentre dall’altra è del tutto al buio. Dieci metri di diametro del suo sombrero servono a creare sul lato in ombra una notte fittizia, scura e fredda, o, se preferite, una fase costante del pianetino GAIA.

Il Sole è ancora capace di inviare tantissima luce in quella zona: a ben vedere, stiamo parlando di un punto nello spazio lontano solo un milione e mezzo di chilometri da noi che ne distiamo quasi centocinquanta dalla nostra stella. Il telescopio di GAIA, quello responsabile del censimento, è quindi posto sulla Dark Side of The Satellite.

Top-GunDue parole le merita anche il fucile-telescopio con il quale è stato possibile catturare l’immagine di GAIA tra le stelle. Considerando solo gli strumenti ottici presenti sul suolo nazionale, quello di Loiano usato per questa caccia grossa risulta essere al terzo posto per dimensioni. Viene dopo il telescopio Cherenkov – uno strumento un po’ particolare, che meriterebbe un articolo tutto per sé – da poco installato a Serra la Nave (CT) e forte di uno specchio con diametro di quattro metri, seguito da quello di Asiago (VI) da un metro e ottantadue centimetri di diametro.

Se invece di considerare solo quelli posti sullo stivale e isole nostrane, ci ricordiamo anche dei telescopi italiani residenti all’estero (dopo la fuga dei cervelli, la fuga degli specchi? Sì, fuga dall’incredibile e selvaggio inquinamento luminoso delle nostre città), quello di Loiano, dove per un anno e mezzo anche io ho lavorato come assistente notturno alle osservazioni, slitta in quarta posizione.

Prepotente, entra infatti in seconda il telescopio Galileo che, con i suoi tre metri e sessanta centimetri di diametro dello specchio principale, osserva dall’alto dell’isola La Palma, nelle Canarie.

Quindi, ricapitolando, il telescopio di Loiano ha spiato GAIA che a sua volta spia il cosmo.

Avere spiato GAIA significa che l’allegra compagnia bolognese ha centrato un oggetto di dieci metri di dimensione posto a un milione e mezzo di chilometri di distanza da noi, una posizione che fa assumere al satellite una magnitudine pari a 21, quindi debolissima.

Tutto questo è stato reso possibile grazie al sistema di Tracking Differenziale messo a punto dal gruppo bolognese di tecnologi al quale fa capo Foppiani, e alla perizia del tecnico Gualandi.

Per capire la reale valenza scientifica di un simile risultato, sbircio nella pagina web approntata da Buzzoni e scopro che:

“La rilevazione di Gaia segna un punto importante per il nostro telescopio, dal momento che le difficoltà incontrate da ESA nel calcolo della luminosità attesa per il satellite, (diverse magnitudini più debole del previsto, una volta operativo in orbita), si sono dimostrate critiche per il contributo della rete di telescopi ottici a Terra alle operazioni di “station keeping” della nave. Questa “marcia in più” apre la via anche a tutti quei nuovi progetti osservativi (“di nicchia” ma potenzialmente molto competitivi) che riguardano lo studio (soprattutto spettroscopico e polarimetrico) dei NEO e dei PHO (“Potentially Hazardous Objects”, asteroidi e comete in flyby ravvicinato alla Terra). Sarà inoltre possibile utilizzare il telescopio per operazioni di validazione orbitale di satelliti artificiali (commerciali e scientifici) in orbita HEO e GEO terrestre e di caratterizzazione orbitale dei pericolosi “detriti spaziali” (space debris). Potrebbe attendersi, infine, un contributo competitivo del telescopio Cassini anche per il tracking delle future missioni di sonde in orbita perilunare e come supporto ottico al tracking delle manovre di gravity assist (entro circa 5 Milioni di km dalla Terra) delle prossime di missioni interplanetarie a Marte e oltre”.

E fa un po’ pensare il sapere che la big science, quella dei grandi progetti internazionali come GAIA e figlia di un nuovo sentire gigantico che impone gesti estremi come scagliare un telescopio a un milione e mezzo di chilometri da noi, offra occasioni per emozionarsi romanticamente. Lo fa con i mezzi tipici della little science, quella di un piccolo telescopio di classe due metri, posizionato sulla dorsale appenninica.

Da una parte vi è una moltitudine di persone che lavora a un immane progetto, quasi fosse il corrispettivo umano di un immenso corallo. Ognuna di loro è responsabile di una piccola frazione del progetto globale e ognuna di loro è intenta a lavorare vivendo in luoghi diversi del globo. I singoli ricercatori sono solo parzialmente a conoscenza di ciò che gli altri stanno facendo, ma sono comunque accomunati dalla visione scientifica di insieme e dall’emozione di far parte di una grande avventura umana e culturale.

Dall’altra vi sono tre persone che si conoscono da anni e che decidono di condividere una emozionante nottata di osservazione nella control room di un osservatorio. Diverse moka di caffè, probabilmente alcune pizze margherita, da asporto, e tante speranze individuali e collettive da raccontare l’indomani ad amici e comunità scientifica.

Da una parte, compiacimento wagneriano; dall’altro, composta gioia pascoliana.

Una nuova danza estremamente affascinante si svolge davanti ai nostri occhi, tra spinte necessarie e passioni vissute alla vecchia maniera. Mi sembra vengano reiterare dinamiche di più di un secolo fa e, a ballare questa danza, sono ancora romanticismo, positivismo, e una certa critica reciproca, biunivoca, a tratti decadente, che serpeggia tra due fazioni del mondo della ricerca.

Buzzoni, un astronomo molto sui generis (da giovane correva i 100 metri ed era un valente  pianista jazz…), intervistato, descrive così la sua gioia per il risultato ottenuto:

Da una vita me ne sto col naso all’in su a guardare le galassie lontane e le “astronavi” vicine e forse è a questo che devo la mia cervicale… Stavolta ho visto la preda direttamente nel suo nido, in cima all’Everest celeste.

Insomma, quando ci impegniamo, qui sulla Terra scopriamo di essere eredi dell’arte del celeste Orione, ma anche di aver fatto compiere una notevole evoluzione al concetto stesso di “caccia”. Diciamocelo pure, e con un certo vanto: i nostri fucili astronomici sono oramai le armi più precise in assoluto. Oltre tutto, sono le armi dalla gittata più lunga: esse sparano più lontano di quelli di qualsiasi altro cacciatore che imbracci una doppietta.

Mi correggo: i nostri fucili telescopici si fanno sparare da sempre più lontano, andando a catturare immagini della realtà che ci circonda anche laddove pochi sospettano che vi possa essere qualcosa a sparare fotoni.

Apprezzerei molto che il cacciare fosse sempre e solo questo, ovvero un’attività che non preveda più inutile spargimento di sangue per assumere definitivamente il significato di catturare immagini del mondo che ci circonda per meglio capirlo e classificarlo. Bello è sapere che già da tempo qualcuno vi si dedica – si pensi, ad esempio, agli amanti del bird-watching e di fotografia naturalistica in generale – e che per gli astronomi è sempre stato così, e così continuerà sempre a essere. Amen.

Per sapere come è fatto il mondo, bisogna girarlo. Sapendo però che il mondo gira anche senza il nostro aiuto, a noi non rimane da fare altro che guardarci bene attorno.

Ecco, se vogliamo, l’astronomia è proprio questo: guardarsi attorno, in un “attorno” sempre più ampio.

L’orizzonte di alcuni è dato da una beccaccia in volo. Uno scenario limitato nello spazio e nel tempo, che finisce con un “bang”.

Quello dei nostri amici bolognesi il 17 Ottobre passava da L2.

Loro, ma anche altri colleghi, di solito osservano molto, molto più lontano di L2, trovando un orizzonte finito, iniziato con un big bang e in continua espansione.

Chissà, un giorno magari beccheremo anche beccacce aliene e scopriremo che da qui sarà difficile colpirle in quanto protette dalla legge.

Si tratta di una legge fisica.

E, ve lo garantisco, a essa niente e nessuno sfugge.

SZ 

 

Sottofondo: ovviamente The Dark Side of the Moon, dei Pink Floyd

http://grooveshark.com/#!/album/The+Dark+Side+Of+The+Moon/9730519

 

Per saperne di più, consiglio i seguenti link:

Ma quant’è bella Gaia dai colli bolognesi

http://www.bo.astro.it/~eps/buz11401/Gaia.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Cherenkov_Telescope_Array

http://it.wikipedia.org/wiki/Punti_di_Lagrange

 

 

 

 

 

THE NIGHT HAS A THOUSAND EYES – Il mio nuovo CD

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É appena uscito per la Four Edition il nuovo CD “The Night Has A Thousand Eyes” a nome mio (armonica cromatica), di Guido di Leone (chitarra) e di Francesco Angiuli (contrabbasso).

Si tratta di una raccolta di standards dedicati al cielo, alle stelle, alla Luna, al Sole e il concerto dal vivo potrà prevedere anche una proiezione di mie immagini originali (alcune sono presenti nel booklet) e, tra un brano e l’altro, spiegazioni divulgative di astronomia.

La puntata di stasera di “ANIMAJAZZ” su PUNTORADIO alle 20, anche in streaming su www.puntoradio.fm ed in immediato podcast su http://animajazz.eu, si aprirà proprio con la versione tratta dal nostro CD di “Look To The Sky”, un brano di Antonio Carlos Jobim.

Spero possa piacervi

SZ

http://animajazz.eu/animajazz-n-626-di-giovedi-9-ottobre/

TOMINO ALLA SCIENZA – La futura, nuova alleanza.

In principio era il numero - Dedicato a Tobia Ravà

In principio era il numero – Dedicato a Tobia Ravà

La vita, specie quella di abitudinari come chi scrive, è costellata da tanti riti. Una bella consuetudine è per me fare colazione con un giornale a portata di mano.

Intanto un distinguo: quando sono a Bologna, colazione vuol dire caffè, cornetto alla crema e bicchiere d’acqua. Qui a Catania le cose si complicano piacevolmente e, oltre ad acqua e caffè, ci vuole una granita di mandorle o di gelsi (quelle che amo di più, ma ce ne sono anche di altri gusti) e una brioche calda. Altro distinguo: a Bologna mi piace dare un’occhiata a Il Resto del Carlino nella pagina dedicata alla città mentre qui sull’isola è d’obbligo dare una scorsa alle pagine catanesi de La Sicilia.

La Domenica, poi, l’abitudine si fa lusso, addirittura, e il giornale me lo compro. I motivi per farlo sono vari, ma tra tutti spicca il tentativo di evitare almeno per un giorno di farmi il sangue acido nell’osservare come alcuni incivili, irrispettosi degli altri e convinti che chi gli sta attorno sia solo una fastidiosa proiezione del loro smisurato e fantasiosissimo ego, prendono in ostaggio per mezz’ora o finanche un’ora il giornale del bar – sì, quello che sarebbe solo da consultare velocemente – per leggere ed evidentemente mandare a memoria finanche i necrologi. Dedico tutto il mio disprezzo di oggi a questi imbecilli.

L’ho detto, sono abitudinario e alcune consuetudini vengono spesso tramandate da padre in figlio. Mio padre, che comprava tutti i giorni La Repubblica e il Corriere della Sera con ogni tanto l’aggiunta de Il Manifesto, mi ha involontariamente lasciato in eredità un certo piacere fisico nello sfogliare almeno il primo dei tre. Lo so, concordo con molti di voi: è una testata che alle volte lascia perplessi, ma pare che la nuova politica della sinistra non solo lo ammetta, pretendendolo, addirittura. In ogni caso, l’abitudine ha sempre la meglio su di me e una certa cura nella confezione di quelle pagine mi aiuta a passare sopra certi “difetucci”. In ogni caso, ho scoperto che la mia sindrome da attaccamento compulsivo a quella testata non è neanche tra le più eclatanti. Mi sono infatti imbattuto in un blog tenuto da persone che hanno deciso di commentare con estremo rigore finanche le font usate dalla redazione di quel giornale. Se può interessarvi, ecco l’indirizzo:

http://pazzoperrepubblica.blogspot.it

Nonostante tutto, La Repubblica è per me il giornale (… non quel giornale. Vi prego, non fraintendetemi), anche se poi scopro che, se mi venisse dato il potere di farlo, riassumerei l’intera pubblicazione in poche pagine o, meglio, in poche rubriche. Salverei L’amaca di Michele Serra, le vignette di Bucchi (quando presenti), e le pagine culturali, specie quando non vengono affidate ai soliti personaggioni, tuttologi di professione, che tanto piacciono agli italiani (per forza: glieli propinano in tutte le salse e alla fine… Gutta cavat lapidem).

Alla Domenica, poi, capita che tutti o quasi i quotidiani si arricchiscano oltremodo con inserti di vario tipo e La Repubblica non è da meno. Offre infatti l’inserto La Domenica Cult che contiene un bel po’ di articoli in grado di soddisfare un gran range di palati.

E la scorsa Domenica il mio palato ha festeggiato. Sì, perché a pagina 35 ho trovato l’articolo di Jaime Dalessandro L’immaginazione è finita, non ci resta che la scienza, un bellissimo pezzo incentrato sull’intervista fatta al disegnatore Yoshiyuki Tomino (http://it.wikipedia.org/wiki/Yoshiyuki_Tomino), padre di Gundam il quale afferma: “Ho immaginato il futuro per più di trent’anni. L’ho scritto, l’ho disegnato, l’ho trasformato in intrattenimento”. L’intervista poi si chiude con un’affermazione che di solito non si immagina di ascoltare dalla bocca di un disegnatore di fumetti: “Credo nella ricerca scientifica. Non è molto forse, ma è quello che mi resta”. Beninteso: sono convinto che si possa e si debba credere nella ricerca. A sorprendermi piacevolmente è stato scoprire che per un artista la ricerca scientifica possa arrivare a essere tutto ciò che gli resta da credere.

A pagina 50 invece mi imbatto nell’intervista concessa da Carlo Cellucci (http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Cellucci) ad Antonio Gnoli. Non conoscevo il personaggio e confesso: a farmi fermare su quella pagina è stato il bel ritratto fattogli dal solito Riccardo Mannelli, un altro fumettista abbastanza sui generis, da tempo convertitosi all’illustrazione. Il suo stile non sempre è in grado di colpirmi e ritengo di averlo apprezzato di più quando faceva il dissacratore, cioè quando rappresentava il laido, lo squallore riuscendo a metterlo in evidenza col semplice disegnare le cose (e le persone, alcune persone) così come sono. All’epoca era puntuale nel dimostrare come la realtà, disegnata in stile quasi iperrealista, possa rivelare ciò che l’occhio stanco, uso e abusato, non nota più nemmeno in una foto.

Ma torniamo al Cellucci. Se Mannelli mi ha fatto indugiare su quelle due pagine, il sottotitolo (in realtà, era in alto nella pagina. Era un sopratitolo?) e il titolo mi hanno definitivamente convinto a leggere l’intero l’articolo. Promettevano, rispettivamente: “Dagli studi di filosofia alla grande passione per la matematica e la logica, con in mente sempre il detto di Cartesio: Per costruire qualcosa bisogna prima distruggere ogni certezza”. “Carlo Cellucci – Il vero è solo un fantasma la scienza cerca il plausibile”.

Mi ha divertito seguire la sua narrazione del supramondo nel quale galleggiano vere e proprie icone della cultura del ‘900 (in ordine di apparizione nel testo): Lucio Colletti, Imre Lakatos, Karl Popper, Paul Feyerabend, Thomas Kuhn, Vittorio Somenzi, Ludovico Geymonat, Bertrand Russell, Alfred North Whitehead, Noam Chomsky, Ludwig Wittgenstein, Stephen Hawking, Kurt Goedel, David Hilbert, John von Newmann, Rudolf Carnap, Georg Cantor, Charles Sanders Peirce…

Ciò che più mi ha fatto pensare, oltre a certe sue definizioni e visioni di e sulla scienza, è quella familiarità dell’intervistato nel citare nomi di personaggi (alcuni di loro Cellucci li ha conosciuti sul serio, di persona) e concetti appartenenti al mondo della filosofia della scienza che, pur vivendo in un ambiente di ricerca per molte ore della mia giornata media, non sento mai pronunciare.

Che la filosofia, almeno quella della scienza, proprio non abbia appeal in ambiente scientifico, me lo dice con una certa durezza il saggio del 2009 di Gabriella Fazzi Così vicini, così lontani – visioni di scienza nei ricercatori del CNR (Editore Bonanno, prezzo: 28,00 euro). Un testo che, tra le altre cose, mi fa capire come non sia cambiato nulla da quando, molti anni fa, una volta iscrittomi a Fisica e costretto a presentare un’idea di piano di studi, scelsi tra gli esami complementari Epistemologia, da seguire a Filosofia. Dopo solo un paio di giorni, fui convocato d’urgenza nientepopodimenoché dal direttore del mio corso di Laurea il quale mi chiese spiegazioni per quella mia scelta così “bizzarra”. Gli dissi che, venendo dal liceo classico, avevo imparato a non fare a meno di certe speculazioni che alla scienza non potevano che fare bene. La sua risposta fu: “Sarà, ma tenga presente che io sono arrivato qui dove sono senza sapere queste cose” (esticà…!). Per inciso: per quanti sforzi io faccia, non riesco proprio a ricordare il nome di quello arrivato lì. Insomma, Croce avrà anche perso (per fortuna, aggiungerei… ) nel suo tentativo di demonizzare la scienza, ma, come ho già avuto modo di notare in un altro mio post (https://squidzoup.com/2013/12/30/testa-and-croce/), direi che i vincitori non vadano comunque cercati nel bel paese.

“Chissà”, mi dico, “forse in ambiente filosofico o matematico è più facile sentire parlare dei su citati epistemologi ai quali noi “scienziati”, consapevolmente debitori nei confronti del pensiero di Galileo, di Cartesio, di Newton e Einstein, dobbiamo pure molto (anche se lo dimentichiamo), specie in riferimento alla plausibilità delle modalità di azione tipiche di chi fa ricerca”, ma poi, a convincermi che così non può essere, c’è una certa brutta sensazione, avvalorata da ciò che riferiscono alcuni filosofi di mia conoscenza.

La loro opinione è che la filosofia della scienza nel mondo accademico non abbia poi così tanto spazio, almeno in quello italiano. Me lo conferma anche Aurelia, laureata in filosofia, bravissima e competente libraia di un bookstore catanese molto in vista, mentre mi individua un libello di Lucio Russo dalla costa sottile e bassa (La cultura componibile – Dalla frammentazione alla disgregazione del sapere, Liguori Editore, 2008, prezzo: 12,49 euro) che soccombe e quasi soffoca tra decine di pubblicazioni dalle dimensioni prepotenti.

E mi sembrano confermarmelo anche a) il dato che in libreria non sia possibile trovare così tante pubblicazioni su questi argomenti, b) una rapida ricerca nei siti di alcuni atenei italiani dai quali mi pare di capire che forse sarà anche possibile studiare la filosofia della scienza in qualche corso, ma poi è difficile immaginare un percorso professionale in quella direzione, c) il dato che la filosofia della scienza non riesca ancora a farsi apprezzare in ambiente scientifico. Se ho ragione, tutto ciò rappresenta il triste fallimento dell’idea di Jean-Marc Levy Leblond di cui ho parlato con un certo entusiasmo in un precedente post (https://squidzoup.com/2013/12/10/zibaldon-di-leblond/). Confido in vostri commenti che sconfessino me e i miei referenti. Sarebbe una bellissima, vittoriosa sconfitta.

Parlavo di alcune affermazioni interessanti di Cellucci. Eccole: “Il richiamo alla verità mi fa sorridere. É un fantasma. La sua ricerca esiste nella teologia, forse nella filosofia, magari in qualche frase che due innamorati si scambiano. La scienza non cerca la verità. Ho sostituito il concetto di verità con quello di plausibilità. (…) Se la scienza si occupasse di verità si dovrebbe concludere che la sua storia è la somma di una serie di fallimenti. (…) Non esiste approssimazione alla verità ultima. (…) Non esistono verità ultime. Ciò che costruiamo umanamente serve a conoscere parti del mondo e a sopravvivere in esso. Limito molto il valore della scienza”

Sospendo il giudizio su molte di esse, ma ce n’è una che mi piace in modo particolare ed è: ciò che costruiamo umanamente serve a conoscere parti del mondo e a sopravvivere in esso.

Questo connettere l’intera attività intellettuale alla sopravvivenza di chiunque, includendo in “tutta” non solo le discipline di cui è facile sperimentare la ricaduta nella vita di tutti i giorni, ma anche la logica, la filosofia e qualsiasi altra forma di speculazione teorica… (le costruiamo umanamente) che così diventano strumenti elettivi per superare le prove evolutive, mi fa stare decisamente meglio.

La visione del Cellucci potrebbe far apparire dei praticoni, dei supereroi, dei boy-scout che aiutano la vecchina ad attraversare la strada anche i più teorici dei fisici teorici o i più distratti dei filosofi teoretici.

E se un artista, disegnatore di fumetti ed esperto di animazione il quale a bordo delle sue creazioni grafiche ha condotto intere generazioni verso il futuro lungo la direzione indicata dalla scienza, può scoprirsi fiducioso nella ricerca scientifica, sono felice di poter urlare con Cellucci che filosofi della scienza, matematici, logici, cosmologi… si muovono lungo pensieri complicati e apparentemente astrusi, inutili e lontani dalla quotidianità per tornare dalla speculazione teorica alla società con validi suggerimenti e forse con la soluzione al problema di come meglio sopravvivere in futuro.

Insomma, ci si vede in centro: In medio stat humanitas.

SZ

 

Sottofondo:

Personal Moutains – ECM

 

Copertina personal Mountains

 

Zibaldòn di Leblònd

Avevo intenzione di scrivere una classica recensione di un bellissimo libèllo che ho letto di recente.Recensioni

La sua stessa natura di raccolta di pensieri su diversi, vasti argomenti, compiuti con argute analisi e tutte meritevoli di una recensione a parte, mi ha indotto a focalizzare l’attenzione su un solo aspetto scelto tra quelli toccati dalla penna felice di Jean-Marc Lévy Leblond.

Fisico teorico, l’autore di “Scienza e cultura” (http://www.unilibro.it/libro/levy-leblond-jean-marc/scienza-e-cultura/9788883232305) ha lavorato al Centro Nazionale Ricerche francese ed è professore emerito presso l’Università di Nizza.

Capace di autoanalisi che definirei spietate se non fossero condotte con una apparente pace interiore davvero encomiabile, quando rivolge la sua attenzione a problemi di ordine sociologico ed epistemologico, rivela una cultura estremamente sfaccettata, nonché un acume e una libertà di pensiero rari nella schiera dei suoi colleghi.

Quando, in particolare, applica le sue analisi alla divulgazione, nota aspetti degni di essere riportati. E io che faccio? Ve li riporto!

Il capitolo “La divulgazione scientifica” inizia con una frase che già promette bene: “Quando ho cominciato a fare divulgazione, credevo ingenuamente che bastasse tradurre il linguaggio scientifico con parole più semplici, d’uso quotidiano, evitando il gergo scientifico e le parole erudite. Ma mi sono accorto che ciò non funzionava ed era completamente insufficiente”

Immediatamente dopo, tiene a spiegare quale sia l’importanza di una adeguata preparazione storica del divulgatore il quale dovrebbe soffermarsi prima su concetti scientifici a torto ritenuti obsoleti e che invece sono proprio quelli che possono ancora essere divulgati con una certa probabilità di successo. Quello che di solito si fa è raccontare le ultime ricerche, quelle che fanno notizia e che sono davvero in pochi a capire sul serio, facendo finta di non essersi accorti che nulla del genere accade in altri campi dello scibile.

Esempio lampante di ciò che afferma è la teoria della relatività: scegliere di descrivere quella di Einstein senza essere certi che l’uditorio conosca sufficientemente bene quella di Galileo, significa incorrere in un sicuro insuccesso, anche se nessuno degli astanti andrà a dire al divulgatore che, nonostante la sua imperdibile spiegazione, non ha capito nulla.

Poi continua notando che “non c’è divulgazione in filosofia; non c’è divulgazione nemmeno in sociologia”, e da qui approda alla seguente, nodale osservazione: “Io preferirei che ci si avvicinasse a un’altra concezione, a un’altra formulazione, simile a quella del critico letterario, del critico musicale, ovvero colui che permette di comprendere il significato della novità e di conseguenza la valutazione. Non è il giudizio, se va bene o non va bene; non è questo che interessa, ma piuttosto occorre sapere se è nuovo o non lo è, a cosa si ricollega, in quale traiettoria o in quale filiazione si può situare. Io penso che noi abbiamo bisogno, più che di divulgatori, di coloro che chiamerei critici scientifici“.

Trovo questo punto di vista fondamentale. Finalmente qualcuno rende giustizia a una professione, quella al momento indicata con il termine “divulgatore”, che piuttosto che esser vista come tale, viene assunta come qualcosa che, in quanto laureati, si sa fare di default.

Mi spiego: quello che mi sembra di vedere è che spesso la divulgazione viene considerata come il più immediato dei ripieghi, una comoda e affascinante (capita che ci si ritrovi su un palco, sotto gli occhi di tutti, a recitare la parte del grande scienziato) alternativa ad altre attività come, ad esempio, quella di programmatore o di informatore farmaceutico. “Ho studiato certe cose, di sicuro le so raccontare” potrebbe essere il motto di molti che scelgono di misurarsi con questa relativamente nuova professione.

Facendo questo mestiere, ci si trova per lo più a dover raccontare al pubblico qualche aspetto della scienza. Di conseguenza è normale che a ritenersi adatti a farlo siano persone che la scienza l’hanno studiata, ma ci si dimentica che non si tratta (solo) di capire un problema. La vera sfida è trasferire l’emozione della conoscenza ad altri. Ho posto l’accento sull’emozione perché è davvero difficile che, con i tempi tipici di un incontro di divulgazione, vi possa essere un vero e proprio trasferimento di conoscenza. Quello che ragionevolmente si può e si deve sperare è che il pubblico vibri, risuoni con il divulgatore e che poi trasferisca questa energia vibrazionale in qualcos’altro che nel più semplice dei casi può essere lo studio personale.

Questo fa sì che tra gli strumenti del divulgatore debba esservi anche la capacità di parlare meglio di altri a un pubblico adoperando almeno un idioma tra i tanti a disposizione, ma tutto ciò non basta o non dovrebbe bastare. Stando a quanto detto finora, l’incontro col pubblico dovrebbe essere solo una frazione, non necessariamente la più importante, di un processo che inizia con lo studio, intendendo con tale termine non più quello dedicato solo alle materie scientifiche che si intende spiegare.

Ciò che mi sembra possa davvero poter garantire la qualità dell’intermediazione, della giunzione attuata dal divulgatore tra scienza e pubblico, risiede in una certa capacità di veicolare immagini mentali, emozioni, motivazioni, … e tutto ciò nasce anche da un tenere sotto controllo l’evoluzione della società e di connettere questa evoluzione con quella della scienza che in essa opera.

Credo quindi che il divulgatore debba essere un intellettuale un po’istrione (vale anche per chi scrive: i suoi testi devono catturare oltre che spiegare) o qualcosa di molto simile e, nel dirlo, non intendo certo assumere gratuitamente di esserlo. Piuttosto intendo prendermi l’onere di approssimarmi a questo status preparandomi di conseguenza. Un critico della scienza deve avere un fish eye puntato sul mondo; deve sapere di epistemologia più che di scienza, di sociologia più che di gossip, di storia della scienza più che di attualità scientifica. Se poi a tutto ciò aggiunge una conoscenza scientifica di base o una specialistica in qualche materia, ovvio che la cosa non può che far bene.

In definitiva, questa non è una recensione, ma un ringraziamento fatto all’autore per avermi permesso di capire cosa voglio essere e, muovendomi lungo percorsi alquanto tortuosi, cosa da anni cerco di diventare.