NULLA DIES SINE LINEA

Riporto qui per intero un articolo che ho pubblicato ieri sul sito Doctor Harp (https://www.doctorharp.it/) per il quale curo la mia rubrica HarmonicA Mundi

Come è noto, la massima di Plinio Il Vecchio (I secolo d.C.) che leggete nel titolo di questa rubrica è stata estrapolata dalla sua “Storia naturale”. Essa era in origine riferita alla pratica della pittura e viene di solito usata per sottolineare l’importanza dell’impegno costante da profondere in qualsiasi attività umana che lo richieda: lo studio, lo sport, la musica, … Quale modo migliore, quindi, di intitolare una rubrica dedicata allo studio di brani musicali?

A dirla tutta, in un primo momento avevo pensato di parafrasare questa massima così da renderla più sinceramente adatta a ciò che davvero succede nella vita di un musicista il quale, data la situazione attuale dei “lavori culturali”, è probabile si guadagni da vivere non solo con la musica, ma anche con un più che necessario e dignitoso “daily job” che gli consenta di emanciparsi da ansie varie, come anche da proposte musicali non soddisfacenti da un punto di vista professionale.

È proprio ciò che capita al sottoscritto, anche se ho motivi per ritenermi davvero fortunato: il mio lavoro fisso non è un ripiego, bensì la realizzazione, “da grande”, di un’altra mia passione giovanile tanto forte quanto lo è la musica.

Tornando al tentativo di parafrasi che mi ero prefisso di realizzare, non ho potuto fare a meno di notare che il gioco si era nel frattempo fatto comunque interessante: ridimensionare il significato della massima di Plinio così da renderlo, in latino, “pochi giorni senza linea” in luogo di “nessun giorno senza linea”, mi costringeva a pormi domande circa l’uso di quella lingua che non frequentavo da più di trent’anni (37, per essere precisi… Sì, lo so: avrei potuto scrivere “da quasi quarant’anni”, ma non volevo infliggermi troppe frustrazioni).

Complice forse la grande distanza temporale che mi separa da quando, al liceo, tradurre poteva anche essere fonte di stress da prestazione scolastica, confesso che cimentarmi di nuovo con quella lingua mi ha alquanto divertito. Volendo cambiare “nessun giorno” in “pochi giorni”, mi è sembrato in un primo momento naturale porre quel sostantivo all’accusativo, sottintendendo quindi il verbo “trascorrere”.

In pratica, nella mia interpretazione, quella frase doveva essere una sorta di esortazione, se non addirittura un precetto alla stregua di quell’altro famosissimo monito (“Non entri nessuno che non conosca la geometria”) posto all’entrata dell’Accademia di Platone: “Non si trascorra alcun giorno senza aver tracciato una linea (!)”, ma la possibilità che invece si trattasse di una semplice constatazione, quindi della semplice presa di coscienza che per un serio professionista dell’arte della pittura “non trascorre nemmeno un giorno senza aver tracciato una linea”, mi ha portato a rivedere un po’ la faccenda con la lente della grammatica: se “dies” fosse stato neutro, la mia parafrasi avrebbe preso la forma “pauca dies sine linea”, ma dal vocabolario risultava che quel termine può essere sia maschile che femminile (oggi diremmo “fluido”), ma di certo non neutro. Stando così le cose, era chiaro che il “dies” del titolo non è un accusativo, bensì un nominativo; avevo torto e la frase, ahimè!, risultava essere una semplice constatazione.

Una volta… constatatolo, non potevo che rendere la mia parafrasi con “pauci dies sine linea”; roba da far inorridire i puristi (tramite una comune amica, ho contattato un bravo insegnante di lettere esponendogli il problema e, come c’era da attendersi, costui mi ha giustamente invitato a rivalutare la mia intenzione di cambiare quel testo…).

Ecco quindi spiegata la scelta di lasciare come titolo di questa sezione la frase originale di Plinio, seguita da tutta questa spiegazione che, ne sono sicuro, potrebbe meritare di essere a sua volta completata da un “esticazzi!” se non fosse che anche quel giochino linguistico in quel giorno di circa tre settimane fa ha preso il valore di ginnastica mentale, quindi di “linea” tracciata quantomeno per non rimanere col cervello fermo.

Ci sono giorni in cui suono, altri in cui penso alla musica senza emettere una nota; altri ancora in cui leggo, disegno, scrivo, calcolo, ascolto, … Insomma, l’importante è tenere impegnato il “muscolo cerebrale” con diversi tipi di ginnastica, ma non voglio certo farvi temere alcunché: giuro che in questa sezione farò confluire solo quei “gesti mentali” che hanno a che fare con il suonare, e con il farlo usando perlopiù la mia, anzi, la “nostra” armonica.

Eccovi allora, per iniziare questa rubrica, un brano che ho amato molto.

Si tratta del tango in 6/8 El Cacerolazo: un brano che ho scoperto grazie al mio amico Pierpaolo Petta, grande fisarmonicista con il quale mi vanto di condividere più di un progetto musicale, e composto dal fantastico sassofonista Javier Girotto; un tripudio di II-V-I – quasi un Autumn leaves argentino – dalla struttura particolarmente stimolante che, a parte una battuta introduttiva, risulta suddiviso in quattro sezioni, ognuna della durata di 16 misure. Inizia in G-, prosegue poi con una II-V-I nella tonalità di Ddalla quale, con una sequenza di accordi a distanza di quarta armonicamente ondivaga e un bridge di altri accordi diminuiti e semidiminuiti, modula in E-. Da lì, poi, in modo molto naturale, arriva alla sezione finale che prevede un ritorno alla stessa tonalità con la quale il brano era iniziato.

É una composizione a mio parere molto triste – il titolo si riferisce a una particolare forma di protesta adottata nei paesi latini dove per fare rumore davanti ai palazzi del potere si usa percuotere pentole e casseruole varie -, ma di una tristezza frenetica; una disperazione capace di togliere il fiato, specie nell’interpretazione suonata a circa 140 bpm dello stesso Girotto accompagnato dal grande Luciano Biondini alla fisarmonica. (Fonte: https://youtu.be/0KYT8-LbE5A?si=GUYBrI8jO2dKe1Wb), una versione dalla quale ho rubato la bellissima idea di usare il pedale di Mi nella sezione in E-.

Come si può evincere dalla visione del mio video nel quale mi sono divertito a improvvisare anche in E- (nella versione originale, per tutta l’impro si rimane nella tonalità di G-), ho registrato il brano fermandomi a 130 bpm perché, pur essendo riuscito a studiarlo fino a portarlo alla stessa velocità del link più su – lo studio con metronomo fa miracoli! – alle volte, nella sezione in D, durante i salti di terza minore/maggiore, il trascinamento dello strumento mi faceva “sporcare” la linea melodica col suono di ance intermedie che in quel momento invece avrebbero dovuto tacere.

Un problema che in fase di studio ho in parte risolto 1) suonando tutte quelle note come se sulla testa di ognuna di esse vi fosse segnato il puntino dello “staccato”, e 2) adottando in alcuni passaggi la tecnica del tongue-shifting, ma che ad alte velocità risulta comunque difficile eliminare del tutto.

Bisogna accettarlo: pur essendo convinto che vi siano in giro giovani armonicisti capaci di fare cose fino a poco tempo fa ritenute impossibili, è inevitabile che passaggi particolarmente facili per strumenti sui quali si muovono solo le dita, si rivelino estremamente difficili e scomodi per altri come il nostro sui quali bisogna muovere mani, testa, bocca, magari ragionando pure, a grande velocità, circa quali fori scartare e quali scegliere (senza vederli), in quali soffiare con o senza premere il registro e in quali aspirare con o senza premere il solito registro, …

Studiare questo brano si è comunque rivelata un’ottima occasione per riprendere pure lo studio del pianoforte, quindi dell’armonia: tutte attività che, come il latino, tengono le meningi alquanto occupate.

Insomma, se non ho studiato sullo strumento proprio tutti i giorni, almeno so che lo scorso 12 Dicembre 2023 ho “tracciato la mia linea”. Una linea che oggi rinforzo scrivendo queste righe – quindi non suonando, ma ragionando di musica – e raccontandovi abbastanza nel dettaglio la preparazione del brano che trovate nel video.

Spero che almeno a qualcuno di voi serva da stimolo per prendere la sua matita e riempire di linee, righe e gesti nuovi questa splendida giornata.

SZ

Musica e illustrazione 2: un sodalizio armonico

Oggi è il compleanno di un amico: un grande artista di cui già intendevo (ri)parlare qui.

Volevo farlo per continuità con l’articolo pubblicato poco tempo fa nel quale affrontavo il tema dei rapporti tra armonica, quindi musica, e arti grafiche.

In realtà. si trattava della seconda puntata di un percorso iniziato proprio con lui, con Andreino Cocco.

E allora ecco per lui il mio regalo di oggi: ripubblico le tre puntate dell’intervista che mi ha gentilmente concesso pochi mesi fa, a suo tempo uscite nella mia rubrica HarmonicA Mundi del sito Doctor Harp.

Buona visione!

SZ

 

Prima parte: https://www.doctorharp.it/harmonica-mundi-intervista-a-andreino-cocco-1-parte/

Seconda parte: https://www.doctorharp.it/harmonica-mundi-intervista-a-andreino-cocco-2-parte/

Terza parte: https://www.doctorharp.it/harmonica-mundi-intervista-a-andreino-cocco-3-parte/

CRONACA VIRUS – Giorno 43

(RI)NASCERE DENTRO

 Esiodo narra dei figli di Gaia, la madre Terra, e di Urano, il Cielo, che nascevano nel ventre della madre ma non vedevano mai la luce per la opprimente presenza del padre che copriva incessantemente la dea, fecondandola senza sosta.

La ribellione a un certo punto fu forte e carbonara: Crono, uno dei tanti figli nati in cattività, accettò di farsi armare la mano dalla madre la quale gli consegnò un falcetto col quale lui evirò il padre.

Questi, in preda a un dolore fisico e morale indicibili, finalmente liberò la consorte dal suo abbraccio serrato e si allontanò lasciando ai figli la possibilità di venire alla luce, di venire al mondo, sul mondo, e di vivere la loro vita.

Crono, armato di falcetto – a questo punto, mi chiedo se non abbia poi trovato traduzione nell’immagine della grande mietitrice – diventerà il nuovo padrone del mondo. La storia si ripete: anche lui verrà a sua volta destituito da Zeus, uno dei suoi figli ma, a differenza di suo padre Urano, riuscirà a mantenere un notevole controllo su tutto: quasi un governo ombra, agisce indisturbato insinuandosi in tutti gli avvenimenti col suo potere… temporale.

Questo accadeva nella notte dei tempi. Invece nel giorno dei tempi, al giorno d’oggi, a oscurare i nostri cieli è stata l’emergenza: se prima avevamo stelle, ora abbiamo lampadari; se prima la promessa era quella degli ampi spazi aperti, ora siamo chiusi nell’aria viziata dalla nostra stessa presenza.

In queste condizioni si può ancora nascere dentro come pure fecero i fratelli e le sorelle di Crono? La mia personale risposta è sì, e ne ho le prove: oggi, 21 Aprile 2020 è ufficialmente nato un mio nuovo figlio.

Ufficialmente la fecondazione è avvenuta il lontano 4 Giugno del 2012 nella sala di registrazione Modulab Studio di Casalecchio di Reno (BO), ma da allora non si erano ancora verificate le condizioni giuste per farlo venire alla luce. Non era ancora Crono; non era ancora tempo.

E oggi, dopo quasi otto anni, posso presentarvi SOLO, DUO, TRIO: il mio nuovo CD nato in cattività dall’incontro tra il mio progetto e la casa discografica a simple lunch che ha già accolto due miei lavori: il primo, Brother Buster, è un CD registrato in duo con il pianista e compositore Marco dal Pane col quale interpretiamo sue musiche originali, nate per commentare il film The General di Keaton. Il secondo, Caronte – tra Calabria e Sicilia, è invece un progetto del tutto diverso: lì affronto da solo, sovraincidendo diversi strumenti, un repertorio di miei brani originali dedicati alle mie origini miste.

Si tratta di un disco di jazz con alcune brevi divagazioni classiche compiute grazie ad alcuni brani di Bach per violoncello solo che ovviamente affronto con un piglio  jazzistico, diverso da quello classico che ho usato nei video del progetto Te Mundum (Laudamus).

In questo progetto convergono almeno tre anime differenti, entrambe accomunate dal bisogno di emanciparmi dalla presenza di strumenti armonici che sostengano le note della mia armonica. A differenza degli altri strumenti a fiato, l’armonica può fare pezzi di accordo e da tempo mi sono dedicato a sviluppare una tecnica che mi consente di suonarli facendo intuire le note che, pur se assenti, suonano nella testa di chi ascolta quasi per simpatia.

Una delle due anime di cui dicevo è quella che spesso spera di rimanere… SOLO e lo dichiara procedendo lungo il percorso già tracciato in QUANTA (Map, 2000) e CARONTE, due CD di ispirazione decisamente ECM. Un meta-progetto, quindi, tutt’altro che concluso e che prevede per il futuro la registrazione di un disco in totale solitudine, senza cioè l’apporto di altri e altro (qui altro sta per le elettroniche usate in molti brani di QUANTA e CARONTE).

Quando sarà, e sarà molto presto, affronterò la sala di incisione così come già da tempo affronto molti palchi: da solo con l’armonica e null’altro a distrarmi (e aiutarmi) dalla ricerca di ciò che davvero posso dire quando costretto, come in questo periodo, a un certo solipsismo musicale. Tra le tracce di questo nuovo lavoro, è possibile trovare due tracce registrate in totale solitudine e che per questo anticipano il carattere di quel progetto futuro.

La seconda anima è quella che ama intavolare un intimo dialogo tra due interlocutori. Seguendo questa tendenza, mi sono ritrovato a far colloquiare la mia armonica con la voce di Lara Luppi e il flauto dolce basso del polistrumentista Gianluca Barbaro: due persone alle quali sono profondamente legato da anni, sia da un punto di vista artistico che, soprattutto, umano.

La terza e ultima anima è invece quella che, stimolata dall’ascolto di pietre miliari che portano il nome di Joe Henderson, Chet Baker, Bill Evans, Keith Jarrett, Police, … – registrazioni nelle quali il perfetto equilibrio del TRIO rivela tutta la sua rotondità – tenta, irriverente, di produrre con un’armonica qualcosa che abbia anche solo lontanamente la stessa essenziale ed equilibrata bellezza.

Suonando la mia armonica in modo… armonico, mi ritrovo così a completare il quadro di insieme già perfettamente delineato dalle note del contrabbasso di Paolo Ghetti, mentre il mio dito indice sinistro, battendo sulla piccola cassa armonica della SUZUKI SCX 64, si sovrappone alle complesse tessiture ritmiche della batteria di Giancalro Bianchetti.

In definitva, sono felice che sia arrivato il tempo di ribellarsi alla condizione di innascibilità che fino a poco tempo fa aveva relegato il master della mia registrazione in un cassetto. Paradossalmente, è venuto alla luce durante un’emergenza che ha convinto me e i produttori a optare per la produzione del solo formato digitale, rimandando la sua realizzazione come CD fisico a tempi migliori, se mai arriveranno.

Figlio nato in cattività, quindi. Qualcosa che potrebbe anche intristire. Per non farlo, mi ricordo che si tratta pur sempre di una nascita e che il mondo online sfugge da sotto la fessura della porta chiusa di casa mia e dai difetti dei miei infissi per effondere nel mondo della rete nel quale correre libero, lui può, per andare su tutte le piattaforme di vendita.

SOLO, DUO, TRIO – Senza un piano di riferimento ha così abbandonato anche questo mio piano terra. Trattasi dell’evasione perfetta: grazie a lui, io sono qui e altrove; ubiquo e ambiguo; metà fisico e metà metafisico; analogico e digitale; vivo e morto (cit.); SOLO e in compagnia; SOLO e DUO; TRIO e trito.

Consideratelo come un messaggio in bottiglia che spero raccogliate in tanti.

No, non lo faccio certo con l’obiettivo di arricchirmi: è onestamente molto, molto improbabile che io ci riesca con la musica che produco e con le ridicole quote sui proventi che spettano a chi, artista o produttore che sia, si lancia in simili operazioni.

Si tratta solo di lasciare traccia, indizi del mio passaggio che, oltre ai soliti fornitori di acqua, luce e gas i quali mi scrivono interessati esclusivamente a ciò che ho (?), possano condurre chi mi ascolterà fino a questa tana perché interessato a ciò che sono.

Il solito problema dei due ausiliari…

Nel frattempo, nel mentre la casa discografica combatte con un problema al server che non le consente di aggiornare subito il sito – dovrete credere sulla parola quanto detto fin qui -, ho scoperto di avere vinto un concorso all’INAF-Osservatorio di Catania.

Si torna a fare l’astronomo divulgatore!

E si torna in Sicilia!

Mi sa che stasera festeggio in compagnia: invito il mio alter-ego Angelo a dividere con me una pizza…

 

SZ

 

La prima delle INVENZIONI A DUE ANCE

Oggi stavo divertendomi tra “me e me” a studiacchiare questa Invenzione a due Ance di Bach (oggi ho inaugurato proprio con questo nome una apposita categoria di brani nel mio canale youtube) e ho deciso di farne un piccolo video che credo rappresenti molto bene cosa non si fa per combattere la solitudine.

Diciamoci la verità: per farla al meglio, bisognerebbe essere non Uno, ma Bino.

Se invece si fosse trattato di un brano a tre ance, avrei dovuto essere trino, in qasi perfetto sincronismo con la festività religiosa in arrivo.

Vi forse vi deluderò: sto in realtà lavorando alla resa in quartetto del brano Lascia ch’io pianga di Handel che spero di pubblicare proprio nei prossimi giorni.

Stay tuned!

 

SX

CRONACA VIRUS – Giorno 29

                                               PICCOLE E CHIUSE COSE

Cosa significa davvero “capire”?

È un problema inerente la pura comprensione di un periodo composto dalla somma sapiente dei significati dei singoli termini o è qualcosa di più elevato, qualcosa che va oltre il ristretto orizzonte linguistico?

Come al solito, il tutto è più della somma delle singole parti. A modo suo, lo dimostra la recente indagine OCSE-PISA sui risultati della quale tornerò prima o poi in queste cronache.

E lo dimosta anche il fatto di aver creduto, a suo tempo, di avere pienamente compreso il messaggio di Pascoli.

Oggi invece mi accorgo ancora una volta che la cifra del suo messaggio come anche quello di altri autori non poteva che essere l’integrale di decine e decine di sue esperienze che oggi, grazie all’età ma anche e soprattutto alla situazione che stiamo vivendo, mi sembra rivelare il suo vero significato, la sua parte extrasemantica.

Un discorso che di certo non si applica solo alla produzione del poeta romagnolo, anche se nel suo caso ho l’impressione che pur nelle sue note trovate pregrammaticali, abbia sempre e soltanto avuto intenzioni postgrammaticali (intendendo qui impropriamente quel termine come “intenzioni reali da rivelare molto, molto a posteriori”).

A farmi sentire il bisogno di ritornare sul luogo del delitto giovanile per tentare di comprendere cosa accidenti volesse davvero dire con quella sua famosa poetica delle piccole cose è proprio la sommatoria delle mie esperienze, condotta sul periodo pluridecennale, che come credo tutti i miei coetanei mi sento chiamato a calcolare. Inoltre vi è anche l’aggravante dell’anomala attenzione – stavolta ritengo sia cosa che riguardi tutti, coetanei e non – che sono costretto a dedicare alle mie azioni dalla limitatezza imposta ai miei spostamenti fisici,.

Allora, passando in rassegna gli eventi che mi hanno condotto qui e ora, guardando la mia vita di questi giorni come potrebbe fare un drone personale silenzioso e indiscreto che svolazza dalle parti del soffitto, capisco che molti dei suoi versi mi si confanno esattamente come a un adolescente si addicono quelli di una canzone che riassuma le senzazioni tipiche della sua età.

Ancora una volta scopri che valeva la pena arrivare fin qui per comprendere ciò che ti è capitato in altri momenti “non sospetti”: fai tuo adesso ciò che ti hanno fatto ascoltare forse un po’ troppo presto, pretendendo che già allora fosse per te importante. Dittelo pure: solo ora puoi avere la sensazione di apprezzare intimamente la differenza tra tutto e parti, tra territorio e mappa, tra leggere Pascoli o chiunque altro degli autori incontrati da ragazzo e, forse, comprenderli (più) a fondo.

Piccole cose.

Si diventa pascoliani nel ricordare meravigliosi spazi aperti, naturali, che proprio per questo possono però rappresentare la morte tanto evocata da quel poeta, quella che sappiamo annidarsi lì fuori attendendo una tua distrazione.

E lo si diventa anche privilegiando la frugalità dei pasti (altrimenti “inquarto”), la piccola ambizione di compiere ogni giorno quei gesti tra l’utile e il piacevole che costellano la giornata di un abitudinario. Piacevoli perché familiari, conosciuti, appaganti, tuoi.

E se pascoliano non lo eri, in qualche misura, forse senza accorgertene, lo diventi: il tuo sistema fisico, quello composto dalle tue particelle, a furia di muoversi sempre all’interno dello stesso ambiente a 3 + 1 dimensioni, trasforma pian piano quello spazio perlopiù euclideo in uno spazio delle fasi nel quale passa e ripassa dagli stessi punti, ritrovando lì gli stessi valori di almeno 6 delle tue coordinate e dei tuoi limitati gradi di libertà.

La tua casa, quasi fosse descrivibile come un universo-spugna composto da vuoti e pieni di materia barionica, diventa un invisibile sistema di vuoti e di pieni di densità di probabilità delle tue configurazioni.

Scopri così che la parola abitudine potrebbe per te essere definita dalla Crusca come “curva che descrive l’evoluzione della probabilità di trovarti seduto in cucina a mangiare o a letto a leggere, guardare la televisione; scrivere, a volte. In soggiorno, al tavolo, a scrivere, disegnare, suonare o sempre in soggiorno, sul tappeto a fare ginnastica. In bagno a prenderti cura del tuo animale domestico“.

Posizione e azione allora appaiono ciò che davvero sono: un sinolo inscindibile che forse di suo basterebbe a dare una risposta al quesito, ancora in attesa di una risposta univoca, circa cosa sia da considerarsi vivo e cosa no.

E se non si è o se proprio non si vuole essere pascoliani – un appellativo qui banalizzato, compresso, sunto improprio di abitudinario e di perso nella contemplazione della bellezza evocativa, apollinea, quasi, di piccoli gesti, di piccoli oggetti e pensieri – meglio far finta di decidere di diventarlo; se non lo si deciderà, si potrà rimanere delusi dallo scoprirsi più banali, meno fantasiosi e imprevedibili, meno figli dei fiori e più piccoli yuppie dell’azienda domestica di quanto si amava pensare di sé.

La mattina si legge e si scrive. Lo fai tenendo un orecchio alla radio e l’attenzione alla pagina piena o a quella da riempire. Se decidi di leggere e non ti sei già svegliato con le idee chiare, rimani un po’ sospeso, indeciso a quale musa votarti. Una attività che mangia la sua fetta di tempo.

Tra la scelta, la lettura e la scrittura, volano via due o tre ore e sei a ridosso dell’ora di pranzo. Un po’ di ginnastica, un pasto contenuto – non è mica sempre Sabato o Domenica! -, lavi i piatti e sono già le tre del pomeriggio. Al fine settimana, questo è il momento del film, della tavoletta di cioccolato e di un fondo di tazzina da caffé occupato dal tuo torbato preferito da sniffare, prima che da bere. E ti senti un Regolo, un piccolo re.

Intanto la radio continua a tenerti compagnia. A volte la ascolti attento; a volte ribolle in sottofondo mentre pensi ad altro e in questi casi sembra avere la sola funzione di simulare l’interno di un autobus, di una metro, di un bar per inscenare una situazione di normalità sociale.

Ogni tanto, come può capitare di sentire la confessione di una coppia alla fermata dell’autobus o i ragionamenti di due signore in fila al supermarket, capti una frase, un tono, una musica, interessanti e ti fermi. Smetti di scrivere, di suonare, di disegnare; mentre lavi i piatti, interrompi il rumoroso flusso d’acqua. Ascolti, soppesi, e riprendi la la tua corsetta.

Due-tre telefonate: a tua madre, a tuo figlio, a qualche amico/a; e un’ora almeno se ne va così.

In un ambiente piccolo come il mio, è bene che anche gli oggetti siano frugali come i pasti, altrimenti l’ambizione comodamente contenuta da uno molto ingombrante, ucciderebbe altre più contenute, nascoste dentro oggetti minimi che pure hanno diritto ad esistere in questa frazione di mondo.

Ad esempio, le mie armoniche, vere e proprie myricae musicali, di spazio ne chiedono davvero poco e spesso capita di non trovarle, nascoste da altre piccole ambizioni concretizzate in oggetti come libri, fogli, giornali o più prosaicamente investite da frane di vestiti buttati disordinatamente qui e là.

Nel caso del mio strumento preferito, l’ambizione è trovarvi dentro quanta più musica possibile. E se proprio lì non la si trova, si cerca di soffiarcela dentro a forza, violentando il loro spazio tridimensionale per farlo stavolta diventare uno spazio delle fRasi.

Così facendo, ci si gioca qualche altra ora, e non è male, anche se poi ti disperi per non poterle più riafferrare.

Scrivendo, suonando una piccola armonica, organizzando segni su una pagina, ti scopri a non fare altro che tentare di isolare pezzi di mondo nel tentativo di farti, a partire da essi, un’idea sintetica che lo riassuma; un’idea sintetica che ne sveli in negativo quella famosa differenza che manca e che sempre mancherà alla somma delle sue parti tengibili.

Scopri ad esempio, che pur appassionandoti l’avventura della Big Science col suo concertare gli sforzi di centinaia di persone verso uno stesso obiettivo conoscitivo (magari farne parte!), continui a immaginare l’attività di uno scienziato come lo sforzo romantico di una mente da sola di fronte alla Natura.

E allora sospetti che sia proprio questo che ti fa amare la scienza allo stesso modo in cui ami la letteratura, la pittura, la musica: pur essendo anche queste attività interpretabili come avventure collettive, sono più facilmente riconducibili all’impertinenza di un singolo che, ritto in piedi, non arretra e, anzi, urla contro la realtà: un enorme grizzly incazzato, sfidandola ad attaccare.

Ami le scommesse da piccoli, folli Achab che pur sapendo di non poter fare altra fine se non quella di venir risucchiati dall’abisso, sono comunque felici di aver anche solo scalfito la pellaccia spessa del leviatano lasciandogli una cicatrice, una piccola traccia del loro arpione spuntato.

Sulla scorta di simili pensieri, mi trovo a sperare che questa fase storica insegnerà a essere più prudenti nel chiudere le porte ai piccoli progetti scientifici, quelli ai quali basterebbe un’infima frazione del budget sempre prenotato da altri ipertrofici, che però  da casa non possono proprio proseguire.

In un rifugio, antiatomico o antivirus che sia, non puoi portarti una mandria da macellare o una campagna da coltivare. C’è spazio solo per loro comodi, piccoli riassunti: cibo in scatola.

In una emergenza come questa, non puoi lanciare sonde o far collidere particelle. Puoi solo fermarti a pensarle in maniera diversa, cercando nuove inquadrature; sintetizzandone il pensiero in nuovi versi scientifici ancora mai scritti: l’equazione di Dirac è stata scritta da lui solo. A casa sua.

Immagino le immense cattedrali della scienza al momento vuote di persone e mi intristisco, ma al contempo rivaluto la possibilità che qualcuno, nel tentativo puerile ed eroico di giocare a fare dio, possa ancora scoprire qualcosa dal tavolino del tinello, o con un piccolo telescopio sistemato sul suo balcone.

La stessa fame globalizzante, onnivora, spietata che muoveva ogni giorno masse enormi di persone in nome di una ineluttabile economia, rimandava una necessaria fermata per riprendere fiato. Una dinamica che attanagliava tutto, anche la ricerca, l’arte e l’intero spettro delle attività umane, comprese quelle che più si pretendeva fossero pure e lontane da logiche di profitto.

Una fame globalizzante che ha trasformato molti dei migliori scienziati in cupi strateghi, freddi politici, affamati amministratori del denaro pubblico che veniva elargito solo ai loro progetti più ambiziosi; solo a quelli che vestivano meglio di altri il tricolore per il gran galà della scienza.

Ora forse, privati per un po’ dei loro Monòpoli e monopòli, alcuni di loro scopriranno che quel gioco non era poi così necessario e affascinante. Me li voglio immaginare nel mentre – riaprendo un impolveratissimo manuale di Fisica del primo anno e scoprendo che quel tal grafico era davvero lì, in quella posizione che ricordavano e con quelle unità di misura segnate sugli assi – riscoprono perché da ragazzi hanno fatto quella scelta universitaria e non quella di iscriversi a Economia, Scienze Politiche o al Partito.

Piccoli pensieri, piccoli gesti, piccole oggetti che anche oggi tornano a farmi compagnia.

E, al passare delle ore, mi dico che Quasi-quasi cambio -modo, poetica e poeta.

Scopro, allora, che dopo aver scorazzato in un piccolo panorama di oggetti, attività e ambizioni, sempre quelli, sempre uguali, sempre qui, la giornata è pressoché finita.

Ed è subito sera.

SZ

 

Odore primaverile, umore autunnale

Questo è un video da considerasi a tutti gli effetti astronomico, quindi facente parte della mia serie “La -logìa degli Astri”, in quanto precede di poco quello che sto per pubblicare sull’equinozio, quel momento dell’anno che segna proprio l’inizio di questa stagione.

Precede di poco anche quelli che farò sulla costellazione dei Pesci nella quale si trova il cosiddetto “punto gamma”, incrocio tra eclittica e piano equatoriale in corrispondenza del quale si ha l’equinozio, appunto.

In realtà, si tratta di un video che potrebbe benissimo appartenere anche alle Cronache Virus che giornalmente sto pubblicando in  quanto chiaramente ispirato dalla malinconia di una stagione che quest’anno, sotto il suo classico, fragoroso e fuorvianete trionfo di colori e odori, cela un pericolo mortale.

Di solito si suol dire che “la bellezza ci salverà”.

In generale sono anche io portato a crederlo, ma stavolta temo che più che guardare il bello della Natura, sia meglio guardarsene.

Buon ascolto.

E in bocca al lupo.

 

SZ

 

 

Musica e illustrazione 1: un sodalizio armonico

Con il video pubblicato stasera nella mia rubrica HarmoniCa Mundi ospitata dal sito per armonicisti Doctor Harp, chiudo il ciclo di tre puntate dedicate alla lunga intervista che mi ha rilasciato Gabriele Guidetti, armonicista blues e illustratore automobilistico.

Prima di scrivere qualcosa sui rapporti tra arti visive e musica, credo sia importante partire dall’esperienza di chi questo rapporto lo vive senza necessariamente chiedersi quali siano le motivazioni che lo inducono a percorrere il breve istmo esistente tra le le due forme espressive.

Guidetti ci offre la possibilità di sondare da vicino il suo approccio al problema.

Un approccio pragmatico di sicuro interessante al quale affiancherò presto l’esperienza di altri artisti che come lui si impegnano su diversi fronti e che, proprio per questo, sento molto vicini e a me affini.

SZ

 

Prima puntata: https://www.doctorharp.it/intervista-a-gabriele-guidetti-i-parte/

Seconda puntata: https://www.doctorharp.it/harmonica-mundi-intervista-a-gabriele-guidetti-ii-parte/

Terza puntata: https://www.doctorharp.it/harmonica-mundi-intervista-a-gabriele-guidetti-iii-parte/

Signore e Signori, vi presento l’armonica (a 16 cilindri)

Alle 13:55 di Domani, Domenica 24 Novembre 2019, sarò alla manifestazione “Musica in Fiera” per presentare le Armoniche Suzuki, marca della quale sono endorser.

Accorrete numerosi, magari in moto.

É inutile dirvi di quale marca di moto sto parlando…

 

SZ