Lettere Divulgative a un Figlio Lontano – Un terzo bonus di 24 ORE di visibilità

Mammouth-Zoup

Nel Domenicale di domani, Domenica 17 Aprile 2017, dovrebbe esserci (a volte l’editoria riserva sorprese dell’ultim’ora…) di nuovo un mio fumetto intitolato “Un orologio… a tempo”. É la terza volta che capita, dopo il 29 Gennaio e il 26 Febbraio, e la cosa ovviamente mi gratifica, rimpinguando energie mentali che spesso mi vedono “in riserva”.

Quale occasione migliore, allora, per raccontare quale sia il mio modo di pormi davanti a questa opportunità? Quale momento migliore per capirmi meglio, descrivendo(mi), spiegando(mi) quale sia la strategia che ho deciso, più o meno consciamente, di adottare nel costruire queste brevissime storie domenicali?

In un primo momento, ho pensato al testo che segue come a qualcosa che potesse trovare spazio nel sito del SOLE 24 ORE, ma poi Alfredo Sessa, responsabile della pagina, mi ha fatto notare che, eccezion fatta per alcuni spunti di interesse più generale, il testo fosse così personale da risultare molto più adatto a questo mio spazio.

Se state leggendo qui queste parole è proprio perché non ho potuto fare a meno di scoprire, rileggendomi, che aveva perfettamente ragione.

Senza quindi indugiare ulteriormente in introduzioni varie, prefazioni, preamboli, fronzoli, ecco quanto scrivevo in preparazione dell’uscita di, si spera, domani.

Buona lettura, sempre che vi vada di leggerlo.

Prima di iniziare a disegnare le mie brevi storie per il Domenicale, ho dato un’occhiata preventiva a quanto fatto dai colleghi che mi hanno preceduto su quella pagina. Questa breve indagine ha fatto emergere un carattere ondivago, come è normale che sia, degli approcci comunicativi: quello è chiaramente uno spazio dedicato ai più piccoli, ma nel quale la volontà di coinvolgerli viene coniugata quando in modo “classico”, ovvero con disegni dal tratto ampio, dai colori distesi e dai testi diradati, quando con un tratto un po’ più adulto caratterizzato da una maggiore densità e spigolosità dei segni e testi più ambiziosi.

Tutto ciò mi è sembrato normale, anzi, è del tutto normale: a parte prevedibili e necessarie variazioni di approccio da parte dei diversi autori, l’obiettivo stesso del comunicare ai più piccoli, in assenza di una precisa indicazione su cosa “più piccoli” esattamente significhi, implica il parlare a un range di età abbastanza ampio nel quale anche solo una differenza di un anno comporta enormi variazioni nelle capacità cognitive dei bambini.

Conoscendomi e sapendo che, almeno fino a oggi, mi è stata e mi è più consona la comunicazione con un pubblico adulto, ho pensato di interpretare il compito di parlare ai minori facendolo in un modo indiretto: ovvero passando dalla comunicazione intermedia con i genitori ai quali suggerisco possibili argomenti da raccontare, oggi o tra qualche anno, con l’aiuto dei miei fumetti o meno, ai propri figli.

La tensione divulgativa mi è propria, ma dopo aver pubblicato la prima storia “Se solo i grandi guardassero il cielo” – che, tra le due fin qui pubblicate, è quella che definirei più “emozionale”, da contrapporre ad altre di carattere più divulgativo (es.: “Un preciso caccolo astronomico”, Il Sole 24 Ore, 26 Febbraio), “storico” (es.: fumetto per l’European VLBI Network) o “di ricerca” (es.: quella oggi presente nel Domenicale. Per una discussione più approfindita su queste categorie, cliccare qui), e nella quale, come precisavo nell’intervista fattami da Alfredo Sessa lo scorso 29 Gennaio, un concetto da passare c’è ma è più nascosto, da intravedere in filigrana – ricordo di essere stato invitato dall’allora responsabile dell’inserto a esplicitare nei miei fumetti qualche contenuto astronomico in più: era proprio questo che ci si aspettava da un fumettista che, come me, facesse capo all’INAF, Istituto Nazionale di Astrofisica.

Ovvio che, dopo questo invito esplicito, l’idea di pubblicare sul SOLE 24 Ore ha preso ad intrigarmi ancora di più, con l’effetto però di stabilire in modo definitivo, o quasi, quale fosse il livello minimo di complessità grafica e testuale sul quale io, col mio tratto e col mio modo di raccontare, potevo attestarmi: non è assolutamente impossibile spiegare contenuti astronomici ai più piccoli, anzi; ma potendo farlo, preferisco dire qualcosa di più, quindi parlare a bimbi più grandi e ai loro accompagnatori.

Il coinvolgimento dei genitori in questo processo mi diventa quindi fondamentale in quanto è soprattutto a loro che mi rivolgo, privilegiando i papà per il semplice motivo che lo sono anche io e che quindi sento di vibrare in consonanza con molti nella mia stessa situazione.

I temi che ho scelto di trattare sono decisamente soft e, mentre con L’istituto cileno Milenio de Astrofisica sto conducendo, sempre a fumetti, un’operazione di divulgazione di temi di Astrofisica più dura non disdegnando di inserire qui e là anche qualche semplice formula, nel Domenicale propongo temi di Astronomia osservativa condotta a occhio nudo, quindi qualcosa di più facilmente trasmissibile da padre in figlio anche se il padre (o la madre) in questione non è un astronomo.

Rendere Giovanni protagonista di queste brevi storie assume qui molte valenze: intanto mi coinvolge in modo tale da farmi “stare sul pezzo” in modo diverso, senza farmi avvertire la stanchezza per le innumerevoli correzioni che apporto in corso d’opera a testo e disegni, ma che poi, a lavoro finito e solo allora, arriva puntuale a devastarmi.

Oltre a questo c’è anche un altro aspetto.

È ormai dal Novembre 2016 che lavoro all’INAF-OAPA/GAL-Hassin, Centro Internazionale per le scienze astronomiche di Isnello, paesino madonita della provincia di Palermo, e questo significa che vedo mio figlio solo per quindici giorni al mese, allorché torno a Bologna dove ho studiato, lavorato e vissuto negli ultimi anni.

Disegnare mio figlio cercando tra i tanti video che gli faccio quando sono a casa la posa giusta da riprodurre nel fumetto, mi fa sentire come quel cavernicolo che a Lascaux disegnava il bisonte sulla parete della sua grotta. Così facendo se lo propiziava, conquistava la sua preda, la “ipotecava”, quasi, creando un mondo possibile e parallelo in cui lui catturava il bisonte perché era ciò che già stava capitando lì, su quel mondo-parete, grazie ai suoi rudimentali strumenti da disegno e a una sorprendente maturità artistica. Disegnando il bisonte, il nostro lontano antentato lo aveva già fatto suo, lo aveva già catturato.

Bene.

Disegnando mio figlio standomene lontano da lui, sembrerà retorico, ma mi permette di conquistarlo, di farlo mio, di parlargli tenendolo vicino nonostante i circa mille e duecento chilometri che ci dividono (e trasformandomi così, da Squid Zoup, a Mammouth-Zoup, titolo dell’illustrazione d’apertura di questo articolo). Inoltre parlargli, nonostante in quei fumetti io gli stia raccontando qualcosa che lui a quattro anni non può proprio comprendere, mi consente di curare un’altra mia vecchia frustrazione: faccio divulgazione da tanto, oramai, e mi sono trovato spesso a raccontare l’astronomia a tanti bambini di tutte le età.

A un certo punto, tempo fa, mi sono detto che sarebbe stato bello spiegarla anche a un bimbo mio e non solo a bimbi altrui. Non è detto che Giovanni un giorno accetterà le mie narrazioni. Magari preferirà altro all’astronomia e alla scienza in generale e, nel caso, da padre a me starà di accettare senza drammi il suo disinteresse per le mie passioni.

In ogni caso, ora esiste un piccolo universo cartaceo e parallelo nel quale le cose stanno andando come desideravo: mio figlio si interessa a ciò che posso dargli, lo accetta di buon grado e si dimostra felice di trascorrere con me il breve tempo che prende raccontargli queste storielle epistemiche.

Forse un giorno tutto ciò mi dovrà bastare.

SZ

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