CRONACA VIRUS – Giorno 13

                                                         COMPRARE TEMPO

Mentre ieri tentavo di registrare il Largo del brano La Primavera tratto dalla famosa suite Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi che trovate nel post prima di questo, mi sono trovato ancora una volta a lavorare sulla mia (in)capacità di dominare i nervi messi a dura prova dal rumore proveniente dall’appartamento sopra il mio.

No, stavolta gli inquilini di sopra non stavano facendo nulla di particolare. Semplicemente vivevano il loro Sabato anche se, sapendo benissimo del problema di questa palazzina che tra gli ambienti contigui oppone divisioni sottilissime e non coibentate, forse potevano curare di non far cadere tutti i numerosissimi oggetti che hanno lasciato periodicamente finire sul pavimento (palline? Viti? Spesso rimbalzavano e a momenti mi è sembrato stessero montando qualcosa come un mobile IKEA) e di non trascinare tutto ciò che hanno deciso di spostare senza alzarlo.

Certo, il problema è tutto mio: a parte quei casi in cui il rumore si prolunga oltre gli orari consentiti come accade in corrispondenze delle loro allegre festicciole settimanali che sotto, qui da me, di allegria non ne generano affatto (lo so, sono giovani, bisogna capirli. Ma andrei capito pure io che giovane non lo sono più), non posso certo chiedere di avere nei miei confronti accortezze che in condizioni normali, con mura normali, non ci sarebbe motivo di desiderare.

Semplicemente, specie da quando ho iniziato a fare i miei video musicali e astronomici, sto per la prima volta nella mia vita avvertendo prepotente il peso della mia povertà: nonostante sia profondamente innamorato di questa casa, ho bisogno di averne una che sia non solo più grande, ma pure a distanza di sicurezza dalle emissioni sonore degli altri.

Praticamente desidero una villetta (ho gusti strani, vero?) che mi eviti di avvertire altri in movimento sopra la mia testa e con intorno un giardinetto-cuscinetto utile ad arginare acusticamente chi si muove rumorosamente al livello del terreno.

, perché qui il problema non sono soltanto quelli che abitano sopra, ma anche e soprattutto quelli che, passando davanti alla mia porta e alle mie finestre, inquinano anche l’aria di casa mia con i loro suoni e rumori che, pur se tappato dentro, mi aggiornano su ciò che fanno, su ciò che (non) pensano, su quante volte portano fuori il cane, su come gli parlano, …

Ho bisogno di allontanarmi da tutto ciò per potere apprezzare di più gli altri, per rispettarli in quanto persone e per non diprezzarli più perché produttori di frequenze inutili e indesiderate; ho bisogno di prendere le distanze dagli altri per potere un giorno ritrovare la voglia di incontrarli, per provare di nuovo il gusto dell’incrocio casuale tra anime.

In fondo, si tratta di qualcosa perfettamente in linea con i propositi sul futuro che ho deciso di mettere in atto qualora dovessi riuscire ad attraversare indenne questo periodo di pandemia.

Oggi, ancora più di quanto non lo desiderassi ieri, necessito di eliminare dalla mia vita la gente per selezionare le persone da frequentare. Le preleverò dall’intersezione tra l’insieme di quelle alle quali voglio bene e l’insieme di quelle delle quali ho stima per ciò che dicono, che fanno e, forse ancora più importante, per ciò che non fanno (ovviamente spero di trovarmi anche io tra i loro “salvati”)

Come è normale che sia, continuerò a volere bene anche a chi non sta in quello spazio angusto condiviso dai due insiemi. Forse, addirittura, riuscirò a volergliene più di prima, aiutato, nel farlo, dalla distanza che mi permetterà di valutarne la bellezza complessiva. In ogni caso, nulla mi impedirà di apprezzarli in contumacia, imponendo un igienico distacco tra loro e il mio tempo che voglio perlopiù silenzioso o pieno delle frequenze che riterrò opportuno ascoltare.

Mai come in questo periodo, il tempo mi è risultato tanto importante: ne sono affamato, ho brama di secondi, sete di preziosissimi minuti e smanio per avere un bonus di ore. Ecco, se avessi tanti soldi, dopo avere comprato la villetta di cui sopra, comprerei tempo; tanto tempo. Una scorta di tempo in scatola da consumare entro la data della mia scadenza biologica e facendo sempre più e, si spera, sempre meglio (anche il cazzeggio è contemplato. Ma se cazzeggio deve essere, che sia di qualità!).

Sono sempre stato così, ma forse è solo una conseguenza dell’invecchiamento se negli ultimi anni questo aspetto del mio carattere si è così esasperato. Il mio appetito temporale aumenta e le mie giornate si rivelano ogni giorno di più contenitori striminziti e inadatti a contenere la mia curiosità e la voglia prepotente di fare cose per me bellissime, le uniche capaci di farmi stare davvero bene.

L‘inquinamento acustico prodotto dalle persone che mi vivono vicino entra in questo problema di brevità della giornata in quanto ha ridotto drasticamente le dimensioni di quel contenitore temporale: quando, ad esempio, inizio a fare un video, so che dovrò ripetere miliardi di volte una stessa ripresa perché nelle registrazioni entreranno sempre tracce più o meno evidenti del passaggio involontario e indesiderato di qualcuno.

Si tratta di chi, vivendomi da presso, non possedendo (o non sapendo di possedere) altri strumenti utili a farlo, per comunicare a se stesso e al mondo la propria esistenza spesso sceglie di lordare il foglio bianco del comune campo acustico con inutili e disarticolati scarabocchi sonori prodotti dal suo corpo e dalle macchine, sue appendici.

Qualcuno, forse nell’estremo tentativo di applicare il motto famoso “se non puoi sconfiggere il tuo nemico, fattelo amico”, ha studiato l’acustica dei vari ambienti naturali e cittadini rendendo oggetto di una analisi artistica assolutamente interessante anche ciò che di solito viene bollato come inquinamento acustico.

Simili studi hanno condotto alla nasciata del concetto di paesaggio sonoro elaborato dal compositore canadese Murray Schafer il quale ad esso ha dedicato diverse pubblicazioni (delle quali, che mi risulti, solo una è stata tradotta in italiano).

Per poter adottare serenamente i concetti di cui Schafer parla, credo sia però necessario poterli oggettivizzare uscendo alla bisogna dalla bolla sonora e riemmergendosi in essa quando si intende studiarla. Diversamente, sarà lei a studiare te, imponendo ai tuoi ritmi, alla tua musica e ai tuoi silenzi interiori la forza dei suoi decibel esterni così pervasivi e capaci di annullare le fantasie acustiche di chiunque.

La segregazione, almeno fintanto che non ci si avvicina a una finestra, mi ha illuminato, anzi, mi ha assordato, circa l’importanza dell’udito: in assenza di orizzonti lontani da scrutare, tutti gli altri sensi ci parlano esclusivamente di ciò che è vicino, di ciò e chi è prossimo, e i ciechi lo sanno bene.

Il tatto lo ha sempre fatto, il gusto (tatto interiore?), richiede addirittura una interiorizzazione degli oggetti mentre l’olfatto riesce da sempre a spingersi un po’ più in là. La vista, limitata dalla porta chiusa, ora sofferente, mortificata e declassata, vaga reclusa nel perimetro catastale. In tutto ciò, l’udito è l’unico capace di parlarci (è proprio il caso di usare questo verbo) di eventi lontani, quelli che, come raccontavo qualche giorno fa, non possono nemmeno entrare in casa sottoforma di ombre in quanto generati da corpi che il loro simulacro lo proiettano molto lontano da qui.

Spero davvero che quel minuscolo virus riesca ad insegnarci il valore e l’efficacia di ciò che riesce a fare tanto senza necessariamente essere ingombrante. Spero che ci spieghi una volta per tutte quanto pregnanti possono essere le azioni condotte dal basso e nel silenzio totale che non solo non possiamo e non sappiamo ascoltare, ma del quale l’uomo moderno dimostra in ogni istante della sua vita di avere terrore, forse perché non lo sa usare.

 

SZ