Informazioni su SquidZoup

Sono un astronomo e mi occupo soprattutto di divulgazione, ma esercito anche altre attività professionali: suono jazz, musica classica e mi vendo al miglior offerente per collaborazioni con artisti operanti in altri generi musicali (pop, rock, country, colonne sonore, ...); disegno fumetti e illustrazioni; scrivo articoli, recensioni e libri miei. Insomma, mi diverto con quelli che un tempo erano solo hobby e che, "diventato grande", potevo mantenere in vita solo facendoli diventare professioni. Dimenticavo: sto con Elisa, un architetto, con la quale ho progettato un figlio, Giovanni. Ho anche una "cana" meravigliosa, Lulamae-Lùlamae, un progetto che risale a circa quindici anni fa e alla quale devo moltissimo. Anzi, di più.

CRONACA VIRUS – Giorno 54

PIANO DI EVACUAZIONE

 Fila sotto il sole davanti al piccolo supermercato vicino casa mia; una geometria alquanto improbabile che si snoda tortuosa nel piccolo piazzale da sempre abbastanza animato: infatti, oltre ai vari clienti dell’edicola adiacente, siamo da sempre abituati a vedere diversi nullafacenti seduti sui muretti attorno a chiacchierare, nonché intere famiglie di senza casa che lì spesso stazionano.

La fila procede lenta e, come è ovvio che sia, si entra scaglionati, uno per volta. Quando finalmente una signora riesce a entrare nello stabile, mentre tutti stiamo per fare il fatidico passetto in avanti – un piccolo passo per una signora, un piccolo passo per l’intera colonna -, un’altra rappresentante del gentil sesso, seguita da sua figlia, si alza da un muretto posto in uno dei vertici della piazza, sventra diagonalmente la spira di persone e si va a piazzare davanti alla porta di ingresso del Market.

Nel frattempo, in corrispondenza di una delle curve del serpentone, come affluenti minori di un fiume, compaiono prima un signore, poi una donna, poi un’altra ancora e vanno tutti a rendere quello che era un percorso abbastanza discernibile, qualcosa di complicato, di ramificato, capace di far drizzare le antenne e far aumentare alquanto il nervosismo già alto di suo per il fatto di fare tutti da bersaglio a chissà quali invisibili proiettili virali.

Sono lì sotto il sole oramai da un po’. Quando hai deciso di rimanere, lo hai fatto sulla base di una valutazione approssimativa del tempo che avrebbe preso l’attesa. Una valutazione, vero e proprio studio di funzione della serva, attuata tramite un calcolo veloce della velocità di scorrimento di quel lungo lombrico di acquirenti e di quanti anelli che compongono il suo lungo corpo hanno la precedenza su di me e tutto a un tratto scopro che le mie valutazioni iniziali non sono servite a nulla: potenzialmente, tutte le persone che vedo disperse nella piazza, più a questo punto anche quelle che non vedo, potrebbero da un momento all’altro reclamare il loro diritto a sfociare nel fiume principale con estuari alquanto barocchi e carpiati.

Lo faccio notare ai nuovi arrivati, invitando poi eventuali altri clienti a sistemarsi come me in fila; sentendo le mie parole, subito altri intervengono a difendere chi la signora, chi il signore, chi il ragazzo, chi…

Scorpo così che la fila è variamente composta: vi è una percentuale di persone come me, evidentemente meno furbe;  poi ve n’è un’altra abbastanza cospicua di personaggi completamente assoggettati a una mentalità distorta che, a differenza di me, accetta di buon grado di starsene in fila mentre altri stanno comodi chi in macchina, chi seduto chissà dove; poi vi è la “fila ombra”: quella che si paleserà solo al momento giusto, complicando inutilmente una cosa semplice come una fila di attesa. Nel complesso, forse, una cinquantina di persone.

Hai chiesto a tutti di sistemarsi in maniera tale da rendere chiara la situazione e il risultato è ora un borbottìo più o meno sommesso e indiscernibile dal quale ogni tanto emergono chiare parole come “cattiveria”, “mancanza di pazienza”, “mancanza di buon senso” (sì, ancora lui. Ancora ‘sto cazzo di buonsenso…).

Una signora se ne esce con una teoria assurda: dice che la fila ha sempre avuto una forma diversa, che avremmo dovuto farla sviluppare in un’altra direzione facendo intendere che, per quanto regolarmente incolonnati, eravamo noi (una trentina di persone) quelli da condannare. Le chiedo di dirmi ogni quanto viene a fare la spesa perché quel sempre mi suona strano: io lì vado al massimo una volta a settimana, quando non ogni due, e le file sono una conquista recente: non ne abbiamo mai fatta una prima dell’emergenza sanitaria.

Lei allora, forse sentendosi colta in fallo – sarà una di quelle che va a comprare qualcosa tutti i giorni, o quasi – mi dice che è stata lì la scorsa settimana. Allora le faccio notare che il suo concetto di “sempre” è alquanto annacquato, ma proprio mentre lo dico, mi rendo conto che argomentare non fa altro che peggiorare la mia situazione: ho usato anche il termine “razionalità” e questo mi ha posto subito nella schiera dei cattivi.

Da ora in poi potrò solo confidare nella mascherina che un po’ copre i miei lineamenti, anche se so che la mia fisionomia nel quartiere è nota un po’ a tutti, esattamente come la loro purtroppo mi risulta familiare.

Sopporto. Taccio e dopo mezz’ora entro.

La storia già narrata in queste cronache non solo quindi si ripete, ma addirittura si aggrava: un via-vai continuo di persone intasa corsie strette e non contingentate, né controllate. Piuttosto che sfruttare tutto lo spazio a disposizione per mettere la massima distanza tra di loro, tutti si sfiorano, si passano vicinissimi e tacitamente si confermano che il 4 è già arrivato.

Per usare, oltre a resilienza e draconico che oramai, se non li collochi in un qualsiasi discorso, non sei nessuno, un altro termine fondamentale, direi che pur essendo il 2 Maggio misurato, il giorno percepito è come minimo il 6 o il 7.

Finalmente sono in fila a un metro dalla cassa, lì nel budello vicino alle confezioni d’acqua. Un’altra signora nella mia stessa fila, ma tre posizioni dietro di me abbandona il carrello a segnare il suo posto e mi si avvicina decisa.

Mi chiedo cosa accidenti voglia e lei, guardandomi fissa negli occhi, mi dice che deve prendere una confezione d’acqua.

La situazione è così surreale che rimango come stordito, quasi che, una volta avvicinatasi, mi avesse dato una sberla: procedendo lungo quella fila, si sarebbe trovata anche lei nella mia posizione, cosa che le avrebbe permesso di prendere la sua stramaledetta confezione d’acqua senza doverla trasportare fino al carrello e, soprattutto, senza doversi avvicinare a me e a tutti quelli prima di me che non ha potuto fare a meno di sfiorare, se non di toccare.

Ecco: tutta questa gente è quella stessa che incarna il buonsenso, che lo usa, che lo insegna, che lo professa, che lo sbandiera.

Questa è la gente per la quale il Presidente del Consiglio e la sua task force stanno elaborando piani su piani per arginare la pretenziosa stupidità vestita da intelligenza pratica, da saper vivere e altre analoghe minkjate della maggior parte dei cittadini. Quelli che non sanno evitare di creare rumore e nervosismi evitabili (e da evitare) nemmeno nel fare una semplice fila.

Mi balla davanti agli occhi uno strano identikit, un riassunto dai tratti suini e androgini di tutte le persone incontrate. Mi guarda negli occhi con la sufficienza di chi, espressione paradigmatica del nulla cosmico, ha dalla sua il sostegno dei più: il 90% delle persone che incontro e che condanna la razionalità dal pulpito sovraffollato del buonsenso: quello che mette tutti d’accordo solo su una cosa: facciamo tutti come ci pare perché è così che si fa; perché le indicazioni che ci hanno dato sono esagerate, frutto di fantasie perverse di gente che ama esercitare il potere e che quindi merita la nostra opposizione, bla-bla-bla.

Torno a casa e nel giardinetto condominiale, là dove in passato hanno lasciato per mesi e mesi sacchi di spazzatura, barbecue incrostati, carrelli della spesa con dentro assi di un soppalco rotto, pezzi di furgone, … trovo una vasca da bagno lasciata lì non si sa bene da chi e quando; non si sa bene perché.

A suo tempo nessuno mi ha veramente convinto nel mentre mi spiegava che devo amare il mio prossimo.

Per fortuna poi è intervenuta l’Educazione Civica a ridimensionare la faccenda, mostrandomi in modo convincente perché secondo la Costituzione io DEVO rispettare quel mio prossimo che proprio non riesco ad amare, e questo mi basta, mi deve bastare, e avanza, pure.

Forse gli altri si amano tutti, non so. Di sicuro so invece che non si rispettano: non rispettano gli altri perché inconsapevolmente non rispettano nemmeno se stessi.

Ora però vi prego: qualcuno mi spieghi perché in questa stramaledetta fase 2 dovrei dare fiducia a tutti.

Dargliela è come dire che si può dare a chiunque la possibilità di guidare senza aver preteso che sostenesse prima l’esame di guida; dargliela è come dire che chiunque può dirigere un team calcistico senza mai aver fatto sport; dargliela è come dire che chiunque può dirigere la protezione civile senza mai aver nemmeno fatto volontariato.

Dargliela è come dire che tutti possono mettere bocca su problemi di didattica senza mai nemmeno aver insegnato un giorno; dargliela è come dire… tutte le fesserie che si leggono sui social e che si sentono al bar.

Un paese di monarchici in pectore che, strapieni di ostentata e ingiustificabile autostima, non potendo, come molti dicono di desiderare, essere sudditi di un nuovo reuccio dai pieni poteri, si scoprono anarchici chiassosi e inconcludenti.

Qualcuno sa da che parte è l’uscita?

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 53

COSA (NON) È LA SCIENZA

Oggi, parlando al telefono con un amico, è venuto di nuovo fuori un concetto oramai trito e ritrito col quale si attaccano le azioni di questo governo: a detta sua, e di tanti altri in giro per lo stivale, Conte & Co. sono colpevoli di una certa intermittenza nelle decisioni e nelle indicazioni prese per tentare di contrastare la pandemia.

Lo ribadisco subito perché, prima di passare al suo sviluppo, tengo a mettere  in chiaro il valore delle costanti del problema: di sicuro non sono e non sarò mai un sostenitore di esecutivi con quei colori così sbiaditi, almeno nelle parti dello spettro in cui preferirei vedere tinte decise.

Detto questo, trovo che la richiesta di indicazioni certe e non contraddittorie circa il da farsi siano l’espressione di una paura di certo condivisibile, anzi, condivisa anche da me: ovvio che tutti preferiremmo sapere esattamente cosa fare per bloccare la diffusione di un virus così subdolo e ancora sconosciuto, ma pare proprio non sia possibile al momento ricevere indicazioni precise e rassicuranti.

Credo che, se ce le potessero dare, lo farebbero. C’è solo un altro caso in cui ce le fornirebbero senza farci tribolare troppo: parlo dello scenario tanto temuto dai complottisti i quali non si rendono conto che, se davvero ci fosse un piano così ben strutturato come immaginano, l’unico modo di farlo funzionare sarebbe ostentare una sicumera tale da spingerci tutti a fare qualcosa che alla lunga si rivelerebbe svantaggioso per la maggior parte di noi.

L’implicita ammissione di impotenza manifestata con decreti ondivaghi, un po’ cerchiobottisti, capaci di scatenare l’ilarità e tanto sano umorismo sui social, credo sia l’espressione di una crisi profonda della politica. Nel tentativo di non scontentare troppo l’italiano medio, l’esecutivo prova a coniugare questa esigenza col parere dei cosiddetti esperti.

Questi ultimi, dal canto loro, scoprono che la loro esperienza sta evolvendo proprio in questi giorni e proprio grazie a ciò che osservano nel comportamento del COVID 19: un vero, ulteriore tirocinio che rischia di dover essere rinnovato ogniqualvota apparirà sulla scena un virus del tutto sconosciuto.

Ciò che sto cercando di dire è che, non essendomi formato in nessuna scuola di politica, trovo provvidenziali le emissioni scoordinate del governo – fanno quasi tenerezza – che suggerisco di riguardare come un ottimo modo di tastare il polso per controllarne lo stato di salute.

Vera e propria scatola nera per noi che riceviamo simili messaggi convulsi attraverso i giornali, amplificatori di rumori polarizzati piuttosto che reali veicoli di vera informazione (sul concetto di vera informazione, poi, potremmo soffermarci un bel po’…), non possiamo sapere lungo quali fili, attraverso quali resistenze e in quali condensatori si creano le correnti che registriamo con i nostri amperometri personali.

Avere la possibilità di osservare quelle oscillazioni di corrente politica così macroscopiche mi sembra dunque un dato da leggere come indizio positivo: la politica sta seguendo la scienza.

Lo so, sembra proprio che oggi a pranzo io abbia esagerato col vino, e non è detto che non sia vero, ma cercherò di spiegare ciò che intendo, tentando di convincervi che gli effetti dell’alcool siano oramai sfumati.

Sentendo e leggendo le obiezioni dei miei amici e conoscenti i quali condannano pure un analogo imbarazzo in ciò che dicono i ricercatori dell’Istituto Superiore della Sanità e i virologi della Protezione Civile (senza capire che vi è correlazione tra decisioni del governo e pareri degli esperti), mi sembra evidente l’estrema diffusione di una idea totalmente errata di scienza.

La si immagina, perché la si vorrebbe così, come quella cosa che non ha tentennamenti, capace di fornire sempre notizie certe e definitive. Se qualcosa non presenta queste due caratteristice, allora nell’opinione pubblica non è scienza.

Ho come il sospetto che una simile visione alberghi nella società da tanto tempo, e che solo in alcuni casi estremi come quello che stiamo vivendo, abbia la possibilità di manifestarsi.

Figlia, credo, di un certo modo di proporre a scuola materie come matematica, fisica, chimica, biologia, geografia astronomica, … che prescinde dall’insegnamento della storia delle idee scientifiche lasciata al buon cuore dei docenti più avveduti e preparati di filosofia, porta a recepirle come elenco delle facili vittorie dell’intelligenza umana sulla Natura.

Se ho ragione, ogni singola formula, ogni singolo passaggio di un testo scientifico potrebbe essere percepito come il frutto di episodici lampi di genio che hanno portato persone baciate dalla fortuna epistemica a vergare quelle relazioni così impeccabili quasi in preda a una ispiratissima scrittura automatica guidata dal demone della conoscenza.

Una ipotesi, questa, che dovrebbe forse spingerci a correre ai ripari al più presto, mandando tutti i docenti di materie scientifiche a scuola di filosofia della scienza per metterli in grado di spiegare ai ragazzi, una volta per tutte, non solo cosa sia davvero il metodo scientifico, ma cosa davvero sia la pratica scientifica e, in definitiva, la scienza.

Mi aspetto che, se un giorno tutto ciò verrà fatto sul serio, lo scopriremo ancora una volta in modo indiretto, osservando come finalmente nessuno si sorprenderà più dell’indecisione dei ricercatori di fronte a un problema nuovo che in tempi di scienza normale – quindi non certo quella al momento all’opera, drogata com’è di fretta e timori – prima di giungere a risultati comunicabili al pubblico pretenderebbero anni di esperimenti e fallimenti.

Le indecisioni manifestate dal nostro governo le ritengo, per questo, espressione di un suo continuo interfacciarsi con ciò che gli esperti dicono. E ciò che gli esperti dicono è una serie di affermazioni con validità statistica al momento bassa: più passa il tempo e più siamo garantiti dalla possibilità che chi lavora su certe tematiche abbia avuto il tempo di osservare un’ampia casistica, di formulare ipotesi, di rivederle e rimodularle tante volte. Un processo da reiterare fintanto che non si è giunti all’optimum: qualcosa che si può ottenere solo con una notevole ridondanza di conferme.

Per quanto fin qui detto, in una fase come quella odierna ancora vicinissima all’esplosione dell’epidemia, affermazioni perentorie, mai contraddittorie, granitiche, credo andrebbero piuttosto connesse con la volontà di un esecutivo fascistoide – e non è un caso se le uniche certezze strombazzate sui media ci arrivano proprio da quella fazione – o, in alternativa, con la visione di un pazzo despota, circondato da lacché senza opinione e capacità di contraddittorio.

In conclusione, credo di poter dire che questo governo di Schrödinger sta bene almeno al 50% e che, attendendo un tempo ragionevole, avremo modo di guardare dentro la scatola per vedere se è del tutto morto o se gode di ottima salute.

Allora per il momento mi godo  la certezza che le cose potrebbero andare sì meglio, ma solo per quanto riguarda il funzionamento delle strutture sanitarie – ne approfitto per condannare decenni di picconate date alla ricerca e al Servizio Sanitario Nazionale: se i governi passati lo avessero reso forte come avrebbe dovuto essere, oggi non avremmo certo avvertito questo terrore di ammalarci .

La paura di fare passi falsi che dimostra Palazzo Chigi sta rivelando la sana fragilità di chi procede nel buio seguendo passo passo l’incedere titubante di chi cammina davanti a tutti reggendo solo una candela.

In un momento in cui nessuno può averlo, lascio quindi volentieri le certezze a maghi, fattucchiere, astrologi e dittatori.

Viva l’onesta incertezza!

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 52

NON TI CONOSCO, MASCHERINA!

Alle volte mi sembra di essere una antenna impegnata a lanciare tutto intorno, senza averne coscienza, segnali che prima o poi dimostreranno di essere stati ricevuti da qualcuno lontano da qui.

Basta stare in orecchio per avere l’impressione che un tuo pensiero, anche se elaborato in un momento di silenzio, vissuto durante la quarantena, rinserrato nel tuo appartamento, sia stato accolto da qualcuno che proprio non conosci e che non puoi mai avere avuto modo di incrociare.

E così capita di avere la possibilità di sentire pronunciare dalla bocca di una faccia incontrata alla fermata dell’autobus che suono ha qualcosa che tu hai solo immaginato senza parole; oppure può capitare di vedere che aspetto ha un tuo pensiero puro se realizzato come disegno o foto in un manifesto pubblicitario; o puoi scoprire di che lettere avresti avuto bisogno se solo avessi deciso di renderlo articolo di giornale.

Ed è proprio in una di queste situazioni che mi sono trovato a vivere stamane leggendo un po’ dell’ultimo Domenicale: nella pagina dedicata a Scienza e Filosofia, in un bell’articolo – ancora una volta non si tratta di una recensione (in realtà, poi si scopre che lo è, ma in forma velata): va a finire che mi ascoltano davvero! – di Giorgio Vallortigiara, ho visto prendere forma di parole stampate alcune domande che mi ero posto pochi giorni prima.

Forse sbaglio a pensare di essere stato una antenna emittente: magari ho avuto solo il ruolo di antenna ricevente anche se, mi dico, se non da me, quell’idea che si è fatta strada nella mia testa da qualche parte deve essere pur partita. Ergo, se non sono stato io il pensante 0, qualcun altro deve esserlo stato.

E se quel qualcuno non è stato lo stesso Vallortigiara, nel leggere quell’articolo o magari nell’imbattersi in questo mio post, il vero pensante originario sospetterà proprio quanto ho pensato io: di avere lanciato nell’etere, senza volerlo,  un suo pensiero (e così il cerchio si chiuderà): siamo tutti antenne che. pur solo immaginando, anche senza volerlo, anche se in silenzio, anche se al chiuso, emettono e ricevono segnali (?).

No, non sto proponendo un teorema. Si tratta solo di fantasie in libertà che non hanno nessuna pretesa di essere scienza. Sono solo sospetti, ipotesi; e null’altro.

Se invece è la scienza che volete, allora la trovate proprio nell’argomento di quel mio pensiero che forse ha viaggiato per finire nell’articolo del Domenicale, o che invece ha fatto il percorso inverso, dalla redazione di quel giornale fino a casa mia.

Un argomento il cui nome nell’articolo non viene mai esplicitato e che è conosciuto fra gli specialisti come pareidolia: processo del nostro cervello – allo studio del quale anche io, nel mio piccolo, ho provato a dare un minimo contributo scientifico – che si attiva allorché tentiamo di riconoscere forme note, come le facce dei conoscenti, in mezzo al gran caos di altre meno familiari o del tutto ignote.

Con quell’articolo, Vallortigiara aveva solo intenzione di dirci che, pur senza rendercene conto, da quando abbiamo iniziato a usare le mascherine vi è in atto un cambiamento importante nel modo di percepire il prossimo. Un cambiamento che dipende dalla riduzione al silenzio dei neuroni del nostro cervello deputati alla decodifica delle espressioni facciali e che ora non potranno lavorare sugli elementi delle nostre facce coperti da quei presidi medici divenuti tutto a un tratto tanto popolari.

Come l’autore in chiusura del suo pezzo scrive

(…) penso alla gente che guarda i volti coperti dalle mascherine, e a tutti quei neuroni siolenziosi, nella corteccia temporale inferiore. Certo aiuterebbe disegnare sulle mascherine l’elemento strutturale mancante, un simulacro di bocca, così da rendere festosi i neuroni delle facce.

La strana coincidenza di cui parlavo in apertura di questo post è stata che proprio una decina di giorni fa avevo appuntato su un file word un’idea analoga: avevo infatti intenzione di parlare in queste cronache di come sarebbe cambiata la percezione del prossimo in dipendenza del fatto che, dopo avere già in parte occultato il volto con occhiali da sole, con le mascherine esso non sarebbe stato più disponibile a farsi sottoporre agli sguardi altrui.

Immaginavo che, col tempo, avremmo quindi iniziato tutti, senza dichiararlo, a ritenere più importanti elementi del nostro aspetto fisico sui quali fino a due mesi fa nella maggior parte dei casi il nostro occhio si soffermava solo in-coscientemente: sopracciglia, orecchie, collo, capelli.

Ipotizzavo, quindi, che vi sarebbe stato molto più spazio per valutazioni del corpo nel suo insieme, del modo di muoversi, della voce, dell’odore;

che le divise avrebbero goduto di una nuova stagione di popolarità per il loro offrire facili e chiari appigli all’identificazione, se non della persona, almeno del suo ruolo sociale;

che, oltre alle mascherine personalizzate, avremmo iniziato a usare vecchi elementi di abbigliamento in modo del tutto nuovo, alla ricerca di una caratterizzazione, di una possibilità di distinguerci in una folla di indistinguibili tutti simili;

che in molti casi avremmo iniziato a esporre i nostri nomi stampigliati sul petto;

che i già popolarissimi tatuaggi, da puro elemento estetico, avrebbero assunto un’importanza capitale rendendo di contro, e per motivi del tutto analoghi, pure importantissimo il non averne.

A questo punto, lo dichiaro, e voglio proprio vedere se poi sbuca fuori da qualche altra parte: data l’importanza che altri sensi come l’olfatto e l’udito inizieranno ad avere rispetto alla vista che ora risulta essere meno capace difornirci appigli nel riconoscere le persone, ho immaginato che qualcuno avrebbe iniziato a fare mascherine capaci di donare una voce più bella di quella reale o che, addirittura, avrebbe preso piede la moda di fare la plastica alle corde vocali (si può?).

In conclusione, non posso che gioire nel notare come alcuni difetti potrebbero addirittura diventare vantaggi evolitivi: il mio lunghissimo naso collodiano risulterà riconoscibilissimo anche sotto una mascherina (che nel tentare di coprirlo assumerà la forma di una canadese)!

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 51

COME ERBA TRA I SANPIETRINI

Ieri ho bucato l’appuntamento quotidiano con queste cronache. Sentivo che sarebbe successo: era nell’aria. Ho provato strenuamente a non farlo accadere, e invece…

È stata per me una giornata infernale, interamente occupata dall’obiettivo di finire il video sulla costellazione dei Pesci che poi ho pubblicato a tarda sera.

Un’operazione che mi ha davvero provato: il traffico di auto, furgoni, moto e persone qui davanti casa mia è tornato a essere quasi quello pre-emergenza sanitaria e il rumore prodotto da tutto questo rimescolio di gente – un vocabolo che qui vuole avere il valore di un’offesa – mi ha costretto a ripetere decine di volte intere sequenze.

Voi forse vi starete chiedendo: “ma, se davvero vuoi offendere, perché non la chiami gentaglia?”. Se così è, vi rispondo che credo sia il caso di fare dei distinguo. “Gentaglia” è per me un termine da usare per indicare delinquenti o comunque persone il cui agire è dettato da una precisa volontà di nuocere al prossimo.

In questo caso, invece, voglio solo indicare persone che, normali, non si rendono davvero conto di cosa fanno e, convinte di “ragionare con la loro testa” e, soprattutto, di farlo bene, compiono azioni stupide, dicono eresie evitabili, plaudono l’agire e il dire di altra gente, se non di gentaglia.

Mi danno la netta impressione di vivere in un modo tale da farmi sospettare che se si potesse sottoporre la vita delle persone a una valutazione numerica e, per questo, sempre oggettiva, la loro potrebbe risultare essere per la società più un danno involontario che un vantaggio voluto.

Tornando alla mia giornata di ieri, essa ha risentito di alcuni cambiamenti che gradualmente si sono verificati nella mia gestione del tempo.

Nell’ultima settimana ho infatti dovuto occupare con altre attività le mattine che per quasi due mesi ho dedicato a queste cronache, e questo cambiamento ha fatto slittare il consueto appuntamento con la scrittura alle ore serali.

Ieri sera, una volta pubblicato il video, stavo proprio preparandomi a fare il resoconto della cinquantesima giornata di reclusione quando alcuni amici mi hanno chiamato da Palermo invitandomi a una rimpatriata su Zoom e scombinandomi così la tabella di marcia.

So bene che il mondo non se n’è accorto e che forse l’assenza dalla mia pagina Facebook della CRONACA seguita da quel bel numero tondo-tondo l’ha notata solo qualcuno dei miei pochi lettori, ma sentivo di dover dare una spiegazione: in fondo, quando ho iniziato a fare questi resoconti, ho preso una specie di impegno con me stesso e con chi avrebbe deciso di seguirmi. Un impegno al quale ieri sono venuto meno. Non ne vado affatto fiero.

Poi, però, usando uno slogan suggeritomi tanti anni fa da mio cugino Gianluca, mi sono detto “datti scampo”, mi sono autoassolto e sono riuscito pure a dormirci su.

“In fondo”, mi sono detto, “mi sono solo macchiato del delitto di cedere di fronte alla possibilità di entrare in contatto in maniera diversa, ma di sicuro più immediata e forse autentica dello scrivere, con miei simili, anzi, con miei amici”.

Quando ho ricevuto il loro invito, non ho né opposto resistenza, né ravvisato la presenza di motivi così tanto buoni per non accettare di farmi una bella chiacchierata: in fondo, una videochiamata su zoom è al momento il massimo della socialità che, almeno ancora per pochi giorni, possiamo permetterci.

Di ‘sti tempi, è l’equivalente di un vero e proprio evento mondano, di una kermesse, di un summit, di un happening… al quale bisogna assolutamente presenziare.

Se non lo si facesse, se non si prendessero simili occasioni al volo (volonline), lo sappiamo bene: si potrebbe intravedere all’orizzonte la possibilità di una certa incombente ed esecranda perdita di umanità.

Non nascondo che quell’invito mi ha sorpreso: per cinquanta giorni le cosiddette videocall tra amici erano state spontaneamaente rimandate al fine settimana, mentre nei giorni feriali riunioni del tutto analoghe, permesse dalla stessa applicazione usata per le prime, venivano descritte come videoconferenze e avevano come oggetto argomenti di lavoro.

Sembra che nei due casi a cambiare sia solo il modo di chiamarle, ma in realtà è la sostanza ad essere del tutto diversa.

In ogni caso, sapevo che non poteva durare: come l’erba che, ostinata, è tornata a crescere tra i sanpietrini, anche le normali forme di socializzazione hanno fatto breccia nel bitume di paura che aveva asfaltato tutta la società conferendo quella rigida alternanza tra videocall e videoconf alle nostre dinamiche interpersonali.

L’esigenza di vedersi, di parlarsi “di persona”, di guardarsi in faccia, di canzonarsi, di discutere, di confrontarsi, … è fortissima e  l’avere ceduto ieri sera così facilmente alla tentazione della connessione, mi ha confermato ancora una volta che tutti noi appartenenti a questa specie, chi più, chi meno, siamo animali estremamente sociali e socievoli.

Se avessimo resistito di più, se fossimo riusciti ad andare ben oltre il 4 Maggio, proprio in virtù di questa caratteristica così radicata nel nostro DNA culturale e, ne sono sicuro, presente anche in quello biologico, saremmo di sicuro andati incontro ad altri e ben più macroscopici cambiamenti nei modi del nostro interfacciarci; un cambio riflesso, o forse generato, da modi del tutto diversi e inesplorati di trattare i mezzi della comunicazione interpersonale già a nostra disposizione.

Magari avremmo assegnato nuovi nomi ad altre forme e occasioni di connetterci mediate la solita app per videocall/vdeoconf e tutto avrebbe pian piano continuato a svolgersi in modo uguale e al contempo diverso, così da mantenere viva quella solita, sana e necessaria abitudine di scambiarci sguardi, chiacchiere e pareri.

E invece no: in vista di Lunedì prossimo, in vista del “liberi tutti”, stiamo già oliando i cuscinetti a sfera, stiamo già preparando la lista di acquisti, stiamo già programmando i prossimi incontri e ferie.

In fondo, non stiamo facendo null’altro che assecondare ciò che ci richiede una parte (forse tutta) della Natura. Quale? Il COVID 19, per esempio che, né cattivo, né buono, gioca la sua partita evolutiva.

In questi 51 giorni anche lui ha dovuto mutare un po’, cambiando nel suo modo di agire chissà quale analogo delle nostre abitudini.

Mi sembra quasi di vederlo lì in attesa di una nostra distrazione. Paziente, sa che prima o poi allenteremo la presa e lasceremo di nuovo il campo libero alla sua azione.

Dal 4 in poi, ne sono quasi certo, lui, ostinato, avrà una nuova occasione.

E rispunterà come erba fra i sanpietrini.

SZ

 

CRONACA VIRUS – Giorno 49

GAUDIO DA MAL COMUNE

Mentre giorni fa facevo la spesa, respirare nella mascherina mi appannava gli occhiali che mi sono indispensabili per capire che prodotto ho davanti, di che marca è, quanto costa.

Mi sono così accorto che la presbiopia si combina col COVID 19 rendendomi capace di vedere ciò che nemmeno 11/10 mostrano in modo così chiaro: la presenza dell’aria.

La vedo e ne colgo il flusso, il movimento. Quella combinazione mi spiega visivamente il significato del verbo respirare mentre l’aria va e viene sulle mie lenti, appannandole, e non posso che metterla anche questa sutuazione nel novero di tutte quelle nelle quali l’emergenza mi ha regalato nuove consapevolezze di cose che davo per scontate.

Scopro addirittura che l’aria – quella che se non c’è, … manca – può dare pure fastidio: nello stesso momento in cui mi accorgo della sua presenza, essa mi nasconde cosa vi è oltre le mie lenti. Insomma, anche respirare può dare fastidio.

E quindi che faccio, non respiro?

Non è possibile.

E quindi che faccio, non metto gli occhiali?

Non è possibile.

E quindi che faccio, non metto la mascherina?

Non è possibile.

Allora mi rassegno a capire che tutto ha un prezzo: la vista, l’aria, la salute.

E anche la consapevolezza che è bella, ma, diciamocelo: è pure una bella rottura.

Forse è per questo che la scienza dà spesso fastidio: è un occhiale che mostra nel dettaglio ciò che, pur stando sotto gli occhi di tutti, nessuno riesce a scorgere. A volte dona una vista appannata che per molti proprio non può competere con il piacere offerto dal vedere benissimo altre cose. anche se magari non utili o dannose.

Essa mette in evidenza le nostre debolezze, proteggendoci da errori e pericoli che come un virus si presentano senza preavviso, ma ci suggerisce anche di adottare atteggiamenti scomodi, di cui spesso non capiamo fino in fondo l’importanza.

É per questo che credo di comprendere come mai molti non vedono l’ora di togliere la mascherina e di andare in giro a fare quello che gli pare.

L’hanno sempre fatto: hanno sempre ignorato ogni genere di protezione di cui non capivano e/o non volevano capire fino in fondo l’utilità, ma la loro negligenzaprima si presentava come un modo di fottersi da soli. Una scelta libera e più o meno consapevole.

Ora, invece, sentono il peso del farsi del male facendone anche ad altri. Gli è stato spiegato bene e, pur non capendolo fino in fondo o non accettandolo, non possono più far finta di nulla.

Allora che fanno? Semplice, sperano che tutti si comportino come loro così da sentirsi legittimati a vivere rischiando.

Lo desiderano così da sentirsi meno stolti e irresponsabili, facendo eventualmente finta di essere state  vittime del caso e dimenticando di essere state un suo amplificatore.

Desiderano che tutti facciano come loro per poter far finta, pur vedendola sulle lenti appannate, che l’aria non esiste e che, se davvero c’è, diciamocelo pure: è un disturbo.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 48

RADIO-GRAFIE

Pian piano, complici le giornate di sole e la Domenica perenne, sto compiendo piccole sortite fuori, nel giardino condominiale al quale accedo dalla porta-finestra della mia cucina.

Ogni tanto, poi, vado a fare la spesa e a buttare l’immondizia (input-output) e noto che da un mesetto a ‘sta parte, ogni qualvolta esco, dimentico, o faccio finta di dimenticare, la radio accesa.

Praticamente la tratto come se fosse una inquilina un po’ logorroica, quando non canterina, che, come è giusto che sia, continua le sue attività anche in mia assenza.

Si tratta di un personaggio molto discreto: basta un mio gesto e lei abbassa il volume o, addirittura, se proprio ho bisogno di tutto il silenzio possibile, (almeno lei) si tace e coopera per farmi lavorare al meglio.

Per il resto, chiacchiera spesso, quasi ininterrottamente, e cambia argomento con estrema facilità, dimostrando anche una grande versatilità, cultura e varietà di timbri vocali.

Per non parlare dei suoi gusti musicali mai banali e ripetitivi: al Pelléas et Mélisande alterna uno shampoo di Gaber, un brano dei Police, e altri 6, 7 ma anche 8000 gradi di distanza.

Insomma, è proprio una compagnia ideale che, col suo continuare a comunicare anche in tua assenza, ti ricorda che il mondo fuori c’è; che non sei rimasto solo; che fintanto che ci sarà lei, c’è e ci sarà ancora quella cultura cui appartieni, anche quella pre-internet, che ti sorregge da lontano; nonché qualcuno con cui confrontarti.

Per quanto oramai oggetto per molti versi superato, la radio costituisce una interfaccia tra menti che ancora sa di carne, di pelle, di capelli e vestiti. Non so bene perché – forse il tutto dipende dal fatto che essa è presente anche nei miei ricordi di bambino e che quindi rappresenta un oggetto poco mutato allo scavallare del secolo – o forse è che essa, non ammettendo azioni come digitare, scrivere, ricevere messaggi da leggere, è capace solo di una comunicazione unilaterale, fondata sul monologo: allena la capacità di ascoltare.

La sua limitatezza me la rende molto simpatica perché per certi versi anacronistica in quanto mi ricorda fin troppo bene le abitudini di mia madre, di mio padre, dei miei nonni, prima che mie.

Inoltre mi riporta alla mente le Domeniche deserte nelle quali, se tu che tifoso non sei mai stato uscivi di casa, potevi incontrare solo qualcuno dallo sguardo perso ma attento, filosofico, quasi, con mini-radioline nere grandi un palmo che gracchiavano vicino al suo orecchio voci concitate e monotone di telecronisti da stadi lontani (a tantissimi stadi di distanza).

Quell’elettrodomestico è quindi uno splendido stimolatore di fantasie sinestesiche, che ti tenta con la curiosità di confrontare l’immagine dei cronisti che il tuo cervello ha disegnato sulla base dei tuoi incontri passati, e quella reale che di sicuro, da qualche parte nella rete esiste.

Ma tu resisti: preferisci non rischiare la delusione che di sicuro ti darebbe un raffronto di quel tipo.

E così immagini l’aspetto giovane, intelligente e impertinente di Paola de Angelis vestita, anche ad Agosto, in jeans e lupetto nero come i suoi capelli lunghi (che ci posso fare? La immagino così…); il riporto e la faccia ben rasata ed eccessivamente profumata da un ricercato, ma pur sempre fastidioso dopobarba del preparatissimo Guido Zaccagnini, al quale fanno da contraltare quelle molto più accomodanti e simpatiche di tutti gli altri ottimi conduttori come Arturo Stalteri, Valentina Lo Surdo, Renata Scognamiglio.

Le facce intelligenti e maliziose delle due faine dalla voce forzatamente ammiccante della Barcaccia; la faccia seria e poco incline allo scherzo della pasionaria Rossella Panarese (quelle di molti degli altri cronisti le conosco bene, di persona…); i volti estremamente intelligenti e preparati dei di -grigio-chiaro-vestiti Nicola Lagioia ed Edoardo Camurri, quest’ultimo anche tanto ironico, con lo sguardo sempre pronto a cogliere ogni occasione di colto sberleffo; le facce strane, che connetti a persone un po’ incapaci e che poi invece riescono anche a sorprenderti con uscite simpatiche e sagaci, degli allegri e scanzonati conduttori di Hollywood Party: un programma che ti avverte del sopraggiungere della sera.

E poi tutta la pletora di conduttori di Prima Pagina, programma di cui apprezzi l’apertura verso tutti, ma che poi non puoi fare a meno di silenziare quando per i commenti alle notizie riportate dai giornali avverti la presenza di un fascio… di nervi: quello in cui ti trasformi sentendo ciò che  alcuni conduttori dicono.

Insomma, la radio è un allenamento per la pareidolia acustica che ti ricorda come tu abbia accumulato in testa tutto un repertorio di facce e suoni che usi per indurre l’aspetto di una voce sconosciuta, che senti da un altoparlante; o il suono di una faccia ignota che però vedi muta.

E se scopri così allenata questa ricerca di connessioni suono-immagine compiute automaticamente dal tuo cervello, viene da chiederti quante altre pareidolie esistono e quante tu, inconsapevole, usi per giudicare concetti, movimenti, sequenze, fatti, anni, persone, ricordi, …

E allora ti chiedi, aldilà dell’idea che te ne sei fatto in mezzo secolo, cosa è davvero il mondo?

A deludere le comode aspettative di chiunque ci pensa la scienza che del mondo indaga proprio l’aspetto vero, cercando così di allontanare l’immagine preconcetta che ognuno di noi se ne è fatto sentendone il suono, la qualità della superficie, l’aspetto, il gusto.

E poi arriva il domandone: non confidando molto sulla capacità di una indagine psicologica che tenta di essere scientifica, ma che francamente ti sembra arrancare, chi accidenti sei tu?

Credo di saperlo in quanto conosco la mia voce, la mia faccia e molte altre cose, ma per non rischiare di sbagliare, dico solo che mi limito a lasciarmi acceso anche quando non mi ascolto e non mi vedo.

Dirò di più: lo faccio pure quando esco.

SZ

CRONACA VIRUS – Giorno 47

DA COMUNICARSI ENTRO E NON OLTRE IL

Oggi, sbagliando, sono andato a fare la spesa al piccolo centro commerciale vicino casa.

Ovviamente l’ho trovato chiuso, e così, dal momento che ero arrivato fin lì, ne ho approfittato per comprare il giornale all’edicola posta proprio di fronte alla sua entrata.

Ricordo la sequenza velocissima di pensieri: “M…a! È chiuso! Vero! Oggi è festa! Va bene, meglio così: non farò la fila e prenderò solo il giornale. Sì, ma se quel negozio è chiuso, perché c’è lo stesso la fila? Vuoi vedere che…”

“Scusi, ma questa è la fila per l’edicola?”

“Eh, già! Sono qui da un po’. Mi sa che da oggi in poi sarà sempre così…”

Allora mi metto anche io in coda, orfano di quella bella sensazione di libertà che per un attimo si era impossessata di me quando avevo realizzato che sarei stato costretto a rinunciare alla spesa.

Neanche il tempo di fare quella domanda al signore davanti a me che già alle mie spalle si erano disposte altre persone, evidentemente anche loro in attesa. Attesa di cosa? Perché siamo tutti lì? In fondo, Simone non vende mica beni di prima necessità come pasta, pane, vino, insalata…!

La risposta a questa domanda potrà forse sembrare banale, ma quando me la sono data, mi ha comunque colpito con la sua semplicità. Non me ne ero mai reso conto prima, e probabilmente non lo ritenevo nemmeno possibile: tutte quelle persone erano, come me, in fila per comprare la loro dose quotidiana di parole; la loro razione di concetti per uso personale.

Certo, ho sempre visto molta gente nelle librerie, ma ho sempre ritenuto, senza mai dirmelo, che chi frequenta quel genere di negozi faccia parte di una élite in qualche modo autoselezionatasi all’interno della folla di disinteressati a quei prodotti così faticosi come le idee e le argomentazioni ben… argomentate.

Idee e argomentazioni che non scadono facilmente perché ben protette dalla ghiacciaia del formato libro.

Oggi davanti a me vi era invece un pubblico più trasversale, eterogeneo, indistinto e la vista di tutte queste persone alla ricerca di parole e concetti freschi di giornata, magari da portare sotto braccio come una baguette per sentirsi completi, per sentirsi in equilibrio con il mondo e il proprio corpo, mi ha dato una bellissima senzazione.

Una preghiera laica sembrava emergere da quel corteo muto, composto e mediamente immobile in attesa dell’ostia di carta. Una preghiera che poteva iniziare così: “Simone nostro, che sei nell’edicola, dacci oggi i nostri concetti da leggere… quotidiani”

Una preghiera laica che, nonostante me, è stata capace di regalarmi fiducia: fintanto che le parole saranno così importanti, fintanto che i concetti saranno da consumare entro oggi perché poi ci sarà da far posto a quelli di domani, potremo sperare in un futuro sgombro da quelli sbagliati di oggi e dai problemi di cui a fatica ci siamo liberati settantacinque anni fa.

Una liberazione che, grazie alle buone notizie circa il timido arretrare dell’epidemia e alla prospettiva che presto saranno tutti liberi di circolare, credo sia stata percepita in modo più intenso che negli anni passati.

Una fortuna? Forse: un infimo esserino, privandoci proprio della presenza di molti anziani che costituivano la nostra memoria storica, ci ha dato un assaggio di cosa davvero possa significare un concetto così semplice da dire e così difficile da comprendere come “libertà”: un parola che spero non scada domani.

In pratica, il COVID sembra proprio averci voluto dire: “Non siete stati in grado di apprezzare, di comprendere fino in fondo i ricordi di chi c’era, giudicandoli di parte, retorici, annacquati. Ora fate voi. Ora tocca a voi: da oggi in poi, grazie al mio intervento, procederete con la vostra memoria comune che vi sto costringendo a creare. Vediamo che parole userete per tramandare ai vostri figli gli accadimenti di questo mondo”.

Sono passati settantacinque anni da quando ci siamo liberati della piaga nazifascista e, se non ci fosse stata l’epidemia, in questo Sabato soleggiato molti avrebbero visto solo la festa, la vacanza, la piacevolezza.

Allora sorge spontaneo chiedersi, terrorizzati, cosa ricorderemo quando di anni ne saranno trascorsi 100, 150, 200, …

Credo che, a emergenza finita, tutto dipenderà dagli edicolanti che sceglieremo, dalle parole che compreremo e dalla loro deperibilità.

SZ